Una provvidenziale caparbietà

La prima volta che andai a New York mi iscrissi a una scuola di inglese. La sede era nel centro di Manhattan, io vivevo in affitto qualche strada più giù, nell’appartamento di una ragazza, in un casermone di mattoncini rossi a Stuyvesant Town. Ogni mattina, dal lunedì al venerdì, uscivo di casa prima delle otto e camminavo per una mezz’oretta fino alla scuola. Qualche volta facevo un pezzo di strada con la ragazza, che lavorava al palazzo di vetro dell’Onu, non molto distante da lì.

Nella mia classe non c’era nemmeno un italiano. C’erano una ragazza spagnola innamorata di Michael Jackson, un catalano che ci teneva molto a non esser definito spagnolo, una giapponese con cui una sera andai a Broadway a vedere Miss Saigon, una brasiliana di Porto Alegre che divenne la mia migliore amica a New York, due ragazze di Santiago del Cile e una marea di coreani. 

La mattina presto nell’aula si sentiva un odore forte e pungente, come quello dell’aglio o della cipolla. Erano i coreani.

Una volta mi invitarono a pranzo in un ristorante in Korea Town (all’epoca era giusto una strada, ora non so) dove potei appurare che quell’odore veniva dal porro crudo tagliato a fettine con cui accompagnano il loro piatto nazionale, una zuppa con diversi tipi di carne fatta sobbollire tutta la notte. Insistettero fino allo sfinimento perché la mangiassi, anche se ero vegetariana. Mi insegnarono anche a mangiare con le bacchette alla maniera coreana, cioè tenendole in un modo diverso rispetto ai cinesi e ai giapponesi. 

Dopo quel pranzo cominciarono a vedermi come una specie di coreana ad honorem. Ma non era una cosa piacevole. Anzi.

Nei giorni successivi scoprii anche che avevano un senso del possesso molto spiccato e che tendevano a formare un clan che teneva al di fuori tutti i non coreani. Esclusa me. 

Erano molto soffocanti e avevano tutti lo stesso atteggiamento, dai più giovani ai più grandi.

A un certo punto cominciarono a parlarmi male di quelli che erano fuori dalla loro cerchia. Ma il loro senso del possesso non si esprimeva soltanto a parole. Quando stavo con gli altri della classe anziché con loro, mi mettevano il muso e mi guardavano in cagnesco. Avevano poi un modo particolare di tendere i muscoli del corpo, irrigidendosi in pose che richiamavano le posture delle arti marziali, con le quali facevano muro anche fisicamente per impedirmi di uscire dal loro controllo.

Un vero incubo. La mia amica brasiliana non capiva il mio senso di insofferenza. 

Diceva, ma che problema c’è, Simona. Tu puoi frequentare chi ti pare. 

Certo, intanto però dovevo inventarmi continui stratagemmi per svicolare dal clan di Seul. 

Quando la mia vacanza-studio finì me ne tornai a Treviso, dove abitavo in quegli anni.

Naturalmente prima di salutarci, a scuola ci eravamo scambiati tutti indirizzo e numero di telefono.

Dopo qualche mese ricevetti la telefonata di uno dei coreani, il più vecchio. 

Mi disse che era in gita in Italia e che sarebbe passato proprio da Treviso. Avrebbe voluto salutarmi anche perché doveva chiedermi una cosa. Una cosa importantissima, però doveva essere sicuro che io gli avrei risposto di sì.

Dimmi di che si tratta, come faccio a risponderti prima.

Simona, io vengo a trovarti, te però devi rispondermi di sì.

Questa solfa durò un sacco di tempo e probabilmente si sarebbe protratta all’infinito se non avessi tagliato corto. Va bene, passa da Treviso e poi vediamo.

Credo che chiunque al mondo avrebbe capito quale fosse la domanda alla quale avrei dovuto rispondere. A me, sinceramente, un’eventualità del genere sembrava impossibile, per cui la scartai in automatico.

E feci male. Perché quando il signor coreano arrivò a Treviso e ci incontrammo, mi disse che lui era venuto con la certezza che io lo avrei sposato e ormai non potevo più dirgli di no.

Non fu facile convincerlo, ma alla fine riuscii a farlo ripartire con il suo gruppo. E, quel che più conta, senza di me.

Mi sono sempre chiesta da che cosa potesse dipendere questa attrattiva malsana che esercitavo sui coreani.

Forse dal fatto che ero anche una vera ingenua, ma sotto sotto potevo combattere ad armi pari con loro per caparbietà.

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