Rosellina, la regina del campetto

Il cane Leo era finalmente sistemato. Aveva trovato rifugio in una struttura specializzata a Poggibonsi e, per la prima volta in cinque anni di vita, poteva correre libero in uno spazio tutto per lui, senza catena. Un ettaro di terreno recintato, con una bella cuccia in legno e le volontarie che lo vezzeggiavano, lo accarezzavano e si preoccupavano che stesse bene. 

Naturalmente il cane Leo non mordeva più e aveva cessato tutto all’improvviso di essere un cane pericoloso.

C’era comunque da sistemare la questione burocratica della proprietà, che risultava sempre a carico del cittadino straniero che lo aveva abbandonato. Su questo punto al rifugio erano un po’ nervosi. Però continuavo a ricevere brevi filmati del cane Leo che correva senza lacci, scondinzolava e, a suo modo, sorrideva, anche.

La questione burocratica si sarebbe sistemata qualche mese più tardi, con implicazioni anche spiacevoli per me, in quanto fui accusata dal proprietario di Leo di essere stata io ad insistere perché lui mi lasciasse il cane. Grazie alle moderne tecnologie però mi fu facile chiarire la questione e infine venni a sapere che il cane Leo non era solo libero di correre, ma lo era anche anagraficamente.

A quel punto però c’era da pensare ai gatti.

Ai tempi in cui il cane Leo faceva tremare il capanno ogni volta che andavo a portare loro da mangiare, avevo contato mamma gatta e tre gattini. Nel famoso pomeriggio dei dotti accanto al capezzale di Leo-Pinocchio, invece, i volontari ne avevano scoperto un quarto, il più timido, che se ne stava sempre nascosto in mezzo al ciarpame ammonticchiato nella casupola.

Il figlio dell’ex proprietario era venuto una volta a prendere degli attrezzi e mi aveva detto che con l’associazione dei gatti era cosa fatta. Mi fece il nome di una ragazza che conoscevo anch’io. La chiamai.

Lei mi disse, sbrigativa, guarda, se riesci a risolvere da sola ci fai un piacere, perché noi siamo piene fino al collo di gattini abbandonati.

E che ti pareva?

Comunque, i gattini andavano finiti di svezzare. Ogni giorno andavo giù e riempivo i piattini di umido e croccantini. Mangiavano come tribunali. Di bustine ne andavano via otto al giorno. I croccantini nemmeno si contavano. La gattina mamma, piccola e magrissima, probabilmente al suo primo calore con gravidanza annessa, era grigia, striata. I piccoletti erano anche loro striati, a parte uno a base bianca con un po’ di macchie qua e là.

Mangiavano tanto e crescevano, anche se continuavano a poppare.

Ogni tanto si affacciava un altro gatto grigio, un po’ più scuro, ma molto simile alla mamma anche come dimensioni. Si vedeva che aveva fame, ma non si lasciava avvicinare. 

Cominciai a mettere un piattino apposta per lui sotto a una catasta di legna.

Quel pezzo di terreno era pieno di schifezze. Il precedente proprietario ci teneva anche un sacco di colombi viaggiatori, oltre al cane Leo. C’era immondizia ovunque. Ad ogni passeggiata riempivo sacchi di vuoti di birra e di vino, scatolette di latta che avevano contenuto pomodori o cibo per gatti. C’erano pezzi di legno pieni di chiodi, gabbie vuote, pezzi di rete arrugginita. 

L’unica cosa bella, tra tutta quella immondizia, era un cespuglio di roselline che si arrampicava su un lato del capanno. Decisi che la gattina si sarebbe chiamata Rosellina.

Non appena i micini furono abbastanza grandi, misi un po’ di annunci per farli adottare. In poco tempo si fecero vivi ben due amici di Firenze, che ne presero tre. Rimaneva un quarto, che trovò casa a Poggibonsi.

Rosellina fu sterilizzata. Dopo l’operazione le feci passare la convalescenza in una specie di appartamentino ripostiglio su a casa mia dove resistette solo per un po’, prima di scappare per tornare giù nelle sue terre. 

A quel punto ero io che dovevo scendere nel campetto tutti i giorni per darle da mangiare, cambiarle l’acqua, controllare come stava, se aveva zecche o altro.

Ogni tanto Rosellina spariva, anche per diverse settimane di fila, però poi ritornava sempre.

Intanto i suoi figliolini erano belli e stavano bene. Continuavo a ricevere le loro foto mentre crescevano forti e sani.

Un giorno, preoccupata perché non vedevo Rosellina da un bel po’, anche se continuavo a mettere cibo nei piattini che trovavo regolarmente svuotati, chiesi al vicino gentile se avesse visto per caso un gatto grigio.

Come no?, disse, viene sempre qui a mangiare. Eccolo lì.

Guardai e vidi che non era Rosellina, ma l’altro gatto, quello simile a lei ma un po’ più grosso e di un grigio più scuro.

Ha cominciato a venire ogni tanto e ora è sempre qui, disse il vicino. Mi viene dietro mentre fo i lavori, mi fa compagnia. L’ho chiamato Ugolino. È quello che cercava lei?

No, la mia è una femmina, più piccola e più chiara.

Ogni tanto sparisce, ma poi ritorna. Ora però sono un po’ preoccupata perché manca da troppe settimane.

Speriamo bene.

(3 – continua)

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Il caso del cane Leo e la magia della Pec

L’impasse del cane Leo ebbe una svolta grazie all’invio di una Pec. La Pec, ho scoperto in questi anni, è una cosa magica. Quando non si vede una via d’uscita, all’improvviso apre nuove strade. È l’Apriti Sesamo della burocrazia. L’Halohomora dello scarica barile.

Se prima della Pec il caso del cane Leo era irrisolvibile, ci si doveva pensare, si doveva guardare e non si poteva fare, dopo la Pec tempo mezz’ora e fu tutta discesa.

Ero andata giù al campetto a portare da mangiare ai gattini, sempre pregando che il cane Leo non riuscisse a strappare la catena, quando vidi venire verso di me due vigili. 

  • L’ha scritta lei questa?

Era una stampa della mia Pec, spedita appena mezz’ora prima. 

I vigili buttarono un occhio in giro per capire se la situazione era come l’avevo descritta, quindi si allontanarono annunciando che sarebbe tornato chi di dovere.

Verso le quattro e mezzo del pomeriggio, ero lungo la strada di casa a tagliare dei rami secchi, quando sentii il rumore di un motore. 

In una manciata di secondi mi passarono sotto gli occhi l’automobile dei vigili, un’altra della Usl, l’ambulanza di Anpana. Viaggiavano tutti nella direzione del campetto del cane Leo. 

Li raggiunsi. 

In poco tempo l’area si era riempita di macchine. Vigili, veterinari, volontari.

Tutti lì per il povero cane Leo.

Intanto i cani dell’altro vicino, con tutta quella confusione, avevano cominciato ad abbaiare forsennatamente. 

A turno qualcuno mi chiedeva informazioni su come stessero le cose. E io ripetevo.

Il cane Leo, sempre legato alla sua catena, guardava quel mondo nuovo che gli girava intorno.

Sembrava la scena dei dotti intorno al capezzale di Pinocchio morente. Ognuno diceva la sua, facendo arrabbiare qualcun altro.

I veterinari e i vigili si avvicinarono al cane Leo per vedere come fare a portarlo via da lì.

Si potrebbe addormentare.

Sì, ma chi paga? E poi ci vorrebbe un veterinario, disse il capo dei veterinari.

E io, ma scusi lei non è un veterinario?

Sì, ma io mi occupo degli aspetti burocratici.

Si potrebbe prendere col laccio, disse qualcun altro.

I volontari si opposero. Dissero, noi un cane così grosso e aggressivo non ce lo portiamo in ambulanza sveglio fino a Poggibonsi. Si scherza?

E per sottolineare meglio il concetto salirono sul mezzo e partirono.

Qualcuno li rincorse per convincerli a restare.

Mentre tutti discutevano, continuava il viavai di persone.

Arrivò la vicina di corsa per avvisarmi che stava per arrivare l’ambulanza dei volontari.   

Arrivò uno dei proprietari di alcuni terreni con il nipote per controllare la pompa dell’acqua.

I cani dell’altro vicino, intanto, continuavano ad abbaiare, furiosi, aggiungendo caos a tutto quel marasma.

Il proprietario con il nipote cercò di zittirli con un comando secco, ma quelli niente.

A un certo punto arrivarono altri due vigili per il cambio turno con i colleghi.

Nel frattempo due ragazze con le gonnellone lunghe, armate di macchina fotografica e registratore, scattavano foto e parlavano con questo e quell’altro.

  • Scusate, voi chi siete?
  • Siamo due stagiste. Facciamo il tirocinio con Anpana per preparare una tesi sui soccorsi agli animali. 

Le stagiste. A quel punto non mancava proprio più nessuno. 

O forse sì.

Mancava un veterinario. Un veterinario operativo che potesse sedare il povero cane Leo.

Alla fine delle discussioni infatti sembrò che quella fosse l’unica strada percorribile per portare l’animale al rifugio senza rischi per lui e per le persone. 

Fu trovato un medico disponibile che però, primo, doveva finire il lavoro nel suo ambulatorio, secondo, non aveva la minima idea di dove fosse il campetto del cane Leo.

La volontaria dell’Anpana mi chiese se potevo andare ad aspettarlo all’inizio della strada per guidarlo fino a lì.

Intanto le ore passavano e si erano già fatte quasi le otto di sera. Il cane Leo, in tutto quel marasma, aveva deciso che la cosa migliore per lui fosse quella di starsene tranquillo nella sua cuccia in attesa degli eventi. Poco male se quel suo modo di fare contrastava nettamente con l’immagine di cane aggressivo e mordace.

Quando finalmente arrivò il veterinario, anche lui con un assistente, il cane Leo sembrava la bestia più buona del mondo. Se ne stava tranquillo nella cuccia, col testone fuori e le zampone a ciondoloni, e guardava tutti con l’aria di non capire perché fossero lì a far confusione.

A un certo punto qualcuno mi chiamò, chiedendomi di farmi vedere dal cane Leo.

  • Non so se è una buona idea. Quello si arrabbia quando mi vede. Mi ha anche morso.
  • Infatti, ci serve proprio per quello. Sennò se si aspetta lui, qui si fa notte.

Non feci in tempo ad affacciarmi che il cane Leo balzò fuori dalla cuccia volando agguerrito verso di me, a fauci spalancate. Il veterinario, prontissimo, sparò la siringa che lo colpì al collo. Il cane Leo si accasciò. 

Fu caricato su una barellina e portato nell’ambulanza, dove fu rinchiuso in una gabbia, pronto per partire alla volta di Poggibonsi.

(2 – continua) 

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Il triste caso del cane Leo

Qualche anno fa abbiamo comprato un piccolo appezzamento di terreno sotto casa da uno straniero che sarebbe rientrato presto in patria. Finalmente si sarebbe risolto almeno il problema del suo cane, un pastore maremmano di cinque anni, trascorsi tutti abbaiando furiosamente attaccato ad una catena. 

Dopo una serie di incontri per trovare un accordo, il proprietario sembrava essersi deciso a portarsi via anche il povero cane. In realtà lui aveva provato in tutti i modi a convincermi che avrei dovuto prenderlo io, che un cane per stare in campagna mi ci voleva e ancor di più considerato che c’era qualcuno che mi voleva male e che urlava sempre contro di me. 

Quest’ultimo problema mi pareva più da affidare a un tribunale, come poi ho fatto, che a un cane. In ogni caso, quando il tizio mi comunicò la sua decisione di portare il cane con sé ne fui sinceramente felice, per lui e per il cane.

A proposito -, gli chiesi un giorno -. Come si chiama il tuo cane?

Eh, questo non posso mica dirtelo, rispose con aria misteriosa.

Ah no? E perché?

Perché se poi sai il suo nome puoi chiamarlo e portarlo via. Te lo dico solo se decidi di prenderlo.

Per fortuna anche questo aspetto si sarebbe risolto con il trasferimento del cane.

In realtà, per ingraziarmi il venditore, che affermava di essere indeciso se dare il terreno sotto casa mia a me o a due famiglie di zingari che ci avrebbero messo cavalli e cani da caccia, lo aiutai a fare una pratica che riguardava proprio il cane. 

Si era beccato una multa, dietro mia segnalazione tra l’altro, perché il cane, che abbaiava notte e dì (ma non da solo) non era microchippato né registrato all’anagrafe. Mi offrii di compilare il ricorso per lui e nell’occasione scoprii senza alcuna fatica che il cane rispondeva al nome di Leo.

Rispondeva per modo di dire.

Dopo aver formalizzato la compravendita dal notaio, lasciai l’ex proprietario libero di stare sul terreno fino al giorno della sua partenza, che si annunciava abbastanza complicata perché doveva organizzare il trasporto dell’auto, dei suoi effetti personali e del cane.

Passato più o meno un mese dall’acquisto del terreno, mi annunciò che durante il week end sarebbe venuto un grosso tir a caricare tutto, compreso il cane. Probabilmente ciò sarebbe avvenuto durante la notte, che non mi preoccupassi quindi per il rumore che avrei sentito.

Passato il fine settimana pensai che avevo il sonno proprio pesante perché non ero stata svegliata da nessun grosso tir. 

Però il cane Leo continuava ad abbaiare (non da solo). Stai a vedere che avevano rinviato la partenza. 

Il lunedì mattina scendo nel campo a vedere che succedeva. C’era il cane Leo, legato alla sua catena, che abbaiava come al solito, e il cancello era aperto. 

Scrivo un messaggio al tizio che mi dice che lui era già arrivato al suo paese. 

Bene, ma quando torni a riprendere il cane?

Non torno più.

Ma come?

Mi spiegò che la ditta di trasporti non aveva voluto prendere il cane con sé e che quindi, a malincuore, lo aveva dovuto lasciare lì.

Tanto a me faceva comodo avere un cane con la gente che mi voleva male e via dicendo.

Ecco, mi ero fatta raggirare bene bene.

E ora?

Intanto pensai a dare qualcosa a quella povera bestia che probabilmente non mangiava da due giorni. Notai nel capanno dei contenitori di crocchette richiusi con lo scotch. Presi la ciotola del cane. Era piena ma i croccantini erano tutti appiccicosi per la pioggia. La svuotai, la pulii e la riempii con i croccantini nuovi. 

Il cane mi abbaiava contro, tirando la catena, ma io stavo attenta a muovermi fuori dal suo perimetro di azione. Vidi un secchio con poca acqua. Mi avvicinai per prenderlo. Ebbi appena il tempo di vedere il cane che scattava con un grande balzo verso di me e di darmi alla fuga. Ma lui riuscì lo stesso ad azzannarmi il dorso della mano destra. Fortuna che indossavo i guanti da lavoro in pelle. Per cui me la cavai con un pizzicotto dolorante e un bel livido. Poteva andare decisamente peggio.

Però quel problema andava risolto, e anche al più presto. Non solo era diventato pericoloso avvicinarmi per dare da mangiare al cane. Ma chi mi garantiva che la catena avrebbe retto ai suoi balzi? Se avesse ceduto sarei stata finita, senza nemmeno starci a pensare.

Cominciai a fare una serie di telefonate, vigili, volontari, servizio veterinario. Ma ognuno mi rimbalzava all’altro. Il problema sembrava irrisolvibile. 

Il cane non era mio, quindi non potevo prendere decisioni in merito.

Eh, ma il terreno sì. 

Poi, il proprietario non lo aveva ufficialmente abbandonato (ah, no?) quindi non si poteva intervenire su un cane di proprietà con il padrone assente.

Provai a spiegare al proprietario che avrebbe dovuto chiamare il servizio veterinario e chiarire la situazione. Non credo che l’abbia mai fatto.

Però colse l’occasione per informarmi di un piccolo particolare.

Sul terreno aveva lasciato anche una gatta con i gattini, ma ormai avevano quasi due mesi e si sarebbero arrangiati da soli. In ogni caso suo figlio aveva già pensato a tutto e presto sarebbero venuti a prenderli per portarli da una signora. Ci aveva già parlato lui ed era tutto a posto.

Certo, da credere al cento per cento.

Nel frattempo c’era da risolvere un altro problema. Dare da mangiare ai gatti, grandi e piccini, mentre il cane Leo faceva tremare il capanno come un terremoto dalla voglia che aveva di addentarmi. 

Un vigile aveva anche ipotizzato che questa situazione l’avessimo concordata insieme, io e l’ex proprietario, per forzare gli eventi. 

Grazie per la stima. 

Di cuore. 

(1 – continua)

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Che noia il consiglio comunale!

Quando ero ancora corrispondente da Colle, uno degli appuntamenti che dovevo seguire era il consiglio comunale. Era ancora l’epoca del monopartito e delle elezioni vinte con percentuali altissime. L’opposizione c’era? Sicuramente sì, ma pur sforzandomi non riesco a farmi venire in mente né un nome né un volto.

Le sedute erano di una noia mortale, però andavano seguite. Si era negli anni Ottanta e le notizie si leggevano sul giornale o si ascoltavano in tv. Gli articoli si dettavano al dimafono, un apparecchio che registrava quanto si diceva al telefono, per essere poi sbobinati dalle poligrafiche che li inserivano nella memoria del sistema. Questo lo imparai quando mi chiamarono a lavorare in redazione. Come corrispondente l’esperienza si fermava al telefono. Naturalmente quello fisso.

A quell’epoca Colle era un disastro. 

Castello era ancora Repubblica (Repubbriha, come diceva babbo) e non era un posto dove andare troppo in giro, specie se da soli. Ci stavano i ragazzi del bar della Pugnalata che già ci facevano paura a trovarli giù in Piano, figurarsi a casa loro. 

Le case erano vecchie e cadenti, c’erano macchine e motori dappertutto e panni stesi da finestra a finestra. I magazzini a piano strada erano chiusi alla bell’e meglio con tavole di legno affastellate o pezzi di bandone. 

Alle medie la professoressa ci portò perfino in gita in Castello.

Le mura erano crollate e Bacìo era un’immensa discarica a cielo aperto. Credo che anche il bastione di Sapia fosse soltanto un rudere.

Il consiglio comunale di Colle si riuniva a Palazzo dei Priori, in Castello.

In quegli anni però furono fatte un bel po’ di cose per recuperare la parte più vecchia della città. Ricordo che ad ogni consiglio veniva approvato il recupero di un lotto di mura. Furono decisi interventi di edilizia popolare nelle distese di terreni alla Badia, dove allora c’era solo il campo sportivo e poco più in là la Calp. Le nuove case furono destinate agli abitanti di Castello mentre nel vecchio quartiere si cominciava a ristrutturare e a valorizzare le antiche architetture. 

In quel periodo la cronaca della Valdelsa gravitava intorno a tre punti e sempre quelli: il monoblocco ospedaliero, lo svincolo di Drove, la Francigena. 

Si parlava di chiudere gli ospedali di Colle, Poggibonsi e San Gimignano e di farne uno grande e ben attrezzato in una zona baricentrica, un posto che chiamavano Campostaggia e che rimaneva prima del bivio per San Lucchese.

Lo stesso sarebbe avvenuto in Valdichiana, a Nottola, Montepulciano.

Ma allora erano solo progetti e se ne discuteva in consiglio e sui giornali. C’era chi si schierava contro e chi a favore, così le discussioni non finivano mai.

A Colle era tutto un lamentarsi per la chiusura dell’ospedale. Ci mancava solo quello, dopo che avevano spostato la compagnia dei carabinieri e la pretura a Poggibonsi.

Lo svincolo di Drove oggi è l’uscita di Poggibonsi Nord ma in quegli anni era infinita la discussione anche su quello.

Nemmeno la Francigena esisteva se non nella mente di qualche fissato che vedeva nella riscoperta di un vecchio itinerario da pellegrini addirittura delle possibilità di sviluppo per il turismo.

Una sera venendo via dal consiglio comunale verso mezzanotte, all’altezza del palazzo del Campana fummo investiti da un odore terribile. Era estate e faceva caldo anche a quell’ora, l’aria era ferma e pesante. Ci chiedemmo schifati che cosa potesse essere a fare quel puzzo ma poi passammo e dimenticammo.

Me lo ricordai qualche giorno dopo quando uscì la notizia di una persona che era morta in casa, il cui corpo era stato trovato dopo quattro o cinque giorni. Era avvenuto proprio lì, al palazzo del Campana.

Un’altra sera, prima del consiglio comunale, andai a mangiare una pizza da Vittorio con un’amica che scriveva anche lei. Poi salimmo in Colle Alta, facemmo le scale del Palazzo dei Priori e ci sedemmo al tavolo della stampa. 

Io credo di ricordare che si parlasse del monoblocco di Campostaggia. O forse dell’idea di trasformare Colle Bassa in un anello a senso unico. O forse… boh.

Ricordo che la discussione era noiosa e pesante. O forse era la pizza, o la birra.

Insomma, ricordo che chiamai a raccolta tutte le mie forze ma a un certo momento non ce la feci più. La testa mi pesava e gli occhi mi si chiudevano. 

Appoggiai la testa sul quaderno e mi addormentai, sperando che nessuno facesse caso a me. 

Naturalmente non fu così.

La discussione andò avanti in tutta la sua noiosità e alla fine il consiglio finì. Io rialzai la testa e feci finta di essere sveglia, mentre la mia amica mi giustificava dicendo deve essere stata la pizza.

Un bel po’ di tempo dopo, però, quello che al tempo era l’assessore alla sanità mi disse: 

  • Una cosa non te la perdonerò mai. Quella di aver dormito mentre parlavo in consiglio comunale.    

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Il suonatore di sitar

L’insegnante di yoga che seguivo a Belluno ogni tanto organizzava delle pratiche free all’aperto. Questo accadeva con l’arrivo della bella stagione, in genere alla chiusura dei corsi. Un anno la giornata fu organizzata al parco di Villa Montalban. Come al solito l’evento era aperto a chiunque, per cui le mamme portavano i bambini e qualcuno veniva con amici e fidanzati. 

L’appuntamento era per la mattina intorno alle dieci, dieci e mezzo. La pratica yoga durava un’oretta e mezzo, dopo era previsto un picnic sul prato con cibo e bevande da condividere.  

Quell’anno c’era una novità, una delle ragazze aveva un amico che suonava il sitar. Era stato invitato anche lui per intrattenerci con la sua musica prima di pranzo.

Per fortuna la giornata era bella, che a Belluno non è mai detto, per cui la pratica di yoga filò che era una meraviglia. Dopo un’ora e mezzo tutti concentrati in silenzio sugli esercizi, ci sarebbe stato bene anche un aperitivino.

Ma toccava al ragazzo del sitar. Per cui, dopo aver steso dei teli su cui furono disposti i cibi, i piatti e le bevande che ognuno aveva portato, ci apprestammo ad ascoltare, ancora in silenzio, ancora concentrati, quella musica indiana suonata apposta per noi.   

Io mi appoggiai ad un albero, sempre seduta a terra, e mi lasciai pervadere dalle note vibrate che uscivano dallo strumento mentre mi perdevo nei miei pensieri. 

Passò un po’ di tempo in cui stavamo tutti zitti e rilassati mentre il tipo suonava. 

E suonava.

I bambini in realtà non erano affatto rilassati. Uno ad uno avevano cominciato ad agitarsi, dai più grandi ai più piccoli e le mamme cercavano di tamponare la situazione distribuendo carote crude o cracker. La cosa sembrava funzionare, sul momento, ma dopo un po’ tornavano subito ad agitarsi e le mamme con loro.

Ogni distribuzione di cibo o di acqua però veniva fatta in silenzio, cercando di non disturbare il musicista e di non rompere l’atmosfera che si era creata.

Anche io cominciavo ad avere un po’ fame, a dire il vero. Ma non avendo la mamma a cui chiedere cracker o carote crude, mi consolavo pensando che presto sarebbe finito anche quel concerto e ci saremmo messi a mangiare.

D’altra parte non era mica un problema aspettare una mezz’oretta. 

Il tempo però passava, il tipo continuava a far vibrare le corde del suo sitar, le mamme e i figli erano sempre più agitati, le persone cominciavano a guardarsi, timidamente, con aria interrogativa, ma niente. Il tizio continuava a suonare.

Cercai di attirare lo sguardo dell’insegnante di yoga. Niente. Se ne stava seduta a occhi chiusi beandosi di quella musica. 

Una musica che sinceramente mi stava cominciando a dare anche un po’ sui nervi. Altro che relax.

Intanto il tempo passava, il buco nello stomaco si allargava e quello continuava a strimpellare quel cavolo di sitar.

L’una e mezzo era già passata e quel suono vibrante, lagnoso e sempre uguale a se stesso continuava. Cominciai a temere seriamente che la loro concezione ciclica del mondo investisse anche la musica. Senza inizio e senza fine. Ohimè.

Intanto l’insegnante aveva aperto gli occhi. Riuscii ad incrociarli e le feci un segno con le dita a forbice. 

Lei alzò le spalle, come dire, che vuoi farci.

Mi alzai e andai a parlarle all’orecchio. 

  • Credo che sia l’ora di mangiare, vedi i bambini come sono agitati. E anche i grandi…
  • Ma non si può, sta ancora suonando.

Si erano fatte le due. 

Non ricordo se fossi più disperata, infastidita o affamata. Ma credo un mix in parti uguali di tutte e tre le cose. Forse anche qualcuna in più.

Alla fine, intorno alle due e mezzo, non ricordo come e per merito di chi, il sitarista si zittì e noi potemmo finalmente alzarci, sgranchirci le gambe, parlare un po’ tra noi e, soprattutto, mangiare. 

Penso che la volta che mi verrà voglia di scrivere un libro giallo, il primo mistero da risolvere riguarderà l’omicidio di un suonatore di sitar. 

Più di qualcuno, ne sono certa, tirerà un sospiro di sollievo. 

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La sera del capriolo morto

Qualche anno fa, in una calda sera di fine luglio, andai con la mia amica del liceo a vedere uno spettacolo sulla Francigena nell’Abbazia di San Galgano. Partimmo che era ancora giorno. Al curvone dei Cappuccini notai che dal ciglio spuntavano le zampe di un capriolo. Io guidavo, la mia amica parlava rivolta verso di me per cui non si era accorta di niente.

  • Presto, presto, chiama il 118 che c’è un capriolo investito.
  • Che c’entra il 118, è un animale…
  • Fidati, hanno l’obbligo di passarti il veterinario di turno.
  • Ma poi sei sicura? Io non l’ho mica visto.
  • Perché eri girata dall’altra parte, sbrigati che si fa tardi.

Solo pochi giorni prima, andando a Siena, avevo visto un capriolo morto sulla rotatoria per la Siena – Firenze all’uscita Nord di Colle Val d’Elsa.

Dopo aver sceso Paola e mamma davanti all’ospedale, mi misi a fare telefonate per avvisare qualcuno che facesse togliere la carcassa.

Il servizio per la fauna selvatica, che mi rispose subito, mi disse però che interveniva solo per gli animali feriti e mi consigliò di avvisare il Comune competente. 

Pensai che la parte dove era il capriolo era sicuramente su Poggibonsi.

Chiamai il Comune. Mi passarono un’impiegata dalla voce scocciata che, non appena le ebbi spiegato la faccenda, mi chiese:

  • Ma lei è proprio sicura che lì sia Poggibonsi? Perché potrebbe essere anche Colle. 

Dopo alcuni minuti, ritornò all’apparecchio e mi informò sconsolata che era proprio Poggibonsi. 

Disse anche che avrebbe mandato qualcuno. 

La sera di San Galgano non c’erano dubbi su quale fosse il Comune competente, ma alle otto di sera non avremmo trovato nessuno. Nemmeno i vigili.

Intanto la mia amica parlava col 118.

  • Oh, mi hanno detto che mi passano il servizio veterinario… Allora avevi ragione te.

Aspetta aspetta, però, il servizio veterinario non rispondeva, per cui le dissi di riagganciare e richiamare il Suem per chiedere che potevamo fare, vista l’ora. 

Non ne avevano idea.

  • Fai il 115, chiama i vigili del fuoco.
  • Ma come fai a sapere tutti questi numeri?
  • Eh, dopo anni di giro di nera…

I vigili del fuoco la ascoltarono e promisero che sarebbero intervenuti.

La mia amica però era ancora scettica.

  • Secondo me te lo sei sognato. Io non ho visto nulla. Sai che figura ora con tutte quelle telefonate…
  • Ma figurati se non c’era. Ho visto benissimo le quattro zampine all’aria che spuntavano dal fosso.
  • Mah, sarà…

Arrivammo a San Galgano, prendemmo posto nella chiesa e guardammo lo spettacolo, “Storie e amori sulla via Francigena, un musical in cammino”, di Nicola Costanti e Marco Brogi.

Marco lo avevamo salutato fuori dalla basilica. 

Scoprimmo anche che il Comune di Chiusdino organizzava un festival estivo di un certo livello, oltre all’opera sulla Francigena c’era già stato un concerto di Max Gazzè e altri appuntamenti interessanti erano in programma, ma noi non ne sapevamo niente.

Dell’evento di quella sera io stessa l’avevo saputo quasi per caso, vedendo un post di Marco su Facebook.

La serata fu molto bella. Bravissimi gli attori e cantanti, ben scritta la storia, fantastico il posto. Bella anche la sera d’estate.

Al ritorno, dopo un po’ di strada, il discorso tornò sui caprioli, anche perché io sono sempre terrorizzata quando guido per le strade in mezzo al verde, che spuntino animali e prego dentro di me che ciò non avvenga.

Quando passammo dal curvone dei Cappuccini, a Colle, il capriolo non c’era più.

“Certo che non c’è – commentò la mia amica – vedrai, non c’è mai stato, te lo sei solo immaginato”.

Qualche giorno dopo una conoscente commentò su Facebook un mio post su che cosa fare quando si trovano animali selvatici morti e feriti, dicendomi di guardare la bacheca di sua sorella.

Aprii la pagina e vidi la foto del povero capriolo a zampe all’aria al curvone dei Cappuccini. 

La sorella scriveva che si era trovata a passare di lì, aveva visto (e fotografato) il capriolo, dopo di ché era impazzita a chiamare carabinieri e non so chi altri per far togliere la carcassa. 

Tra l’altro diceva che si trattava di un esemplare di femmina e pure incinta. Alla fine concludeva che comunque, grazie al suo telefonare a destra e a manca, alla fine il povero animale era stato tolto. 

Oddio, stavo perdendo il primato di avvistatrice di caprioli morti per strada, ma a dire il vero in quel momento non mi sembrava la cosa più importante.

La cosa veramente importante era scaricare la foto e inviarla a quella miscredente della mia amica come prova definitiva che quella sera non avevo avuto le traveggole.

Ogni tanto, una piccola soddisfazione… 

(La foto del capriolo nel verde invece l’ho fatta io sotto casa e almeno quello è indiscutibilmente vivo)

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Noi siamo zingarelle…

La seconda estate che mi chiamarono a lavorare a Rovigo la solita agenzia mi trovò una casa minuscola. Era nel sottotetto di un condominio a due passi dal centro. C’era tutto. Tavolo, sedie, divano letto, armadio, cucinetta e bagno. In ventidue metri quadrati. Il bagno era fin troppo grande, però a differenza del soggiornocucinacamera ci si muoveva bene. La cucina era uno di quei mobili compatti che contenevano pensili, frigo, fornelli, acquaio. C’era anche una bella finestra larga come la parete, su in alto, che dava su una falda del tetto. 

Il divano letto era posizionato sotto la finestra e, considerato il caldo di Rovigo, quando ero a casa stavo sempre svestita. 

Un giorno alla finestra comparve un uomo. 

Camminava sul tetto, tirando un filo o non so che. 

Io urlai e tirai le tende, ma lui nemmeno mi considerò. 

Il padrone di casa poi mi disse che era il solito inglese che saliva spesso sul tetto per sistemare l’antenna o con altre scuse, ma che stessi tranquilla che era innocuo. 

In ogni caso un po’ mi infastidì pensare di non essere più del tutto libera nella mia microcasetta. 

Dopo un po’ però non ci pensai più. 

In quel periodo stavo terminando di scrivere la mia tesi di laurea. Ero al terzo relatore, dopo che il primo mi aveva abbandonato per malattia e il secondo era morto. Questo invece era vivo e vegeto e sembrava che fosse arrivato il momento di chiudere il capitolo università. 

La tesi stava tutta nella memoria di un computer portatile, una rarità per l’epoca, che avevo comprato a prezzo di favore tramite il giornale quando ero collaboratrice. Internet non era ancora diffuso e si usavano i floppy disk. Il computer aveva un modem che tramite il filo del telefono permetteva di trasmettere i pezzi in redazione. 

Un giorno tornai a casa in Toscana per il weekend e lasciai il computer nel micro appartamento. 

La domenica sera, al rientro, mentre salivo l’ultima rampa di scale trascinando il trolley, notai qualcosa di strano alla porta. 

Era socchiusa.

Una specie di nebbia mi avvolse la testa mentre il cuore accelerava i suoi battiti.

Senza pensarci un secondo mi precipitai dentro. 

Il computer era lì, al suo posto, nella valigetta in terra accanto all’armadio, dove l’avevo lasciato. La borsa era stata aperta ma il contenuto era intatto.

Sospiro di sollievo. 

Era quella la cosa più preziosa che avevo in quel momento.

La cucinacamerasoggiorno pareva a posto. Andai in bagno. Qualcuno aveva rovistato fra le spazzole e aveva perso un laccetto per capelli. 

Però non mancava niente. 

Chiamai il 113 e poco dopo arrivarono i poliziotti della volante. 

Il problema vero era la porta. La serratura era stata disfatta e non potevo chiuderla. I poliziotti mi chiesero se avessi un altro posto dove andare per la notte.

Non ce l’avevo. 

Ma ero talmente stanca che mi sentivo tranquilla. Avrei bloccato la porta con una sedia. Il giorno dopo avrei pensato a come risolvere, ma in quel momento volevo solo dormire. 

La mattina chiamai il padrone di casa informandolo di quello che era successo. Disse che ci avrebbe pensato lui a fare risistemare la serratura. Lo ringraziai.

Durante il giorno, poi, mentre ero al lavoro, mi chiamò per dirmi che era tutto a posto, l’intervento era costato all’incirca ventimila lire ma che, anche se sarebbe toccato a me pagare, non me le avrebbe chieste. 

Avrei voluto anche vedere, la porta di quella casa era di carta velina! 

Durante il giro di nera della mattina, quando entrai con il collega dell’altro giornale nell’ufficio delle volanti, il capo mi guardò e si mise a ridere. 

Aveva letto dell’intervento sul mattinale e sapeva già tutto. 

Mi disse che avevo sbagliato a chiamare il 113 dopo essere entrata in casa, avrei dovuto farlo prima. Le ladre potevano essere ancora dentro e la situazione poteva farsi pericolosa. Dalla tipologia del colpo, disse, dovevano essere zingarelle che cercavano ori e gioielli ma a cui non importava niente di un computer (a differenza dei tossici) che non avrebbero saputo come rivendere. 

E meno male.

Almeno quella andò bene, alla fin fine.  

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Una bottiglia di Franciacorta

Quando rientrai al giornale, dopo essere stata lontana per quasi due anni, sembrò il caso di fare una festicciola per amici e colleghi. 

In realtà c’era ben poco da festeggiare. In quei due anni avevo iniziato a collaborare con un giornale che mi piaceva molto di più per lo stile, il nome e altri motivi. 

Ma tra un lavoro da esterno con zero garanzie economiche e future e un posto fisso con regolare stipendio, non c’era storia. 

Quel posto lo avevo ottenuto grazie alla sentenza di un giudice, dopo essere stata sballottata per un decennio qua e là che nemmeno una pallina da ping pong. 

Ricordo il giorno in cui l’avvocato mi chiamò al telefono per comunicarmi la vittoria. 

L’improvviso dolore al petto e quella domanda, ma devo proprio rientrare là, non potrebbero darmi dei soldi e chiuderla così? 

No, non era possibile. 

Ricordo anche quello che indossavo, quel giorno. Pantaloni verde militare Sisley a mezzo polpaccio con cinturina di cuoio e maglietta coordinata. 

Dopo pochi minuti ero già a letto. Stentavo a muovermi. I muscoli si contraevano, fino a diventare rigidi e immobili. Fui assalita dal mal di testa, un dolore sordo che dall’alto si irradiava lungo la colonna dandole fuoco e poi le braccia e le gambe. 

Rimasi così per cinque giorni. Quasi paralizzata, in preda al dolore. Impossibilitata a muovermi, ad alzarmi, a mangiare, a pensare, a fare qualunque cosa.

Al quinto giorno, su insistenza della redazione per la quale lavoravo, accettai di alzarmi e andare a seguire una conferenza. Indossai lo stesso completo verde militare. Camminavo piegata in avanti, quasi a novanta gradi, ancora in preda a dolori e a un persistente giramento di testa. La schiena non si raddrizzava e le gambe facevano fatica a muoversi. Mi feci forza e riuscii ad arrivare. 

Dopo qualche settimana ci fu la festa. 

Nel frattempo ero stata a casa in Toscana ed ero tornata su con forme di pecorino di varia stagionatura e salumi. Mi misi d’accordo con il proprietario dell’enoteca in cui avrei invitato amici e colleghi. Gli lasciai formaggi e salumi, che lui avrebbe tagliato e disposto in vassoi. Il pane sarebbe arrivato dal forno vicino. Lui avrebbe preparato prosecco e vino rosso, oltre ad acqua e altre bibite, a volontà. 

Concordammo un prezzo che, insieme alla spesa già fatta a casa, rendeva quella festicciola un investimento di un certo rilievo. 

Pazienza, avrei ammortizzato con i primi due o tre stipendi.

La sera stabilita, era la metà di giugno di una quindicina di anni fa, arrivarono amici e colleghi. Fu una serata piacevole, tutto sommato. Passarono diverse persone a salutare, a bere un bicchiere, a mangiare un boccone. Due colleghe stettero un po’ in disparte a un tavolino insieme a due politiche locali, ma andava bene anche quello. 

Finimmo abbastanza tardi. 

Il giorno dopo passai dall’enoteca per saldare il conto. Il proprietario mi porse lo scontrino a occhi bassi mentre, con l’aria imbarazzata ripeteva, eh hai visto come son fatte, son fatte così. 

Non capivo a cosa si riferisse. Poi lessi lo scontrino. Erano battute due cifre, quella pattuita, più un’altra di qualche decina di euro. 

Continuavo a non capire.

Lascia stare, ci sono rimasto male anch’io, ma che ci vuoi fare…

Insomma, alla fine venne fuori che le tipe del tavolino, non soddisfatte del vino servito, avevano ordinato una bottiglia di Franciacorta facendola segnare sul mio conto. 

Ancora oggi penso alle migliaia di cose che avrei potuto fare e dire anziché quello che ho effettivamente detto e fatto. 

Cioè, stare zitta e pagare. 

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La passeggiata sul Serva

Una ventina di anni fa, ero arrivata a Belluno da pochi mesi, un collega che collaborava al giornale si offrì di farmi conoscere la montagna. 

  • Potremmo salire sul Serva, che è vicino e anche abbastanza semplice, disse.

Il Serva è la montagna che sovrasta Belluno, una sorta di panettone liscio con una croce in vetta.

  • Arriviamo fino alla croce e scendiamo.

In quei giorni il monte era completamente coperto di neve. Decidemmo di andare il 6 gennaio, per l’Epifania. 

Chiesi al capo se mi poteva dare quel giorno come riposo settimanale. Strano a dirsi, ma era impossibile. 

  • L’unica cosa che posso fare – disse, magnanimo – è metterti in turno di notte.   

Molto bene. Questo voleva dire che dopo l’escursione sarei dovuta rientrare a casa di corsa, fare la doccia, cambiarmi e volare al lavoro alle cinque del pomeriggio per rimanere fino a mezzanotte.

Vabbè.

A dire il vero non ero del tutto digiuna di montagna. Avevo avuto l’esperienza sul Pelmetto, in Val di Zoldo, e fin dal liceo avevo fatto qualche settimana bianca qua e là. 

Ma apprezzai lo stesso l’ospitalità e la disponibilità del collega. 

Pensai che sarebbe stato gentile portare un thermos di caffè caldo. Ma non avevo il thermos. Andai in un negozio di materiali sportivi in centro ma li avevano già finiti tutti, eccetto uno abbastanza piccolo ma che costava un botto. Lo comprai.

La mattina del 6 gennaio mi preparai con i vestiti più da montagna che avevo, gli scarponi da trekking e una bella giacca a vento. Riempii il thermos di caffè, misi nello zaino due cracker, acqua e un po’ di frutta secca e partii.

Passai a prendere il mio amico sotto casa, visto che si trovava di strada, e andammo verso il Col di Roanza. Da Belluno sono meno di dieci chilometri. Vai a Cavarzano, il mio amico stava lì, poi prendi per Sopracroda, sali sali sali, vai su per qualche tornante, arrivi sul Col di Roanza e lì la strada finisce. C’è un rifugio, poco più avanti c’è uno spiazzo, si chiama Cargador, da dove si lanciano con il parapendio. Un po’ più su c’è la croce luminosa donata da un’associazione cristiana e messa lì sul monte. Qualche anno fa ci fu una polemica perché tanti non ce la volevano. Al giornale si fece un gran casino ma poi la misero lo stesso. 

Si lasciò la macchina vicino al rifugio e ci si incamminò. All’inizio il sentiero saliva e passava in mezzo al bosco. Poi la vegetazione a un tratto spariva e il versante andava su dritto sparato. Ma non era come arrampicare, si camminava, solo parecchio in verticale.    

Era una giornata fredda ma bella, pulita e con il cielo azzurro. Il sole pian piano si alzava e cominciava a battere, oltre che a riflettere sulla neve. 

Noi si saliva e si saliva, ma la vetta era sempre lontana. E poi c’era il problema che a una cert’ora bisognava venir via perché io dovevo andare al lavoro. 

Il mio amico disse, arriviamo fino alla casera. 

A Pian dei Fioc, alla casera, ci fermammo. C’era un po’ di gente che beveva spumante e mangiava pandoro.

Noi ci sedemmo su una panca di legno e bevemmo il caffè del mio thermos. Smangiucchiammo un po’ di frutta secca, poi ripartimmo.

Il mio amico disse che conveniva tornare in giù. Non ce l’avremmo mai fatta a salire fino alla vetta ed essere a Belluno in tempo per il mio turno. 

Peccato.

All’ingiù non era molto meglio rispetto a quando si saliva. La discesa ripida e la neve costringevano a guardare bene dove si mettevano i piedi. Le ginocchia poi cominciavano a fare un po’ male, sollecitate com’erano.

Il mio amico disse, e se ci si buttasse giù di culo?

Si partì, tirandosi sul dietro la giacca a vento per scivolare meglio. 

Si andava che era un piacere. Solo che non è che il versante nonostante la neve fosse poi così liscio. Per cui ci si prendevano anche delle belle botte. Ogni tanto ci si fermava contro un rialzo del terreno o contro un arbusto, allora ci si dava una spinta e si ripartiva.    

Era divertente, come essere al luna park.

Quando si arrivò all’inizio del sentiero e ci alzammo in piedi le gambe non ci reggevano più.

Erano tutte un tremore. Ma c’era da scendere e allora andammo lo stesso. 

Rifacemmo al contrario tutto il percorso della mattina, lasciai il mio amico sotto casa sua e tornai alla mia. Mangiai qualcosa, feci la doccia, mi cambiai e andai al lavoro.

A quel punto ci sarebbe stato bene solo di infilarsi al calduccio sotto le coperte a far riposare i muscoli indolenziti. Invece dovetti affrontare il turno di notte. 

Non ricordo niente però di quello che successe, probabilmente nulla. Ma la mia presenza era comunque indispensabile. 

In ogni caso, almeno l’avventura della mattina, quella non me la scordo più.

(il Monte Serva – foto di Ylena Ichkova da Pinterest)

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Il patrono di Firenze

Nei primi anni del liceo con la mia amica e compagna di banco si passavano spesso i pomeriggi a casa sua con la scusa di fare i compiti.

Poi in realtà si facevano delle grandi merende, con i pasticcini o la pizza, e si guardava la tv. 

Ogni tanto veniva anche un’altra ragazza, un po’ più grande di noi, che coinvolgevamo nelle nostre festicciole pomeridiane. 

Questa ragazza era una personcina minuta con dei grandi occhi verdi e i capelli neri. Era anche molto ingenua e credulona per cui noi due ci divertivamo ad approfittarne. 

In quel periodo avevamo iniziato i nostri primi esperimenti culinari grazie alla ricetta delle lingue di gatto che la mia amica aveva avuto dalla nonna.

Sembrava quasi impossibile, ma i nostri biscottini prendevano forma ed uscivano dal forno caldi, dorati e croccanti.

Spiegammo alla nostra amica che quella doratura era un segreto della nonna e che per ottenerla si aggiungeva all’impasto dello stracchino. Uno poi, volendo, avrebbe potuto aggiungerne altro anche dopo la cottura. 

La nostra amica fu entusiasta dell’idea e cominciò a spalmare lo stracchino sulle sue lingue di gatto.

  • È vero, sono buonissime. Ma voi perché non ce lo mettete?

Lei continuava a spalmare e a mangiare, soddisfatta di questa scoperta.

A noi, spiegammo, ci bastava quello che avevamo messo dentro, quello della crosticina.

Non sapevamo se essere più divertite o attonite. Era stato troppo facile prenderci gioco di lei. 

Che poi, alla fine, ne era addirittura contenta.

La nostra ospite dello stracchino era anche un’appassionata sciatrice e noi, io e la mia compagna di banco, andavamo ogni anno a Natale nella casa della mia amica sulle Dolomiti a fare la settimana bianca. Una volta venne anche lei. 

Faccio fatica a pensare che quella vacanza in montagna ci sia stata davvero. Non ricordo più niente. Forse, vagamente, il fatto che io e la mia amica andavamo sulle piste più facili mentre la ragazza dello stracchino faceva anche la nera, che in quel caso era un terribile percorso ripido fra spuntoni di roccia.

Non ricordo la nostra convivenza in casa, non ricordo il viaggio di andata, sempre in treno da Firenze, dove ci accompagnava in genere il babbo della mia amica, né la sosta d’obbligo a Bolzano con wurstel e senape al baracchino per strada, e nemmeno la salita in autobus lungo i tornanti a picco su versanti di pietre. 

Ricordo invece il lungo viaggio di ritorno sulla tratta ferroviaria Bolzano-Firenze.

  • Se ci chiedono di dove siamo non dite assolutamente che siamo di Colle.
  • Ah no? E di dove saremmo?
  • Di Firenze.

L’amica dello stracchino, scoprimmo, si vergognava delle sue origini provinciali, che poi erano anche le nostre. Solo che a noi non ce ne importava proprio niente.

In ogni caso, pensai, a chi vuoi che interessi sapere di dove siamo? 

  • Ciao, posso? Di dove siete? 

Eccolo lì il tipo che aspettavamo, affacciarsi nel nostro vagone, sedersi e pronunciare la fatidica domanda. 

Io e la mia amica, zitte.

La ragazza dello stracchino con voce trillante: di Firenze.

  • Firenze Firenze?
  • Certo.
  • E di dove, di preciso.

A pensarci era inevitabile che sul Bolzano-Firenze trovassimo qualcuno veramente di Firenze. Questo qualcuno sicuramente aveva capito che gli stavamo raccontando delle stupidaggini e si divertiva a metterci in difficoltà.

Io e la mia amica lasciammo il campo alla ragazza dello stracchino che comunque sembrava cavarsela abbastanza bene. 

Il tizio però non mollava l’osso e insisteva a fare domande sempre più particolari su Firenze. 

  • E chi sarebbe il patrono di Firenze?

Gelo.

La ragazza dello stracchino aveva gli occhioni sgranati e pareva stesse per scoppiare in lacrime da un momento all’altro. Decidemmo di intervenire per aiutarlo.

  • San Lorenzo.
  • No.
  • Santa Maria Novella.
  • No.
  • Aspetta, lo so io. Santo Spirito.

Il ragazzo ci guardava sornione, la ragazza dello stracchino era sull’orlo di una crisi di nervi.

Ma insomma, possibile che non sapessimo chi era questo benedetto patrono di Firenze. Ci sarà stata una festa, un detto, una canzone che lo ricordava…

  • San Fiorenzo!

Urlai, come se avessi scoperto il tesoro dei pirati.

La risata del ragazzo ci fece capire che non ci eravamo proprio. Però scoppiammo a ridere anche noi, con lui.

Almeno la tensione si era smorzata. 

Ma io quel San Fiorenzo uscito chissà da dove non me lo sono più scordato. 

(Panorama – 1954, Ottone Rosai)

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