Viva l’Ungheria

Rientro in autostrada dopo la sosta in autogrill.
Ormai mancano solo 150 chilometri.
Margherita guarda i gatti, e i gatti guardano nel sole.
“Se non succede niente sarò a casa per le otto e mezzo” le dico al telefono.
All’inizio non capisco perché tanto buio. Che all’improvviso si sia spenta l’autostrada o il mondo che mi circonda. E invece no, son saltati i fari. Gli anabbaglianti. Cavolo.
Ormai sono in ballo. Chissà se le luci dietro funzionano.
Mi prende il terrore di non essere vista.  Metto le quattro frecce e vado avanti.
Il prossimo autogrill, ho visto il cartello, è fra 26 chilometri.
Ogni tanto sparo gli abbaglianti, ma solo ogni tanto.
Oh ecco l’area di servizio. Quasi inutile visto che c’è sciopero dei benzinai,  proprio oggi, fino alle 22.
Alla cassa però c’è qualcuno.
“Scusi mi sono saltate le luci dei fari. Voi le cambiate?”
“No”, risponde la signorina.
“Perché è sciopero?”.
“No, perché è troppo complicato”.
“Ah”.

Chiamo l’assistenza Alfa Romeo. Ma loro possono solo mandarmi il carro attrezzi, non risolvermi il problema. Per stavolta evito di discutere sul concetto di assistenza.

“Scusate – vado verso due camionisti che fumano nel parcheggio loro riservato – siete italiani?”
“No, hungarian”.
Forse puoi parlare tedesco, dice uno pressappoco.
No, english? Faccio io.
Okay. Un po’.
Spiego la faccenda degli anabbaglianti e loro mi chiedono se ho le lampade di ricambio.
Ribalto la macchina, sposto le valigie, ma ovvio che no.
Loro si avvicinano con una cassettina degli attrezzi e mi fanno cenno di aprire il cofano.
Sono la mia unica speranza.
Armeggiano per un po’ con i cacciaviti fino a smontare il faro. Un salto nel camion e spuntano due lampadine di ricambio.  Non ho parole.
In compenso io sfoggio una collezione niente male di torce di tutte le dimensioni.
“Mini” dice il più grosso fra i due, chiedendomi quella piccolina.
Mentre si muovono intorno alla mia macchina, accendono i fari, li spengono, aprono la portiera,  la chiudono, io li osservo chiedendomi se mi sono messa in un pasticcio ancor più grande.

Decido di no. Poi staremo a vedere.
I due, avranno trent’anni,  hanno facce larghe e fisico tozzo. Indossano abiti in stile militare,  mimetico il piccoletto, verde a tinta unita l’altro. Questo fuma la pipa e mentre assiste il compagno con la torcia diffonde nell’aria un buon odore di tabacco.
Ci capiamo a gesti. Qualche parola ogni tanto.
“Contatto”. “Kaputt “.
Parlano fitto fra sé nella loro lingua.
La lampadina di destra si accende. Evviva.
Mettono anche l’altra. Non succede niente.
Oddio ti prego non farmi stare tutta la notte al buio in un autogrill.

Non capisco. Mi preoccupo un po’ ma non so bene che fare.
“Sinistra destra” dice quello con la pipa facendo il gesto con le mani.
Hanno invertito. Tolgono le lampadine e le rimettono ognuna nel fanale opposto.
In meno di un’ora gli anabbaglianti si accendono. È tutto a posto.
“Home. .. house. .. control…”.
Ho capito sì. Meglio far controllare quando torno a casa. Due luci che saltano insieme non è normale.
Mettono a posto le ultime viti, chiudono il cofano e raccolgono la loro cassetta soddisfatti.
Ringrazio e do al più piccolo, quello mimetico, un foglio da 50.
Avevo solo quel taglio nel portafoglio, se si esclude una banconota da 10.
Lui rimane lì con i soldi in mano e con la faccia mi fa segno che son troppi.
Troppo complicato spiegargli che se non avessi trovato loro il giochetto mi sarebbe costato sicuramente di più.
Me la cavo con un internazionale thank you.
E poi butto là un “viva l’Ungheria”.
Loro alzano il braccio in segno d’intesa e di saluto e se ne tornano verso il loro camion.
Viva l’Ungheria, ma davvero.

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ma che bello ascoltare gli scrittori/3 (Andrea Scanzi e Silvia Truzzi)

Premetto che anche un sol giorno del festival Pordenonelegge ha talmente tanti appuntamenti, belli e interessanti, da non sapere dove mettere le mani. Uno deve sceglierne pochi e rinunciare ad altri. Io, per dire, ho rinunciato a incontrare Gordana Kuic’, la scrittrice del Profumo della pioggia nei Balcani, e Vanessa Diffenbaugh del Linguaggio segreto dei fiori, che presentava Le ali della vita. E mi è dispiaciuto molto.

Come terzo appuntamento potevo scegliere fra “Un Paese inventato. Un Paese da inventare”, con i giornalisti del Fatto Quotidiano Silvia Truzzi e Andrea Scanzi, e “Il cuore nero delle donne”, per finire il percorso giallo attraverso le storie delle assassine.

Sono andata al primo.

Un po’ per non fare proprio tutto un giro monotematico sul giallo.

Un po’ perché mi è sembrata una strana coincidenza ritrovarmi nello stesso posto di Scanzi, dopo appena due settimane da quando l’avevo conosciuto a Colle Val d’Elsa nello spettacolo su De Andrè con Giulio Casale. Anche a quello avevo partecipato per una serie di fortuite casualità.

Un po’ perché questo Scanzi è anche un bel ragazzo ed è pure intelligente. E magari rappresenta l’ideale di giornalismo che ognuno di noi vorrebbe vivere. Non solo libero nel senso di senza padroni, ma anche libero dagli obblighi della redazione. Sarei curiosa di capire come funziona al Fatto, se questo è sempre in giro per l’Italia a presentar i suoi libri e i suoi spettacoli.

Allora, l’incontro è stato molto interessante. Si è parlato di politica attuale, governo e società attraverso la memoria e il giornalismo.

Silvia Truzzi ha raccolto in un volume, Un Paese ci vuole. Sedici grandi italiani si raccontano, altrettante interviste realizzate per il Fatto. Sedici anziani, da Stefano  Rodotà, a Pietro Citati, ad Andrea Camilleri, a Gustavo Zagrebelsky, a Gherardo Colombo, Giovanni Sartori, Claudio Magris,  Luciana Castellina e altri che, per la loro vita, esperienza, cultura, avrebbero da dare tanto, ma in questo tempo e da questi politici non vengono presi in considerazione. Anzi, fosse per loro li rottamerebbero.

Tipo la Boschi, ministro Maria Elena, con i suoi “professoroni” che le vogliono bloccare le riforme.

Scanzi e Truzzi sono giovani carini e intelligenti (che è molto meglio che disoccupati, tanto per citare un film di parecchi anni fa) e il fatto che parlino del valore della memoria, della necessità di ascoltare gli anziani che possono dire cose importanti, a me ha perfino commosso.

Mi ha commosso perché lo penso da sempre, ma sono quei pensieri in cui ti senti sola o magari in due. Ora pare che potremmo essere addirittura in quattro, ma in realtà non è così. Siamo molti di più.

E’ solo il pensiero dominante che va in un’altra direzione. In questo momento.

“La memoria è rivoluzionaria” hanno detto. E ora non ricordo se era una loro affermazione o una citazione di qualcun altro ma poco importa. E’ proprio così.

Scanzi ha scritto La vita è un ballo fuori tempo che parla di un giornalista un po’ sfigato e allineato che scrive per un giornale che si chiama La Patria e vive in un periodo storico in cui c’è un presidente del consiglio un po’ così. Così come Renzi, per esempio.

Scanzi racconta che credeva di avere esagerato, descrivendo i personaggi e mettendo loro in bocca determinate frasi. Antonio Padellaro, allora direttore del Fatto, lo aveva tranquillizzato. Non era affatto così. E infatti pochi mesi dopo l’uscita del libro certe affermazioni da parte del premier sono diventate reali, se non addirittura superate.

Una tristezza. Triste la situazione, che conosciamo perfettamente. Da tempo, nel senso che il problema non è Renzi, o almeno non solo lui.

Triste il quadro giornalistico nazionale tracciato dai due colleghi.

Secondo Scanzi di questi tempi si sarebbero allineati al potere anche gli artisti. Che, se fosse vero, sarebbe proprio la fine di tutto.

De Andrè, che Scanzi ben conosce e infatti cita, definì l’artista come l’anticorpo che si è creato la società per difendersi dal potere. Se si integra anche lui, lo prendiamo nel culo tutti.

Così,  tanto per finire in poesia.

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ma che bello ascoltare gli scrittori/2 (Maurizio De Giovanni)

Finito il primo sono scattata di corsa per raggiungere il posto del secondo incontro pronta a fare un’altra lunga fila. Camminando per il centro sono stata agganciata da un ragazzo del Senegal che, nonostante le mie proteste, è riuscito ad appiopparmi un libretto sulla cucina africana.

E questo è stato il mio bottino al festival della letteratura di Pordenone.

Dopo aver sbagliato coda ed evento, per fortuna ci hanno chiuso la porta in faccia per esaurimento dei posti, ho finalmente trovato il padiglione di Maurizio De Giovanni, il creatore del commissario Ricciardi.  (A proposito… ha anche un nome? Comunque sia ora non mi viene).

Io pensavo che, quando avessi incontrato De Giovanni, gli avrei voluto dire quanto mi fa incazzare quando gigioneggia con la penna riempiendo pagine e pagine di svolazzature partenopee e interrompendo (volutamente, ovvio) il ritmo della narrazione di quelle storie che ci piacciono tanto.

Ecco. Me ne sono dimenticata. Quell’omone là, la personificazione del napoletano che più ci piace, uno che sembra il fratello di Pino Daniele, mi ha fatto talmente ridere e divertire che non avrei potuto dirgli proprio nulla del genere.

Poi, a quanto pare, c’è già chi lo fa.

“A tutti i complimenti – ha  detto -, a me i cazziatoni”.

Un giorno, ha raccontato, era al bancone di un bar, a Napoli, a bere un caffè quando una donna attraversò la sala puntandogli il dito contro: “Io glielo devo proprio dire (senza presentarsi, senza dire buongiorno io sono la tale e leggo i suoi libri, no) lei, se non la smette di trattare così quella povera Enrica non so che cosa le faccio. Ma le sembra il modo di comportarsi con una ragazza così dolce e timida?”. Quindi, senza aspettare risposta, se n’era tornata dall’amica. “Ecco, gliel’ho detto”.

Il commento del barista: “Un euro”.

De Giovanni: “No, sa… è che io scrivo romanzi…”

Il barista, irremovibile: “Un euro”

Questo aneddoto lo ha raccontato dopo che dal pubblico si era alzata una signora che gli aveva detto più o meno la stessa cosa.

“Io sono arrabbiata con lei. Ma li vuole far sposare quei due? Che cosa aspetta? Guardi che se Ricciardi non sposa Enrica io le auguro che i suoi racconti finiscano in serie zeta”.

Un’invettiva che ha generato anche un gesto scaramantico da parte dello scrittore.

“Eduardo De Filippo diceva: essere superstizioni è da ignoranti, ma non esserlo porta male”.

Appunto.

Ma insomma come è nato questo commissario Ricciardi? (ah ecco, Luigi Alfredo, si chiama, barone di Malomonte).

Allora in pratica siccome al De Giovanni piaceva stare sempre con quell’oggetto non identificato in mano, un libro, gli amici per fargli una sorta di scherzo, ma anche per incoraggiarlo chissà, gli regalarono l’iscrizione a un concorso che si teneva al Gambrinus di Napoli. In pratica gli iscritti dovevano scrivere un racconto nella sala del bar.

“Io non sapevo proprio che scrivere – racconta De Giovanni -. Me ne stavo lì, ad un tavolo vicino alla vetrata, e guardavo fuori. Tutti gli altri sapevano che cosa volevano scrivere. Io no. Il concorso era sponsorizzato dalla ribolla gialla. Passavano delle signorine con la minigonna e ci versavano il vino. Faceva un caldo pazzesco. Loro versavano, noi si beveva e si sudava. Alla vetrata c’era una bambina che da fuori guardava all’interno della sala. Lei mi guardava e io la guardavo. A un certo punto mi fece una boccaccia e se ne andò. Io mi guardai intorno pensando che gli altri l’avessero vista e pensassero che l’avevo infastidita in qualche modo. Invece niente, stavano tutti lì a scrivere e non l’aveva vista nessuno. Allora immaginai che quest’uomo vedesse qualcosa che nessuno vedeva. Vinsi il concorso“.

Ma non è finita qui.

“Quando mi mandarono l’email del vincitore risposi dicendo che avevano sbagliato l’invio. Ma invece mi dissero che era proprio per me. Poi ci fu la selezione nazionale e feci una nuova storia di Ricciardi. E vinsi di nuovo”.

Era il 2005.

“Ma io lo scrittore non lo volevo fare. Volevo fare il lettore”.

Fra risate e applausi De Giovanni analizza la solitudine del suo personaggio Ricciardi.

“Una solitudine data dalla compassione che lui prova per il genere umano ma resa ancor più forte, assoluta, dal fatto che lui, di questo ‘dono’, quello che considera la sua maledizione, non può parlarne con nessuno. Una solitudine disperata, la sua. Il segno dei nostri tempi è il telecomando. Noi cambiamo canale quando quello che vediamo non ci piace. Io volevo uno che non fosse in grado di evitare il dolore degli altri”.

Dell’evoluzione della storia fra Enrica e Luigi Alfredo niente si sa.

“Io quando scrivo un romanzo preparo la trama del fatto, quello che poi fanno i personaggi viene fuori da sé in un secondo momento. Non so dire che cosa accadrà. Dipende se Enrica deciderà di sposare l’uomo che ama o se invece privilegerà il sogno di una famiglia con dei bambini”.

Una anticipazione. “Le nuove storie del commissario Ricciardi si incentreranno su delle canzoni”.

Fino ad ora ci sono state le stagioni e le feste comandate. Ma già nell’ultimo libro, “Anime di vetro”, la storia ruota intorno a una canzone del cantautore napoletano Libero Bovio.

Alla fine un regalo per tutti.

Il primo capitolo, letto proprio da lui, del prossimo libro dei Bastardi di Pizzofalcone, “Cuccioli”, un’altra serie poliziesca nata in onore di Ed McBain, lo scrittore americano di origini italiane morto nel 2005 che considera il suo maestro.

Quindi, l’appello per Napoli. L’invito a non pensare, come ha fatto in questi giorni Rosy Bindi, che la criminalità organizzata sia una malattia incurabile in Campania.

“Abbiamo tremila anni di storia alle spalle, questa è solo quella degli ultimi 150 anni, nata fra l’altro a causa di un vuoto lasciato dallo Stato. Non possiamo misurare tutto in base a quella. E soprattutto, non è una malattia incurabile”.

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ma che bello ascoltare gli scrittori/1 (Antonio Manzini e Hans Tuzzi)

Bene. Caduto un altro pregiudizio. Non so perché ma, al contrario del fascino continuo che subisco dalla letteratura, non ero mai stata molto attratta dai festival letterari.

Poi da qualche parte devo aver letto (distrattamente) una sorta di appello di uno scrittore (Daniel Pennac?) che invitava a leggere i libri più che a cercare risposte impossibili dagli autori e la cosa mi aveva messo l’anima in pace. Anche perché, sinceramente, non amando la folla, le code e le corse con l’orologio in mano, oltre ai programmi troppo fitti, le maratone da festival letterario non rappresentavano proprio il mio ideale.

Fino all’altro giorno, quando, fattami forza, ho finalmente deciso di fare un salto al festival a me più vicino geograficamente, Pordenonelegge.

Ovviamente c’era tutto ciò che mal sopporto: la folla, le code per i vari eventi, le corse con l’orologio in mano e un programma fittissimo (che ognuno, sia chiaro, può seguire a piacimento). Ma per una volta ho deciso di fregarmene. E ho fatto bene.

Il primo passo è stato quello di cercare di districarmi in un programma di cento pagine che ogni giorno proponeva decine e decine di appuntamenti, uno più interessante dell’altro. La mia attenzione si è concentrata sulla fascia rossa “letteratura” ignorando attualità, i libri dei ragazzi, poesia, scienza filosofia e storia, da vicino, esercizi… di lettura, e via dicendo.

Nella giornata che mi interessava c’erano due autori di cui ho letto tutta la produzione, gli ultimi libri nemmeno un mese fa, Antonio Manzini, creatore del commissario Rocco Schiavone, e Maurizio De Giovanni, quello del commissario Ricciardi.

Individuato il luogo giusto mi sono messa pazientemente in fila e mi sono guadagnata il mio bel posto in sala (gli eventi sono gratuiti ma un po’ te li fanno sudare, ecco).

Sul palco, stimolati dal giornalista di Radio Due Luca Crovi, molto bravo, c’erano Antonio Manzini e Hans Tuzzi.

La prima sorpresa? Ascoltarli è stata una cosa piacevolissima.

La seconda: è che il livello della conversazione, senza nulla togliere ai romanzi che sono pur sempre dei gialli, è stato molto più alto di quello che si poteva immaginare.

La terza è che Hans Tuzzi, pseudonimo di Adriano Bon, è un signore dalla simpatia tagliente e dalla cultura sconfinata.

Insieme, Manzini e Tuzzi-Bon, guidati da Crovi, hanno regalato un’ora di rivelazioni, curiosità ed emozioni.

Io ho anche pianto. Non so nemmeno come. Parlavano del ruolo degli animali nelle storie da loro scritte.

Tuzzi: “La frequentazione di un animale ci insegna una realtà profonda, il rispetto stesso della vita nelle sue diverse manifestazioni”.

Manzini: “Non solo della vita, ma anche della morte. Il cane quando muore se ne va da parte, non sta nel mezzo. C’è la dignità della morte”.

In quel momento l’aria nella sala si è come ristretta ed è passata una ventata forte di emozione. Ci credete? non Importa. Io c’ero ed è stato proprio così. Tanto che, inspiegabilmente (anche se non troppo, visti i precedenti con i miei cani) mi sono spuntate le lacrime dagli occhi. E’ stato un momento molto intenso, davvero.

poi ci ha pensato Tuzzi ad alleggerire.

“Basta pensare chi sono nella società occidentale coloro che non tollerano gli animali. Le suocere e i sacerdoti”.

Risata collettiva.

Poi ci sono stati: le Clarks del commissario Rocco Schiavone, la sua fissa di trovare la somiglianza fra persone e animali, il carcere, il ruolo della moglie e le parole che gli propone.

E ancora: gli anni ’80, in cui Tuzzi ambienta i suoi gialli, le inchieste del commissario Melis, “allora mi sentivo già vecchio e pensavo che il mondo avesse dato il massimo venti anni prima”.

Fra la romanità ironica e scanzonata di Manzini e la signorilità di Tuzzi l’ora è proprio volata.

Dopo, la sensazione che in quei libri ci sia molto di più rispetto a quello che può sembrare, si è fatta ancora più forte.

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tu chiamale se vuoi emozioni

a volte la vita è troppo bella per tenerla tutta dentro

devi farla uscire un po’ alla volta

una canzone a squarciagola in macchina a volte aiuta

una risata con un amico

un passo di danza

a volte la felicità stringe alla gola ed esce dagli occhi

insieme alle lacrime

notte1
a Lisbona il viaggio della memoria

quello che torna davanti agli occhi quando meno te l’aspetti

ricordi come foto

sorpresa e meraviglia

e una tristezza dolce come latte alla portoghese

lisbona

“sulla strada verso la praca do Comercio ho provato un momento di assoluta felicità”

dice mamma

Praca-Comercio-lisbon

prima la rua Augusta

dopo la praca sul fiume Tago

più in là, l’oceano

estate-Sport_h_partb

dentro il sole c’è l’estate

vagonate di bella estate

canta il mio amico Antonio
estate_summer

a volte il mare è liscio come certi capelli
poi si arriccia, a volte

Cuore sanguinante

un altro amico mi spezza il cuore

e non è nemmeno la prima volta

ma il motivo ora è diverso

io piango

ma lui ci crede, che ce la farà

e allora diventa tutto un po’ più leggero

snoopy

alcune persone bisogna lasciarle passare, così come sono

fra una danza e l’altra

magari non balleranno mai, o forse sì

ma tu continua a danzare

gatti

anche i gatti riescono a stare
a fianco l’uno dell’altro
guardando insieme il mondo
che li osserva

battisti

a tredici anni il primo stereo

non ci potevo credere
tanto lo desideravo

arrivò in uno scatolone
con un disco di Battisti

Ancora Tu

ma tu chiamale se vuoi emozioni

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matto come un gatto. anzi due

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l’altra sera torno a casa, apro la porta e mi accoglie solo Agatha
strano
e dov’è Ercolino
lui che è sempre il primo ad arrivare
mi si gela il sangue nelle vene
in questi giorni sono un po’ preoccupata, ha un occhio un po’ lacrimoso, ho chiamato il veterinario, ma ci sono i giorni di festa
e se gli fosse successo…
mieeeee
oh eccolo, per fortuna
seguo il miagolio e lo trovo
sono felice di vederlo vivo e vegeto ma in realtà la situazione è più agghiacciante di quello che potessi immaginare
Ercolino cammina tranquillo, miagolando, davanti alla finestra spalancata della Mia Vicina
e la rete della gabbia che tiene i gatti lontani dall’Altra Parte del lungo davanzale condiviso è APERTA
incredibilmente Ercolino, appena mi vede, rientra nel recinto e mi viene incontro
sudo freddo, mi tremano le gambe
(chi pensa che stia esagerando non conosce la Mia Vicina)
faccio scendere Ercolino dalla finestra, mi assicuro che i due siano nell’altra stanza, li circuisco con tre croccantini premio e torno nella stanzetta dei gatti armata di un rotolo di spago e un paio di forbici
mi arrampico sul davanzale, mi siedo nella gabbia e comincio l’opera di ricucitura

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mentre lavoro con pazienza certosina, sospesa al quarto piano, realizzo che tutto ciò non servirà a niente
sì perché Agatha, la piccola e dolce Agatha, che non ha compiuto nemmeno quattro mesi, l’animaletto morbido e super coccolo che con i suoi dentini affilati ha disintegrato un carica batteria in tre secondi, lei, sì proprio lei, quando sta sulla finestra non guarda semplicemente il panorama là fuori, come fa Ercolino
non si stende al sole godendo dell’aria tiepida delle ore del giorno
non osserva le mosche volare tentando di afferrarle
o meglio, non solo
lei studia costantemente e strategicamente il modo di trovare una via di fuga
perlustra i bordi della gabbia, ne allenta la rete, mangiucchia il filo di ferro che la tiene fissata all’impalcatura di legno
e alla fine ce l’ha fatta
infatti a pensarci bene, la cosa strana è che Ercolino, al contrario del suo solito, non si sia fiondato nell’appartamento accanto, quello della Mia Vicina, che pure aveva la finestra aperta
in passato gli piaceva tantissimo
io ho capito
quel mieeeeee detto con quel tono, mentre perlustrava i danni provocati dalla sorellina, voleva dire;
“guarda che cosa ha combinato Agatha”

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nel frattempo Agatha, un chilo e due etti di gatto, fa tutto quello che Ercolino non si è mai nemmeno sognato
salta sulla finestra di camera, quella a tre uscite con i vasi delle piante aromatiche sospese nel vuoto del quarto piano
ci si fionda sopra, ci cammina in bilico e so, lo so, che studia il modo di saltare da un vaso all’altro passando dall’esterno, dal vuoto, non dal davanzale interno
stamani l’ho recuperata mentre prendeva le misure ma non so se mi sarà sempre possibile farlo
ora è là che mordicchia l’erba cipollina, per dire
e io sto in ansia ma, penso, non posso mica toglierle tutto ciò che la natura stessa predispone per lei

stamani per fortuna è entrata una vespa in casa
per un bel po’ entrambi sono stati impegnati prima nella dichiarazione di guerra e poi nello svolgimento della battaglia
che si è conclusa a favore dell’esercito gattesco
anzi, ora devo ricordarmi di scovare il cadavere del nemico e offrirgli degna sepoltura
loro lasciano sempre le cose a metà

vado a dare una controllatina e Agatha non è più sulla finestra
nemmeno Ercolino è più sul letto, da dove la osservava mollemente sdraiato
oddio, vuoi vedere che è salito anche lui…
Agatha non è nemmeno nelle altre parti del davanzale, né sui vasi, nessuno dei tre
e nemmeno lui
guardo in basso, giù sulla strada, con il fiato sospeso ma non vedo niente
per fortuna
penso, se fosse caduta avrebbe almeno emesso uno sgraziato miagolio come richiesta di aiuto
e io non ho sentito niente

subito dopo sento invece i soliti rumori della lotta
i due amici si rincorrono, si mordono, si abbracciano
per fortuna, va tutto bene
ma intanto per oggi è meglio se chiudo le finestre

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coincidenze/2

lettera

A proposito di coincidenze me ne viene in mente una veramente particolare

accadde qualche tempo fa, quando mi ritrovai a casa di una mia anziana vicina, seduta nella sua sala da pranzo per scambiare due parole

mi chiese di dov’ero e mi rivelò che anche lei è originaria di Colle Val d’Elsa, la mia città in Toscana, dove aveva una nonna che portava il mio stesso cognome

mi confidò di aver fatto delle ricerche in proposito, senza esito
poi un giorno, sfogliando una rivista, aveva trovato il nome di un colligiano con lo stesso cognome come firma di un racconto vincitore di un concorso letterario
mi chiese se lo conoscessi
“E’ il mio babbo” risposi, stupita ed emozionata

lei mi raccontò allora di avergli scritto una lettera, al tempo, facendogli i complimenti per il racconto e chiedendogli notizie della sua ava omonima
lui le rispose ringraziando per le belle parole
purtroppo della sua ava, nonostante portassero lo stesso cognome, non sapeva nulla
poi si scrissero ancora qualche volta

rimasi molto colpita dalla coincidenza
ero finita a vivere, a centinaia di chilometri da casa, proprio nel condominio dove abitava una donna che aveva scambiato una corrispondenza con il mio babbo

qualche anno prima di questo episodio babbo mi era venuto a trovare in occasione del raduno dei paracadutisti che si teneva a Belluno e dormì una notte a casa mia
mi pare anche che nell’occasione mi avesse accennato a una signora che gli aveva scritto da Belluno
“Ma chissà che fine avrà fatto dopo tutti questi anni”
cavolo, invece era solo due piani piu sotto

Sono dispiaciuta per il fatto che fossero stati a così breve distanza l’uno dall’altra senza saperlo e senza potersi nemmeno salutare

in effetti, anche volendola cercare, la donna non abitava più all’indirizzo che conosceva lui, quello a cui aveva spedito le lettere di risposta
si era trasferita in un’altra zona, nel mio stesso condominio

“lo avessi scoperto prima” dissi alla vicina, intendendo quando lui era ancora in vita

la mattina dopo, quando aprii la porta di casa, trovai appoggiata sullo zerbino una busta di carta dorata. dentro c’erano le lettere che il mio babbo aveva scritto alla mia vicina tanti anni fa

Le ho lette con immensa gratitudine per il regalo inaspettato
Poi, dopo averle fotocopiate, gliele ho restituite

Da allora mi sento un po’ più ricca

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coincidenze

paola

la mattina del concerto di Paola Turci a Belluno ricevo un sms da un numero non conosciuto che diceva pressappoco: “Stasera offriamo la cena a Paola Turci?”

Seguiva come firma il nome di un amico che sapevo interessato al concerto, per cui lì per lì non ci ho fatto troppo caso e ho archiviato l’sms come una battuta.

Però dell’amico omonimo, ripensandoci, io ho il numero di telefono, quindi non sarebbe dovuto risultare sconosciuto.

Rileggendo il messaggio con più attenzione capisco di chi si tratta. E’ un altro amico, un ristoratore da cui sarei dovuta passare, per puro caso, proprio quella mattina stessa. Non rispondo all’sms, lo farò a voce.

Ovviamente sul Gazzettino di quel giorno c’è l’intervista, con la mia firma, che ho fatto il giorno prima a Paola. Per cui immagino che il messaggio sia stato ispirato da quella

In realtà, quando passo dal mio amico, del quale nel frattempo ho memorizzato il numero in rubrica con nome e cognome, lui cade dalle nuvole.

“Ma dai, veramente c’è l’articolo oggi sul Gazzettino? Come, l’hai scritto proprio tu?”

Lui aveva letto del concerto sui manifesti che in quei giorni tappezzavano Belluno.

E rimane un mistero perché abbia deciso di mandare quel messaggio proprio a me

“Non so, mi è venuto così”

Però ha da raccontare una storia legata a Paola Turci che risale al tempo in cui faceva il corso per sottufficiali al sud, una ventina di anni fa

In genere quando c’erano da fare servizi serali o notturni i superiori non raccoglievano mai grandi disponibilità da parte dei soldati

Una sera però girò la voce che c’era da fare il servizio d’ordine al concerto di Paola Turci

I militari quella volta si offrirono in massa, compreso il mio amico

Solo che, una volta fuori, dopo esser stati portati a fare un giro di pattuglia di qua e un altro di là, si resero conto ben presto che non c’era nessun concerto di Paola Turci

Erauna bufala, uno stratagemma inventato dai superiori

Truffaldino anche ma, si sa… in guerra e in amore

“Dopo quell’episodio ci hanno preso per il culo per anni – dice il mio amico, divertito – e sulla storia del concerto di Paola Turci ridiamo ancora oggi”

ah ecco, per questo i manifesti lo  avevano colpito tanto

“Chissà se riuscirò a incontrarla prima o poi”

“Beh, vieni stasera in piazza Duomo no?”

Non so se poi ci è andato

forse ha preferito mantenere intatto il ricordo di quello scherzo di tanti anni fa

o forse, avrebbe preferito semplicemente averla a cena nel suo locale

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i libri ritrovati/2

oggi ho rimesso a posto la mia misera biblioteca bellunese

16 riquadri expedit (ikea) ingombrati, oltre che da libri di narrativa, di testi e agende giornalistiche, vocabolari, codici penali, cataloghi d’arte e pile di giornali

una scaffalatura veramente miserrima (compensata però dai quasi 4mila titoli nell’e-reader)

nonostante ciò, ho scovato altri libri ricevuti in dono e mai letti

Uno, nonostante covi molti pregiudizi nei suoi confronti, dovrò decidermi a leggerlo perché lo trovo citato sempre più spesso e da più parti

I pilastri della terra di Ken Follett mi appare infatti come il classico polpettone americano sul quale non vorrei perdere troppo del mio tempo

ken

lo dissi subito all’amico che me lo donò per il compleanno del 2007

“Noooooo non lo leggerò mai”

Ecco, ora pare che sia venuto il tempo del mai, con questa storia dei libri ritrovati

Lo avviserò, magari ne sarà gratificato. Un minimo

Sul comodino, con un segnalibro a pagina 258 (ma credo che ci sia finito a caso, mi pare un po’ troppo avanti) c’è Le correzioni di Jonathan Franzen

franz

mi fu regalato in occasione di una cena a casa mia

il buffo è che è stato donato anche alla mia mamma, proprio lo stesso identico libro

prometto: leggerò anche questo

infine, laggiù in fondo, dove nessuno poteva vederlo né trovarlo, cercarlo mai perché dal momento che l’ho ricevuto in regalo, capita la grande sòla, me lo sono subito dimenticato, c’era un grande mattone azzurro

La setta dei libri blu di tale Gordon Dahlquist

blu

e qui siamo al compleanno del 2008 quando, con un’amica la cui data di nascita è poco distante dalla mia, come giorno e mese, decidemmo di regalarci lo stesso libro, io a lei e lei a me

passammo un sacco di tempo in libreria, ricordo, a entusiasmarci fra gli scaffali per quel titolo e per quell’altro

alla fine, stanche e confuse, chissà perché, scegliemmo il polpettone fantasy

che poi forse, rileggendo meglio la costola, proprio fantasy non è

c’è pure una dedica speciale. a giudicare da quella sul mio libro qualche anno fa la mia amica ed io eravamo praticamente adolescenti

chissà che cosa avrò scritto io, sull’altra copia, a eterna testimonianza di chissà ché?

insomma, il fatto è che dopo tanto tempo, forse anche solo per il fatto di averlo ritrovato, mi è proprio venuta voglia di leggerlo

anche se sono quasi mille pagine e di un formato più grande del normale

staremo a vedere

il sottotitolo è promettente

un ritorno ai tempi in cui un libro a ogni pagina ti catturava in un vortice di avventure

dice

chissà perché fino ad oggi non ci abbiamo mai creduto

è arrivato anche per questo il tempo di rendergli giustizia

ecco

avrete capito che per i prossimi mesi avrò il mio bel daffare

non vi preoccupate se non mi vedrete troppo in giro

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i libri ritrovati

In questi giorni sto leggendo un libro che mi era stato regalato otto anni fa

È bello. Scritto bene, costruito in modo molto originale, parla di mondi che non conosco  e gira intorno a un mistero che mi pare di aver intuito non si chiarirà mai

Ho confessato alla donatrice che lo stavo leggendo ora spiegandole che, quando me lo regalo’, non era riuscito a prendermi

Lei è una persona intelligente oltre che generosa. Non credo abbia avuto niente di che restare male

In questi otto sono maturata, le ho detto, e mi piacciono anche i libri un po’ piu difficili

Quello che più mi piace però a ben pensare è ritrovare i libri perduti

Non parlo di quelli prestati e mai più tornati

Il giovane Holden, La collina dei conigli

Speranze perdute generatrici di forte fastidio

(E non è un titolo)

No, quelli ormai me li sono ricomprati ogni volta che ho capito che non sarebbero più stati restituiti

Parlo di libri bellissimi che per anni non sono riuscita a leggere

Anzi, di cui non riuscivo proprio a cogliere la bellezza

Li iniziavo e poi li lasciavo li, insensibile all’entusiasmo che li circondava

È successo con il Giardino dei Finzi Contini

giardino

Chissà perché la partita a tennis di Micol, la prima volta che ne ho tentato la lettura, mi apparve come un mero e vuoto esercizio stilistico

Ovviamente non lo era. Me ne sono accorta per fortuna anni dopo quando finalmente sono riuscita ad aprirmi ad uno dei libri più struggenti mai letti di cui ancora conservo la fragile e malinconica bellezza

E Cent’anni di solitudine? Sembra una bestemmia, lo so, o forse un vezzo un po’ snob, ma ricordo che per anni è rimasto intonso nella libreria senza che vi trovassi un solo motivo per avvicinarmi

Babbo mi consigliava di leggerlo e così molti altri

E io no, chiusa in chissà quali ritrosie dell’epoca

Poi l’ho letto, e riletto

E non importa dire altro

100anni

Poi ci furono la Versione di Barney e Una banda di idioti

Li metto insieme perché fu durante un’estate di qualche anno fa che due amiche, in occasioni diverse, mi parlarono di quei libri come di letture irrinunciabili

Li avevo entrambi a casa in Toscana e alla prima occasione li recuperai

La Versione di Barney di Mordecai Richler avevo provato a leggerla nel 2001 nel pieno dell’acclamazione italiana

Mi fa girare la testa, pensai, e lo misi via

Poi per fortuna l’ho ritrovato

In quel periodo, diversi anni dopo, vivevo una situazione simile a quella del povero Barney, accusato ingiustamente, e  la sua cinica ironia è stata per me una medicina fantastica

Infatti l’ho anche riletto (e visto il film al cinema)

barney

Una banda di idioti, di John Kennedy Toole, lo avevo comprato nel 1998 in due copie, una per me e una per un’amica, sulla scia della ristampa di Marcos y Marcos e di una recensione accattivante

Lo avevamo accantonato tutt’e due

In effetti l’inizio è un po’ pesante

Lo avevo scelto perché mi era piaciuta la storia che c’era dietro

Un ragazzo si era suicidato a 30 anni e la mamma, rimettendo a posto le sue cose aveva trovato un manoscritto. Lo aveva sottoposto a un editore e avevano scoperto un genio

Sarebbe stata già una storia bella di per sé  per un libro

E in effetti mi pare anche di aver letto qualcosa di simile, di cui però non ho che un vago ricordo

Incuriosita lo comprai. Aveva anche una bellissima copertina

Quando, anni e anni dopo, sulla scia dell’entusiasmo dell’altra amica, l’ho finalmente letto, ho scoperto un libro intelligente appassionante e super divertente

Peccato per il suo autore

idioti

Quello che sto leggendo ora invece non ricordavo nemmeno che esistesse

Ancora una volta vittima della mia chiusura mentale, lo avevo riposto fra gli altri libri bollandolo come illeggibile dopo un superficiale tentativo di qualche anno fa

Curiosando fra gli scaffali di casa l’ho rivisto e stavolta mi ha colpito

Ho pensato alla persona che me lo aveva donato

Intelligente sensibile spiritosa

Ci doveva essere per forza qualcosa che non ero riuscita a cogliere

Un giro su internet mi ha confermato che esiste addirittura una schiera di fan dell’autore,  morto prima della pubblicazione del volume, tanto che il seguito è rimasto incompiuto

Peccato, chissà se avrebbe mai svelato il mistero dello scrittore fantasma, Benno von Arcimboldi

Per il momento direi che la soluzione non importa. È il mistero ad alimentare la storia. Ovvio

In ogni caso mi godo la lettura di un altro libro ritrovato

Il titolo è 2666 di Roberto Bolano (con la virgoletta spagnola sulla enne)

2666

Spero sia l’ultimo scherzo del genere che mi faccio

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