io ti ricordo…

ecco vedi, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata la tua festa di laurea. io lì ho sofferto un sacco e anche te mi pare proprio che non ti divertissi un granché costretto a interpretare un rituale goliardico che non c’entrava niente con il tuo modo di essere.
dal lavoro sono venuta a casa, che avevo bisogno di stare anche un po’ sola, e ho cercato la foto di quel giorno, quella con te in mezzo, con la corona d’alloro al collo, fra maurizio, andrea e me.
chissà perché certi particolari restano fissi per sempre nella memoria. io quella mattina, con quanto ci tenevo a venire a sentire la tua discussione, mi son svegliata tardi e ho fatto perdere il momento a tutta la banda.
siamo arrivati giusto in tempo per farci la foto…

poi non so come mi avevi chiesto la mia tesi di laurea e ce le scambiammo. con il risultato che ancora oggi ho il tuo lavoro su Trenker e tu hai il mio su Pasolini. e tutte le volte che ti ho chiesto di riscambiarcele e hai fatto finta di niente… dicevi che non me l’avresti mai ridata così avremmo avuto sempre una scusa per incontrarci di nuovo.
l’ultima volta che sei venuto qua era un anno fa. eri un po’ triste e pensieroso. e avevi i tuoi motivi per esserlo, ma come al solito due parole in croce e basta. parliamo di te… dicevi
quanto mi divertivo quando mi descrivevi prendendomi in giro
a pensarci ora mi pare di non conoscere nessuno che mi conoscesse come te
sapevi tutto, anche senza saperlo
perché tu eri così
solo quello che contava veramente passava per la tua testa, attraverso i tuoi occhi e nelle tue parole
e nel tuo cuore
sei stato grande fin da piccolo, ne sono sicura
un giorno la tua mamma mi raccontò di te, del tuo babbo, mentre passeggiavamo in alpago insieme a gastone
e poi pranzammo tutti insieme a casa tua, con il sugo al pastin in mio onore e io proprio in quel momento ricevetti una telefonata che mi annunciava che avrei avuto dei soldi da una vecchia causa
eri figlio di Maurizio e di Dina, per questo ti chiamavi Maudi, un nome che non sarebbe esistito senza quell’amore stroncato, anche quello, troppo presto
mi pare di vederti, serio come sempre, guidare la mia macchina alle 6 del mattino sulla strada del ritorno da mogliano, dove ti avevo portato alla cena spagnola di giovanni
dio che risate!
e io che avevo bevuto troppo e ti raccontavo le mie disavventure in montagna con le amiche
poi c’era la tua fagiolata, una fissa quella
ma te l’ho fatta fare una volta e basta
e quella sera al mazzini fermi al tavolino a fare il sudoku?
e i miei tentativi di scattarti delle foto, con te che scappavi, e a me sono rimaste solo inquadrature della tua testa da dietro, di sbieco, che guardi verso il basso…
son sempre stata troppo per te, vero?
troppo espansiva troppo affettuosa
troppo di tutto
e quella volta che venni da te a mettere a posto la legna e passammo tutto il pomeriggio a lanciare cirmoli nella legnaia mentre mi insegnavi i nomi alpagoti di tutte le specie di alberi così che il giorno dopo potessi vantarmene con bortoluzzi?
era un secolo fa ma se ti ricordi ero vestita così: pantaloni a quadri scozzesi rosso arancio e maglione blu
me lo ricordo come fosse ieri
e non mi sono mai divertita così tanto anche se la sera avevo dolori dappertutto
dovevi rendermi anche la cartellina rossa con gli appunti della poetessa, così che potessi restituirglieli
anche quella stava nel caos della tua camera e non c’è mai stato verso di riaverla
quante volte ti ho pregato, per favore prima che sia troppo tardi
Maudi Maudi Maudi
eri così immenso
lo sapevo anche prima
non mi hai nemmeno mai voluto portare in montagna con te
però ho sempre gli appunti di quella sera, di quando ti chiesi i nomi delle vie della falesia del fadalto dove avevo avuto il battesimo della roccia, per scriverlo sul blog
non svegliare il can che che dorme, il bolero di ravel, il fantasma di brocken, maestro schuman, ho mal ae scarpe
guarda sul sito internet del cai di vittorio veneto, palestra fadalto basso a nove, settore 10-12, mi avevi detto
più fatto
oggi ho vissuto tutto il giorno con un senso di tragedia, un dolore dentro che non avrei saputo descrivere né motivare
nervosa e scostante come da tempo non mi capitava di essere
e non sapevo il perché
magari è stato solo un caso
magari è stato un altro dei tuoi abbracci impossibili
solo che tu eri già lontano
e ora lo sarai per sempre

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mi chiedo

Mi chiedo se quest’anno fiorira’ la lavanda
Se riusciro’ a perdere la pancia
Se mi verranno più le mestruazioni
Se diventero’ una contadina
Se avro’ mai un figlio
Se potro’ continuare ad amarti
Se conoscero’ ancora qualcun altro dopo di te
E come sara’
Se continuero’ a crescere
Nello spirito
Se riusciro’ a dormire la notte
Se potro’ ricominciare a correre
Se smettero’ di scrivere o cambiero’ semplicemente il modo di farlo
Se conoscero’ nuova gente
E se mi piacera’
Se imparero’ a fare dolci meravigliosi
E a cucinare qualcosa che ti piaccia
Se avro’ sempre fiducia nella vita
E un po’ di più negli uomini
Se ce la faro’ a pagare il mio debito
Di soldi e del destino
Se incontrero’ di nuovo tutti quelli che ho perduto
E come accadra’
Se smettero’ di piangere quando qualcosa mi emoziona
Se riusciro’ a non annoiarmi
Uff
Se i miei sogni si avvereranno
Se riusciremo a mettere quelle mensole
Prima o poi
E se i sassi staranno ancora in equilibrio
Se riusciro’ a risparmiare
E a vivere nella natura come vorrei
Se riprendero’ un cane
E magari anche altri animali
Se imparero’ a danzare
Per volare leggera fra le stelle
Se potro’ aiutare a guarire chi soffre dei mali che conosco
Se riusciro’ a sostenere certi sguardi
E certi sorrisi
Se ricomincero’ a cucire a fare la calza e il bricolage
Come facevo da piccola
Se i miei oleoliti reggeranno l’impatto con il tempo
Se il latte smettera’ di impazzire
Se mi piacera’ ancora la cioccolata
E restero’ vegetariana
E astemia
Se realizzero’ i miei sogni di quando avevo 16 anni e che ancora ricordo
Se mi decidero’ ad andare a letto presto
Prima o poi

(Pensieri del 9 agosto 2012)

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sassi zen

la prima cosa che faccio quando torno a casa la sera, da qualche tempo, è controllare che i miei sassetti siano ancora in piedi

sono piccole costruzioni di pietre appoggiate l’una sull’altra in uno stupefacente stato di equilibrio
le ho fatte con alcuni sassi che avevo in casa, raccolti in qualche puntata al mare o in montagna, e con alcune delle pietre che colleziono

la scorsa primavera ne avevo visti di bellissimi nel parco di un agriturismo in piemonte
qualcuno mi disse che era il barista inglese a farli

cercai il momento giusto per chiedergli quale fosse il segreto per far stare i sassi in equilibrio

lui sembrò un po’ stupito e al tempo stesso intimidito dalla mia domanda
mi disse di passare più tardi, poi mi portò davanti a una sua creazione e mi disse
“non c’è niente da capire, quando io sono allineato anche i sassi si allineano. basta trovare il punto di equilibrio”
facile a dirsi, pensai
poi lui prese il sassetto che stava in cima alla scultura e lo appoggiò per terra
“ecco, puoi provare a rimetterlo tu” mi disse
“divertiti”
e si allontanò
una volta sola con il sassetto da risistemare fui colta da una sorta di agitazione
provai a rimetterlo al suo posto, ma senza crederci affatto
e il risultato fu che non solo non ci stette e cadde giù
ma caddero anche quelli più in basso
in pratica, distrussi tutto

mi sentii morire dalla vergogna
andai dal barista e mi scusai
lui aveva sempre la stessa espressione sul volto
come un sorriso timido, ma non sembrava dare troppa importanza al danno che avevo provocato

poi vidi che anche un’altra scultura era venuta giù (oddio no!) e mi affrettai a precisare che non ero stata io
lui ridendo disse che lo sapeva, era stata una ragazza molto alta

passano le settimane, i mesi e non penso quasi più ai sassi zen

poi tutto d’un tratto mi tornano in mente
forse dopo essere stata alla spiaggia del cinghiale a punta ala dove c’è sempre qualche composizione di sassi
per scherzo, quando torno a casa (in toscana), impilo due o tre sassetti piatti e costruisco le mie prime sculture zen
le avrebbe potuto fare anche un bambino
erano semplicemente dei sassi appoggiati l’uno sull’altro

però dopo è cambiato qualcosa
e quando ho messo insieme altri sassi, molto meno piatti, sono rimasti in piedi
contro ogni apparente legge fisica

far stare insieme i sassi mi dà una sensazione nuova di equilibrio, armonia e completezza
per questo ogni sera quando torno a casa controllo che siano ancora in piedi
se qualcuno cade durante il giorno, lo riappoggio e tutto torna come prima

i sassi a casa mia per il momento stanno su due cassettiere
una è subito dietro l’ingresso per cui anche il semplice movimento di apertura della porta può far cadere qualche pezzo
meglio non aprire i cassetti, però, anche se riesco a farlo applicandomi con pazienza e concentrazione
comunque presto ci saranno delle nuove mensole su cui far stare i sassi senza pericolo di farli cadere muovendo i piani di appoggio

ho impilato anche delle grosse pietre che si trovano sulla strada fra casa e il lavoro, vicino a un castelletto diroccato
per tre o quattro volte qualcuno, durante la notte, le ha buttate giù
e io le ho rimesse in piedi
una, due, tre, quattro volte

adesso sono ancora lì, una sull’altra
e quando ci passo davanti penso che è quasi un piccolo miracolo

(chi è interessato all’argomento si faccia un giro qua: http://www.devamanfredo-stoneart.com/selva_di_sogno.htm)

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black out

Senza luce,
Nel silenzio
Della notte

La lampadina
Saltando
Ha bruciato
Tutto il resto
Il computer
Si era arreso
Ormai da giorni

E navigo da sola
A tentoni
Nella casa
Con il bagliore
Amico
Di qualche candela

Per i gesti di sempre
Non serve vedere
Puoi riempire
Un thermos
Di acqua bollente
A memoria

Puoi pensare
Puoi sentire
Più forte
Pensieri
E ricordi

La finestra aperta
Fa entrare
Luci e suoni
Della notte
Il lampione acceso
Le voci di qualche
Passante
Le auto
In lontananza

Dentro e’ tutto
Spento
Non scorre più
Energia elettrica

Ma per stanotte
Si puo’ fare senza
Domani mattina
Con la luce
Si vedra’

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MED-IT-AZIONE

sprofondare
nel silenzio
che ti appartiene
per trovare
cio che è
e non ciò
che appare

il vuoto
il buio
e poi la luce
viola
come
un diamante
in fondo
al tunnel

ricordare
la lingua antica
del bambino
che tutto già sa
ma non sa
come dirlo

quante lacrime
ancora
da versare
prima di arrivare
a scoppiare
di gioia

roteare
come i dervisci
nel movimento
dell’universo
fissi sull’asse
invisibile
che tutto tiene

tu leggi le stelle
e conosci
i passaggi
dei pianeti
vuoi venire
con me?

ritornare
alla lingua sacra
quella dell’inizio
quando tutto era
solo
un suono

se il cibo nutre l’anima
noi vivremo d’amore
fra tavoli
e fornelli
sotto
l’ombra
dei nespoli
in fiore

il silenzio
è
assoluto
quando
tutto
si ferma
e canti e balli
senza regole
e senza passi
da imparare

la magia
di un incontro
a sorpresa
sotto la luna
fra gli ulivi
e la storia

tu puoi vedere
il futuro
cio che è
e che sarà
sai sentire
l’odore
della terra
e la vita
che nasce

un saluto
dopo tanti anni
scalda
il cuore

non rinneghi
il passato

nessun rimpianto
sul tuo cammino

e non dimentichi
veramente
nessuno

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pista ciclabile

Fra casa mia e casa tua
Sono tanti gli affetti
Anche se li vedi solo da lontano
Chissà se prima o poi
Riusciremo a incontrarci

Gli scoiattoli
Ti corrono incontro
Mentre scappano
Con le zampette pronte
Per volare
Sugli alberi

Una gimkana
Fra le lucertole
Stese al sole
Sulla strada bianca
Non muovetevi
Così vi scanso meglio

Le bambine non uccidono
E non amano vedere la vita fuggire
Dal corpo
Questo non e’ un gioco
Mai

Distese di margherite e fiordalisi
Al posto del vecchio treno
Non più righe giallo e arancio
Del vestitino da viaggio
Delle due sorelle
Sulla lenta littorina

Ora corrono e pedalano
E guardano il fiume
Che scorre
Sempre
Sotto al ponte

Vallibona
Castiglioni
Maltraverso
La Rocchetta
Visto da qui
Sembra tutto diverso

Le donne conoscono
I segreti
Delle erbe e dei fiori
Ai lati della strada
Raccolgono foglie verdi
E corolle blu

Sole a picco
Fra i mucchi di fieno
Accatastati
Riportano il ricordo
Di infinite
Felici
Estati lontane

Gli amici aspettano
Bisognerà pensarci
Uno per uno
Lascia che vengano
Poi tutto accadrà

Fra sambuchi e acacie
Si aprono sentieri verdi
Sconosciuti
Mentre il canto
Degli uccellini
Non si ferma mai

Bottiglie abbandonate
Di plastica
E fazzoletti
E solitari rametti
Di iperico
Sopravvissuti
A san giovanni
Si affacciano sui cigli

La bellezza
E’ come un battito d’ali
Colpisce forte
Ma poi fugge via
Devi fermarla
Senza farla
Prigioniera
Perche’ possa continuare
A vivere
Anche per te

Quando il vento si ferma
Cantano le cicale
Assordante
Canzone
Dell’estate
Che è

Non spiegarmi la strada
Non starò a sentire
Preferisco
Percorrere
I sentieri dell’intuito
Più che della conoscenza

Cuore e mente
Volano lontani
Ma partono sempre da qui

Quanta fatica
Per tornare
Fa sempre più caldo
E la salita sfianca
Quando arrivi
Ti sembra
Quasi
Un miracolo

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autostrada

1

Mi lascio alle spalle il profumo dei fiori
dell’erba tagliata
ciclisti nella canicola
L’acqua da mettere
Nelle bottiglie
L’ora non sarebbe quella giusta
Ma non c’e’ quasi nessuno
E si viaggia anche meglio

Hai il cuore troppo grande
Non puo’ contenere
Il dolore di tutti
Lascialo andare

Troppe valige
Ma serve tutto
C’e’ anche qualcosa in più
Nuove cose
Per nuove strade

Tocca anche far benzina

2

Per mangiare e’ un po’ tardi
Ma c’e’ la fila
Tutti in piedi
hanno fretta
Sosta veloce
E si riparte

Sei come un fiore
Delicato
Quando ti penso
Ti vedo cosi’

Troppo caldo
Non sara’ un bel viaggio
Finestrini chiusi
E aria a palla
Con i tamburi
Dei Comanches

3

C’era un negozio
Vicino alle mura
Vendevano penne indiane
E didgeridoo
Ma non ricordo
Più il nome
E poi non c’e’ più

Forse quel disco
Viene da li’

tu sai dire
Le parole
Che gli altri
Non

Ed e’ come
Se fosse sempre
Stato cosi’

I colli si affacciano
Nella foschia
Lontana
Azzurri
E grigi
Di gradazioni

Qui vendono tutto
Ma l’ombra non c’e’
E il fresco e’
Solo un artificio

4

Code in aumento
3 chilometri
Per veicolo fermo

Se non avessi
Te
A farmi compagnia

Siamo fermi
In galleria
Ma non e’ una poesia
Con la facile rima

Spengi il motore
Radio accesa
E i fari, anche
Cosi’ ti potranno
Vedere

L’Appennino
E’ più fresco

Appena arrivo
Un tuffo in piscina
Come di notte
Quando la luna
Sara’ piena

5

Code a tratti

Difficile capirsi
Con i maschi giovani
Occhi di plastica nera
E motori rombanti

La casa con l’orologio
E l’elettrodotto
Davanti
E’ sempre la’

Ricordarsi
Che la vecchia certosa
Ora si chiama
impruneta

6

L’aria di casa
E’ verde
Di tutti i verdi del mondo
Gialla di ginestra
Ocra
Il colore della terra

E rosa
Come la bici nuova
Che mi aspetta

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Calzini bianchi a Sarajevo

Era una domenica di sole, Sarajevo sembrava già la città più bella del mondo ma io ancora non lo sapevo. La guerra era finita da qualche anno e la Bosnia, divisa in due stati confederati, cercava di ritornare alla normalità sotto il controllo militare occidentale.
Da quando ero arrivata era sempre stato nuvoloso, oppure pioveva e faceva freddo, anche se era maggio.
Quel giorno no. Quel giorno il sole splendeva e dietro i palazzi sfregiati dai colpi di mortaio si stendeva un cielo azzurro e senza una nuvola. Fu una vera sorpresa, la mattina, buttare lo sguardo fuori dalla finestrella del prefabbricato della base militare e vedere tutta quella luce, niente il giorno prima avrebbe fatto sperare in tanta bellezza.
I militari avevano il giorno libero e ognuno lo passava come voleva. Ero libera anche io, ospite del reggimento, ma non mi avrebbero mai lasciato andare in giro da sola per la città.
Un maresciallo, quello che faceva le foto per l’ufficio stampa, si offrì di farmi compagnia e fissò un appuntamento con la nostra traduttrice, Kanita.

maggio 2005 – Sarajevo (Bosnia)

Sarajevo maggio 2005

al confine fra la città vecchia e quella nuova

con Kanita

una domenica di sole a Sarajevo (maggio 2005)

Ci ritrovammo di buon ora alla Casa del Dispetto (si chiama così per un motivo preciso che adesso però non dirò), a pochi metri dalla biblioteca nazionale, quella che avevamo visto bruciare nei servizi dei tg. Poco lontana c’era anche la casa di Kanita, quella nel cui salotto suo marito fu ucciso da un colpo d’arma da fuoco attraverso la finestra mentre fumava un sigaro seduto in poltrona. Fu una delle prime vittime del conflitto civile.

Fa uno strano effetto trovarsi in un posto così. Passeggi, mangi un gelato, bevi una coca, e sei sulle strade dove solo una manciata di anni prima la gente sparava e si uccideva.

L’aria di Sarajevo trasuda tragedia e scoppia di vita. Sarà questa contraddizione che le dà quel sapore dolce amaro che ti resta appiccicato addosso anche quando non ci sei più.

Gli adulti ricordano e raccontano. I familiari uccisi, gli amici perduti, le mille storie che hanno accompagnato gli anni della guerra assurda tornano a vivere nelle loro parole.

Prima qua eravamo tutti diversi ma convivevamo in pace. Stavamo bene a Sarajevo, dicono con l’orgoglio del passato, di quello che sono stati. Poi, d’un tratto, essere musulmani è diventata una colpa. Ma anche ebrei e ortodossi non se la sono passata tanto bene in questa battaglia di tutti contro tutti.

Su un ponte vicino alle colline dove i minareti ora sorgono come funghi, le colline che durante la guerra erano il paradiso dei cecchini, una lapide ricorda due giovani fidanzati uccisi mentre passeggiavano mano nella mano. Admira e Rosko, 25 anni, lei musulmana lui serbo, diventarono il simbolo di quella frattura che aveva generato odio e distruzione.

Kanita, di origine croata, è ortodossa, ma il marito era musulmano. E i due figli sono uno ortodosso come la madre e l’altro musulmano come il padre. Una scelta che non divide nemmeno una famiglia, come racconta lei. Altri non la vedevano allo stesso modo.

Io e il maresciallo attraversiamo a passo spedito tutto il viale dei cecchini fino al centro. T-shirt bianca, pantaloni di tela beige e mocassini senza calze. Sembra di essere in vacanza.
Ma il programma è serrato, come in una gita organizzata. Comprende la Sarajevo vecchia, quella turca, con le case basse, le botteghe per i turisti e l’acciottolato per terra. Qui Kanita ci tiene a farci fare il giro completo della Sarajevo che era stata il simbolo della convivenza pacifica fra religioni diverse.
Prima di entrare nella moschea ci copriamo i capelli in segno di rispetto. Kanita ha portato un foulard anche per me, ma non ne ho bisogno, ho al collo la mia sciarpa grigia che si adatta perfettamente all’occasione. Il guardiano, fuori, sgrida il maresciallo che ha osato scattare delle foto alle donne che pregano prostrandosi a terra. E’ vietato. Lui gli dà ragione e si scusa, ma gli scatti rimangono nella memoria digitale.

con Kanita a Sarajevo (maggio 2005)

nella moschea

Nella sinagoga Kanita trova un amico. Parlano fitto, noi non capiamo niente. Ma arriva anche per noi il tempo delle spiegazioni e della visita guidata. Nemmeno qui, nella guerra fra musulmani e ortodossi, gli ebrei hanno avuto vita facile. E quella che prima della guerra era una grossa e fiorente comunità, dopo si è trovata decimata. La storia si ripete, tristemente.

La basilica ortodossa, imponente e vistosamente ornata, è l’ultima tappa del mattino, dopo la visita a una piccola chiesa, quella di San Michele Arcangelo, ricca di storie e tradizioni, dietro al mercato della strage. Qui andavano a pregare tutte le donne, di qualsiasi religione, che non riuscivano ad avere figli.

con Kanita a Sarajevo

dietro al mercato vecchio, davanti a San Michele, piccola chiesa ortodossa

Kanita parla e parla. Racconta le storie delle persone che ha conosciuto e che non ci sono più. Penso che l’aiutino a ricordare la Sarajevo di quando anche lei viveva felice, prima che il suo bel viso venisse indurito da un’espressione che nessuno le avrebbe più cancellato.

Noi l’ascoltiamo. A volte ridiamo, a volte ci viene da piangere. Ci piace quello che racconta.

Per pranzo ci aspetta la taverna storica di Sarajevo, quella dove si mangiano i cevapcici più buoni. Lo dice Kanita ma pare che lo sappiano tutti.

Un bugigattolo con i tavolini bassi in rame sbalzato e un lavandino di pietra. Sicuramente quando mi lavo le mani non mi sfiora nemmeno da lontano il significato di un gesto tanto rituale per i musulmani.
Poi mi tuffo a capofitto nel piatto alla scoperta di sapori sconosciuti.

Uscendo dalla città vecchia incrociamo una giovane donna che chiede l’elemosina. Il volto di Kanita si fa ancor più duro, gli occhi grigio azzurri si stringono fino a diventare fessure sottili.
D’improvviso le escono dalla bocca parole piene di rabbia, in un fiume incomprensibile di consonanti e suoni gutturali.
Stiamo in disparte e non osiamo chiedere il perché.

Chissà quali strascichi ha lasciato la guerra fra le persone. Ci sarà stato chi ha tradito gli amici, chi ha approfittato di quello che succedeva. Mors tua vita mea. E fra i vivi, quelli rimasti vivi fra tanti morti, chi può dimenticare?

I ragazzi non ricordano niente, dice Kanita. Loro hanno cancellato la guerra, la paura, le privazioni, e ora che i colpi di mortaio sono cessati, che c’è questa pace regalata dall’occidente, che si può camminare per le strade senza esser puntati dai cecchini, loro vogliono solo divertirsi. Li vedi ridere, amoreggiare, bere birra e fumare sigarette. Nei disco bar, alla sera, non si respira fra il fumo, il sudore e la musica a palla.

Il sole illumina le belle donne di Sarajevo che passeggiano sulle strade lastricate della città nuova dagli alti palazzi. Il maresciallo le fissa negli scatti che stavolta nessuno vieta.
Viste così, con i grandi occhiali da sole, i jeans alla moda, le scarpe col tacco e le borsette colorate, potrebbero essere ovunque. A Roma a Parigi a Madrid. Ma a Sarajevo ti provoca un senso dì stupore la normalità ritrovata, quelle camminate ondeggianti e piene di grazia. Non puoi non ammirarle. La loro femminilità riconquistata e esibita è un grido forte contro quella guerra che le ha uccise, umiliate, mortificate, stuprate. Anche le musulmane sono così. Belle, giovani ed eleganti nei loro vestiti colorati e con i capelli velati.

Sarajevo maggio 2005

i colori delle donne musulmane

Ormai non rimane quasi più niente da vedere. Cominciamo anche a essere un po’ stanchi. Kanita ci invita a casa sua a bere un tè. Accettiamo.

Siamo al punto di partenza. Vicini a quella biblioteca diventata il simbolo della cultura di un grande popolo, distrutta dalla piccolezza dello stesso popolo rivoltato contro se stesso.

Mi accorgo solo ora che i miei piedi bruciano. La delicata pelle della pianta, sfregando con la suola delle scarpe senza calzini si è irritata e non riesco più nemmeno ad appoggiarli a terra. Kanita mi fa un massaggio e mi regala un paio di calzini bianchi e nuovi. Sono imbarazzata per tante attenzioni.

E’ bastato aprire il cassetto dei calzini, tanti anni dopo quel maggio del 2005. Quando lo sguardo mi è caduto su quel paio bianco, trapuntato, da calzini della prima comunione, il filo della memoria ha srotolato il ricordo di una domenica di sole a Sarajevo.

(marzo 2011)

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moviola

certi giorni vorresti tornare indietro

indietro con il tempo

e fare come se qualcosa non fosse mai successo

non mi capita mai

cioè, da oggi posso dire quasi mai

vorresti girare indietro la bobina e fermarla lì proprio in quel punto che sai tu e cambiare quella cosa e poi cambierebbe tutto, anche il dopo

un sacco di pellicola da buttare

ma tanto meglio

strano però

questa cosa non mi è mai successa

o quasi

ricordo delle volte brutte tanto, ma tanto

quando delle cose sono sfuggite al controllo e si sono scontrate con la follia, la cattiveria, l’invidia di qualcuno generando il caos peggiore e tanta sofferenza

eppure ho sempre pensato di andare avanti

vi dimostrerò che sono migliore di come credete che io sia

e sicuramente sono migliore di voi che mi state facendo tutto questo

stavolta no

è una cosa che riguarda solo me stessa

o forse anche qualcun altro

ma soprattutto me stessa

e vorrei tornare indietro

vorrei non tradirmi

vorrei essere come vorrei

sperando che fosse come sono 

o al limite come sarò

ma ho già capito che non è poi così grave

posso continuare a camminare

a testa alta

e anche questo errore sarà servito

a crescere

ad amare

Imagee forse oltre me stessa    

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l’orto fra i tetti (ovvero, per tornare alla terra da qualche parte si dovrà pur cominciare)

vabbè da qualche parte si dovrà pur cominciare
e allora ho ritirato fuori quelle tre fioriere in ferro battuto del padrone di casa, che stavano in cantina da una vita, ho tolto le ragnatele e mi son fatta un giardinetto pensile, appeso alla terrazzina che non c’è

30 litri di terriccio, il concime, i vasi e i sottovasi, le piantine aromatiche

due me le aveva regalate ale in segno augurale per un futuro agricolo
menta e pomodori
piantate

altre le ho comprate ieri al mercato

poi ho fatto le etichette
non che non sappia riconoscere il basilico dal prezzemolo o la salvia dal rosmarino
era così per fare una cosa più carina

un amico mi ha detto di metterci anche qualche fiore ma ora non vorrei esagerare
a occhio mi pare che non ci stia altro, poi si vedrà
dipende da quanto crescono menta e pomodori
dipende se lo zenzero germoglia o no

e poi dovrò vedere che cosa succede quando piove e tira vento perché la posizione è un po’ azzardata e il padrone di casa me lo aveva detto, tanti anni fa, perché le aveva tolte, quelle fioriere…

intanto per un po’ il pollice si rinverdisce e poi avrò sempre a disposizione, almeno nei mesi dell’estate, le erbe aromatiche fresche per la mia cucina

se trovassi erba cipollina e aneto, potrei aggiungere anche quelle
sì e poi anche timo e maggiorana
ma è solo un sogno
ormai ci sta poco più

e poi c’è il sogno più grande, quello della terra vera, da coltivare, da calpestare, da guardare, da possedere zolla per zolla
e anche questo, prima o poi, si avvererà

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