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piccola ode per i gioielli perduti

Non amo particolarmente i gioielli. Ed e’ un non amore ricambiato. Infatti loro, appena vengono a contatto con me, o si rompono o scompaiono. In continuazione.
Qualcuno pero’ ne trovo, anche. Qualcun altro lo compro, ogni tanto. Più spesso me li regalano.
Ma non amo troppo indossarli. Mi danno fastidio, mi impicciano, mi ingombrano.
Non porto più nemmeno gli orecchini perche’ sbattono con il telefonino…
Nemmeno quelle palline d”oro che mi piacevano tanto… No no, praticita’!

Le collane mi graffiano, mi pesano, mi lasciano i segni sul collo.
I braccialetti sbattono sulla scrivania mentre scrivo al computer, rimangono inpigliati nella borsa, nella camicia, nel maglione, e tirano i fili e si rompono. Gli anelli ingombrano, con un anello ‘estraneo’ non riesco nemmeno ad aprire il portafoglio. Mi fa girar la testa, mi toglie la consuetudine dei gesti quotidiani. Sballa.

Qualcuno pero’ lo indosso e allora diventa parte di me. Come i due anelli, tutti e due regali, che porto all’anulare sinistro.
Un’amica ci ha provato a lungo a farmeli togliere. “Finche’ li porti rimarrai single – diceva – perche’ tutti pensano che tu sia sposata”. Aveva ragione, ma solo sulla prima parte. Se uno mi conosce SA che non sono sposata.
Ma questo e’ un altro discorso e non e’ cosa, comunque, che mi preoccupi. Anzi.

Mi piacciono molto le collanine. Girocolli leggeri. Quelli li porto, ma alla fine li perdo sempre. Infatti.
Anni fa mi comprai una catenina d’oro per metterci i ciondolini che mi avevano regalato: un sole-luna, un orsacchiotto.
Una sera andando a un parcheggio a poggibonsi con un amico, si ruppe la chiusura e mi ritrovai con collana e ciondoli in mano. La misi nel portafoglio, dove stanno le monete. O forse di la’, dove stanno le banconote. Insomma, i ciondolini rimasero, la catenina volo’ via.
Chissa’ dove.

Un giorno, tornando dalla toscana mi fermai a fare benzina in autostrada. In genere scendo dalla portiera di sinistra e poi apro da fuori quella di destra per prendere i soldi dalla borsa. Cosi’ facendo vidi che proprio sotto allo sportello di destra c’era qualcosa che brillava. Lo presi. Era un girocollino d’argento fine fine con un brillante a stellina. Bigiotteria, ma era molto carino. E anche molto brillante. Da allora non me lo sono più tolto.
Un giorno pero l’avevo appoggiato sulla spalliera del divano. Poi sono andata a buttare la spazzatura e quando sono tornata era sparito.
L’ho cercato per un po’ pensando che fosse scivolato a terra, ma niente…
Andato, cosi’ come era arrivato.

Lo stesso per la collanina indiana di pietre dure, un ‘mala’, una sorta di amuleto-simbolo con 108 grani.
Quella mi piaceva proprio tanto e stava bene anche con l’altra. Ci facevo un nodo in fondo perche’ era un po’ troppo lunga per stare sciolta.
Anche quella l’ho tolta un giorno per fare yoga e poi mi pare di averla ripresa per mettermela alla fine. Ma devo aver fatto anche qualche altra cosa insieme. E allora la collanina mi sara’ caduta mentre ero distratta da altro. Non ci ho più pensato per un po’. Fino a quando, cercandola, ho capito che ormai era sparita anche quella.

Allora ho ripreso il girocollo d’oro con il cuore di brillanti, un regalo. Ma dopo un po’ si e’ rotta la chiusura e l’ho rimessa nel barattolo, credo.

Una volta, rimettendo a posto delle cianfrusaglie ho trovato un cuoricino verde di giada che mi aveva portato babbo dalla thailandia. L’ho messo al portachiavi cosi’ lo portavo sempre con me. Ma l’altro giorno ho visto che e’ rimasto solo il contorno di metallo, vuoto.
Il cuoricino di giada non c’e’ più…

Allora ho pensato di scrivere un ricordo per questi pezzettini di materia che mi hanno fatto compagnia per un po’ e che ora chissa’ dove sono…
Metti mai che facciamo pace

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il vento fra le tende

Finestra spalancata e tende tirate. Che volano, al soffiare del vento di questa sera estiva che non sembra neanche bellunese.
A Pantelleria le tende volavano proprio così nella casa affacciata sul mare.
Ricordo che era ottobre. Un ottobre di dieci anni fa, il 2001.
Ero andata in vacanza da sola perché l’amica che doveva venire con me insieme alla sua bambina si era impaurita. In quel periodo, dopo l’11 settembre 2001, appunto, gli aerei cadevano giù come impazziti. Ci fu quello in Svizzera, mi pare, un altro su New York. Lei andò oltre e mi disse, quando ci presentammo in agenzia per disdire la sua prenotazione: “Figurati se porto mia figlia sui cieli di Ustica”. Vabbè, era un po’ agitata. Comprensibile.

Decisi di andare comunque. Avevo finito una sostituzione di sei mesi a Treviso e avevo voglia di distrarmi un po’, di girare, di mare.
Era stato un anno brutto quello, tanto brutto.
Prima il G8 a Genova, con Carlo Giuliani, e poi l’11 settembre, una botta niente male per una che si sarebbe trasferita a New York anche domani mattina. E poi era morto Indro Montanelli.
Roba che mi misi a piangere in questura mentre aspettavo, con un collega, di parlare con il capo della mobile. E i poliziotti che pensavano fosse per i casini di Genova e mi guardavano storti…
forse era anche l’anno di Erika e Omar.

La partenza, se ricordo bene, era fissata il 17 ottobre. E anche la data, a dirla tutta, non dava poi tutto quell’affidamento. Non era questione di essere superstiziosi, era che in quel periodo non ci si capiva proprio più niente e ogni scusa era buona per aver paura di tutto.
Ricordo in aeroporto, a Fiumicino, c’era una tensione che si tagliava. Quasi deserto, guardie ovunque.
Dopo il check in, in sala d’attesa le persone avevano volti tesi, stavano in silenzio, si muovevano nervosamente.
Ci fu un ritardo alla partenza, arrivò un addetto a spiegarcene le ragioni. Ascoltammo tutti in silenzio temendo chissà che.
Non era niente di grave, ovviamente.
cause tecniche, disse.
Ma ricordo ancora i volti terrei delle persone costrette a volare in quell’autunno maledetto. Compreso il mio.

Poi andò tutto bene e quella vacanza me la ricordo ancora come fosse stata ieri. Ricordo la casa con le finestre sul mare, con il terrazzino dove facevo colazione affacciata su quella distesa infinita di blu.
Ricordo la vicina, la madre del ragazzo dell’agenzia, che mi faceva trovare davanti alla porta sempre qualcosa di pronto da mangiare. Il giorno in cui arrivai mi invitarono anche a pranzo.
In realtà avevamo scelto un dammuso, una delle case tradizionali di Pantelleria, ma il ragazzo, quando gli dissi che la mia amica aveva disdetto, preferì darmi una casa in paese anziché una sperduta nella campagna.
Con la macchina che presi a noleggio mi spettava anche uno scooter. Lo lasciai là, naturalmente. Ero da sola. O l’una o l’altro.
Girai l’isola in lungo e in largo. Prima da sola, poi conobbi delle persone, qualcuno del posto, altri turisti. Perfino un anziano giornalista romano di cui avevo conosciuto un nipote, giornalista anche lui. Andammo alla sauna naturale nella grotta in alto, quella che affaccia sulle distese dei campi coltivati a vigneti per il passito.
Dopo il mare si andava a mangiare una cassatina al bar sul porto.
I ristoranti erano ormai quasi tutti chiusi, ma il pesce spada alla pantesca lo facevano in un ristorantino sul porto. E poi ce n’era un altro un po’ fuori, dove ero andata un po’ di volte.
Anche lì si mangiava pesce. Ovvio.
Dei paesini non mi ricordo nemmeno un nome, però.

La prima sera mi agganciò un tizio alto e scuro, con i riccioli, tutto vestito di nero. Pareva un corvo. Era un personaggio strano che viveva nell’isola, faceva il radiologo all’ospedale e infastidiva le donne. Pare che avesse avuto anche dei problemi sul lavoro a causa di questo suo modo di fare. Qualcuno deve avermi detto che lo volevano cacciare.
Si muoveva su una vespetta e me lo ritrovavo fra i piedi ovunque andassi. Ma avevo smesso di salutarlo e cercavo di schivarlo in ogni modo.
Un giorno, tornando a casa sulla Panda, lo trovai con la Vespa stesa a terra in mezzo alla strada. Vidi subito che non si era fatto niente e, anche se si sbracciava per farmi fermare, tirai dritto. Risalì sulla vespa e mi venne dietro, ma riuscii a seminarlo.

Faceva ancora caldo ma l’estate era agli sgoccioli. Anzi, ad essere pignoli a fine ottobre si era già in pieno autunno, ma laggiù, a un tiro di schioppo dalla Tunisia, sembrava fine estate.
Le giornate erano più corte, però. E quando tornavo a casa il tempo della doccia coincideva ormai con l’imbrunire.

Ero diventata amica di Massimo, un ragazzo che gestiva la tabaccheria del porto. Fra l’altro, ai tempi, fumavo ancora.
Lo avevo conosciuto in un posto con delle vasche scavate nella pietra dove si faceva il bagno nell’acqua calda, dovevano essere delle antiche terme romane. Ci si trovavano anche le pietre pomice, quelle che si usano per sfregare le callosità della pelle. Ne presi qualcuna, che regalai. Una o due ce le ho ancora.
Una sera, prima di partire, mi invitò a cena a casa sua insieme al giornalista anziano. Massimo era orfano di madre e il padre, che andava spesso per affari in Algeria, aveva cucinato del pesce e del riso.
O del cous cous, non ricordo.

Ricordo invece la pista di atterraggio per gli aerei che era cortissima. Arrivavi e sembrava di andare a sbattere contro i monti, partivi e pareva di tuffarsi in mare con l’aereo e tutto quanto. O viceversa. Ma non era così. Al momento giusto l’aereo si fermava o spiccava il volo.

Da Pantelleria portai a casa, come si conviene, bottiglie di passito e barattoli di capperi sotto sale, insieme alla convinzione rafforzata che l’aceto, come si usa noi, li uccide, invece.

Il vento si è calmato, insieme alle tende. E’ tempo di andare, ormai.
Lo ringrazio per il ricordo che ha fatto affiorare e per l’immagine della finestra sul mare che, almeno per questa sera, mi farà compagnia.

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AAA vendo scarpe praticamente nuove

Io mi chiedo, ma chi me l’ha fatto fare? Chi me l’ha fatto fare di comprare quel paio di scarpe che tanto lo sapevo che non me le sarei mai messe…
La risposta e’ facile. La commessa.
Eh si’, cavolo. Dopo tanto tempo ancora non ho imparato. Eppure mi e’ gia’ successo un sacco di volte.
Vedo in vetrina una cosa che mi piace, c’e’ scritto sopra praticamente che e’ fatta apposta per un’altra, ma io, cretina, sfodero ugualmente la carta di credito e la compro.
Per poi lasciarla marcire inesorabilmente nell’armadio (che non ho).
Sto usando un sacco di postfissi in -mente. Brutto segno.
Allora, dicevo. Tempo fa vedo queste scarpe in vetrina, vetrina prestigiosa, e penso: quelle col tacco basso fanno per me. Il fatto e’ che ne ho gia’ un paio simili ma avendole portate molto un quasi bis ci sta tutto.
Il fatto e’ anche che le ho ai piedi per cui quando chiedo alla commessa lei decreta: “melio quelle col tacco alto, le altre sono come quelle che hai gia’”.
Il ragionamento non fa una piega.
Si’ ma lei non puo’ sapere che la pianta del mio piede e’ anatomicamente allergica alla suola verticale e che le mie cicciotte estremita’ mal si fanno contenere in una rete di cordini in pelle taglienti.
Lei no, ma io si’.

Mentre son la’ che cerco di decidermi fra le due versioni, tacco alto o tacco basso, entra una tipa insieme a un avvocato. Lui lo conosco, tempo fa gli chiesi, fuori dall’aula delle preliminari se avesse un processo e lui mi disse che aveva un rito abbreviato. Che cos’e’, gli chiesi io. E lui mi spiego’, come se recitasse il codice di procedura penale, che cos’era il rito abbreviato. Roba da matti.
Rimasi talmente basita che non mi venne nemmeno da precisare il senso della mia domanda.
Si’ che poi evidentemente (rieccoci) io ci devo avere proprio l’aria di quella un po’ cosi’, come dire, svanita? Boh, ignorante. Chesso’?
Proprio stamani, girellando fra le bancarelle del mercato, mi son messa a guardare una maglietta.
“I don’t get out of bed for less than 10.000 $ a day. Linda Evangelista” c’era scritto.
Subito la commessa mi ha detto con fare invitante che quella era proprio una bella maglietta. Si’ si’, ho risposto, e ho continuato a guardare perplessa la frase della top model. Al che la tipa mi fa, per sboccare la situazione: “vuol dire ‘io non scendo dal letto per meno di 10000 $ al giorno’, e’ una frase di Linda Evangelista”.
Ecco, grazie.
“Certo, ho letto. Proprio per questo non ero convinta”. E quindi l’ho comprata.
Proprio non mi capisco.

Tornando all’avvocato del rito abbreviato nel negozio di scarpe, la sua amica ha iniziato a provarsi un sacco di roba catalizzando l’attenzione della commessa. A quel punto sarebbe stato facile per me dire “prendo quelle basse”. O ancor meglio: “ok, grazie. Ripasso più tardi”. E invece no.
Con la vaga, ma nemmeno troppo vaga, sensazione di fare l’acquisto sbagliato e allo stesso tempo con un malcelato senso di sfida, “perche’ no?”, ho preso quelle più alte.
Poi, sono state per un mese almeno nella loro scatola. Stamani le ho indossate, ho percorso i 400 metri che mi separano dal lavoro e ritorno, e gia’ so che non accadra’ mai più.
Quindi, se qualcuno le vuole…
Ah, sono un 38.
Come nuove…

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campi magnetici

Lo confermo e lo ribadisco. Non ci sono più dubbi. Io attraggo i rompicoglioni. Chiedo scusa per la parola, posso anche chiamarli scassacazzi spaccaballe spaccamaroni scassaminchia e la sostanza non cambia. Oh!
Allora, oggi sono stata a fare la spesa in un supermercato. Ho appoggiato la roba sul nastro ed ero già pronta a mettere tutto nelle borse quando è arrivato un tizio con tre cosette in mano e le ha piazzate sulla mensolina di plastica davanti al cassiere, proprio in mezzo fra le mie cose da battere e quelle già battute. E questo, dal mio punto di vista, non è un buon inizio. No, proprio per niente, direi

Infatti il tizio, come mi aspettavo, ha subito cominciato a scambiare frasi con il cassiere, che avrebbe dovuto essere invece concentrato nel battere il mio conto. Ovviamente il cassiere doveva anche parlare con me visto che un contenitore di detersivo aveva perso del liquido e la confezione del sale per lavastoviglie non pareva integra come avrebbe dovuto essere. Ma c’era lo scassapalle che parlava, non so nemmeno di che in quanto ho cercato di ignorarlo.
Ovviamente, al momento di pagare, la mia carta di credito aveva difficoltà a funzionare, come sempre succede in quel negozio e solo in quello. E io ho detto, riprovi per favore. Riprovato, funzionato. Ma, non solo il commesso si è sentito in dovere di invitarmi a rivolgermi alla mia banca perché la carta aveva evidentemente dei problemi. “Guardi, ha funzionato benissimo fino ad ora” gli ho detto.
No, per lui si stava smagnetizzando. Sono cose che succedono e bisogna avvisare il prima possibile la banca così che la cambi prima che accada il peggio. Il peggio dovrebbe consistere nel fatto che la carta non funzioni più, credo.
Ecco, dicevo, non bastava questo. No, per niente. Questo è stato solo il “la” perché lo scassaminchia di turno, che nel frattempo se ne stava lì impalato in mezzo alla mia spesa a cercare di carpire ogni secondo libero del cassiere per attirare la sua attenzione, ha colto la palla al balzo per dire la sua sui campi magnetici dell’universo.
Ci mancava proprio.
Ovviamente, fra il disquisitore di campi magnetici e il cassiere da lui distratto, si sono persi alcuni passaggi della mia pratica per cui sono dovuta tornare nel negozio dopo qualche ora per completare il tutto…. Diciamo che il cassiere mi aveva dato ciò che non volevo e viceversa, cioè non avevo potuto chiedergli ciò che dovevo.
Eccheccazz…
No, non lo voglio sapere che cosa c’entrano i campi magnetici della terra con la mia carta di credito!!!
Che fra parentesi, un quarto d’ora dopo in un altro negozio è andata liscia come l’olio…

Ma non è mica finita qui… eh, no!
Oggi, giorno libero finalmente, vado al mare.
A parte il fatto che lasciare belluno col sole (sì sì… un pochino ce n’era, davvero) e trovare la pioggia al mare mi sembra già un caso degno di segnalazione. Ma che, nell’unica mezz’ora che è smesso di piovere, proprio nel momento in cui stavo guardando messaggi ed email sul telefono apprestandomi a rispondere, arriva una tizia che mi si piazza sullo scoglietto di fronte e mi racconta tutta la sua vita, questo no eh…
Che poi era un continuo, “lei che ne dice, signora?”. Ma prima che io aprissi bocca per rispondere questa era già passata tranquillamente ad un altro argomento. Tanto per far capire il livello della conversazione….
Meno male, anche perché non la capivo nemmeno tanto bene fra il rumore dell’acqua sugli scogli, il vento e il dialetto veneziano. Per cui alla fine lei parlava e io dicevo, eh sì.
Mezz’ora avanti a “Lei che ne dice, signora?” e “eh sì”.
E in mezzo le storie sulla macchina di 14 anni praticamente mai usata ma di cui non si trovano più i pezzi di ricambio, la casa al mare che adesso varrà qualche miliardo (l’ha detto il nipote, ma parlava in lire), tutti i soldi che ha guadagnato lavorando a milano (assistenza anziani, dice), la tonicità della sua pelle nonostante gli ottanta anni mentre altre amiche, ma quelle sono vecchie novanta e passa, sono messe peggio. “Mi faccio i massaggi tutti i giorni, guardi, così…”
Tante frasi le ho perse, poco male. Ma soprattutto ha ricominciato a piovere, e forte, e io ero ancora là con tutta la mia roba da sistemare a far finta di ascoltare questa tipa.
Vabbè alla fine è stata anche simpatica. Di sicuro meglio dell’esperto di campi magnetici.

Ora, non è che sia andata tutta storta questa giornata, eh… Ci sono state anche cose molto carine e simpatiche.
Ma se racconto quelle un po’ più fastidiose non lo faccio per lamentarmi o chissà che altro. E’ che, descrivendoli, (gli scassaminchia intendo), spero di riuscire a smitizzarli, neutralizzarli, dissacrarli. Uffa, non mi viene la parola che volevo, però.
E’ come rompere un tabù. Ne parli e… puff!
Via, scomparso. Non c’è più…
Sdrammatizzarli? No, non è questa.
Bevo un tè e poi mi viene di sicuro.
Esautorarli, evitarli… no no
Inflazionarli, nemmeno
Più ci penso e peggio è…
Non scongiurarli uffa!
E nemmeno screditarli.
Mi sa che forse volevo dire demistificarli, a questo punto però non ne sono nemmeno più sicura. Ho fatto indigestione di parole.
Sì sì, mi sa che era proprio quella…
demistificarli. Ma forse era meglio dire smagnetizzarli…

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la tazzina da caffe’

Sarebbe stata una tazzina da caffè’ come tutte le altre se non l’avessi trovata proprio li’.
L’ho notata quasi subito, appena arrivata nel mio piccolo paradiso in riva al mare.
Sparse qua e la’ c’erano delle costruzioni fatte con i sassi della spiaggetta. Sassi zen, disseminati con logica geometrica. Ho pensato a qualche rito propiziatorio notturno al chiar di luna. O magari era solo un gioco.
Lo spazio dove mi sono sistemata io, per esempio, era come una stanzetta virtuale. Davanti il mare, dietro la pineta, a destra una tavola di legno, a sinistra due di queste piccole costruzioni. Quasi una porta d’ingresso simbolica.
La tazzina era la’, sulla ‘parete’ della pineta. Era poggiata a testa in giu’.
Bianca e azzurra, ha attirato il mio sguardo. L’ho sollevata piano pensando che potesse nascondere qualche animaletto, ma niente si e’ mosso.
Anzi, era sporca e piena di terra.
Sara’ finita la’ per caso, magari caduta dal vassoio della colazione che un solerte filippino aveva servito sul mare al suo ‘signore’, o qualcuno l’avra’ semplicemente dimenticata… O forse era il portacenere volante di un fumatore beneducato. Mi pare che ci sia anche una macchia indelebile di nicotina…
L’ho riempita di acqua di mare e poggiata su uno scoglio. E li’ e’ stata, per tutto il giorno, insieme a me.
Poi al momento di venire via da quel posto di sogno la tazzina e’ rimasta li’, sul sasso. Fatto qualche metro mi sono girata e ho pensato, quasi quasi la prendo.
Non e’ una tazzina qualunque. Di sicuro ha una storia tutta sua e fa parte di qualcosa, un servizio. Magari quello un po’ vecchio e ormai spaiato della nonna che si porta nella casa al mare. O che ci si portava prima dell’avvento dell’ikea.
Di forma tubolare, semplice, un po’ vecchia ma integra, di porcellana bianca, coronata da una decorazione floreale azzurrina, come un azulejos de lisboa. Sotto c’e’ scritto white stone.
L’ho presa. Ma subito dopo, colta da una sorta di pudore, l’ho rimessa al suo posto. Cioe’ sullo scoglio. Poi ho deciso, l’ho ripresa, l’ho messa nella borsa e l’ho portata via.
Ora e’ qui con me. E’ solo una tazzina da caffe’, ma quando la guardo ritorno con la mente a quel paradiso di sole, mare e natura.
Potere dei simboli.

la tazzina da caffe'

la tazzina da caffe’

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la curva dell’agave

Eppure c’e’, ne sono sicura. E’ uno dei ricordi più vividi che ho di questi posti.
Allora, la strada sale, gira dolcemente a destra e sulla curva, proprio li’ dietro al guard rail, sulla sinistra, c’e’ quest’agave lunga lunga. Alta, cioe’. Sotto, un declivio verde di macchia mediterranea che sfonda nel mare. Come certi panorami della costa azzurra, solo che qui e’ maremma.

Se penso a castiglion della pescaia o a punta ala, quella e’ l’immagine che mi viene subito in mente.
Eppure non riesco a ritrovarla. Ho fatto e rifatto la costiera da castiglione a punta ala, da grosseto a castiglione, da punta ala a follonica.
Deve essere qui, non c’e’ scampo. E invece niente.
Non c’e’ più.
Non dico l’agave che quella, si sa, una volta che fiorisce poi muore. Ma almeno la curva…
comunque sia, nella mia mente rimane, impressa come una fotografia.
Prima o poi, ne sono sicura, mi ci imbattero’ di nuovo e pensero’ ma come ho fatto a non ricordarmi che era proprio qui.

Intanto oggi, lasciata follonica, sono tornata a punta ala.
C’e’ una spiaggetta qui, misto sabbia e scogli, sotto al castello, che con una mia amica chiamiamo la spiaggia del cinghiale.
In realta’ e’ un piccolo slargo senza nome sul mare alla fine di una sfilza di ville nascoste dai pini.
Una volta pero’ lei mi ha raccontato che una notte, in cui aveva dormito proprio qui all’addiaccio con il futuro padre di sua figlia, erano stati svegliati dal rumore dei cinghiali che sgrufolavano in cerca di avanzi di cibo.
Da allora, fra di noi, quella è la spiaggia del cinghiale.
Ma potrebbe essere anche la spiaggia del polpo. Un giorno infatti, facendo il bagno, un piccolo polpo si avviluppo’ alla caviglia della mia amica. Io, minimo, avrei urlato. Lei no, lei si relaziona con tutti gli animali, anche con quelli più piccoli. Sembra che ci parli, quasi.
Da come appariva divertita e tranquilla pareva che il polpetto le si fosse avvicinato solo per giocare. E magari era proprio cosi’.

Che volete che vi dica? Qui oggi il mare e’ una tavola. Intorno c’e’ solo silenzio. Si sente lo sciabordio delle onde, qualche motoscafo in lontananza.
Ho fatto il bagno. L’acqua limpida lascia intravedere il fondale. Ci sono come tanti piccoli vulcani sotto, saranno il rifugio di qualche animaletto. Ho cercato di scansarli, camminando.
E’ arrivata un po’ di gente, in tutto saremo una ventina, forse meno. I più vicini sono a più di venti metri sulla mia destra, a sinistra nessuno.
No, anzi, c’e’ un uomo che deve aver montato una tendina proprio alla fine della caletta, sulla punta, è uscito ora…

Scendendo la stradina per arrivare fin qui le ville fanno capolino dal verde. Vista dal mare sembra tutta pineta. Poi, se ti addentri, scopri le stradine, le aperture che racchiudono la casa in cui vorresti vivere. Io almeno, sogno di vivere qui. Anche d’inverno.

Non ci sono solo il silenzio, la quiete, il verde dei pini, l’azzurro del mare, il marrone giallognolo degli scogli.
Qui puoi sentire il profumo della natura. Nell’aria il pino pungente si mischia all’odore dolciastro della macchia mediterranea. Quando l’hai sentito una volta non lo scordi più.
Anche dall’acqua si alza l’odore fresco e lieve del sale marino.

C’e’ un libro che racconta tutto questo, insieme alle storie di tante persone e a un mistero da dipanare. Enigma in luogo di mare, di fruttero&lucentini. Ringrazio ancora il caso che me lo ha fatto scoprire qualche anno fa.
Lo leggi e senti nel naso l’odore di questi posti, compreso l’afrore umido della pioggia nella pineta.

si’, va bene. Punta ala e’ anche altro. e’ il porto di luna rossa con le sue boutique e le sue barche da nababbi. E’ snob, e’ elitaria. E’ un posto che nemmeno conoscono tutti.
una volta, tanti anni fa, una collega specializzata in cronache del bel mondo mi disse con un certo piglio: “punta ala? Mai sentita nominare. Evidentemente non e’ niente di che…”
Strano invece che sia l’unico posto d’italia dove, a leggere il sole 24 ore, le case costano quanto a cortina. Solo che cortina le esibisce, mentre punta ala le tiene per se’.

Ma qui siamo sulla spiaggia del cinghiale. Qui non c’e’ niente, non un bar, un ombrellone, una radio accesa, un bagnino. Nessuno che urla o che gioca a tamburello. Qui non c’e’ niente di niente. Solo mare, terra e pineta.
Tutto, cioe’.

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appesa a uno scoglio

Appesa a uno scoglio nel mare di follonica guardo l’orizzonte. A destra, le ciminiere di piombino, a sinistra cale, calette, sotto alle colline verdi di pini che degradano verso il mare.

Cala violina. Li’ cammini sulla sabbia bianca e grossa e il piede, affondandoci, suona come un violino.
Non so se e’ ancora cosi’. Io ricordo quando ci andavamo in barca, fine anni ’70 e ogni volta non c’erano più di 4 o 5 persone in tutta la spiaggia. Una cala tutta per noi.
Con paola arrivavamo a nuoto sugli scogli sulla sinistra stando ben attente a non mettere mani e piedi sui ricci che li ricoprivano…
i ricci, c’era anche chi se li mangiava cosi’, a crudo. Li aprivano con un coltellino, uno spruzzo di limone e succhiavano le due meta’.
Non mi e’ mai venuta la voglia di farlo, a me.
Sento ancora parlare di cala violina. Ogni tanto qualcuno me la racconta come si trattasse di una scoperta eccezionale.
La caletta dalla spiaggia che suona e’ diventata meta di tanti. Mi dicono che c’e’ anche la fila, nei fine settimana, sulla strada da dove si arriva a piedi camminando per 3 chilometri. Ci hanno messo perfino un semaforo.

Di la’ da cala violina c’e’ cala martina. Tutta scogli, e su in alto in cima alla collina, la grande villa bianca, si vede anche da qui.
Poi c’e’ il golfo di punta ala, con l’isola dello sparviero, che oggi non si vede. L’orizzonte si perde nella foschia.

Tutto d’un tratto vedo il mare mosso. Noi tutte sulla spiaggia ad aspettare babbo e zio che dovevano arrivare con il motoscafo nuovo da follonica. Le onde sono alte, non ci sono barche in mare con quel tempo.
Meno male che all’epoca, facevo le medie, non avevo ancora letto i malavoglia. Mamma e zia si’, pero’.
Noi in spiaggia, in attesa, e non arriva nessuno. La tensione non era solo nelle onde del mare.
Poi finalmente, un puntino all’orizzonte. Il puntino si avvicina, cresce, diventa sempre più grande. Eccoli, son loro!
Allora diventa subito festa.
Il motoscafo e’ bello, piccolo ma bello, tutto nuovo con l’interno giallo e le panche in legno.
Babbo e zio sono fradici. Di babbo ricordo ancora quella risata stampata in faccia nel vedere la nostra preoccupazione. Quello sguardo ironico. “Ma chi me la fa a me?”. Invincibile babbo.
E giu’ a raccontare il viaggio, di come si era alzato il vento e il mare era diventato subito grosso. Di come ormai arrivare a destinazione o tornare indietro fosse la stessa cosa. Di come si tagliano le onde con la prua perche’ non ti travolgano.
Pero’ quel giorno, ricordo bene, appendemmo ad asciugare ai fili del bucato anche le banconote che avevano nelle tasche.

l'orizzonte da follonica

l’orizzonte da follonica

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il vento tra gli alberi

il tavolino di pietra


raggi di sole fra i rami


seduta davanti a un tavolino di pietra sotto un pioppo gigante ascolto il vento che ne agita le fronde.
tutto intorno è silenzio, luce, aria.

nel silenzio solo il rumore delle fronde, qualche raro canto di uccello

la luce del sole si fa avanti tra i rami con i suoi raggi

nell’aria, mossa dalla fresca brezza mattutina, profumo di erba tagliata e di grano

affiorano alla mente ricordi lontani

lontani e felici da stringere il cuore

le lunghe estati al mare, in pineta
quando, piccoli, vivevamo solo del presente

beati del nostro non sapere

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il sapore dei libri

Mi piace leggere. E’ un piacere che coltivo fin da quando ero bambina. Ogni libro e’ una piccola avventura.
Leggere, per me, vuol dire entrare nel mondo costruito dall’autore. Viaggiare nei posti scelti da lui, ascoltare i suoi personaggi parlare, partecipare, passivamente si’, alla storia che lui racconta.
Se e’ bella succede subito, di entrare nel suo mondo. A volte ci vuole un po’ di più. E non e’ detto, allora, che il libro non sia bello. E’ che ci mette magari solo un po’ di più a ingranare, a prenderti.
A volte non succede mai e allora il libro finisce sullo scaffale prima del tempo. E a volte ci rimane.

A volte no. L’anno scorso, per dire, due amiche in due situazioni diverse mi hanno consigliato di leggere libri che avevo gia’ tentato di affrontare senza riuscirci. Tutti e due abbandonati senza appello dopo poche pagine.
La versione di Barney, era il 2001, perche’ mi faceva girare letteralmente la testa. Troppo caotico.
Una banda di idioti, 1998, perche’ era prolisso, ma tanto prolisso. Questo l’avevo anche regalato a un’amica dopo aver letto la fantastica recensione che lo salutava come un capolavoro sfuggito solo per caso all’oblio.
E nemmeno lei era riuscita ad andare avanti.

Poi arrivano queste due amiche.
Una, un mattino in tribunale, mi consiglia di leggere Barney. “Impossibile – dico io – ho gia’ provato e non lo reggo”.
L’altra a una cena. Parlavamo di libri, dell’Eleganza del riccio, ricordo. E lei fa: “il libro più bello di sempre e’ Una banda di idioti. Da morir dal ridere”.
E anche li’ ribadisco la mia incapacita’ di leggerlo, nonostante la buona volonta’.

Comunque, alla prima occasione, tornata a casa in toscana, sfilo i due libri dallo scaffale e ci riprovo.
Ecco: mangiati. Letteralmente. Da non credersi.

Barney e’ volato in cinque giorni. Lettura senza sosta. Praticamente uno di quei libri che una volta iniziato te lo porti sempre con te. Ci fai colazione, te lo leggi in piscina, al mare, prima di andare a dormire, appena sveglia. Ovunque.
E in quei giorni vivi fra Montreal e Parigi, insieme a lui, seguendolo fino allo chalet al lago. Non puoi farci niente, ti prende.

E l’altro pure. Una banda di idioti. All’inizio un po’ pesante, diciamola tutta. Ma dopo un po’ di pagine anche quello non lo lasci più, fino alla fine. Non ricordo la citta’ dove era ambientato. Ma i posti un po’ sgangherati, come i protagonisti, se ci ripenso, me li rivedo.

Con Barney mi e’ presa poi come una febbre. ho letto tutto quello che lo riguardava, dagli articoli del Foglio al libro scritto da un giornalista che era stato in Canada nei luoghi citati da Mordecai Richler. Ho visto anche il film e, tanto per rimettere un po’ di cose al loro posto, ho riletto il libro dopo cinque mesi.
Notevole.

Per dire, ora, che ho appena letto un poliziesco di un autore italiano, Les Italiens, ho ancora la Parigi che descrive lui davanti agli occhi con i quai, i bateaux mouche e la Seine.

E poi per ogni libro ci sono i personaggi. Quando sono riusciti e ti toccano, ti lasciano sempre qualcosa di loro.
Per un po’ di giorni, finche’ non decido di entrare in un’altra avventura, quelli del libro appena finito continuano a farmi compagnia, in silenzio. Fanno capolino nei pensieri, me li rivedo cosi’ come me li sono immaginati leggendoli.
Un po’ come succede con gli amici lontani. Ci sono sempre anche quando non ci sono.

Questo, per me, e’ il buon sapore che lasciano i libri.

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eclissi di luna

Mi piace pensare che tutto, nell’universo, sia collegato. Che poi non importa che lo pensi io, se lo è, lo è. Allora se la luna, con i suoi cicli, crescendo fino a riempirsi, e assottigliandosi fino a scomparire, seguendo un ritmo eterno, influenza le maree, i flussi femminili, la pressione dei liquidi negli esseri viventi e tutto quanto, allora allora… forse a maggior ragione l’eclissi di luna che si sta preparando per questa sera, che si compirà fra pochi minuti, eclisserà anche altro.
Sicuramente ha eclissato i cuori e le menti di alcune persone in cui, in un modo o nell’altro, ho avuto occasione di inciampare in queste ultime ore.
Spero sia colpa della luna. O della terra…
Magari no. Magari invece quella nuvola, quell’ombra, per loro c’è sempre, le accompagna nella loro vita quotidiana impedendo loro di vedere, anche se credono di avere una buona vista, di capire, anche se si credono più intelligenti della media, e di amare, anche se credono di farlo.
Peggio per loro.
Io so che questa nuvola che oggi mi passa sul cuore presto svanirà, così come svaniscono tutte le cose, le buone e le cattive. Quello che resterà, però, stavolta sarà soltanto una tossina da espellere. Col sudore, con la pipì…. Puff….
E se ne andrà…
Passerà l’eclissi, la luna tornerà a brillare, piena, nel cielo.
E passerà anche la mia, eclissi addio…

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