Una bolla foderata di illusioni

All’epoca un altro sogno impossibile era quello di incontrare l’uomo giusto. Da quello sarebbe dipeso tutto il resto, pensavo. Immaginavo il colpo di fulmine, le affinità, le nostre vite che si incontravano e che, magicamente, combaciavano come due pezzi separati di una stessa unità. Una volta fatto quel passo, tutti gli altri aspetti della mia vita si sarebbero sistemati di conseguenza. La casa, il posto dove abitare, il lavoro, l’idea di famiglia. Tutto. 

Vivevo in una bolla le cui pareti erano foderate di illusioni.   

Mi ero trasferita un anno prima a Treviso dalla Toscana per lavorare come giornalista, dopo che il quotidiano in cui lavoravo a Siena era stato chiuso, travolto dalla tempesta di Mani Pulite. Il Veneto mi aveva chiamato, per una sostituzione estiva di pochi mesi, e io avevo risposto. “Treviso non è bella come Siena – disse, quasi scusandosi, il vicedirettore del quotidiano con cui parlai al telefono – però ha un suo fascino. È poi è vicinissima a Venezia”. 

In realtà avrei risposto sì anche a una chiamata dal più remoto paese dell’Africa. 

Dopo la prima sostituzione in Veneto, fatti i miei conti, pensai che avrei lavorato sicuramente di più e meglio lì che in Toscana. Così decisi di lasciare tutto, casa genitori e sorella, e iniziare una nuova vita. Il lavoro era provvisorio, temporaneo, precario. In pratica sarei stata una collaboratrice esterna al giornale, mentre speravo di essere richiamata per una sostituzione in redazione non appena se ne fosse presentata l’occasione. Era il 1995, avevo trentadue anni, ero giornalista professionista da quattro e avevo alle spalle dodici lanci con il paracadute e un incidente d’auto, un tamponamento subito il 22 maggio 1993, che mi avrebbe lasciato le spalle e il collo doloranti per gli anni a venire. 

Non fu tutto facile. Cambiai casa dopo appena quindici giorni dal mio arrivo, non appena mi resi conto che la proprietaria, un’anziana che viveva sola al piano di sopra, confondeva la sua inquilina pagante con una dama di compagnia. Dopo la prima notte, trascorsa insonne in un letto di mogano con la rete sfondata, quando lei cercò di entrare in casa mia alle otto di mattina, si stupì che avessi chiuso la porta a chiave dall’interno.      

“Non va bene. Così non posso entrare” mi rimproverò stizzita non appena le ebbi aperto la porta. 

Ma era una vita nuova, finalmente lontana dalla mia famiglia, fantastica e affettuosa ma soffocante di aspettative e di direttive, e dalla grande casa in campagna sempre piena di problemi (l’acqua, la strada, le scale) in cui ci eravamo trasferiti nel mio ultimo anno di liceo. 

Nella nuova vita, insieme a tante altre cose, ci fu spazio anche per un vero, costosissimo, corso di inglese. Andavo in via Canova una volta a settimana, a ripassare con l’insegnante madrelingua quello che studiavo a casa sul libro e ripetevo con l’ausilio di audiocassette. Le lezioni davano i loro frutti. Imparavo velocemente. Ero brava. Una studentessa brillante e piena di volontà.

Ma finché non vai in un paese anglosassone, mi disse la direttrice, è tutto inutile.

Arrivai al JFK intorno a mezzanotte. Presi un carrello, raccolsi le mie due grosse valigie dal nastro trasportatore e mi avviai verso l’uscita in cerca di un taxi. 

In aereo avevo cercato qualcuno disposto a condividere la corsa con me, ma senza risultato. Prima di uscire dall’aeroporto invece trovai una ragazza sudafricana, Helen, alta e bionda, che fu ben felice della mia proposta. La seguii fuori mentre ignorava tranquillamente la lunga fila delle persone in attesa di un taxi giallo e si fermava a contrattare il prezzo con l’autista di una macchina bianca. Il mix di stanchezza ed eccitazione mi convinse a salire sul taxi abusivo senza farla troppo lunga. 

La prima volta che vidi Manhattan fu di notte e fu come essere al cinema. Solo che quella volta ero proprio lì.

Helen scese prima di me, poi fu il mio turno, una volta arrivati all’incrocio fra la 18esima strada e la Prima Avenue. 

La casa di Liz era al settimo piano di una costruzione in mattoncini rossi in mezzo a tante altre costruzioni tutte uguali: un appartamento con una camera, un bagno, un salotto e una cucina. Nelle aree comuni c’erano l’ascensore e il cunicolo per gettare l’immondizia, ma nessun portiere di quelli che si vedono nei palazzi importanti.

Credo che fosse un palazzo di edilizia popolare ad affitto bloccato. Un bel colpo di fortuna per una ragazza che abitava da sola a Manhattan.

(2 – continua)

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Il mio spicchio di mela

Sono su un marciapiede, la gente mi scansa passandomi intorno senza vedermi. Faccio progetti per la giornata e ho l’agitazione nelle gambe.

Take it easy. Mi dice Carmen. Simona, take it easy. Non c’è bisogno di correre. Tu SEI a New York. Tutto questo che hai intorno E’ New York, non hai bisogno di correre sempre da un posto all’altro.

La lascio parlare ma non ce la faccio a darle retta. È la prima volta che sono a Manhattan e sono bulimica di New York. Vado dappertutto, voglio vedere tutto. Musei, cinema, strade, negozi. Assaggiare, comprare, camminare.

Carmen è alta, fisico sinuoso, carnagione olivastra, capelli lunghi neri e ricci. Accanto a lei ci si sente al sicuro. La calma le esce dagli occhi.

Io non sto mai ferma e indosso degli stivali di pelle nera con il tacco basso chiusi davanti con le stringhe anche se in realtà si indossano con la cerniera laterale. Si sono rivelati perfetti per macinare chilometri e chilometri tutti i giorni sui marciapiedi americani. Quando tornerò a casa e andrò in Toscana a trovare i miei, con mamma faremo un giro a Firenze e quegli stessi stivali cominceranno a farmi un male insopportabile ai piedi. Ma finché siamo a New York va tutto bene.

Carmen l’ho conosciuta alla scuola di inglese che frequento al mattino. In classe c’è gente che viene da posti diversi. Sara, in fissa con Michael Jackson, è spagnola, Raimon, catalano. Carmen è brasiliana di Porto Alegre. È una delle più grandi, insieme a me, a una giapponese, Misako, e ad alcuni coreani. Ci sono anche delle ragazze cilene. Poi c’è un ragazzo turco.

Le insegnanti si alternano. Fiona, che viene ogni mattina da Worcester, e Carol Anne.

È il febbraio del 1996. In Italia è appena andata in fiamme La Fenice e io, che in quel periodo vivevo a Treviso e frequentavo Venezia con una certa regolarità, sono sconvolta.
A una delle attività pomeridiane della scuola, quando ci portavano in giro per New York, ne parlo con un’altra allieva italiana. Non ricordo come si chiamava. La vidi solo quel giorno, in metropolitana, mentre andavamo in discoteca.

I am so sad, I cried, mi dice della Fenice.   

Parliamo inglese, ci sforziamo di parlare inglese, anche fra connazionali, per imparare meglio. Gli accompagnatori del pomeriggio sono due ragazzi. Uno è Mario, un tizio magro dagli occhi furbi, che si porta dietro la ragazza francese, una tipa da copertina. Che bella pronuncia che hai, mi disse Claire quando le feci sentire due parole in francese. L’altro è Joe.

Con Mario girammo per Tribeca, Chelsea e Soho, visitammo il Metropolitan Museum e andammo alla Webster Hall e al Tunnel, la discoteca frequentata dalle modelle. Avremmo potuto trovarci anche Naomi Campbell, ci disse.

La partenza era fissata per il pomeriggio del 24 febbraio su un volo Klm Venezia-Amsterdam-New York. Sarei arrivata al Jfk intorno a mezzanotte. Avrei preso un taxi, uno di quelli ufficiali, quelli gialli, si erano raccomandati in agenzia, e poi avrei raggiunto l’appartamento sulla 18th angolo First Avenue, dove mi aspettava la signora che mi avrebbe ospitato in Bed & Breakfast.

Quando arrivarono i documenti, biglietti e voucher, la chiamai, dopo aver calcolato il fuso orario. Le parlai leggendo al telefono il foglietto con gli appunti scritti in inglese.

Come prima cosa, lei mi corresse subito la pronuncia del suo cognome.

Pensai che fosse una specie di professoressa.

A quel tempo vivevo in affitto in un appartamento all’ultimo piano di un condominio di tre nella prima periferia di Treviso. Una zona che tutti conoscevano per la presenza del grattacielo di Antenna Tre, una tv locale, anche se gli studi televisivi ormai erano stati trasferiti da tutt’altra parte. Un appartamento ammobiliato, proprietà dei coniugi Caregnato, due simpatici vecchietti che mi avevano adottato come una figlia.

Una volta al mese mi invitavano a pranzo al circolo ufficiali, sulle rive del Sile, quando passavo da casa loro per pagare l’affitto mi offrivano i cannoli (la moglie era siciliana) fatti con la ricotta arrivata apposta da giù. Una volta mi portarono addirittura a trascorrere un weekend nella loro casa di Enego, sull’altipiano di Asiago.

Io però ero stufa di trovar famiglie pronte ad adottarmi ovunque andassi e volevo solo scappare, anche dalla casa dove abitavo. Quando decisi di andare a New York, un sogno che non avrei mai creduto di trasformare in realtà, e per di più di andarci da sola, pensai che fosse l’occasione per dare un giro di volta alla mia vita.

(1 – continua)

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New York, 26 febbraio 1996, ore 6.50 p.m.

Cara Paola, 

non ci crederai, ma sono in camera mia e sto vedendo in televisione l’ultima serata del festival di Sanremo. Ti immagini?

Tra le decine e decine di canali TV qui in America c’è spazio anche per la Rai. L’altra sera c’era il maresciallo Rocca, pensa te.

Oggi, lunedì, ho fatto il test di ammissione alla scuola d’inglese. Ho conosciuto “many people”, tanta gente.

Nathalie, una ragazza svizzera, Sara (spagnola), Sukki, coreana, Monica, brasiliana,e tanti altri. Nessun italiano, invece. Indovina poi che cosa ho mangiato oggi per il lunch, a pranzo? Un pezzo di pizza!

A cena invece mi mangerò un po’ di frutta.

Ah, oggi sono stata in metropolitana. Very well. Comunque, ci ha detto anche un’insegnante alla scuola che non è vero che New York is dangerous. Bisogna però usare intelligenza. Non farsi vedere sperduti per strada a consultare la mappa in preda al panico, non contare i soldi per strada, non lasciare la borsa incustodita, non andare in certe zone al di là delle business hours, cioè dopo le 22 in metropolitana per esempio è pericoloso, ma dalle 6 del mattino fino a sera, finché viaggiano tutti i lavoratori si può stare tranquilli. Ti infili nel fiume di gente e vai.

Per quello che ho visto fino ad ora di New York una cosa è strana. C’è un casino di gente ma tutti si muovono velocemente e non creano ingorghi umani come magari succede a Roma (per non parlare di Venezia).

La casa. L’appartamento è al 278 di First Avenue, all’incrocio con 18th street, in the East Village, un quartiere molto alla moda per i giovani. Molto aperto, pieno di locali, sede negli anni ‘70, di manifestazioni politiche e conferenze.

L’appartamento di Liz è nella Stuyvesant Town, un insieme di palazzoni di mattoni rossi (non so se è la famosa arenaria), tutti uguali, dove vivono migliaia di persone ed ogni appartamento è numerato. Questi casermoni circondano un campetto da gioco, poi ci sono aiuole ed alberi dove ci sono sempre, mattina e sera, molti scoiattoli, che se ne stanno tranquillamente per terra a sgranocchiare quello che trovano, e passano per le gambe delle persone.

A me questa cosa mi commuove. Pensa, stanno a New York, mica nello Iowa (per dire un posto pieno di boschi, montagne e laghi).

Poi, per il resto, la casa è piccola ma molto carina. C’è una camera, dove dormo io (Liz si è trasferita sul divano in salotto), poi c’è la cucinetta, ed il bagno. Loro hanno tutto diverso da noi: le prese dell’elettricità, il gabinetto, dove c’è sempre l’acqua alta. Poi, alle finestre, qui ci sono i doppi vetri, che si aprono appena, e la zanzariera, e dentro le tapparelle. Pensa, in camera, collegata alla luce, c’è anche la ventola per l’estate. Gli armadi sono tutti a muro e per terra c’è il parquet.

Liz è biondina, ha 30 anni, lavora in un’organizzazione mondiale socio-culturale. E’ newyorkese, non spagnola come avevo capito (sa lo spagnolo). 

Domenica siamo uscite insieme per il brunch (si fa alle 11.30 ed unisce il breakfast e il lunch) e con altri tre suoi amici.

Bene, finito lo foglio. See you soon (che vorrebbe dire ci vediamo presto). In realtà ci sentiremo, per ora!

Un bacione grosso grosso a tutti

Simona (from Usa)

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Anche io, come Checco Zalone…

Anche io, come Checco Zalone, sono stata derubata a Padova. È successo venti anni fa, in un mese di maggio in cui ero libera dal lavoro ed ero scesa in Toscana da Belluno.

Poi, risalendo, come capitava tutte le santissime volte, avevo dovuto riempire la macchina di forme di cacio pecorino di diversa stagionatura, olio extravergine di oliva, qualche bottiglia di vino rosso e pane sciocco per tutti quelli che ogni santissima volta mi dicevano, ah vai in Toscana? Mi porti questo e quest’altro che poi ti ridò i soldi…

Che poi non era questione di soldi. La questione era che ogni volta dovevi fare tutto all’ultimo momento, specialmente con la roba fresca, calibrare i tempi e gli spazi e insomma. Ne avevo già abbastanza a cui pensare senza bisogno di fare la staffetta del furgone gastronomico dall’Arno al Piave.  

Un anno provai anche a mettere su un progetto di e-commerce di cibo toscano, per risparmiarmi la fatica ed evitare di rimetterci anche, alla fine. Ma non trovai le persone giuste o forse i tempi non erano ancora maturi.

In quell’epoca avevo la macchina più brutta della mia vita, ancora più brutta della Cinquecentina rossa modello nuovo (quello che non hanno osato fare mai più), una Renault Scenic verde marcio scuro la cui unica virtù era quella di essere spaziosa. Infatti l’avevo presa quando il parco cani era raddoppiato con l’avvento di Gastone.

Quel maggio di venti anni fa sarei rimasta in Toscana un mesetto all’incirca per cui riempii la mia spaziosa Scenic buttandoci dentro tutte le giacche che avevo, da quella nera di Donna Karan New York a quella marroncina in pelle che mi aveva regalato un amico. 

Preparai una scatola con i miei cd preferiti, una trentina; portai i miei quadri per farli vedere a casa, quelli primitivi del cane blu e della Dea Madre ispirata a Dubuffet. Il solito sacchetto con gli assorbenti e altri aggeggi di uso quotidiano. 

Al ritorno non solo avevo da riportare le cose dell’andata. In più c’erano gli scatoloni con le vettovaglie, formaggi, pane e tutto il resto.

Mi fermai a Padova a salutare alcuni amici con i quali uscii a cena. Poi, visto che si era fatto tardi, mi dissero che avrei fatto meglio a fermarmi a dormire e partire con calma la mattina dopo.

Posteggiai la macchina in strada e mi caricai di formaggi, pane e vino per tenerli in casa al fresco. Come effetti personali presi giusto un ricambio e il beauty. Tutto il resto, le giacche, i cd e i quadri rimasero in macchina.

La mattina dopo, verso le nove, fatta colazione, salutai gli amici che mi avevano ospitato, ripresi cibo e bevande e mi incamminai verso la macchina. 

In quel momento mi squillò il cellulare. Era una persona che avevo intervistato qualche tempo prima. Il pezzo era uscito proprio quella mattina e mi voleva ringraziare.

Pareva l’inizio di una bella giornata.

Mentre mi avvicinavo alla macchina c’era qualcosa che non mi quadrava, ma non capivo cosa. Poi fu tutto chiaro. La sbriciolatura di vetri verdolini sul marciapiedi non sarebbe dovuta essere lì, ma avrebbe dovuto starsene integra e inserita nello sportello posteriore sinistro dove invece c’era un gran buco.

Dall’abitacolo era sparito tutto. 

Via le giacche di DKNY, la giacca in pelle e tutte le altre, via la scatola dei cd, di cui era rimasto solo quello inserito nell’autoradio e una copertina buttata a terra, via il sacchetto degli assorbenti (ancora…). 

Tutta tremante telefonai agli amici che scesero subito armati di scopetta e palettina come chi è abituato ad affrontare casi del genere. 

Mi aiutarono a ripulire tutto e a fare la conta dei danni.

Poi, constatato che il problema era limitato e che la macchina, a parte il finestrino posteriore sinistro, non era stata toccata, mi rimisi in viaggio alla volta di Belluno.

Meno male che era un bel giorno di primavera e c’era il sole.

Mi consigliarono anche di non stare a perdere tempo a far denunce perché tanto quella era sicuramente l’opera di un tossico e col cavolo che qualcuno avrebbe indagato sul furto o cercato di recuperare il maltolto che con tutta probabilità era già stato piazzato per poche lire. 

Il giorno dopo sarei dovuta rientrare al lavoro, non a Belluno ma nella redazione di Feltre e il problema del finestrino si faceva un po’ più complicato. Ma avrei chiesto consiglio ai colleghi e una soluzione l’avremmo trovata.

Mentre guidavo in autostrada con l’aria che vorticava da dietro ripensavo ai miei amati cd. Avrei dovuto ricomprarli, minimo. Intanto facevo mente locale su quelli che avevo messo nella scatola. Le giacche… pazienza, ma per quella regalata mi dispiaceva proprio.

A pensarci bene, però, la cosa che più mi ha ferito alla fine non è stato tanto per quello che mi era stato portato via.

Perché, razza di cafoni, non avevano nemmeno toccato i miei quadri primitivi, con il cane blu e la Dea Madre ispirata a Dubuffet?

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Gli anni ruggenti della tv privata

Alla fine del 1976 anche Colle ebbe la sua tv privata. Si chiamava Rts, Radio Tele Siena, e fu la prima di tutta la provincia. Due anni prima ad Arezzo era nata Teletruria, la prima in assoluto, e trasmetteva via cavo. Dopo un anno, quando la legge lo permise, passò all’etere.

Rts fu aperta in un fondo di Igino Bartoli in piazza Spartaco Lavagnini. Il capofila dell’operazione era Piero Barbagli, che si occupava dei trasmettitori, e che con Franco Masoni, anche lui in Rts, un anno dopo avrebbe aperto Canale 3 a Siena.

In ogni caso, in quel 1976, fu la tv di Colle a trasmettere la prima edizione di 96 Ore di Palio.

Due per esser precisi, quella di luglio e quella di agosto.

Le attrezzature furono installate a Palazzo Sansedoni con il placet del Monte dei Paschi e due telecamere in bianco e nero ripresero i quattro giorni della festa dalle trifore su piazza del Campo. 

Io all’epoca avevo tredici anni e ho vaghi ricordi delle persone che giravano intorno alla tv. 

Babbo ideava le trasmissioni e organizzava il palinsesto insieme al Bartoli e zio Romano, col negozio Radiopacini, pensava alla parte tecnica.

Mi ricordo di Renzo Fanetti, con la sua telecamera, ma più per averci lavorato dopo, quando si andava a giro a riprendere i pranzi dei cinquantenni all’Astronave e io facevo il commento vocale, che per Rts. 

Mi ricordo anche di Iginio Bartoli, che in quegli anni era il presidente della Colligiana e da cui, un po’ di tempo dopo, avremmo comprato la casa. Ma lui è impossibile dimenticarlo, mi pare ancora di vederlo passare per piazza col cappotto lungo foderato di pelliccia, in tutta la sua imponenza.

Però mi sono informata e a forza di chiedere ho raccolto altri nomi. Tra quelli di Siena c’era Paolo Tozzi che raccoglieva la pubblicità.  

Il maestro Ilio Guerranti leggeva il tg, alternandosi con le ragazze più belle di Colle, Monica Sottili, Paola Buzzichelli, Patrizia Righi, che conducevano anche le trasmissioni di intrattenimento. 

C’erano delle aste, in cui venivano venduti oggetti ricevuti in regalo dai commercianti di Colle e il cui ricavato andava all’Unione Sportiva Colligiana. 

C’erano dei giochi, degli indovinelli e una volta vinsi anch’io. Telefonai e detti la risposta giusta. Il premio era un vaso di terracotta smaltata con un bel fiore arancione dipinto sopra.

Credo ci s’abbia ancora, da qualche parte.

Programmi, trasmissioni, qualunque cosa venisse fatta in tv in quegli anni era frutto di artigianato puro. Non c’era una scuola, se non quella della Rai, che stava però su tutto un altro piano.   

La mi’ cugina, che alle elementari c’aveva la maestra Guerranti, moglie di Ilio, ci andò in gita con lei e la maestra Pizzirani. I bambini fecero un giro nella sede di Rts, furono intervistati e poi la sera si rividero in televisione. 

Mi ricordo di quelle stanze bianche piene di aggeggi e fili elettrici e con qualche scrivania qua e là. 

Quando ero al liceo poi, babbo mi fece fare un provino insieme a un altro ragazzo. Mi pare che andai meglio io. Lui, che pareva più sciolto, davanti alle telecamere rimase bloccato. L’idea era quella di fare un programma musicale, passando i dischi su richiesta o meno. Una specie di Deejay TV ma parecchi anni prima. 

Purtroppo il progetto non andò mai in porto.

Mamma invece ricorda che in quel periodo portò i ragazzi in gita nella sede del Monte dei Paschi e quando si seppe che era la moglie di Asvero Pacini di Rts la trattarono con tutti gli onori.

Noi all’epoca si stava all’inizio di Campolungo, la tv era a poche centinaia di metri da casa, andando verso Gracciano.

Le macchine si posteggiavano in strada e spesso nemmeno si chiudevano.

A un certo punto babbo cominciò a trovare cose strane nell’automobile la mattina quando partiva per andare a scuola. Una volta gliela riempirono tutta di shampoo verde. 

Lui si arrabbiava e gli usciva qualche maledizione a denti stretti. 

Diceva che tanto lo sapeva che glielo facevano per colpa di Rts, ma non ne so il motivo. 

Se ci fossero delle invidie, dei litigi, o che altro.

All’epoca ero piccola e ingenua e non capivo nemmeno la ragione per cui uno si mettesse a far dispetti, o più o meno velate minacce, per una televisione.

In ogni caso Rts andò avanti qualche tempo ancora, dopo l’uscita dei senesi che avevano fondato Canale 3. Poi, come tutte le cose belle, finì. 

O forse è meglio dire, come tutte le più belle cose.

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L’Accalappiacani

Non molto tempo dopo che ci eravamo trasferiti in campagna riuscii a convincere babbo a prendere un cane. Arrivò da un vicino, che ci regalò un cucciolo di pastore tedesco.

Lo chiamammo Iadi, come quello a cui babbo era tanto affezionato in gioventù, quello per la cui morte aveva sofferto così tanto da giurare che non avrebbe mai più tenuto un cane in vita sua.

E invece.

Un giorno andai alla pinetina di Scarna con un amico. Portammo anche Iadi. 

Era il periodo del chioschetto e con la bella stagione ci si trovava quasi tutti lì.

Si mangiava un panino, si beveva una birra, si facevano due chiacchiere, come quando si era in piazza. Quel giorno qualcuno giocava a pallone, ci unimmo anche noi.

Iadi si divertiva un sacco. Rincorreva la palla e si lanciava in grandi salti per afferrarla al volo con i denti.

A un certo punto si lanciarono in due verso la stessa palla, Iadi e un ragazzetto mai visto prima. Risultato, il tizio alzò la gamba per colpire il pallone e Iadi, che era sulla stessa traiettoria, si prese un bel calcio sui denti. Non sembrò curarsene più di tanto, per fortuna, e continuò a correre e a saltare come se niente fosse.

All’epoca in Valdelsa c’era un tizio che si occupava dei cani per il servizio veterinario pubblico.

Lo chiamavano tutti l’accalappiacani, ed era il terrore di chiunque avesse un cane.

Una figura quasi leggendaria.

Alto e ossuto, l’aria severa da perfetto tutore dell’ordine, trovava sempre qualcosa che non andava e minacciava multe o di portare il cane in canile, un luogo misterioso dove nessuno sapeva che cosa sarebbe potuto succedere davvero.

Molti dicevano che in certi periodi e in certi posti, tipo a San Gimignano quando era piena di turisti, sparasse siringhe di anestetico tra la gente non appena vedeva un cagnetto fuori regola.

Noi ce lo trovavamo spesso alla porta di casa, all’epoca non avevamo ancora il cancello, sempre pronto a contestare qualche infrazione canina.

Babbo si arrabbiava tantissimo. Io sinceramente non capivo nemmeno di che cosa parlasse. Negli anni Ottanta le cose andavano un po’ così come andavano e tanti settori non erano proprio regolamentati come oggi.

Forse ce l’aveva con il fatto che Iadi ogni tanto si allontanava e sconfinava fino a dove c’erano le prime case sulla statale.

Allora arrivava con la sua macchinetta con i contrassegni, veniva su tutto impettito fin sull’aia, suonava il campanello e a babbo, che appena lo vedeva gli cascava la mascella, diceva che quel cane era un problema e che se non si risolveva l’avrebbe portato in canile.

Che problema fosse non si è mai capito, visto che Iadi non aveva mai causato problemi né aggredito nessuno.

Probabilmente fu per colpa dell’accalappiacani che Iadi cominciò ad esser tenuto a catena. Babbo diceva che non c’erano altre soluzioni e che lo faceva per lui.

La catena era lunga e babbo aveva studiato uno stratagemma perché lo fosse ancor di più. Aveva tirato un lungo cavo di metallo da una parte all’altra della strada e ci aveva agganciato la catena di Iadi con un moschettone, come quando si fanno i lanci vincolati col paracadute.

Così Iadi, oltre che che in lungo, poteva spostarsi anche in largo.

Però era sempre una catena.

Qualche giorno dopo il pomeriggio in pineta babbo mi disse: “Hanno chiamato i carabinieri, dicono che c’è una denuncia contro di noi. Iadi ha morso un ragazzo”.

  • Ma quando?
  • Qualche giorno fa, a Scarna.
  • A Scarna Iadi era con me e non ha morso proprio nessuno.
  • Eppure questo dice che lo ha morso così forte da strappargli i pantaloni…

Mi venne in mente il ragazzetto che aveva dato un calcio in bocca a Iadi mentre cercava di colpire il pallone. Ma lì per lì non aveva detto niente e nessuno si era accorto che fosse successo qualcosa.

  • Fra l’altro sai chi era quel ragazzo? Il figliolo dell’Accalappiacani…

Ah ecco, allora era tutto chiaro.

Iniziò una trafila con alcuni incontri dal veterinario per determinare l’aggressività di Iadi. Sentivo pronunciare parole come pericoloso, soppressione. 

Eravamo veramente tutti in ansia per la sua sorte.

L’Accalappiacani era irremovibile. Reclamava giustizia, ripeteva la storia dei pantaloni strappati, peraltro nuovi, diceva, minacciava di far sopprimere il cane, di portarci in tribunale, di chiederci i danni.

Non ricordo di preciso come sia andata a finire. Mi pare che babbo alla fine gli dette un po’ di soldi per fargli ricomprare i pantaloni al figlio.

Però, che ingiustizia.

E che rabbia!

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Jimmy Dean Jimmy Dean

Negli anni di università mi sono sciroppata una quantità infinita di film. Frequentavo lettere con indirizzo musica e spettacolo, l’unico che si sarebbe rivelato completamente inutile per le classi di concorso per l’insegnamento, e al primo piano di via Fieravecchia c’era una sala di proiezione tutta per noi. In certi giorni capitava che vedessimo più film di fila, in bianco e nero o a colori, e di ogni epoca. I vecchi muti in bianco e nero, il Nosferatu di Murnau, il Gabinetto del dottor Caligari, i primi sonori, Il Settimo Sigillo di Bergman, tutto Visconti e Pasolini, e perfino Robert Altman, una delle passioni del prof di storia del cinema. 

A lezione, con Lino Miccichè o con i suoi assistenti, imparavamo i segreti dei registi e delle storie che raccontavano. Nella saletta ci rimpinzavamo gli occhi e il cervello di immagini che scorrevano ininterrottamente sul grande schermo. Gratis, per di più.

Un anno lavorammo su Visconti. Ossessione con Clara Calamai, Senso con Alida Valli, La terra trema ispirato ai Malavoglia di Verga, furono sezionati in ogni fotogramma, ogni scelta del regista, dal cast agli ambienti, ai simboli messi in scena.

Confrontammo, sceneggiature alla mano, Ossessione e Il postino suona sempre due volte nelle due versioni del ‘46 e dell’81, tratti dallo stesso romanzo di James M. Cain.

Ci chiedemmo perché Visconti avesse scelto di far arrivare Il Corriere della Sera nello spaccio sperduto nelle campagne del Polesine.  

Analizzammo ogni espressione del viso di Alida Valli quando in Senso decide di tradire il patriota italiano di cui era follemente innamorata, consegnandolo agli austriaci. 

Considerammo il potere dell’uso del dialetto siciliano stretto da parte dei pescatori nella Terra trema, quello delle loro povere vesti e dei luoghi che abitavano.

E poi il ballo del Gattopardo, Bellissima con la Magnani, Ludwig, La caduta degli dei, Rocco e i suoi fratelli, Morte a Venezia. 

L’ultimo film che vedemmo di Visconti, a fine anno accademico, fu L’innocente, con Laura Antonelli. Non ci capimmo niente, la storia non sembrava avere un senso.

A un certo punto arrivò il tecnico addetto alla proiezione e disse che le pizze erano state scambiate. Le avrebbe riproiettate nell’ordine giusto un altro giorno, ma io non avevo più né la voglia né la forza di vederlo.

Poi ci fu l’anno di Robert Altman. Nashville, con il country music festival, Quintet, un film di fantascienza con Vittorio Gassman e Paul Newman, Jimmy Dean Jimmy Dean, con Cher, Kathy Bates e Karen Black.

Tra le pellicole che vedevamo di continuo, i testi che studiavamo, non solo per i corsi di cinema, credo che la mia testa si sia riempita all’inverosimile e che solo anni dopo, tutte le informazioni accumulate l’una sull’altra, abbiano trovato un loro ordine e soprattutto un loro perché.  

Jimmy Dean Jimmy Dean è uno di quei film che rivedrei volentieri. Ricordo però che ne fui particolarmente impressionata. È una commedia psicologica abbastanza soffocante ambientata in un piccolo drugstore di un paesino del Texas, in cui alcune fan di James Dean si ritrovano vent’anni dopo la sua morte. Tra queste c’è anche Joe, che nel frattempo è diventato Johanna. 

Sarà stato l’argomento, la presenza del trans, tema niente affatto scontato in un film del 1982, tra l’altro una figura positiva in un contesto di vite più o meno in bilico verso la follia, a rendermelo indimenticabile, non so. 

So però che è un film che non ha visto quasi nessuno, a parte i compagni di corso di storia del cinema, e che non ne ho mai più sentito parlare.

A parte una volta.

Qualche anno più tardi lavoravo alla Gazzetta di Siena come redattrice. Erano i primi Novanta. In quel periodo Giuliano Amato (quello della manovra lacrime e sangue) era sempre nelle nostre cronache per le vicende legate al Monte dei Paschi. Un giorno passò a farci visita in redazione, invitato dall’allora capo servizio. 

Ricordo che eravamo tutti seduti in una sorta di cerchio con le sedie nella sala grande e che fu un momento abbastanza importante nella quotidianità della cronaca di provincia.

Sicuramente Amato, che poi si sarebbe candidato nel collegio di Siena, avrà parlato di temi di alto livello, dal ruolo di Mps all’economia, magari inframezzando il discorso con qualche richiamo al Palio per alleggerire un po’ e allo stesso tempo far sentire che la sua appartenenza alla città non era cosa recente.

Insomma, in tutto questo a un certo punto se ne esce con una frase.

“È come in quel film di Altman, Jimmy Dean Jimmy Dean, non so se lo avete visto…”.

Fu un attimo. Alzai la mano e dissi con irrefrenato entusiasmo: “Io, io l’ho visto!”.

Nel silenzio generale, quasi di gelo.

Mi sentii avvampare, per l’imbarazzo.

Qualche giorno dopo un collega mi disse.

“Beh, almeno hai fatto bella figura. Noi siamo rimasti tutti zitti. Io nemmeno l’avevo mai sentito questo titolo. Com’è, me lo ricordi? Jimmy Dean Jimmy Dean? E di che parlerebbe?”.

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Quando ero piccola volevo risposte precise

Quando ero piccola avevo bisogno di risposte precise. Le cose dovevano seguire una logica, altrimenti non mi davo pace.

C’era una canzone, La ragazza del clan, che mi agitava tantissimo. C’entrava Adriano Celentano ma la cantavano i Ribelli, che si chiedevano chi sarà mai la ragazza del clan. E non lo dicevano. Celentano in tv faceva degli sketch in cui si rifiutava di rivelarne l’identità. Io speravo che fosse Claudia Mori, mi sembrava la cosa più naturale, così almeno mi sarei messa l’animo in pace. Ma lui diceva che no, non era lei.

Continuavo a chiedere a mamma chi era la ragazza del clan, e a dire il vero non mi era del tutto chiaro nemmeno che cosa fosse il clan, però sulla copertina dei dischi di Celentano c’era scritta quella parola. 

Mamma rispondeva che non si sapeva e che era un gioco per creare curiosità. Ma a me non convinceva affatto che facessero una canzone con la domanda senza dare la risposta.

Poi però Pippi Calzelunghe sollevava il suo cavallo bianco a pallini neri e io avrei voluto solo essere come lei, con il babbo pirata in viaggio nei mari del mondo, lo scrigno di tesori, Villa Villacolle, la scimmietta e quei due amici scialbi, Hannika e Tommy, che la guardavano come un portento.   

Un’altra cosa. Io sapevo che mamma e babbo si erano sposati. Però non avevo mai sentito dire che fossero fidanzati, come tanti di cui sentivo parlare.

Per cui un giorno che ero in macchina con mamma e scendevamo per la via del Torrione verso Piazza Baios, le feci la domanda che mi ronzava in testa da un po’.

  • Mamma, ora che te e babbo siete sposati vi manca di fidanzarvi.

Certe volte venivo brontolata, io ritenevo, ingiustamente.

Allora mi accoccolavo a terra, nell’angolo del corridoio davanti all’armadio a muro coperto da una tenda, mi abbracciavo le ginocchia e rimuginavo sulle mie sfortune ingoiando lacrime.

Di una cosa ero sicura. Da grande non sarei stata così e avrei fatto solo cose giuste.

Non so se il mio spiccato senso di giustizia, che tanti problemi mi ha portato nella vita, sia stato covato in quei pomeriggi di pianti e pensieri oscuri.

Ma da una parte mi piace pensare di non aver tradito quella bambina con le gambe secche, i ginocchi grossi e i capelli pel di carota. 

Dietro la tenda dell’armadio a muro, che veniva usato come ripostiglio per gli addobbi di Natale e i cambi di stagione, si tenevano anche gli stivali che mamma avrebbe tirato fuori all’inizio dell’inverno. 

La mia sorella aveva deciso che non aveva senso dire questi stivali, facendo una ripetizione secondo lei inutile. Per cui aveva iniziato a dire frasi del tipo: sono miei questi vali? 

Un giorno un nostro vicino si arrabbiò tantissimo perché andando verso i garage una ruota della macchina era finita in una grossa buca. Venne fuori che qualcuno aveva scoperchiato un tombino senza rimettere il coperchio. 

Io fui subito sospettata, naturalmente, ma caddi dalle nuvole. Di quel tombino non sapevo proprio niente. E poi, che motivo avrei avuto di togliere il coperchio?

Anni e anni dopo, ormai grandi, ritrovammo il diario segreto di Paola.

Era un quadernetto quadrato, foderato di stoffa grezza, con un lucchetto e le pagine rosse di cartoncino bristol.

La prima frase era: “Io ho scoperto un segreto che non dovevo scoprirlo”.

Ci chiedemmo curiose di che cosa si trattasse.

La spiegazione ce la dette lei, calma e pacifica.

  • Era quando avevo scoperchiato il tombino e Luciano ci era finito dentro con la macchina.

In un altro punto c’è scritto: “Io a volte una colpa la do ad un altro mentre deve essere data a me”. 

Il fatto è che io avevo i capelli rossi ed ero sempre all’avventura. Quindi non c’era bisogno di chiedere, le colpe venivano date a me in automatico.

Paola, col suo testone, che una volta la fece sbilanciare dall’altalena facendola dondolare a testa in giù chissà per quanto, e la sua aria innocente, invece sembrava incarnare la vittima ideale. 

Come tutti i bambini anche noi ci divertivamo a ripetere le parolacce, man mano che le imparavamo.

Mamma si arrabbiava. 

  • Bambine, non si dicono parole del genere!

 “Io delle anzi alcune volte dico le parole del genere alla mia sorella”, scrive Paola nel suo diario. 

E ancora: “Io regalo una Barbie nuova che non muove né le gambe né le braccia alla mia sorella”.

Una volta però, potei riscattarmi di tutte le ingiustizie che ero stata costretta a subire.

Ai tempi delle medie mamma per colazione ci dava le merendine confezionate, che erano uscite da poco sul mercato.

A me piacevano da impazzire. Non mi era dispiaciuto per niente rinunciare al pane con lo stracchino o con il salame e ne mangiavo a nastro.

Le Kinder Brioss non solo facevano venire l’acquolina in bocca grazie al morbido pan di spagna farcito con marmellata di albicocche o ciliegie, ma davano la possibilità di vincere una meravigliosa casetta di cartone, con il tetto, la porta e la finestra. Il sogno dei miei giochi di bambina.

Nonostante le mie scorpacciate di brioscine però, la scritta sulla confezione era sempre la stessa: stavolta non hai vinto, ritenta, sarai più fortunato.

In casa la mia fissa per la Cicocca era diventato un motivo per cui babbo mi prendeva spesso in giro.

Una mattina, mentre aspettavo di essere accompagnata a scuola, aprii una confezione e comparve la scritta miracolosa. 

“Vale una Cicocca”.

Non ci potevo credere. Cominciai a urlare, ho vinto, ho vinto.

Mamma mi disse di smettere di fare la strullina, che tanto non ci credeva e poi bisognava andare a scuola. 

Io, in preda all’entusiasmo, le feci vedere la scritta così si dovettero convincere, lei e anche babbo. 

Quello fu un giorno bellissimo. Potei assaporare insieme il gusto della vincita e quello della fortuna. Senza contare che da lì a poco sarebbe arrivata una Cicocca di cartone tutta per me.   

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Il matrimonio di babbo e mamma e le piccole Pierrot

Mamma e babbo si sono sposati il 28 ottobre 1962 nella chiesetta di Cellole, a Pancole. Mamma aveva un vestito di raso di seta bianco, al ginocchio, molto semplice, come usava allora, che le aveva cucito la sua amica sarta. Babbo indossava un completo nero, giacca e pantaloni con camicia e, cosa assolutamente eccezionale, una cravatta.

Di cravatte babbo ne aveva tantissime, ma si vantava di non indossarle mai. Se proprio in qualche occasione era d’obbligo, la teneva giusto il tempo necessario e poi se la infilava in tasca.

Ho fantasticato per anni davanti al portacravatte dell’armadio, su come utilizzare quelle strisce di stoffa lucida multicolor. Mi sarebbe piaciuto cucirle una ad una e farci un gilet, una borsa, qualcosa del genere. Ora non so nemmeno dove sono finite.

Il resto dell’abbigliamento di mamma era sobrio come il vestito. Tulle bianco sostenuto da una coroncina di fiori di stoffa sulla testa, un paio di décolleté di raso bianco ai piedi.

Il pranzo si tenne in un ristorante poco distante dal posto del matrimonio.

C’erano i parenti, i testimoni, qualche amico. Una cerimonia semplice.

Tra gli invitati si intrufolò un tizio di Napoli, insieme alla moglie e a due figliocci, che babbo aveva conosciuto durante una vacanza in campeggio. 

Il tizio si chiamava Gigi. Quando ricevette le partecipazioni, Gigi fece sapere che per niente al mondo avrebbe potuto perdersi il matrimonio del suo amico più caro, praticamente un fratello. Mamma si sentì mancare e si chiedeva perché diamine babbo, evidentemente preda di uno dei suoi slanci di entusiasmo, gli avesse inviato le partecipazioni.

Il tizio fece anche di più. Durante il pranzo nuziale, mentre gli sposi rispondevano alle domande su dove sarebbero andati in viaggio di nozze, Gigi annunciò che non poteva assolutamente non andare anche lui, insieme a loro. 

Lui, la moglie e i due protetti, naturalmente.  

Un amico, intuita la situazione imbarazzante, si dette da fare perché Gigi & C. rinunciassero all’idea, incoraggiandoli invece a visitare le bellezze del luogo.

  • Già che siete in Toscana, gli fu detto, sarebbe un peccato che non coglieste l’occasione per visitare Pisa, Firenze e vedere i monumenti e le opere d’arte.

Non sappiamo se Gigi decise di fare il turista o no. Di sicuro rinunciò alla malsana idea di unirsi al viaggio di nozze degli sposi. Ma non del tutto. Non appena seppe che una delle tappe prevedeva la città di Napoli, si offrì di ospitare egli stesso gli sposi e di guidarli personalmente alla scoperta delle meraviglie partenopee.

Gli sposi decisero comunque di stare in albergo, ma questo non li preservò dal calore dell’accoglienza partenopea durante il giorno. Le ore di luce napoletane furono così presto riempite da pranzi interminabili a casa di perfetti sconosciuti a cui venivano presentati come amici fraterni. Impossibile declinare qualsiasi invito, per evitare di offendere mortalmente il povero Gigi.   

Appena arrivati all’albergo, a babbo rubarono la macchina fotografica.

Gigi disse ci penso io e dopo poche ore la fotocamera ricomparve così come era sparita.

Gli aneddoti su Gigi si sprecano. Li ho sentiti raccontare centinaia di volte durante la mia infanzia e negli anni successivi. Ci sono cresciuta, praticamente.

Babbo era una buona forchetta ma i mitici pranzi partenopei non riusciva ad affrontarli nemmeno lui. 

Raccontava che a un certo punto veniva servita una finocchiella cruda dopo una sfilza di portate, tra fritti, soffritti e sughi vari. La prima volta la considerò il segnale di fine pranzo, salvo scoprire che la finocchiella serviva solo per ripulire il palato per ripartire da capo con altrettante portate. 

Poi c’era la cena.

Gigi non rispondeva mai direttamente a una domanda. Se mamma gli chiedeva qualcosa, esordiva con un “fija bbella”, a cui seguiva un “devi sapere che” e via con la storia della creazione finché l’incauta non si era dimenticata la sua stessa domanda.

I pranzi e le cene interminabili erano sempre a casa di grandi amici di Gigi. 

  • Ma tu, Gigi, chiedeva mamma, dove abiti?
  • Fija bbella, devi sapere che… 

E avanti fino allo stordimento, eludendo naturalmente l’oggetto della domanda.

Un giorno Gigi volle accompagnare gli sposi alla Reggia di Caserta. Al ritorno era buio e lui guidava fisso sulla linea di mezzeria.

  • Gigi, chiese mamma, ma perché stai nel mezzo? È pericoloso…
  • Fija bbella, devi sapere che è per avere un margine di sicurezza a destra e uno a sinistra. 

Io e la mia sorella non abbiamo mai conosciuto Gigi se non dai racconti di mamma e babbo. Lo abbiamo visto in qualche foto del matrimonio, lui, la moglie e i due figliocci, e abbiamo usato per anni le due Parker placcate oro che avevano portato in dono agli sposi.

Un anno, per Carnevale, mamma confezionò dei vestitini da Pierrot per me e per Paola. 

Eravamo ancora piccole. Cucì due paia di pantaloni a pigiama e due casacchine con una stoffa bianca lucida. Poi ci applicò sopra dei tondi di tessuto nero. 

Apprendemmo che quella era la maschera di Pierrot, una specie di Pulcinella, ma più triste e francese.

Ho saputo solo anni dopo che la stoffa usata per quei vestiti era il raso di seta bianco del suo vestito da sposa.

Peccato. Oggi quell’abito avrebbe avuto un suo perché.

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It’s raining cats

Alla fine Rosellina ritornava sempre. Lo fece anche quella volta. 

Ormai era un impegno con me stessa, prima ancora che con lei. Ogni giorno scendevo al campetto a portarle da mangiare, a cambiare l’acqua, a ripulire un po’. 

Visto che non ne voleva sapere di stare su a casa con noi, le preparai una super cuccia per l’inverno mettendo una cesta con dei cuscini al piano basso di un carrellino. Poi foderai tutto con delle coperte e lo ricoprii con un telo impermeabile.

Spesso la trovavo dentro che poltriva e usciva a fatica per mangiare, anche se sembrava sempre affamata. Se faceva un po’ più caldo invece se ne stava distesa sul tettuccio della cuccia, dove appoggiai dei cuscini per farla stare più comoda.

Ogni tanto trovavo una pisciata di cane sul telo di plastica, per cui avvolsi il capanno con una rete di metallo plastificato che fissavo vicino all’apertura.

La prima volta che misi la rete Rosellina sembrava matta. Saltava avanti e indietro e mordeva tutto quello che trovava, convinta che la stessi rinchiudendo in una gabbia. 

Dovetti mostrarle alcune volte che poteva uscire, per farla calmare. Ma ce ne volle prima che si riprendesse.

Era una gattina libera e ancora selvatica, nonostante tutto.

Non potevo nemmeno accarezzarla a meno che non indossassi i guanti da lavoro perché graffiava e mordeva da far male.

Anche l’espressione, era sempre accigliata.

Ogni tanto mentre mangiava cominciava a rugliare. Poi si scagliava contro una parete del capanno. Se mi affacciavo fuori potevo vedere Ugolino che se la dava a gambe con la sua andatura un po’ sbilenca e il didietro pesante. 

Ugolino invece su a casa ci veniva. Si capiva da come i nostri gatti cominciavano a lamentarsi, emettendo lugubri suoni gutturali, gonfiando il pelo e a volte attaccando, anche. 

Probabilmente cercava qualcosa da mangiare o forse era solo curioso, a differenza di Rosellina alla quale invece di noi non gliene importava niente.

Noi lo chiamavamo GregoryPeck, perché la mia sorella diceva che era brutto e che gli assomigliava.

Dei nostri gatti Ercolino scendeva spesso al campetto. Ho il sospetto che fosse proprio lui a ripulire i piattini quando Rosellina non c’era. Però ho incontrato diverse volte anche Miciona. 

Miciona tra l’altro, ho scoperto in occasione dell’acquisto del campetto, è arrivata proprio da lì. Era la gattina della moglie dello straniero, che l’aveva presa da un’amica per la figlia. Arrivò da noi il 2 maggio 2015, nascondendosi nella legnaia per partorire. Era anche di una certa razza, forse siberiana o non so, ma il suo ex padrone non lo ricordava di preciso. 

Di sicuro, pur essendo impaurita da tutto e da tutti, non ha mai manifestato l’intenzione di tornare da dove era venuta.

Però ogni tanto un giro ce lo faceva.

In ogni caso ci è stato più chiaro da dove venissero tutti i gatti che negli anni si sono fermati a casa nostra. O almeno una parte, perché a quanto pare lo straniero non era l’unico nella zona a non farli sterilizzare.  

Intanto io continuavo a scendere una volta al giorno da Rosellina, con la pioggia e con il sole. Una volta il vicino gentile mi chiese se potevo dare io da mangiare a Ugolino per qualche giorno, visto che lui avrebbe fatto un breve viaggio.

Lo feci volentieri. Poi un’altra volta gli chiesi se poteva pensare lui per qualche giorno a Rosellina.

Gli lasciai bustine e croccantini ma quando tornai vidi che le aveva dato quelli che comprava lui, di livello un po’ più alto. Questa cosa mi preoccupò un po’ perché Rosellina, per quanto affamata, era anche di bocca scelta, per cui temevo che da allora in poi avrebbe rifiutato l’umido che le compravo io.

Invece per fortuna continuò a mangiare quello che le davo. Ogni tanto mentre scendevo lungo il viottolo la trovavo fuori, prima del cancello, che sembrava aspettarmi. Dopo aver miagolato il suo disappunto, si infilava lesta lesta sotto la rete senza curarsi del varco che nel frattempo avevo aperto per entrare nel campetto. 

Qualche mese fa Rosellina è scomparsa di nuovo.

Io ho continuato a portarle da mangiare ogni giorno, nel caso fosse tornata nella sua casetta in orari diversi o durante la notte. A volte però ho addirittura ritrovato i piattini pieni di roba, oltre che di formiche.

Ma non ho mai perso la speranza di rivederla arrivare dal bosco con la sua aria imbizzita pronta ad attaccare chiunque osasse anche solo fare il gesto di darle una carezza.

Un giorno che c’era il vicino di Ugolino, gli ho chiesto se per caso l’avesse vista.

Come no, mi ha detto. Si è trasferita qui da me. Ormai sta sempre con Ugolino, dormono insieme, mangiano insieme. 

Ma come? Non litigano?

No no. Tengono le distanze, si guardano, ma stanno in pace.

La notizia mi ha fatto piacere, ma allo stesso tempo ci sono rimasta anche male. 

Bella ingrata che sei, Rosellina cara.

Mi sono sentita tradita, abbandonata, seppur da un gatto manifestamente anaffettivo e opportunista. 

Ogni tanto, quando sono nel campetto, vedo Ugolino. Lo chiamo, ma lui scappa con la sua andatura sbilenca e il didietro pesante.

È grasso appallato, dice il suo padrone, che ammette di dargli da mangiare sempre molto più del necessario.

Forse è stato proprio questo che ha fatto capitolare quella rospa di Rosellina. 

Comunque quando l’ho rivisto, poco tempo fa, gliel’ho chiesto di nuovo al vicino.

C’è ancora Rosellina? Perché Ugolino lo vedo ogni tanto, ma lei non l’ho più vista.

Sta sempre dentro, mi ha detto. Lui va a giro ma lei non si muove.

O brava Rosellina, chi l’avrebbe mai detto che ti saresti trasformata in una gatta del focolare…

Sempre traditrice, però.     

(4 – fine)

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