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Due o tre cose che ho imparato sull’Accademia della Crusca

Sapevate che l’italiano avrebbe potuto essere una delle lingue scelte dalla Comunità Europea fra quelle ufficiali dell’Unione e questo invece non è avvenuto nonostante sia la quarta studiata al mondo?

Sapevate che l’Accademia della Crusca (la più antica del mondo) non legifera sulle parole ma dà solo pareri e non fa più un vocabolario dal 1923? Sapevate che in altre nazioni europee questo non accade, cioè le rispettive accademie legiferano, perché la lingua nazionale è stabilita addirittura dalla loro Costituzione?

Non credo che questa sia una storia conosciuta da molti. Io sono rimasta stupita e anche addolorata a dire il vero nell’apprendere un altro dei tanti tristi pasticci all’italiana.

Oggi ho fatto un corso di formazione per giornalisti all’Accademia della Crusca. A parte le quattro ore volate senza che nessuno si sognasse di fare altro che non fosse ascoltare o far domande, alla fine ci hanno proposto anche una visita guidata.

Ed è in quest’occasione che ci sono state raccontate delle storie bellissime. Questa, proprio bellissima non lo è, però secondo me merita conoscerla.

In pratica a un certo punto, questi della Crusca che stanno sempre lì a studiare il significato delle parole, a salvare la lingua del passato e a vedere come cambia con il tempo, ci hanno provato a far inserire nella Costituzione il punto sulla lingua italiana. Non è stata una cosa facilissima, pare, perché i vari governi di vari colori sembra che siano più propensi a chiudere l’Accademia che ad ampliarne l’attività (anche se Franceschini di recente ha mandato un bel po’ di soldi). Però loro ci provano sempre, quando possono.

Dal Duemila, per due volte, la cosa è stata discussa in Parlamento. La prima è stata la Lega Nord a mettersi di traverso sostenendo che se si inseriva nella Costituzione la lingua italiana come lingua dello Stato allora bisognava mettere anche il padano. Il padano. Non i dialetti dell’arco padano. No, proprio il padano. Che non esiste, ovvio.

Quindi, affogato tutto.

La seconda volta è toccato a Rifondazione Comunista, da non credere. Questi hanno detto. Eh no, se si fa con l’italiano allora bisogna mettere anche le lingue delle minoranze.

Au Revoir. Auf Wiedersehen. Goodbye.

Ecco, sono queste le lingue dell’Europa. Inglese, francese e tedesco. Tedesco. Mentre l’italiano, che risulta essere la quarta lingua studiata al mondo, non esiste a livello ufficiale in Europa. Per dire, se fosse stata scelta tutti i documenti e gli interventi europei sarebbero stati tradotti anche in italiano.

Occasione persa. Qualcuno dirà, ecchissenefrega (che fra l’altro pare fosse l’espressione più in voga nella Roma di fine ‘800 prima dell’avvento di sticazzi). Sì ma sarebbe stato qualcosa di importante, penso io. Anche per i posti di lavoro che sarebbero stati creati.

Poi c’è il discorso Accademia. Questi dopo il casino di petaloso hanno dovuto addirittura oscurare il sito perché venivano attaccati e insultati di continuo per aver inserito quella (peraltro orribile) parola nel vocabolario della Crusca.

Sbagliato. Primo perché l’ultimo vocabolario della suddetta Accademia, che aveva iniziato a farlo fin dal 1590, risale al 1923 quando il governo fascista li ha gentilmente pregati di smettere che tanto all’italiano ci pensava da sé.

Secondo perché, proprio perché la lingua italiana non è nella Costituzione, l’Accademia non ha potere di legiferare sulle parole. Nelle altre nazioni lo fanno. Lo fa l’Académie Francaise. Lo fa la Real Academia Espanola (ispirandosi, fra l’altro, proprio alla Crusca). Quindi non decide questa parola sì e quella no. Dà pareri.

Peccato. Un’occasione persa tutta all’italiana.

Poi, dicevo, ci sono delle storie belle. Una è anche quella che in genere si pensa agli Accademici come a degli studiosi imbalsamati chini sui libri e con le ragnatele alle orecchie. E invece non è così. Fosse solo per il fatto che devono rispondere quotidianamente a una media di 250 email su questioni linguistiche. Ma anche perché la lingua è in movimento. Sempre.

Da qualche tempo la Crusca si è aperta anche alle donne. Nel 2008 è diventata presidente Nicoletta Maraschio (già vice di Giovanni Nencioni che nel 1997 costituì un consiglio direttivo di sole donne) che ha lavorato molto sul femminile professionale. Quello della ministra, della consigliera e dell’avvocata, per intenderci. Piaccia o no, anche questa è un’evoluzione della lingua legata alla crescita del ruolo delle donne.

I primi crusconi, una banda di ricchi fiorentini gaudenti, per salvare la lingua italiana si rifecero alle parole scritte da Dante, Petrarca e Boccaccio nelle loro opere. Ad un certo punto però si sentì la necessità di inserire nel vocabolario anche una definizione precisa di parole come stelle, mare, cielo. Cosa difficile da fare con le accezioni squisitamente poetiche dei tre. L’Accademia allora, e ci sono ancora le prove, scrisse a Galileo chiedendogli di preparare la spiegazione scientifica di quei vocaboli.

Poi c’è la storia di Filippo Salviati, presidente della Crusca ai primi del ‘600,  imparentato coi Medici e con papa Leone X, che ospitava spesso proprio Galileo, al quale forniva i mezzi per realizzare i suoi strumenti scientifici, nella sua villa di Lastra a Signa. Le parentele illustri non gli portarono granché bene, a dire il vero, proprio a causa dell’amicizia con lo scienziato. Un giorno fu avvisato che due sicari partiti da Napoli o da Roma, non ricordo, inviati dagli affettuosi congiunti lo avrebbero raggiunto a Lastra a Signa per ucciderlo. Se lo avessero trovato a casa sarebbe stata la fine anche per Galileo che in quel periodo era suo ospite. Filippo non ci pensò due volte, prese il cavallo e fuggì in Spagna. I sicari lo seguirono e fecero in modo che mangiasse cibo avvelenato. Morì a Barcellona a 32 anni. Galileo, nonostante gli scherzetti del Sant’Uffizio, gli sopravvisse una trentina d’anni.

Insomma, ci sarei rimasta tutto il giorno a sentire questi racconti. E’ stato uno di quei momenti in cui mi sale l’orgoglio di essere toscana e italiana (forse un po’ più la prima). Ma non un orgoglio sterile, come se la geografia fosse un merito. E’ quella cosa che senti ogni volta che conosci meglio quello che c’è stato prima di te, nei posti in cui vivi e anche se non hai fatto nulla però ci sei legata, fai parte di quel mondo, ce l’hai vicino, lo respiri e in qualche modo ti influenza, se gli permetti di farlo.

Saranno anche tristi questi accademici, ma anche no.

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ma che bello ascoltare gli scrittori/3 (Andrea Scanzi e Silvia Truzzi)

Premetto che anche un sol giorno del festival Pordenonelegge ha talmente tanti appuntamenti, belli e interessanti, da non sapere dove mettere le mani. Uno deve sceglierne pochi e rinunciare ad altri. Io, per dire, ho rinunciato a incontrare Gordana Kuic’, la scrittrice del Profumo della pioggia nei Balcani, e Vanessa Diffenbaugh del Linguaggio segreto dei fiori, che presentava Le ali della vita. E mi è dispiaciuto molto.

Come terzo appuntamento potevo scegliere fra “Un Paese inventato. Un Paese da inventare”, con i giornalisti del Fatto Quotidiano Silvia Truzzi e Andrea Scanzi, e “Il cuore nero delle donne”, per finire il percorso giallo attraverso le storie delle assassine.

Sono andata al primo.

Un po’ per non fare proprio tutto un giro monotematico sul giallo.

Un po’ perché mi è sembrata una strana coincidenza ritrovarmi nello stesso posto di Scanzi, dopo appena due settimane da quando l’avevo conosciuto a Colle Val d’Elsa nello spettacolo su De Andrè con Giulio Casale. Anche a quello avevo partecipato per una serie di fortuite casualità.

Un po’ perché questo Scanzi è anche un bel ragazzo ed è pure intelligente. E magari rappresenta l’ideale di giornalismo che ognuno di noi vorrebbe vivere. Non solo libero nel senso di senza padroni, ma anche libero dagli obblighi della redazione. Sarei curiosa di capire come funziona al Fatto, se questo è sempre in giro per l’Italia a presentar i suoi libri e i suoi spettacoli.

Allora, l’incontro è stato molto interessante. Si è parlato di politica attuale, governo e società attraverso la memoria e il giornalismo.

Silvia Truzzi ha raccolto in un volume, Un Paese ci vuole. Sedici grandi italiani si raccontano, altrettante interviste realizzate per il Fatto. Sedici anziani, da Stefano  Rodotà, a Pietro Citati, ad Andrea Camilleri, a Gustavo Zagrebelsky, a Gherardo Colombo, Giovanni Sartori, Claudio Magris,  Luciana Castellina e altri che, per la loro vita, esperienza, cultura, avrebbero da dare tanto, ma in questo tempo e da questi politici non vengono presi in considerazione. Anzi, fosse per loro li rottamerebbero.

Tipo la Boschi, ministro Maria Elena, con i suoi “professoroni” che le vogliono bloccare le riforme.

Scanzi e Truzzi sono giovani carini e intelligenti (che è molto meglio che disoccupati, tanto per citare un film di parecchi anni fa) e il fatto che parlino del valore della memoria, della necessità di ascoltare gli anziani che possono dire cose importanti, a me ha perfino commosso.

Mi ha commosso perché lo penso da sempre, ma sono quei pensieri in cui ti senti sola o magari in due. Ora pare che potremmo essere addirittura in quattro, ma in realtà non è così. Siamo molti di più.

E’ solo il pensiero dominante che va in un’altra direzione. In questo momento.

“La memoria è rivoluzionaria” hanno detto. E ora non ricordo se era una loro affermazione o una citazione di qualcun altro ma poco importa. E’ proprio così.

Scanzi ha scritto La vita è un ballo fuori tempo che parla di un giornalista un po’ sfigato e allineato che scrive per un giornale che si chiama La Patria e vive in un periodo storico in cui c’è un presidente del consiglio un po’ così. Così come Renzi, per esempio.

Scanzi racconta che credeva di avere esagerato, descrivendo i personaggi e mettendo loro in bocca determinate frasi. Antonio Padellaro, allora direttore del Fatto, lo aveva tranquillizzato. Non era affatto così. E infatti pochi mesi dopo l’uscita del libro certe affermazioni da parte del premier sono diventate reali, se non addirittura superate.

Una tristezza. Triste la situazione, che conosciamo perfettamente. Da tempo, nel senso che il problema non è Renzi, o almeno non solo lui.

Triste il quadro giornalistico nazionale tracciato dai due colleghi.

Secondo Scanzi di questi tempi si sarebbero allineati al potere anche gli artisti. Che, se fosse vero, sarebbe proprio la fine di tutto.

De Andrè, che Scanzi ben conosce e infatti cita, definì l’artista come l’anticorpo che si è creato la società per difendersi dal potere. Se si integra anche lui, lo prendiamo nel culo tutti.

Così,  tanto per finire in poesia.

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ma che bello ascoltare gli scrittori/2 (Maurizio De Giovanni)

Finito il primo sono scattata di corsa per raggiungere il posto del secondo incontro pronta a fare un’altra lunga fila. Camminando per il centro sono stata agganciata da un ragazzo del Senegal che, nonostante le mie proteste, è riuscito ad appiopparmi un libretto sulla cucina africana.

E questo è stato il mio bottino al festival della letteratura di Pordenone.

Dopo aver sbagliato coda ed evento, per fortuna ci hanno chiuso la porta in faccia per esaurimento dei posti, ho finalmente trovato il padiglione di Maurizio De Giovanni, il creatore del commissario Ricciardi.  (A proposito… ha anche un nome? Comunque sia ora non mi viene).

Io pensavo che, quando avessi incontrato De Giovanni, gli avrei voluto dire quanto mi fa incazzare quando gigioneggia con la penna riempiendo pagine e pagine di svolazzature partenopee e interrompendo (volutamente, ovvio) il ritmo della narrazione di quelle storie che ci piacciono tanto.

Ecco. Me ne sono dimenticata. Quell’omone là, la personificazione del napoletano che più ci piace, uno che sembra il fratello di Pino Daniele, mi ha fatto talmente ridere e divertire che non avrei potuto dirgli proprio nulla del genere.

Poi, a quanto pare, c’è già chi lo fa.

“A tutti i complimenti – ha  detto -, a me i cazziatoni”.

Un giorno, ha raccontato, era al bancone di un bar, a Napoli, a bere un caffè quando una donna attraversò la sala puntandogli il dito contro: “Io glielo devo proprio dire (senza presentarsi, senza dire buongiorno io sono la tale e leggo i suoi libri, no) lei, se non la smette di trattare così quella povera Enrica non so che cosa le faccio. Ma le sembra il modo di comportarsi con una ragazza così dolce e timida?”. Quindi, senza aspettare risposta, se n’era tornata dall’amica. “Ecco, gliel’ho detto”.

Il commento del barista: “Un euro”.

De Giovanni: “No, sa… è che io scrivo romanzi…”

Il barista, irremovibile: “Un euro”

Questo aneddoto lo ha raccontato dopo che dal pubblico si era alzata una signora che gli aveva detto più o meno la stessa cosa.

“Io sono arrabbiata con lei. Ma li vuole far sposare quei due? Che cosa aspetta? Guardi che se Ricciardi non sposa Enrica io le auguro che i suoi racconti finiscano in serie zeta”.

Un’invettiva che ha generato anche un gesto scaramantico da parte dello scrittore.

“Eduardo De Filippo diceva: essere superstizioni è da ignoranti, ma non esserlo porta male”.

Appunto.

Ma insomma come è nato questo commissario Ricciardi? (ah ecco, Luigi Alfredo, si chiama, barone di Malomonte).

Allora in pratica siccome al De Giovanni piaceva stare sempre con quell’oggetto non identificato in mano, un libro, gli amici per fargli una sorta di scherzo, ma anche per incoraggiarlo chissà, gli regalarono l’iscrizione a un concorso che si teneva al Gambrinus di Napoli. In pratica gli iscritti dovevano scrivere un racconto nella sala del bar.

“Io non sapevo proprio che scrivere – racconta De Giovanni -. Me ne stavo lì, ad un tavolo vicino alla vetrata, e guardavo fuori. Tutti gli altri sapevano che cosa volevano scrivere. Io no. Il concorso era sponsorizzato dalla ribolla gialla. Passavano delle signorine con la minigonna e ci versavano il vino. Faceva un caldo pazzesco. Loro versavano, noi si beveva e si sudava. Alla vetrata c’era una bambina che da fuori guardava all’interno della sala. Lei mi guardava e io la guardavo. A un certo punto mi fece una boccaccia e se ne andò. Io mi guardai intorno pensando che gli altri l’avessero vista e pensassero che l’avevo infastidita in qualche modo. Invece niente, stavano tutti lì a scrivere e non l’aveva vista nessuno. Allora immaginai che quest’uomo vedesse qualcosa che nessuno vedeva. Vinsi il concorso“.

Ma non è finita qui.

“Quando mi mandarono l’email del vincitore risposi dicendo che avevano sbagliato l’invio. Ma invece mi dissero che era proprio per me. Poi ci fu la selezione nazionale e feci una nuova storia di Ricciardi. E vinsi di nuovo”.

Era il 2005.

“Ma io lo scrittore non lo volevo fare. Volevo fare il lettore”.

Fra risate e applausi De Giovanni analizza la solitudine del suo personaggio Ricciardi.

“Una solitudine data dalla compassione che lui prova per il genere umano ma resa ancor più forte, assoluta, dal fatto che lui, di questo ‘dono’, quello che considera la sua maledizione, non può parlarne con nessuno. Una solitudine disperata, la sua. Il segno dei nostri tempi è il telecomando. Noi cambiamo canale quando quello che vediamo non ci piace. Io volevo uno che non fosse in grado di evitare il dolore degli altri”.

Dell’evoluzione della storia fra Enrica e Luigi Alfredo niente si sa.

“Io quando scrivo un romanzo preparo la trama del fatto, quello che poi fanno i personaggi viene fuori da sé in un secondo momento. Non so dire che cosa accadrà. Dipende se Enrica deciderà di sposare l’uomo che ama o se invece privilegerà il sogno di una famiglia con dei bambini”.

Una anticipazione. “Le nuove storie del commissario Ricciardi si incentreranno su delle canzoni”.

Fino ad ora ci sono state le stagioni e le feste comandate. Ma già nell’ultimo libro, “Anime di vetro”, la storia ruota intorno a una canzone del cantautore napoletano Libero Bovio.

Alla fine un regalo per tutti.

Il primo capitolo, letto proprio da lui, del prossimo libro dei Bastardi di Pizzofalcone, “Cuccioli”, un’altra serie poliziesca nata in onore di Ed McBain, lo scrittore americano di origini italiane morto nel 2005 che considera il suo maestro.

Quindi, l’appello per Napoli. L’invito a non pensare, come ha fatto in questi giorni Rosy Bindi, che la criminalità organizzata sia una malattia incurabile in Campania.

“Abbiamo tremila anni di storia alle spalle, questa è solo quella degli ultimi 150 anni, nata fra l’altro a causa di un vuoto lasciato dallo Stato. Non possiamo misurare tutto in base a quella. E soprattutto, non è una malattia incurabile”.

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ma che bello ascoltare gli scrittori/1 (Antonio Manzini e Hans Tuzzi)

Bene. Caduto un altro pregiudizio. Non so perché ma, al contrario del fascino continuo che subisco dalla letteratura, non ero mai stata molto attratta dai festival letterari.

Poi da qualche parte devo aver letto (distrattamente) una sorta di appello di uno scrittore (Daniel Pennac?) che invitava a leggere i libri più che a cercare risposte impossibili dagli autori e la cosa mi aveva messo l’anima in pace. Anche perché, sinceramente, non amando la folla, le code e le corse con l’orologio in mano, oltre ai programmi troppo fitti, le maratone da festival letterario non rappresentavano proprio il mio ideale.

Fino all’altro giorno, quando, fattami forza, ho finalmente deciso di fare un salto al festival a me più vicino geograficamente, Pordenonelegge.

Ovviamente c’era tutto ciò che mal sopporto: la folla, le code per i vari eventi, le corse con l’orologio in mano e un programma fittissimo (che ognuno, sia chiaro, può seguire a piacimento). Ma per una volta ho deciso di fregarmene. E ho fatto bene.

Il primo passo è stato quello di cercare di districarmi in un programma di cento pagine che ogni giorno proponeva decine e decine di appuntamenti, uno più interessante dell’altro. La mia attenzione si è concentrata sulla fascia rossa “letteratura” ignorando attualità, i libri dei ragazzi, poesia, scienza filosofia e storia, da vicino, esercizi… di lettura, e via dicendo.

Nella giornata che mi interessava c’erano due autori di cui ho letto tutta la produzione, gli ultimi libri nemmeno un mese fa, Antonio Manzini, creatore del commissario Rocco Schiavone, e Maurizio De Giovanni, quello del commissario Ricciardi.

Individuato il luogo giusto mi sono messa pazientemente in fila e mi sono guadagnata il mio bel posto in sala (gli eventi sono gratuiti ma un po’ te li fanno sudare, ecco).

Sul palco, stimolati dal giornalista di Radio Due Luca Crovi, molto bravo, c’erano Antonio Manzini e Hans Tuzzi.

La prima sorpresa? Ascoltarli è stata una cosa piacevolissima.

La seconda: è che il livello della conversazione, senza nulla togliere ai romanzi che sono pur sempre dei gialli, è stato molto più alto di quello che si poteva immaginare.

La terza è che Hans Tuzzi, pseudonimo di Adriano Bon, è un signore dalla simpatia tagliente e dalla cultura sconfinata.

Insieme, Manzini e Tuzzi-Bon, guidati da Crovi, hanno regalato un’ora di rivelazioni, curiosità ed emozioni.

Io ho anche pianto. Non so nemmeno come. Parlavano del ruolo degli animali nelle storie da loro scritte.

Tuzzi: “La frequentazione di un animale ci insegna una realtà profonda, il rispetto stesso della vita nelle sue diverse manifestazioni”.

Manzini: “Non solo della vita, ma anche della morte. Il cane quando muore se ne va da parte, non sta nel mezzo. C’è la dignità della morte”.

In quel momento l’aria nella sala si è come ristretta ed è passata una ventata forte di emozione. Ci credete? non Importa. Io c’ero ed è stato proprio così. Tanto che, inspiegabilmente (anche se non troppo, visti i precedenti con i miei cani) mi sono spuntate le lacrime dagli occhi. E’ stato un momento molto intenso, davvero.

poi ci ha pensato Tuzzi ad alleggerire.

“Basta pensare chi sono nella società occidentale coloro che non tollerano gli animali. Le suocere e i sacerdoti”.

Risata collettiva.

Poi ci sono stati: le Clarks del commissario Rocco Schiavone, la sua fissa di trovare la somiglianza fra persone e animali, il carcere, il ruolo della moglie e le parole che gli propone.

E ancora: gli anni ’80, in cui Tuzzi ambienta i suoi gialli, le inchieste del commissario Melis, “allora mi sentivo già vecchio e pensavo che il mondo avesse dato il massimo venti anni prima”.

Fra la romanità ironica e scanzonata di Manzini e la signorilità di Tuzzi l’ora è proprio volata.

Dopo, la sensazione che in quei libri ci sia molto di più rispetto a quello che può sembrare, si è fatta ancora più forte.

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È La Merda, Bellezza…

Costretta a fare sesso da un handicappato

A tredici anni

Dietro alle macchine dei professori nel cortile della scuola

Una rossa una blu una rossa

Con la paura di essere vista dai compagni con quello lì

E poi gli fa anche il verso

Come si fa il verso a un handicappato

Con la voce soffocata la testa all’indietro e il mento all’insù

È la parte più dissacrante dello spettacolo (lLa Merda, di Cristian Ceresoli, interpretato da Silvia Gallerano) secondo me

Quando l’attrice,  sola sul palco, nuda, con le cosce grosse il seno un po’ cadente e la bocca orrendamente dipinta di rosso, spalancata e distorta in una smorfia perenne

Ha raccontato l’episodio

Con la voce impostata da ragazzina deficiente

Oddio, più che deficiente forse un po’ perbenista

Quel tono da se fosse per me io non lo avrei mai fatto ma ci sono stata costretta

Quella che io non sarei così ma è la società che mi trasforma

Ma accusa un handicappato di averla costretta a far sesso

Ha rotto il tabù

Attenzione

Anche gli handicappati sono stronzi

Ergo

Anche gli handicappati sono persone

Che pensano hanno istinti sbagliano e fanno del male

Non solo vittime

Non solo handicappati

Questo spettacolo se fossi un handicappato

E chi dice che non lo sia

Lo urlerei in faccia al mondo

Quando il buono, il politically correct

Abbassa la voce, e gli occhi, perché non si dice, non si fa

E nemmeno si pensa

Nega la persona handicappata

Lo uccide come essere umano

Lo nasconde dietro il paravento dell’handicap

Lo trasforma in una povera vittima da compatire

E basta

Niente sentimenti niente istinti solo l’handicap

Voce bassa e occhi a terra

Compassione, pietà

Nessun diritto a esistere di per sé

E invece questa qua, nuda e con le cosce grosse, e con il triangolo nero, isoscele, come negli anni ’70, prima delle brasiliane delle depilate del filino verticale o del triangolino smussato

Urla facendogli il verso

All’handicappato

Poi c’era tutto il resto

La trasformazione della società

Che ti trasforma

E tu che vuoi trasformarti secondo modelli imposti

E tutto è merda

E tu vivi nella merda e mangi la tua merda

Pasolini lo aveva previsto

Raccontato

Dove eravamo rimasti?

Ah già,  Salò o le 120 giornate di Sodoma

Mangiavano merda

E polpette di chiodi

Partendo dalla Ricotta,  forse

Con quel povero cristo che muore di indigestione

Noi poi lo abbiamo fatto

In quarant’anni

La ragazza con la vocina spezzata da deficiente e la bocca rossa, rossa e spalancata

Così oscena e provocatoria, con le sue smorfie da piccola ipocrita

Più della nudità

Ce lo racconta

La ragazza che vuole farcela

Vuole diventare qualcuno

E c’è il padre, morto, e i suoi insegnamenti sull’Italia

Fatta da uomini bassi e con la camicia rossa

C’è la pubblicità,  la tv

L’inadeguatezza e la voglia di superarla

Di trasformarsi in ciò che non si è

Per essere come ci vogliono

Successo

E divani

Passaggi obbligati ma senza garanzia

Non c’è un filo logico, lineare

Né nel racconto teatrale

Né in questo racconto

La traccia da seguire, forse, è proprio quella dell’intestino

Contorta

Aggrovigliata su sé stessa

E piena di merda

Appunto

Ps: A teatro quella sera c’era qualcuno che indossava un profumo delicatissimo

Una specie di opium leggero leggero

Io lo assocero’ sempre a questo spettacolo

Se mai dovessi risentirlo

Per fortuna

http://oubliettemagazine.com/2014/03/13/la-merda-monologo-di-cristian-ceresoli-interpretato-da-silvia-gallerano-a-milano/

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chi è Charlie?

Chi è Charlie?
Ve lo siete chiesti quando avete visto il passaggio del corteo commemorativo, mentre a Parigi si cantava tra i lucciconi “Bella Ciao”?
Una strage è un dramma, sempre. E chi uccide è un criminale, sempre. Giusto? Per me sì, ma quando vedo quelle facce contrite che sfilano e che inneggiano al sacrosanto diritto di opinione, quasi all’offesa, e si abbracciano e si stringono l’un l’altro – parlo dei Capi di Stato – contriti ma fieri, commossi ma impassibili, vengo assalito dalle istamine rilasciate dal fegato e divento preda di un’allergia pruriginosa che il medico definisce: overdose di ipocrisia.
Li guardo alla Tv e li immagino, 5 minuti prima della strage. Magari erano al telefono a programmare nuove “missioni di pace”, ad acquistare nuovi droni per le “operazioni chirurgiche” in Paesi altrui. Magari stavano cercando un altro Saddam o un altro Osama da addestrare e da lanciare contro i dittatori di turno in terra islamica, per combattere quell’Isis che contro questi signori avevamo armato fino ai denti. Magari li hanno anche trovati in quei curdi che negli anni Ottanta erano buoni, poi sono diventati cattivi e da qualche tempo, d’improvviso, sono tornati buoni.
C’è strage e strage e poco importa degli atti ignominiosi che si riesce a far commettere in nome dell’equilibrio mondiale. Si può uccidere e morire da eroi o da criminali, confine sottile che abbiamo sempre la pretesa di stabilire noi.
Nel “dopo Charlie” la retorica dell’Occidente inneggia alla libertà di satira.
Avrei voluto vedere cosa avrebbero detto, prima della strage, di quella vignetta di Charlie con la Santissima Trinità che diventa un trenino porno, dove l’uno e trino si riassume in una catena di penetrazioni anali: il Padre è sodomizzato dal figlio che, a sua volta, riceve lo stesso omaggio dallo Spirito Santo. Chissà quanti difensori del diritto d’opinione troverei se domani pubblicassi una vignetta con la Merkel che pratica la fellatio a Hollande mentre si fa sodomizzare da Papa Bergoglio.
Fino alla strage, per noi, Charlie era sempre e solo… Charlie Brown. Presto tornerà ad essere l’unico Charlie del nostro immaginario collettivo.
David Taddei
Poggibonsi (Siena)

(menzione speciale della giuria al concorso “Chi è Charlie?”)

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la matita spezzata

Putin tiene in mano una matita. È spezzata. L’ha rotta durante il vertice dell’11 febbraio, un braccio di ferro estenuante tra le potenze mondiali che determinerà il prossimo futuro. Il primo piano del presidente russo con il volto teso e la matita rotta tra le mani, a mio parere, rappresenta questi primi due mesi difficili del 2015. La matita è tornata subito alla ribalta come simbolo della libertà di espressione.
Una libertà che di colpo abbiamo capito non essere illimitata e priva di conseguenze quando, il 7 gennaio scorso, la redazione dello Charlie Hebdo è stata trasformata in un mattatoio. Ma più passano i giorni, più la matita diventa la raffigurazione del problema di base: l’incapacità di comunicare, la travisazione di parole e intenti più o meno consapevole e voluta. Non comunicano mondo occidentale e islamico, Europa e Russia, America Europa e Russia e non ci si capisce nemmeno tra Stati europei.
Le incomprensioni e le divisioni diventano terreno fertile per chi ha interesse a fomentare guerre per vendere armi e impossessarsi dei beni altrui. La matita spezzata è diventata l’emblema del presente. È stata fatta a pezzi dai kalašnikov dei terroristi che hanno massacrato i vignettisti di Charlie Hebdo per gridare al mondo la divisione tra occidente e mondo islamico, ed è stata fatta a pezzi dalle mani dei uno degli uomini più potenti del pianeta, mentre l’Ucraina sanguina e Obama freme.
Se con gli attentati dell’11 settembre 2001 è stato colpito il cuore dell’economia mondiale, il 7 gennaio 2015 è stato violato il simbolo della libertà d’espressione in quella Francia in cui la parola “libertà” ha storicamente un significato molto profondo. A chi vuole riportare equilibrio e pace resta il duro compito di ricomporre queste matite azzeccando l’adesivo più adatto.
Martina Gris
Feltre (Belluno)

(primo premio ex aequo con 18/20 voti al concorso per blogger “Chi è Charlie?”)

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