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ma che bello ascoltare gli scrittori/1 (Antonio Manzini e Hans Tuzzi)

Bene. Caduto un altro pregiudizio. Non so perché ma, al contrario del fascino continuo che subisco dalla letteratura, non ero mai stata molto attratta dai festival letterari.

Poi da qualche parte devo aver letto (distrattamente) una sorta di appello di uno scrittore (Daniel Pennac?) che invitava a leggere i libri più che a cercare risposte impossibili dagli autori e la cosa mi aveva messo l’anima in pace. Anche perché, sinceramente, non amando la folla, le code e le corse con l’orologio in mano, oltre ai programmi troppo fitti, le maratone da festival letterario non rappresentavano proprio il mio ideale.

Fino all’altro giorno, quando, fattami forza, ho finalmente deciso di fare un salto al festival a me più vicino geograficamente, Pordenonelegge.

Ovviamente c’era tutto ciò che mal sopporto: la folla, le code per i vari eventi, le corse con l’orologio in mano e un programma fittissimo (che ognuno, sia chiaro, può seguire a piacimento). Ma per una volta ho deciso di fregarmene. E ho fatto bene.

Il primo passo è stato quello di cercare di districarmi in un programma di cento pagine che ogni giorno proponeva decine e decine di appuntamenti, uno più interessante dell’altro. La mia attenzione si è concentrata sulla fascia rossa “letteratura” ignorando attualità, i libri dei ragazzi, poesia, scienza filosofia e storia, da vicino, esercizi… di lettura, e via dicendo.

Nella giornata che mi interessava c’erano due autori di cui ho letto tutta la produzione, gli ultimi libri nemmeno un mese fa, Antonio Manzini, creatore del commissario Rocco Schiavone, e Maurizio De Giovanni, quello del commissario Ricciardi.

Individuato il luogo giusto mi sono messa pazientemente in fila e mi sono guadagnata il mio bel posto in sala (gli eventi sono gratuiti ma un po’ te li fanno sudare, ecco).

Sul palco, stimolati dal giornalista di Radio Due Luca Crovi, molto bravo, c’erano Antonio Manzini e Hans Tuzzi.

La prima sorpresa? Ascoltarli è stata una cosa piacevolissima.

La seconda: è che il livello della conversazione, senza nulla togliere ai romanzi che sono pur sempre dei gialli, è stato molto più alto di quello che si poteva immaginare.

La terza è che Hans Tuzzi, pseudonimo di Adriano Bon, è un signore dalla simpatia tagliente e dalla cultura sconfinata.

Insieme, Manzini e Tuzzi-Bon, guidati da Crovi, hanno regalato un’ora di rivelazioni, curiosità ed emozioni.

Io ho anche pianto. Non so nemmeno come. Parlavano del ruolo degli animali nelle storie da loro scritte.

Tuzzi: “La frequentazione di un animale ci insegna una realtà profonda, il rispetto stesso della vita nelle sue diverse manifestazioni”.

Manzini: “Non solo della vita, ma anche della morte. Il cane quando muore se ne va da parte, non sta nel mezzo. C’è la dignità della morte”.

In quel momento l’aria nella sala si è come ristretta ed è passata una ventata forte di emozione. Ci credete? non Importa. Io c’ero ed è stato proprio così. Tanto che, inspiegabilmente (anche se non troppo, visti i precedenti con i miei cani) mi sono spuntate le lacrime dagli occhi. E’ stato un momento molto intenso, davvero.

poi ci ha pensato Tuzzi ad alleggerire.

“Basta pensare chi sono nella società occidentale coloro che non tollerano gli animali. Le suocere e i sacerdoti”.

Risata collettiva.

Poi ci sono stati: le Clarks del commissario Rocco Schiavone, la sua fissa di trovare la somiglianza fra persone e animali, il carcere, il ruolo della moglie e le parole che gli propone.

E ancora: gli anni ’80, in cui Tuzzi ambienta i suoi gialli, le inchieste del commissario Melis, “allora mi sentivo già vecchio e pensavo che il mondo avesse dato il massimo venti anni prima”.

Fra la romanità ironica e scanzonata di Manzini e la signorilità di Tuzzi l’ora è proprio volata.

Dopo, la sensazione che in quei libri ci sia molto di più rispetto a quello che può sembrare, si è fatta ancora più forte.

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È La Merda, Bellezza…

Costretta a fare sesso da un handicappato

A tredici anni

Dietro alle macchine dei professori nel cortile della scuola

Una rossa una blu una rossa

Con la paura di essere vista dai compagni con quello lì

E poi gli fa anche il verso

Come si fa il verso a un handicappato

Con la voce soffocata la testa all’indietro e il mento all’insù

È la parte più dissacrante dello spettacolo (lLa Merda, di Cristian Ceresoli, interpretato da Silvia Gallerano) secondo me

Quando l’attrice,  sola sul palco, nuda, con le cosce grosse il seno un po’ cadente e la bocca orrendamente dipinta di rosso, spalancata e distorta in una smorfia perenne

Ha raccontato l’episodio

Con la voce impostata da ragazzina deficiente

Oddio, più che deficiente forse un po’ perbenista

Quel tono da se fosse per me io non lo avrei mai fatto ma ci sono stata costretta

Quella che io non sarei così ma è la società che mi trasforma

Ma accusa un handicappato di averla costretta a far sesso

Ha rotto il tabù

Attenzione

Anche gli handicappati sono stronzi

Ergo

Anche gli handicappati sono persone

Che pensano hanno istinti sbagliano e fanno del male

Non solo vittime

Non solo handicappati

Questo spettacolo se fossi un handicappato

E chi dice che non lo sia

Lo urlerei in faccia al mondo

Quando il buono, il politically correct

Abbassa la voce, e gli occhi, perché non si dice, non si fa

E nemmeno si pensa

Nega la persona handicappata

Lo uccide come essere umano

Lo nasconde dietro il paravento dell’handicap

Lo trasforma in una povera vittima da compatire

E basta

Niente sentimenti niente istinti solo l’handicap

Voce bassa e occhi a terra

Compassione, pietà

Nessun diritto a esistere di per sé

E invece questa qua, nuda e con le cosce grosse, e con il triangolo nero, isoscele, come negli anni ’70, prima delle brasiliane delle depilate del filino verticale o del triangolino smussato

Urla facendogli il verso

All’handicappato

Poi c’era tutto il resto

La trasformazione della società

Che ti trasforma

E tu che vuoi trasformarti secondo modelli imposti

E tutto è merda

E tu vivi nella merda e mangi la tua merda

Pasolini lo aveva previsto

Raccontato

Dove eravamo rimasti?

Ah già,  Salò o le 120 giornate di Sodoma

Mangiavano merda

E polpette di chiodi

Partendo dalla Ricotta,  forse

Con quel povero cristo che muore di indigestione

Noi poi lo abbiamo fatto

In quarant’anni

La ragazza con la vocina spezzata da deficiente e la bocca rossa, rossa e spalancata

Così oscena e provocatoria, con le sue smorfie da piccola ipocrita

Più della nudità

Ce lo racconta

La ragazza che vuole farcela

Vuole diventare qualcuno

E c’è il padre, morto, e i suoi insegnamenti sull’Italia

Fatta da uomini bassi e con la camicia rossa

C’è la pubblicità,  la tv

L’inadeguatezza e la voglia di superarla

Di trasformarsi in ciò che non si è

Per essere come ci vogliono

Successo

E divani

Passaggi obbligati ma senza garanzia

Non c’è un filo logico, lineare

Né nel racconto teatrale

Né in questo racconto

La traccia da seguire, forse, è proprio quella dell’intestino

Contorta

Aggrovigliata su sé stessa

E piena di merda

Appunto

Ps: A teatro quella sera c’era qualcuno che indossava un profumo delicatissimo

Una specie di opium leggero leggero

Io lo assocero’ sempre a questo spettacolo

Se mai dovessi risentirlo

Per fortuna

http://oubliettemagazine.com/2014/03/13/la-merda-monologo-di-cristian-ceresoli-interpretato-da-silvia-gallerano-a-milano/

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chi è Charlie?

Chi è Charlie?
Ve lo siete chiesti quando avete visto il passaggio del corteo commemorativo, mentre a Parigi si cantava tra i lucciconi “Bella Ciao”?
Una strage è un dramma, sempre. E chi uccide è un criminale, sempre. Giusto? Per me sì, ma quando vedo quelle facce contrite che sfilano e che inneggiano al sacrosanto diritto di opinione, quasi all’offesa, e si abbracciano e si stringono l’un l’altro – parlo dei Capi di Stato – contriti ma fieri, commossi ma impassibili, vengo assalito dalle istamine rilasciate dal fegato e divento preda di un’allergia pruriginosa che il medico definisce: overdose di ipocrisia.
Li guardo alla Tv e li immagino, 5 minuti prima della strage. Magari erano al telefono a programmare nuove “missioni di pace”, ad acquistare nuovi droni per le “operazioni chirurgiche” in Paesi altrui. Magari stavano cercando un altro Saddam o un altro Osama da addestrare e da lanciare contro i dittatori di turno in terra islamica, per combattere quell’Isis che contro questi signori avevamo armato fino ai denti. Magari li hanno anche trovati in quei curdi che negli anni Ottanta erano buoni, poi sono diventati cattivi e da qualche tempo, d’improvviso, sono tornati buoni.
C’è strage e strage e poco importa degli atti ignominiosi che si riesce a far commettere in nome dell’equilibrio mondiale. Si può uccidere e morire da eroi o da criminali, confine sottile che abbiamo sempre la pretesa di stabilire noi.
Nel “dopo Charlie” la retorica dell’Occidente inneggia alla libertà di satira.
Avrei voluto vedere cosa avrebbero detto, prima della strage, di quella vignetta di Charlie con la Santissima Trinità che diventa un trenino porno, dove l’uno e trino si riassume in una catena di penetrazioni anali: il Padre è sodomizzato dal figlio che, a sua volta, riceve lo stesso omaggio dallo Spirito Santo. Chissà quanti difensori del diritto d’opinione troverei se domani pubblicassi una vignetta con la Merkel che pratica la fellatio a Hollande mentre si fa sodomizzare da Papa Bergoglio.
Fino alla strage, per noi, Charlie era sempre e solo… Charlie Brown. Presto tornerà ad essere l’unico Charlie del nostro immaginario collettivo.
David Taddei
Poggibonsi (Siena)

(menzione speciale della giuria al concorso “Chi è Charlie?”)

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la matita spezzata

Putin tiene in mano una matita. È spezzata. L’ha rotta durante il vertice dell’11 febbraio, un braccio di ferro estenuante tra le potenze mondiali che determinerà il prossimo futuro. Il primo piano del presidente russo con il volto teso e la matita rotta tra le mani, a mio parere, rappresenta questi primi due mesi difficili del 2015. La matita è tornata subito alla ribalta come simbolo della libertà di espressione.
Una libertà che di colpo abbiamo capito non essere illimitata e priva di conseguenze quando, il 7 gennaio scorso, la redazione dello Charlie Hebdo è stata trasformata in un mattatoio. Ma più passano i giorni, più la matita diventa la raffigurazione del problema di base: l’incapacità di comunicare, la travisazione di parole e intenti più o meno consapevole e voluta. Non comunicano mondo occidentale e islamico, Europa e Russia, America Europa e Russia e non ci si capisce nemmeno tra Stati europei.
Le incomprensioni e le divisioni diventano terreno fertile per chi ha interesse a fomentare guerre per vendere armi e impossessarsi dei beni altrui. La matita spezzata è diventata l’emblema del presente. È stata fatta a pezzi dai kalašnikov dei terroristi che hanno massacrato i vignettisti di Charlie Hebdo per gridare al mondo la divisione tra occidente e mondo islamico, ed è stata fatta a pezzi dalle mani dei uno degli uomini più potenti del pianeta, mentre l’Ucraina sanguina e Obama freme.
Se con gli attentati dell’11 settembre 2001 è stato colpito il cuore dell’economia mondiale, il 7 gennaio 2015 è stato violato il simbolo della libertà d’espressione in quella Francia in cui la parola “libertà” ha storicamente un significato molto profondo. A chi vuole riportare equilibrio e pace resta il duro compito di ricomporre queste matite azzeccando l’adesivo più adatto.
Martina Gris
Feltre (Belluno)

(primo premio ex aequo con 18/20 voti al concorso per blogger “Chi è Charlie?”)

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poniamoci delle domande

Commentando i fatti di Parigi di gennaio Moni Ovadia ha ricordato come il nazismo sia nato puntando il dito contro un popolo intero (Effe, 21 gennaio 2015, pag.14).
Un brivido mi percorre quando leggo queste parole e ripenso all’immagine che gira sui social network di musulmani con un cartello in mano: #not in my name.
Penso al mio amico musulmano: un ragazzo educato, che pratica fedelmente la sua spiritualità e dialoga sulla vita, cercando valori da condividere e non parole che allontanano. Gliel’ho chiesto cosa dice il Corano in merito alla violenza e lui mi ha risposto citandomene un verso: chi uccide un uomo uccide l’intera umanità.
L’ho visto con i miei occhi partecipare a incontro interreligioso, aspettare silenzioso la fine di una preghiera non sua, seguire rispettosamente sul libretto della liturgia che gli ho regalato, parole per lui estranee. Lui me l’ha spiegato: l’Islam non ha a che vedere con l’integralismo e l’omicidio; chi ci scivola è vittima della sua stessa ignoranza, incapace di cogliere il senso profondo del messaggio del profeta.
Ho letto una definizione della differenza tra idelogia e filosofia: la prima, statica, è spesso anticamera di fanatismo; la seconda, invece, comincia quando ci poniamo delle domande (Qualunque fiore tu sia sboccerai, Daisaku Ikeda e Lou Marinoff, Piemme, pag. 17). Infine ripenso a un vecchio film in cui Totò, a capo di un manipolo di soldati, si oppone a un generale nazista che gli ordina un massacro, con queste parole: “Sono un soldato, non un assassino”. Cristiani, musulmani, induisti, ebrei, buddisti… e tutti gli agnostici del mondo… poniamoci delle domande.

Barbara Amoroso
Colle Val d’Elsa (Siena)

(primo posto ex aequo con 18/20 voti al concorso per blogger “Chi è Charlie?”)

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siamo davvero tutti Charlie?

E un giorno ci siamo ritrovati tutti Charlie. Anzi, Sciarlì, alla francese. Anche quelli che l’unico rapporto che hanno avuto con la Francia risale a Berlino 2006, e insultavano Les Bleus, con i loro idoli in Italia, l’algerino Zidane o il senegalese Vieira. Ora tutti schierati, tutti francesi, tutti Charlie; pochi conoscevano Charlie Hebdo fino a quel giorno. Poi è diventato un simbolo. Di libertà. Di ribellione. Di fanatismo.
#jesuischarliehebdo campeggiava su tutti i profili social, pure su quelli di chi “Santoro fa il comunista in Rai con i soldi delle mie tasse” o “devono legnare i leghisti che fanno passeggiare i porci dove devono sorgere le moschee”. Tutti, improvvisamente, paladini della libertà di stampa, di satira.
Perchè non hanno mai visto le vignette, perchè qui per loro si tratta di difendere l’Occidente contro la violenza dei fanatici. Quanti, vedendo le vignette contro il Papa, contro il cristianesimo, avrebbero ancora la forza di dirsi Charlie? La libertà di satira è sacra…fino a quando non tocchi le mie convinzioni. Siamo tutti Charlie, ma noi non siamo i 12 morti. Non abbiamo scelto di mettere nel mirino tutti gli aspetti della vita degli altri: politica, sociale, religiosa. Non siamo neanche Ahmed: poliziotto e musulmano? In tempi di anti-Stato e anti-Islam è la scelta sbagliata. Siamo Charlie per non essere i fratelli Kouachi.
Ma loro hanno già vinto: ci siamo divisi, troppi Charlie non accettano le posizioni di chi, viste le vignette di critica all’occidente, non riesce a sentirsi Monsieur Hebdo. E’ in questo muro contro muro, nell’assenza di dialogo, che si insinua il fanatismo: islamico, cristiano, religioso, politico. Dobbiamo smettere di “essere” Charlie, dobbiamo “fare” Charlie. E’ troppo facile fare Charlie Hebdo con le matite degli altri.
Daniele Dalvit
Belluno

(secondo posto con 17/20 voti al concorso “Chi è Charlie?”)

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L’Orage sur Paris

September 11th… Seven-Seven… Due date, due giorni bui. Le Torri Gemelle. Le bombe di Londra. E alla lista purtroppo da quest’anno si aggiunge Sept Janvier, la tempesta su Charlie Hebdo, con il suo carico di terrore, contraddizioni, domande.
L’11 settembre e il 7 luglio ero a Londra. Vivendo lì per 14 anni, tra pezzi per Io Donna Corriere della Sera e D, La Repubblica delle donne, la mia nuova famiglia, la formazione per l’insegnamento, l’uscita del mio terzo libro , ho incontrato amici afghani e pakistani, un mondo di diversità e domande. E strade invase di polizia, tra noi consapevoli di essere ogni giorno nel mirino, in un luogo cruciale. Dall’IRA ai jihadisti, Londra conosce bene la violenza.
Ma Parigi non ce l’aspettavamo. Forse è la sintesi di tutto, della non-libertà di stampa, di contrasti sociali e culturali mai risolti, che, in Europa come altrove, possono essere portatori di guerra. Di violenza. Di intolleranza. Nodi che esistono ovunque, in Italia come in Germania, nel Regno Unito come in Francia, appunto. Nodi venuti al pettine il 7 gennaio. Drammaticamente. L’orage sur Paris. Una vignetta di troppo e qualcosa è scattato, cupo e ostile. A toglierci l’illusione che l’integrazione esista, che il dialogo stia portando a qualcosa. Così paghiamo l’ ottimismo prematuro, che ci faceva credere che le distanze potessero colmarsi da un giorno all’altro, che le differenze svanissero in un grande abbraccio fraterno. Che purtroppo ancora non c’è. Resta tanta, tanta strada da fare e la violenza non è mai, mai una risposta. Disoccupazione, diseguaglianze sociali, inquietudini, domande, intolleranza, contrasti, nervosismo. Charlie Hebdo ha pagato per tutti, provando che non siamo ancora pronti per un’ Europa davvero multiculturale. E’ un innegabile dato di fatto.
Annalisa Coppolaro
Murlo (Siena)

(secondo posto ex aequo con 17/20 voti al concorso “Chi è Charlie?”)

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caro Papa Francesco ti scrivo…

Questa lettera non è mia. È stata scritta da Cristina Muratore e pubblicata dal Gazzettino di Belluno
L’ho trovata intelligente, coraggiosa, piena di tatto, di amore e di rispetto per l’umanità, intesa come caratteristica propria degli esseri umani.
Mi sono riconosciuta nelle sue parole, per questo ho deciso, con il suo assenso, di condividerla sul mio blog.
Penso che offra tanti spunti di riflessione

Santo Padre, o Caro Francesco,
se posso adeguarmi al Suo stile umile e irrituale, mi permetto di scriverLe confidando nella Sua capacità di ascolto e di vicinanza ai più deboli.
Non ho richieste per me stessa, ma per la realtà che mi circonda e il nonsenso che fatico a tollerare. Non credo che un Papa debba intervenire nei temi politici del mondo, nè dello stato all’interno del quale si trova geograficamente il Vaticano, né tantomeno nei temi etici che non appartengono al solo mondo cattolico, bensì a tutti gli esseri umani. Ritengo invece che possa e debba mettere in pratica con azioni concrete il proprio insegnamento per renderlo più credibile ed efficace attraverso il miglior metodo che esista: l’esempio!
Quest’anno mio figlio farà la prima comunione e io dovrei seguirlo, ma non pratico più da molti anni perciò non ricordo quasi nulla del catechismo e la mia distanza da questa Chiesa è ormai abissale, perciò mi limito a trasmettergli i miei valori.
L’unico motivo per cui gli faccio seguire la preparazione a questo sacramento è per dargli la possibilità di scelta, che sarebbe impossibile senza la conoscenza.
Ma tutto ciò ha fatto riaffiorare in me un senso cristiano, o potrei dire “umano”, che nulla ha a che vedere con l’ostinazione di chi pretende l’affissione di un crocifisso nei luoghi pubblici, ma calpesta i valori che tale simbolo sottende!
In un mondo disseminato da guerre ed ingiustizie, cambiamo le nostre opinioni in base a quanto i problemi restano distanti da noi, inaccettabile ipocrisia!
E in Italia assistiamo ad una crescente intolleranza nei confronti dell’altro, sempre più lontani dal teorico “amore per il prossimo”, mentre gli sciacalli dei consensi emotivi fomentano odio in cambio di voti.
Dal lusso dei salotti invece ci si indigna poiché la guerra tra poveri tocca altri, che devono essere comprensivi ed accettare il disagio al quale tanto ormai devono essere abituati: ma non è razzismo, la gente accetterebbe razze diverse se arrivassero con una valigia piena di denari e spendessero nei nostri negozi anziché voler vendere ovunque oggettistica inutile. Non è colpa loro, è ciò che è stato insegnato dalla logica dell’egoismo nella società dei consumi.
Oggi non c’è soluzione semplice all’esodo biblico che ha superato ogni emergenza per trasformarsi in un dato di fatto costante con cui ognuno dovrà in qualche modo fare i conti.
Ecco perché auspico che anche la Chiesa, oltre a predicare, faccia la sua parte e Le chiedo: perché non mette a disposizione dei migranti i suoi numerosi immobili, molti dei quali inutilizzati? Ma anche le proprie risorse umane ed economiche, compiendo un’opera di bene di alto valore educativo? Lo stato italiano non ha ancora trovato il coraggio di tassare i Vostri edifici e difficilmente lo farà, e allora potrebbe partire da Voi una sorta di autotassazione volontaristica, per aiutarci a risolvere un problema gravissimo, che porta con sé a cascata un’infinita sequela di altri problemi correlati, come appunto il rifiuto di accettare altri fratelli da parte di chi si trova già a lottare con le difficoltà delle periferie.
E a poco serve spiegare loro la complessità del fenomeno, le responsabilità dell’occidente, le guerre e le carestie da cui molti fuggono, o ricordare che siamo anche noi stati migranti e ancora lo siamo oggi con sempre più giovani in fuga, con tutte le differenze di un punto di partenza diverso.
Temo che molti italiani abbiano perso non solo la fede, ma soprattutto il senso dell’umanità, la comprensione, la compassione, l’amore e la verità. Chi può e non aiuta commette colpa!
Certamente pecco di grande arroganza, ma Gesù insegnava che siamo tutti uguali e tutti “perdonabili”, perciò esprimo la mia semplice richiesta che potrebbe evitare il peggio, insegnando a tutto il mondo che cos’è la fratellanza cristiana.
Fiduciosa di una Sua cortese risposta,
La saluto cordialmente,
Cristina Muratore

(dal Gazzettino di Belluno del 20 novembre 2014)

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Niente case in affitto nel villaggio di Heidi

vich2
Questo è l’articolo vincitore dell’edizione 2011 del Premio Paolo Rizzi
(ma a me piace più l’altro, “nessuno straniero a Vich”)

Il tempo sembra quasi non passare a Vich. Qui, nella frazioncina di Ponte nelle Alpi, Belluno, alle pendici del Nevegal, la vita scorre ancora come una volta. Il paesello, nemmeno cento abitanti e quasi tutti del posto, cammina controcorrente. Vich non è certo montagna, l’altezza è collinare, 460 metri. Ma nessuno lamenta spopolamento. Anzi. In un paese in cui ci sono giusto un bar, la latteria sociale e la chiesa, ogni famiglia abita ancora nella casa di sempre. «È anche questo il motivo per cui da noi non ci sono extracomunitari, non ci sono appartamenti da affittare – spiega il capo frazione Paolo Sintonia – ci sono alcuni siciliani e sardi, gente di altri paesi veneti. Ma per lo più siamo tutti del posto». Ma a Vich, in fondo, non piace dare le case in affitto, «parché el paès l’è unì». «Qua vicino a Buscole – racconta una signora che preferisce non dirci il suo nome – hanno affittato un appartamento a una coppia di cinesi. Pensavano ci stessero in due persone, e invece alla fine ce ne giravano sessanta».Attraversi il paese, 91 anime all’anagrafe, e tutti salutano sorridendo. «Certo, siamo ospitali, ce lo riconoscono in molti – continua – anche se un po’ di diffidenza verso chi viene da fuori ci può stare». Sintonia è capo frazione da due anni. «Ma non è un incarico politico – ci tiene a precisare – anche se è molto impegnativo». A proposito di politica, ma non è che a Vich non ci sono extracomunitari perché siete un po’ leghisti? «No no, qui la Lega non attacca. E nemmeno il razzismo. Anzi, per tradizione siamo comunisti». «Ma non è mica solo un caso di Vich, questo degli extracomunitari – interviene il geometra Luigi Bernard – accade lo stesso su tutti i Coi de Pera, a Cugnan, Losego, Quantin». Il pane arriva ogni giorno dall’Alpago su un furgoncino. Ognuno ritira il suo sacchetto dalla cesta rossa davanti alla latteria quando può. Due volte a settimana passa il camioncino degli alimentari. C’è un solo bus per Ponte nelle Alpi, secondo gli orari della scuola. E il martedì mattina una navetta comunale attraversa i Coi de Pera per accompagnare gli anziani a far commissioni. Sarebbe facile lamentarsi che a Vich non c’è niente da fare. «Abbiamo un sacco di iniziative – dice invece il capo frazione – la crostolada a primavera, il pagarosto in estate. È un vecchio gioco, un po’ come le bocce, che si gioca in esterno, sui campi. Molto divertente». Ogni lunedì le donne si riuniscono nell’antica latteria, oggi centro di aggregazione, e decidono il da farsi. Hanno appena realizzato un presepe con il granturco, personaggi con le pannocchie, stella cometa con i chicchi di mais. Ogni anno cambia il tema. Nel 2001 ci fu il crollo delle due torri e fra i personaggi c’erano anche Bush e Bin Laden. Sulle porte di casa ci sono le chiavi. Nessuno sembra preoccuparsi dei ladri. «Ricordo due o tre furti ma di tanto tempo fa – dice Sintonia -. Ma continuo a raccomandare a mia madre di non lasciare la porta aperta quando esce, che non si sa mai». Il sogno di una vita a misura d’uomo viene infranto ogni tanto dalle macchine che sfrecciano a tutta velocità lungo la strada che taglia il centro di Vich, ignorando il cartello luminoso che fissa il limite a 30 kilometri orari. Sono i turisti che scendono dal Nevegal e hanno fretta di raggiungere il vicino casello autostradale. Ma basta leggere il cartello affisso dal Comune in piazzetta, “vietato lordare”, per rituffarsi nell’atmosfera senza tempo del paesello pontalpino.
GAZZETTINO
Data 09-01-2011
Edizione PG
Pagina 15

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ma guarda un po’ queste cabarettiste…

allora ieri sera a teatro c’era il recital di questa cabarettista, una siciliana di Zelig che fa anche la pubblicità di una compagnia telefonica con Raoul Bova

ecco, io l’ho conosciuta per quello, per la pubblicità, perché a me Zelig non piace molto, non lo reggo per più di cinque minuti

non è che non mi piacciano i cabarettisti, è che non mi divertono tutti insieme, nella stessa serata.
magari presi uno a uno….
vabbè

allora vado a vedere ‘sta tipa. una botta di simpatia, davvero. carina anche, che in pubblicità pare un po’ bruttina. invece no, è magrolina tanto, ma leggera, fa movimenti sciolti, tiene bene la scena. insomma, ganza davvero

anche perché sennò non c’avrei nemmeno pensato di andare a vederla

questa qua l’avevo intervistata qualche giorno prima.
le avevo chiesto: come funziona il tuo spettacolo?
e lei: io parlo con il pubblico, coinvolgo, improvviso molto anche secondo quello che mi dice la gente.
e io: auguri. sai che il pubblico qua a Belluno non è proprio molto reattivo…
davvero? mi fa lei. me l’hanno detto anche in altre città. ma alla fine ho fatto parlare tutti.
okay.
faccio l’articolo, ci scrivo anche la storia che lei farà parlare i bellunesi, che va pure nel titolo.
insomma, tutto come al solito.
e chiusa là

poi ieri sera vado a teatro, dicevo, lei esce sul palco e la prima cosa che dice è: ma sapete che mi ha intervistato una giornalista che mi ha detto che il pubblico qua non reagisce?
e tutti a una voce sola: noooooooooo!!!!
e lei, ma chissà perché mi avrà detto questo?
tutti ridono, evidentemente non se lo sanno proprio spiegare.
uno urla: il nome, il nome!
e lei: non me lo ricordo! (grazie!)
no, dico davvero, l’avesse detto e qualcuno mi avesse riconosciuto quelli minimo minimo mi sputavano sul cappottino all’uncinetto…
(e comunque son soddisfazioni, ho capito che c’era proprio un sacco di gente che aveva letto l’intervista…)

oh, alla fine questa storia della giornalista che diceva che a Belluno non reagivano l’ha rimessa in ballo almeno tre o quattro volte…
e ha fatto bene, dico, dal suo punto di vista. le è servito per rompere il ghiaccio. e come tecnica è azzeccata: butta in faccia a qualcuno una verità non proprio gradevole e quello farà di tutto per smentirla.
alla giornalista, poi, en passant, ha dato pure della “meschina”
ma nel senso che si usa a Palermo, credo, come dire “povera, che colpa ne ha lei…”

ora, a parte tutto. ma c’è qualcuno che in teatro a Belluno abbia trovato un pubblico reattivo? voglio dire, gente che canta ai concerti, parla con il cabarettista dalla platea, dialoga con nonchalance? a me non è mai successo (diciamo di rado, va’).

rispetto ad altri posti d’Italia qua ho sempre percepito un pubblico un po’ freddino e molto abbottonato, magari anche partecipe come attenzione, ma non proprio disposto a mettersi in gioco davanti a tutti.
poi dipende anche da chi è sul palco….

vabbè. comunque il recital è stato carino, divertente, tutto giocato sui luoghi comuni del rapporto fra uomo e donna, delle differenze fra nord e sud, ma interpretati con simpatia
e lei è brava davvero a dialogare col pubblico, a cogliere lo spunto più adatto per suscitare una reazione. e anche carina, molto più di come appare in quella pubblicità della “rrricarica”…

poi c’è anche il fatto che oggi presentarsi come giornalista è un po’ come volersi far tirare i carciofi in faccia.
sì, non è proprio il massimo.
alla gente, si sente, gli fa subito una certa antipatia.
diciamo che non è il nostro momento, ecco.
e chiudiamola qui

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