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il disastro dei biscotti come metafora della vita (ah beh!)

Non pensavo che potessero tornare sere così. eppure eccone una. Proprio così.
una sera da mangiare cioccolata anche se non ti va
una sera in cui i pensieri son più dolorosi perché si attaccano alla pancia
senti mancanze, vuoti
una sera in cui rifletti sull’incomunicabilità fra le persone
in cui ti chiedi perché ognuno sta al sicuro nel suo guscino
non parlo di saluti baci e abbracci e vieni a prendere un caffè
no, parlo della comunicazione del cuore, dell’anima

in realtà troppi pensieri si affollano nella mente e le cose che sembrano chiare e lampanti finché stanno dentro, poi non riescono ad uscire in forma minimamente logica e intelligibile
è una serata uggiosa, ecco
che non sai se sei allegra, se sei triste e non sai nemmeno che cosa vuoi

allora quasi quasi parlerei del casino dei biscotti, che è da qualche giorno che mi frulla in testa
magari la risposta a tutto è proprio lì

premetto che non ho bevuto e non ho assunto sostanze psicotrope
è solo una serata di spleen, sentimento malinconico

allora è successo che qualche giorno fa, presa da entusiasmo culinario, mi metto a fare dei fantastici (almeno così credevo) biscottini indiani alle mandorle
a dirla tutta Lula aveva commentato la ricetta dicendo qualcosa del tipo: “con tutto quel burro”, ma non le avevo prestato troppa attenzione
quindi, in barba ad ogni legge fisica e gastronomica, mi metto a impastare gli ingredienti come da istruzioni
una tazza di burro, una tazza di farina, mezza tazza di zucchero
viene effettivamente una bella pasta morbida ed elastica che trasformo in tante palline (la mia forma preferita in cucina ma su questo non indagherei oltre al momento) e sulle quali appoggio una mandorletta
via in forno, temperatura, boh? 200 gradi probabilmente
cuocio 10 minuti e….
DISASTRO!!!
Altro che palline… sulla teglia c’era una distesa eterogenea di burro su cui la farina e lo zucchero avevano formato dei grumi dalle forme geometriche più varie e dove ogni tanto galleggiava una mandorla

Vabbè, non sarà la fine del mondo.
Magari son buoni e la sostanza è assai meglio dell’apparenza

Ovvio che no
Uno schifo
Burro allo stato puro….
Bleah!

Un peccato buttarlo, però…
Per cui la mia anima economica raccoglie pazientemente le sfogliette burrose, le pone su un vassoietto e le archivia temporaneamente in frigorifero, in attesa di ispirazione
Il secondo tentativo di assaggio, obbligatorio considerando che il primo poteva essere stato falsato da fattori ambientali o da chissà che altro, dà lo stesso risultato
Una roba orribile, senza alcuna ombra di dubbio

In un eccesso di economia salvo anche il sughetto burroso che era rimasto attaccato alla carta da forno e lo conservo in un barattolino di plastica, sempre in frigo

Dopo qualche giorno di pensiero costante o quasi sul pasticcino fallito mi decido a cercare di salvare il salvabile con un’opera di riciclaggio spinto

Fogliette e sughetto burroso finiscono in un pentolino che riscaldo a bagnomaria (ci son cresciuta, io, col bagnomaria)
Un po’ fondono, un po’ le aiuto schiacciandole con un pestello di alabastro, comprese le mandorle, finché ottengo una cremetta morbida
Quindi aggiungo un po’ di farina, a occhio, finché l’impasto riprende consistenza
Qualche spezia dolce, cannella, cardamomo, coriandolo

Rifaccio le palline e, stavolta, nel dubbio che non tengano, le metto su dei coloratissimi pirottini che scovo nella dispensa della pasticcera perfetta
E passo in forno (200 gradi e 10 minuti? Credo di sì, cottura standard direi…)
Le palline non si sciolgono, anzi, si dorano leggermente e fanno anche un buon profumo
Quando son cotte non resisto e ne assaggio subito una per capire se dovrò inventarmi un terzo tentativo o no
Passabili
Niente di che, ma decisamente passabili
E poi son così carine nelle loro cartine colorate

Alla fine sono state la mia merenda per due pomeriggi al lavoro (anche se non ho avuto il coraggio di offrirle al resto della truppa)
Due amici le hanno assaggiate e, anche se non hanno fatto salti in aria dall’entusiasmo in qualche modo le hanno apprezzate

Ora che il salvataggio è stato operato penso: uff, però! avrei potuto anche passarle nella farina di mandorle, o spolverarle di zucchero a velo, o magari metterci sopra una mandorlina o una nocciola
Insomma, avrei potuto trasformarle in biscottini veri, carini e presentabili anche se la loro genesi era stata un po’ disgraziata
Non ci ho creduto fino in fondo, devo ammetterlo

È sempre lo stesso problema, vendere, vendersi
Porsi meglio di come si è in realtà o sminuirsi come una pallina dolce ma dall’aspetto insignificante?
Essere o non essere, pallina mia, questo è il dilemma

Son sempre più convinta che questa distesa di palline irregolari sulle loro belle cartine colorate nasconda una filosofia essenziale
Ci ho pensato tanto

Temi da sviluppare: il significato recondito del riciclo, il coraggio di rimediare ai propri errori, mai buttare via un disastro alimentare se l’ingrediente è ancora valido.
E ancora, rompere i propri limiti tentando nuove sperimentazioni, affrontare l’ignoto sotto forma di una pallina alle mandorle.

Forse avrei potuto fare qualcosa di meglio e di più costruttivo e perdere meno tempo fra pasticci culinari e narrazioni inutilmente pretenziose

Però mi sono fatta ridere
E per stasera questo non è poco…

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luoghi comuni

ci sono casi in cui le parole spiegano, altri in cui appiattiscono il significato

il luogo comune è uno di quelli che appiattisce, non c’è niente da fare

se parli a una persona per luoghi comuni vuol dire che parli così, tanto per fare, non ti interessa entrare in comunicazione con l’altro. altrimenti useresti le parole che servono in quel caso

a volte capita che cerchi di spiegare un concetto a qualcuno e hai bisogno di cercare le parole giuste
ma quello ti previene e riassume tutto in una frase fatta.
come dire. ho capito, niente di nuovo.

non credo che ci siano cose indescrivibili a parole, magari bisogna fare solo un po’ di fatica e scavare nel vocabolario, o nell’anima
ma qualcosa si trova sempre per rendere il giusto senso
se ne vale la pena, certo

altrimenti c’è sempre il silenzio che descrive meglio di tante parole inutili

mi torna sempre in mente quel racconto di camilleri in cui montalbano, passando davanti a un condominio, vede un cartello
“si prega di non abusare dei luoghi comuni”
il commissario legge, si fa prendere dall’entusiasmo, entra nel cortile, abbraccia il portinaio e si complimenta con lui per il cartello
e quello gli spiega che l’ha dovuto mettere sennò tutti lasciavano le biciclette dove gli pareva, “nei luoghi comuni”
freddato!!!

ogni momento ha la sua parola giusta per essere descritto
ogni fatto, ogni storia può essere raccontata con le sue parole, proprio quelle,
non parole standard per storie standard

che senso ha, altrimenti basterebbe raccontare sempre la stessa storia…

i giornalisti sono, purtroppo, creatori di luoghi comuni
come se non bastassero i non ci sono più le mezze stagioni e una volta qui era tutta campagna

nella foga della notizia si urla alla guerra del pane o della baguette, alla guerra del fagiolo, ricordo in tempi lontani anche una guerra del panettone

probabilmente, se avessimo vissuto una guerra in prima persona, ce ne guarderemmo bene dal fare gli spiritosi utilizzando la parola a vanvera

in tribunale sono sempre di più i processi per stalking. chiedi che storia che c’è dietro e ormai la risposta è: “sempre la stessa: minacce, ingiurie, pedinamenti, telefonate moleste…”
ma provate a mettervi nei panni della persona perseguitata dallo stalker, ad avere la vita stravolta da un folle, a dover cambiare casa, numero di telefono, città, lavoro, a perdere libertà e serenità
e pensate che per qualcuno la vostra storia è solo una triste ripetizione di un copione trito e ritrito, un racconto già visto, già letto.
via, voltare pagina

questo è ciò che succede, ormai.
così anche lo stalking è diventato un luogo comune come tanti altri

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pensieri in libertà (nel parco)

Meno male che era solo un sogno. Perché ho parlato in inglese con una che mi ha risposto in italiano.
Eh, ci rimani male…
Che poi, pensavo così senza motivo, ora tutto questo inglese non so se conta ancora… nel senso che uno crede che sia una lingua universale, o almeno lo si credeva, e invece non è mica più così
Poteva esserlo fino a una decina di anni fa, forse, e nemmeno dappertutto
Ovvio che un punto comune c’è, e più o meno tutti ormai capiscono o parlano un po’ di inglese. ma è difficile far emergere la verità delle parole che ognuno pronuncia nel proprio idioma

Questa cosa mi ha sempre dato come un senso di vertigine. cioè pensare a tutte le lingue del mondo
Niente di nuovo, c’era già la torre di babele, tanto tempo fa

Il pensiero del sogno in inglese mi ha attraversato la mente mentre passeggiavo sotto al sole accecante
Mi son ricordata perfino la frase precisa e la sensazione me la sono trascinata dietro per gran parte della mattinata, una mattina libera, tutta per me
Poi ho già visto, succede sempre così
Per un po’ penso di esser dentro al sogno, mi rimane in mente, pare che sia sempre lì a portata di memoria, con tutto quanto, dov’ero, che facevo e con chi
Poi succede qualcosa, una telefonata, un imprevisto qualsiasi e tutto svanisce
Ma non è che il ricordo si annacqua, no no, scompare proprio, via, cancellato.
Erased

Penso che forse anche scriverlo, appena alzata, non aiuterebbe poi tanto perché il passaggio dalla dimensione della mente sognante a quella più concreta del pensiero tradotto in scrittura spezza la nuvola eterea del sogno
Almeno, io ho già visto che non mi riesce
La mente vaga e niente la fissa
Ma se la chiami, la prendi al guinzaglio e scrivi ciò che c’è dentro, non risponde
Forse non ne vale nemmeno la pena e tanto vale lasciar correre i pensieri così, lasciandoli evaporare
o forse no

Nel “silenzio dell’onda” Gianrico Carofiglio la racconta in un modo diverso e mi convince
Cioè, dice qualcosa che penso già
Sulle dimensioni altre, in realtà molto più collegate di quanto comunemente si pensi, del nostro vivere e del mondo onirico
Limiti forse più facili da rompere e da capire sperimentandoli piuttosto che raccontandoli
Magari qualcuno ci riesce anche

A proposito di lingue, passeggiando mi son trovata ad attraversar il parco dove nei giorni di festa le badanti pranzano all’aperto approfittando dei lunghi tavoli e delle panche in legno immersi nel verde
Sento le loro risa, le voci si sovrappongono
Una donna canta
I bambini dondolano sulle altalene
Si sentono anche delle voci maschili, ma anche di donne
Sono dell’est, chissà di dove…
Ora cantano insieme una nenia che sa di canto popolare e insieme religioso
Chissà che cosa avranno mangiato, cibi caratteristici delle loro terre, con sapori ingredienti e preparazioni a noi sconosciuti…
Chissà che cosa si saranno detti, che cosa si diranno
Nemmeno una parola posso capire
Ascolto le risa, gli scherzi
C’è familiarità, pare che si divertano
Hanno un modo di stare insieme allegro

Passano due ragazzini del posto che tornano a piedi da scuola con gli zaini in spalla…
Andranno a pranzo

Sarà meglio che vada anche io
Che qui anche se c’è il sole a star fermi fa freddo e la fame comincia a farsi sentire

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il giornalismo e l’arte della preparazione dei biscotti

Quale sia il collegamento in realta’ mi sfugge. Qualcosa ci deve essere pero’ se l’altra sera, dopo l’ennesima giornata di lavoro senza fine a scrivere cronache giudiziarie su ‘passanti’ (cioè due pagine collegate sullo stesso tema) tornata a casa a tardissima ora l’unica cosa che ho avuto voglia di fare per rilassarmi e’ stata quella di impastare biscotti…
Di due tipi, nocciole e cioccolato e gingy, ovvero biscotti al ginger (che sarebbe poi lo zenzero), trovati su un blog di ricette molto simpatico, I’m a cookie girl
(ah, l’indirizzo: imacookiegirl.blogspot.com)

Che poi non sono proprio un caso isolato se, tornata dalle vacanze di natale, mi sono trovata sulla scrivania un sacchettino di biscotti fatti artigianalmente da una nostra collaboratrice
Per i quali peraltro ho ringraziato un’altra, appassionata di cucina e biscotti in particolare, prima di arrivare a scoprire chi fosse l’autrice reale di quelle piccole delizie

Insomma, pare proprio che in redazione sia scoppiata la mania dei biscotti

Quindi, tornando al titolo del post, mi e’ venuto naturale collegare la passione culinaria all’attivita’ giornalistica, anche se non c’entra praticamente nulla

L’unica spiegazione possibile al fenomeno e’ che comunque un lavoro sproporzionatamente intellettuale (o cerebrale?) quale e’ quello giornalistico deve trovare uno sfogo in qualche attivita’ manuale
E la cucina e’ forse quella piu’ a portata di mano, anche se non la sola
Magari, avendo un giardino, ci potrebbe stare il giardinaggio, o un cane…
Vabbe’ per ora limitiamoci ai biscotti

Anche perche’ sinceramente avevo quasi temuto che questo post rimanesse vuoto o qualcosa del genere

Più che il contenuto stavolta infatti mi e’ venuto in mente il titolo, che parafrasa evidentemente Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta
Ma subito dopo ho pensato che forse era piu’ simile alla Solitudine dei numeri primi.
Cioe’ un titolo perfetto con un contenuto del tutto inutile

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senza titolo/2

Ecco, ci risiamo
Se n’è andato un altro di noi

Noi saremmo la gloriosa quinta B del liceo scientifico sperimentale Alessandro Volta di Colle Val d’Elsa (oggi rinominata Colle di Val d’Elsa) che abbiamo fatto la maturità nel 1982, quelli che hanno continuato a ritrovarsi a cena fino ad oggi, compresi i professori. almeno qualcuno.

Tre anni e mezzo fa se ne era andato il primo di noi. era successo nella primavera dopo la cena dell’autunno del 2007, quella organizzata per festeggiare i 30 anni dall’inizio del liceo.
C’eravamo praticamente tutti. E fu tutto sommato una bella serata
qualcuno aveva portato i vecchi banchi di scuola e furono recitate delle scenette accadute in quei tempi ormai diventate storiche per noi
non eravamo, né tantomeno siamo, tutti amici
in tanti li ho persi di vista, di quasi nessuno so cosa fa come vive che cosa pensa chi ha sposato come si chiamano i suoi figli
ma quando ci rivediamo torniamo la classe di allora
quella dove si rideva di alcuni prof, con altri si parlava, di altri ancora si credeva di essere amici
quella divisa a gruppetti, come tutte le classi
dove c’era la bella, la rompi, la studiosa, la secchiona, il fico, il simpatico, e via così
varia umanità, come in tutti i gruppi aggregati casualmente

la scomparsa di francesco, detto il bamba, fu un vero colpo. Lo avevamo incontrato solo pochi mesi prima proprio a quella cena là.
Era magrolino ok, ma a parte le guancette rosee e paffute degli anni del liceo magro lo era sempre stato
nessuno si aspettava che se ne sarebbe andato così
ed eravamo del tutto impreparati

io ero a casa in toscana quando successe. Ricevetti la telefonata mentre ero a letto distrutta dal mal di testa, che in quel periodo soffrivo in modo impressionante
della nostra classe eravamo in molti al suo funerale.

c’era anche andrea, con il quale qualche giorno dopo, tornando a belluno, mi lamentai un po’ al telefono per non averci avvisato in tempo della situazione del suo amico
lui mi spiegò che quella era stata la sua decisione e non potevamo fare altro che rispettarla
ora se ne è andato anche lui, e ancor più in silenzio di francesco
non ci sono stati né ci saranno necrologi o funerali, stavolta
così ha voluto
e sicuramente non vorrebbe che scrivessi il suo nome e probabilmente nemmeno questa storia
e allora mi fermo qui

vorrei solo riflettere, come ho fatto al telefono con le amiche, ex compagne di classe, sul significato del nostro passaggio in questo mondo e delle relazioni che abbiamo l’uno con l’altro
perché quando te ne vai, non te ne vai solo per te, ma anche per gli altri con i quali hai condiviso un pezzo di strada, corto o lungo che sia

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sogno americano

yosemite

montagne rocciose

sierra nevada

monti Appalachi

Ci sono delle mattine in cui mi sveglio e mi sembra di ricordare i sogni della notte
poi basta un attimo e tutto vola via
Puff, come se niente fosse stato
Eppure io me lo ricordo bene, l’ho qui dentro nella testa il sogno di stanotte
Ero negli stati uniti. prima a new york ma dovevo scappare
Quindi in qualche modo sono andata fuori, da qualche parte in the country
ho perfino scalato una montagna
Ero con un’amica
E so anche chi è
Ma adesso non lo ricordo
Al momento di scriverlo non viene proprio
Quando mi sveglio è tutto chiaro, me lo ricordo
sono un tutt’uno con il mio sogno e potrei scriverlo o raccontarlo
ma se passa quel momento non me lo ricordo più
anche se, come ora, mi rimangono gli ambienti, certi particolari, il colore salmone di una casa, le scalette in legno verso uno scantinato, un villaggio old western
Ora mi ricordo un episodio
Stavamo scalando questa montagna
Era un po’ una scalata da studio cinematografico (tipo parete di cartone) ma al di là si vedevano le montagne americane e io dicevo alla mia amica
“guarda un po’: che emozione! che bellezza! Te pensa, io vivo sotto le dolomiti ma non c’è niente che mi emozioni più della montagna americana!”
spazi sterminati, natura selvaggia, quel cielo così alto…
e lei mi rispondeva qualcosa che adesso non ricordo
Ecco
Questo è tutto
Ci sarà altro
C’era qualcosa per cui io scappavo e qualcuno mi rincorreva
Poi, nel villaggio western, mi scattavano una foto per farmi un documento
E io apparivo terrorizzata e della gente mi si metteva davanti per farmi ridere ma la mia espressione di terrore non cambiava
Poi dopo succede che c’ho dei soldi, li metto in una busta
Dico alla signora della casa in cui mi ero rifugiata che le ho dato quei soldi, 100 dollari
E lei mi chiede dove li ho messi
Nella sua borsa o qualcosa del genere
“Ma io quella l’ho buttata via” mi dice lei
E aggiunge: “allora fai conto che non me li devi più dare”
mentre mi allunga mille dollari per fare non ricordo che
Vabbè
Adesso me ne ricorderò ancora meno
Sta per arrivare il signore del gas, il campanello suonerà e rientrerò nella vita di tutti i giorni
Addio sogno americano!

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non e’ per niente facile dire addio

Sono rimasta veramente stupita dall’interesse suscitato dal mio scritto sull’addio a Vanessa.
Credevo di pubblicare un racconto intimo, un episodio, che considero anche molto delicato, della mia vita, della mia famiglia.
Era un passo che sentivo di dover fare quasi a scopo terapeutico per me stessa, per sbloccare il dolore rimasto cristallizzato dentro di me.
Nonostante fosse passato tanto tempo mi sono ritrovata a piangere, scrivendo i particolari di quella giornata, come se la stessi rivivendo ancora una volta, minuto per minuto.
La mancanza di un cane, di un amico cane, che negli ultimi mesi si sta facendo sempre più forte, forse contribuisce a questa tristezza. O forse no.
Forse e’ stato proprio il fatto di aver dovuto decidere di togliere la vita ad un animale, per quanto sofferente, che mi e’ rimasto impresso come un marchio a fuoco.
Pensavo, scrivendo, di liberarmi di un peso, di oggettivizzare qualcosa che mi viveva dentro. Pensavo anche che il racconto avrebbe potuto strappare qualche sorrisino a chi lo avesse letto, magari a chi non conosce bene me ne’ quel capolavoro della natura che era Vanessa.

E invece mi sono trovata sommersa da storie, messaggi, commenti, sia di amici, conoscenti e anche di sconosciuti.
In molti hanno voluto raccontarmi la loro storia, simile alla mia, e cosi’, oltre alle mie lacrime mi sono trovata, attraverso la sofferenza dei loro proprietari, a versare anche quelle per animali che non ho mai visto ne’ conosciuto.

Qualcuno mi ha detto anche che in seguito a questa lettura ha trovato il coraggio di fare quello che doveva fare ormai da tempo per il suo animaletto sofferente.
Qualcun altro ha pianto come avrebbe dovuto fare anni fa, quando aveva vissuto la stessa situazione.

E’ stata un’esperienza forte, che mi ha fatto sentire inspiegabilmente meno sola in questo dolore che credevo solo mio. E della mia famiglia, certo.
Sento di dover ringraziare tutti coloro che hanno letto e commentato il mio post perche’ mi hanno aiutato ad alleggerire questo ricordo doloroso. E’ stata una sorta di catarsi collettiva.
Ho scoperto che questi sentimenti e queste esperienze sono comuni a molti e mi sono ricordata di come la sofferenza, certe volte, unisca ancor più della gioia…
Pian piano affiorano altri ricordi. Come le parole di Carlo quando gli avevo portato Vanessa per l’ultimo saluto. Lui non era uno qualsiasi. Era il proprietario di Artu’, il babbo di Vanessa. Quello che, dopo la morte di Tarino, il siberian husky bianco e rosso, ci convinse a prendere un setter irlandese della cucciolata di Ella, magnificando le doti di questa razza.
Il giorno prima della morte di Vanessa Carlo mi disse che per loro, gli animali, non aveva senso vivere senza potersi muovere o essere indipendenti, anche nelle funzioni fisiologiche. Vanessa avrebbe potuto rimanere in vita ancora un po’ fra flebo e medicine varie, ma per lei non sarebbe stata più una vita degna di esser vissuta.
Le sue parole mi fecero bene, mi aiutarono a prendere quella orribile decisione con maggiore sicurezza e consapevolezza.
Anche se avrei preferito non doverlo fare mai.

Per la Pasqua del 2007 se ne era andato gia’ Gastone, una settimana prima del mio ritorno a casa. Mamma, dopo Vanessa, aveva commentato che almeno lui, sempre pronto a ringraziarci per averlo portato via dal canile, ci aveva fatto il regalo di andarsene da solo.
E sette anni prima se ne era andato Taro, che mori’ fra sofferenze atroci per un boccone alla stricnina trovato lungo la sua passeggiata quotidiana.
Ogni cane ha lasciato la sua traccia di gioia, ma amche di dolore, nella mia vita.

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il giorno che dissi addio a Vanessa

E’ da un sacco di tempo che volevo scrivere questa storia. Per la precisione da un anno, tre mesi e 6 giorni.
Era il 21 settembre dell’anno scorso e sapevo che sarebbe finito tutto.
La veterinaria aveva detto che sarebbe arrivata intorno a mezzogiorno.
Vanessa era stesa a terra sul suo materassino.
Ormai da giorni non riusciva ad alzarsi sulle zampe. Con mamma la trascinavamo su una copertina quando la portavamo alla clinica per fare le flebo. Dopo stava sempre un po’ meglio. Ma durava troppo poco.
Dal suo sguardo triste e rassegnato potevo pensare che avesse già capito tutto.
D’altra parte Vanessa capiva sempre tutto tanto che spesso non parlavamo o meglio, evitavamo di pronunciare alcune parole, per evitare di suscitare le sue reazioni. Non dico discorsi filosofici o situazioni che riguardavano esclusivamente noi.
Era sulle sue cose che aveva uno straordinario sesto senso.
Mi sono sempre chiesta perché quando mi vestivo per uscire per i fatti miei non muoveva un dito, mentre se solo pensavo che era il momento della nostra passeggiata si agitava e mi mordeva le mani mentre mi annodavo le scarpe da ginnastica per incitarmi a far presto correndo allo stesso tempo fino alla porta come se non potesse resistere un minuto di più.
In casa certe parole, come spasso, passeggiata, biscotto, pappone, non venivano mai pronunciate a sproposito. Lei capiva subito e si comportava di conseguenza. Non si poteva certo deluderla o, peggio, prenderla in giro

Vanessa aveva 13 anni e qualche mese. Aveva sempre vissuto con noi da quando la scelsi nella cucciolata dei setterini nati da Ella e Artù.
Aveva una simpatica ritrosina che le segnava il muso in verticale e si chiamava Tosca, ma la ribattezzai subito Vanessa, che più si addiceva alle sue pose da signora e al suo pelo liscio e morbido come seta.

Quel giorno l’aria era irreale, almeno intorno a me. Mi preparavo a dirle addio sapendo che avrei deciso io come e quando se ne sarebbe andata.
Più che avere il cuore a pezzi mi sentivo come se non avessi più un cuore.
In quegli ultimi giorni Vanessa non si alzava più. A parte le poche ore in cui il suo organismo era ripulito grazie alle flebo che le faceva il veterinario, per lo più non riusciva nemmeno a far forza sulle zampe per alzarsi. Le era difficile anche mandare giù un boccone, lei che era stata sempre famelica e vorace. Per non parlare delle funzioni fisiologiche, che io ripulivo con pazienza sperando che la sua dignità di animale non ne risultasse troppo ferita.

Quella mattina, intorno alle 10, Vanessa cominciò a puntare le zampette a terra. Faceva una sorta di picchiettio con le unghie che all’inizio non comprendevo. Poi capii che voleva uscire.
La aiutai dolcemente a sollevarsi e la sospinsi, trattenendola per i fianchi, verso la porta, pensando che avrebbe fatto due passetti fuori e poi sarebbe rientrata come faceva in quei giorni in cui dovevo aiutarla anche a risalire il gradino di casa.
Passati alcuni minuti, non vedendola tornare, corsi fuori pensando di trovarla a terra incapace di rialzarsi. Ma davanti a casa non c’era.
Guardai prima a sinistra, poi a destra. Nessuna traccia di lei. Percorsi la discesa con un brutto presentimento. Guardai verso i garage. Niente.
Mi affacciai verso la strada di uscita. E finalmente la vidi laggiù, in piedi, tremolante davanti al cancello. Mi avvicinai in silenzio e assistei a una scena che mi lasciò senza fiato.
Dall’altra parte delle sbarre in ferro, solo pochi metri più avanti, c’era un capriolino.
Anche lui stava fermo. Fissava in silenzio Vanessa, che gli stava davanti e lo fissava a sua volta.
Nessun rumore, nessun movimento.
Non so dire quanto a lungo durò tutto questo.

Non so nemmeno che cosa significasse. Ho pensato che l’animale selvatico avesse intuito perfettamente che si trovava davanti a un suo simile malato. Un cane che in salute l’avrebbe rincorso e fatto fuggire impaurito, in quelle condizioni forse suscitava nel capriolo una sorta di curiosità. O di compassione. Ma questa è solo una mia interpretazione umana.
Di sicuro fu un momento di grande intensità.
Quando arrivai fino a Vanessa il capriolo stette ancora alcuni secondi a guardarla e poi scomparve nella vegetazione. La aiutai a fare la salita e a rientrare in casa, dove si stese sul tuo tappetino per non muoversi più.
A mezzogiorno arrivò la dottoressa che le fece il regalo di lasciarle passare i suoi ultimi momenti a casa. Quasi non ci credevo quando mi disse che sarebbe venuta personalmente. L’ambulatorio era fonte di tale sofferenza per Vanessa che non avrei mai voluto fosse l’ultima cosa che ricordava della sua bella vita.
La partenza fu veloce e, spero, indolore, almeno per lei.
La veterinaria fu partecipe e mi spiegò tutto quello che stava facendo e l’effetto che aveva sul cane. So che Vanessa, in quelle condizioni, non avrebbe potuto fare altro. Ma sentii che mi si affidava con tutta la fiducia e la dedizione che mi aveva dato in vita anche in quel momento estremo.
E io le carezzai la testolina dicendole parole dolci mentre se ne andava per sempre.

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il fattore estetico

No, io ancora non ci credo. Eppure ci ho riso tutto il giorno
Allora, noi s’è messo in piedi tutto l’ambaradan del mercatino per il soccorso alpino, si sono coinvolti i colleghi giornalisti, i commercianti, il comune e tutti quanti, e poi…
Ma andiamo con ordine.
Venerdì mattina a palazzo rosso s’è fatta la conferenza stampa di bilancio del mercatino dei giornalisti per il fondo di solidarietà del soccorso alpino di Belluno.
Cerimonia in grande stile con il sindaco, il pittore Franco Murer che ha consegnato il suo quadro al veterinario e volontario Luca Funes che se l’è aggiudicato all’asta, la scultura di Italo De Gol che va a Fiorello del rifugio Costapiana e tutto quanto
E poi il mega assegno, stile signor Bonaventura, con sopra la cifra raccolta: 5600 euro, che poi alla fine sono diventati 5700 con le ultime aggiunte in contanti.
Tutti hanno parlato. La solidarietà, il soccorso alpino, la gioia, la collaborazione e tutto il resto…
io, che non avrei voluto, esagero un po’ (ragazze, ho parlato troppo? Tiziana e Barbara: no no, sei stata giusta. D’altra parte con tutte le volte che ci siamo sorbiti noi le conferenze stampa… ah ecco, tradotto è: sì, sei andata lunga di brutto ma ti vogliamo bene lo stesso. Vi voglio bene anch’io, ragazze)

Poi si fa la consegna dell’assegnone di un metro fatto stampare da Tiziana che si srotola io e la Canova facendo apparire la cifra finale a sorpresa.

E poi parla Rufus.
Parte bene, ricordando di quando, nemmeno tanto tempo fa, l’attività del soccorso alpino era quasi sconosciuta a Belluno, perché avveniva in montagna, lontano dai riflettori e loro, i soccorritori non si mettono di certo a raccontare, di quando era difficile farsi intendere dai giornalisti che non capivano l’entità degli interventi e non riuscivano a renderli nei loro articoli (io me le ricordo bene, arrivata da poco, le lezioni di Rufus. Ma proverei oggi stesso a chiedere a un giornalista di pianura la differenza fra hovering e verricello)
Rufus va avanti. Comincia a parlare di come è stata brava Michela e il lavoro che ha fatto per il soccorso come addetta stampa e a un certo punto dice “sarà stato il fattore estetico”…
Sì sì, ha detto proprio così! il fattore estetico…
ha aggiunto anche qualche altra cosa, la bravura, probabilmente, ma io ero già scoppiata a ridere e ho cercato lo sguardo di Michela tanto per dirci con gli occhi che la frase era ambigua

e invece no, macché ambigua!
Era chiarissima… e infatti Canova era già in assetto da torello nell’arena, con sopracciglia aggrottate e sguardo serissimo, pronta a lanciarsi su Rufus che ha continuato imperterrito il suo discorso
Non ci potevo credere. Il fattore estetico…

Roba che ci ho riso tutto il giorno. Durante il viaggio per 400 chilometri mi sono rivista la scena al rallentatore duemila volte. Anche se sarà durata due secondi in tutto

Ora non è che devo proprio spiegare che la frase può sembrare un po’ maschilista ma detta in quel contesto, e soprattutto conoscendo le persone, era comicissima.

Il fattore estetico. Ora ci rimarrà anche questo fra i mille ricordi della storia del mercatino.

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Qui una volta c’era il mare

Quando siamo andati a vivere a Vallecapocchi babbo lo diceva sempre.
Qui una volta c’era il mare, togliendosi dalle tasche dei pantaloni delle conchiglie fossili che appoggiava orgoglioso sul tavolino.
Le aveva trovate scavando appena appena nella terra intorno casa.
Non è come dire: qui una volta era tutta campagna. Anche perché qui “è” tutta campagna e noi speriamo che lo rimanga più a lungo possibile.

Inizialmente mi immaginavo un tempo lontano in cui il mar Tirreno lambiva Colle Val d’Elsa come se fosse Follonica o Castiglion della Pescaia.
Poi ho cominciato a capire che si parlava di mari ben più antichi, negli abissi del tempo e che sicuramente quella zona, così come tante altre, era stata coperta dalle acque milioni e milioni di anni fa.
(ora se ci fosse qualcuno esperto in ere geologiche non si sconvolga troppo, io non lo sono affatto, esperta intendo)
Le terre sommerse. E infatti le conchiglie che si ritrovano sono fossili…

Negli anni dalla terra intorno casa sono venute fuori conchiglie bellissime.
Tante le abbiamo anche regalate.
Un collega di Treviso appassionato di arte e archeologia gradì il mio fossile e lo espose in una teca in vetro in salotto. Me lo ricordo bene
C’è stato un tempo in cui, quelle più grosse, si usavano anche come posacenere.

Taro, il siberian husky bianco e rosso che scavava nella terra per stare più al fresco, una volta ne trovò una bellissima, finissima e perfetta.
Ridemmo divertiti per il fatto che il cane che cantava O sole mio riuscisse anche a recuperare cimeli senza rovinarli, con la stessa grazia di un archeologo.
La conchiglia di Taro fu sistemata sulla mensola sopra al camino, dove è ancora.

Un giorno, nemmeno tanti anni fa, facendo un giro per i campi con Gastone e Vanessa vidi che la terra arata da poco era tutta punteggiata di bianco.
Avvicinandomi mi accorsi che le punte delle zolle erano coperte da conchiglie fossili piccolissime.
Non potei resistere e, mentre i cani correvano felici nel bosco, io ne raccolsi il più possibile, pensando che altrimenti sarebbero scomparse al prossimo giro di lavoro nei campi, banalmente schiacciate e triturate sotto i cingoli di un trattore.

Ora stanno tutte insieme in un piattino viola, testimoni silenziose di un tempo lontanissimo.

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