Polizia segreta

Quando vivevo a Treviso viaggiavo spesso in treno per tornare a casa. C’era un comodissimo Intercity Firenze-Udine, mi pare si chiamasse la Freccia del Piave, che mi evitava di dover cambiare a Mestre. Quando arrivavo salivo su un pullman che mi portava fino in piazza Arnolfo. Se arrivavo tardi, la sera, quando di bus non ce n’erano più, veniva a prendermi babbo. Poi ripartivo da Colle con la Sita la mattina presto.  

Del viaggio in treno apprezzo soprattutto la possibilità di estraniarsi dal mondo circostante, stando sprofondati in poltrona a leggere, cullati dal rassicurante tran tran.

Vivo la maleducazione altrui come un’intrusione nel mio piccolo mondo a misura di sedile. Ricordo il tratto Firenze-Bologna con una vistosa signora in tailleur rosso impegnata ad esibire i propri impegni di carriera parlando ininterrottamente a voce altissima, armata di computer e cellulare. O il Padova-Firenze sul seggiolino accanto ad un’artista che si vantava spudoratamente al telefono del successo della propria mostra, salvo abbassare drasticamente il volume della voce durante la chiamata del figlio, al quale chiedeva la stessa cortesia, dal momento che era in treno e non poteva parlare. E il politico veneto, chiacchierone, fanfarone e debordante, sulla tratta Bologna-Venezia. 

In genere preferisco non dare confidenza agli altri passeggeri, sperando di essere lasciata in pace a mia volta. A meno che non si tratti di persone come la giapponesina sul Firenze-Venezia che, per ringraziarmi di averle dato un’indicazione, rovistò in borsa fino a trovare un piccolo cadeau, un bloc notes in carta di riso con lapis, per me. Una gentilezza che cercai di contraccambiare con due biscottini al cioccolato di una confezione, ahimé, già aperta.  

Per il resto, sorrisi, grazie, buongiorno e buonasera.

Un giorno salii sul Firenze-Udine che mi portava a Treviso armata di un trolley abbastanza pesante. Il treno era pieno e avrei dovuto appoggiare la valigia sulla retina che un tempo sovrastava i sedili. Un signore gentile si offrì di aiutarmi, prendendo il trolley di peso e appoggiandolo sull’apposito sostegno. 

Capitò che ci scambiassimo alcune frasi, soprattutto verso la fine del viaggio quando si alzò per tirar giù il mio trolley, poco prima dell’arrivo alla stazione di Treviso, dove sarebbe sceso anche lui. 

Mi chiese che cosa facessi e, saputo che lavoravo in quel giornale, cominciò a citare i nomi di tutti i colleghi che conosceva. Collaborava con Tizio, ma anche con Caio. Sempronio lo vedeva sempre allo stadio quando era in servizio d’ordine.

Venne fuori che faceva il poliziotto.

Negli ultimi minuti che trascorremmo insieme in quel vagone, prima che il treno si fermasse a Treviso, continuò a parlare dei miei colleghi. Disse che glieli avrei dovuti salutare tutti, ci teneva proprio.

Aspettai che si presentasse, che mi dicesse da parte di chi avrei dovuto porgere i saluti. Visto che non lo faceva, glielo chiesi io.

  • Mi scusi ma non posso dirle il mio nome. Capirà, con il lavoro che faccio preferisco rimanere in incognito.

I colleghi però, quando riferii loro di questo strano incontro, capirono subito di chi si trattava. 

Foto di TheToonCompany da Pixabay

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