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La casa dei nonni

Il colore della casa dei nonni era il verdino e il giallino dei mobili alla veneziana della camera dove dormivo io. A casa di nonna si dormiva bene, c’era un silenzio buono, anche se la finestra dava sulla strada. La mia sveglia era il giornale radio che nonno ascoltava tutte le mattine mentre si faceva la barba con schiuma e pennello. 

C’era anche tanta luce. Il comodino accanto al mio letto era foderato all’interno da un mosaico di specchietti e quando aprivi lo sportellino era tutto uno sbrilluccichio.

In quella stanza nonna teneva i lavori, tovaglie e lenzuola di lino o cotone che dava da ricamare a certe donne.

Per entrare nelle grazie di nonna bisognava avere un certo garbino. Essere precise, puntuali, lavorare di fino e non tirare via. Il ricamo non mente.

Chi aveva quel garbino poteva contare sempre su nuovi lavori. Altrimenti c’era poco da fare.

Io quel garbino non ce l’avevo e infatti lavoravo ai ferri. Nonna insisteva per insegnarmi l’uncinetto ma io non ne volevo sapere.

  • Fammi vedere come tieni in mano l’aghetto, diceva, prima di disperarsi.

Quando c’ero io a pranzo si mangiava il coniglio in umido e le patate arrosto. Non volevo nient’altro. 

Con la famiglia riunita invece nonna il coniglio lo faceva in dolce e forte, con il cioccolato e i pinoli. Per me era un tradimento e non l’ho nemmeno mai voluto assaggiare.

Nello stanzino subito a destra rispetto alla porta d’ingresso c’era la dispensa, un antro scuro pieno di scaffali coperti da barattoli misteriosi. In un grosso recipiente di vetro con il tappo a chiusura ermetica c’era un miele chiaro e pastoso, che si grattava con il cucchiaino. Lo portava direttamente un apicoltore ed era considerato una cosa preziosa da maneggiare con cura. Per mangiarlo ci voleva il permesso di nonno, ma mai più di un cucchiaio alla volta.

Il prosciutto e il salame si “partivano”, che voleva dire tagliare. 

  • Chi la parte una fetta di salame?
  • Prendi il prosciutto, è stato appena partito.

I barattoli si marimettevano (si aprivano per la prima volta) o si principiavano. 

  • Prendi la marmellata già marimessa.
  • Il sugo è stato bell’e principiato.

Sopra all’acquaio era appesa una sacchettina di cotone bianco lavorato all’uncinetto dove nonna faceva scolare l’insalata. A un chiodo della parete era invece attaccato il battimosche, una lunga paletta con manico di metallo e testa di gomma traforata con cui nonna abbatteva gli insetti senza alcuna pietà.

Per prendere l’acqua si apriva la cannella dell’acquaio e le cose cascavano per terra, dove si dava il cencio. Se nella pasta non c’era abbastanza sale si diceva che era sciocca.

Nonno ci teneva che io diventassi una brava pittrice, nonostante non avessi mai manifestato alcuna dote per il disegno. Mi diceva, fai quel panorama. E io copiavo dalla finestra la distesa dei campi, il grande ippocastano sulla sinistra, il ruderino all’orizzonte. 

  • O fammi vedere come li colori…

Poi si arrabbiava perché i campi erano verdi, il cielo azzurro e il rudere marrone.

  • Un artista dipinge le cose come le vede lui, diverse da come appaiono a tutti. Il cielo può essere anche rosa, i campi azzurri.

Ma non ero un’artista e non riuscivo a immaginare un campo con l’erba rosa o celeste.

A casa dei nonni però c’era una cosa meravigliosa, il grande libro degli animali. Non mi stancavo mai di chiedere a nonna di guardarlo insieme, una pagina dopo l’altra, e ogni volta era una festa.

I miei animali preferiti erano Gianni, il barbagianni, e i pinguini che si tenevano per mano.

Quando si arrivava a quella pagina impazzivo di felicità e volevo anche io prendere tutti per mano come facevano loro.

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I conigli di Taro

Alla fine dell’inverno del 1991 a casa nostra arrivò Taro, un siberian husky bianco rosso dagli occhi color dell’ambra. Arrivò perché nessuno lo voleva e perché io me ne ero innamorata a prima vista. In quel periodo i siberian erano cani di gran moda e in molti li compravano, oltre che per sfoggiarli per strada, anche per partecipare a mostre e competizioni canine. 

Taro aveva due difetti, la coda gli era cresciuta un po’ pendente da un lato e un testicolo non gli era sceso al posto giusto. Così fu scartato da chi lo aveva comprato. Attraverso giri che non sto a raccontare arrivò a Vallecapocchi, dove io lo portai, convinta di non poter vivere senza di lui, mentre mamma non voleva assolutamente tenerlo. Con il voto di babbo la bilancia virò decisamente verso l’adozione di Taro. 

Visto che il cane aveva una folta pelliccia e cercava il fresco, babbo gli costruì un recinto accanto al fienile dove lui scavava buche sempre più profonde. Una volta fece venire alla luce addirittura una conchiglia fossile di madreperla. 

Taro aveva anche tanto bisogno di correre ma allo stesso tempo, a causa del suo spirito indipendente e dei geni ereditati in linea diretta dal lupo, non poteva essere lasciato libero.

Mi consigliarono quindi di comprare un apparecchio di metallo fatto apposta per collegare il cane alla bicicletta senza sbilanciamenti reciproci. Cominciammo quindi a fare lunghe passeggiate, io e Taro, con la mia mountain bike.

Verso la metà di giugno avevo l’orale dell’esame da giornalista professionista. Quando non lavoravo in redazione, studiavo. Poi per svuotare la mente andavo in passeggiata con Taro. Un giorno eravamo per la strada delle Lellere, dove non c’era ancora nulla se non terre incolte. Mi fermai per qualche ragione e sganciai la pettorina di Taro dall’apparecchio che lo legava alla bici. Prima che potessi chiudere il moschettone del guinzaglio Taro era sparito. Lo chiamai urlando sempre più forte, feci dei giri in bici alla disperata, ma niente. Si era dissolto nella vegetazione selvaggia dove io, con i miei pantaloncini e le scarpette da ginnastica, non potevo nemmeno sognarmi di entrare.

Tornai a casa distrutta, ero sicura che non avrei più rivisto Taro. E tutto per un attimo di distrazione.

Feci denuncia di smarrimento dai vigili, la sera con babbo girammo in macchina dietro alle Lellere fino a tardi sperando di vederlo, ma niente. 

Anche mamma era molto preoccupata, ma più per me che per Taro. Temeva infatti che in preda all’angoscia avrei mandato all’aria l’esame da giornalista. 

La mattina dopo babbo rispose al telefono. Poi mi disse: l’hanno trovato.

È vivo? Fu il mio unico pensiero.

Lui sì, disse babbo.

Scoprimmo che Taro aveva fatto poca strada. Dalle Lellere era risalito fino al Paradiso dove era stato attratto dalle gabbie dei conigli di una famiglia di contadini. Con il suo musetto era riuscito ad aprirle una ad una e ad uccidere tutti i conigli, con un morso sul collo, ma senza mangiarli.

Poi si era steso a riposare sull’aia dove l’aveva trovato il padrone di casa di prima mattina. 

Babbo pensava già a fare i conti di quanto avremmo dovuto rimborsare per ogni coniglio. Per fortuna avevamo l’assicurazione. 

Io non vedevo l’ora di riabbracciare il mio Taro.

Babbo andò a prenderlo con la macchina. Quando tornò ci disse che quei contadini avevano voluto sapere di preciso chi fosse e, una volta capito di chi era figlio, gli avevano fatto una grande festa. Nonno Corrado era stato il capo dell’anagrafe comunale in un tempo in cui la maggior parte delle persone era analfabeta. Per lui era normale aiutare chi gli si rivolgeva per scrivere una lettera o leggere un documento. 

Per queste persone, invece, avere un punto di riferimento onesto e disinteressato significava tantissimo, anche per essere sicure di non venire raggirate. 

Anche il contadino di Taro era tra questi e per lui la perdita dei conigli non era niente in confronto a quello che aveva ricevuto tanti anni prima.   

Babbo insistette ma loro dicevano che non volevano niente. Fu invitato ad entrare in casa a bere vino e mangiare salame e alla fine tornò a casa con il fuggitivo. 

Noi decidemmo comunque di fare un regalo a quella famiglia, una bottiglia di liquore, in segno di gratitudine e riconoscenza, ma fu veramente difficile fargliela accettare.

Oggi ripenso a quelle persone e rimpiango tutto un mondo che abbiamo perso.

Non so se la fortuna di averlo conosciuto basta a consolarmi. 

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I Mondiali dell’82

L’11 luglio del 1982 invitai alcune amiche del liceo a vedere la finale del mondiale. Mamma e babbo erano andati a vederla dai nostri nuovi vicini e avevamo la casa tutta per noi. Ci eravamo trasferiti in campagna da pochi mesi e io ero nel pieno dell’esame di maturità. Fatti gli scritti, aspettavo l’orale, il 18 luglio. La mattina dopo il concerto dei Rolling Stones a Napoli. 

Con le amiche avevamo deciso di fare pizza e birra. Non ricordo perché ma a cena arrivarono anche due ragazzi di Poggibonsi. Guardammo la partita mentre mangiavamo seduti al tavolone del salotto. 

Nel pomeriggio i Rolling avevano suonato a Torino e Mick Jagger, il mio Mick Jagger, quello che campeggiava in un manifesto in bianco e nero a tutta parete nella mia cameretta minuscola, avvolto in una bandiera tricolore aveva gridato al pubblico che avremmo vinto 3 a 1. 

Incredibilmente la partita con la Germania Ovest finì proprio così, anche se in quel momento non era la cosa più importante. Importava urlare come pazze ad ogni gol, ad ognuno un po’ di più e alla fine gioire per la vittoria, che anche se il calcio non lo segui sempre, quando vinci un mondiale la festa la fai eccome. 

Allora non sapevamo che stavamo vivendo un pezzo di storia, un momento che nessuno avrebbe dimenticato mai più. I gol di Rossi, Tardelli e Altobelli, il presidente Pertini che esulta dagli spalti. L’urlo di Tardelli. Nando Martellini e il suo Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo.

Urlammo, cantammo e ballammo, felici ed eccitate per questa nostra serata da grandi.

I due ragazzi a un certo punto andarono sull’aia e cominciarono a discutere in modo piuttosto acceso. Non so se avevano bevuto un po’ troppo, forse avevano iniziato già prima di venire da noi. In ogni caso la discussione andò peggiorando finché uno dei due afferrò dal muretto dei vasi di terracotta pieni dei fiori di Loriana e li gettò addosso all’altro. I vasi caddero a terra, spaccandosi, con i fiori sparpagliati dappertutto.

E così anche questa festa era andata in vacca. Lì per lì, non fui in grado di prevedere il dramma che si sarebbe scatenato in casa. Pensai che si sarebbero comprati dei nuovi vasi, avremmo recuperato la terra e i fiori e tutto sarebbe tornato a posto.

Non fu così.

Mamma diventò una furia. 

Io non sapevo come affrontare la situazione. D’altra parte che cosa avevo fatto di male? Erano stati quelli là. Che ci potevo fare? 

Mi chiusi in camera a chiave e mi rifiutai di mangiare per due giorni, autoinfliggendomi una punizione che non mi avrebbe dato nessun altro.

Di là dalla porta mamma insisteva. 

  • Chi è stato? Ho il diritto di sapere chi è stato.

Alla fine le dissi i nomi dei due, pensando che sarebbe finita lì.  

Ma neanche per idea. Lei si armò di elenco telefonico e individuò il nome della famiglia del lanciatore, numero e indirizzo. E ci andò.

Quando tornò a casa sembrava che andasse un po’ meglio. Aveva parlato con il fratello maggiore che si era scusato e l’aveva tranquillizzata. Credo che le avesse offerto anche un risarcimento, che lei rifiutò. Non era una questione di soldi. Era il gesto, inutile e incomprensibile, che l’aveva ferita. Niente poteva offenderla di più che colpire i suoi amati fiori.

Ho scoperto però che l’affronto non è passato con gli anni. E ho capito che dovrò smettere di ricordarglielo, quell’episodio, visto che la fa star male ancora oggi.

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Polizia segreta

Quando vivevo a Treviso viaggiavo spesso in treno per tornare a casa. C’era un comodissimo Intercity Firenze-Udine, mi pare si chiamasse la Freccia del Piave, che mi evitava di dover cambiare a Mestre. Quando arrivavo salivo su un pullman che mi portava fino in piazza Arnolfo. Se arrivavo tardi, la sera, quando di bus non ce n’erano più, veniva a prendermi babbo. Poi ripartivo da Colle con la Sita la mattina presto.  

Del viaggio in treno apprezzo soprattutto la possibilità di estraniarsi dal mondo circostante, stando sprofondati in poltrona a leggere, cullati dal rassicurante tran tran.

Vivo la maleducazione altrui come un’intrusione nel mio piccolo mondo a misura di sedile. Ricordo il tratto Firenze-Bologna con una vistosa signora in tailleur rosso impegnata ad esibire i propri impegni di carriera parlando ininterrottamente a voce altissima, armata di computer e cellulare. O il Padova-Firenze sul seggiolino accanto ad un’artista che si vantava spudoratamente al telefono del successo della propria mostra, salvo abbassare drasticamente il volume della voce durante la chiamata del figlio, al quale chiedeva la stessa cortesia, dal momento che era in treno e non poteva parlare. E il politico veneto, chiacchierone, fanfarone e debordante, sulla tratta Bologna-Venezia. 

In genere preferisco non dare confidenza agli altri passeggeri, sperando di essere lasciata in pace a mia volta. A meno che non si tratti di persone come la giapponesina sul Firenze-Venezia che, per ringraziarmi di averle dato un’indicazione, rovistò in borsa fino a trovare un piccolo cadeau, un bloc notes in carta di riso con lapis, per me. Una gentilezza che cercai di contraccambiare con due biscottini al cioccolato di una confezione, ahimé, già aperta.  

Per il resto, sorrisi, grazie, buongiorno e buonasera.

Un giorno salii sul Firenze-Udine che mi portava a Treviso armata di un trolley abbastanza pesante. Il treno era pieno e avrei dovuto appoggiare la valigia sulla retina che un tempo sovrastava i sedili. Un signore gentile si offrì di aiutarmi, prendendo il trolley di peso e appoggiandolo sull’apposito sostegno. 

Capitò che ci scambiassimo alcune frasi, soprattutto verso la fine del viaggio quando si alzò per tirar giù il mio trolley, poco prima dell’arrivo alla stazione di Treviso, dove sarebbe sceso anche lui. 

Mi chiese che cosa facessi e, saputo che lavoravo in quel giornale, cominciò a citare i nomi di tutti i colleghi che conosceva. Collaborava con Tizio, ma anche con Caio. Sempronio lo vedeva sempre allo stadio quando era in servizio d’ordine.

Venne fuori che faceva il poliziotto.

Negli ultimi minuti che trascorremmo insieme in quel vagone, prima che il treno si fermasse a Treviso, continuò a parlare dei miei colleghi. Disse che glieli avrei dovuti salutare tutti, ci teneva proprio.

Aspettai che si presentasse, che mi dicesse da parte di chi avrei dovuto porgere i saluti. Visto che non lo faceva, glielo chiesi io.

  • Mi scusi ma non posso dirle il mio nome. Capirà, con il lavoro che faccio preferisco rimanere in incognito.

I colleghi però, quando riferii loro di questo strano incontro, capirono subito di chi si trattava. 

Foto di TheToonCompany da Pixabay

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Sa dirmi dov’è l’Appia Antica?

Non ricordo il momento esatto, ma di sicuro, quando ho iniziato a fare l’imitazione dei miei genitori ero solo una ragazzina.  

Senza saperlo, feci come fanno gli imitatori veri. Presi una loro caratteristica e la amplificai, trasformandola nel lato dominante. Loro sapevano di non essere proprio così, ma sono sempre stati al gioco. 

Il risultato fu che mamma diventò una signora svagata ma allo stesso tempo sicura delle proprie affermazioni, che parlava come la Signorina Snob con la voce dell’orso Yoghi del parco di Yellowstone. Di babbo invece misi in risalto l’irascibilità, spesso compressa, che si esprimeva con grugniti e grattate di gola.

Le voci servivano per scopi diversi. Per stemperare momenti di tensione, per prenderli in giro bonariamente e per raccontare episodi di cui erano protagonisti interpretandoli. Come accadeva con i nostri animali, mi bastava intonare una frase con quella voce e già era chiaro che non ero io che parlavo, ma babbo o mamma.

Babbo si lamentava spesso che mamma esprimesse i propri concetti con locuzioni infinite e complicati giri di parole. A lui, per farsi capire, spesso bastava un colpo di tosse dal tono giusto. 

A un certo punto iniziammo ad andare al mare d’estate nel sud Italia. Partivamo la mattina, con l’Alfetta nera e la roulotte, e verso l’ora di pranzo eravamo ai Castelli Romani. Qui babbo aveva individuato una trattoria che faceva dei galletti buonissimi. Ne mangiavamo uno a testa, anche io e Paola, che ne andavamo matte. Lui in più ordinava anche un fiaschetto di Frascati.

Un giorno, dopo essere ripartiti dai Castelli, babbo non riusciva a ritrovare la strada per proseguire verso sud.

Avremmo dovuto percorrere l’Appia Antica ma ogni volta ci ritrovavamo sulla via sbagliata. Mamma avrebbe dovuto fare il navigatore, controllando la cartina e dando indicazioni. Ma non sempre funzionava. In ogni caso se c’era da chiedere indicazioni, toccava a lei, dal momento che sedeva sul lato del passeggero.

  • Asvero, accosta che chiedo a quel signore.

Mentre apriva il finestrino a manovella, cercava di attirare l’attenzione dell’uomo, un tizio sbracato in ciabatte e pantaloni corti, dal ventre prominente, che la guardava con aria interrogativa.

  • Signore, mi scusi se la disturbo. Dal momento che dobbiamo andare verso sud, avremmo bisogno di trovare l’Appia antica. Lei saprebbe indicarci come raggiungerla, per favore? 

Mentre mamma parlava, babbo soffriva. Per cercare di non mostrare la propria insofferenza, stringeva i pugni e li batteva sul volante, scuotendo la testa al ritmo della metrica del poema di mamma, mentre diceva sottovoce, troppo lunga, troppo lunga. 

Noi, dietro, trattenevamo il fiato.

Il signore ascoltò tutta la tiritera di mamma senza battere ciglio. Poi, non appena lei ebbe finito di parlare, disse.

  • Ci stai sopra.

E questo fu tutto.

A quel punto mamma, incredula, avrebbe voluto chiedere se avesse capito bene e se quella fosse veramente l’Appia antica, ma babbo aveva già fatto fare un balzo in avanti alla macchina senza aspettare un secondo di più. 

Da allora la storia dell’Appia Antica è entrata a pieno titolo negli episodi di famiglia da citare in casi analoghi o da ricordare semplicemente per farsi una risata. 

Interpretata sempre con le voci giuste, naturalmente.

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My first time in New York, alone

La prima volta che andai a New York ricevetti  un sacco di raccomandazioni. La più importante era, una volta scesa al Jfk, passato il controllo passaporti e ritirati i bagagli, di andare dritta al punto da cui partivano i taxi gialli. Mettermi pazientemente in fila e per nessun motivo, ripeto, nessun motivo, farmi abbindolare da uno dei tanti tassisti abusivi che avrebbero cercato di agganciarmi. 

Ti allettano con i prezzi bassi ma non puoi sapere se quando arrivi a destinazione ti chiedono più soldi. E a quel punto che fai? Non hai nemmeno un ente a cui fare reclamo. Paghi e basta. 

In quegli anni tra l’altro New York stava appena iniziando a perdere l’immagine di città in mano al crimine che l’aveva accompagnata per tutti gli Ottanta, grazie al sindaco Rudy Giuliani e alla sua tolleranza zero, per cui non c’era molto da scherzare. 

Prima di partire poi, avevo fatto un giro in libreria, la Canova di Treviso dove abitavo all’epoca, e avevo trovato un libro che mi aveva catturato subito, New York per donne sole, dove l’autrice diceva che si poteva girare tranquillamente per la città pur stando attente ad alcuni accorgimenti, tipo non farsi riconoscere come turiste dispiegando la mappa della città in mezzo alla strada, non mostrare rotoli di banconote ad ogni apertura di portafoglio e dare sempre l’idea di essere in attesa di qualcuno. Poi infilava un capitolo con gli indirizzi a cui rivolgersi in caso di stupro, spiegando le numerose probabilità che potesse succedere.

Rovinandomi tutte le notti prima del viaggio.

In ogni caso, l’ultima mezz’ora in aereo la passai esercitando il mio inglese mentre chiedevo a tutti i passeggeri se volessero condividere un taxi con me.

Quando arrivai al ritiro bagagli non avevo ancora trovato nessuno. 

Mi incamminai verso l’uscita con i miei valigioni sul carrello e tentai un’ultima volta con una ragazza alta e con i lunghi capelli biondi. 

Perché no, disse.

Si chiamava Helen ed era sudafricana. 

Prima ancora di uscire dalle porte scorrevoli un tizio si precipitò verso di noi, proponendoci un taxi per Manhattan a quaranta dollari. 

Helen disse, va bene, ignorando la lunga fila di passeggeri in attesa sulla destra, al terminale dei taxi gialli.

E fu così che la prima raccomandazione svanì come una bolla di sapone.

Salimmo su un’anonima macchina bianca guidata da un pakistano e partimmo alla volta della grande città.

Helen studiava moda, viveva nel fashion district e sarebbe scesa prima di me, lasciandomi da sola per l’ultimo tratto di strada. Era già passata la mezzanotte. 

La prima volta che vidi lo skyline mi sembrò di guardare un film alla TV.

Quando arrivammo downtown, intorno all’una, la ragazza che mi avrebbe ospitato in bed&breakfast mi stava aspettando. Il tassista fu gentile, si preoccupò di parlarci al citofono e portò le mie valige fino al portone e non mi chiese nessun dollaro in più di quanto pattuito. 

Anche la ragazza del b&b era stupita di non vedere un taxi giallo ma io non ero in grado di spiegarle alcunché. 

Lei invece iniziò a parlare e non smetteva mai. Salimmo a casa in ascensore, mi mostrò la mia camera, il bagno, il divano dove dormiva lei, in salotto.

Oh, dissi, avrei potuto dormire io qui, senza problemi.

No. Tu paghi, disse, tu dormi nel letto.

In cucina aprì il frigorifero gigante e mi mostrò quale fosse il mio ripiano. 

Mi disse che mi spettava la colazione ma per il resto avrei dovuto arrangiarmi. Tanto c’era un negozio di coreani a ogni angolo, aperto ventiquattro ore su ventiquattro, non avrei avuto problemi a fare la spesa in qualsiasi momento.

Poi aprì lo sportello del congelatore e tirò fuori un enorme pene di plastica trasparente ripieno di un liquido blu. Capii che voleva che lo vedessi prima di trovarlo da sola e pensare chissà che. Mi spiegò lei quello che avrei dovuto pensare ma non capii una sola parola. Tra l’altro avevo un sonno che non stavo in piedi e sinceramente non mi importava niente del suo enorme pene blu.

Feci una risata e le feci capire che andava bene così mentre lei si affannava nella sua spiegazione. 

Finalmente andai a letto, un bel lettone alto con due materassi e quattro cuscini dove si dormiva da dio. Nonostante tutto quella notte non chiusi occhio tra l’eccitazione di essere a New York e il jet lag. Per fortuna il giorno dopo era domenica, così avrei potuto riposarmi un po’. Stetti in quella casa quasi un mese, ma presa dalla città e da tutti i miei impegni con la scuola e gli amici, dimenticai del tutto il grande pene blu.

Man mano che il mio inglese progrediva avrei potuto azzardare anche un dialogo più impegnativo con la mia padrona di casa. 

In realtà andò proprio così. Ma il mistero del grande pene blu non fu chiarito mai più.

Foto di Ryan McGuire da Pixabay

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Se questo è un rimpianto

Nel 1987, l’ultima settimana di agosto, ero in vacanza all’isola d’Elba con mamma, Paola e una mia amica che ci aveva proposto di condividere l’appartamento che aveva preso in affitto a Porto Azzurro. Lei all’Elba c’era già stata qualche settimana prima ed era voluta tornare per ritrovare amici e amori. 

Lasciammo babbo a casa da solo e partimmo con l’Alfetta 2000 nera a gas con la marmitta scassata.

L’appartamento era grande e aveva anche uno spazio esterno, una veranda, dove apparecchiavamo per mangiare. 

Al tempo avrei voluto fare la cantante jazz, ma ero timida da far paura. In ogni caso ogni sera c’erano musicisti da qualche parte e la mia amica, quando non era con gli altri ragazzi amici suoi, mi accompagnava spingendomi a cantare. Qualche musicista lo conoscevamo. Tra i batteristi c’era Piero Borri, un amico di Firenze, ma ogni sera spuntava qualcuna molto più intraprendente che cantava al posto mio. 

Di giorno andavamo in spiaggia tutte insieme dalle parti di Capoliveri. La sera, io e la mia amica, macinavamo chilometri di locale in locale rombando con l’Alfetta per le strade dell’isola. 

Una mattina, non eravamo ancora andate al mare, sentimmo un rumore fortissimo provenire dall’esterno. Pareva quasi che un elicottero sorvolasse la nostra casa. 

In effetti era proprio così. Uscimmo in macchina con costumi e teli da spiaggia, chiedendoci che cosa potesse mai essere successo. Forse la scorta a un personaggio famoso. In vacanza non possono succedere cose brutte.

Però c’erano polizia e carabinieri dappertutto, e anche la guardia di finanza. 

Una pattuglia ci fermò. Che cos’era tutto quel rumore che veniva dalla marmitta?

Mamma cercò di distrarre il poliziotto che le voleva fare una multa.

  • Ci dica invece che cosa sta succedendo, con tutta questa confusione che c’è in giro…

Scoprimmo così che c’era stata una rivolta nel carcere, proprio lì a Porto Azzurro. Dei detenuti avevano preso degli ostaggi e minacciavano di ucciderli. 

La sera, babbo al telefono sembrava quasi contento del fatto che noi ci trovassimo nello stesso posto di cui parlavano tutti i telegiornali e ci chiese come stava Mario Tuti.

Nel dicembre dell’anno precedente, pochi mesi prima, avevo iniziato a collaborare con un giornale di Siena. Ero corrispondente da Colle Val d’Elsa e scrivevo i miei primi articoli armata di entusiasmo e buona volontà. Oltre che zero esperienza.

Intervistavo il sindaco, le persone in giro, raccoglievo le lamentele dei cittadini, seguivo la stagione teatrale. Insomma, ero una corrispondente di provincia, tra l’altro giovanissima, alle prime armi, divisa tra il giornale, una passione che fino ad allora avevo creduto impossibile da realizzare, e gli ultimi esami all’università.

Avrei potuto chiamare in redazione e dire, sono a Porto Azzurro, se vi interessa posso seguire io la rivolta per voi. Mi sarebbero bastati un taccuino e una penna per prendere appunti e un telefono per dettare i miei pezzi. 

Ma non lo feci. Non passava ora che non pensassi di farlo, ma poi mi dicevo, Simona sei in ferie, che te ne importa? Prenderanno i lanci Ansa. Sai che se ne fanno dei tuoi articoli?

In realtà morivo dalla paura. Sapevo che buttandomi su quella notizia avrei probabilmente fatto anche un salto professionale notevole, ma non potevo immaginare in quale direzione. Potevo anche schiantarmi a terra, vista l’inesperienza, l’ingenuità e tutto quanto. 

L’isola pullulava di forze dell’ordine e di giornalisti. Gli elicotteri continuavano a sorvolare il cielo e il mare era controllato dalle vedette della guardia costiera. 

Ho ancora negli occhi le immagini dei finestroni del carcere coperti da lenzuola con scritte cubitali e di due uomini legati alle sbarre come due cristi in croce. Ma non ricordo più se le ho viste di persona o, più probabilmente, sulle foto dei giornali. 

La nostra vacanza finì dopo qualche giorno ma la rivolta sarebbe proseguita ancora un po’. Quando tornai a casa me ne guardai bene dal rivelare al giornale che avevo vissuto gli ultimi giorni in vacanza sotto il carcere di Porto Azzurro.

Ogni tanto mi capita di ripensare a quella strana avventura da giornalista mancata. Anche mamma dice, ogni tanto, pensa che scoop avresti fatto.

Oggi so bene che uno scoop non cambia niente, né la carriera né tantomeno la vita. Altrimenti avrei avuto ben altre soddisfazioni dal mio amato lavoro.

Allora mi convinco che ho fatto proprio bene a continuare ad andare in spiaggia e a passare le sere nei localini jazz lasciando la rivolta a quelli più bravi di me. 

Però ogni tanto il pensiero riaffiora e quella domanda, dopo trentacinque anni, è ancora senza risposta. Ma so anche che non l’avrà mai più. 

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Una gita finita male

Quando ero alle medie un giorno la prof di italiano ci portò in gita a San Gimignano. Avremmo incontrato il sindaco che ci avrebbe ospitato nella sala del consiglio comunale insieme a qualche consigliere. Ci eravamo ben preparati, con le domande e tutto il resto.

Io ero una tra quelle che avrebbe posto una domanda. 

Nei giorni precedenti ero agitatissima e terrorizzata dalla paura di sbagliare. 

Poi, quando fummo nell’antico palazzo comunale, nella sala con gli scranni in legno scuro, e mi alzai per parlare, fui invasa per la prima volta da una sensazione dolcissima e inebriante. Ero in piedi, davanti a tutte quelle persone, che mi ascoltavano e rispondevano alla mia domanda. 

Avevo un potere. 

Anche se non capivo proprio bene che cosa significasse tutto ciò, mi sentivo forte e felice. 

Adrenalinica.

Se era così facile, anche per una bambina come me, alzarsi e parlare davanti a un sindaco, a dei consiglieri, degli adulti, e mica di sciocchezze ma di cose importanti per la città e la sua vita sociale, allora avrei potuto fare veramente tutto. 

Ero convinta che, dopo quella scoperta, la mia vita sarebbe completamente cambiata. 

Dopo la mattina in Comune, andammo a pranzo e quindi a visitare un museo. 

Alla fine del giro ci fermammo a parlare a gruppetti mentre aspettavamo gli altri per poter andare via. 

Io ero con altri tre compagni, tra cui il ragazzino che mi piaceva. 

La giornata era stata bellissima e noi eravamo rilassati, ridevamo e scherzavamo.

Tutto d’un tratto entrò un tipo di corsa e ci disse di restare tutti fermi là dove eravamo.

In quel momento esatto, al centro del nostro capannello volò un rotolo di soldi cadendo a terra, ai nostri piedi.

Il tizio parlava a voce alta. Era molto arrabbiato.

Sosteneva che qualcuno di noi avesse rubato l’incasso della giornata e disse che nessuno sarebbe uscito di lì finché i soldi non fossero venuti fuori. 

Ora i soldi c’erano, ma erano vicini ai miei piedi ed erano usciti dal mio gruppetto. 

Non sapevo che cosa pensare. 

Non avevo visto chi li avesse gettati, ma poteva essere stato uno dei compagni con cui stavo parlando.

Era stato il ragazzo che mi piaceva?

No, disse lui, io non c’entro nulla, ero qui a parlare con te. 

La prof era furiosa. Intimò al responsabile del gesto di farsi avanti. Non bastava aver gettato i soldi a terra. Occorreva assumersi la responsabilità del proprio gesto, altrimenti avrebbe pagato tutta la classe. 

Ma come? Avevo appena toccato il cielo con un dito e subito dopo finivo accusata del furto di una manciata di lire insieme ai miei compagni?

Non ci potevo credere. Era un’assurdità. E un’ingiustizia.

Alla fine il responsabile confessò. Disse che aveva visto la teca aperta con i soldi a portata di mano e non aveva saputo resistere. Il custode li stava contando a fine giornata e si era allontanato un attimo per fare qualcosa. 

Dal momento che il maltolto era stato restituito e il colpevole individuato, fu deciso di chiudere lì la questione. L’uomo non avrebbe sporto denuncia.

Poteva sembrare che fosse tutto finito bene. 

Invece no. Tornammo a casa tristi e carichi di vergogna per una cosa che non avremmo neppure saputo immaginare. 

Io in particolare, piccola com’ero, scoprii a mie spese quanto è fragile la gloria e quanto basta poco per distruggere in un attimo anche le cose più belle. 

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Una provvidenziale caparbietà

La prima volta che andai a New York mi iscrissi a una scuola di inglese. La sede era nel centro di Manhattan, io vivevo in affitto qualche strada più giù, nell’appartamento di una ragazza, in un casermone di mattoncini rossi a Stuyvesant Town. Ogni mattina, dal lunedì al venerdì, uscivo di casa prima delle otto e camminavo per una mezz’oretta fino alla scuola. Qualche volta facevo un pezzo di strada con la ragazza, che lavorava al palazzo di vetro dell’Onu, non molto distante da lì.

Nella mia classe non c’era nemmeno un italiano. C’erano una ragazza spagnola innamorata di Michael Jackson, un catalano che ci teneva molto a non esser definito spagnolo, una giapponese con cui una sera andai a Broadway a vedere Miss Saigon, una brasiliana di Porto Alegre che divenne la mia migliore amica a New York, due ragazze di Santiago del Cile e una marea di coreani. 

La mattina presto nell’aula si sentiva un odore forte e pungente, come quello dell’aglio o della cipolla. Erano i coreani.

Una volta mi invitarono a pranzo in un ristorante in Korea Town (all’epoca era giusto una strada, ora non so) dove potei appurare che quell’odore veniva dal porro crudo tagliato a fettine con cui accompagnano il loro piatto nazionale, una zuppa con diversi tipi di carne fatta sobbollire tutta la notte. Insistettero fino allo sfinimento perché la mangiassi, anche se ero vegetariana. Mi insegnarono anche a mangiare con le bacchette alla maniera coreana, cioè tenendole in un modo diverso rispetto ai cinesi e ai giapponesi. 

Dopo quel pranzo cominciarono a vedermi come una specie di coreana ad honorem. Ma non era una cosa piacevole. Anzi.

Nei giorni successivi scoprii anche che avevano un senso del possesso molto spiccato e che tendevano a formare un clan che teneva al di fuori tutti i non coreani. Esclusa me. 

Erano molto soffocanti e avevano tutti lo stesso atteggiamento, dai più giovani ai più grandi.

A un certo punto cominciarono a parlarmi male di quelli che erano fuori dalla loro cerchia. Ma il loro senso del possesso non si esprimeva soltanto a parole. Quando stavo con gli altri della classe anziché con loro, mi mettevano il muso e mi guardavano in cagnesco. Avevano poi un modo particolare di tendere i muscoli del corpo, irrigidendosi in pose che richiamavano le posture delle arti marziali, con le quali facevano muro anche fisicamente per impedirmi di uscire dal loro controllo.

Un vero incubo. La mia amica brasiliana non capiva il mio senso di insofferenza. 

Diceva, ma che problema c’è, Simona. Tu puoi frequentare chi ti pare. 

Certo, intanto però dovevo inventarmi continui stratagemmi per svicolare dal clan di Seul. 

Quando la mia vacanza-studio finì me ne tornai a Treviso, dove abitavo in quegli anni.

Naturalmente prima di salutarci, a scuola ci eravamo scambiati tutti indirizzo e numero di telefono.

Dopo qualche mese ricevetti la telefonata di uno dei coreani, il più vecchio. 

Mi disse che era in gita in Italia e che sarebbe passato proprio da Treviso. Avrebbe voluto salutarmi anche perché doveva chiedermi una cosa. Una cosa importantissima, però doveva essere sicuro che io gli avrei risposto di sì.

Dimmi di che si tratta, come faccio a risponderti prima.

Simona, io vengo a trovarti, te però devi rispondermi di sì.

Questa solfa durò un sacco di tempo e probabilmente si sarebbe protratta all’infinito se non avessi tagliato corto. Va bene, passa da Treviso e poi vediamo.

Credo che chiunque al mondo avrebbe capito quale fosse la domanda alla quale avrei dovuto rispondere. A me, sinceramente, un’eventualità del genere sembrava impossibile, per cui la scartai in automatico.

E feci male. Perché quando il signor coreano arrivò a Treviso e ci incontrammo, mi disse che lui era venuto con la certezza che io lo avrei sposato e ormai non potevo più dirgli di no.

Non fu facile convincerlo, ma alla fine riuscii a farlo ripartire con il suo gruppo. E, quel che più conta, senza di me.

Mi sono sempre chiesta da che cosa potesse dipendere questa attrattiva malsana che esercitavo sui coreani.

Forse dal fatto che ero anche una vera ingenua, ma sotto sotto potevo combattere ad armi pari con loro per caparbietà.

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Quando la Nannini cantò all’Elba

Il 14 agosto 1991 Gianna Nannini cantava all’isola d’Elba. Il 13 agosto dello stesso anno alle dieci e mezzo io, Rosario, Alessandra e Raffaella ci imbarcavamo con la mia Polo bianca su un traghetto Toremar a Piombino, destinazione Porto Azzurro, dove si sarebbe tenuto il concerto. 

Fra i bagagli c’era anche la tendina igloo nuova di pacca a due posti che ci aveva prestato Lula, che ancora oggi si chiede come abbiamo fatto a starci dentro tutti e quattro. 

Rosario conosceva un ragazzo che gestiva un campeggio sull’isola. Ci saremmo fermati lì.

Il concerto era stato preceduto da una serie di fraintendimenti che mi indicavano come l’addetta stampa di Gianna Nannini, per cui avevo ricevuto una serie di telefonate con richiesta di notizie e materiale. Mentre mi impegnavo a spiegare che ero una semplice giornalista che avrebbe seguito a sua volta il concerto, colui che aveva probabilmente generato il malinteso, mi diceva, ma fregatene, che te ne importa? Gli mandi due righe e fai come se fossi l’addetta stampa, no? 

Per la prevendita inviai io il fax per tutti dal giornale alla Only Music di Bruno Galeotti, Empoli.  I biglietti dello Scandalo Tour costavano trentunomila lire. 

Pochi mesi prima, a maggio, l’Università di Siena aveva organizzato il progetto Cantar toscano, a cui aveva partecipato anche la Gianna. Per l’occasione ci furono un’esibizione e una conferenza stampa. Seguii entrambi gli appuntamenti per il giornale.

In conferenza stampa c’era un gruppetto di fan agguerrite che seguivano la Nannini in giro per tutta l’Italia e anche fuori. Alla fine, tanta era stata l’insistenza, le avevano fatte entrare anche se non avevano niente a che fare con giornali e tv. Gianna le conosceva tutte per nome.

Da quel momento le conobbi anche io, per cui quando ci incontrammo a mezzogiorno al Centro sportivo di Porto Azzurro, prima dell’apertura dei cancelli, ci salutammo e le presentai al gruppo. 

Parlammo di Siena, del Palio e di tutto il resto, visto che in quel campo ci passammo diverse ore, sotto il sole d’agosto, nell’attesa del concerto.

A un certo punto una delle fan più accanite, una ragazza magra all’osso, con i capelli biondi corti, vestita tutta di jeans, chiese a Raffaella, l’unica di Siena fra noi, se poteva parlarle dopo il concerto. Le dette appuntamento ai bagni, almeno ci sarebbe stato meno casino.  

Lei non poteva saperlo, ma in quel preciso istante la serata della mia amica fu rovinata. Cominciò a chiedermi, ma che vorrà, ti prego vieni con me. E io, ma che problema c’è, scusa. Non lo so che cosa vuole chiedermi, magari è solo una scusa per. Per cosa? Dài, che hai capito.

I bagni del centro sportivo erano una struttura periferica allo spazio destinato al concerto, situata in una zona piuttosto buia e isolata.

Dopo l’esibizione seguii la mia amica e mi appostai fuori dalla costruzione ad aspettarla, pronta ad intervenire alla prima richiesta di aiuto.

Dopo pochi minuti, uscirono entrambe. La tipa era rimasta colpita quando aveva scoperto che la mia amica era dell’Oca, come la Gianna, e voleva sapere come poteva farsi battezzare anche lei in contrada. 

Tutto qui.

Passato il momento critico, pensammo a rilassarci. Ritrovammo gli altri due per andare a cena. Cercammo di scoprire dove andasse la Nannini con il suo staff. E grazie alle fan non avemmo problemi a finire per caso proprio nello stesso ristorante. 

Lei fu abbastanza gentile. Si fece scattare delle foto e ci autografò i panama bianchi che avevamo comprato a una bancarella nel pomeriggio.

Il giorno dopo era Ferragosto e noi prendemmo il traghetto da Porto Azzurro poco prima delle tre. Il sedici c’era il Palio e avrei dovuto lavorare al giornale.

Oggi Rosario e Alessandra non ci sono più. Ma non ho mai pensato in tutta la mia vita di poter dimenticare un solo secondo del tempo che ho avuto la fortuna di trascorrere in loro compagnia.

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