Una cosa che non avevo considerato, aprendo il blog di ricette, è che qualcuno avrebbe potuto provare a metterle in pratica. Sì, lo so che è una cosa quasi scontata. perché altrimenti uno si metterebbe a cercare ricette su internet se non avesse intenzione di sperimentarle?
Anche questo è vero, ma mi sento comunque in dovere di avvertire tutti coloro che, eventualmente, trovassero le mie spiegazioni quantomeno sbrigative.
Dicendo, prima di tutto, che per me cucinare è divertimento, relax, occasione di creatività.
Quindi chi cerca ricette con l’indicazione esatta degli ingredienti e delle misure, oltre che dei tempi di cottura, dei gradi eccetera, è meglio che peschi da qualche altra parte.
A me piace cucinare come a un pittore può piacere dipingere.
Hai i colori sulla tavolozza, componi un disegno. Magari qualcosa che hai già in mente o qualcosa che invece nasce come da solo al momento che ti metti all’opera.
In genere faccio la spesa comprando ciò che mi piace, verdure, formaggi, cereali, spezie. Solo in seguito decido che cosa farci, come comporli, abbinarli, cucinarli.
Davanti a un frigo pieno di verdure, dopo averle guardate tutte, in genere prendo quelle più delicate, quelle più fresche, quelle che rischiano di appassire e ci invento una zuppa, un’insalata, le faccio saltare in padella o le cucino al forno. Dipende
Ormai in tanti anni di vita indipendente ho elaborato un modo personale di cucinare (ma credo che questo capiti un po’ a tutti) per cui certi gesti sono abituali, scontati, non stai nemmeno a spiegarli. Del tipo: se fai un piatto di spaghetti non descrivi certo la procedura da quando metti la pentola con l’acqua sul fuoco a quando scoli la pasta…
Ma questo vale anche per altri tipi di cottura
Da qualche tempo la gioia più grande in cucina è portata dalle spezie.
Ne ho di tutti i tipi, colorate, profumate, saporite, in tanti barattolini di vetro raccolti in un cestino.
All’inizio può sembrare arduo pensare a come usare la curcuma, i semi di cumino, zafferano, zenzero, cannella o cardamomo… per non parlare dei masala o dei churna, che sono semplicemente delle misture di spezie diverse
Allora ti cerchi la ricetta: con il cardamomo si fa il khir, una buonissima crema dolce di latte e riso, con la cannella i rotolini (come quelli che vendono in busta all’ikea), la curcuma è una base per tutte le zuppe ma più in generale per cucinare le verdure, i semi di cumino stanno bene nelle falafel, le polpettine di ceci mediorientali.
Poi si inventa. Una volta che ne conosci il sapore e gli effetti sui cibi, una volta che padroneggi gli ingredienti e le varie tecniche di cottura (sempre molto semplici, per scelta) per aver sperimentato questo e quello, allora crei, inventi
E non è detto che venga sempre tutto bene. Questo è il rischio, è naturale.
Ma non importa
È un po’ come fare il musicista jazz. Duri anni di studio della musica, solide basi, ma poi, quando sei sul palco, improvvisi
Ecco, io ci ho provato anche a salire sul palco e a improvvisare. Ma direi che in cucina le jam session mi vengono molto meglio…
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cucina jazz
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di blog in blog
Sgranocchio una tavoletta di cioccolato al latte con le mandorle che e’ una delizia mentre scrivo sul blackberry. Il computer, come accade sempre quando ne ho maggior bisogno, oggi non va. E allora sfogo la necessita’ di scrivere che mi e’ presa oggi, insieme alla voglia di cioccolato, sul telefonino. Benedetto sia il blackberry.
Ci pensavo in questi giorni e ne parlavo anche poccon le mandorleo fa con un’amica su quanto in questo periodo mi piaccia leggere i blog. Anche lei pensava la stessa cosa.
Ce ne sono di bellissimi. Quelli fotografici, per lo più di ragazzi americani, sono super.
Ma quel che più mi piace a dire il vero e’ leggere i post delle persone che conosco ed entrare nella loro vita silenziosamente dalla finestra che loro stessi hanno scelto di tenere aperta.
Non e’ un atteggiamento morboso il mio, di questo sono più che certa. Anzi, a volte mi stupisco di quanta sincerita’ e intimita’ mettano in ballo alcune blogger. E mi chiedo se anche io saprei fare lo stesso.
Come Sonia, in gelateriesconsacrate.blogspot.com, che con poetica leggerezza e in terza persona racconta incontri e amori calpestando terreni più o meno tabu’.
O come Giorgia, nel suo Glog (giorgiasegato.tumblr.com). Lei scrive a mano e posta il foglio fotografato. Leggendo i suoi sfoghi familiari, le vicende della sua vita, le sue parole piene di amore e sofferenza confesso che ho pianto.
Poi c’e’ il blog di Giulia (lagiulina.blogspot.com) incrociata un giorno per caso su facebook e mai conosciuta di persona. Ora a dire il vero ci si scrive in privato e chissa’ magari ci si incontrera’ anche prima o poi. Anche se ultimamente scrive poco devo dire che il suo blog mi ha fatto fare delle risate esagerate. Proprio divertente
Raffaella ha aperto il suo blog (raffaellasarracino.wordpress.com) su mio input per cui quello me lo sento un po’ mio. E mi piacerebbe anche che scrivesse di più, anche se riconosco che non e’ sempre facile avere un argomento da condividere con gli altri
e comunque, si diceva prima anche con la mia amica, uno dei “problemi” di certe blogger è che partono a razzo con una raffica di post da urlo e ti fanno venire la voglia di leggerle. poi basta, stop.
e te rimani lì, continui a visitare la home page, e niente…
Il fatto e’ che il blog e’ bello leggerlo quando lo scrive una persona che conosci perche’ ci trovi dentro la sua vita, i suoi pensieri, e spesso e’ anche un modo per vedere aspetti altrimenti invisibili. O per rimanere in contatto in modo un po’ più profondo rispetto a un sms saltuario o a un’amicizia su facebook.
A me piacerebbe tanto che le mie amiche più strette, e anche i miei amici (sì lo so, parlo sempre al femminile) avessero un blog su cui seguire l’evoluzione delle loro vite. O se non altro, delle loro giornate
Quello che loro fanno con me, insomma
I miei blog preferiti li ho messi sul blogroll di questa pagina in basso a destra. Il primo e’ stato animali e dintorni di Paola (blog.libero.it/surfinia09) che mi ha beccato fin da subito, quando io sono partita con il profumo dello zenzero, seguendomi e incoraggiandomi nei primi incerti passi sul web.
Il padre di tutti i blog pero’, non dimentichiamolo, e’ Carlo.
Probabilmente ne avra’ aperti anche prima che esistessero veramente o comunque gia’ ai tempi in cui a quelli come me la parola blog oltre a causare un lieve giramento di testa richiamava alla mente soprattutto la rubrica di raitre.
Che poi era… Come? Blob?
Ecco, gia’ dimenticata quella parola, cancellata quasi…
Potere dell’on line che avanza
Ricordo una sfilza di pensieri letti su un suo blog nell’anno orribilis della sua vita. Conoscevo le situazioni che raccontava, ma non i pensieri che ci stavano dietro e che lui coraggiosamente riversava in frasi toccanti che mi si sono incise nel cuore.
Ivana ha aperto il blog di tikal ma per il negozio (www.tikalincensi.com). Figurarsi se scrive qualcosa di se’… 🙂
Roberta scrive le sue ricette su cucinaconrob.wordpress.com ma qualche piccola nota personale ci scappa sempre anche se appena appena accennata.
Tramite lei ho conosciuto il sito di un’altra blogger, noolyta, (www.noolyta.com) una giovane cineasta lombarda che mi e’ sembrata molto interessante.
Anche io alla fine ho aperto un altro blog, per le ricette (lacucinadisimona.wordpress.com) sviluppando quella che era soltanto una pagina con tutti i suoi limiti. Oltre alle ricette mi piacerebbe scriverci anche una specie di diario delle cene e dei pranzi con gli amici.
Un giorno mi sono messa a sfogliare i blog a caso. Oddio! Ecco, proprio questa parola doveva venirmi… Non ci si puo’ immaginare quanti siti di carattere religioso ci siano. Un’infinita’… Parrocchie, pellegrinaggi, simil santoni, catechisti via web, anime pie che rispondono alle domande di chi ha problemi… Mah? Quelli dico la verita’ fanno una tristezza…
Invece altri blog carini sono quelli di moda. Vedere raptus & rose (www.blog.raptusandrose.com) e da li’ rimanda ad altri molto ganzi, anche stranieri, per chi e’ interessato all’argomento.
Fra i siti di cucina c’e’ the weekly spoon, o qualcosa del genere, ma anche altri che becco a caso qua e la’ su wordpress non sono male. Per lo più in lingua inglese, come quelli fotografici o come quelli più comici.
Uno, l’altro giorno, dava consigli su come comportarsi nel caso gli alieni fossero scesi sulla terra…
Un’altra tipa commentava in modo buffo i regali di Natale che riceveva solitamente dai parenti (in particolar modo dalla suocera)
Per tornare sul fronte gastronomico, che in questo periodo e’ un argomento che va molto, c’e’ anche la tizia che cucina con gli avanzi. Ma non quelli del pasto, gli scarti degli alimenti (www.ecocucina.org). Tipo le barbe dei porri, le bucce delle mele e di altra frutta e verdura. Letta ma mai sperimentata. Fra l’altro ha scritto pure un ricettario per cucinare in lavastoviglie tanto per utilizzare il vapore che andrebbe sprecato solo per i lavaggi
Poi c’e’ cobrizo (cobrizoperla.blogspot.com). Una bellunese, fra l’altro. Cuoca e artista. Di queste non scrivo gli indirizzi (ecco invece ora ho rimediato) perche’ non me li ricordo e devo recuperarli dal computer quando smettera’ di fare le bizze…
Chi dimentico? Sicuramente qualcuno…
Ma nel caso lo aggiungero’ prossimamente, anche nel caso che le mie amiche si decidano ad aprire un blog (ma ci spero poco) e quindi debba aggiornare la lista…
Intanto, come dire, e’ finita anche la cioccolata…
Inviato tramite WordPress for BlackBerry.
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non ce la farò mai…
io non credo che ne uscirò.
ho deciso di utilizzare il giorno libero per rimettere a posto le pile di fogli e giornali accumulati in… mesi? anni? boh… e sinceramente devo combattere ogni minuto che avanza con un senso di ansia crescente
allora, il problema non è solo quello di gettare l’inutile, che è sempre un gesto liberatorio e che alleggerisce oltre a cassetti e scaffali anche l’aria di casa
poi però c’è da catalogare.
e qui arriva il difficile (almeno per me)
allora, a questo proposito c’è uno scatolone di cartone che sta dentro un armadio (rosso, di lacca, cinese, wow!) che contiene tutto ciò che non può stare fuori. depliant e fotocopie di argomento filosofico, natura, viaggi e salute, per esempio. e anche qualche libro di argomento correlato
nello scatolone poi ci sono le cartelline “nominate”: casa, auto, banca, giornalisti, gazzettino, bollette, dichiarazione dei redditi, ricevute sanitarie e via dicendo.
nel tempo sono nate altre sotto cartelline, più specifiche: mal di testa, omeopatia, pelle, ginecologo e varie.
ecco, varie
ora, se il problema è inserire nella cartella varie tutto ciò che pur riguardando cure e terapie non rientra specificamente nelle cartelline suddette è ok.
ma per il resto come si mette?
cercherò di spiegarmi, anche se mentre scrivo sono in pieno caos con mucchietti di carta impilati su divano, tavolo e sedie, senza tralasciare il pavimento.
nella pila indistinta di inserti di giornale, fogli e foglietti, ricevute, depliant, cose diverse assumono una forma propria. come se fossero un tutt’uno
quando le liberi e decidi di raggrupparle per insiemi e sottoinsiemi invece si riappropriano della loro unicità, ma allo stesso tempo si moltiplicano. all’infinito, soprattutto.
e qui sale il panico
perché se posso fare un insieme con i pagamenti e le ricevute varie che successivamente suddividerò nelle apposite cartelline, non so proprio che cosa fare di… chessò… lo scambio di email con il produttore di miele (terapie naturali? gastronomia e ricette di cucina?)
e fosse solo questo!
biglietti del cinema, cartoncini di negozi e ristoranti vanno in una scatolina di plastica. finché ce ne staranno…
prendo bracciate di corrieri della sera e li getto nella carta resistendo stoicamente alla voglia di sfogliarli da cima a fondo nel caso ci fosse un articolo interessante da ritagliare (e mettere dove, poi?)
però mica posso buttare quel magazine con woody allen, “come nasce una battuta”, o quello con l'”esclusivo” su oriana fallaci. ma nemmeno “ecco a voi Millennium” o, eh no cavolo, la “mia new york” di tom wolfe…
anche se probabilmente non li leggerò mai
ma che stiano lì, impilati da qualche parte che entro stanotte deciderò, mi pare rassicurante, quantomeno
la cucina ormai fatta e finita mi permette di gettare depliant dell’ikea e di mobilia varia (però mi tengo quello dell’ovvio). ma il progetto originale no, non voglio buttarlo. solo che non posso fare una cartellina progetti perché ci sguazzerebbe solitario chissà fino a quando… e allora? mah, quasi quasi lo passo nella cartella “casa” con le ricevute dell’affitto e delle spese condominiali…
sono lontanissima dalla meta. anche se le pile di fogli non ci sono quasi più non ho veramente idea di dove sistemare i documenti ormai sparsi ovunque.
rimettere a posto fogli e riviste è fare un salto nel passato recente.
rileggere le critiche ai film visti negli ultimi anni, le mail che per qualche motivo serviva stampare, ritrovare i bigliettini dei ristoranti fa ricordare certe sere con gli amici.
non è solo rimettere in ordine è proprio un viaggio nella memoria
per questo ti fa perdere un sacco di tempo
anche se è quasi divertente
alla fine è un gran casino
mi sa proprio che non ne uscirò mai
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morte di un musicista
Nel reportage del concerto di Bob Dylan a Padova leggo il nome di Toffoletti.
E’ un flash. Mi ritorna in mente un giorno di tanti anni fa.
Lavoravo a Rovigo e seguivo la nera.
La mattina nel consueto giro telefonico mi informano che durante la notte c’è stato un investimento mortale. Avevano preso sotto un barbone. Guido Toffoletti, 48 anni. Non faccio in tempo a finire di scrivere che mi piomba addosso un collega che comincia a urlare e a sbracciarsi. Io non capisco che cosa vuole, finisco di parlare con la polizia e riattacco.
Il collega, concitato, mi spiega che se è veramente morto Toffoletti in realtà non si tratta di un barbone, ma di un musicista di livello internazionale.
Bastano un paio di telefonate per capire che era proprio lui.
Ricordo ancora quando sono andata a parlare con la polizia stradale in caserma. C’era un poliziotto che insisteva. “Era un barbone, niente più. Un ubriaco”.
E io, ancora ingenua e fiduciosa nell’umanità (era tanto tempo fa) cercavo inutilmente di convincerlo che non era così.
Oggi leggendo l’articolo di Giò Alajmo sul concerto di Bob Dylan ho trovato questa frase: “Grazie a Toffoletti, bluesman veneziano amico di Mick Taylor, finimmo nel suo (di Bob) camerino”.
E mi si è aperto uno squarcio nella memoria. Rivedo il collega disperato che mi piomba addosso, rivedo il sorrisetto ottuso del poliziotto che insiste a denigrare quell’uomo morto che, artista o non artista, era pur sempre un uomo.
E a distanza di tanti anni questa cosa mi crea ancora un senso di pena infinita.
Non avevo mai conosciuto Guido Toffoletti, né avevo mai ascoltato la sua musica, ma rimasi colpita dalle parole cattive e ingiuste su di lui, oltre che dal giudizio superficiale e sprezzante, tanto che ancora oggi le ricordo.
Era il 22 agosto 1999.
Al tempo scrissi questa cronaca sul Gazzettino.
“Era uscito per prendere una boccata d’aria. Non ha più fatto ritorno. La morte assurda di Guido Toffoletti, 48 anni, bluesman veneziano di livello internazionale, si è consumata alle prime ore della mattina di ieri sulla Monselice mare, a una manciata di chilometri dalla casa dell’amico Lino Lionello, a Conche di Codevigo, nel Padovano, da dove aveva avuto inizio la serata. Erano da poco passate le 4 del mattino quando Toffoletti, che viaggiava su una bicicletta da donna di vecchio tipo con i freni a bacchetta in direzione nord verso Santa Margherita, tornando verso la casa dell’amico, è stato tamponato violentemente da un’auto, una Renault Twingo condotta da un giovane di Cavarzere, E.C., di 33 anni. L’uomo ha fatto un volo di quasi cinquanta metri, ed è morto per le lesioni riportate nell’impatto con l’asfalto. Immediatamente sono giunti i soccorsi. Purtroppo, per Toffoletti non c’era più niente da fare. La salma è stata portata alla camera mortuaria dell’ospedale di Cavarzere. La dinamica ricostruita dalla Polstrada di Rovigo, la cui pattuglia era in servizio sulla Romea, appare abbastanza chiara. Toffoletti pedalava stando sul limite del lato destro della carreggiata, senza però approfittare della corsia di emergenza che gli avrebbe garantito una maggiore sicurezza. È passata una prima auto, che l’ha schivato per miracolo. Al primo incrocio l’automobilista ha fatto dietrofront, probabilmente per avvertire il ciclista di tenersi più vicino al margine della strada. Non ha fatto in tempo. In quell’attimo è sopraggiunta la Twingo, che ha tamponato Toffoletti. È stato il primo autista, testimone involontario del terribile incidente, a dare l’allarme. Guido Toffoletti sabato era uscito con Lionello ed un altro amico per trascorrere la serata al Piper di Mezzogoro, il night di Lionello, nel Ferrarese. A mezzanotte Toffoletti si era allontanato per prendere una boccata d’aria, senza avvertire gli amici. Questi non vedendolo rientrare, ad una certa ora sono tornati a casa, a Codevigo. Sulla Monselice mare, a 700 metri dal punto dell’incidente, alle 4, l’hanno visto a cavallo della bici e l’hanno affiancato offrendogli un passaggio. «Lasciatemi stare – ha risposto – che ormai sono arrivato». I due si sono allontanati sicuri che l’amico dopo pochi minuti di marcia avrebbe raggiunto l’abitazione di Lionello dove avrebbe recuperato la Golf Cabrio che vi aveva parcheggiato davanti. Ma Guido Toffoletti, non è mai arrivato: è stato travolto 15 minuti dopo aver salutato gli amici. Lionello, che ieri mattina dopo aver visto l’auto ancora parcheggiata davanti a casa sua preoccupato l’ha cercato ovunque, non si spiega come l’amico abbia potuto pedalare per 60 km, né dove abbia recuperato il mezzo. «Di una cosa sono sicuro però – afferma con la voce incrinata dal dolore – e voglio che si dica. Guido non era ubriaco, perché è sempre stato astemio».
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due o tre cose che ho imparato in questi giorni
che in certi ambienti un atteggiamento onesto e gentile può anche commuovere
che un’idea unisce ma la stessa idea può anche dividere
che un malessere interiore può generare una reazione spropositata
che un dono inaspettato riscalda il cuore e ti cambia la giornata
ma che una parola cattiva lo fa ancor di più
che l’ignoranza e la maleducazione stringono lo stomaco e induriscono il cuore
che non sempre essere gentili equivale ad esser trattati con gentilezza
che una lettera è perfetta per coltivare un’amicizia senza internet
che c’è sempre qualcuno pronto a aiutare e qualcuno pronto a parlare
che a casa si mangia molto meglio che al ristorante
che in certi casi il telelavoro sarebbe la soluzione ideale
che i fiori profumano ma non sempre sono graditi
che a volte succede quello che mai ti saresti aspettato
che una critica ingiusta fa sempre male ma se arriva da un amico lascia una ferita profonda
che se pensi senza motivo a una persona forse è perché anche lei, in quel momento, sta pensando a te
che le suole delle scarpe da ginnastica raccolgono una incredibile quantità di schifezze
che c’è chi è fatto per dare e chi invece prende sempre
che le cose possono anche cambiare in meglio, a volte
che l’entusiasmo è contagioso
ma che anche la cattiveria la rabbia e l’infelicità lo sono
che si può anche dormire meno
che esistono rose che crescono all’ombra
che una passeggiata fra gli alberi fa sempre bene, anche quando piove
che il buon cibo influenza l’umore e fa stare meglio
che stare da soli e in silenzio è uno dei lussi della vita
che ricambiare la gentilezza con un dono è un piacere ancor più grande
che non sempre è giusto rimanere in silenzio
che la tv può anche stare spenta
che al di là dell’illusione il mal di testa torna sempre, prima o poi
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mistero nel bosco
ogni volta che vado nel bosco da sola mi chiedo che senso ha andarci senza un cane
e per chi, come me, ha sempre avuto, quando non uno, due cani, la domanda è pertinente
con il cane le sensazioni già fantastiche di per sé offerte dalla natura si amplificano
lo spettacolo dell’amico animale che corre felice annusando odori che tu non sentirai mai, puntando animaletti che solo lui vede, scavando entusiasta nel terriccio alla ricerca di chissà che, è impagabile
di vanessa ricordo la passione da cacciatrice. non le sfuggiva nulla.
una volta mi fece anche disperare perché passeggiando scoprimmo una povera fagianella ferita che qualche anima compassionevole aveva riparato in un cespuglio un po’ in alto, mettendole accanto una ciotola con dei semini
vanessa non sentì ragioni. nonostante le mie urla azzannò la fagianella, corse fino a casa, mentre io la inseguivo cercando di toglierle il povero animale di bocca, e si rifugiò da qualche parte a divorare la sua preda
rimasi sconvolta
anche se, in fondo, vanessa aveva soltanto seguito il suo istinto e quindi la legge della natura
era il marzo del ’99, lo ricordo bene perché ero appena tornata da seattle
non so se questa cosa si è risaputa e se qualcuno si sia chiesto che fine avesse fatto la povera fagianella
nel caso, spero che non abbia trovato la risposta
un giorno, passeggiando con vanessa nelle nostre campagne, babbo incrociò un cacciatore
questi gli propose di scambiarsi i cani perché il suo era poco buono nella caccia mentre vanessa, si capiva bene, era una cacciatrice nata
ovviamente lo scambio non ci fu
e da allora abbiamo sempre riso, fra il divertito e lo scandalizzato, del concetto utilitaristico che aveva il cacciatore del suo cane
per noi no, non era così
per noi vanessa era una di casa
e ora vorrei evitare di raccontare i suoi ultimi istanti di vita, anche se da quando è accaduto, ho pensato duemila volta di scriverlo
vanessa era un setter irlandese. per alcuni anni con lei c’è stato anche gastone, della stessa razza, ma preso al canile dove era finito all’età di 3 anni e mezzo dopo aver vagabondato nei boschi di radicondoli con altri due cani
un giorno stavo passeggiando con i due “ragazzi” dal pelo fulvo nei boschi sopra a casa. come al solito, quando ero in loro compagnia, camminavo assorta nei miei pensieri, mentre loro correvano avanti e indietro, esplorando la campagna
ad un tratto, alzando la testa, vidi un uomo passeggiare in mezzo a un campo
era distante poche decine di metri, lo vidi distintamente
era alto, camminava eretto e quasi rigido. indossava un cilindro nero, un abito nero di foggia ottocentesca con il mantello e uno jabot bianco. sembrava un nobile di epoca risorgimentale.
la visione fu talmente improvvisa e inaspettata che la mia prima reazione fu quella di nascondermi dietro un cespuglio
non so perché, ma ricordo che il cuore iniziò a battermi all’impazzata
anche dopo tanti anni non so spiegarmi il motivo di questa mia reazione
rialzandomi e guardando nello stesso punto però vidi che l’uomo non c’era più. sparito. puff
allargai lo sguardo tutto intorno, ai vari sentieri e passaggi, ma niente
se fosse stato reale non sarebbe potuto sparire così.
con quel vestito, poi
non ho mai parlato a nessuno di questa visione, ma ogni volta che passo da quel bosco mi torna in mente l’uomo alto col cilindro.
oggi la sua immagine distinta mi è riapparsa davanti agli occhi mentre passeggiavo in questa domenica bellunese umida e piovigginosa
ma il suo mistero, credo, rimarrà tale per sempre
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un’estate al mare
Era l’estate del 1979. E io avevo 16 anni.
Quell’anno la mia famiglia aveva deciso di andare in vacanza a Paestum, allontanandoci così dalla Punta Ala che da anni ormai era lo scenario consueto delle nostre estati. Partivamo con la roulotte al traino poi, arrivati sul posto, nel campeggio scelto dai miei genitori, la posteggiavamo in una piazzola, in genere scegliendo la più riparata e isolata possibile. Poi montavamo la veranda. C’era un linoleum beige che faceva da pavimento, un predellino su cui si saliva, come su uno scalino, per entrare nella roulotte. E poi il tavolino, le sedie, e tutto quel che serviva.
Dico facevamo, ma in realtà facevano tutto i miei genitori. Non ricordo nemmeno di aver mai preparato le valigie all’epoca. Di sicuro ci pensava mia madre. Mamma preparava vestiario, cibo e suppellettili varie e babbo pensava all’auto, alla roulotte, al campeggio. E al viaggio.
Eravamo in quattro, babbo e mamma, io e Paola, la mia sorella minore.
Le vacanze in campeggio erano una regola. Non c’era stata una scelta vera e propria, un momento in cui avevamo deciso di farle così. Oddio, magari per i miei genitori sì. Ma per me, le avevamo sempre fatte. Erano normali.
E oggi so che le avrei preferite comunque ad una vacanza in pensione, con i pranzi e le cene obbligate, e tutto quello che comporta la vita d’albergo.
La roulotte era a metà con gli zii. Noi partivamo all’inizio di luglio, montavamo tutto e passavamo tutto il mese a Punta Ala. Avevamo anche un motoscafo. Il motore mi pare fosse di 110 cavalli. Insomma, un bel fuoribordo anche se senza pretese. Ricordo che avevo iniziato a fare sci d’acqua. Avevo una grande resistenza ed ero anche molto più brava di tutti i ragazzi della compagnia, cosa che mi riempiva di orgoglio.
A fine luglio tornavamo a casa ma la roulotte e la barca rimanevano in campeggio ad aspettare gli zii con mio cugino. Loro avrebbero trascorso il mese di agosto al mare, avrebbero smontato tutto alla fine della vacanza e riportato a casa la roulotte seguendo uno schema ormai consolidato da anni.
Il campeggio significava libertà assoluta. Allora la vivevo in pieno ma senza una vera consapevolezza. Ora, anche se non ci vado più, lo so bene. E, potendo, lo sceglierei ancora. Ma non con la vecchia roulotte, parcheggiata ormai senza più speranze sotto una tettoia.
Magari con una tenda, come quella volta all’Elba in quattro in un igloo da due, o in camper. E la compagnia giusta.
Non divaghiamo. Stavo parlando dell’estate del 1979 quando i miei decisero che potevamo allontanarci dalla Maremma, e arrivare fino in Campania. La ragione non era delle più allegre. Come per ogni cosa della vita, una novità o una conquista in genere comportano anche una perdita. E quell’anno noi eravamo più liberi, se così si può dire, perché i miei nonni, i genitori di babbo, entrambi anziani e malati, erano morti a distanza di pochi mesi l’uno dall’altra.
Questo significava che non eravamo obbligati a stare nelle vicinanze per essere pronti a rientrare in caso di emergenze.
Il giorno della partenza c’era un’aria frizzante, anche per la novità del lungo viaggio e dei posti nuovi che saremmo andati a visitare, fra cui le rovine di Paestum e di Pompei. Poi c’era anche un’altra novità. Che quell’anno sarebbe venuta ospite da noi anche la mia amica Sandra, compagna del liceo. Sarebbe arrivata in treno e si sarebbe trattenuta l’ultima settimana per poi fare il viaggio di ritorno insieme a noi. E anche quella era una grande novità per i miei 16 anni.
Il giorno che andammo a prenderla alla stazione di Paestum scoprimmo che lì vicino c’era un enorme campo di fragole da cui era già stato fatto il raccolto. Qualcuno disse al mio babbo che chiunque poteva raccogliere le fragole rimaste. E così facemmo, con grande entusiasmo nostro e con il disappunto della mia amica che, dopo il lungo viaggio, avrebbe preferito andare subito al campeggio.
Sandra mi aveva fatto un regalo: una caffettiera moka da uno. Fui molto contenta perché all’epoca amavo molto bere il caffè, cosa che in casa mia non si usava fare. Mamma non beveva caffè e babbo prendeva, chissà perché, quello liofilizzato.
Al campeggio c’era una bella compagnia di ragazzi della nostra età. Alcuni del napoletano, altri di varie zone d’Italia, Roma, Bolzano, una anche di Belluno.
Ricordo che alcune ragazze napoletane ci chiedevano se fossimo di Siracusa. E noi scandalizzate rispondevamo: “no, di Siena!” chiedendoci pure il perché di una domanda così bizzarra.
Poi capimmo che erano tratte in inganno dalla targa della nostra auto. SI, appunto. Ma non erano le uniche a sbagliarsi. Nel periodo in cui sulle targhe c’erano le sigle della provincia di residenza, a Siena infatti avevano stampato degli adesivi da attaccare sulla carrozzeria dell’auto. “SI è Siena” c’era scritto, per fugare ogni dubbio.
Un giorno avevo il torcicollo e uno degli uomini della famiglia delle napoletane mi disse che sapeva lui come farmelo passare. Mi affidai alle sue mani. Eravamo nella loro veranda. Lui salì su una sedia e mi mise le mani intorno al collo e mi sollevò, facendo in modo che il nervo accavallato o quel che era si distendesse tirato dal mio stesso peso. Non ricordo l’esito dell’operazione, però.
Magari avrà anche funzionato…
Delle giornate al mare ho vaga memoria. Con il gruppo passavamo soprattutto molto tempo al bar.
C’era una ragazza di Napoli, Loredana, che chiamava la birra in lattina Bavària con l’accento spostato. Ricordo che ridevamo della sua pronuncia e le facevamo il verso.
Forse solo quando eravamo fra noi, però. I ragazzi di Napoli, in genere, dicevano Paeschtùm, con la “s” corposa e l’accento sulla “u”. Anche quello ci faceva ridere da matte. E avevamo cominciato a dirlo anche noi così, per fare un po’ le spiritose.
Un’altra volta ricordo che avevo avuto una discussione con Sandra e mi ero rifiutata di tornare in roulotte per pranzo, rimanendo sdraiata al sole in segno di protesta. Devo essermi anche addormentata. Nel pomeriggio, quando vennero a chiamarmi ero rossa come un peperone e mi erano venute anche le bolle sulla faccia.
In questi casi mi ricordo che babbo mi spalmava la crema Nivea a palate e poi mi avvolgeva in un lenzuolo, per permettermi di dormire senza soffrire troppo per lo sfregamento della pelle con il pigiama.
Nella compagnia del campeggio c’erano almeno due ragazzi che mi piacevano. Uno era un romano, un tipo alto, scuro e con i riccioli neri. Era al camping con la famiglia, ed era uno come noi. Nel senso che studiava al liceo e poteva assomigliare un po’ ai nostri compagni di scuola. Forse un po’ più grande di noi. Si chiamava Mauro.
L’altro era al mare da solo con degli amici, senza famiglia e veniva da Casoria, una delle periferie napoletane più malfamate. Non sono sicura di ricordarmi il suo nome. Forse Vincenzo. Era muscoloso, alto e con un caschetto di capelli neri neri e la faccia un po’ da scugnizzo. Fu allora che imparai a pronunciare come si deve il detto: “si ‘gghiuto a ponticielle e ha’ perso o’posticielle”. Che è come dire, chi va a Roma perde la poltrona, ma in napoletano.
Ai tempi ci piacevano questi giochetti. Poi li scrivevamo anche sui diari che compilavamo quotidianamente e che ci passavamo, a scuola, fra amiche, per scambiarci i pensieri. In genere ti tornavano con qualche I love Pinco scritto dall’interessata di turno, una cascata di cuori e fiorellini disegnati con i pennarelli colorati, il nome di un gruppo rock, se eri fortunata un adesivo comprato a Firenze da Calamai o da Fiorucci a Poggibonsi. E magari una strofa di una canzone strappalacrime.
“Ricordi sbocciavan le viole, sulle nostre parole, non ci lasceremo mai, mai e poi mai….”
Al tempo De Andrè e Guccini erano la colonna sonora della mia vita. Suonavo le loro canzoni con la chitarra e li ascoltavo in cassetta a ripetizione. Gli album di quegli anni li conoscevo tutti a memoria. Ma c’erano anche i Rolling Stones, gli Ac/Dc, e quelli di Stairway to Heaven. Ah ecco, i Led Zeppelin. E tanti altri.
Quell’estate mi sa che andava Gloria, di Umberto Tozzi. La sparavano tutti i giorni dagli altoparlanti del bar sulla spiaggia. O Luna? E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’. A dire il vero non ho proprio una memoria precisa del sottofondo musicale di quegli anni. Doveva essere Gloria, comunque, ne sono quasi sicura.
Il gruppo di amici era divertente. Ci passavamo un sacco di tempo insieme. Stavamo ai tavolini del bar ad ascoltare la musica bevendo birra e fumando (di nascosto, ovviamente). Andavamo in spiaggia, facevamo il bagno. Le solite cose, solo che fatte nell’estate di 31 anni fa. Quando c’erano le cassette e i mangianastri, l’autoradio in macchina era un optional (mai avuta, in famiglia), e i telefoni cellulari non esistevano nemmeno nei film di fantascienza. Sicuramente avevamo la televisione in roulotte, perché babbo e zio avevano un negozio di elettrodomestici. Era piccola, con lo schermo di pochi pollici, e l’antenna regolabile.
Fra le ragazze c’era una certa Roberta, una biondina di Bolzano, sorella minore di una ragazza della compagnia, che aveva legato in particolar modo con me. Ricordo che per qualche anno dopo la vacanza a Paestum abbiamo continuato a scambiarci lettere su carta rosa piena di disegnini e autoadesivi.
La mia amica Sandra era molto bella. Alta, magra, un’eleganza naturale nel portamento e il viso, non esagero, di Ornella Muti. Non ricordo se quell’estate fece conquiste. Le mie me le ricordo bene però.
Erano due i ragazzi che si interessavano a me, che pure non avevo certo la bellezza della mia amica. Dalla mia avevo comunque una freschezza sbarazzina e simpatica, con la mia magrezza ossuta, le mie lentiggini e i miei riccioli rossi. Erano proprio Mauro di Roma e l’altro ragazzo di Casoria, chiamiamolo Vincenzo va’. Mauro, a dire la verità, mi piaceva di più. Era il classico ragazzo con cui sarebbe stato bello iniziare una storia. Con cui condividi gusti e esperienze e nello stesso tempo puoi imparare sempre qualcosa di nuovo. E poi veniva dal mio stesso mondo. Era un terreno conosciuto, per un certo verso, ma anche da scoprire da un altro.
Di lui avevano parlato con riprovazione diversi genitori quando aveva avuto una accesa love story sulla spiaggia con una ragazza di Parma. Pare che lei, molto spigliatamente, all’inizio della vacanza gli avesse detto: “Tu mi piaci, se anche io ti piaccio, stiamo insieme senza farla tanto lunga”. E lui aveva detto sì. Dopo di che avevano iniziato a rotolarsi sulla spiaggia per ore e ore sotto gli occhi scandalizzati dei grandi. Anche dei genitori di lei che però, pare, non dicevano niente.
Questa storia era stata al centro di una serie di frasi pronunciate a bassa voce. Ero venuta a saperla soltanto un po’ di tempo dopo e devo ammettere che non mi aveva scandalizzato per niente. Anzi. A me lei era sembrata molto tosta, con quel modo di essere diretta. Ma non ricordo di averla poi conosciuta veramente. Forse era andata via prima di noi, probabilmente non si era fermata a lungo. Ricordo solo che era una brunetta carina e dall’aria molto sicura di sé. Di certo la sua frase, così come mi fu riportata, alla fine, mi è rimasta sempre impressa nella mente così come il suo comportamento. Avrei voluto anche io essere spigliata come lei anche se in realtà non sono mai riuscita ad esserlo con nessuno, nemmeno da grande.
L’ultima sera, quella prima della nostra partenza, avremmo fatto una festa in spiaggia. Era consuetudine in quei tempi in cui le vacanze duravano tutto il mese e alla fine più o meno ci si salutava un po’ tutti dopo aver trascorso insieme tante settimane al mare.
Era chiaro fin da prima che la serata, oltre ai fuochi, le birre, le chitarre e le sigarette, avrebbe portato anche altro. E io avrei potuto scegliere fra Mauro e Vincenzo di Casoria che avevano lanciato inequivocabili segnali di interesse verso di me.
Io non avevo dubbi. Sarebbe stato Mauro a trascorrere l’ultima sera con me. Avremmo parlato di noi e ci saremmo baciati. Ne ero sicura. E mi andava anche.
I movimenti dei ragazzi però non erano passati inosservati agli occhi di Roberta che nel pomeriggio mi prese da parte e mi confidò di essere perdutamente innamorata di Mauro che però non la vedeva nemmeno, tanto più grande era di lei. Il passo successivo fu di chiedermi un piacere da amica. Cioè se per favore quella sera rinunciavo a lui.
Fui proprio stupida perché lo feci. In nome di un’amicizia inesistente, una conoscenza casuale dell’estate, rinunciai a quel ragazzo che sicuramente non avrebbe rappresentato chissà che per la mia vita futura. Ma di certo era una persona che mi sarebbe piaciuto conoscere un po’ di più.
Non ricordo come andò di preciso, fatto sta che, a malincuore, ma guidata dal desiderio di non ferire l’amica, al momento di decidere scelsi l’altro. Evitai lo sguardo di Mauro, che ci rimase male e sicuramente non capì le ragioni del mio comportamento. Raccolsi quello di Vincenzo e, un po’ a malincuore, mi allontanai con lui sulla spiaggia.
“Furono baci e furono sorrisi, poi furono soltanto fiordalisi, che videro con gli occhi nelle stelle fremere al vento e ai baci la tua pelle….”
No, non fu proprio così. Ricordo di non essermi lasciata andare poi molto. E quando lui, dopo avermi baciata e abbracciata per un bel po’, tentò altro, io dissi: “preferisco di no”. Lui ebbe un moto di stizza, questo me lo ricordo bene. E mi ricordo anche che era un tipo cui sicuramente piaceva più fare che parlare.
Poi tornammo con gli altri. E l’ultima serata finì lì.
Con quel rimpianto di aver detto al ragazzo sbagliato la frase che avrei dovuto dire invece all’amica ficcanaso non permettendole di interferire con le mie scelte più personali.
Ma allora, oggi mi rendo conto, non ero proprio in grado di capire una cosa del genere. E l’idea dell’amicizia da non sacrificare per un uomo era alla base del mio carattere e del mio modo di fare. Allora così come ora. Quindi, chissà se anche oggi farei la stessa cosa. Spero di no. Spero cioè che nessuna amica si permetta semmai di farmi una richiesta del genere.
Anche se quella era un’amicizia di una sola estate poi scomparsa nel niente come tutte le altre di quella vacanza a Paeschtùm. Ma di cui ricordo il nome per intero, compreso il cognome, a differenza degli altri due.
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medicina ufficiale e omeopatia, ovvero la guerra dei mondi
In questa storia ci sono cinque personaggi principali, anzi sei.
Tutto ha inizio il giorno che alla PAZIENTE CONSAPEVOLE si infiamma una cisti sebacea fra collo e spalla. Per evitare le lunghe trafile della sanità pubblica si rivolge ad un medico privato che la visita, le dà un appuntamento più avanti per intervenire sulla cisti una volta sfiammata, e poi le dice. “Più che per la cisti, fossi in lei, mi preoccuperei per quella lentiggine sul decolletè…”.
In effetti, mica tanto bella…
E qui inizia la trafila della PAZIENTE CONSAPEVOLE nella struttura sanitaria pubblica. Seguendo il consiglio del medico prende l’appuntamento per una mappatura nevi (chissà perché poi tutti dicono neo eccetto i medici con “nevo”, boh?), appuntamento in ospedale ma privatistico, of course, perché altrimenti avrebbe dovuto aspettare un anno. Logico no?
Finché arriva il giorno della visita con la DERMATOLOGA IRRUENTE.
Questa mappa i nevi, si preoccupa della lentiggine sul decolletè, vieta assolutamente il sole, da lì in poi, alla PAZIENTE CONSAPEVOLE (che al mare perde d’un botto tutta la propria consapevolezza) e fissa una biopsia che verrà fatta pochi giorni dopo.
La biopsia dà un risultato negativo (cioè POSITIVO nella logica della sanità) cosicchè la PAZIENTE CONSAPEVOLE viene chiamata al telefono dalla DERMATOLOGA IRRUENTE che la convoca con urgenza per un responso (senza sorpresa, ovviamente, vista la procedura da elefante in cristalleria).
Si fissa una data per l’asportazione chirurgica, si precisa che il problema è limitato e circoscritto, ma parte comunque l’esenzione totale dal pagamento dei ticket (particolare che fa un certo effetto), si fanno radiografie e ecografie a nastro. Tutte gratis e in tempi velocissimi, potere della malattia.
Arriva il giorno dell’asportazione della lentiggine, operazione della quale si occuperà la CHIRURGA DOLCE che, dolcemente e con tatto, visto che il risultato della biopsia dice che il problema potrebbe essere limitato, decide di tagliare una porzioncina di pelle e carne di poco più grande della lentiggine stessa. Poi, in seguito, se dovesse essercene il bisogno, nel caso, si allargherà il taglio. Logico no?
Il secondo risultato dice delle cose che convingonola CHIRURGA DOLCE ad effettuare un ulteriore taglio. Visto che la PAZIENTE CONSAPEVOLE al momento risulta di competenza della DERMATOLOGA IRRUENTE, la consiglia di recarsi prima da lei per relazionarla sull’andamento dei fatti e poi di tornare per fissare la data del terzo intervento.
La DERMATOLOGA IRRUENTE, preso atto del responso, scrive “allargamento” sul referto e rispedisce la PAZIENTE CONSAPEVOLE dalla CHIRURGA DOLCE.
Questa si dà da fare per trovare una data il più vicina possibile per il terzo intervento che viene infatti fissato di lì a poco.
La PAZIENTE CONSAPEVOLE, essendo consapevole appunto, non segue di regola la medicina ufficiale, preferendo affidarsi alle amorevoli cure della sua OMEOPATA LONTANA, attraverso la quale, oltre a guarire dai propri mali, impara anche ad ampliare il suo sguardo sul complesso mondo delle malattie e delle guarigioni. L’OMEOPATA LONTANA fino ad allora si era limitata a dare i suoi consigli su come curare la ferita, dopo i due tagli, con prodotti naturali. Ma alla notizia del terzo taglio si irrigidisce e consiglia perentoriamente alla PAZIENTE CONSAPEVOLE di non procedere oltre, per non andare per la terza volta ad infierire su una porzione di pelle che sta già cicatrizzando dopo due interventi ravvicinati.
La PAZIENTE CONSAPEVOLE, sapendo di essere temporaneamente di competenza della DERMATOLOGA IRRUENTE, la chiama e le esprime i propri dubbi e timori sulla terza operazione, pronunciando la parola vietata in tutte le strutture ospedaliere italiane (eccetto quella, illuminata, di Pitigliano, Grosseto): omeopatia. Apriti cielo! La DERMATOLOGA IRRUENTE si inalbera, la sua voce diventa tagliente e ironica, consiglia la PAZIENTE CONSAPEVOLE di prendersi alcuni giorni per rinfrescarsi le idee e di rifarsi viva quando si sarà chiarita con se stessa, considerandola evidentemente preda di un attacco di follia non identificato.
La avvisa comunque che dovrà presentarsi di persona nel suo ambulatorio per firmare una liberatoria che esonererà l’ospedale da ogni responsabilità nei suoi confronti, così, tanto per dare l’idea di quale fosse la preoccupazione principale.
Attraverso il medico di base la PAZIENTE CONSAPEVOLE arriva in tempi brevissimi e sempre gratis ad esprimere i propri dubbi e timori ad un ONCOLOGO GENTILE. Egli la mette subito in guardia: lui non crede nell’omeopatia, che ritiene del tutto inutile. Ma alla PAZIENTE CONSAPEVOLE questo non importa. A lei basta sapere se il terzo intervento è veramente necessario o se è solo un obbligo procedurale. L’ONCOLOGO GENTILE fa la sua visita, analizza i referti e trae il responso. La PAZIENTE CONSAPEVOLE può lasciar perdere l’intervento, se preferisce, sappia però che la procedura ormai consolidata da anni lo prevede. Le sue parole sono accompagnate da uno sguardo profondamente umano e da una preoccupazione sincera per il piccolo problema della PAZIENTE CONSAPEVOLE che ne rimane molto colpita.
Ora, siccome va bene tutto, ma non si può viver di conflitti e la PAZIENTE CONSAPEVOLE in particolare non vuole scontrarsi di nuovo con la DERMATOLOGA IRRUENTE che la terrà sotto osservazione (forse) ancora per tre anni, dopo due notti insonni decide di procedere con il terzo taglio.
In ospedale, all’appuntamento stabilito trova un’altra dottoressa, la CHIRURGA DECISA, che si prende in carico l’intera cartellina gialla (dal titolo “pelle”) della PAZIENTE CONSAPEVOLE e la studia da cima a fondo rilevando l’assenza di un certo documento. Non è rilevante, ma in effetti è stato dimenticato in un cassetto e di sicuro dimostra l’estrema attenzione della CHIRURGA DECISA verso ogni particolare. Quindi si procede con l’intervento. Non senza però che prima, la CHIRURGA DECISA abbia criticato aspramente tutta la procedura che ha condotto al terzo intervento. Lei ritiene infatti che la questione si sarebbe potuta risolvere tranquillamente con due soli interventi, esclusa quindi la prima biopsia. Questo perché la prima asportazione (e cioè il secondo intervento) avrebbe valso di per sé da biopsia e l’allargamento ne sarebbe stata la diretta ed eventuale conseguenza. La prima biopsia invece sarebbe stata del tutto inutile e dannosa portando così inevitabilmente a intervenire per ben tre volte. La pelle, in questo modo, già impegnata nel processo di cicatrizzazione, subendo un terzo intervento nello stesso punto avrebbe potuto avere delle notevoli difficoltà a cicatrizzare.
Ecco, parrebbe proprio la stessa teoria precisa identica espressa dalla OMEOPATA LONTANA, solo che questa volta la PAZIENTE CONSAPEVOLE, diventata ancor più CONSAPEVOLE seppur anche un po’ CONFUSA, evita di pronunciare la parola maledetta (OMEOPATIA) che fra i muri dell’ospedale sembra aver l’effetto dell’aglio sui vampiri.
La CHIRURGA DECISA taglia un bel po’, anche col bisturi elettrico, e spiega che sarà molto delicato il processo di cicatrizzazione, ma che lo seguirà lei personalmente. Decide di fare delle suture estetiche così che si veda il meno possibile il triplice passaggio sul disgraziato decolletè.
La PAZIENTE CONSAPEVOLE chiede come sia possibile che seguendo la cosiddetta procedura stabilita da anni, che uno pensa sia una e una sola, dei medici possano dire e fare una cosa e il suo contrario allo stesso tempo, pur ritenendo di essere sempre dalla parte della ragione, ma la CHIRURGA DECISA non ha tutta questa voglia di spiegare anche se fino ad allora si era notevolmente innervosita oltre che espressa con una certa generosità sul tema.
L’insegnamento di tutta questa storia arriverà al termine del famoso processo di cicatrizzazione, forse.
Nel frattempo una riflessione nemmeno tanto profonda porta a considerare quanto negli ospedali ti prendano sempre più o meno per il culo facendoti fare con estrema sicurezza delle cose che loro ritengono giuste ma che in seguito si riveleranno sbagliate, superflue, se non addirittura dannose.
Un’altra considerazione da fare riguarda la misteriosa procedura consolidata e fissata da anni oltreché stabilita da leggi all’apparenza universali che non lo sono poi per niente se in un caso del genere, infinitesimamente piccolo e non questione di vita né di morte, viene effettuato un passaggio in più, chirurgico fra l’altro, quindi estremamente invasivo.
Alla fine, ma non c’era bisogno di tutta questa storia per saperlo, se c’è qualcuno o qualcosa che ne esce a testa alta è l’OMEOPATA LONTANA e l’OMEOPATIA in generale, un metodo di cura cioè che anziché considerare il paziente un numero o un protocollo, o peggio ancora una porzione di pelle o un organo a sé, lo considera un essere umano nella sua interezza e globalità, quindi dotato non solo di un corpo ma anche di spirito, personalità e volontà, e come tale ci si rapporta.
Un altro insegnamento di questa storia (magari totalmente inutile perché lo si riscontrerà, come in questo caso, solo alla fine dell’iter) è che non sempre il taglio chirurgico è l’unica soluzione praticabile e che ci sono anche dei seri motivi per farne il meno possibile.
E il problema non è solo estetico, come pensa un’amica della PAZIENTE CONSAPEVOLE. Perché se la pelle avrà difficoltà a cicatrizzare, e quindi si arrosserà e magari tenderà anche ad infiammarsi, la soluzione non potrà essere, ovviamente, un successivo (e quarto) intervento di chirurgia estetica.
Il pensiero, con le debite proporzioni, va a quanto affrontato da un amico, i cui fratelli hanno deciso, su consiglio dei medici (e lasciandolo dunque in minoranza giacché era contrario) di amputare una gamba al padre 92enne. L’uomo, dopo giorni di sofferenza estrema, giorni di urla e dolore, ha chiuso la bocca, rifiutandosi di mangiare. Consapevole probabilmente che questo lo porterà alla morte ma, come dice il figlio, ha fatto la sua scelta.
Se i medici che hanno insistito per farlo morire con una gamba in meno, privandolo inutilmente dell’integrità del corpo ormai alla fine del suo percorso terreno, continueranno a dormire sonni tranquilli grazie al potente sonnifero delle procedure e dell’invincibilità (ma soprattutto dell’arroganza) della medicina ufficiale, non altrettanto farà quel figlio che mai avrebbe voluto prendere una decisione tanto drastica sul corpo del padre anziano.
E qui non è questione di omeopatia o no, qui è questione di rispetto per l’umanità e l’integrità del paziente. Visto che, come ama ripetere un’amica citando Jim Morrison, nessuno uscirà vivo da qui, tanto vale farlo al meglio e da esseri umani, finché si può.
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pensieri e plenilunio
Stanotte, ne sono sicura, andrà meglio. Quella appena passata mi pare di non aver chiuso occhio. E ho fatto anche due sogni un po’ così.
Ora però vorrei che il tempo si fermasse per un po’, che si facesse silenzio. Devo pensare a delle persone. La notte scorsa non hanno dormito nemmeno loro. Sono sicura anche che c’era qualcosa nell’aria. Chissà, magari la luna piena, come mi ha detto oggi un amico che ha dormito della grossa, lui, ma il cui telefonino, mentre dormiva, ha chiamato da solo mezzo mondo…
Misteri…
La luna piena o la testa piena di pensieri.
Ce li ho anche io i pensieri, ma in genere ci penso poco, do loro poca soddisfazione.
Qualcuna che conosco invece ne ha da pensare un po’ di più. E allora penso anche io a lei, a loro. Penso a che cosa significa avere una persona cara che passa un momento difficile. A quante cose vorresti fare per aiutarla, per alleviarle pensieri e dolori. Ma invece, in certi casi, non puoi fare niente.
La vita scorre. A volte va, potente come un fiume o zampillante come un ruscello di montagna, a volte si ingolfa.
Io spero che ricominci a scorrere anche dopo, dopo che ha girato su se stessa e si è fermata come in uno stagno.
Mi pare che il silenzio aiuti, tanto, anche in casi così.
Aiuta a sentire meglio, a pensare più chiaramente, a percepire le vite stanche e impaurite di fronte a cose più grosse di loro, di tutti noi.
Poi avrò anche io il mio pensiero, ma lo sento più leggero.
Oggi ho fatto una cosa che mi ha alleggerito il cuore. Ora non posso dirla, perché certe cose che riguardano il lavoro si raccontano solo dopo la pubblicazione.
Il lavoro giornalistico non è venuto un granché, a dire il vero, non mi ha soddisfatto proprio molto.
Ma il lato umano mi ha dato tanto e, cosa più importante, mi ha permesso di dare.
E alla fine tutta questa leggerezza la senti dentro e ti fa stare solo bene.
Anche se ora, con certi pensieri che aleggiano nell’aria, scendono le lacrime.
Ma stanotte, almeno, ne sono sicura, dormirò.
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passeggiata d’autunno in nevegal
L’appuntamento è alle 14.30 a castion. Si va a fare un giro in nevegal.
Dopo questa estate infinita finalmente fa capolino il fresco. Le temperature sono scese, ma c’è il sole in cielo. Oddio, là sulla destra si stanno addensando nuvoloni grigio scuro. Ma tanto noi staremo sulla sinistra. Mi sono vestita di fretta, dopo il pranzo con gli occhi all’orologio tornata a casa un po’ tardi da una mattinata impegnativa. Uno sguardo all’armadio sportivo (un mobile aperto a scaffali) e scelgo i pantaloni invernali, ma non quelli da neve. Canottiera tecnica, maglioncino di cotone a maniche lunghe, giubbottino tecnico pelosetto. Dovrebbe bastare. Mah, forse è meglio portarsi dietro anche la giacca a vento, quella leggera, non si sa mai. Ma dov’è? Ah eccola là appesa in mezzo ai cappotti. Prendo lo zaino, quello vecchio che si sbriciola, quello nuovo è troppo piccolo, devo ricomprarne un altro. Ci metto un paio di guanti, una bandana, un cappellino di lana, un gilet di pile e una maglietta di cotone servisse come ricambio. E la giacca a vento. Ah, l’immancabile thermos con un po’ di tè allo zenzero, portafoglio chiavi della macchina fazzoletti e via. Le scarpe, quelle grippate da montagna ma leggere, ho proprio voglia di provarle.
Carico l’amica in macchina e andiamo su fino alla Casera.
“Ma non sarai un po’ troppo ottimista?” le dico vedendola vestita solo di una tutina nera attillata. “Non preoccuparti, ho la giacca a vento nello zaino. E poi questi pantaloni sono caldi anche se non sembra”.
Posteggiamo, infiliamo le giacche a vento e partiamo di gran carriera. I lastroni di cemento infiorati di sassi con cui hanno ricoperto il sentiero rendono il cammino più comodo e agile. Prima di malga Faverghera incrociamo due corridori di montagna. Salutiamo. Uno di loro alza la mano e mi indirizza un fragoroso “ciao!”.
Cavolo Giorgio, non ti avevo riconosciuto. Bravo!
Arriviamo al Brigata Cadore quasi senza accorgercene. Ma con molta soddisfazione, considerato che ultimamente non siamo proprio due modelli di salute.
Sul colle soffia un forte vento. Abbiamo indossato le giacche a vento e le bandane, ma a mo’ di olandesina.
Le nuvole si addensano anche sulla sinistra.
“Proseguiamo?” fa la mia amica.
“Certo”.
Siamo all’altezza del rifugio Bristot quando qualche pallino ghiacciato comincia a volarci addosso. Ci stringiamo nelle giacche a vento, tiriamo su i cappucci.
“Ormai arriviamo al Col Visentin…”.
“Ma si dai, andiamo”.
Il rifugio sarà chiuso, abbiamo appena incrociato il gestore che scendeva con il fuoristrada. Ma non importa. Abbiamo il nostro thermos. E poi l’importante è arrivare.
Mentre saliamo il cielo si chiude del tutto e si scatena una bufera di neve. Ghiacciata.
Un forte vento ci tempesta di fiocchi gelidi che si fermano sulle giacche e sui pantaloni tingendoli di bianco.
Come tartarughe ci ritiriamo nei cappucci girando la testa in direzione contraria.
Continuiamo a salire. La strada per il Col Visentin è sempre più comoda. Stanno facendo una sorta di asfaltatura montana (che cosa sarà? Sembra terra solida…) allargando e consolidando la stradina. Sono iniziati anche i lavori per rafforzare il pendio di sinistra (salendo) dove stanno costruendo un muretto con gli stessi sassi che cadono misti a fango. E poi sono stati tagliati gli alberi che affacciavano sulla via.
Quando la bufera di neve si placa, e per fortuna si placa, nell’aria pulita e fresca si sente anche il profumo della legna tagliata.
Non sembra possibile ma quando saliamo il viottolino sassoso che ci porta dirette al Visentin dietro al rifugio (e alle antenne) brilla un sole giallo e luminoso.
Da lassù, che sono pur sempre 1764 metri, il panorama è fantastico.
Il cielo si sta ripulendo. Le nuvole scure rimangono sospese a mezz’aria mentre la terra appare nitida e piena di luce. Si vede benissimo perfino la laguna.
Il Nevegal è tutto illuminato dal sole. Il viadotto del Fadalto, laggiù in fondo, sembra un ponticello. Il sole esalta i colori autunnali degli alberi e dell’erba secca.
Ci fermiamo ad assaporare il silenzio e l’aria fresca. Ci riscaldiamo con il tè. E anche con i vestiti del mio zaino. Il gilet di pile va all’amica, io per sicurezza mi metto anche l’altra maglietta.
La discesa a passo spedito ci fa apprezzare il beneficio del fresco (grazie al calore degli abiti in tessuto tecnico, certo).
Alla Casera sosta obbligata alla rosa dei venti, l’apparecchietto che permette di riconoscere le montagne puntandole con un filo d’acciaio che corrisponde ai nomi di ognuna, con relativa altezza.
Ma che cos’è quel massiccio davanti al Serva, dalla parte del Cadore, sopra a Longarone? Il Toc? Consideriamo che la parte franata nella diga del Vajont 48 anni fa esatti è quella che rimane nascosta alla nostra visuale e pensiamo che sì, è possibile. Anche se visto da qui sembra diverso.
La passeggiata è finita.
Rinfrescate e tonificate torniamo a valle con il riscaldamento dell’auto a tutta.
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