Sulle tracce del giovane Holden

New York per me rappresentava a quel tempo tutto quello che uno poteva voler fare o desiderare nella vita. Una città dove si concentrava una sintesi del mondo. Il posto in cui tutto accadeva e dove volevo essere perché le cose non accadessero senza di me.

Il fatto che lo skyline fosse visto e rivisto o che ogni strada raccontasse la scena di un film o la pagina di un romanzo mi sembrava, più che un ripercorrere situazioni già vissute da altri, la possibilità infinita, aperta e sorprendente di viverne di mie. A New York anche una banale passeggiata aveva il sapore di un film. O quantomeno lo scenario. Il giorno che attraversai Central Park per la prima volta quasi mi scoppiava il cuore dall’emozione. Avrei voluto che le persone a me care fossero con me o mi potessero vedere, proprio me, camminare in quel posto. Ero ancora nel parco quando trovai una cabina telefonica e chiamai a casa. Rispose babbo. “Sono a Central Park” gli dissi, con la voglia di condividere tutta quella gioia che mi esplodeva nel petto.

Non è stato facile negli anni spiegare la mia passione viscerale per New York. Molti amici la interpretavano in modo ideologico, prendendo a pretesto la politica imperialista americana o stupidaggini simili. Non per l’imperialismo in sé, ma per il legame che poteva avere con il mio amore per questa città. Nullo. Per qualcuno invece amare New York voleva dire approvare in toto tutto quello che la politica americana aveva fatto negli anni. Come se andare in vacanza in Thailandia giustificasse in automatico la prostituzione minorile. 

A dirla tutta, alla me di allora della politica americana non importava proprio niente. Per me New York era soprattutto passeggiare sulle strade dove era stato Holden Caulfield e insieme a lui tanti altri personaggi di quei romanzi che avevo divorato e che avrei continuato a leggere anche dopo, sempre affamata di quelle vie e dei loro incroci numerati. 

Un giorno con Carmen entrammo nella libreria Barnes & Noble sulla Quinta strada. Era un negozio enorme, dagli spazi ampi e il soffitto altissimo. Sulla destra c’erano degli armadietti di metallo grigio scuro dove lasciare le borse, come in biblioteca o al museo.

Mentre aspettavamo il nostro turno, uno dei ragazzi che ci precedeva si allontanò lasciando un libro sul bancone. Era un’edizione tutta stropicciata di The Catcher in The Rye che, appoggiata sul margine del tavolo, mi cadde proprio sui piedi. Non l’avevo persa di vista un attimo e, non appena lui se ne andò, pensai di poter prendere io quel libro. “Ferma, che fai?” mi disse Carmen. “È un furto”.

Non ci fu verso di convincerla. E a malincuore dovetti riporre il libro sul bancone. Probabile che qualcun altro lo avrà preso dopo di me. Magari era un primo vagito del book crossing che si sarebbe diffuso negli anni successivi, con i libri abbandonati sulle panchine dei parchi o in altri posti, a disposizione degli sconosciuti. Quale furto… Era semmai un segno del destino.

La mattina mi alzo prima delle sette. Scendo dal letto di Liz, due materassi e quattro cuscini, mentre lei dorme sul divano in salotto, ed entro in bagno. Sanitari e piastrelle sembrano quelli degli anni Cinquanta, che dovrebbe essere il periodo di costruzione di quegli edifici. Nella doccia, sopra alla vasca da bagno in spessa ceramica color avorio, c’è una radio resistente all’acqua. È una stanza simpatica. 

Mi vesto pescando gli abiti dalle valigie aperte sul pavimento della camera. Sono magrissima. Indosso delle gonnelline Sisley o Benetton che oggi mi starebbero giusto a un ginocchio. Il pezzo forte è quella in velluto blu a coste grosse. 

La colazione è compresa nel prezzo della stanza. In cucina apro il frigo e prendo il latte. Sugli scaffali ci sono i cereali. 

“Non si mangiano così” mi dice Liz. “Troppo latte. Devono rimanere più croccanti”.

Rispondo ridendo. Il mio inglese non è abbastanza fluido per spiegare le ragioni per cui a me piacciono così. Mi pare strano però che nel paese delle libertà uno non possa nemmeno mangiare i corn flakes come preferisce. Pare che Liz abbia le idee molto chiare, almeno nel settore dei corn flakes.

Liz la mattina va alle Nazioni Unite, poco lontano da casa. Il pomeriggio poi è in un ufficio Uptown. Non ho mai capito in realtà che cosa consistesse il suo lavoro. 

Qualche volta usciamo insieme e camminiamo per alcuni isolati lungo la First Avenue. Poi io giro sulla ventisettesima e Liz prosegue dritto. Non ci metto molto ad arrivare sulla Quinta dove c’è la mia scuola. Vado a piedi anche se potrei prendere un bus. Ma è sempre la solita storia. Voglio annusare quest’aria, voglio guardare ogni portone, ogni negozio, ogni manifesto, ogni persona che incrocio sulla mia strada. Voglio riempirmi gli occhi di qualsiasi cosa faccia parte di New York.

La scuola è al terzo piano di un edificio massiccio. Le lezioni iniziano alle 9.30 e finiscono alle 12.30, con un intervallo di dieci minuti intorno alle 10.30. C’è anche una saletta per i fumatori. Nell’intervallo non si vede da qui a lì.

Da poco a New York hanno vietato il fumo nei locali pubblici. Ecco perché appena arrivata ho visto tanta gente con la sigaretta accesa per strada, ferma o mentre camminava. Non si può fumare nemmeno nei ristoranti, eccetto vicino al bancone del bar. 

Una sera in un ristorante ho acceso la sigaretta appena seduta al tavolo. “Per favore la spenga” mi ha detto il cameriere. “Ma vedo che altri fumano”. “Le ho detto la spenga, per favore”. Non mi ha portato nemmeno un posacenere. Ho dovuto spengerla per terra, schiacciandola con la scarpa. In compenso sul tavolo non manca mai il bicchierone di acqua e ghiaccio omaggio della casa.

(4 – continua)

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Il gioco della memoria

Con il tempo la memoria evapora, scompare o si trasforma. Rivangando vecchi ricordi con gli amici con i quali li ho condivisi scopro come ognuno conservi una parte di quanto avvenuto, la sua parte, che non coincide del tutto con la mia. C’è sempre un particolare che sfugge, nella loro mente o nella mia, rimanendo sospeso nel dubbio che sia veramente accaduto o no. A volte i loro ricordi arricchiscono i miei, completandoli. Altre volte portano volti nuovi o situazioni che in me non hanno lasciato alcuna traccia.

È un gioco che mi piace fare negli ultimi tempi. Sono cose che si fanno a una certa età, non c’è ragione di farle quando si pensa alla vita come a un domani infinito. Ma a un certo punto accade, e ci si mette a guardarsi indietro nel tentativo di riconoscere la strada che abbiamo percorso e di fissare la nostra identità. Forse anche solo per convincersi di aver lasciato, se non negli altri, una testimonianza almeno per noi stessi.

Qualcuno deve aver detto che le esperienze che viviamo ci si stampano dentro, così come i libri che leggiamo, i film che guardiamo, le canzoni che ascoltiamo. E forse anche le persone che incontriamo, che amiamo o che odiamo. Ogni cosa lascia dentro di noi un pezzettino di sé che contribuisce, granello su granello, alla formazione della nostra complessa personalità, con il groviglio di pensieri, atteggiamenti, gusti e idiosincrasie che la caratterizza.

Se esiste questo qualcuno, io sono d’accordo con lui. O con lei.

Mentre cerco di rivivere nella memoria i particolari di un viaggio di ventiquattro anni fa, sono bloccata in casa, nel chiuso della mia stanza, durante la pandemia di Coronavirus del marzo 2020. Oggi, a quasi 57 anni, ammetto che non mi pesa tantissimo l’inazione. Posso leggere, scrivere, meditare, cucinare e fare addirittura due passi nella campagna fuori casa.

Se una cosa del genere fosse accaduta nel 1996, alla me stessa di allora, sarei sicuramente impazzita. 

All’epoca ero una ragazza che azzannava la vita, affrontandola di petto, mossa da una tensione continua che mi spingeva alla ricerca perpetua di stimoli e novità per nutrire un’anima ribelle e anche, ora posso dirlo, un po’ ossessiva.

L’entusiasmo assoluto dei miei giorni newyorchesi oggi mi appare come una sorta di bulimia, un’incapacità di fermarmi, di stare nel silenzio, sola con me stessa, mangiata com’ero fino all’osso dalla smania di scoprire, fare, vedere cose nuove e conoscere nuove persone.

Una delle sensazioni che ricordo della me di quegli anni è la paura di non esserci. La paura che le cose avvenissero senza di me. Questa cosa la avevo fin da piccola. Quando i miei genitori organizzavano delle cene, cosa che in genere avveniva per l’ultimo dell’anno, e invitavano i loro amici, io non volevo mai andare a letto. Non sopportavo l’idea che venissero dette cose che io non avrei potuto ascoltare. Questo creava un vuoto doloroso dentro di me e lo dovevo riempire subito, puntando i piedi per rimanere sveglia. Certe volte ho dovuto far finta di andare a letto, per poi rimanere a origliare gli ospiti dietro la porta della mia cameretta, finché anche l’ultimo non era andato via. 

Nelle foto che ancora oggi riposano in qualche cassetto mi si può vedere, a cinque-sei anni, con i capelli corti corti e gli occhietti tondi, eternamente svegli e attenti.

Oggi, nel tempo sospeso che viviamo, un tempo in cui ci invitano a stare in casa il più possibile per cercare di rallentare la propagazione del contagio, mi sembra abbia un senso rifugiarmi nel ricordo del periodo più movimentato e avventuroso della mia vita, potrei dire anche agitato, quello di cui fanno parte le mie settimane a New York.

L’idea in realtà mi è venuta leggendo un libro di Siri Hustvedt, “Ricordi del futuro”, in cui l’autrice, ormai adulta e impegnata nel trasloco della madre in una casa di cura, ritrova il quaderno Mead che aveva scritto durante l’anno sabbatico che si prese prima dell’università, in cui si trasferì dal Minnesota a New York in cerca di avventure da scrivere in un romanzo.    

Qualche tempo fa l’ho ritrovato anche io il quadernetto del mio viaggio a New York. È piccolo, quadrato e foderato di una stoffa di vellutino rosso a fiorellini. Me lo aveva regalato Meredith, la mia amica americana, una delle insegnanti di quel famoso corso di inglese a Treviso. In questi giorni ho provato a ricercarlo senza successo. Sicuramente prima che finisca di scrivere questa storia salterà fuori. Non sarà dettagliato e ricco di spunti di scrittura come quello della scrittrice americana, ma come aiuto per la memoria andrà benissimo. Sempre che ricompaia.

(3 – continua)

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Una bolla foderata di illusioni

All’epoca un altro sogno impossibile era quello di incontrare l’uomo giusto. Da quello sarebbe dipeso tutto il resto, pensavo. Immaginavo il colpo di fulmine, le affinità, le nostre vite che si incontravano e che, magicamente, combaciavano come due pezzi separati di una stessa unità. Una volta fatto quel passo, tutti gli altri aspetti della mia vita si sarebbero sistemati di conseguenza. La casa, il posto dove abitare, il lavoro, l’idea di famiglia. Tutto. 

Vivevo in una bolla le cui pareti erano foderate di illusioni.   

Mi ero trasferita un anno prima a Treviso dalla Toscana per lavorare come giornalista, dopo che il quotidiano in cui lavoravo a Siena era stato chiuso, travolto dalla tempesta di Mani Pulite. Il Veneto mi aveva chiamato, per una sostituzione estiva di pochi mesi, e io avevo risposto. “Treviso non è bella come Siena – disse, quasi scusandosi, il vicedirettore del quotidiano con cui parlai al telefono – però ha un suo fascino. È poi è vicinissima a Venezia”. 

In realtà avrei risposto sì anche a una chiamata dal più remoto paese dell’Africa. 

Dopo la prima sostituzione in Veneto, fatti i miei conti, pensai che avrei lavorato sicuramente di più e meglio lì che in Toscana. Così decisi di lasciare tutto, casa genitori e sorella, e iniziare una nuova vita. Il lavoro era provvisorio, temporaneo, precario. In pratica sarei stata una collaboratrice esterna al giornale, mentre speravo di essere richiamata per una sostituzione in redazione non appena se ne fosse presentata l’occasione. Era il 1995, avevo trentadue anni, ero giornalista professionista da quattro e avevo alle spalle dodici lanci con il paracadute e un incidente d’auto, un tamponamento subito il 22 maggio 1993, che mi avrebbe lasciato le spalle e il collo doloranti per gli anni a venire. 

Non fu tutto facile. Cambiai casa dopo appena quindici giorni dal mio arrivo, non appena mi resi conto che la proprietaria, un’anziana che viveva sola al piano di sopra, confondeva la sua inquilina pagante con una dama di compagnia. Dopo la prima notte, trascorsa insonne in un letto di mogano con la rete sfondata, quando lei cercò di entrare in casa mia alle otto di mattina, si stupì che avessi chiuso la porta a chiave dall’interno.      

“Non va bene. Così non posso entrare” mi rimproverò stizzita non appena le ebbi aperto la porta. 

Ma era una vita nuova, finalmente lontana dalla mia famiglia, fantastica e affettuosa ma soffocante di aspettative e di direttive, e dalla grande casa in campagna sempre piena di problemi (l’acqua, la strada, le scale) in cui ci eravamo trasferiti nel mio ultimo anno di liceo. 

Nella nuova vita, insieme a tante altre cose, ci fu spazio anche per un vero, costosissimo, corso di inglese. Andavo in via Canova una volta a settimana, a ripassare con l’insegnante madrelingua quello che studiavo a casa sul libro e ripetevo con l’ausilio di audiocassette. Le lezioni davano i loro frutti. Imparavo velocemente. Ero brava. Una studentessa brillante e piena di volontà.

Ma finché non vai in un paese anglosassone, mi disse la direttrice, è tutto inutile.

Arrivai al JFK intorno a mezzanotte. Presi un carrello, raccolsi le mie due grosse valigie dal nastro trasportatore e mi avviai verso l’uscita in cerca di un taxi. 

In aereo avevo cercato qualcuno disposto a condividere la corsa con me, ma senza risultato. Prima di uscire dall’aeroporto invece trovai una ragazza sudafricana, Helen, alta e bionda, che fu ben felice della mia proposta. La seguii fuori mentre ignorava tranquillamente la lunga fila delle persone in attesa di un taxi giallo e si fermava a contrattare il prezzo con l’autista di una macchina bianca. Il mix di stanchezza ed eccitazione mi convinse a salire sul taxi abusivo senza farla troppo lunga. 

La prima volta che vidi Manhattan fu di notte e fu come essere al cinema. Solo che quella volta ero proprio lì.

Helen scese prima di me, poi fu il mio turno, una volta arrivati all’incrocio fra la 18esima strada e la Prima Avenue. 

La casa di Liz era al settimo piano di una costruzione in mattoncini rossi in mezzo a tante altre costruzioni tutte uguali: un appartamento con una camera, un bagno, un salotto e una cucina. Nelle aree comuni c’erano l’ascensore e il cunicolo per gettare l’immondizia, ma nessun portiere di quelli che si vedono nei palazzi importanti.

Credo che fosse un palazzo di edilizia popolare ad affitto bloccato. Un bel colpo di fortuna per una ragazza che abitava da sola a Manhattan.

(2 – continua)

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Il mio spicchio di mela

Sono su un marciapiede, la gente mi scansa passandomi intorno senza vedermi. Faccio progetti per la giornata e ho l’agitazione nelle gambe.

Take it easy. Mi dice Carmen. Simona, take it easy. Non c’è bisogno di correre. Tu SEI a New York. Tutto questo che hai intorno E’ New York, non hai bisogno di correre sempre da un posto all’altro.

La lascio parlare ma non ce la faccio a darle retta. È la prima volta che sono a Manhattan e sono bulimica di New York. Vado dappertutto, voglio vedere tutto. Musei, cinema, strade, negozi. Assaggiare, comprare, camminare.

Carmen è alta, fisico sinuoso, carnagione olivastra, capelli lunghi neri e ricci. Accanto a lei ci si sente al sicuro. La calma le esce dagli occhi.

Io non sto mai ferma e indosso degli stivali di pelle nera con il tacco basso chiusi davanti con le stringhe anche se in realtà si indossano con la cerniera laterale. Si sono rivelati perfetti per macinare chilometri e chilometri tutti i giorni sui marciapiedi americani. Quando tornerò a casa e andrò in Toscana a trovare i miei, con mamma faremo un giro a Firenze e quegli stessi stivali cominceranno a farmi un male insopportabile ai piedi. Ma finché siamo a New York va tutto bene.

Carmen l’ho conosciuta alla scuola di inglese che frequento al mattino. In classe c’è gente che viene da posti diversi. Sara, in fissa con Michael Jackson, è spagnola, Raimon, catalano. Carmen è brasiliana di Porto Alegre. È una delle più grandi, insieme a me, a una giapponese, Misako, e ad alcuni coreani. Ci sono anche delle ragazze cilene. Poi c’è un ragazzo turco.

Le insegnanti si alternano. Fiona, che viene ogni mattina da Worcester, e Carol Anne.

È il febbraio del 1996. In Italia è appena andata in fiamme La Fenice e io, che in quel periodo vivevo a Treviso e frequentavo Venezia con una certa regolarità, sono sconvolta.
A una delle attività pomeridiane della scuola, quando ci portavano in giro per New York, ne parlo con un’altra allieva italiana. Non ricordo come si chiamava. La vidi solo quel giorno, in metropolitana, mentre andavamo in discoteca.

I am so sad, I cried, mi dice della Fenice.   

Parliamo inglese, ci sforziamo di parlare inglese, anche fra connazionali, per imparare meglio. Gli accompagnatori del pomeriggio sono due ragazzi. Uno è Mario, un tizio magro dagli occhi furbi, che si porta dietro la ragazza francese, una tipa da copertina. Che bella pronuncia che hai, mi disse Claire quando le feci sentire due parole in francese. L’altro è Joe.

Con Mario girammo per Tribeca, Chelsea e Soho, visitammo il Metropolitan Museum e andammo alla Webster Hall e al Tunnel, la discoteca frequentata dalle modelle. Avremmo potuto trovarci anche Naomi Campbell, ci disse.

La partenza era fissata per il pomeriggio del 24 febbraio su un volo Klm Venezia-Amsterdam-New York. Sarei arrivata al Jfk intorno a mezzanotte. Avrei preso un taxi, uno di quelli ufficiali, quelli gialli, si erano raccomandati in agenzia, e poi avrei raggiunto l’appartamento sulla 18th angolo First Avenue, dove mi aspettava la signora che mi avrebbe ospitato in Bed & Breakfast.

Quando arrivarono i documenti, biglietti e voucher, la chiamai, dopo aver calcolato il fuso orario. Le parlai leggendo al telefono il foglietto con gli appunti scritti in inglese.

Come prima cosa, lei mi corresse subito la pronuncia del suo cognome.

Pensai che fosse una specie di professoressa.

A quel tempo vivevo in affitto in un appartamento all’ultimo piano di un condominio di tre nella prima periferia di Treviso. Una zona che tutti conoscevano per la presenza del grattacielo di Antenna Tre, una tv locale, anche se gli studi televisivi ormai erano stati trasferiti da tutt’altra parte. Un appartamento ammobiliato, proprietà dei coniugi Caregnato, due simpatici vecchietti che mi avevano adottato come una figlia.

Una volta al mese mi invitavano a pranzo al circolo ufficiali, sulle rive del Sile, quando passavo da casa loro per pagare l’affitto mi offrivano i cannoli (la moglie era siciliana) fatti con la ricotta arrivata apposta da giù. Una volta mi portarono addirittura a trascorrere un weekend nella loro casa di Enego, sull’altipiano di Asiago.

Io però ero stufa di trovar famiglie pronte ad adottarmi ovunque andassi e volevo solo scappare, anche dalla casa dove abitavo. Quando decisi di andare a New York, un sogno che non avrei mai creduto di trasformare in realtà, e per di più di andarci da sola, pensai che fosse l’occasione per dare un giro di volta alla mia vita.

(1 – continua)

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New York, 26 febbraio 1996, ore 6.50 p.m.

Cara Paola, 

non ci crederai, ma sono in camera mia e sto vedendo in televisione l’ultima serata del festival di Sanremo. Ti immagini?

Tra le decine e decine di canali TV qui in America c’è spazio anche per la Rai. L’altra sera c’era il maresciallo Rocca, pensa te.

Oggi, lunedì, ho fatto il test di ammissione alla scuola d’inglese. Ho conosciuto “many people”, tanta gente.

Nathalie, una ragazza svizzera, Sara (spagnola), Sukki, coreana, Monica, brasiliana,e tanti altri. Nessun italiano, invece. Indovina poi che cosa ho mangiato oggi per il lunch, a pranzo? Un pezzo di pizza!

A cena invece mi mangerò un po’ di frutta.

Ah, oggi sono stata in metropolitana. Very well. Comunque, ci ha detto anche un’insegnante alla scuola che non è vero che New York is dangerous. Bisogna però usare intelligenza. Non farsi vedere sperduti per strada a consultare la mappa in preda al panico, non contare i soldi per strada, non lasciare la borsa incustodita, non andare in certe zone al di là delle business hours, cioè dopo le 22 in metropolitana per esempio è pericoloso, ma dalle 6 del mattino fino a sera, finché viaggiano tutti i lavoratori si può stare tranquilli. Ti infili nel fiume di gente e vai.

Per quello che ho visto fino ad ora di New York una cosa è strana. C’è un casino di gente ma tutti si muovono velocemente e non creano ingorghi umani come magari succede a Roma (per non parlare di Venezia).

La casa. L’appartamento è al 278 di First Avenue, all’incrocio con 18th street, in the East Village, un quartiere molto alla moda per i giovani. Molto aperto, pieno di locali, sede negli anni ‘70, di manifestazioni politiche e conferenze.

L’appartamento di Liz è nella Stuyvesant Town, un insieme di palazzoni di mattoni rossi (non so se è la famosa arenaria), tutti uguali, dove vivono migliaia di persone ed ogni appartamento è numerato. Questi casermoni circondano un campetto da gioco, poi ci sono aiuole ed alberi dove ci sono sempre, mattina e sera, molti scoiattoli, che se ne stanno tranquillamente per terra a sgranocchiare quello che trovano, e passano per le gambe delle persone.

A me questa cosa mi commuove. Pensa, stanno a New York, mica nello Iowa (per dire un posto pieno di boschi, montagne e laghi).

Poi, per il resto, la casa è piccola ma molto carina. C’è una camera, dove dormo io (Liz si è trasferita sul divano in salotto), poi c’è la cucinetta, ed il bagno. Loro hanno tutto diverso da noi: le prese dell’elettricità, il gabinetto, dove c’è sempre l’acqua alta. Poi, alle finestre, qui ci sono i doppi vetri, che si aprono appena, e la zanzariera, e dentro le tapparelle. Pensa, in camera, collegata alla luce, c’è anche la ventola per l’estate. Gli armadi sono tutti a muro e per terra c’è il parquet.

Liz è biondina, ha 30 anni, lavora in un’organizzazione mondiale socio-culturale. E’ newyorkese, non spagnola come avevo capito (sa lo spagnolo). 

Domenica siamo uscite insieme per il brunch (si fa alle 11.30 ed unisce il breakfast e il lunch) e con altri tre suoi amici.

Bene, finito lo foglio. See you soon (che vorrebbe dire ci vediamo presto). In realtà ci sentiremo, per ora!

Un bacione grosso grosso a tutti

Simona (from Usa)

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Anche io, come Checco Zalone…

Anche io, come Checco Zalone, sono stata derubata a Padova. È successo venti anni fa, in un mese di maggio in cui ero libera dal lavoro ed ero scesa in Toscana da Belluno.

Poi, risalendo, come capitava tutte le santissime volte, avevo dovuto riempire la macchina di forme di cacio pecorino di diversa stagionatura, olio extravergine di oliva, qualche bottiglia di vino rosso e pane sciocco per tutti quelli che ogni santissima volta mi dicevano, ah vai in Toscana? Mi porti questo e quest’altro che poi ti ridò i soldi…

Che poi non era questione di soldi. La questione era che ogni volta dovevi fare tutto all’ultimo momento, specialmente con la roba fresca, calibrare i tempi e gli spazi e insomma. Ne avevo già abbastanza a cui pensare senza bisogno di fare la staffetta del furgone gastronomico dall’Arno al Piave.  

Un anno provai anche a mettere su un progetto di e-commerce di cibo toscano, per risparmiarmi la fatica ed evitare di rimetterci anche, alla fine. Ma non trovai le persone giuste o forse i tempi non erano ancora maturi.

In quell’epoca avevo la macchina più brutta della mia vita, ancora più brutta della Cinquecentina rossa modello nuovo (quello che non hanno osato fare mai più), una Renault Scenic verde marcio scuro la cui unica virtù era quella di essere spaziosa. Infatti l’avevo presa quando il parco cani era raddoppiato con l’avvento di Gastone.

Quel maggio di venti anni fa sarei rimasta in Toscana un mesetto all’incirca per cui riempii la mia spaziosa Scenic buttandoci dentro tutte le giacche che avevo, da quella nera di Donna Karan New York a quella marroncina in pelle che mi aveva regalato un amico. 

Preparai una scatola con i miei cd preferiti, una trentina; portai i miei quadri per farli vedere a casa, quelli primitivi del cane blu e della Dea Madre ispirata a Dubuffet. Il solito sacchetto con gli assorbenti e altri aggeggi di uso quotidiano. 

Al ritorno non solo avevo da riportare le cose dell’andata. In più c’erano gli scatoloni con le vettovaglie, formaggi, pane e tutto il resto.

Mi fermai a Padova a salutare alcuni amici con i quali uscii a cena. Poi, visto che si era fatto tardi, mi dissero che avrei fatto meglio a fermarmi a dormire e partire con calma la mattina dopo.

Posteggiai la macchina in strada e mi caricai di formaggi, pane e vino per tenerli in casa al fresco. Come effetti personali presi giusto un ricambio e il beauty. Tutto il resto, le giacche, i cd e i quadri rimasero in macchina.

La mattina dopo, verso le nove, fatta colazione, salutai gli amici che mi avevano ospitato, ripresi cibo e bevande e mi incamminai verso la macchina. 

In quel momento mi squillò il cellulare. Era una persona che avevo intervistato qualche tempo prima. Il pezzo era uscito proprio quella mattina e mi voleva ringraziare.

Pareva l’inizio di una bella giornata.

Mentre mi avvicinavo alla macchina c’era qualcosa che non mi quadrava, ma non capivo cosa. Poi fu tutto chiaro. La sbriciolatura di vetri verdolini sul marciapiedi non sarebbe dovuta essere lì, ma avrebbe dovuto starsene integra e inserita nello sportello posteriore sinistro dove invece c’era un gran buco.

Dall’abitacolo era sparito tutto. 

Via le giacche di DKNY, la giacca in pelle e tutte le altre, via la scatola dei cd, di cui era rimasto solo quello inserito nell’autoradio e una copertina buttata a terra, via il sacchetto degli assorbenti (ancora…). 

Tutta tremante telefonai agli amici che scesero subito armati di scopetta e palettina come chi è abituato ad affrontare casi del genere. 

Mi aiutarono a ripulire tutto e a fare la conta dei danni.

Poi, constatato che il problema era limitato e che la macchina, a parte il finestrino posteriore sinistro, non era stata toccata, mi rimisi in viaggio alla volta di Belluno.

Meno male che era un bel giorno di primavera e c’era il sole.

Mi consigliarono anche di non stare a perdere tempo a far denunce perché tanto quella era sicuramente l’opera di un tossico e col cavolo che qualcuno avrebbe indagato sul furto o cercato di recuperare il maltolto che con tutta probabilità era già stato piazzato per poche lire. 

Il giorno dopo sarei dovuta rientrare al lavoro, non a Belluno ma nella redazione di Feltre e il problema del finestrino si faceva un po’ più complicato. Ma avrei chiesto consiglio ai colleghi e una soluzione l’avremmo trovata.

Mentre guidavo in autostrada con l’aria che vorticava da dietro ripensavo ai miei amati cd. Avrei dovuto ricomprarli, minimo. Intanto facevo mente locale su quelli che avevo messo nella scatola. Le giacche… pazienza, ma per quella regalata mi dispiaceva proprio.

A pensarci bene, però, la cosa che più mi ha ferito alla fine non è stato tanto per quello che mi era stato portato via.

Perché, razza di cafoni, non avevano nemmeno toccato i miei quadri primitivi, con il cane blu e la Dea Madre ispirata a Dubuffet?

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Gli anni ruggenti della tv privata

Alla fine del 1976 anche Colle ebbe la sua tv privata. Si chiamava Rts, Radio Tele Siena, e fu la prima di tutta la provincia. Due anni prima ad Arezzo era nata Teletruria, la prima in assoluto, e trasmetteva via cavo. Dopo un anno, quando la legge lo permise, passò all’etere.

Rts fu aperta in un fondo di Igino Bartoli in piazza Spartaco Lavagnini. Il capofila dell’operazione era Piero Barbagli, che si occupava dei trasmettitori, e che con Franco Masoni, anche lui in Rts, un anno dopo avrebbe aperto Canale 3 a Siena.

In ogni caso, in quel 1976, fu la tv di Colle a trasmettere la prima edizione di 96 Ore di Palio.

Due per esser precisi, quella di luglio e quella di agosto.

Le attrezzature furono installate a Palazzo Sansedoni con il placet del Monte dei Paschi e due telecamere in bianco e nero ripresero i quattro giorni della festa dalle trifore su piazza del Campo. 

Io all’epoca avevo tredici anni e ho vaghi ricordi delle persone che giravano intorno alla tv. 

Babbo ideava le trasmissioni e organizzava il palinsesto insieme al Bartoli e zio Romano, col negozio Radiopacini, pensava alla parte tecnica.

Mi ricordo di Renzo Fanetti, con la sua telecamera, ma più per averci lavorato dopo, quando si andava a giro a riprendere i pranzi dei cinquantenni all’Astronave e io facevo il commento vocale, che per Rts. 

Mi ricordo anche di Iginio Bartoli, che in quegli anni era il presidente della Colligiana e da cui, un po’ di tempo dopo, avremmo comprato la casa. Ma lui è impossibile dimenticarlo, mi pare ancora di vederlo passare per piazza col cappotto lungo foderato di pelliccia, in tutta la sua imponenza.

Però mi sono informata e a forza di chiedere ho raccolto altri nomi. Tra quelli di Siena c’era Paolo Tozzi che raccoglieva la pubblicità.  

Il maestro Ilio Guerranti leggeva il tg, alternandosi con le ragazze più belle di Colle, Monica Sottili, Paola Buzzichelli, Patrizia Righi, che conducevano anche le trasmissioni di intrattenimento. 

C’erano delle aste, in cui venivano venduti oggetti ricevuti in regalo dai commercianti di Colle e il cui ricavato andava all’Unione Sportiva Colligiana. 

C’erano dei giochi, degli indovinelli e una volta vinsi anch’io. Telefonai e detti la risposta giusta. Il premio era un vaso di terracotta smaltata con un bel fiore arancione dipinto sopra.

Credo ci s’abbia ancora, da qualche parte.

Programmi, trasmissioni, qualunque cosa venisse fatta in tv in quegli anni era frutto di artigianato puro. Non c’era una scuola, se non quella della Rai, che stava però su tutto un altro piano.   

La mi’ cugina, che alle elementari c’aveva la maestra Guerranti, moglie di Ilio, ci andò in gita con lei e la maestra Pizzirani. I bambini fecero un giro nella sede di Rts, furono intervistati e poi la sera si rividero in televisione. 

Mi ricordo di quelle stanze bianche piene di aggeggi e fili elettrici e con qualche scrivania qua e là. 

Quando ero al liceo poi, babbo mi fece fare un provino insieme a un altro ragazzo. Mi pare che andai meglio io. Lui, che pareva più sciolto, davanti alle telecamere rimase bloccato. L’idea era quella di fare un programma musicale, passando i dischi su richiesta o meno. Una specie di Deejay TV ma parecchi anni prima. 

Purtroppo il progetto non andò mai in porto.

Mamma invece ricorda che in quel periodo portò i ragazzi in gita nella sede del Monte dei Paschi e quando si seppe che era la moglie di Asvero Pacini di Rts la trattarono con tutti gli onori.

Noi all’epoca si stava all’inizio di Campolungo, la tv era a poche centinaia di metri da casa, andando verso Gracciano.

Le macchine si posteggiavano in strada e spesso nemmeno si chiudevano.

A un certo punto babbo cominciò a trovare cose strane nell’automobile la mattina quando partiva per andare a scuola. Una volta gliela riempirono tutta di shampoo verde. 

Lui si arrabbiava e gli usciva qualche maledizione a denti stretti. 

Diceva che tanto lo sapeva che glielo facevano per colpa di Rts, ma non ne so il motivo. 

Se ci fossero delle invidie, dei litigi, o che altro.

All’epoca ero piccola e ingenua e non capivo nemmeno la ragione per cui uno si mettesse a far dispetti, o più o meno velate minacce, per una televisione.

In ogni caso Rts andò avanti qualche tempo ancora, dopo l’uscita dei senesi che avevano fondato Canale 3. Poi, come tutte le cose belle, finì. 

O forse è meglio dire, come tutte le più belle cose.

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Archiviato in diario, la recherche du temps perdu

L’Accalappiacani

Non molto tempo dopo che ci eravamo trasferiti in campagna riuscii a convincere babbo a prendere un cane. Arrivò da un vicino, che ci regalò un cucciolo di pastore tedesco.

Lo chiamammo Iadi, come quello a cui babbo era tanto affezionato in gioventù, quello per la cui morte aveva sofferto così tanto da giurare che non avrebbe mai più tenuto un cane in vita sua.

E invece.

Un giorno andai alla pinetina di Scarna con un amico. Portammo anche Iadi. 

Era il periodo del chioschetto e con la bella stagione ci si trovava quasi tutti lì.

Si mangiava un panino, si beveva una birra, si facevano due chiacchiere, come quando si era in piazza. Quel giorno qualcuno giocava a pallone, ci unimmo anche noi.

Iadi si divertiva un sacco. Rincorreva la palla e si lanciava in grandi salti per afferrarla al volo con i denti.

A un certo punto si lanciarono in due verso la stessa palla, Iadi e un ragazzetto mai visto prima. Risultato, il tizio alzò la gamba per colpire il pallone e Iadi, che era sulla stessa traiettoria, si prese un bel calcio sui denti. Non sembrò curarsene più di tanto, per fortuna, e continuò a correre e a saltare come se niente fosse.

All’epoca in Valdelsa c’era un tizio che si occupava dei cani per il servizio veterinario pubblico.

Lo chiamavano tutti l’accalappiacani, ed era il terrore di chiunque avesse un cane.

Una figura quasi leggendaria.

Alto e ossuto, l’aria severa da perfetto tutore dell’ordine, trovava sempre qualcosa che non andava e minacciava multe o di portare il cane in canile, un luogo misterioso dove nessuno sapeva che cosa sarebbe potuto succedere davvero.

Molti dicevano che in certi periodi e in certi posti, tipo a San Gimignano quando era piena di turisti, sparasse siringhe di anestetico tra la gente non appena vedeva un cagnetto fuori regola.

Noi ce lo trovavamo spesso alla porta di casa, all’epoca non avevamo ancora il cancello, sempre pronto a contestare qualche infrazione canina.

Babbo si arrabbiava tantissimo. Io sinceramente non capivo nemmeno di che cosa parlasse. Negli anni Ottanta le cose andavano un po’ così come andavano e tanti settori non erano proprio regolamentati come oggi.

Forse ce l’aveva con il fatto che Iadi ogni tanto si allontanava e sconfinava fino a dove c’erano le prime case sulla statale.

Allora arrivava con la sua macchinetta con i contrassegni, veniva su tutto impettito fin sull’aia, suonava il campanello e a babbo, che appena lo vedeva gli cascava la mascella, diceva che quel cane era un problema e che se non si risolveva l’avrebbe portato in canile.

Che problema fosse non si è mai capito, visto che Iadi non aveva mai causato problemi né aggredito nessuno.

Probabilmente fu per colpa dell’accalappiacani che Iadi cominciò ad esser tenuto a catena. Babbo diceva che non c’erano altre soluzioni e che lo faceva per lui.

La catena era lunga e babbo aveva studiato uno stratagemma perché lo fosse ancor di più. Aveva tirato un lungo cavo di metallo da una parte all’altra della strada e ci aveva agganciato la catena di Iadi con un moschettone, come quando si fanno i lanci vincolati col paracadute.

Così Iadi, oltre che che in lungo, poteva spostarsi anche in largo.

Però era sempre una catena.

Qualche giorno dopo il pomeriggio in pineta babbo mi disse: “Hanno chiamato i carabinieri, dicono che c’è una denuncia contro di noi. Iadi ha morso un ragazzo”.

  • Ma quando?
  • Qualche giorno fa, a Scarna.
  • A Scarna Iadi era con me e non ha morso proprio nessuno.
  • Eppure questo dice che lo ha morso così forte da strappargli i pantaloni…

Mi venne in mente il ragazzetto che aveva dato un calcio in bocca a Iadi mentre cercava di colpire il pallone. Ma lì per lì non aveva detto niente e nessuno si era accorto che fosse successo qualcosa.

  • Fra l’altro sai chi era quel ragazzo? Il figliolo dell’Accalappiacani…

Ah ecco, allora era tutto chiaro.

Iniziò una trafila con alcuni incontri dal veterinario per determinare l’aggressività di Iadi. Sentivo pronunciare parole come pericoloso, soppressione. 

Eravamo veramente tutti in ansia per la sua sorte.

L’Accalappiacani era irremovibile. Reclamava giustizia, ripeteva la storia dei pantaloni strappati, peraltro nuovi, diceva, minacciava di far sopprimere il cane, di portarci in tribunale, di chiederci i danni.

Non ricordo di preciso come sia andata a finire. Mi pare che babbo alla fine gli dette un po’ di soldi per fargli ricomprare i pantaloni al figlio.

Però, che ingiustizia.

E che rabbia!

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Archiviato in diario minimo, storie di gatti e altri animali

Jimmy Dean Jimmy Dean

Negli anni di università mi sono sciroppata una quantità infinita di film. Frequentavo lettere con indirizzo musica e spettacolo, l’unico che si sarebbe rivelato completamente inutile per le classi di concorso per l’insegnamento, e al primo piano di via Fieravecchia c’era una sala di proiezione tutta per noi. In certi giorni capitava che vedessimo più film di fila, in bianco e nero o a colori, e di ogni epoca. I vecchi muti in bianco e nero, il Nosferatu di Murnau, il Gabinetto del dottor Caligari, i primi sonori, Il Settimo Sigillo di Bergman, tutto Visconti e Pasolini, e perfino Robert Altman, una delle passioni del prof di storia del cinema. 

A lezione, con Lino Miccichè o con i suoi assistenti, imparavamo i segreti dei registi e delle storie che raccontavano. Nella saletta ci rimpinzavamo gli occhi e il cervello di immagini che scorrevano ininterrottamente sul grande schermo. Gratis, per di più.

Un anno lavorammo su Visconti. Ossessione con Clara Calamai, Senso con Alida Valli, La terra trema ispirato ai Malavoglia di Verga, furono sezionati in ogni fotogramma, ogni scelta del regista, dal cast agli ambienti, ai simboli messi in scena.

Confrontammo, sceneggiature alla mano, Ossessione e Il postino suona sempre due volte nelle due versioni del ‘46 e dell’81, tratti dallo stesso romanzo di James M. Cain.

Ci chiedemmo perché Visconti avesse scelto di far arrivare Il Corriere della Sera nello spaccio sperduto nelle campagne del Polesine.  

Analizzammo ogni espressione del viso di Alida Valli quando in Senso decide di tradire il patriota italiano di cui era follemente innamorata, consegnandolo agli austriaci. 

Considerammo il potere dell’uso del dialetto siciliano stretto da parte dei pescatori nella Terra trema, quello delle loro povere vesti e dei luoghi che abitavano.

E poi il ballo del Gattopardo, Bellissima con la Magnani, Ludwig, La caduta degli dei, Rocco e i suoi fratelli, Morte a Venezia. 

L’ultimo film che vedemmo di Visconti, a fine anno accademico, fu L’innocente, con Laura Antonelli. Non ci capimmo niente, la storia non sembrava avere un senso.

A un certo punto arrivò il tecnico addetto alla proiezione e disse che le pizze erano state scambiate. Le avrebbe riproiettate nell’ordine giusto un altro giorno, ma io non avevo più né la voglia né la forza di vederlo.

Poi ci fu l’anno di Robert Altman. Nashville, con il country music festival, Quintet, un film di fantascienza con Vittorio Gassman e Paul Newman, Jimmy Dean Jimmy Dean, con Cher, Kathy Bates e Karen Black.

Tra le pellicole che vedevamo di continuo, i testi che studiavamo, non solo per i corsi di cinema, credo che la mia testa si sia riempita all’inverosimile e che solo anni dopo, tutte le informazioni accumulate l’una sull’altra, abbiano trovato un loro ordine e soprattutto un loro perché.  

Jimmy Dean Jimmy Dean è uno di quei film che rivedrei volentieri. Ricordo però che ne fui particolarmente impressionata. È una commedia psicologica abbastanza soffocante ambientata in un piccolo drugstore di un paesino del Texas, in cui alcune fan di James Dean si ritrovano vent’anni dopo la sua morte. Tra queste c’è anche Joe, che nel frattempo è diventato Johanna. 

Sarà stato l’argomento, la presenza del trans, tema niente affatto scontato in un film del 1982, tra l’altro una figura positiva in un contesto di vite più o meno in bilico verso la follia, a rendermelo indimenticabile, non so. 

So però che è un film che non ha visto quasi nessuno, a parte i compagni di corso di storia del cinema, e che non ne ho mai più sentito parlare.

A parte una volta.

Qualche anno più tardi lavoravo alla Gazzetta di Siena come redattrice. Erano i primi Novanta. In quel periodo Giuliano Amato (quello della manovra lacrime e sangue) era sempre nelle nostre cronache per le vicende legate al Monte dei Paschi. Un giorno passò a farci visita in redazione, invitato dall’allora capo servizio. 

Ricordo che eravamo tutti seduti in una sorta di cerchio con le sedie nella sala grande e che fu un momento abbastanza importante nella quotidianità della cronaca di provincia.

Sicuramente Amato, che poi si sarebbe candidato nel collegio di Siena, avrà parlato di temi di alto livello, dal ruolo di Mps all’economia, magari inframezzando il discorso con qualche richiamo al Palio per alleggerire un po’ e allo stesso tempo far sentire che la sua appartenenza alla città non era cosa recente.

Insomma, in tutto questo a un certo punto se ne esce con una frase.

“È come in quel film di Altman, Jimmy Dean Jimmy Dean, non so se lo avete visto…”.

Fu un attimo. Alzai la mano e dissi con irrefrenato entusiasmo: “Io, io l’ho visto!”.

Nel silenzio generale, quasi di gelo.

Mi sentii avvampare, per l’imbarazzo.

Qualche giorno dopo un collega mi disse.

“Beh, almeno hai fatto bella figura. Noi siamo rimasti tutti zitti. Io nemmeno l’avevo mai sentito questo titolo. Com’è, me lo ricordi? Jimmy Dean Jimmy Dean? E di che parlerebbe?”.

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Quando ero piccola volevo risposte precise

Quando ero piccola avevo bisogno di risposte precise. Le cose dovevano seguire una logica, altrimenti non mi davo pace.

C’era una canzone, La ragazza del clan, che mi agitava tantissimo. C’entrava Adriano Celentano ma la cantavano i Ribelli, che si chiedevano chi sarà mai la ragazza del clan. E non lo dicevano. Celentano in tv faceva degli sketch in cui si rifiutava di rivelarne l’identità. Io speravo che fosse Claudia Mori, mi sembrava la cosa più naturale, così almeno mi sarei messa l’animo in pace. Ma lui diceva che no, non era lei.

Continuavo a chiedere a mamma chi era la ragazza del clan, e a dire il vero non mi era del tutto chiaro nemmeno che cosa fosse il clan, però sulla copertina dei dischi di Celentano c’era scritta quella parola. 

Mamma rispondeva che non si sapeva e che era un gioco per creare curiosità. Ma a me non convinceva affatto che facessero una canzone con la domanda senza dare la risposta.

Poi però Pippi Calzelunghe sollevava il suo cavallo bianco a pallini neri e io avrei voluto solo essere come lei, con il babbo pirata in viaggio nei mari del mondo, lo scrigno di tesori, Villa Villacolle, la scimmietta e quei due amici scialbi, Hannika e Tommy, che la guardavano come un portento.   

Un’altra cosa. Io sapevo che mamma e babbo si erano sposati. Però non avevo mai sentito dire che fossero fidanzati, come tanti di cui sentivo parlare.

Per cui un giorno che ero in macchina con mamma e scendevamo per la via del Torrione verso Piazza Baios, le feci la domanda che mi ronzava in testa da un po’.

  • Mamma, ora che te e babbo siete sposati vi manca di fidanzarvi.

Certe volte venivo brontolata, io ritenevo, ingiustamente.

Allora mi accoccolavo a terra, nell’angolo del corridoio davanti all’armadio a muro coperto da una tenda, mi abbracciavo le ginocchia e rimuginavo sulle mie sfortune ingoiando lacrime.

Di una cosa ero sicura. Da grande non sarei stata così e avrei fatto solo cose giuste.

Non so se il mio spiccato senso di giustizia, che tanti problemi mi ha portato nella vita, sia stato covato in quei pomeriggi di pianti e pensieri oscuri.

Ma da una parte mi piace pensare di non aver tradito quella bambina con le gambe secche, i ginocchi grossi e i capelli pel di carota. 

Dietro la tenda dell’armadio a muro, che veniva usato come ripostiglio per gli addobbi di Natale e i cambi di stagione, si tenevano anche gli stivali che mamma avrebbe tirato fuori all’inizio dell’inverno. 

La mia sorella aveva deciso che non aveva senso dire questi stivali, facendo una ripetizione secondo lei inutile. Per cui aveva iniziato a dire frasi del tipo: sono miei questi vali? 

Un giorno un nostro vicino si arrabbiò tantissimo perché andando verso i garage una ruota della macchina era finita in una grossa buca. Venne fuori che qualcuno aveva scoperchiato un tombino senza rimettere il coperchio. 

Io fui subito sospettata, naturalmente, ma caddi dalle nuvole. Di quel tombino non sapevo proprio niente. E poi, che motivo avrei avuto di togliere il coperchio?

Anni e anni dopo, ormai grandi, ritrovammo il diario segreto di Paola.

Era un quadernetto quadrato, foderato di stoffa grezza, con un lucchetto e le pagine rosse di cartoncino bristol.

La prima frase era: “Io ho scoperto un segreto che non dovevo scoprirlo”.

Ci chiedemmo curiose di che cosa si trattasse.

La spiegazione ce la dette lei, calma e pacifica.

  • Era quando avevo scoperchiato il tombino e Luciano ci era finito dentro con la macchina.

In un altro punto c’è scritto: “Io a volte una colpa la do ad un altro mentre deve essere data a me”. 

Il fatto è che io avevo i capelli rossi ed ero sempre all’avventura. Quindi non c’era bisogno di chiedere, le colpe venivano date a me in automatico.

Paola, col suo testone, che una volta la fece sbilanciare dall’altalena facendola dondolare a testa in giù chissà per quanto, e la sua aria innocente, invece sembrava incarnare la vittima ideale. 

Come tutti i bambini anche noi ci divertivamo a ripetere le parolacce, man mano che le imparavamo.

Mamma si arrabbiava. 

  • Bambine, non si dicono parole del genere!

 “Io delle anzi alcune volte dico le parole del genere alla mia sorella”, scrive Paola nel suo diario. 

E ancora: “Io regalo una Barbie nuova che non muove né le gambe né le braccia alla mia sorella”.

Una volta però, potei riscattarmi di tutte le ingiustizie che ero stata costretta a subire.

Ai tempi delle medie mamma per colazione ci dava le merendine confezionate, che erano uscite da poco sul mercato.

A me piacevano da impazzire. Non mi era dispiaciuto per niente rinunciare al pane con lo stracchino o con il salame e ne mangiavo a nastro.

Le Kinder Brioss non solo facevano venire l’acquolina in bocca grazie al morbido pan di spagna farcito con marmellata di albicocche o ciliegie, ma davano la possibilità di vincere una meravigliosa casetta di cartone, con il tetto, la porta e la finestra. Il sogno dei miei giochi di bambina.

Nonostante le mie scorpacciate di brioscine però, la scritta sulla confezione era sempre la stessa: stavolta non hai vinto, ritenta, sarai più fortunato.

In casa la mia fissa per la Cicocca era diventato un motivo per cui babbo mi prendeva spesso in giro.

Una mattina, mentre aspettavo di essere accompagnata a scuola, aprii una confezione e comparve la scritta miracolosa. 

“Vale una Cicocca”.

Non ci potevo credere. Cominciai a urlare, ho vinto, ho vinto.

Mamma mi disse di smettere di fare la strullina, che tanto non ci credeva e poi bisognava andare a scuola. 

Io, in preda all’entusiasmo, le feci vedere la scritta così si dovettero convincere, lei e anche babbo. 

Quello fu un giorno bellissimo. Potei assaporare insieme il gusto della vincita e quello della fortuna. Senza contare che da lì a poco sarebbe arrivata una Cicocca di cartone tutta per me.   

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