un’estate al mare

Era l’estate del 1979. E io avevo 16 anni.
Quell’anno la mia famiglia aveva deciso di andare in vacanza a Paestum, allontanandoci così dalla Punta Ala che da anni ormai era lo scenario consueto delle nostre estati. Partivamo con la roulotte al traino poi, arrivati sul posto, nel campeggio scelto dai miei genitori, la posteggiavamo in una piazzola, in genere scegliendo la più riparata e isolata possibile. Poi montavamo la veranda. C’era un linoleum beige che faceva da pavimento, un predellino su cui si saliva, come su uno scalino, per entrare nella roulotte. E poi il tavolino, le sedie, e tutto quel che serviva.
Dico facevamo, ma in realtà facevano tutto i miei genitori. Non ricordo nemmeno di aver mai preparato le valigie all’epoca. Di sicuro ci pensava mia madre. Mamma preparava vestiario, cibo e suppellettili varie e babbo pensava all’auto, alla roulotte, al campeggio. E al viaggio.
Eravamo in quattro, babbo e mamma, io e Paola, la mia sorella minore.
Le vacanze in campeggio erano una regola. Non c’era stata una scelta vera e propria, un momento in cui avevamo deciso di farle così. Oddio, magari per i miei genitori sì. Ma per me, le avevamo sempre fatte. Erano normali.
E oggi so che le avrei preferite comunque ad una vacanza in pensione, con i pranzi e le cene obbligate, e tutto quello che comporta la vita d’albergo.
La roulotte era a metà con gli zii. Noi partivamo all’inizio di luglio, montavamo tutto e passavamo tutto il mese a Punta Ala. Avevamo anche un motoscafo. Il motore mi pare fosse di 110 cavalli. Insomma, un bel fuoribordo anche se senza pretese. Ricordo che avevo iniziato a fare sci d’acqua. Avevo una grande resistenza ed ero anche molto più brava di tutti i ragazzi della compagnia, cosa che mi riempiva di orgoglio.
A fine luglio tornavamo a casa ma la roulotte e la barca rimanevano in campeggio ad aspettare gli zii con mio cugino. Loro avrebbero trascorso il mese di agosto al mare, avrebbero smontato tutto alla fine della vacanza e riportato a casa la roulotte seguendo uno schema ormai consolidato da anni.
Il campeggio significava libertà assoluta. Allora la vivevo in pieno ma senza una vera consapevolezza. Ora, anche se non ci vado più, lo so bene. E, potendo, lo sceglierei ancora. Ma non con la vecchia roulotte, parcheggiata ormai senza più speranze sotto una tettoia.
Magari con una tenda, come quella volta all’Elba in quattro in un igloo da due, o in camper. E la compagnia giusta.
Non divaghiamo. Stavo parlando dell’estate del 1979 quando i miei decisero che potevamo allontanarci dalla Maremma, e arrivare fino in Campania. La ragione non era delle più allegre. Come per ogni cosa della vita, una novità o una conquista in genere comportano anche una perdita. E quell’anno noi eravamo più liberi, se così si può dire, perché i miei nonni, i genitori di babbo, entrambi anziani e malati, erano morti a distanza di pochi mesi l’uno dall’altra.
Questo significava che non eravamo obbligati a stare nelle vicinanze per essere pronti a rientrare in caso di emergenze.
Il giorno della partenza c’era un’aria frizzante, anche per la novità del lungo viaggio e dei posti nuovi che saremmo andati a visitare, fra cui le rovine di Paestum e di Pompei. Poi c’era anche un’altra novità. Che quell’anno sarebbe venuta ospite da noi anche la mia amica Sandra, compagna del liceo. Sarebbe arrivata in treno e si sarebbe trattenuta l’ultima settimana per poi fare il viaggio di ritorno insieme a noi. E anche quella era una grande novità per i miei 16 anni.
Il giorno che andammo a prenderla alla stazione di Paestum scoprimmo che lì vicino c’era un enorme campo di fragole da cui era già stato fatto il raccolto. Qualcuno disse al mio babbo che chiunque poteva raccogliere le fragole rimaste. E così facemmo, con grande entusiasmo nostro e con il disappunto della mia amica che, dopo il lungo viaggio, avrebbe preferito andare subito al campeggio.
Sandra mi aveva fatto un regalo: una caffettiera moka da uno. Fui molto contenta perché all’epoca amavo molto bere il caffè, cosa che in casa mia non si usava fare. Mamma non beveva caffè e babbo prendeva, chissà perché, quello liofilizzato.
Al campeggio c’era una bella compagnia di ragazzi della nostra età. Alcuni del napoletano, altri di varie zone d’Italia, Roma, Bolzano, una anche di Belluno.
Ricordo che alcune ragazze napoletane ci chiedevano se fossimo di Siracusa. E noi scandalizzate rispondevamo: “no, di Siena!” chiedendoci pure il perché di una domanda così bizzarra.
Poi capimmo che erano tratte in inganno dalla targa della nostra auto. SI, appunto. Ma non erano le uniche a sbagliarsi. Nel periodo in cui sulle targhe c’erano le sigle della provincia di residenza, a Siena infatti avevano stampato degli adesivi da attaccare sulla carrozzeria dell’auto. “SI è Siena” c’era scritto, per fugare ogni dubbio.
Un giorno avevo il torcicollo e uno degli uomini della famiglia delle napoletane mi disse che sapeva lui come farmelo passare. Mi affidai alle sue mani. Eravamo nella loro veranda. Lui salì su una sedia e mi mise le mani intorno al collo e mi sollevò, facendo in modo che il nervo accavallato o quel che era si distendesse tirato dal mio stesso peso. Non ricordo l’esito dell’operazione, però.
Magari avrà anche funzionato…
Delle giornate al mare ho vaga memoria. Con il gruppo passavamo soprattutto molto tempo al bar.
C’era una ragazza di Napoli, Loredana, che chiamava la birra in lattina Bavària con l’accento spostato. Ricordo che ridevamo della sua pronuncia e le facevamo il verso.
Forse solo quando eravamo fra noi, però. I ragazzi di Napoli, in genere, dicevano Paeschtùm, con la “s” corposa e l’accento sulla “u”. Anche quello ci faceva ridere da matte. E avevamo cominciato a dirlo anche noi così, per fare un po’ le spiritose.
Un’altra volta ricordo che avevo avuto una discussione con Sandra e mi ero rifiutata di tornare in roulotte per pranzo, rimanendo sdraiata al sole in segno di protesta. Devo essermi anche addormentata. Nel pomeriggio, quando vennero a chiamarmi ero rossa come un peperone e mi erano venute anche le bolle sulla faccia.
In questi casi mi ricordo che babbo mi spalmava la crema Nivea a palate e poi mi avvolgeva in un lenzuolo, per permettermi di dormire senza soffrire troppo per lo sfregamento della pelle con il pigiama.
Nella compagnia del campeggio c’erano almeno due ragazzi che mi piacevano. Uno era un romano, un tipo alto, scuro e con i riccioli neri. Era al camping con la famiglia, ed era uno come noi. Nel senso che studiava al liceo e poteva assomigliare un po’ ai nostri compagni di scuola. Forse un po’ più grande di noi. Si chiamava Mauro.
L’altro era al mare da solo con degli amici, senza famiglia e veniva da Casoria, una delle periferie napoletane più malfamate. Non sono sicura di ricordarmi il suo nome. Forse Vincenzo. Era muscoloso, alto e con un caschetto di capelli neri neri e la faccia un po’ da scugnizzo. Fu allora che imparai a pronunciare come si deve il detto: “si ‘gghiuto a ponticielle e ha’ perso o’posticielle”. Che è come dire, chi va a Roma perde la poltrona, ma in napoletano.
Ai tempi ci piacevano questi giochetti. Poi li scrivevamo anche sui diari che compilavamo quotidianamente e che ci passavamo, a scuola, fra amiche, per scambiarci i pensieri. In genere ti tornavano con qualche I love Pinco scritto dall’interessata di turno, una cascata di cuori e fiorellini disegnati con i pennarelli colorati, il nome di un gruppo rock, se eri fortunata un adesivo comprato a Firenze da Calamai o da Fiorucci a Poggibonsi. E magari una strofa di una canzone strappalacrime.
“Ricordi sbocciavan le viole, sulle nostre parole, non ci lasceremo mai, mai e poi mai….”
Al tempo De Andrè e Guccini erano la colonna sonora della mia vita. Suonavo le loro canzoni con la chitarra e li ascoltavo in cassetta a ripetizione. Gli album di quegli anni li conoscevo tutti a memoria. Ma c’erano anche i Rolling Stones, gli Ac/Dc, e quelli di Stairway to Heaven. Ah ecco, i Led Zeppelin. E tanti altri.
Quell’estate mi sa che andava Gloria, di Umberto Tozzi. La sparavano tutti i giorni dagli altoparlanti del bar sulla spiaggia. O Luna? E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’. A dire il vero non ho proprio una memoria precisa del sottofondo musicale di quegli anni. Doveva essere Gloria, comunque, ne sono quasi sicura.
Il gruppo di amici era divertente. Ci passavamo un sacco di tempo insieme. Stavamo ai tavolini del bar ad ascoltare la musica bevendo birra e fumando (di nascosto, ovviamente). Andavamo in spiaggia, facevamo il bagno. Le solite cose, solo che fatte nell’estate di 31 anni fa. Quando c’erano le cassette e i mangianastri, l’autoradio in macchina era un optional (mai avuta, in famiglia), e i telefoni cellulari non esistevano nemmeno nei film di fantascienza. Sicuramente avevamo la televisione in roulotte, perché babbo e zio avevano un negozio di elettrodomestici. Era piccola, con lo schermo di pochi pollici, e l’antenna regolabile.
Fra le ragazze c’era una certa Roberta, una biondina di Bolzano, sorella minore di una ragazza della compagnia, che aveva legato in particolar modo con me. Ricordo che per qualche anno dopo la vacanza a Paestum abbiamo continuato a scambiarci lettere su carta rosa piena di disegnini e autoadesivi.
La mia amica Sandra era molto bella. Alta, magra, un’eleganza naturale nel portamento e il viso, non esagero, di Ornella Muti. Non ricordo se quell’estate fece conquiste. Le mie me le ricordo bene però.
Erano due i ragazzi che si interessavano a me, che pure non avevo certo la bellezza della mia amica. Dalla mia avevo comunque una freschezza sbarazzina e simpatica, con la mia magrezza ossuta, le mie lentiggini e i miei riccioli rossi. Erano proprio Mauro di Roma e l’altro ragazzo di Casoria, chiamiamolo Vincenzo va’. Mauro, a dire la verità, mi piaceva di più. Era il classico ragazzo con cui sarebbe stato bello iniziare una storia. Con cui condividi gusti e esperienze e nello stesso tempo puoi imparare sempre qualcosa di nuovo. E poi veniva dal mio stesso mondo. Era un terreno conosciuto, per un certo verso, ma anche da scoprire da un altro.
Di lui avevano parlato con riprovazione diversi genitori quando aveva avuto una accesa love story sulla spiaggia con una ragazza di Parma. Pare che lei, molto spigliatamente, all’inizio della vacanza gli avesse detto: “Tu mi piaci, se anche io ti piaccio, stiamo insieme senza farla tanto lunga”. E lui aveva detto sì. Dopo di che avevano iniziato a rotolarsi sulla spiaggia per ore e ore sotto gli occhi scandalizzati dei grandi. Anche dei genitori di lei che però, pare, non dicevano niente.
Questa storia era stata al centro di una serie di frasi pronunciate a bassa voce. Ero venuta a saperla soltanto un po’ di tempo dopo e devo ammettere che non mi aveva scandalizzato per niente. Anzi. A me lei era sembrata molto tosta, con quel modo di essere diretta. Ma non ricordo di averla poi conosciuta veramente. Forse era andata via prima di noi, probabilmente non si era fermata a lungo. Ricordo solo che era una brunetta carina e dall’aria molto sicura di sé. Di certo la sua frase, così come mi fu riportata, alla fine, mi è rimasta sempre impressa nella mente così come il suo comportamento. Avrei voluto anche io essere spigliata come lei anche se in realtà non sono mai riuscita ad esserlo con nessuno, nemmeno da grande.
L’ultima sera, quella prima della nostra partenza, avremmo fatto una festa in spiaggia. Era consuetudine in quei tempi in cui le vacanze duravano tutto il mese e alla fine più o meno ci si salutava un po’ tutti dopo aver trascorso insieme tante settimane al mare.
Era chiaro fin da prima che la serata, oltre ai fuochi, le birre, le chitarre e le sigarette, avrebbe portato anche altro. E io avrei potuto scegliere fra Mauro e Vincenzo di Casoria che avevano lanciato inequivocabili segnali di interesse verso di me.
Io non avevo dubbi. Sarebbe stato Mauro a trascorrere l’ultima sera con me. Avremmo parlato di noi e ci saremmo baciati. Ne ero sicura. E mi andava anche.
I movimenti dei ragazzi però non erano passati inosservati agli occhi di Roberta che nel pomeriggio mi prese da parte e mi confidò di essere perdutamente innamorata di Mauro che però non la vedeva nemmeno, tanto più grande era di lei. Il passo successivo fu di chiedermi un piacere da amica. Cioè se per favore quella sera rinunciavo a lui.
Fui proprio stupida perché lo feci. In nome di un’amicizia inesistente, una conoscenza casuale dell’estate, rinunciai a quel ragazzo che sicuramente non avrebbe rappresentato chissà che per la mia vita futura. Ma di certo era una persona che mi sarebbe piaciuto conoscere un po’ di più.
Non ricordo come andò di preciso, fatto sta che, a malincuore, ma guidata dal desiderio di non ferire l’amica, al momento di decidere scelsi l’altro. Evitai lo sguardo di Mauro, che ci rimase male e sicuramente non capì le ragioni del mio comportamento. Raccolsi quello di Vincenzo e, un po’ a malincuore, mi allontanai con lui sulla spiaggia.
“Furono baci e furono sorrisi, poi furono soltanto fiordalisi, che videro con gli occhi nelle stelle fremere al vento e ai baci la tua pelle….”
No, non fu proprio così. Ricordo di non essermi lasciata andare poi molto. E quando lui, dopo avermi baciata e abbracciata per un bel po’, tentò altro, io dissi: “preferisco di no”. Lui ebbe un moto di stizza, questo me lo ricordo bene. E mi ricordo anche che era un tipo cui sicuramente piaceva più fare che parlare.
Poi tornammo con gli altri. E l’ultima serata finì lì.
Con quel rimpianto di aver detto al ragazzo sbagliato la frase che avrei dovuto dire invece all’amica ficcanaso non permettendole di interferire con le mie scelte più personali.
Ma allora, oggi mi rendo conto, non ero proprio in grado di capire una cosa del genere. E l’idea dell’amicizia da non sacrificare per un uomo era alla base del mio carattere e del mio modo di fare. Allora così come ora. Quindi, chissà se anche oggi farei la stessa cosa. Spero di no. Spero cioè che nessuna amica si permetta semmai di farmi una richiesta del genere.
Anche se quella era un’amicizia di una sola estate poi scomparsa nel niente come tutte le altre di quella vacanza a Paeschtùm. Ma di cui ricordo il nome per intero, compreso il cognome, a differenza degli altri due.

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5 commenti

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5 risposte a “un’estate al mare

  1. Beatrice

    Ancora una volta… Brava Simona, è piacevolissimo leggerti!!!!

  2. Piergiorgio Dell'Agostin

    Quando si leggono queste cose si tende ad identificarsi. Io l’ho fatto. 😉

  3. simona

    Il tuo articolo mi fa fare 2 considerazioni.
    1) purtroppo è vero: si ricordano più facilmente gli stronzi che le persone per bene. Il buono è che ricordandoli, puoi sempre restituire loro il favore.
    2) ti invidio un Rimpianto così romantico, a me manca….
    e non perchè abbia sempre detto di si all’uomo giusto su una spiaggia a fine estate!!! Non mi è mai capitato. Peccato.

  4. grazie Beatrice, mi fa piacere

  5. Beh, la lettura sugli stronzi non fa una piega…
    Per il rimpianto romantico… Avrai tanti altri bei ricordi, ne sono sicura!

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