La caffettiera a fiorellini rosa

“Me la ricordo perfettamente” dice la zia di A. guardando la foto della caffettiera di ceramica a fiorellini rosa che le ha inviato il nipote sul telefonino.

La zia di A., con sorelle (tra cui la mamma di A.), fratelli, genitori e nonni, è cresciuta nella casa colonica dove da quarant’anni mi sono trasferita io con la mia famiglia. E infatti è proprio nella scarpata dietro al pozzo, quella che scende giù verso il campo, che ho trovato la caffettiera.  

La famiglia lasciò la casa nel 1976, dopo la morte del patriarca, quindi la mezza moka risale agli anni precedenti. Soddisfatta della notizia, ma non appagata, vorrei sapere ancora chi la usava e come, quando facevano il caffè e chi lo beveva e chi no.

Penso alla vecchia caffettiera come a un improbabile cavallo di Troia che mi permetta di entrare, non vista, nelle stesse stanze che oggi per me sono quotidiane ma che allora erano vissute da altri.

La casa fu poi ristrutturata da un imprenditore nel 1978 e per pochi anni ci visse in affitto un magistrato con la moglie. Poi la pretura di Colle fu chiusa e anche il giudice si trasferì a Poggibonsi.

Erano i primi anni Ottanta, io frequentavo la quinta liceo e preparai la maturità cullata dal rumore del trattore che andava avanti e indietro nel campo sotto alla finestra di camera mia.

Ricordo quando babbo ci portò a vederla. A me sembrava impossibile che potessimo andare ad abitare in un posto così.

La casa era grandissima e isolata. Ci si arrivava percorrendo una strada sterrata tutta curve e salite. Avrei potuto organizzare feste, invitare amici, avere un sacco di spazio tutto per me.

La mia sorella invece rimase delusa. “Me la immaginavo almeno la metà della Reggia di Caserta” disse, tanto per stemperare gli entusiasmi.

I vicini di Campolungo, dove abitavamo prima, si divertirono a sparlare del nostro trasferimento, raccontandosi l’un l’altro di come fossimo caduti in basso. Secondo loro eravamo andati a finire in una catapecchia semidiroccata in mezzo ai boschi. In quegli anni c’era il mito della città e la campagna era degli sfigati che ancora non ce l’avevano fatta a fuggire. Figurarsi chi andava a infilarcisi apposta.

Poi c’era anche l’eterno sport del godere di fronte alla disfatta altrui, fingendo una pena che mascherava una soddisfazione un po’ perversa e qualche volta dava anche l’opportunità di pronunciare frasi del tipo, io l’avevo detto, che ti aspettavi?

Per rimettere le cose a posto venne a trovarci il Verdiani che, constatate di persona le condizioni della nostra nuova casa, tornò in Campolungo autoinvestendosi del compito di dire a tutti la verità.

Poi sono successe molte cose, che ora non starò a dire. 

Sono diventata amica di A., senza sapere che la sua mamma viveva qui, e ogni tanto gli chiedo qualcosa della casa di quei tempi, dove facevano l’orto, dove stavano gli animali.

A loro ha portato fortuna, se si considera il destino luminoso di A. e di suo fratello.  

Non sarà possibile sapere il momento preciso in cui la caffettiera di ceramica a fiorellini rosa è finita nella scarpata. Ma se si fanno bene i conti, la signora dovrebbe aver collezionato almeno una cinquantina di anni. 

E come è giusto che sia, ha ancora tutto il tempo che vuole, davanti a sé. 

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