Il posto di blocco

Anche quella mattina uscii come al solito intorno alle 10 per andare al lavoro. Quella volta, a dire il vero, era un po’ più tardi. Tanto che, quando andai a salutare il mio cane Taro, un siberian husky bianco e rosso che avevo salvato da una serie di abbandoni, presi la ciotola della pappa e anziché portarla a casa la infilai nel portabagagli della macchina, una Polo Volkswagen bianca usata.

Poi attraversai la città per infilarmi sull’autopalio in direzione Siena, dove lavoravo nella redazione di un giornale. Sarei uscita dopo nemmeno mezz’ora all’Acquacalda, subito dopo il varco per Siena Nord, se nella piazzola prima della galleria una pattuglia della Guardia di Finanza non mi avesse mostrato la paletta intimandomi lo stop.

Misi la freccia a destra e fermai la macchina. 

“Patente e libretto” disse uno dei finanzieri avvicinandosi al finestrino.

Consegnai i documenti.

Mentre aspettavo che me li ridessero indietro con un “grazie, può andare”, uno dei finanzieri mi chiese di aprire il portabagagli.

Era armato e teneva una specie di mitra a tracolla, rivolto verso il basso.

Scesi dall’auto e lo aprii.

“E quella che cos’è?”

“È la ciotola del mio cane”.

“E perché la tiene nell’auto?”.

“L’avrei dovuta riportare a casa ma siccome stavo facendo tardi l’ho lasciata in macchina. Ci penserò stasera quando rientro”.

“Dove sta andando?”

“Al lavoro, sono una giornalista”.

“E dove abita?”

“A Colle Val d’Elsa”

“E ha un cane…”

“Si, certo”

“È sicura che quella sia la ciotola del cane?”

“Ma sì, ci mancherebbe. Quale sarebbe il problema, mi scusi?”.

“Lei non si preoccupi. Quindi lei di solito porta la ciotola del cane in macchina mentre va al lavoro?”

“No, in genere non lo faccio. Stamani mi ci è rimasta perché ero in ritardo…”

“Ma perché ha messo la ciotola nel portabagagli?”  

“Perché non avevo tempo di riportarla in casa, gliel’ho detto. Ero in ritardo”.

Non riuscivo a capire che cosa ci fosse di tanto importante in una ciotola in plastica rossa sporca.  

Continuarono a chiedermi più volte perché avessi quella ciotola e se fosse vero che avevo un cane. E ogni volta ripetevo la storia di Taro che stava nel recinto dietro al garage. Di ogni mattina che andavo a riprendere la ciotola nel recinto e la portavo in casa per sciacquarla cosi che fosse pronta per la pappa della sera. E di quella mattina che invece, essendo in ritardo, avevo cambiato la mia routine lasciando la ciotola in macchina.

L’avevo fatto apposta, era stata una dimenticanza? 

Cominciavo ad innervosirmi. Non solo non capivo il motivo di tanto interesse per una semplice ciotola da cane, non solo stavo rispondendo da un quarto d’ora alle stesse domande. Ma non coglievo la minima utilità in quell’interrogatorio. Senza contare che il mio ritardo stava ormai diventando esagerato e di lì a poco, sempre che mi avessero lasciato andare, avrei dovuto sorbirmi il sarcasmo del capo sulle mie abitudini mattutine. 

“Senta, se vuole telefonare in redazione possono confermarglielo loro che mi aspettano al lavoro” dissi nella speranza di uscire da quell’incubo. 

I Finanzieri si guardarono e alla fine uno di loro disse, “va bene, può andare”.

Schizzai al lavoro. Posteggiai l’auto e salii le scale esterne più trafelata del solito. 

Per giustificarmi del ritardo raccontai la storia assurda del posto di blocco.

“Avranno sospettato che portavi da mangiare nel nascondiglio di uno dei rapiti”, disse una collega.

In quegli anni, all’inizio dei ’90, la Toscana era ancora terra di nascondigli per le persone sequestrate dall’anonima sarda. 

All’improvviso tutto mi fu chiaro. 

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