Il posto di blocco

Anche quella mattina uscii come al solito intorno alle 10 per andare al lavoro. Quella volta, a dire il vero, era un po’ più tardi. Tanto che, quando andai a salutare il mio cane Taro, un siberian husky bianco e rosso che avevo salvato da una serie di abbandoni, presi la ciotola della pappa e anziché portarla a casa la infilai nel portabagagli della macchina, una Polo Volkswagen bianca usata.

Poi attraversai la città per infilarmi sull’autopalio in direzione Siena, dove lavoravo nella redazione di un giornale. Sarei uscita dopo nemmeno mezz’ora all’Acquacalda, subito dopo il varco per Siena Nord, se nella piazzola prima della galleria una pattuglia della Guardia di Finanza non mi avesse mostrato la paletta intimandomi lo stop.

Misi la freccia a destra e fermai la macchina. 

“Patente e libretto” disse uno dei finanzieri avvicinandosi al finestrino.

Consegnai i documenti.

Mentre aspettavo che me li ridessero indietro con un “grazie, può andare”, uno dei finanzieri mi chiese di aprire il portabagagli.

Era armato e teneva una specie di mitra a tracolla, rivolto verso il basso.

Scesi dall’auto e lo aprii.

“E quella che cos’è?”

“È la ciotola del mio cane”.

“E perché la tiene nell’auto?”.

“L’avrei dovuta riportare a casa ma siccome stavo facendo tardi l’ho lasciata in macchina. Ci penserò stasera quando rientro”.

“Dove sta andando?”

“Al lavoro, sono una giornalista”.

“E dove abita?”

“A Colle Val d’Elsa”

“E ha un cane…”

“Si, certo”

“È sicura che quella sia la ciotola del cane?”

“Ma sì, ci mancherebbe. Quale sarebbe il problema, mi scusi?”.

“Lei non si preoccupi. Quindi lei di solito porta la ciotola del cane in macchina mentre va al lavoro?”

“No, in genere non lo faccio. Stamani mi ci è rimasta perché ero in ritardo…”

“Ma perché ha messo la ciotola nel portabagagli?”  

“Perché non avevo tempo di riportarla in casa, gliel’ho detto. Ero in ritardo”.

Non riuscivo a capire che cosa ci fosse di tanto importante in una ciotola in plastica rossa sporca.  

Continuarono a chiedermi più volte perché avessi quella ciotola e se fosse vero che avevo un cane. E ogni volta ripetevo la storia di Taro che stava nel recinto dietro al garage. Di ogni mattina che andavo a riprendere la ciotola nel recinto e la portavo in casa per sciacquarla cosi che fosse pronta per la pappa della sera. E di quella mattina che invece, essendo in ritardo, avevo cambiato la mia routine lasciando la ciotola in macchina.

L’avevo fatto apposta, era stata una dimenticanza? 

Cominciavo ad innervosirmi. Non solo non capivo il motivo di tanto interesse per una semplice ciotola da cane, non solo stavo rispondendo da un quarto d’ora alle stesse domande. Ma non coglievo la minima utilità in quell’interrogatorio. Senza contare che il mio ritardo stava ormai diventando esagerato e di lì a poco, sempre che mi avessero lasciato andare, avrei dovuto sorbirmi il sarcasmo del capo sulle mie abitudini mattutine. 

“Senta, se vuole telefonare in redazione possono confermarglielo loro che mi aspettano al lavoro” dissi nella speranza di uscire da quell’incubo. 

I Finanzieri si guardarono e alla fine uno di loro disse, “va bene, può andare”.

Schizzai al lavoro. Posteggiai l’auto e salii le scale esterne più trafelata del solito. 

Per giustificarmi del ritardo raccontai la storia assurda del posto di blocco.

“Avranno sospettato che portavi da mangiare nel nascondiglio di uno dei rapiti”, disse una collega.

In quegli anni, all’inizio dei ’90, la Toscana era ancora terra di nascondigli per le persone sequestrate dall’anonima sarda. 

All’improvviso tutto mi fu chiaro. 

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Maledetto cous cous

Un giorno la vicina mi chiese se potevo bagnare le sue piante mentre lei andava a Napoli a trovare la sua famiglia. In quel periodo vivevo in una vecchia casa cadente in pieno centro a Treviso, il cui affitto avevo ereditato dalla mia insegnante di inglese, Amanda. Il giorno in cui firmai il contratto in agenzia scoprimmo di essere nate lo stesso giorno mese e anno. 

Era un condominio multietnico. Sopra di me stava una famiglia di albanesi che scuotevano la tovaglia del pranzo facendomi trovare avanzi di cibo sul davanzale delle finestre. 

Sotto c’era una ragazza rumena, che stava con un italiano. Ogni tanto lei aveva qualcosa da ridire con gli inquilini di sopra, allora si metteva in strada e cominciava a urlare “albània” rivolta alle loro finestre.

Il tizio era tossico e spacciava, specialmente di notte, quando il suo appartamento era frequentato da personaggi di varie etnie che urlavano e sghignazzavano fino all’alba. 

A un certo punto, stremata dalle notti in bianco, decisi di trasferirmi. Un mese dopo il trasloco lui morì di overdose.

La vicina napoletana invece stava con un ragazzo magrebino. 

Mi disse che mi sarei potuta vedere con lui, visto che lei non c’era e lui si sentiva solo.

Feci un sorrisetto di circostanza ben convinta a limitare le mie attenzioni all’approvvigionamento idrico dei ficus.

In realtà, prima ancora che la fidanzata arrivasse in Campania il tizio mi aveva già invitato a cena a casa sua ad assaggiare il vero cous cous. Vegetariano, mi raccomando, gli dissi.

Ma così non è il vero cous cous, disse lui. Ci metto la carne. Vedrai, non ti pentirai.

La sera scendo a cena dal vicino. Mangiamo il cous cous, faccio finta di apprezzare. Poi, a una certa ora mi alzo e saluto.

No, ma dove vai? Ora ci fumiamo una cosa buona e poi puoi rimanere a dormire qui.

No, grazie. Davvero. 

Ma dai, dove vuoi andare? Resta qui con me, sono solo.

No no, scusa ma voglio tornare a casa. Ho delle cose da fare.

Ma io sono solo, avevo capito che mi facevi compagnia.

A fatica riuscii a sganciarmi dal tipo e a guadagnare l’ingresso a casa mia.

Ero incazzatissima. Non solo il cous cous non mi piace poi un granché ma avevo dovuto perfino fronteggiare le avance del fidanzato fedifrago della tipa a cui avrei dovuto bagnare le piante nei prossimi giorni.

Lui comunque continuò ad invitarmi, ma io non ci tornai più.

Quando la fidanzata rientrò da Napoli mi chiese come era andata. 

Rimasi un po’ sul vago, indecisa se rivelarle le intenzioni del tipo.

Mi ha detto che non sei voluta rimanere con lui, disse lei.

Eh, infatti. Non sapevo se dirtelo o no. Ci sono rimasta molto male.

Ma perché, scusa, che problema c’è?

Preferii non approfondire le loro ragioni. 

Ma da allora ho imparato almeno ad evitare il cous cous.   

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La saponetta viola

Un giorno la prof alle medie mi disse che mi doveva parlare a quattr’occhi.

  • Hai sentito quella tua compagna che cattivo odore che fa? 
  • No, non ho sentito niente.
  • Dovresti cercare di parlarle e spiegarle che dopo essere stati in bagno ci si lava.
  • Ma io…
  • Sì, capisci che se lo facessi io la metterei in imbarazzo. Invece credo che fra compagne sia più facile.

Non avevo la più pallida idea di come uscirne. 

Non mi andava di parlare con la compagna di una cosa del genere. 

Avevo dodici anni, non conoscevo diplomazia né delicatezza. Pensavo ai fatti miei, a divertirmi con gli amici. Un po’ anche a studiare. 

Però la prof mi aveva investito del compito, chissà perché proprio me, e in qualche modo avrei dovuto fare. 

A casa non pensai ad altro. Finché mi venne l’idea. 

La mattina dopo arrivai a scuola con una saponetta viola nella cartella.

Mi avvicinai alla compagna e le dissi, ciao, questa è per te.

Speravo che lei la prendesse, bon, e finita lì.

Invece mi disse, non la voglio, grazie.

  • Ma come no… l’ho portata proprio per te.
  • Ma non mi serve, a casa ce l’ho.
  • E’ un regalo, ti prego, la supplicai.

In ogni caso la compagna alla fine prese la saponetta viola, che appoggiò nello spazio sotto il banco. 

Poi ci fu l’intervallo. Colazione e caos, come al solito. 

I compagni cercavano qualcosa da calciare, una palla da lanciarsi l’un l’altro. 

Qualcuno vide la saponetta viola. 

Al suono della campanella, dopo che ci eravamo ben sfogati, ci rimettemmo seduti, ognuno al proprio banco. 

A terra erano rimasti, sparsi qua e là, dei trucioli viola. 

La questione, almeno, era chiusa. 

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Il colore dei desideri impossibili

Il mio primo Palio l’ho visto nell’estate fra la seconda e la terza media, dalle finestre di una casa in piazza del Campo.

Ci avevano invitato dei signori che avevamo conosciuto al mare nel mese di luglio.

La cosa ci aveva messo un po’ in ansia. Babbo e mamma pensavano a quale dono portare, io pensavo al figlio di quei signori.

Alla fine il regalo toccò proprio a lui.

Babbo disse, gli facciamo un disco? Ma che musica gli piacerà?

La scelta cadde su Rock’n Roll di John Lennon.

È un ragazzo così agitato, disse babbo.

Ogni volta che sento Stand by me ripenso a quel giorno.

Le finestre, grandi e altissime, erano tre. Una era stata riservata alla nostra famiglia. Per arrivare al davanzale c’erano delle panchette in legno. C’era anche un terrazzino, con le sedie come a teatro.

A mamma l’effetto palio non prese proprio bene. Si era fissata che io e Paola saremmo potute cadere di sotto da un momento all’altro ed era tutto un, stai attenta, non ti sporgere che cadi, e via così.

Io mi snervai, lasciai la finestra di famiglia e andai sul terrazzino, dove non c’era il posto per me.

Quel giorno successe qualcosa, però. Un acquazzone improvviso o una mossa troppo lunga, per cui il Palio fu rinviato al giorno dopo.

Il viaggio di ritorno fu tutto un commento sul figlio dei signori, che a babbo, evidentemente, al contrario di me, non piaceva per niente.

Si è comportato male. Non ha neanche ringraziato per il regalo, l’ha preso e l’ha messo lì.

Per me invece contavano solo gli occhi verdi e i riccioli neri.   

Il giorno dopo fu tutto più veloce. Il corteo storico era già stato fatto, finalmente ci sarebbe stata la corsa.

Tornai sul terrazzino, quello delle seggiole non era un problema perché si erano alzati tutti in piedi e urlavano con i fazzoletti colorati in mano. Una donna forsennata davanti a me agitava quello della Chiocciola, facendomelo sbattere sugli occhi.

Finì tutto prestissimo e fu quasi come se non avessi visto niente.

Il padrone di casa uscì correndo con in braccio un bandierone del Nicchio. Lo vedemmo sfilare insieme ai vincitori senza capire il perché. 

Qualcuno ci disse che anche se la sua contrada non correva, il Montone aveva rischiato di vincere. Così c’era da festeggiare, più che per la vittoria della Chiocciola, per la sconfitta della nemica. 

Quando la piazza cominciò a svuotarsi, salutammo e ci incamminammo verso la macchina. 

Babbo ce l’aveva col ragazzo. 

È strano, diceva. 

A me non piaceva che ne parlasse male, anche se era evidente che per lui nemmeno esistevo.

Però avevo il cuore che traboccava di amore e da qualche parte dovevo pur metterlo.

Il Nicchio.

Mi comprate il fazzoletto del Nicchio? Chiesi mentre passavamo davanti ai negozi di souvenir palieschi.

Ma che te ne fai, non ti serve a nulla.

Voglio il fazzoletto del Nicchio.

Non se ne parla, diceva babbo.

Mi impuntai, e da San Domenico a San Prospero continuai a ripetere la stessa frase. 

Scoppiai in lacrime ma non ci fu niente da fare.

Da allora il colore dei desideri impossibili per me è l’azzurro mare della bandiera del Nicchio, più ancora del verde di quegli occhi che già non c’erano nemmeno più. 

(foto Dreamstime)

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L’amica inaspettata

Sempre al solito corso di Estetica c’era una ragazza, Silvia si chiamava forse, un po’ più grande di noi.

Il modo di vestire, il rapporto diretto e confidenziale con i prof, il suo essere distante anni luce da noi, suscitavano, almeno in me, un sentimento di una certa avversione nei suoi confronti.

Lei però rideva e parlava con tutti, con il suo nasino a punta, il viso affilato e i capelli neri, che qualche volta portava raccolti.

Non ricordo come e quando avvenne, forse fu dopo la cosiddetta lezione che io e L. tenemmo agli studenti del corso di Estetica, ma in qualche modo diventai amica di Silvia.

Un giorno mi invitò ad andare a trovarla a casa sua. Così la mia iniziale avversione non tardò a tramutarsi in ammirazione.

Silvia abitava in un appartamento in piazza del Campo, una torretta dalle parti del Casato, la via da dove entrano i cavalli del Palio.

Non potevi non notarla, quella torretta con due finestroni come gli occhi di Titti il canarino, guardando il cerchio di case che affacciano sulla piazza, e non potevi non chiederti chi fosse tanto fortunato da vivere proprio lì.

Quel pomeriggio dunque suonai il campanello e salii le scale fino lassù. Non credo di essere stata sola. È più che possibile che con me ci fosse proprio L.

Silvia stava con un lettore di tedesco dell’università e da poco aveva avuto un bambino.

Guardavamo lo spettacolo della piazza dall’alto, pieni di meraviglia, mentre Silvia ci offriva il tè e ci raccontava della sua gravidanza.

Quando partorisci, disse, non è che senti male. Senti Il Dolore, una cosa assoluta che sai non proverai per niente altro al mondo. Ma quando vedi tuo figlio passa tutto ed è solo gioia.

Non ho mai avuto bambini, ma questa frase di Silvia mi è rimasta talmente stampata dentro, che credo di averla ripetuta almeno cinquanta volte ad altrettante amiche partorienti.

Del resto delle cose dette quel pomeriggio, invece, mi è rimasto un ricordo piuttosto vago.

Lei che preparava la tesi in Estetica con Olivetti, il marito imbarazzato dalla nostra presenza, il bambino con i riccioli biondi.

Non mi pare che ci sia stata una seconda volta nella torretta, o se c’è stata, la mia memoria la riassume in un unico pomeriggio.

Silvia l’avrò incontrata di nuovo fra i corridoi di via Fieravecchia e nel palazzo di Sant’Ansano, come capitava un po’ con tutti. E poi, come è capitato con molti conosciuti in quei tempi là, l’ho persa di vista.

Qualche tempo dopo chiesi notizie di lei, non ricordo a chi.

Ma come, non l’hai saputo? Mi dissero.

Silvia è morta.

Oddio, ma che cosa è successo?

Forse un intervento chirurgico riuscito male, forse un malore improvviso.

E il marito, e il figlio?

Chissà, saranno andati a stare in Germania.

E io ci penso ancora, e ho davanti agli occhi l’immagine di Silvia, sbiadita come quelle ombre, una volta persone, fissate sui muri dall’esplosione atomica.

Che non si sa abbastanza, di loro, e mai potremo saperne di più.

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Così parlammo di Zarathustra

Qualche giorno prima che L. riemergesse dal passato per riconsegnarmi il libro di Bilenchi con dedica autografa per babbo, da quello stesso passato era già riemerso un vecchio appunto.

È il brogliaccio di una lezione che tenemmo insieme, io e L., agli attoniti, e forse anche piuttosto disinteressati, studenti del corso di Estetica dell’università degli studi di Siena, facoltà di lettere e filosofia, corso di laurea in musica e spettacolo.

Anche noi due eravamo solo studenti, ma all’epoca era molto viva in me una facoltà che forse, noto con dispiacere, si è un po’ spenta con il tempo, insieme alla fisiologica diminuzione della memoria. La fissa con i collegamenti.

Per cui, ogni cosa che leggevo, che ascoltavo, ogni persona che conoscevo, qualsiasi cosa, doveva per forza avere un corrispettivo altrove. Non una copia, ci mancherebbe, ma una relazione. Un è come se. Dei punti di contatto che mi aiutassero a fare dei nodi nella sterminata rete della conoscenza possibile.

Una specie di mappa mentale, prima di sospettare che esistessero e fossero state addirittura codificate.

Quindi, dal momento che il programma di Estetica di quell’anno affrontava il tema del superuomo di Nietzche e, immagino, per storia della Musica moderna c’era da approfondire la musica estenuante di Wagner, io studiai Nietzsche e ascoltai Wagner pensando incessantemente ai punti di contatto tra i due.

Poi, mentre un pomeriggio studiavamo insieme, prospettati a L. la mia teoria, proponendogli di approfondirla e presentarla al prof in occasione dell’esame.

Il prof era Alberto Olivetti. Che ci disse, tutto molto bello e interessante. Ma ora facciamo l’esame con il programma stabilito, poi fissiamo una data così illustrerete a tutta la classe la vostra teoria.

Mi sembra di ricordare che la lezione non fu proprio un’apoteosi, ma non credo nemmeno che ci abbiamo proprio perso la faccia.

Riguardando la vecchia traccia intanto noto che sono sintetizzati sei punti, nemmeno troppo motivati, dal che intuisco che l’idea ce l’avevo proprio in testa e mi bastava giusto il la per tirarla fuori.

Le calligrafie sembrano essere due, abbastanza diverse l’una dall’altra. Una piccola con le lettere strette e in alcuni casi pendenti verso destra, che credo fosse quella di L., l’altra più larga e ariosa, che riconosco essere la mia.

Il titolo è un po’ debole, “Nietzsche e Wagner: un binomio?”, ma all’epoca la conoscenza delle regole della comunicazione era sicuramente sotto lo zero.

Ogni punto, quindi, riporta il numero di pagina del brano di Così parlò Zarathustra al quale ci riferiamo, e il minuto dell’opera di Wagner alla quale lo compariamo.

C’è il mormorio della foresta dal Sigfrido, le tre metamorfosi che riportan al duetto di Venere del Tannhauser, la liberazione dal tu devi con la cavalcata delle Valchirie, l’entrata degli Dei nel Walhalla, l’analogia per contrario sul tema della redenzione, con la morte e la successiva salvezza di Tannhauser. E infine, la danza del superuomo e la danza degli apprendisti dai Maestri cantori di Norimberga.

“Quello della redenzione, scrivevo, è un tema caratteristico di Wagner (Tannhauser redento da Dio), con il passaggio dal così fu al così volli che fosse, inteso come volontà. Un altro gradino verso la costruzione del superuomo”.

Forse, quando avrò un periodo un po’ più tranquillo e contemplativo, potrei mettermi a ricostruire questa teoria, anche se, a dirla tutta, pensare oggi a Nietzsche e Wagner, con la loro energia ridondante e per alcuni versi malsana, mi sembra già di per sé l’anticamera di un possente mal di testa.

Di tutto quello studio e di quelle teorie, oggi ricordo la coscienza della pazzia. Di Nietzsche che, ormai delirante, suona il pianoforte con tutto se stesso, perfino, come ci disse soavemente il prof, con il membro.

Di Wagner, la cui musica, caratterizzata da giri armonici incompleti, lascia aperti spiragli che creano un senso di incompiutezza e di ansia in chi ascolta.

Mi resta l’immagine degli elicotteri di Apocalypse now, con le mitragliate al ritmo della cavalcata wagneriana. Mi resta l’orrore dello stravolgimento di teorie romantiche, sicuramente esagerate ma probabilmente anche abbastanza innocue (ma chi può dirlo), a beneficio e consumo della filosofia hitleriana che, quella sì, avrebbe sconvolto il mondo e l’idea stessa dell’essere umano, oltre ogni limite.

Senza alcuna possibilità di redenzione.

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Vita morte e misteri di una sanseveria

Lunga attesa fuori da un ufficio sanitario.

Squilla una suoneria, signora anziana risponde al telefono.

Si ode in lontananza voce femminile agitatissima.

  • Ma quale pianta? Dice l’anziana.
  • Ah, ho capito. La sanseveria che tenevi in salotto.

La voce dell’altra continua a riverberare in sottofondo.

  • Si vede che l’hai innaffiata troppo e l’hai fatta morire…
  • No, non la devi innaffiare per niente d’inverno.
  • Tranquilla. Ha le foglie talmente grasse che non secca. Fidati, io fo così.
  • D’estate è un’altra cosa. D’estate la porto fuori e la bagno ma d’inverno nemmeno una goccia. Devi sentire la terra secca secca.
  • Non muore, no.
  • Pensa che io avevo levato una foglia che mi pareva quasi morta e l’avevo messa fuori su quel mobilino vicino alla porta. Poi me l’ero dimenticata. Ci credi che dopo mesi l’ho trovata ancora bella grassa?
  • Eh, allora l’ho ripiantata. L’ho fatta tutta a pezzettini e li ho posati sul terriccio. Certo che ricrescono. Io le sfoltisco, non mi garbano quando le foglie sono tutte fitte.
  • Fra l’altro dicono che è una di quelle piante che purificano l’aria, bisognerebbe sempre tenerle in casa. In camera, anche meglio.
  • Vedrai, che vuoi fare? Ora levi la terra, che sarà tutta marcia, e la rimetti asciutta. Magari ti riprende.
  • No, sono sempre qui in fila. È già più di un’ora che aspetto.
  • Va bene. Mi raccomando, fai come ti ho detto, che poi passo a vederla.

Certe volte l’attesa è anche meglio di quando arriva il tuo turno.

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Il libro (e l’amico) ritrovato

È successo questo. Sono uscita per un lungo tour banca-dottore-supermercato con spesa di oltre 50 euro per riscuotere un buono sconto.
Appena posteggiato, sbirciando il telefono, ho visto un messaggio.
Ciao sono L. appaio dal tuo passato per restituirti questo.
L. è un amico dell’università che si è trasferito altrove.
Già in questi giorni l’ho pensato tantissimo a causa del ritrovamento di un appunto di quei tempi là con tutta una storia che mi piacerebbe anche raccontare, però era veramente da tanto che non ci si sentiva.
E questa cosa che mi voleva dare io non mi ricordavo né di averla avuta, né di avergliela prestata.
Era una copia dell’ultimo libro di Romano Bilenchi, Il gelo, con dedica autografa al mio babbo. Data: 1983.
Un po’ mi son sentita figlia ingrata, presto cose altrui e poi non me ne curo.
Che se penso invece a chi non mi ha restituito Il giovane Holden e La collina dei conigli, ancora ribollo.
Poi ho pensato anche, che persona questo L., Che passa un giorno da casa dei suoi, ritrova il mio libro e mi contatta per ridarmelo.
Avrebbe potuto tenerlo, avrebbe potuto far niente.
E invece ci siamo visti, ho saputo della sua vita, ho riannodato qualche ricordo. L’ultima volta che l’avevo visto fu al teatro dei Varii anni fa. Un’altra volta ho conosciuto un suo amico e abbiamo parlato di lui e nessuno credeva che lo conoscessi davvero perché era successo tanto tempo prima quando faceva cose che loro nemmeno sapevano.
L. è un artista. Suona e fa anche altro e sta in quella fascia dell’atmosfera un po’ sopra a quella dove respiriamo noi. Per questo lo sento come se fosse inarrivabile e quello che è successo oggi è stata, alla fine, una grande, immensa, inimmaginabile, esplosione di gioia.

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Il mistero della tessera scomparsa

Per la rubrica:
Cose che succedono solo a me.
Vado alla Usl a ritirare dei risultati per un prelievo effettuato il 16 dicembre. C’ero già stata due settimane fa.
Allora mi dissero.

  • eh, ma ci vuole almeno un mese.
  • infatti, è passato un mese
  • le do un consiglio. Torni fra due settimane.
    Torno.
    Solita attesa, solito ingresso contingentato.
    Al banco un ragazzo che conosco.
    Gli consegno la tessera sanitaria e lui controlla al computer.
  • ma quando le hai fatte queste analisi?
  • il 16 dicembre (ndr, 41 giorni fa)
    Voce fuori campo:
  • eh, ma per quelle deve aver pazienza, ci vuole almeno un mese.
    Fatti i conti, si ripete il teatrino della volta scorsa. Telefonata in laboratorio a Siena, i miei dati ripetuti ad alta voce a beneficio degli astanti.
    Tipa che dopo aver buttato giù il telefono, anziché darci la risposta, si allontana richiamata da un nuovo problema sopraggiunto.
    Attendo.
    Dopo un bel po’ la tipa di eh ma ci vuole almeno un mese mi porta la buona novella.
  • guardi, ci deve essere stato un problema con le spedizioni. Comunque a Siena ce le hanno. Ora ce le mandano per email e gliele stampiamo. Si sieda là che la avvisiamo noi.
    Attendo. Faccio un giochino sul telefono, parlo con un conoscente, rifaccio il giochino sul telefono.
    Arriva la busta con le analisi.
  • la tessera gliela abbiamo già restituita, vero?
  • no
  • aspetti qua
    Attendo. Gente arriva, ritira i propri risultati, prenota visite e va via. E io lì, in attesa della tessera.
    Mi avvicino allo sportello.
  • signora, deve avere pazienza.
    Dice la tipa del eh, ci vuole almeno un mese.
    Dico al ragazzo che conosco
  • scusa, me la passi la tessera che così me ne vado. Devi avercela tu
  • in realtà è sparita.
  • era sul bancone, se la deve essere presa la signora dopo di te. Stiamo cercando di contattarla al telefono ma non risponde.
    Ma io dico.
    Se a qualcuno dovesse essere accaduta una cosa più idiota di questa si faccia pure avanti, lo sfido a duello.
    (Dopo mi hanno telefonato.
  • abbiamo trovato la signora, dice che la riporta domani. Ma ormai ti richiamiamo quando la tessera è qua)

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La caffettiera a fiorellini rosa

“Me la ricordo perfettamente” dice la zia di A. guardando la foto della caffettiera di ceramica a fiorellini rosa che le ha inviato il nipote sul telefonino.

La zia di A., con sorelle (tra cui la mamma di A.), fratelli, genitori e nonni, è cresciuta nella casa colonica dove da quarant’anni mi sono trasferita io con la mia famiglia. E infatti è proprio nella scarpata dietro al pozzo, quella che scende giù verso il campo, che ho trovato la caffettiera.  

La famiglia lasciò la casa nel 1976, dopo la morte del patriarca, quindi la mezza moka risale agli anni precedenti. Soddisfatta della notizia, ma non appagata, vorrei sapere ancora chi la usava e come, quando facevano il caffè e chi lo beveva e chi no.

Penso alla vecchia caffettiera come a un improbabile cavallo di Troia che mi permetta di entrare, non vista, nelle stesse stanze che oggi per me sono quotidiane ma che allora erano vissute da altri.

La casa fu poi ristrutturata da un imprenditore nel 1978 e per pochi anni ci visse in affitto un magistrato con la moglie. Poi la pretura di Colle fu chiusa e anche il giudice si trasferì a Poggibonsi.

Erano i primi anni Ottanta, io frequentavo la quinta liceo e preparai la maturità cullata dal rumore del trattore che andava avanti e indietro nel campo sotto alla finestra di camera mia.

Ricordo quando babbo ci portò a vederla. A me sembrava impossibile che potessimo andare ad abitare in un posto così.

La casa era grandissima e isolata. Ci si arrivava percorrendo una strada sterrata tutta curve e salite. Avrei potuto organizzare feste, invitare amici, avere un sacco di spazio tutto per me.

La mia sorella invece rimase delusa. “Me la immaginavo almeno la metà della Reggia di Caserta” disse, tanto per stemperare gli entusiasmi.

I vicini di Campolungo, dove abitavamo prima, si divertirono a sparlare del nostro trasferimento, raccontandosi l’un l’altro di come fossimo caduti in basso. Secondo loro eravamo andati a finire in una catapecchia semidiroccata in mezzo ai boschi. In quegli anni c’era il mito della città e la campagna era degli sfigati che ancora non ce l’avevano fatta a fuggire. Figurarsi chi andava a infilarcisi apposta.

Poi c’era anche l’eterno sport del godere di fronte alla disfatta altrui, fingendo una pena che mascherava una soddisfazione un po’ perversa e qualche volta dava anche l’opportunità di pronunciare frasi del tipo, io l’avevo detto, che ti aspettavi?

Per rimettere le cose a posto venne a trovarci il Verdiani che, constatate di persona le condizioni della nostra nuova casa, tornò in Campolungo autoinvestendosi del compito di dire a tutti la verità.

Poi sono successe molte cose, che ora non starò a dire. 

Sono diventata amica di A., senza sapere che la sua mamma viveva qui, e ogni tanto gli chiedo qualcosa della casa di quei tempi, dove facevano l’orto, dove stavano gli animali.

A loro ha portato fortuna, se si considera il destino luminoso di A. e di suo fratello.  

Non sarà possibile sapere il momento preciso in cui la caffettiera di ceramica a fiorellini rosa è finita nella scarpata. Ma se si fanno bene i conti, la signora dovrebbe aver collezionato almeno una cinquantina di anni. 

E come è giusto che sia, ha ancora tutto il tempo che vuole, davanti a sé. 

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