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L’attimo fuggente

Ovvero cogli l’attimo.
Carpe diem, insomma.
In certi mestieri l’attimo è tutto.
Penso ai fotografi e alla loro capacità di fermare un attimo, fra i tanti.
Quello che diventerà eterno, in certi casi.

Ci penso ancora turbata dalla morte del fotoreporter americano Luke Somers, rapito dagli yemeniti di Al Qaeda più di un anno fa. Proprio quando stava per riacquistare la libertà, insieme a un altro ostaggio, è stato ucciso
Aveva scelto di fermare gli attimi di quello che accadeva nelle parti più calde del mondo.
E gli è costato 14 mesi di prigionia e la morte.
Ma questo è un pensiero dell’ultima ora.

In realtà volevo raccontare un’altra storia.
Durante una breve trasferta di lavoro ho incontrato alcuni colleghi che vedo di rado.
Nello stesso giorno, in tre mi hanno raccontato storie simili su attimi perduti nel mondo del giornalismo.
Una bella coincidenza.

Con Stefano abbiamo ricordato i tempi passati, di quando si lavorava nella stessa redazione.
Era l’estate di Atlanta, le Olimpiadi del ’96.
Fra gli atleti c’era Daniele Scarpa, veneziano, che gareggiava con Antonio Rossi nella canoa. Era il momento clou dell’Olimpiade, ricordava Stefano, e stava aspettando insieme a Giovanni davanti alla tv la gara più importante.
C’era tensione anche in redazione. Il Gazzettino è il giornale di Venezia, la vittoria di Scarpa sarebbe stata un evento davvero speciale.
La gara ritarda, lo speaker parla e parla per riempire il vuoto e tenere il pubblico agganciato alla tv.
Giovanni ha voglia di un caffè. Le macchinette sono in fondo al corridoio.
Pensa che in due minuti arriva mette i soldi schiaccia il pulsante e prende il bicchierino caldo.
Ci pensa un po’, intanto ad Atlanta nessuno si muove. Si decide e va.
Dopo un attimo che è usvito dalla stanza parte la gara. Stefano non sa cosa fare. Se si allontana dalla TV per chiamare il collega rischia di perderla anche lui. Non gli resta che confidare nella velocità di Giovanni.
Scarpa e Rossi pagaiano come matti e vincono la medaglia d’oro. La medaglia d’oro nella canoa alle Olimpiadi di Atlanta, 1996.
Giovanni rientra che la gara è finita da un soffio, dopo aver bevuto il suo caffè.
Probabilmente il più amaro.

M. ricorda i primi tempi dell’edizione web quando ci lavoravano in tre, lui, A. e B.
sono i giorni di Eluana Englaro. Il padre desidera staccare la spina dei macchinari che tengono artificialmente in vita la figlia, in coma irreversibile da anni.
Infuria il dibattito sull’eutanasia. Il Paese è diviso. Si attende la decisione del giudice.
È il 9 febbraio 2009. Le macchine potrebbero essere spente da un momento all’altro. Dipende soltanto da quando arriverà il nulla osta.
per i giornalisti della carta stampata basta cogliere la notizia prima di andare in stampa. Il web invece mira a battere la concorrenza sul tempo, dandola il prima possibile, non appena verrà diffusa la decisione.

I redattori stanno incollati al video, tengono d’occhio agenzie e siti informazione. Passano le ore e ancora non succede niente.
B. copre l’ultimo turno serale. È rimasta sola in redazione. Continua a tenere la situazione sotto controllo ma ancora nulla.
ha un buco nello stomaco. La fame si fa sentire e la distrae.
un salto al bar per un toast non dovrebbe costituire un problema. Basta uscire dall’ufficio e percorrere pochi metri. Il tempo di farlo scaldare e torna al suo posto.
ma non fa in tempo a rientrare che già le squilla il telefono.
E il capo. Hanno spento la macchina, Eluana è morta. Tutti i siti hanno battuto la notizia manca solo il nostro.
Maledetto quel toast.

Prendo un tè al bar con Anna e Carlo. Il discorso cade sul nipote di Anna che ha scelto di vivere in Polonia, patria di origine della famiglia, lasciando gli Stati Uniti, il padre che vive a New York e l’ultimo prestigioso incarico a Los Angeles.
Lui è direttore delle redazioni on line di una delle più importanti televisioni di Varsavia.
Sono i giorni in cui papa Wojtyla sta per morire e il mondo intero pende dai notiziari radio e tv.
La tv polacca si prepara ad annunciarne la morte. Quando questa avverrà sarà trasmesso l’intervento di un illustre personaggio religioso che darà personalmente la notizia agli spettatori.
Gli organizzatori della trasmissione non avvisano però i giornalisti della redazione web. Che fanno il loro lavoro. E, non appena il Vaticano diffonde la notizia della morte di papa Giovanni Paolo II, battono una striscia che passa in sovrimpressione durante la normale programmazione.
Bruciando l’intervento dell’alto prelato e l’effetto sorpresa a lui riservato.
Pare che i giornalisti siano stati pure cazziati per questo.
Non se ne fa mai una giusta

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forse ho letto troppi polizieschi

Forse, se non avessi letto tutti quei polizieschi, non avrei tutta quella paura quando attraverso un parco da sola. O forse, se non avessi fatto la giornalista non mi verrebbero in mente tutti quei casi di cronaca nera. O forse se fossi meno paranoica, o chissà che… perché io mica sono paranoica, poi…
Ora non voglio dire che vado nel bosco da sola o qualcosa del genere e poi mi viene paura. No no. Siccome ho paura a prescindere non ci vado. Però basta che sia anche solo con un’amica e nemmeno me ne accorgo. Della paura intendo. Come se in due donne, metti mai che arriva il cannibale della slovacchia, ci si salvasse lo stesso…
Allora, succede che nei giorni di lavoro, quando riesco a svegliarmi presto la mattina, mi faccio un giretto facile facile intorno casa, tanto per ossigenarmi un po’. Mentre mi metto le scarpe da ginnastica penso al percorso da fare, considerando il tempo a disposizione, da calcolare secondo l’ora in cui parto. Perché dopo c’è da fare la doccia, leggere i giornali su internet prima di andare in tribunale, rispondere a qualche e-mail, colazione, certe volte fare una lavatrice o azionare la lavastoviglie, la spesa, cuocere qualcosa per il pranzo, mettere a posto i documenti, qualche telefonata, prepararsi e uscire.
Qualunque sia il giro che scelgo ci deve essere almeno un passaggio in mezzo al verde, però.
Ora, quando sono in toscana il problema non si pone perché in campagna ci vivo e non ho nemmeno problemi di orario, più o meno. A belluno invece bisogna partire da piazza duomo che è in centro che più centro non si può. Ma siccome belluno alla fine è piccola e anche abbastanza verde il problema è presto risolto.
E infatti nel giretto standard da mezz’ora sono compresi ben due parchi. Piccoli ma belli verdi.
Allora funziona così. Scendo le scale a piedi, lascio le chiavi nella cassetta delle lettere tenendo solo quella piccola, e vado.
Il primo parco è in fondo a una lunga discesa, un po’ distante dalle case e incastonato fra una strada e un grosso posteggio. Qualche volta all’ora di pranzo, forse la domenica, ci sono le badanti a fare il pic-nic. Ma al mattino presto non c’è un’anima. Così non appena imbocco il vialetto alberato di faggi e carpini mi assale subito quella paura lì del tipo che i muscoli si tendono e il respiro si fa corto. Eccola arriva.
Quando passo di lì mi torna in mente, ma sempre cavolo, la storia dell’avvocatessa dalla carriera in ascesa massacrata da una gang di neri vicino ad harlem a central park. Sempre. Vedi che non sono solo i polizieschi?
E sì che è successo una marea di anni fa. Minimo sarà stato l’81 prima della tolleranza zero di giuliani e via dicendo.
Ma siccome questa paura è del tutto irrazionale, lo capisco bene, non siamo a new york e non ci sono gang, mi faccio forza e vado avanti.
Senza farmi accorgere, a volte il mostro fosse nascosto dietro un albero preferirei non fargli vedere che ho questa paura, un po’ come si fa con i cani, passo ai raggi X alberi e fogliame, con l’aria di quella che guarda giusto il panorama. Nel silenzio assoluto tendo le orecchie attenta a carpire eventuali movimenti di foglie o passi forzatamente leggeri. Mi costringo a non correre, respiri profondi e sciolgo le spalle con nonchalance. Ecco, sono quasi in fondo.
Potrei anche passare proprio dal parco, dal percorso vita, ma è troppo interno, mi mancherebbero vie di fuga, nel caso, e così continuo per la stradina.
Stamani mi si è proprio mozzato il respiro. Appena fuori mi sono trovata davanti un uomo.
Ho girato subito largo decidendo sul momento di deviare verso la strada asfaltata. Quando ho visto che il terribile mostro era un nonnetto che portava a spasso il cagnolino ho virato di nuovo in mezzo ai camper attraversando il posteggio.
Non credo che faccia tanto bene alla salute questa cosa qua, ma che ci posso fare?
Il secondo piccolo parco invece si può attraversare tranquilli. O almeno, a me quello non fa venire un pensiero strano che sia uno. All’inizio c’è una colonia di gatti. Oggi mi è sembrato di vederne anche diversi nuovi. O magari saranno gli stessi ma cresciuti.
Mi lascio sulla destra la scuola elementare, in questo periodo deserta, e salendo allegramente gli scalini entro decisa nel verde. Qui ogni tanto passa qualcuno anche a quell’ora, ma da sola o no, chissà perché, la paura non assale.
C’è un albero grande, fra tanti, un faggio, a cui mi piace appoggiarmi con le mani, chiudere gli occhi e assorbirne l’energia.
Poi mi rimetto in cammino, ormai verso casa, rigenerata, prima della solita lunga giornata di lavoro al chiuso di quelle quattro mura.

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“Toscana di dove?”

Ormai, lo confesso, devo sforzarmi per rispondere in modo accettabilmente gentile. Da quando vivo in trasferta, fuori regione, poi, appena parlo con qualcuno di nuovo, e per lavoro mi capita spesso, il discorso cade inevitabilmente lì.
Da un po’ premetto: “Conosce?”.
Così evito di vedere espressioni vacue quando dico “Colle Val d’Elsa”.
Ma non è stato sempre così.
All’inizio rispondevo decisa: “Siena”, “provincia di Siena” o “fra Siena e Firenze”. Cosa che generava immancabilmente sospiri, urletti e sdilinquimenti vari, con conseguente roteazione degli occhi all’insù, per produrre, un’altra volta immancabilmente, la seconda domanda.
“E che cosa ci fa una toscana a Belluno? chi glielo ha fatto fare di lasciare posti così belli…”
Risposta diplomatica con sorriso di circostanza: “Eh, non me lo chieda…”
Poi, immancabile, la filastrocca: “Ah la Toscana, ma quanto è bella la Toscana!”.
“Eh, sì”.
“Il cibo, il vino… (in crescendo) la fiorentina! Che cosa non farebbe ora per mangiare una fiorentina?”
(“Anche niente, sono vegetariana”) penso.
“E il fritto alla toscana?” dico, invece.
“I salumi, i formaggi… la ribollita! e l’aria, la natura. E’ tutta verde la Toscana…”
Con un’amica ci si scherza su. Lei è di qua ma sua figlia studia a Siena per cui ormai è quasi di casa anche lei. Ogni volta che torna dalla Toscana parte il ritornello: “Quant’è bella la Toscana, l’è tutta verde la Toscana…”
E ci ridiamo un po’…

Mi è successo diverse volte invece, molte più di quanto mi sarei aspettata, di suscitare reazioni dicendo “Colle Val d’Elsa”.
“Ci sono stato proprio l’anno scorso”. “L’ho scoperta tornando dal mare, che posto bello!”. Oppure: “Andiamo sempre a mangiare da Arnolfo”
Beh, devo ammettere che questo mi ha sempre stupita, piacevolmente stupita.
Altre volte, presa dall’entusiasmo, alla domanda “Toscana di dove?”, rispondendo Colle Val d’Elsa, ho visto solo un punto interrogativo.
“E’ sulla Firenze-Siena, vicino a Poggibonsi…”. Niente.
“San Gimignano…”. Il vuoto.
“Monteriggioni…”. Buio.
“E’ a 10 chilometri dal Chianti, da Castellina in Chianti…”
“Ah ecco…”

Devo dire che ‘sta storia della Toscana un po’ mi perseguita. Stamani, durante una visita, la dottoressa non ha fatto quasi altro che parlare del suo recente viaggio in Toscana. A San Casciano ai Bagni (dei Bagni), all’hotel Fontana Verde (Fonteverde) da cui si vede tutta la Val di Norcia (d’Orcia).
E alla visita aziendale il medico non ha fatto altro che raccontare i suoi viaggi giovanili a Colle e i pranzi alla trattoria da Beppe il cacciatore.

Anche perché poi in genere avresti bisogno di parlare di tutt’altro…
Telefonata di lavoro.
“Salve sono (tal dei tali) del (giornale) di Belluno, la chiamo per il tal motivo”
Attimo di silenzio…
“Però lei non è di Belluno…”
“Eh no…”
“Ecco, l’ho capito subito io, sa?”
Applauso.
“Toscana?”
“Eh sì, non posso nasconderlo…”
“Toscana di dove?”

“Ma sa che starei per delle ore ad ascoltarla, mi fa impazzire sentirvi parlare…”

Devo dire che in qualche caso ci sono rimasta anche un po’ male. Partito il siparietto come da programma, la domanda è stata: “Ma lei è romana?”
(Ma quando mai?)
Una volta mi han chiesto perfino se ero siciliana…

Beh, non c’è mica niente di male, alla fine non mi dispiace ‘sta storia della Toscana, anche se come argomento di conversazione il più delle volte genera soltanto una sfilza di luoghi comuni. Fiorentina, ribollita, Chianti…
Ah, e i comunisti. “I toscani son tanto simpatici, peccato che sono tutti comunisti…”
Già.

A proposito di luoghi comuni.
La lingua.
“Quanto mi piace il vostro dialetto”
Veramente sarebbe italiano, se proprio si vuole insistere allora chiamiamolo vernacolo…
“Ma come mai aspirate la “c”. Mahonna honina….”
(“La “c”…, appunto”)

Poi, ogni volta che apri bocca, c’è sempre qualcuno che parte in quarta e hoha hola qui e hagna e hagnolini là.

Quando ero alle medie un’estate andammo in vacanza al sud. In un autogrill chiesi una Coca Cola e il barista attaccò:
“Una hoha hola hon la hannuccia horta, la mi’ hagna ha fatto quattro hagnolini tutti e quattro hon la hoda horta…”
E giù a ridere.
Devo ammettere che allora fu un piccolo shock. Lo guardai, ricordo, senza capire affatto il perché di tutta quella ilarità…

Ora lo so, ma non è mai finita…

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l’invadenza del telefono

sì lo so. ho il blog, sono su facebook, c’ho pure il blackberry. la tecnologia è con me. o meglio, io sono con la tecnologia. amen

però, devo proprio dirlo, c’è una cosa che non sopporto. non posso dire che mi mandi in bestia o cose del genere, diciamo che mi infastidisce oltremodo.
le telefonate inutili.
per questo in genere prediligo i messaggi, le email, le comunicazioni non invasive. quelle che uno se le legge quando vuole e senza l’obbligo di una risposta immediata. poi capita anche che mandi un sms e chi lo riceve ti chiama subito. “ho visto il tuo messaggio, volevo risponderti a voce”.
ecco.
vabbè, non divaghiamo.

la questione riguarda la giornata di oggi, 2 giugno. FESTA.
oggi lavoro, ma lo farò solo nel tardo pomeriggio e fino a notte. la giornata è quasi libera. tutta per me. ieri, giorno di riposo, è stato pienissimo e, per una volta, sono tornata a casa tardi e insonnolita. stamani, nel silenzio che avvolge i giorni festivi, ho acceso il telefonino giusto per vedere che ora fosse. e ha subito cominciato a lampeggiare… (non odio solo il telefono, odio anche le suonerie, anzi, soprattutto).
ma cazzo, non erano nemmeno le nove..
sul display è apparso un numero, sconosciuto peraltro, non associato ad alcuno dei miei contatti.
Un fisso di Belluno… ma chi può essere che rompe a quest’ora di un giorno di festa?
non lo voglio nemmeno sapere.
spengo il telefono.
sì però cavolo, e se qualcuno avesse bisogno di me? mah, se una delle mie rare conoscenze dotate di telefono fisso dovesse star male o fosse nei guai chiamerebbe il 118, i carabinieri o l’avvocato. non certo me.
sarà una questione di lavoro? pregasi chiamare più tardi, allora, molto più tardi, grazie. e magari in ufficio
o magari sarà un amico che mi invita da qualche parte? primo: avrei avuto il SUO numero in memoria…
secondo: oggi non ci sono per nessuno

che dire? intanto la tranquillità della giornata è stata in qualche modo violata da questa intrusione mattutina e anonima. per cui accendo il computer e mi tolgo almeno la soddisfazione di vedere chi è che rompe a quest’ora…
riaccendo il telefono per copiare il numero e appare un sms. cavolo, ha pure richiamato…
ore 9.52…
vado sul sito delle pagine bianche, clicco ricerca numero… spiacenti, è impossibile definire la ricerca. il numero non è nella lista dei nostri abbonati o non è visibile.
eh no…. così non vale. qui si gioca sporco.

ok, io vado avanti con le mie cose. questa giornata è mia.
più tardi scoprirò chi era il rompipalle mattutino del 2 giugno. allora vedrò se avrò perso un’occasione o se mi sarò risparmiata una rogna. o magari niente di tutto questo
e giuro, se era un rompi, pubblico il numero.

in ogni caso, date retta, se proprio avete necessità di parlarmi, specialmente di mattina, mandate un sms o scrivete un’email…

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senza titolo

eccoci qua. con la voglia di scrivere e nemmeno un’idea.
o forse anche troppe.
vorrei scrivere una considerazione sulle persone che finalmente subiscono ciò che in genere fanno subire agli altri, ma quando lo fanno loro è giusto e quando lo subiscono diventano invece le vittime universali.
ma non posso farlo.
in realtà, l’avevo detto, avrei voluto scrivere un diario, ma questo, è inutile far finta, è un foglio che vola nel vento.
e allora certe considerazioni è meglio tenerle per sé

avrei voluto scrivere di un’idea, un regalo, che mi è venuto in mente di fare e che ha tutto un suo significato. ma non posso fare nemmeno questo perché sennò non è più una sorpresa.

non è la prima volta che mi capita.
nella cartella bozze è già da un po’ che stazionano elucubrazioni su temi diversi che mi sono girati in testa per un sacco di tempo e poi, quando ho cominciato a scriverle, anziché organizzarsi in un filo logico, si sono disperse, moltiplicate in una serie di pensieri e sottopensieri cui ormai era diventato difficile dare un senso compiuto.

sulla versione di Simona, ispirata alla versione di Barney, ho lavorato un bel po’.
all’inizio era tutto chiaro e c’era un filo logicissimo. poi, man mano che scrivevo, le cose da dire sono diventate così tante, complesse e anche personali, che ho scritto e riscritto per poi lasciare tutto in sospeso.

la tristezza del tricolore, cavolo, mi è venuta in mente girovagando per le venete strade in macchina. e quando la vista di quelle bandiere sventolanti alle finestre o ai cancelli dei villini isolati mi ha fatto venire in mente solo la bosnia, una nazione divisa, profondamente ferita e forzosamente ricompattata, ho deciso che lo avrei scritto. anzi, ho deciso che avrei aperto un blog per scriverlo.
e allora ho chiesto consiglio a carlo, l’ho aperto ed eccomi qui… sarebbe dovuto essere il primo post, ma poi non è andata così. si è arenato anche quello

vabbè, mi pare che senza dire niente ho detto anche troppo. la voglia di scrivere si è acquietata e ora si può pure andare a dormire che domani sarà un giorno bello tosto.

intanto qui a belluno fulmina e tuona.
ma sarà comunque una bella notte

buona notte

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un salto in paradiso e torno giù

Quando siamo andati a dormire, ieri notte, la riva del lago era tutta una fila di luci. il cielo brillava di stelle che si riflettevano nell’acqua nera, dopo che la cappa di aria umida del giorno si era ormai dissolta. stamani al risveglio c’era già un velo di foschia, ma il sole splendeva nel cielo.
l’acqua della doccia era freddissima, lo scaldabagno non aveva voluto accendersi, ma non ci importava un granché.
abbiamo indossato i parei e siamo andate, un po’ per volta, a farci il bagno nel ruscello che scorre sotto casa, dove una cascatina riempie un invaso naturale della roccia come una piccola piscina.
corroborante. quella sì che dà la sveglia.

poi c’è stata la colazione, davanti alle acque tranquille del lago, mentre marco tagliava il prosciutto per i panini del pranzo al sacco.
il giorno prima avevamo avuto anche una piccola (dis)avventura.
tornando dalla piazza del paese avevamo preso il sentierino che taglia i tornanti per tornare alla casa, appesa a metà collina
lo stesso che avevamo fatto per scendere
in sei avevamo scelto di risalire a piedi mentre le altre erano andate in macchina con aurora
non abbiamo capito bene dove è successo ma ad un certo punto abbiamo perso il sentiero. sarà stato quando dovevamo girare a sinistra e invece siamo andati a destra. senza nemmeno accorgercene siamo finiti in mezzo al bosco, abbiamo cominciato a salire senza arrivare da messuna parte e il sentiero non finiva più
poi abbiamo trovato una specie di frana, sembrava come se ci fosse stata una valanga. gli alberi erano precipitati giù ed erano accumulati in basso in un intrico di rami spezzati
abbiamo dovuto superarli per non rimanere bloccati nel sentiero interrotto sul nulla
ma ancora non la finivamo più di salire. e cominciavamo anche ad essere un po’ preoccupati
erano ormai passate le 8, fra un po’ sarebbe sceso il buio, e non avevamo la minima idea di dove stavamo andando
il nostro sentiero di partenza era il 37, ma mentre andiamo avanti, sempre in salita, senza mai tagliare nemmeno un tornante, ne abbiamo incrociati altri: il 30, il 34, il 19. alla fine siamo rientrati di nuovo sul 37, che ci ha portati a casa, dopo essere scesi, stavolta, per una ventina di minuti buoni.

vabbè, è stata un’avventura tutto sommato. se consideriamo il fatto che anziché una camminata di mezz’ora ci siamo imbarcati in un percorso sconosciuto per due ore e mezzo, che non avevamo un goccio d’acqua, era sera tardi e solo per caso avevamo tutti almeno delle scarpe da ginnastica, alla fine non è andata nemmeno troppo male

la cena è stata come un sogno. arrivati nella verandina apparecchiata dove gli altri ci aspettavano preoccupati per il nostro ritardo abbiamo trovato un pentolone di pasta e ceci dal profumo di rosmarino, una teglia di verdure al forno con capperi e origano, un prosciutto da tagliare e una torta al cioccolato da urlo

il posto, una casetta in pietra in mezzo agli ulivi, aveva un che di magico.
e così anche le persone che ci stavano
non li avevo mai visti prima, eccetto lula, la mia amica, ma mi sono sentita subito a casa con tutti gli altri
un paradiso non si può dir tale se non è abitato dalle persone giuste

appena arrivata si erano presentati tutti ma io non sono riuscita a ricordare nemmeno un nome lì per lì
poi, dopo poche ore, sembrava di conoscersi da sempre
ci è voluto poco perché ogni volto avesse il suo nome. a parte marco e flavio, che erano gli unici uomini, e quindi era più facile ricordare, c’erano: nadia, chiara, maria elena, alessandra, monica, grazia, milena, rosella, lula ed io. poi è arrivata aurora, e il mattino dopo raffa

un gruppetto preparava il prossimo viaggio in dancalia. altri parlavano della casa appena acquistata in maremma
qualcun altro parlava di cibo, si assaggiavano piatti, si scambiavano ricette
il cinghiale al tegame, le verdure al forno, lo zenzero candito, il ghee

c’era nell’aria quella consuetudine rilassata propria dei gruppi bene affiatati e che si frequentano da tanto tempo
io ero appena arrivata ma già mi sentivo nel cerchio
e quello che colpiva di tutte queste donne, di tutto il gruppo, era l’estrema rilassatezza e l’assoluta mancanza di competizione l’una con l’altra, così come l’assenza di pettegolezzi e cattiverie

caspita, dopo tanto tempo mi sembrava quasi di vivere in un sogno
quasi

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e la casa a chi la lascio?

eh sì, può capitare. il problema è se poi uno (una) lo vive come un problema.

ieri parlavo con un’amica che si sfogava. “Il tempo passa, ormai penso che non avrò più un bambino. allora mi chiedo qual è il senso di tutto ciò. anche concretamente, per esempio a chi lasciare la casa di proprietà. a nessuno”

questo lei lo viveva con un senso di grande malessere.

non posso negare di averci mai pensato. anzi

anche io vivo la stessa situazione.
però devo dire che, se la cosa può avermi anche solo lontanamente preoccupato in passato, adesso non ci penso proprio più.

non ci penso più in questi termini, della serie eredi e simili
e non la penso nemmeno come a una mancanza.

per la casa in Toscana, una casa importante, con un po’ di terra, un giardino che è tutta la vita della mia mamma, la piscina e tutto il resto, penso invece spesso a quale associazione potrei lasciarla e con quale scopo.
anche questo dà un senso di continuità, pur senza un figlio

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Belluno di maggio

Belluno di maggio è fredda come d’inverno

il riscaldamento è ormai spento

ma anche se fuori batte il sole

i vecchi muri non ricordano il calore

artificiale assorbito nei lunghi mesi freddi

e durante il giorno

sanno sputare solo il gelo assorbito di notte

a Belluno di maggio non mandate il piumone a lavare

a Belluno di maggio va la boule dell’acqua calda…

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strani giorni

strani i giorni. ti alzi al mattino e pensi che non farai niente di che. è o non è il tuo giorno libero? sì una piccola cosa ci sarebbe, un’amica a pranzo, un progetto da portare avanti, ma rientra nella sfera piacere, non dovere. quindi relax. poi ti chiama un’amica. e’ in lacrime. anzi, piange a dirotto. uno dei suoi tre gatti è morto, avvelenato dice, e un altro è scomparso. ma che cazzo!
anche perché sai che per lei quei gatti sono qualcosa di più di tre semplici gatti.
la giornata va avanti scandita dalle telefonate all’amica. novità? trovato l’altro? come stai? qualcuno le dice che hanno gettato dall’alto le esche antirabbia, altri (anche io) pensano all’avvelenamento da parte di un vicino un po’ stronzo.
ma c’è qualcosa che non quadra. per niente. quel posto là è pieno di gatti, perché colpire i suoi. due, poi.
il mistero si svela quando incrocia gli operai che stanno rifacendo la strada per il giro d’italia. sì, le dicono, un gatto è stato schiacciato da un camion ieri mattina proprio qui. e lì ci sono ancora le macchie di sangue. è quello scomparso. scomparso perchè quelli della nettezza urbana l’hanno recuperato e buttato.
e l’altro, forse, è stato colpito anche lui ma di striscio, e ce l’ha fatta ad arrivare fino all’albero davanti a casa. e poi non ce l’ha fatta più.
che, se vuoi, è una spiegazione ancora più assurda dell’avvelenamento.
così ascolti le telefonate disperate dell’amica, cerchi di rispondere alle domande senza risposta, vai a vedere i luoghi della disgrazia, così tanto per condividere questo dolore con lei e starle vicina.
ecco, sì proprio un giorno strano.

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l’urgenza di scrivere

il fatto è che io devo scrivere. è come un bisogno della mente che così traduce ciò che passa in forma di pensiero e fissa certi aspetti della realtà.
ma il più delle volte tutte queste frasi rimangono là, sospese, frutto della mente e mai trascritte su carta. peccato, perché poi il pensiero è volatile, le cose passano, qualcuna resta, altre vengono distorte dal tempo, dalla memoria, da chissà che

il fatto è anche che dopo che ho scritto riscriverei e riscriverei e non sono mai soddisfatta
la scrittura, molto più del discorso parlato, permette di creare un’armonia fra parole, puoi ricercare la perfezione, anche se non è detto che riesci a trovarla. puoi limare, tagliare, aggiungere. fino a che la frase esprime esattamente la forma del pensiero o dell’avvenimento che vuoi raccontare.
ma poi tutto cambia, appunto. e allora togli quell’aggettivo, insulso. quell’avverbio, pesante. rovesci la costruzione del discorso in cerca di un’illusione metrica, di una musicalità diversa
mi piace immaginare che le menti umane abbiano una propria disposizione naturale se messe nella condizione di lasciarsi andare alla creatività.
ci sarà quella che traduce in musica pensieri e fatti, quella pronta a trasferirlli in un disegno, in un’opera di pittura, quella che traduce tutto in poesia.
non parlo di veri e propri artisti, penso più a un atteggiamento dell’animo che non è detto si concretizzi. o che non è detto che diventi arte 
ecco, per me credo che funzioni così per la scrittura.
è un po’ come una concretizzazione naturale del pensiero, che così si compie e assume un significato

il fatto è che scrivere è anche il mio lavoro. ma è una cosa del tutto diversa. scrivendo articoli giornalistici in realtà scrivo quasi per forza, costretta in spazi determinati, condizionata dai limiti orari della pubblicazione quotidiana oltre che obbligata dall’argomento
senza parlare delle interruzioni e delle distrazioni continue cui sei sottoposta nella vita di redazione, fra telefonate, domande dei colleghi, visite più o meno importune.

ricordo che quando ero piccola una delle cose che volevo assolutamente fare era imparare a leggere e a scrivere e per questo assillavo nonna Libe con la quale trascorrevo la maggior parte dei pomeriggi visto che i miei genitori lavoravano entrambi. non potevo sopportare di non capire quello che c’era scritto su libri e giornali che passavano per casa.
ora, non voglio dire che a quattro anni leggessi il corriere della sera. però imparai a leggere e a scrivere. per me, ovviamente. intendo dire che era una mia necessità, non avevo il bisogno di dimostrare niente a nessuno tantomeno ai miei genitori che infatti mi iscrissero in prima elementare senza nemmeno pensare di farmi saltare direttamente in seconda dove andavano quelli che già sapevano leggere e scrivere

a scuola rimasi stupita che il maestro perdesse tanto tempo a farci mettere insieme delle letterine ritagliate nella carta per formare delle parole. io componevo le mie senza difficoltà e poi spostavo l’attenzione sulle letterine della mia compagna di banco che invece era ancora lì. il maestro se ne accorgeva e mi mandava fuori dalla classe perché non disturbassi i compagni. quanto tempo sprecato!  

ero ancora alle elementari, ma in quarta o quinta, quando con la mia famiglia facemmo un viaggio di alcuni giorni a Roma in visita agli zii.
fui molto colpita dalla bellezza e dalla magnificenza della capitale e al ritorno scrissi su un quadernetto che mi era stato regalato alcune poesie.
ricordo solo alcuni argomenti: i gatti del colosseo, la cupola di san pietro. ricordo anche che forse la maestra mi fece leggere le poesie in classe, o forse le trascrissi su un foglio grande che poi venne appeso in classe. ora non saprei dire con precisione
quel quadernetto aveva le pagine bianche e una copertina gommata con un disegno composto di qualche linea e macchia fatto come con la vernice, rossa, nera e bianca. tipo un quadro astratto. ma non sono più riuscita a trovarlo. sarà stato buttato via in qualche trasloco, immagino. peccato.

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