Archivi categoria: non classificati

autostrada

1

Mi lascio alle spalle il profumo dei fiori
dell’erba tagliata
ciclisti nella canicola
L’acqua da mettere
Nelle bottiglie
L’ora non sarebbe quella giusta
Ma non c’e’ quasi nessuno
E si viaggia anche meglio

Hai il cuore troppo grande
Non puo’ contenere
Il dolore di tutti
Lascialo andare

Troppe valige
Ma serve tutto
C’e’ anche qualcosa in più
Nuove cose
Per nuove strade

Tocca anche far benzina

2

Per mangiare e’ un po’ tardi
Ma c’e’ la fila
Tutti in piedi
hanno fretta
Sosta veloce
E si riparte

Sei come un fiore
Delicato
Quando ti penso
Ti vedo cosi’

Troppo caldo
Non sara’ un bel viaggio
Finestrini chiusi
E aria a palla
Con i tamburi
Dei Comanches

3

C’era un negozio
Vicino alle mura
Vendevano penne indiane
E didgeridoo
Ma non ricordo
Più il nome
E poi non c’e’ più

Forse quel disco
Viene da li’

tu sai dire
Le parole
Che gli altri
Non

Ed e’ come
Se fosse sempre
Stato cosi’

I colli si affacciano
Nella foschia
Lontana
Azzurri
E grigi
Di gradazioni

Qui vendono tutto
Ma l’ombra non c’e’
E il fresco e’
Solo un artificio

4

Code in aumento
3 chilometri
Per veicolo fermo

Se non avessi
Te
A farmi compagnia

Siamo fermi
In galleria
Ma non e’ una poesia
Con la facile rima

Spengi il motore
Radio accesa
E i fari, anche
Cosi’ ti potranno
Vedere

L’Appennino
E’ più fresco

Appena arrivo
Un tuffo in piscina
Come di notte
Quando la luna
Sara’ piena

5

Code a tratti

Difficile capirsi
Con i maschi giovani
Occhi di plastica nera
E motori rombanti

La casa con l’orologio
E l’elettrodotto
Davanti
E’ sempre la’

Ricordarsi
Che la vecchia certosa
Ora si chiama
impruneta

6

L’aria di casa
E’ verde
Di tutti i verdi del mondo
Gialla di ginestra
Ocra
Il colore della terra

E rosa
Come la bici nuova
Che mi aspetta

8 commenti

Archiviato in non classificati

Calzini bianchi a Sarajevo

Era una domenica di sole, Sarajevo sembrava già la città più bella del mondo ma io ancora non lo sapevo. La guerra era finita da qualche anno e la Bosnia, divisa in due stati confederati, cercava di ritornare alla normalità sotto il controllo militare occidentale.
Da quando ero arrivata era sempre stato nuvoloso, oppure pioveva e faceva freddo, anche se era maggio.
Quel giorno no. Quel giorno il sole splendeva e dietro i palazzi sfregiati dai colpi di mortaio si stendeva un cielo azzurro e senza una nuvola. Fu una vera sorpresa, la mattina, buttare lo sguardo fuori dalla finestrella del prefabbricato della base militare e vedere tutta quella luce, niente il giorno prima avrebbe fatto sperare in tanta bellezza.
I militari avevano il giorno libero e ognuno lo passava come voleva. Ero libera anche io, ospite del reggimento, ma non mi avrebbero mai lasciato andare in giro da sola per la città.
Un maresciallo, quello che faceva le foto per l’ufficio stampa, si offrì di farmi compagnia e fissò un appuntamento con la nostra traduttrice, Kanita.

maggio 2005 – Sarajevo (Bosnia)

Sarajevo maggio 2005

al confine fra la città vecchia e quella nuova

con Kanita

una domenica di sole a Sarajevo (maggio 2005)

Ci ritrovammo di buon ora alla Casa del Dispetto (si chiama così per un motivo preciso che adesso però non dirò), a pochi metri dalla biblioteca nazionale, quella che avevamo visto bruciare nei servizi dei tg. Poco lontana c’era anche la casa di Kanita, quella nel cui salotto suo marito fu ucciso da un colpo d’arma da fuoco attraverso la finestra mentre fumava un sigaro seduto in poltrona. Fu una delle prime vittime del conflitto civile.

Fa uno strano effetto trovarsi in un posto così. Passeggi, mangi un gelato, bevi una coca, e sei sulle strade dove solo una manciata di anni prima la gente sparava e si uccideva.

L’aria di Sarajevo trasuda tragedia e scoppia di vita. Sarà questa contraddizione che le dà quel sapore dolce amaro che ti resta appiccicato addosso anche quando non ci sei più.

Gli adulti ricordano e raccontano. I familiari uccisi, gli amici perduti, le mille storie che hanno accompagnato gli anni della guerra assurda tornano a vivere nelle loro parole.

Prima qua eravamo tutti diversi ma convivevamo in pace. Stavamo bene a Sarajevo, dicono con l’orgoglio del passato, di quello che sono stati. Poi, d’un tratto, essere musulmani è diventata una colpa. Ma anche ebrei e ortodossi non se la sono passata tanto bene in questa battaglia di tutti contro tutti.

Su un ponte vicino alle colline dove i minareti ora sorgono come funghi, le colline che durante la guerra erano il paradiso dei cecchini, una lapide ricorda due giovani fidanzati uccisi mentre passeggiavano mano nella mano. Admira e Rosko, 25 anni, lei musulmana lui serbo, diventarono il simbolo di quella frattura che aveva generato odio e distruzione.

Kanita, di origine croata, è ortodossa, ma il marito era musulmano. E i due figli sono uno ortodosso come la madre e l’altro musulmano come il padre. Una scelta che non divide nemmeno una famiglia, come racconta lei. Altri non la vedevano allo stesso modo.

Io e il maresciallo attraversiamo a passo spedito tutto il viale dei cecchini fino al centro. T-shirt bianca, pantaloni di tela beige e mocassini senza calze. Sembra di essere in vacanza.
Ma il programma è serrato, come in una gita organizzata. Comprende la Sarajevo vecchia, quella turca, con le case basse, le botteghe per i turisti e l’acciottolato per terra. Qui Kanita ci tiene a farci fare il giro completo della Sarajevo che era stata il simbolo della convivenza pacifica fra religioni diverse.
Prima di entrare nella moschea ci copriamo i capelli in segno di rispetto. Kanita ha portato un foulard anche per me, ma non ne ho bisogno, ho al collo la mia sciarpa grigia che si adatta perfettamente all’occasione. Il guardiano, fuori, sgrida il maresciallo che ha osato scattare delle foto alle donne che pregano prostrandosi a terra. E’ vietato. Lui gli dà ragione e si scusa, ma gli scatti rimangono nella memoria digitale.

con Kanita a Sarajevo (maggio 2005)

nella moschea

Nella sinagoga Kanita trova un amico. Parlano fitto, noi non capiamo niente. Ma arriva anche per noi il tempo delle spiegazioni e della visita guidata. Nemmeno qui, nella guerra fra musulmani e ortodossi, gli ebrei hanno avuto vita facile. E quella che prima della guerra era una grossa e fiorente comunità, dopo si è trovata decimata. La storia si ripete, tristemente.

La basilica ortodossa, imponente e vistosamente ornata, è l’ultima tappa del mattino, dopo la visita a una piccola chiesa, quella di San Michele Arcangelo, ricca di storie e tradizioni, dietro al mercato della strage. Qui andavano a pregare tutte le donne, di qualsiasi religione, che non riuscivano ad avere figli.

con Kanita a Sarajevo

dietro al mercato vecchio, davanti a San Michele, piccola chiesa ortodossa

Kanita parla e parla. Racconta le storie delle persone che ha conosciuto e che non ci sono più. Penso che l’aiutino a ricordare la Sarajevo di quando anche lei viveva felice, prima che il suo bel viso venisse indurito da un’espressione che nessuno le avrebbe più cancellato.

Noi l’ascoltiamo. A volte ridiamo, a volte ci viene da piangere. Ci piace quello che racconta.

Per pranzo ci aspetta la taverna storica di Sarajevo, quella dove si mangiano i cevapcici più buoni. Lo dice Kanita ma pare che lo sappiano tutti.

Un bugigattolo con i tavolini bassi in rame sbalzato e un lavandino di pietra. Sicuramente quando mi lavo le mani non mi sfiora nemmeno da lontano il significato di un gesto tanto rituale per i musulmani.
Poi mi tuffo a capofitto nel piatto alla scoperta di sapori sconosciuti.

Uscendo dalla città vecchia incrociamo una giovane donna che chiede l’elemosina. Il volto di Kanita si fa ancor più duro, gli occhi grigio azzurri si stringono fino a diventare fessure sottili.
D’improvviso le escono dalla bocca parole piene di rabbia, in un fiume incomprensibile di consonanti e suoni gutturali.
Stiamo in disparte e non osiamo chiedere il perché.

Chissà quali strascichi ha lasciato la guerra fra le persone. Ci sarà stato chi ha tradito gli amici, chi ha approfittato di quello che succedeva. Mors tua vita mea. E fra i vivi, quelli rimasti vivi fra tanti morti, chi può dimenticare?

I ragazzi non ricordano niente, dice Kanita. Loro hanno cancellato la guerra, la paura, le privazioni, e ora che i colpi di mortaio sono cessati, che c’è questa pace regalata dall’occidente, che si può camminare per le strade senza esser puntati dai cecchini, loro vogliono solo divertirsi. Li vedi ridere, amoreggiare, bere birra e fumare sigarette. Nei disco bar, alla sera, non si respira fra il fumo, il sudore e la musica a palla.

Il sole illumina le belle donne di Sarajevo che passeggiano sulle strade lastricate della città nuova dagli alti palazzi. Il maresciallo le fissa negli scatti che stavolta nessuno vieta.
Viste così, con i grandi occhiali da sole, i jeans alla moda, le scarpe col tacco e le borsette colorate, potrebbero essere ovunque. A Roma a Parigi a Madrid. Ma a Sarajevo ti provoca un senso dì stupore la normalità ritrovata, quelle camminate ondeggianti e piene di grazia. Non puoi non ammirarle. La loro femminilità riconquistata e esibita è un grido forte contro quella guerra che le ha uccise, umiliate, mortificate, stuprate. Anche le musulmane sono così. Belle, giovani ed eleganti nei loro vestiti colorati e con i capelli velati.

Sarajevo maggio 2005

i colori delle donne musulmane

Ormai non rimane quasi più niente da vedere. Cominciamo anche a essere un po’ stanchi. Kanita ci invita a casa sua a bere un tè. Accettiamo.

Siamo al punto di partenza. Vicini a quella biblioteca diventata il simbolo della cultura di un grande popolo, distrutta dalla piccolezza dello stesso popolo rivoltato contro se stesso.

Mi accorgo solo ora che i miei piedi bruciano. La delicata pelle della pianta, sfregando con la suola delle scarpe senza calzini si è irritata e non riesco più nemmeno ad appoggiarli a terra. Kanita mi fa un massaggio e mi regala un paio di calzini bianchi e nuovi. Sono imbarazzata per tante attenzioni.

E’ bastato aprire il cassetto dei calzini, tanti anni dopo quel maggio del 2005. Quando lo sguardo mi è caduto su quel paio bianco, trapuntato, da calzini della prima comunione, il filo della memoria ha srotolato il ricordo di una domenica di sole a Sarajevo.

(marzo 2011)

2 commenti

Archiviato in non classificati

moviola

certi giorni vorresti tornare indietro

indietro con il tempo

e fare come se qualcosa non fosse mai successo

non mi capita mai

cioè, da oggi posso dire quasi mai

vorresti girare indietro la bobina e fermarla lì proprio in quel punto che sai tu e cambiare quella cosa e poi cambierebbe tutto, anche il dopo

un sacco di pellicola da buttare

ma tanto meglio

strano però

questa cosa non mi è mai successa

o quasi

ricordo delle volte brutte tanto, ma tanto

quando delle cose sono sfuggite al controllo e si sono scontrate con la follia, la cattiveria, l’invidia di qualcuno generando il caos peggiore e tanta sofferenza

eppure ho sempre pensato di andare avanti

vi dimostrerò che sono migliore di come credete che io sia

e sicuramente sono migliore di voi che mi state facendo tutto questo

stavolta no

è una cosa che riguarda solo me stessa

o forse anche qualcun altro

ma soprattutto me stessa

e vorrei tornare indietro

vorrei non tradirmi

vorrei essere come vorrei

sperando che fosse come sono 

o al limite come sarò

ma ho già capito che non è poi così grave

posso continuare a camminare

a testa alta

e anche questo errore sarà servito

a crescere

ad amare

Imagee forse oltre me stessa    

2 commenti

Archiviato in non classificati

l’orto fra i tetti (ovvero, per tornare alla terra da qualche parte si dovrà pur cominciare)

vabbè da qualche parte si dovrà pur cominciare
e allora ho ritirato fuori quelle tre fioriere in ferro battuto del padrone di casa, che stavano in cantina da una vita, ho tolto le ragnatele e mi son fatta un giardinetto pensile, appeso alla terrazzina che non c’è

30 litri di terriccio, il concime, i vasi e i sottovasi, le piantine aromatiche

due me le aveva regalate ale in segno augurale per un futuro agricolo
menta e pomodori
piantate

altre le ho comprate ieri al mercato

poi ho fatto le etichette
non che non sappia riconoscere il basilico dal prezzemolo o la salvia dal rosmarino
era così per fare una cosa più carina

un amico mi ha detto di metterci anche qualche fiore ma ora non vorrei esagerare
a occhio mi pare che non ci stia altro, poi si vedrà
dipende da quanto crescono menta e pomodori
dipende se lo zenzero germoglia o no

e poi dovrò vedere che cosa succede quando piove e tira vento perché la posizione è un po’ azzardata e il padrone di casa me lo aveva detto, tanti anni fa, perché le aveva tolte, quelle fioriere…

intanto per un po’ il pollice si rinverdisce e poi avrò sempre a disposizione, almeno nei mesi dell’estate, le erbe aromatiche fresche per la mia cucina

se trovassi erba cipollina e aneto, potrei aggiungere anche quelle
sì e poi anche timo e maggiorana
ma è solo un sogno
ormai ci sta poco più

e poi c’è il sogno più grande, quello della terra vera, da coltivare, da calpestare, da guardare, da possedere zolla per zolla
e anche questo, prima o poi, si avvererà

4 commenti

Archiviato in non classificati

un anno di blog

ecco lo sapevo… non mi sono ricordata l’anniversario, o meglio il compleanno del blog. sarebbe stato l’8 maggio
non è poi così importante, ma almeno sarebbe stata l’occasione per tornare a scrivere qui, che è un bel po’ che questo non succede…
si chiama mancanza di ispirazione, paura del foglio bianco
ma alla fine non è nemmeno questo
forse è più il contrario
pensando alla mancanza di ispirazione in questi giorni, settimane, mi sono scritta talmente tanti post nella mente…
solo che poi, o per mancanza di tempo o di voglia non sono stati scritti qua, né sul blog né sulla carta, e quindi son volati via
il fatto è che da un po’ di tempo a questa parte la vita quotidiana è come una centrifuga infinita
gira gira, le cose ci passano in mezzo, sembrano importantissime, e lo sono, ma subito dopo ne appare un’altra, e via via girando

prima o poi si fermerà e allora forse potrò trarne le fila… per il momento non riesco

niente di male, eh. anzi…
perché poi ho imparato che le cose brutte, i pensieri negativi, quando ci sono pesano e stanno lì come macigni. zavorre che fermano la vita. tu ti ci puoi aggrappare in un’illusione di sicurezza, come dire, sto su terreno conosciuto
puoi ricamarci sopra, puoi raccontarli, volendo (ma non importa, nessuno sente il bisogno di sentirle, credo)
le cose belle invece volano… è come se si aprisse il tubo della vita e passasse tanta roba in più. gioia amore amicizie persone bellissime pensieri che costruiscono vanno avanti e non si fermano energia pura colore musica
e lacrime, sì alla fine tanta felicità fa anche piangere
un po’ perché pensi a quando non era così e al perché così non era
un po’ perché pensi che se capita questo, sempre di più
che cosa potrai mai sentire
e quanto è bella la vita
e quanto sono belle persone situazioni e cose che prima vedevi in altro modo o forse semplicemente non vedevi

volendo fare un bilancio posso dire che scrivere il blog mi ha aiutato tanto
ho imparato a tirarmi fuori, a mostrare pensieri e sentimenti senza temere giudizi di cui prima avevo quasi paura

questa sono io, sono così, piaccia o no
io non mi giudico, mi accetto e mi mostro, senza esibirmi, per quello che sono

poi la scrittura
per una che di lavoro fa la giornalista scrivere è come bere un bicchier d’acqua
sì, ma mica sempre
e soprattutto mica sempre bene
bere il bicchier d’acqua può diventare un gesto meccanico, stantio, privo di significato, ripetitivo
oppure semplicemente scrivere in certe situazioni umanamente non ottimali può diventare l’ultima cosa a cui pensi e anche faticosa
ritrovare uno spazio mio, scrivere di me, delle cose che mi piacciono, piccole, apparentemente stupide e insignificanti, mi ha fatto riportare l’attenzione su me stessa, sulle cose che contano, almeno per me
e, ricordando i venti che tiravano un anno fa e anche prima, non è affatto poco

pian piano, un post dietro l’altro, sono diventata più riflessiva, ho cominciato a catalogare ricordi e pensieri pensando di scriverne e salvandoli da un buglione indistinto nella memoria
ho rivalutato cose sentimenti e persone, fatti del passato
ho espresso i miei pensieri, quelli che spesso ho pensato fossero di tutti, che non importasse esprimerli perché erano scontati, evidenti…
e invece no, erano proprio miei
e li ho messi sul tavolo
anche quelli, piacciano o no, ma non è quello che importa

lo stesso ho fatto un po’ dopo anche con i miei piatti, le mie ricette, dal momento che mi piace cucinare e anche creare in cucina
aprendo il blog di cucina

quello che ho sempre fatto per gli amici, quelli veri, l’invito a pranzo o a cena, per assaggiare quello che avevo cucinato, o il dono di un pacchettino, dolce o salato, è diventato di tutti (di quelli che vogliono leggerlo, certo, non c’allarghiamo troppo)

poi a volte capitano cose che ti riempiono di gioia e di tutto quello che di più bello c’è al mondo ma capisci che non puoi condividere proprio tutto
e il bello di tante cose belle è proprio tenersele per sé, o condividerle strette strette con i diretti interessati

altre puoi dirle ma non è ancora il tempo giusto

e allora tornerò ancora a scrivere e a raccontare
per chi mi vorrà leggere
ma soprattutto per me

4 commenti

Archiviato in non classificati

appunti di viaggio

sarei potuta partire anche più tardi
avrei evitato la coda su firenze
e sull’appennino
avrei parlato con calma al telefono con carlo
e invece la linea cadeva sempre giù
dovevo dirgli dei marlene kuntz
ma non c’è stato verso
ci sarà tempo, ancora

è una notte piena di stelle
le seguo mentre guido
mi fanno compagnia
intanto che canto

a venezia il cielo è tutto grigio
non si vede più niente
solo nuvole trascinate dal vento

all’autogrill vendono piccoli bomboloni
crema cioccolata nocciola
ma c’è una fila troppo lunga
conviene rinunciare
peccato

prima di bologna
un automobilista distratto
si butta sulla mia corsia
di sorpasso
nemmeno il tempo di fargli i fari
il clacson lo scuote prima
e si risveglia
sfreccio via
felice di averlo schivato
ma che diamine

i guidatori di suv
stanno sempre dietro
con i fari alti
meglio non commentare

in viaggio non c’è niente di meglio
dei baustelle
ogni tanto un po’ di radio
e acqua di zenzero

la strada scorre veloce
nera con le luci rosse
mentre un film
tutto mio
si snoda davanti agli occhi

mi piace guidare
pensare
cantare

la luna è una sfera gialla
come di fuoco
che si affaccia
fra le nuvole
sfilacciate

ad ogni città
un sms
così puoi star
tranquilla

firenze bologna ferrara rovigo
padova venezia treviso
belluno

non importa metter benzina
niente stop
al prossimo autogrill

a casa c’è tutto
quel che serve
anche di più

il viaggio è finito
il cerchio si chiude
negli incontri
sui racconti
con i pranzi
le passeggiate
i cartoni animati
il sorriso dei bambini
la carezza di mamma
il sorriso di paola
il saluto di un’amica
al telefono
lo scambio delle noci
con il miele
lo scorrere del fiume
il pesce e le insalate
le uova di pasqua
le sorprese
le attese
gli appuntamenti
pensati
ma non dati
gli incontri
inaspettati
la terra da lavorare
con un pezzo in più
il fienile da rifare
le piante da tagliare
i fiori da curare
un cane da sperare
un gatto impaurito
un ospite sparito
gli uccellini che cantano
le fronde che frusciano
la luna che si affaccia
fra i rami

il pensiero al ritorno
alla vita
di sempre
così come è diventata
come vorresti cambiarla
per tornare a vivere

ma il nastro
si riavvolge
lento o veloce
pronto a ripetere
un nuovo viaggio
punto e a capo

6 commenti

Archiviato in non classificati

minimalia

Monto la panna senza frullatore
È un po’ lunga ma si può fare
Il gesto è ripetitivo,
Faticoso e rilassante

Mentre sbatto il frullino non penso
Ma mi affiora un’immagine alla mente
Babbo, un piatto, la forchetta
Monta le chiare
O prepara la maionese
Lui faceva così

A che servono gli elettrodomestici

Ieri era la festa del papà
Dopo il compleanno
Le lacrime uscivano
e dovevo ricacciarle
oggi piango di gioia

nel libro le frasi illuminano la mente
e aprono il cuore
la vita che incontra la vita
è un miracolo grande
che non sempre si comprende
e si apprezza

i bambini ci saranno sempre

che ti importa della cellulite

le donne sono tutte belle
anche quando non lo sono
ricordi dove hai incontrato la bellezza

le cosce bianche con le vene blu
il seno cadente
il gluteo sporgente

le rughe non contano

volevo chiudere il blog
ritrovare il silenzio
esprimermi in modo diverso
dimenticare il passato
cambiare ritmo, parole

quando la vita cambia
anche tutto il resto
non è più come prima

puoi anche tornare a pescare

voglio anch’io salire in alto
scalare la mia montagna
vedere da lontano

incontrare l’ignoto
assorbire la potenza
della natura
cambiare forma e sostanza

e imparare ad amare

6 commenti

Archiviato in non classificati

macarons, mon amour

macarons

Mi sono innamorata di questi dolcetti piccoli e colorati. Si chiamano macarons e sono delle meringhette ripiene di una cremetta più o meno morbida (la ganache) caratteristiche di Parigi.
Sara’ che Parigi e’ una citta’ dove ancora non sono mai stata e ogni simbolo che la rappresenta mi da’ l’illusione di esserci un po’ più vicina, ma in questo periodo mi stavo proprio appassionando ai macarons.
Li ho cercati su internet e ho trovato la ricetta. E’ complicatissima e di lunga realizzazione. Basti dire che l’ingrediente base e’ la chiara d’uovo invecchiata per tre giorni.
Insomma, stavo proprio cominciando ad accarezzare l’idea di cimentarmi nella preparazione dei macarons.
La lunghezza della preparazione non era un deterrente, anzi.
Le cose un po’ complicate e che richiedono tempo ti costringono a concentrarti, a ritagliarti spazi ben precisi, a non mischiare attivita’ nel caos e nella fretta, a spengere il telefono e a ignorare la tv. Quasi come una meditazione…

Il primo dubbio non ha riguardato la lunghezza della preparazione. Ma lho pensato: che ci faccio poi con tutti quei tuorli?
Zabaione, crema pasticcera, ce n’e’… Volendo anche mangiarli, poi…

Vabbe’, in qualche modo questo si risolve
L’idea gia’ mi suscitava un senso di relax misto a una lieve euforia.
Tre giorni di invecchiamento degli albumi, fuori dal frigo, la preparazione dei macarons, quella delle ganache. La scelta dei gusti, dei colori, degli abbinamenti.
Cacao, vaniglia, pistacchio, fragola, limone, caffè’
Belli, bellissimi!

Non essendo mai stata a Parigi pero’ non avevo idea di quale fosse il sapore di questi benedetti macarons

Tre giorni fa, prendendo un caffè’ con un amico in un bar di Belluno che non conoscevo, li ho visti far capolino nella vetrina dei pasticcini
Piccoli, tondi, colorati: bianchi, gialli, marroni, rosa…
Eccoli la’! Non ho potuto resistere!
“Me li da’ tutti?”
Beh, erano appena 6 o 7…

La cosa mi ha riempito di entusiasmo. Non solo li avevo visti proprio in un periodo in cui me ne stavo interessando, ma li avevo potuti anche assaggiare…
E che buoni!
Duretti, croccantini, molto meno friabili delle nostre meringhe…
E quella ganache, che bella parola eh!?
Mi fa venire in mente il ganascino, il pizzicotto affettuoso sulla guancia…

Oggi, passando di nuovo vicino a quel bar, non ho resistito. Sono entrata pensando di comprare tutti i macarons che c’erano
Li ho contati, erano 12

“Me li dai tutti?”
“Perche’?”, chiede il barista con aria fra lo stupito e l’annoiato
“Perche’ mi piacciono”
Sbuffando
“Ne sei convinta?”
“Certo”
“Non ce la faccio, non li sopporto”
“Ma che dici? Sono buonissimi…”
“No no, non ci credo. Guarda, non li posso nemmeno vedere…”
“Ma dai, sono i macarons di Parigi”
“Lo so, ma a Belluno non vanno. Non li vuole nessuno”
“C’e’ qualcosa che dovrei sapere?”
(Male che vada, ho pensato, son vecchi di uno o due giorni, non di più, gli altri li avevo gia’ presi io)
Aria scocciata
“Quanti ne vuoi?”
“Tutti”
“Ma sei proprio sicura? Non vuoi qualcos’altro?”
“Certo, ma che problema c’e’? Se non li vuole nessuno li prendo io no? non sei contento?”
“Guarda, non posso nemmeno guardarli, mi fanno incazzare… Sono brutti”
“Non e’ vero, sono bellissimi. comunque dammeli cosi’ non li vedi più”
Li mette in un sacchetto
“Quanti saranno stati?”
“Io ne avevo contati dodici”
“Non posso venderteli, non so nemmeno quanto costano”
“Spara una cifra…”
“Non ne ho idea, guarda”
“L’altro giorno con due caffè’ e 6 o 7 macarons abbiamo pagato 4 euro e mezzo”
“Chi c’era, una bionda?”
“No, una ragazza mora…”
“Magrissima con la faccia tutta rinseccolita…”
E fa la bocca a culo di gaddrina come direbbe montalbano
“No no. Era una ragazza carina, sorridente”
“E’ mia moglie”
“Ah, bene…”
“Fammi pensare, quanti hai detto che erano?”
“Io ne ho contati 12, ricontali…”
Scuote la testa
Batte uno scontrino e lo butta sconsolato sul bancone
“Quanto ti do?”
Zitto
Leggo: 5 euro
Gli do una banconota da 20
“Aiutami, ti prego…”
capisco che non ha il resto
Ho le monete, ecco qua
“Brava. Vuol dire che ti chiamero’ macarons”
“Bene, lo prendero’ come un augurio per andare a Parigi”

Beh, non e’ stato facile ma alla fine ce l’ho fatta

Vive les macarons!
Vive Paris!
Vive la France!

7 commenti

Archiviato in non classificati

come un neonato

mi chiedo a che cosa penserà un neonato quando sta nella sua culla guardando il mondo nuovo con occhi sfocati

me lo chiedo così, perché sono a casa, malata e non ho niente da fare
i dolori si sono attenuati, così come il raffreddore e il mal di gola, e me ne sto tranquilla a letto, distesa, senza fare niente

il vuoto, la mancanza di cose da fare, abbastanza inusuale, mi fa pensare a come si possa sentire un bambino piccolo appena nato con il niente dietro e il tutto davanti
ma senza saperlo
non sa di avere del tempo da riempire
non sa che a una certa ora dovrà mangiare
semplicemente avrà fame
non deciderà di andare a dormire
si addormenterà
e non sa ancora che gli piacerà giocare
correre saltare
che succhierà il seno della madre o il biberon
non conosce gioie né dolori
pensieri, preoccupazioni, problemi

o forse a ben pensare ha già vissuto il dolore e la gioia più grandi
l’essere nato
aver abbandonato quello stato morbido di quiete dove c’erano solo lui e il movimento della vita
ma non era solo

dopo sì
conoscerà la solitudine la rabbia
la fame la stanchezza
il dolore fisico la paura
anche la gioia il sorriso
l’affetto il calore
la serenità e l’allegria
ma finché è lì, piccolo, nella culla
tutto è ancora da scrivere

poi passeranno altre persone
ai volti familiari di mamma e babbo, ai loro odori, al suono delle loro voci, si aggiungeranno quelli di altri

qualcuna alzerà la voce per mostrare entusiasmo
qualcun altro avrà un profumo pungente e fastidioso
un’altra farà la vocetta leziosa
un altro agiterà un sonaglino
e così il piccolo inizierà a immagazzinare i primi pensieri sul mondo che lo circonda
a dividere il buono dal cattivo
il bello dal brutto
il piacevole dal fastidioso

e dopo sarà sempre più un caos
un caos infinito

La luce gira, non si ode un suono
Blu verde bianco
Blu verde bianco

lì, nella culla senza tempo, senza pensieri e senza passato
con un futuro tutto bianco da costruire ma senza deciderlo

vorrei restare

6 commenti

Archiviato in non classificati

overdose di oli essenziali

Ecco, ci voleva proprio un bel bagno bollente con gli oli essenziali per dare uno stacco a questo periodo che non so nemmeno quando è iniziato e cominciare a ripigliarsi un po’
Finito ‘esageratamente’ prima al lavoro (21.30 anziché 23), con un minimo di energia in più rispetto alle altre sere, ho dunque riempito la vasca di acqua caldissima e versato le miracolose gocce.
Tutte mirate a risolvere problemi, niente profumi inutili. Salvia (cicatrizzante), rosmarino (antireumatico), cipresso (gola e polmoni), pino mugo (dolori muscolari), timo volgare (antibatterico), pino silvestre (antinfiammatorio fluidificante), ginepro (antireumatico), lavanda (antinfiammatorio e rilassante) e melaleuca (antinfiammatorio e battericida) che sarebbe il tea tree oil. Ah, ora che ci penso, mi sa che era proprio questo a farmi sentire quel frescolino sulla pelle nonostante l’acqua bollente…
Nove, nemmeno pochi. Un bel cocktail… Forse ho un po’ esagerato. Ma mai più di sette gocce per tipo e di qualcuno solo 3, però un po’ tantini davvero, in effetti
Infatti all’inizio mi è sembrato come se mi si ricoprisse la pelle di bollicine e ho pensato di essere andata in overdose da olii essenziali (che esiste veramente! Sintomi: mal di testa e vertigini)

Eh sì cavolo, si sa che sono potenti. E cristina me lo ricordava proprio stamani con quella storia del timo per il raffreddore e il mal di gola e di andarci piano eccetera…
Vabbè, comunque alla fine tutto bene
E l’effetto è stato quello che doveva essere, curativo, relax e tutto il resto
E’ stato un po’ come fare un tuffo nella macchia mediterranea o giù di lì
(esclusi il mugo e il tea tree oil, of course)

Poi ci sono altri motivi per segnare questo giorno sul calendario.
Allora 22 febbraio 2012 (beh, intanto la somma è 11, che è un buon segno)

Nonostante due giorni da strapazzo fra raffreddore mal di gola febbriciattola (ignorata nel senso nemmeno misurata) e dolori dappertutto, con l’obbligo assoluto di non mancare dal lavoro (luogo già abbondantemente decimato da altre malattie) stamani ho deciso di indossare un vestito, cioè una cosa che terminava con una gonna anziché con dei pantaloni
Dopo secoli
E seguendo i consigli della corsi (di un secolo fa) c’ho anche messo le parigine (che avrei ancora qualche dubbio su come indossarle, cara sonia, in quanto dopo un po’ s’arrotolano, non so se ti succede anche a te)
Stivali alla cavallerizza e il più bel cappotto dopo il big bang, tutto stracoordinato senza volerlo (intendo, quando ho comprato i vari pezzi non quando li ho assemblati)
ah, a proposito: ricordarsi di trovare la borsa ideale, prima o poi, quella gucci ormai un si po’ più vede’

le mie autocure a base di prodotti naturali e senza alcun farmaco stanno funzionando
se riesco a reggere a questo attacco senza cedere all’influenza forse per stavolta è andata
non è stakanovismo. Stavolta non era proprio possibile stare a casa, nemmeno da morti
ma dopo aver passato due mattine fra sortilegi e stregonerie, solo per riuscire ad alzarmi dal letto e uscire di casa in modo decente, oltre a trascorrere la lunga giornata lavorativa senza stramazzare al suolo, mi sento proprio soddisfatta

se riuscissi a scrivere il primo post nel nuovo blog sull’autocura sarebbe un giorno perfetto
ma ormai non ce la fo, perché è meglio andare a dormire
anche domani sarà una giornatona e inizierà prima del solito
e poi non si può avere proprio tutto…

6 commenti

Archiviato in non classificati