I conigli di Taro

Alla fine dell’inverno del 1991 a casa nostra arrivò Taro, un siberian husky bianco rosso dagli occhi color dell’ambra. Arrivò perché nessuno lo voleva e perché io me ne ero innamorata a prima vista. In quel periodo i siberian erano cani di gran moda e in molti li compravano, oltre che per sfoggiarli per strada, anche per partecipare a mostre e competizioni canine. 

Taro aveva due difetti, la coda gli era cresciuta un po’ pendente da un lato e un testicolo non gli era sceso al posto giusto. Così fu scartato da chi lo aveva comprato. Attraverso giri che non sto a raccontare arrivò a Vallecapocchi, dove io lo portai, convinta di non poter vivere senza di lui, mentre mamma non voleva assolutamente tenerlo. Con il voto di babbo la bilancia virò decisamente verso l’adozione di Taro. 

Visto che il cane aveva una folta pelliccia e cercava il fresco, babbo gli costruì un recinto accanto al fienile dove lui scavava buche sempre più profonde. Una volta fece venire alla luce addirittura una conchiglia fossile di madreperla. 

Taro aveva anche tanto bisogno di correre ma allo stesso tempo, a causa del suo spirito indipendente e dei geni ereditati in linea diretta dal lupo, non poteva essere lasciato libero.

Mi consigliarono quindi di comprare un apparecchio di metallo fatto apposta per collegare il cane alla bicicletta senza sbilanciamenti reciproci. Cominciammo quindi a fare lunghe passeggiate, io e Taro, con la mia mountain bike.

Verso la metà di giugno avevo l’orale dell’esame da giornalista professionista. Quando non lavoravo in redazione, studiavo. Poi per svuotare la mente andavo in passeggiata con Taro. Un giorno eravamo per la strada delle Lellere, dove non c’era ancora nulla se non terre incolte. Mi fermai per qualche ragione e sganciai la pettorina di Taro dall’apparecchio che lo legava alla bici. Prima che potessi chiudere il moschettone del guinzaglio Taro era sparito. Lo chiamai urlando sempre più forte, feci dei giri in bici alla disperata, ma niente. Si era dissolto nella vegetazione selvaggia dove io, con i miei pantaloncini e le scarpette da ginnastica, non potevo nemmeno sognarmi di entrare.

Tornai a casa distrutta, ero sicura che non avrei più rivisto Taro. E tutto per un attimo di distrazione.

Feci denuncia di smarrimento dai vigili, la sera con babbo girammo in macchina dietro alle Lellere fino a tardi sperando di vederlo, ma niente. 

Anche mamma era molto preoccupata, ma più per me che per Taro. Temeva infatti che in preda all’angoscia avrei mandato all’aria l’esame da giornalista. 

La mattina dopo babbo rispose al telefono. Poi mi disse: l’hanno trovato.

È vivo? Fu il mio unico pensiero.

Lui sì, disse babbo.

Scoprimmo che Taro aveva fatto poca strada. Dalle Lellere era risalito fino al Paradiso dove era stato attratto dalle gabbie dei conigli di una famiglia di contadini. Con il suo musetto era riuscito ad aprirle una ad una e ad uccidere tutti i conigli, con un morso sul collo, ma senza mangiarli.

Poi si era steso a riposare sull’aia dove l’aveva trovato il padrone di casa di prima mattina. 

Babbo pensava già a fare i conti di quanto avremmo dovuto rimborsare per ogni coniglio. Per fortuna avevamo l’assicurazione. 

Io non vedevo l’ora di riabbracciare il mio Taro.

Babbo andò a prenderlo con la macchina. Quando tornò ci disse che quei contadini avevano voluto sapere di preciso chi fosse e, una volta capito di chi era figlio, gli avevano fatto una grande festa. Nonno Corrado era stato il capo dell’anagrafe comunale in un tempo in cui la maggior parte delle persone era analfabeta. Per lui era normale aiutare chi gli si rivolgeva per scrivere una lettera o leggere un documento. 

Per queste persone, invece, avere un punto di riferimento onesto e disinteressato significava tantissimo, anche per essere sicure di non venire raggirate. 

Anche il contadino di Taro era tra questi e per lui la perdita dei conigli non era niente in confronto a quello che aveva ricevuto tanti anni prima.   

Babbo insistette ma loro dicevano che non volevano niente. Fu invitato ad entrare in casa a bere vino e mangiare salame e alla fine tornò a casa con il fuggitivo. 

Noi decidemmo comunque di fare un regalo a quella famiglia, una bottiglia di liquore, in segno di gratitudine e riconoscenza, ma fu veramente difficile fargliela accettare.

Oggi ripenso a quelle persone e rimpiango tutto un mondo che abbiamo perso.

Non so se la fortuna di averlo conosciuto basta a consolarmi. 

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