due o tre cose che ho imparato in questi giorni

che in certi ambienti un atteggiamento onesto e gentile può anche commuovere

che un’idea unisce ma la stessa idea può anche dividere

che un malessere interiore può generare una reazione spropositata

che un dono inaspettato riscalda il cuore e ti cambia la giornata

ma che una parola cattiva lo fa ancor di più

che l’ignoranza e la maleducazione stringono lo stomaco e induriscono il cuore

che non sempre essere gentili equivale ad esser trattati con gentilezza

che una lettera è perfetta per coltivare un’amicizia senza internet

che c’è sempre qualcuno pronto a aiutare e qualcuno pronto a parlare

che a casa si mangia molto meglio che al ristorante

che in certi casi il telelavoro sarebbe la soluzione ideale

che i fiori profumano ma non sempre sono graditi

che a volte succede quello che mai ti saresti aspettato

che una critica ingiusta fa sempre male ma se arriva da un amico lascia una ferita profonda

che se pensi senza motivo a una persona forse è perché anche lei, in quel momento, sta pensando a te

che le suole delle scarpe da ginnastica raccolgono una incredibile quantità di schifezze

che c’è chi è fatto per dare e chi invece prende sempre

che le cose possono anche cambiare in meglio, a volte

che l’entusiasmo è contagioso

ma che anche la cattiveria la rabbia e l’infelicità lo sono

che si può anche dormire meno

che esistono rose che crescono all’ombra

che una passeggiata fra gli alberi fa sempre bene, anche quando piove

che il buon cibo influenza l’umore e fa stare meglio

che stare da soli e in silenzio è uno dei lussi della vita

che ricambiare la gentilezza con un dono è un piacere ancor più grande

che non sempre è giusto rimanere in silenzio

che la tv può anche stare spenta

che al di là dell’illusione il mal di testa torna sempre, prima o poi

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mistero nel bosco

ogni volta che vado nel bosco da sola mi chiedo che senso ha andarci senza un cane
e per chi, come me, ha sempre avuto, quando non uno, due cani, la domanda è pertinente

con il cane le sensazioni già fantastiche di per sé offerte dalla natura si amplificano
lo spettacolo dell’amico animale che corre felice annusando odori che tu non sentirai mai, puntando animaletti che solo lui vede, scavando entusiasta nel terriccio alla ricerca di chissà che, è impagabile

di vanessa ricordo la passione da cacciatrice. non le sfuggiva nulla.
una volta mi fece anche disperare perché passeggiando scoprimmo una povera fagianella ferita che qualche anima compassionevole aveva riparato in un cespuglio un po’ in alto, mettendole accanto una ciotola con dei semini
vanessa non sentì ragioni. nonostante le mie urla azzannò la fagianella, corse fino a casa, mentre io la inseguivo cercando di toglierle il povero animale di bocca, e si rifugiò da qualche parte a divorare la sua preda
rimasi sconvolta
anche se, in fondo, vanessa aveva soltanto seguito il suo istinto e quindi la legge della natura

era il marzo del ’99, lo ricordo bene perché ero appena tornata da seattle

non so se questa cosa si è risaputa e se qualcuno si sia chiesto che fine avesse fatto la povera fagianella
nel caso, spero che non abbia trovato la risposta

un giorno, passeggiando con vanessa nelle nostre campagne, babbo incrociò un cacciatore
questi gli propose di scambiarsi i cani perché il suo era poco buono nella caccia mentre vanessa, si capiva bene, era una cacciatrice nata
ovviamente lo scambio non ci fu
e da allora abbiamo sempre riso, fra il divertito e lo scandalizzato, del concetto utilitaristico che aveva il cacciatore del suo cane

per noi no, non era così
per noi vanessa era una di casa
e ora vorrei evitare di raccontare i suoi ultimi istanti di vita, anche se da quando è accaduto, ho pensato duemila volta di scriverlo

vanessa era un setter irlandese. per alcuni anni con lei c’è stato anche gastone, della stessa razza, ma preso al canile dove era finito all’età di 3 anni e mezzo dopo aver vagabondato nei boschi di radicondoli con altri due cani

un giorno stavo passeggiando con i due “ragazzi” dal pelo fulvo nei boschi sopra a casa. come al solito, quando ero in loro compagnia, camminavo assorta nei miei pensieri, mentre loro correvano avanti e indietro, esplorando la campagna
ad un tratto, alzando la testa, vidi un uomo passeggiare in mezzo a un campo
era distante poche decine di metri, lo vidi distintamente
era alto, camminava eretto e quasi rigido. indossava un cilindro nero, un abito nero di foggia ottocentesca con il mantello e uno jabot bianco. sembrava un nobile di epoca risorgimentale.
la visione fu talmente improvvisa e inaspettata che la mia prima reazione fu quella di nascondermi dietro un cespuglio
non so perché, ma ricordo che il cuore iniziò a battermi all’impazzata

anche dopo tanti anni non so spiegarmi il motivo di questa mia reazione

rialzandomi e guardando nello stesso punto però vidi che l’uomo non c’era più. sparito. puff
allargai lo sguardo tutto intorno, ai vari sentieri e passaggi, ma niente
se fosse stato reale non sarebbe potuto sparire così.
con quel vestito, poi

non ho mai parlato a nessuno di questa visione, ma ogni volta che passo da quel bosco mi torna in mente l’uomo alto col cilindro.
oggi la sua immagine distinta mi è riapparsa davanti agli occhi mentre passeggiavo in questa domenica bellunese umida e piovigginosa
ma il suo mistero, credo, rimarrà tale per sempre

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un’estate al mare

Era l’estate del 1979. E io avevo 16 anni.
Quell’anno la mia famiglia aveva deciso di andare in vacanza a Paestum, allontanandoci così dalla Punta Ala che da anni ormai era lo scenario consueto delle nostre estati. Partivamo con la roulotte al traino poi, arrivati sul posto, nel campeggio scelto dai miei genitori, la posteggiavamo in una piazzola, in genere scegliendo la più riparata e isolata possibile. Poi montavamo la veranda. C’era un linoleum beige che faceva da pavimento, un predellino su cui si saliva, come su uno scalino, per entrare nella roulotte. E poi il tavolino, le sedie, e tutto quel che serviva.
Dico facevamo, ma in realtà facevano tutto i miei genitori. Non ricordo nemmeno di aver mai preparato le valigie all’epoca. Di sicuro ci pensava mia madre. Mamma preparava vestiario, cibo e suppellettili varie e babbo pensava all’auto, alla roulotte, al campeggio. E al viaggio.
Eravamo in quattro, babbo e mamma, io e Paola, la mia sorella minore.
Le vacanze in campeggio erano una regola. Non c’era stata una scelta vera e propria, un momento in cui avevamo deciso di farle così. Oddio, magari per i miei genitori sì. Ma per me, le avevamo sempre fatte. Erano normali.
E oggi so che le avrei preferite comunque ad una vacanza in pensione, con i pranzi e le cene obbligate, e tutto quello che comporta la vita d’albergo.
La roulotte era a metà con gli zii. Noi partivamo all’inizio di luglio, montavamo tutto e passavamo tutto il mese a Punta Ala. Avevamo anche un motoscafo. Il motore mi pare fosse di 110 cavalli. Insomma, un bel fuoribordo anche se senza pretese. Ricordo che avevo iniziato a fare sci d’acqua. Avevo una grande resistenza ed ero anche molto più brava di tutti i ragazzi della compagnia, cosa che mi riempiva di orgoglio.
A fine luglio tornavamo a casa ma la roulotte e la barca rimanevano in campeggio ad aspettare gli zii con mio cugino. Loro avrebbero trascorso il mese di agosto al mare, avrebbero smontato tutto alla fine della vacanza e riportato a casa la roulotte seguendo uno schema ormai consolidato da anni.
Il campeggio significava libertà assoluta. Allora la vivevo in pieno ma senza una vera consapevolezza. Ora, anche se non ci vado più, lo so bene. E, potendo, lo sceglierei ancora. Ma non con la vecchia roulotte, parcheggiata ormai senza più speranze sotto una tettoia.
Magari con una tenda, come quella volta all’Elba in quattro in un igloo da due, o in camper. E la compagnia giusta.
Non divaghiamo. Stavo parlando dell’estate del 1979 quando i miei decisero che potevamo allontanarci dalla Maremma, e arrivare fino in Campania. La ragione non era delle più allegre. Come per ogni cosa della vita, una novità o una conquista in genere comportano anche una perdita. E quell’anno noi eravamo più liberi, se così si può dire, perché i miei nonni, i genitori di babbo, entrambi anziani e malati, erano morti a distanza di pochi mesi l’uno dall’altra.
Questo significava che non eravamo obbligati a stare nelle vicinanze per essere pronti a rientrare in caso di emergenze.
Il giorno della partenza c’era un’aria frizzante, anche per la novità del lungo viaggio e dei posti nuovi che saremmo andati a visitare, fra cui le rovine di Paestum e di Pompei. Poi c’era anche un’altra novità. Che quell’anno sarebbe venuta ospite da noi anche la mia amica Sandra, compagna del liceo. Sarebbe arrivata in treno e si sarebbe trattenuta l’ultima settimana per poi fare il viaggio di ritorno insieme a noi. E anche quella era una grande novità per i miei 16 anni.
Il giorno che andammo a prenderla alla stazione di Paestum scoprimmo che lì vicino c’era un enorme campo di fragole da cui era già stato fatto il raccolto. Qualcuno disse al mio babbo che chiunque poteva raccogliere le fragole rimaste. E così facemmo, con grande entusiasmo nostro e con il disappunto della mia amica che, dopo il lungo viaggio, avrebbe preferito andare subito al campeggio.
Sandra mi aveva fatto un regalo: una caffettiera moka da uno. Fui molto contenta perché all’epoca amavo molto bere il caffè, cosa che in casa mia non si usava fare. Mamma non beveva caffè e babbo prendeva, chissà perché, quello liofilizzato.
Al campeggio c’era una bella compagnia di ragazzi della nostra età. Alcuni del napoletano, altri di varie zone d’Italia, Roma, Bolzano, una anche di Belluno.
Ricordo che alcune ragazze napoletane ci chiedevano se fossimo di Siracusa. E noi scandalizzate rispondevamo: “no, di Siena!” chiedendoci pure il perché di una domanda così bizzarra.
Poi capimmo che erano tratte in inganno dalla targa della nostra auto. SI, appunto. Ma non erano le uniche a sbagliarsi. Nel periodo in cui sulle targhe c’erano le sigle della provincia di residenza, a Siena infatti avevano stampato degli adesivi da attaccare sulla carrozzeria dell’auto. “SI è Siena” c’era scritto, per fugare ogni dubbio.
Un giorno avevo il torcicollo e uno degli uomini della famiglia delle napoletane mi disse che sapeva lui come farmelo passare. Mi affidai alle sue mani. Eravamo nella loro veranda. Lui salì su una sedia e mi mise le mani intorno al collo e mi sollevò, facendo in modo che il nervo accavallato o quel che era si distendesse tirato dal mio stesso peso. Non ricordo l’esito dell’operazione, però.
Magari avrà anche funzionato…
Delle giornate al mare ho vaga memoria. Con il gruppo passavamo soprattutto molto tempo al bar.
C’era una ragazza di Napoli, Loredana, che chiamava la birra in lattina Bavària con l’accento spostato. Ricordo che ridevamo della sua pronuncia e le facevamo il verso.
Forse solo quando eravamo fra noi, però. I ragazzi di Napoli, in genere, dicevano Paeschtùm, con la “s” corposa e l’accento sulla “u”. Anche quello ci faceva ridere da matte. E avevamo cominciato a dirlo anche noi così, per fare un po’ le spiritose.
Un’altra volta ricordo che avevo avuto una discussione con Sandra e mi ero rifiutata di tornare in roulotte per pranzo, rimanendo sdraiata al sole in segno di protesta. Devo essermi anche addormentata. Nel pomeriggio, quando vennero a chiamarmi ero rossa come un peperone e mi erano venute anche le bolle sulla faccia.
In questi casi mi ricordo che babbo mi spalmava la crema Nivea a palate e poi mi avvolgeva in un lenzuolo, per permettermi di dormire senza soffrire troppo per lo sfregamento della pelle con il pigiama.
Nella compagnia del campeggio c’erano almeno due ragazzi che mi piacevano. Uno era un romano, un tipo alto, scuro e con i riccioli neri. Era al camping con la famiglia, ed era uno come noi. Nel senso che studiava al liceo e poteva assomigliare un po’ ai nostri compagni di scuola. Forse un po’ più grande di noi. Si chiamava Mauro.
L’altro era al mare da solo con degli amici, senza famiglia e veniva da Casoria, una delle periferie napoletane più malfamate. Non sono sicura di ricordarmi il suo nome. Forse Vincenzo. Era muscoloso, alto e con un caschetto di capelli neri neri e la faccia un po’ da scugnizzo. Fu allora che imparai a pronunciare come si deve il detto: “si ‘gghiuto a ponticielle e ha’ perso o’posticielle”. Che è come dire, chi va a Roma perde la poltrona, ma in napoletano.
Ai tempi ci piacevano questi giochetti. Poi li scrivevamo anche sui diari che compilavamo quotidianamente e che ci passavamo, a scuola, fra amiche, per scambiarci i pensieri. In genere ti tornavano con qualche I love Pinco scritto dall’interessata di turno, una cascata di cuori e fiorellini disegnati con i pennarelli colorati, il nome di un gruppo rock, se eri fortunata un adesivo comprato a Firenze da Calamai o da Fiorucci a Poggibonsi. E magari una strofa di una canzone strappalacrime.
“Ricordi sbocciavan le viole, sulle nostre parole, non ci lasceremo mai, mai e poi mai….”
Al tempo De Andrè e Guccini erano la colonna sonora della mia vita. Suonavo le loro canzoni con la chitarra e li ascoltavo in cassetta a ripetizione. Gli album di quegli anni li conoscevo tutti a memoria. Ma c’erano anche i Rolling Stones, gli Ac/Dc, e quelli di Stairway to Heaven. Ah ecco, i Led Zeppelin. E tanti altri.
Quell’estate mi sa che andava Gloria, di Umberto Tozzi. La sparavano tutti i giorni dagli altoparlanti del bar sulla spiaggia. O Luna? E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’. A dire il vero non ho proprio una memoria precisa del sottofondo musicale di quegli anni. Doveva essere Gloria, comunque, ne sono quasi sicura.
Il gruppo di amici era divertente. Ci passavamo un sacco di tempo insieme. Stavamo ai tavolini del bar ad ascoltare la musica bevendo birra e fumando (di nascosto, ovviamente). Andavamo in spiaggia, facevamo il bagno. Le solite cose, solo che fatte nell’estate di 31 anni fa. Quando c’erano le cassette e i mangianastri, l’autoradio in macchina era un optional (mai avuta, in famiglia), e i telefoni cellulari non esistevano nemmeno nei film di fantascienza. Sicuramente avevamo la televisione in roulotte, perché babbo e zio avevano un negozio di elettrodomestici. Era piccola, con lo schermo di pochi pollici, e l’antenna regolabile.
Fra le ragazze c’era una certa Roberta, una biondina di Bolzano, sorella minore di una ragazza della compagnia, che aveva legato in particolar modo con me. Ricordo che per qualche anno dopo la vacanza a Paestum abbiamo continuato a scambiarci lettere su carta rosa piena di disegnini e autoadesivi.
La mia amica Sandra era molto bella. Alta, magra, un’eleganza naturale nel portamento e il viso, non esagero, di Ornella Muti. Non ricordo se quell’estate fece conquiste. Le mie me le ricordo bene però.
Erano due i ragazzi che si interessavano a me, che pure non avevo certo la bellezza della mia amica. Dalla mia avevo comunque una freschezza sbarazzina e simpatica, con la mia magrezza ossuta, le mie lentiggini e i miei riccioli rossi. Erano proprio Mauro di Roma e l’altro ragazzo di Casoria, chiamiamolo Vincenzo va’. Mauro, a dire la verità, mi piaceva di più. Era il classico ragazzo con cui sarebbe stato bello iniziare una storia. Con cui condividi gusti e esperienze e nello stesso tempo puoi imparare sempre qualcosa di nuovo. E poi veniva dal mio stesso mondo. Era un terreno conosciuto, per un certo verso, ma anche da scoprire da un altro.
Di lui avevano parlato con riprovazione diversi genitori quando aveva avuto una accesa love story sulla spiaggia con una ragazza di Parma. Pare che lei, molto spigliatamente, all’inizio della vacanza gli avesse detto: “Tu mi piaci, se anche io ti piaccio, stiamo insieme senza farla tanto lunga”. E lui aveva detto sì. Dopo di che avevano iniziato a rotolarsi sulla spiaggia per ore e ore sotto gli occhi scandalizzati dei grandi. Anche dei genitori di lei che però, pare, non dicevano niente.
Questa storia era stata al centro di una serie di frasi pronunciate a bassa voce. Ero venuta a saperla soltanto un po’ di tempo dopo e devo ammettere che non mi aveva scandalizzato per niente. Anzi. A me lei era sembrata molto tosta, con quel modo di essere diretta. Ma non ricordo di averla poi conosciuta veramente. Forse era andata via prima di noi, probabilmente non si era fermata a lungo. Ricordo solo che era una brunetta carina e dall’aria molto sicura di sé. Di certo la sua frase, così come mi fu riportata, alla fine, mi è rimasta sempre impressa nella mente così come il suo comportamento. Avrei voluto anche io essere spigliata come lei anche se in realtà non sono mai riuscita ad esserlo con nessuno, nemmeno da grande.
L’ultima sera, quella prima della nostra partenza, avremmo fatto una festa in spiaggia. Era consuetudine in quei tempi in cui le vacanze duravano tutto il mese e alla fine più o meno ci si salutava un po’ tutti dopo aver trascorso insieme tante settimane al mare.
Era chiaro fin da prima che la serata, oltre ai fuochi, le birre, le chitarre e le sigarette, avrebbe portato anche altro. E io avrei potuto scegliere fra Mauro e Vincenzo di Casoria che avevano lanciato inequivocabili segnali di interesse verso di me.
Io non avevo dubbi. Sarebbe stato Mauro a trascorrere l’ultima sera con me. Avremmo parlato di noi e ci saremmo baciati. Ne ero sicura. E mi andava anche.
I movimenti dei ragazzi però non erano passati inosservati agli occhi di Roberta che nel pomeriggio mi prese da parte e mi confidò di essere perdutamente innamorata di Mauro che però non la vedeva nemmeno, tanto più grande era di lei. Il passo successivo fu di chiedermi un piacere da amica. Cioè se per favore quella sera rinunciavo a lui.
Fui proprio stupida perché lo feci. In nome di un’amicizia inesistente, una conoscenza casuale dell’estate, rinunciai a quel ragazzo che sicuramente non avrebbe rappresentato chissà che per la mia vita futura. Ma di certo era una persona che mi sarebbe piaciuto conoscere un po’ di più.
Non ricordo come andò di preciso, fatto sta che, a malincuore, ma guidata dal desiderio di non ferire l’amica, al momento di decidere scelsi l’altro. Evitai lo sguardo di Mauro, che ci rimase male e sicuramente non capì le ragioni del mio comportamento. Raccolsi quello di Vincenzo e, un po’ a malincuore, mi allontanai con lui sulla spiaggia.
“Furono baci e furono sorrisi, poi furono soltanto fiordalisi, che videro con gli occhi nelle stelle fremere al vento e ai baci la tua pelle….”
No, non fu proprio così. Ricordo di non essermi lasciata andare poi molto. E quando lui, dopo avermi baciata e abbracciata per un bel po’, tentò altro, io dissi: “preferisco di no”. Lui ebbe un moto di stizza, questo me lo ricordo bene. E mi ricordo anche che era un tipo cui sicuramente piaceva più fare che parlare.
Poi tornammo con gli altri. E l’ultima serata finì lì.
Con quel rimpianto di aver detto al ragazzo sbagliato la frase che avrei dovuto dire invece all’amica ficcanaso non permettendole di interferire con le mie scelte più personali.
Ma allora, oggi mi rendo conto, non ero proprio in grado di capire una cosa del genere. E l’idea dell’amicizia da non sacrificare per un uomo era alla base del mio carattere e del mio modo di fare. Allora così come ora. Quindi, chissà se anche oggi farei la stessa cosa. Spero di no. Spero cioè che nessuna amica si permetta semmai di farmi una richiesta del genere.
Anche se quella era un’amicizia di una sola estate poi scomparsa nel niente come tutte le altre di quella vacanza a Paeschtùm. Ma di cui ricordo il nome per intero, compreso il cognome, a differenza degli altri due.

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pensieri e plenilunio

Stanotte, ne sono sicura, andrà meglio. Quella appena passata mi pare di non aver chiuso occhio. E ho fatto anche due sogni un po’ così.

Ora però vorrei che il tempo si fermasse per un po’, che si facesse silenzio. Devo pensare a delle persone. La notte scorsa non hanno dormito nemmeno loro. Sono sicura anche che c’era qualcosa nell’aria. Chissà, magari la luna piena, come mi ha detto oggi un amico che ha dormito della grossa, lui, ma il cui telefonino, mentre dormiva, ha chiamato da solo mezzo mondo…

Misteri…

La luna piena o la testa piena di pensieri.

Ce li ho anche io i pensieri, ma in genere ci penso poco, do loro poca soddisfazione.

Qualcuna che conosco invece ne ha da pensare un po’ di più. E allora penso anche io a lei, a loro. Penso a che cosa significa avere una persona cara che passa un momento difficile. A quante cose vorresti fare per aiutarla, per alleviarle pensieri e dolori. Ma invece, in certi casi, non puoi fare niente.

La vita scorre. A volte va, potente come un fiume o zampillante come un ruscello di montagna, a volte si ingolfa.

Io spero che ricominci a scorrere anche dopo, dopo che ha girato su se stessa e si è fermata come in uno stagno.

Mi pare che il silenzio aiuti, tanto, anche in casi così.

Aiuta a sentire meglio, a pensare più chiaramente, a percepire le vite stanche e impaurite di fronte a cose più grosse di loro, di tutti noi.

Poi avrò anche io il mio pensiero, ma lo sento più leggero.

Oggi ho fatto una cosa che mi ha alleggerito il cuore. Ora non posso dirla, perché certe cose che riguardano il lavoro si raccontano solo dopo la pubblicazione.

Il lavoro giornalistico non è venuto un granché, a dire il vero, non mi ha soddisfatto proprio molto.

Ma il lato umano mi ha dato tanto e, cosa più importante, mi ha permesso di dare.

E alla fine tutta questa leggerezza la senti dentro e ti fa stare solo bene.

Anche se ora, con certi pensieri che aleggiano nell’aria, scendono le lacrime.

Ma stanotte, almeno, ne sono sicura, dormirò.

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passeggiata d’autunno in nevegal

L’appuntamento è alle 14.30 a castion. Si va a fare un giro in nevegal.
Dopo questa estate infinita finalmente fa capolino il fresco. Le temperature sono scese, ma c’è il sole in cielo. Oddio, là sulla destra si stanno addensando nuvoloni grigio scuro. Ma tanto noi staremo sulla sinistra. Mi sono vestita di fretta, dopo il pranzo con gli occhi all’orologio tornata a casa un po’ tardi da una mattinata impegnativa. Uno sguardo all’armadio sportivo (un mobile aperto a scaffali) e scelgo i pantaloni invernali, ma non quelli da neve. Canottiera tecnica, maglioncino di cotone a maniche lunghe, giubbottino tecnico pelosetto. Dovrebbe bastare. Mah, forse è meglio portarsi dietro anche la giacca a vento, quella leggera, non si sa mai. Ma dov’è? Ah eccola là appesa in mezzo ai cappotti. Prendo lo zaino, quello vecchio che si sbriciola, quello nuovo è troppo piccolo, devo ricomprarne un altro. Ci metto un paio di guanti, una bandana, un cappellino di lana, un gilet di pile e una maglietta di cotone servisse come ricambio. E la giacca a vento. Ah, l’immancabile thermos con un po’ di tè allo zenzero, portafoglio chiavi della macchina fazzoletti e via. Le scarpe, quelle grippate da montagna ma leggere, ho proprio voglia di provarle.
Carico l’amica in macchina e andiamo su fino alla Casera.
“Ma non sarai un po’ troppo ottimista?” le dico vedendola vestita solo di una tutina nera attillata. “Non preoccuparti, ho la giacca a vento nello zaino. E poi questi pantaloni sono caldi anche se non sembra”.
Posteggiamo, infiliamo le giacche a vento e partiamo di gran carriera. I lastroni di cemento infiorati di sassi con cui hanno ricoperto il sentiero rendono il cammino più comodo e agile. Prima di malga Faverghera incrociamo due corridori di montagna. Salutiamo. Uno di loro alza la mano e mi indirizza un fragoroso “ciao!”.
Cavolo Giorgio, non ti avevo riconosciuto. Bravo!
Arriviamo al Brigata Cadore quasi senza accorgercene. Ma con molta soddisfazione, considerato che ultimamente non siamo proprio due modelli di salute.
Sul colle soffia un forte vento. Abbiamo indossato le giacche a vento e le bandane, ma a mo’ di olandesina.
Le nuvole si addensano anche sulla sinistra.
“Proseguiamo?” fa la mia amica.
“Certo”.
Siamo all’altezza del rifugio Bristot quando qualche pallino ghiacciato comincia a volarci addosso. Ci stringiamo nelle giacche a vento, tiriamo su i cappucci.
“Ormai arriviamo al Col Visentin…”.
“Ma si dai, andiamo”.
Il rifugio sarà chiuso, abbiamo appena incrociato il gestore che scendeva con il fuoristrada. Ma non importa. Abbiamo il nostro thermos. E poi l’importante è arrivare.
Mentre saliamo il cielo si chiude del tutto e si scatena una bufera di neve. Ghiacciata.
Un forte vento ci tempesta di fiocchi gelidi che si fermano sulle giacche e sui pantaloni tingendoli di bianco.
Come tartarughe ci ritiriamo nei cappucci girando la testa in direzione contraria.
Continuiamo a salire. La strada per il Col Visentin è sempre più comoda. Stanno facendo una sorta di asfaltatura montana (che cosa sarà? Sembra terra solida…) allargando e consolidando la stradina. Sono iniziati anche i lavori per rafforzare il pendio di sinistra (salendo) dove stanno costruendo un muretto con gli stessi sassi che cadono misti a fango. E poi sono stati tagliati gli alberi che affacciavano sulla via.
Quando la bufera di neve si placa, e per fortuna si placa, nell’aria pulita e fresca si sente anche il profumo della legna tagliata.
Non sembra possibile ma quando saliamo il viottolino sassoso che ci porta dirette al Visentin dietro al rifugio (e alle antenne) brilla un sole giallo e luminoso.
Da lassù, che sono pur sempre 1764 metri, il panorama è fantastico.
Il cielo si sta ripulendo. Le nuvole scure rimangono sospese a mezz’aria mentre la terra appare nitida e piena di luce. Si vede benissimo perfino la laguna.
Il Nevegal è tutto illuminato dal sole. Il viadotto del Fadalto, laggiù in fondo, sembra un ponticello. Il sole esalta i colori autunnali degli alberi e dell’erba secca.
Ci fermiamo ad assaporare il silenzio e l’aria fresca. Ci riscaldiamo con il tè. E anche con i vestiti del mio zaino. Il gilet di pile va all’amica, io per sicurezza mi metto anche l’altra maglietta.
La discesa a passo spedito ci fa apprezzare il beneficio del fresco (grazie al calore degli abiti in tessuto tecnico, certo).
Alla Casera sosta obbligata alla rosa dei venti, l’apparecchietto che permette di riconoscere le montagne puntandole con un filo d’acciaio che corrisponde ai nomi di ognuna, con relativa altezza.
Ma che cos’è quel massiccio davanti al Serva, dalla parte del Cadore, sopra a Longarone? Il Toc? Consideriamo che la parte franata nella diga del Vajont 48 anni fa esatti è quella che rimane nascosta alla nostra visuale e pensiamo che sì, è possibile. Anche se visto da qui sembra diverso.
La passeggiata è finita.
Rinfrescate e tonificate torniamo a valle con il riscaldamento dell’auto a tutta.

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la schiavitù del telefonino

Ieri mattina ero in farmacia. Il farmacista mi stava servendo quando è entrato un tizio che aveva fretta, gli si è avvicinato e ha detto: “scusa, sai mica dirmi dov’è 012 benetton?”.
Il farmacista, molto scocciato, gli ha risposto: “ma io sto lavorando, come ti permetti? E’ qua davanti, da qualche parte. Ma chiedi a qualcun altro!”
Il tizio ha capito ed è uscito.
Il farmacista mi ha detto: “scusa, sai bene che io sono sempre disponibile. Ma queste cose non le sopporto. Primo, come si permette di avvicinarsi cosi’ mentre ti sto servendo, violando la tua privacy. Secondo, interrompi una persona che sta lavorando per chiedere un’informazione del genere… Io non ho parole”.
Io, invece, ero semplicemente AMMIRATA.
Il farmacista ha continuato: “pensa che qualcuno si offende perche’ mi telefona mentre sto servendo le persone e io gli dico ‘metti giu’ che ti richiamo appena ho finito’. Tu sai che io rispondo sempre, ma non posso far passare avanti uno solo perche’ e’ al telefono…”
DOPPIAMENTE AMMIRATA.
Se penso che io faccio la fila e aspetto anche se entro in un negozio o in un ufficio dove le persone stanno visibilmente cazzeggiando. Finche’ non hanno finito io non chiedo.
Si’ lo so sono una polla. Leggi gallina, femminile di pollo.
Cosi’ come mai mi sognerei di passare avanti agli altri al supermercato o altrove perche’ ho meno cose da far passare in cassa, o perche’ perdo l’autobus, o perche’ devo correre all’ospedale in fin di vita…
(Cioe’, una o due volte l’ho fatto al banco dei formaggi: posso avere una bottiglia di latte al volo, ecco qui i soldi… Ma credo di non aver disturbato poi molto. E comunque, alla fine, in un mondo di furbi, una o due volte anche io…)
Ma e’ invece un classico che, non appena il commerciante o il titolare dell’ufficio si occupa di me, arriva qualcuno che ha più fretta (cioe’ che e’ più maleducato) e interrompe “solo per fare una domanda”.
Devo dire che ho sempre trovato molto fastidiosa questa abitudine. Come ho sempre trovato ingiusto che il commerciante o titolare dell’ufficio si siano prodigati ad accontentare il rompi di turno senza preoccuparsi perche’ interrompevano quello che stavano facendo con me (e non perche’ lo stavano facendo con me ma per semplice rispetto al cliente di turno).

Un’altra cosa assurda dei nostri tempi e’ la schiavitu’ del telefonino.
Trovi un amico per strada, parli con una persona che incontri. Poi la vedi agitarsi, le squilla il cellulare e questa, presa come da un tremito, risponde e ti lascia li’. E magari pensa anche di farlo giustamente, santo cielo, le e’ suonato il telefono, vuoi non rispondere?
Io per educazione e buona creanza, a meno che non aspetti una telefonata importante, preferisco lasciar squillare (senza suono e solo vibrazione, of course) il mio, e continuare a parlare con la persona con cui stavo parlando.
Ma ormai per strada vedi solo persone al telefonino (e purtroppo mi ci metto anch’io, quando approfitto del tragitto da casa al lavoro per fare qualche telefonata privata).
Cosi’ pero’ a chiunque incontri puoi fare solo un rapido saluto muto, perche’ stai telefonando…
Spesso mi chiedo anche se e’ aumentata la nostra liberta’ o se il cellulare e’ solo un comodo paravento, una scusa ormai accettata per non incontrare l’altro. Per non parlare di persona che, si sa, mette in ballo qualcosa in più…
In tribunale, finita l’udienza, gli avvocati escono dall’aula con il cellulare d’ordinanza gia’ attaccato all’orecchio. Cosi’ magari evitano elegantemente (beh…) I giornalisti.
Vedo anche, specialmente tra i colleghi, quando la persona che chiamano al cellulare non risponde, dilagare angoscia, rabbia, nervosismo. “Ma perche’ questo non risponde? Allora che c… Ce l’ha a fare un cellulare?”
Per qualcuno il cellulare e’ il mezzo che supera ogni barriera, anche e soprattutto di rispetto, verso l’altro.
Tu avere cellulare? Io chiamare, tu rispondere.
Ovviamente quando hai un cellulare non vai in bagno, non riposi, non fai la tua vita. O meglio si’ si’ falla pure, basta che rispondi.
Io, personalmente, trovo meno invadenti gli sms, quando e’ possibile usarli.
Anche sul lavoro, se qualcuno non mi risponde, anziche’ trasformarmi nel suo incubo chiamando 50 volte al minuto, spedisco un sms con scritto chi sono e il motivo della mia chiamata. In genere funziona e mi richiamano.
Invece qualcuno pensa che a un cellulare si debba rispondere sempre, come se il telefonino ti dispensasse automaticamente da ogni altra necessita’.
Che poi alla fine, l’ho detto anche al farmacista, oggi siamo tutti riconoscibili. Tu mi chiami, io non ti rispondo perche’ magari sto facendo altro. Ma se tu non sei uno di quelli che nascondono il numero, io vedo che mi hai chiamato, per cui appena posso ti richiamo. A meno che proprio non voglia farlo… Allora mettiti l’animo in pace (o nascondi il numero, e spera…)

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dialogo fra una mamma e una figlia sui fiori

M: “Questa mamma amante dei fiori. Se fossi un uomo sarei musulmano visto che il loro paradiso è un grande giardino”
F: “Ovviamente è una cosa scelta in fretta quando ero lì. Ma mi hanno detto che è una lettura gradevole. Se vuoi cambiarlo si può”
M: “No no, i giardini sono la mia passione che spero prima o poi di trasmetterti”
F: “Anche a me piacciono ma credo di avere una predilezione più per la natura in quanto tale. Infatti ai fiori, effimeri, preferisco gli alberi”
M: “Anche gli alberi fanno fiori, alcuni insignificanti altri bellissimi”
F: “Sì ma mi piace il fatto che l’albero rimanga mentre il fiore passa”
M: “Esistono piante perenni, però la caducità aggiunge valore. Cogli l’attimo”
F: “Non è che non apprezzi i fiori ma per esempio non mi piacciono molto quelli tagliati, eccetto i tulipani. Le rose, in terra non nel mazzo, invece mi danno un senso di stabilità, di continuità”
M: “Anche a me non piace tagliare i fiori. I fiori li amo vivi sulla pianta”

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un ultimo sforzo

Ecco, farò un ultimo sforzo, tanto le galline ormai sono già andate a letto. Sarei voluta andare a dormire anche io alle nove ma ho finito di lavorare un po’ più tardi. Allora mentre riscaldo una tazza di latte, la mia cena, vedo di scrivere ancora qualcosa, cioè il bello, della serata di ieri.
La sensazione che mi è rimasta addosso di tutto ciò che è successo ieri è quella di una cosa preziosa. Molto preziosa.
Un intreccio di valori, di luoghi, di persone, di cose, di cibi e profumi, senza una sola nota stonata.
Non la perfezione dei grandi eventi, organizzati a puntino, freddi e impersonali. No, direi più il gusto di una festa di famiglia in cui ognuno porta qualcosa di suo e l’insieme è quel che conta.
Confesso che, essendo la premiata, ho visto tutto quanto da un’ottica privilegiata. Ma l’atmosfera non l’ho creata certo io.

Cominciamo dal vestito. Il mio. Volevo essere elegante ma non formale, per cui, sul tailleur pantalone nero di morbido tessuto, ho messo su una maglia a righe orizzontali bianche e nere. Ovviamente, visto il posto, era una citazione. Il gondoliere. Spero si sia capito.
Stivaletti grigio antracite con tacco 5-6 e borsa grigia in vacchetta, una pochette media, diciamo, vendutami a forza dalla mary gallo che evidentemente temeva che mi portassi la pesantissima city bag gucci anche lì. E in effetti, siccome ogni volta che cambio la borsa mi gira la testa e non trovo più nulla era proprio ciò che volevo fare. Ma ho rinunciato, per un giorno.

Per arrivare a mazzorbo, nella laguna veneziana, isola mai vista né sentita prima, c’era la lancia privata, di bisol, quello del prosecco.
Lo stesso per tornare.
Alla cerimonia c’era un sacco di gente, credo un centinaio buono di persone visto che la saletta era strapiena.
Ci sono stati i discorsi ufficiali, quello sì, ma il cuore dell’iniziativa, di questo premio dedicato alla memoria di Paolo Rizzi, giornalista vecchio stampo del gazzettino e critico d’arte, l’ho sentito pulsante e sincero.

Era come se ci fosse un legame inevitabile fra quel posto e l’articolo che mi ha fatto vincere il premio. Fra la vita di Vich, ritmata dalla tradizione, e quell’aria senza spazio e senza tempo dell’isola sperduta nella laguna.
Un valore profondo che esiste di per sé e non ha alcun bisogno di esser detto.

Nella tenuta di bisol, che si chiama la venissa, c’è anche un ristorante. Fra l’altro la chef è una bellunese, paola budel, di santa giustina. C’è stato un piccolo buffet per tutti e una cena per pochi.
Alla cena sono state servite piccole cose, molto curate e originali. La chef dice che cambia menu anche ogni giorno, secondo quello che portano i contadini dagli orti e secondo il pescato.
Un uomo che volesse impressionare una donna con un gesto elegante e prezioso potrebbe regalarle una cena lì. A sorpresa.

Come inizio abbiamo avuto una minestra di cipolle e gamberetti con una specie di wafer salato. Poi un risotto allo zafferano appoggiato su una pennellata di cioccolato amarissimo e decorato con un ricciolo di ricotta. Un trancio di pesce con salsa e contorno di giuggiole e cimette di cavoli. Il dolce aveva la forma del creme caramel ma c’era anche del pan di spagna, delle nocciole, delle piccole decorazioni in cioccolato bianco e nero. Per finire dei biscottini, piccola pasticceria, canestrelli e cioccolato.
Tanto cioccolato, eh? Anche se potrebbe sembrare di no, era però una presenza discreta, non predominante.
E poi tre vini bianchi diversi, molto buoni, appena assaggiati però (almeno da me).
Una cena sobria ma raffinata, con il giusto numero di portate, e ingredienti semplici e genuini al tempo stesso.
Io l’ho trovata perfetta.

Delle persone preferirei non parlare perché corro il rischio di nominare questo e non farlo con quello. Ho trovato tutti gradevoli e ben inseriti in quel contesto.
Il mio co-premiato, virgilio boccardi, però lo cito perché lui è un mito.
Vorrei citare anche il giornalista che presentava leggendo brani di calvino, ma purtroppo non lo so.

Dopo la cerimonia, dove io ho raccontato come e perché ho scritto l’articolo su vich, le persone non mi mollavano più. Complimenti, strette di mano. Ma è stata anche l’occasione per scambiare considerazioni su un certo tipo di giornalismo, quello urlato, scandalistico, esagerato, che esalta sempre i fatti più cruenti e morbosi, e che evidentemente sta un po’ venendo a noia, e su quello che si vorrebbe cominciare a leggere, qualcosa di più creativo, magari.

E’ venuta anche una collega veneziana in pensione, apposta per vedere me. E mi ha riempito il cuore. Ho rivisto un redattore di un giornale con cui avevo collaborato tempo fa, e mi ha fatto tanto piacere anche questo.

E’ stata una giornata piena di grandi emozioni. Una cura, un risarcimento per tante cose brutte che ci sono state, per me, negli ultimi anni. L’ho vista anche così.

La conserverò nella memoria e nel cuore con l’attenzione che si riserva a un cucciolo indifeso, a un uccellino caduto dal nido, proteggendola come una cosa fragile ma di un valore infinito, per riviverla e portarla sempre con me.

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Niente case in affitto nel villaggio di Heidi

vich2
Questo è l’articolo vincitore dell’edizione 2011 del Premio Paolo Rizzi
(ma a me piace più l’altro, “nessuno straniero a Vich”)

Il tempo sembra quasi non passare a Vich. Qui, nella frazioncina di Ponte nelle Alpi, Belluno, alle pendici del Nevegal, la vita scorre ancora come una volta. Il paesello, nemmeno cento abitanti e quasi tutti del posto, cammina controcorrente. Vich non è certo montagna, l’altezza è collinare, 460 metri. Ma nessuno lamenta spopolamento. Anzi. In un paese in cui ci sono giusto un bar, la latteria sociale e la chiesa, ogni famiglia abita ancora nella casa di sempre. «È anche questo il motivo per cui da noi non ci sono extracomunitari, non ci sono appartamenti da affittare – spiega il capo frazione Paolo Sintonia – ci sono alcuni siciliani e sardi, gente di altri paesi veneti. Ma per lo più siamo tutti del posto». Ma a Vich, in fondo, non piace dare le case in affitto, «parché el paès l’è unì». «Qua vicino a Buscole – racconta una signora che preferisce non dirci il suo nome – hanno affittato un appartamento a una coppia di cinesi. Pensavano ci stessero in due persone, e invece alla fine ce ne giravano sessanta».Attraversi il paese, 91 anime all’anagrafe, e tutti salutano sorridendo. «Certo, siamo ospitali, ce lo riconoscono in molti – continua – anche se un po’ di diffidenza verso chi viene da fuori ci può stare». Sintonia è capo frazione da due anni. «Ma non è un incarico politico – ci tiene a precisare – anche se è molto impegnativo». A proposito di politica, ma non è che a Vich non ci sono extracomunitari perché siete un po’ leghisti? «No no, qui la Lega non attacca. E nemmeno il razzismo. Anzi, per tradizione siamo comunisti». «Ma non è mica solo un caso di Vich, questo degli extracomunitari – interviene il geometra Luigi Bernard – accade lo stesso su tutti i Coi de Pera, a Cugnan, Losego, Quantin». Il pane arriva ogni giorno dall’Alpago su un furgoncino. Ognuno ritira il suo sacchetto dalla cesta rossa davanti alla latteria quando può. Due volte a settimana passa il camioncino degli alimentari. C’è un solo bus per Ponte nelle Alpi, secondo gli orari della scuola. E il martedì mattina una navetta comunale attraversa i Coi de Pera per accompagnare gli anziani a far commissioni. Sarebbe facile lamentarsi che a Vich non c’è niente da fare. «Abbiamo un sacco di iniziative – dice invece il capo frazione – la crostolada a primavera, il pagarosto in estate. È un vecchio gioco, un po’ come le bocce, che si gioca in esterno, sui campi. Molto divertente». Ogni lunedì le donne si riuniscono nell’antica latteria, oggi centro di aggregazione, e decidono il da farsi. Hanno appena realizzato un presepe con il granturco, personaggi con le pannocchie, stella cometa con i chicchi di mais. Ogni anno cambia il tema. Nel 2001 ci fu il crollo delle due torri e fra i personaggi c’erano anche Bush e Bin Laden. Sulle porte di casa ci sono le chiavi. Nessuno sembra preoccuparsi dei ladri. «Ricordo due o tre furti ma di tanto tempo fa – dice Sintonia -. Ma continuo a raccomandare a mia madre di non lasciare la porta aperta quando esce, che non si sa mai». Il sogno di una vita a misura d’uomo viene infranto ogni tanto dalle macchine che sfrecciano a tutta velocità lungo la strada che taglia il centro di Vich, ignorando il cartello luminoso che fissa il limite a 30 kilometri orari. Sono i turisti che scendono dal Nevegal e hanno fretta di raggiungere il vicino casello autostradale. Ma basta leggere il cartello affisso dal Comune in piazzetta, “vietato lordare”, per rituffarsi nell’atmosfera senza tempo del paesello pontalpino.
GAZZETTINO
Data 09-01-2011
Edizione PG
Pagina 15

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