il mio gatto è diverso

E’ successo molto prima di quanto mi fossi aspettata. Ercolino e Agatha erano insieme da due giorni e già si davano i bacini. Ora, nemmeno una settimana dopo, corrono, saltano, giocano e mangiano insieme.

Il mio Ercolino, il gattino timido e pauroso, quello che si nasconde nell’angolo basso fra due armadi nello sgabuzzino, dietro una coperta, è diventato un signor gatto.

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Orgoglioso e fiero del suo territorio, ma anche ospitale e generoso.

Agatha è uno spettacolo. Più la guardo e più mi pare piccola, con quegli ossicini fini, quella buzzetta a pois. La prendi in una mano e pesa meno di una mela.

Quando siamo tornati tutti e tre dalla Toscana, conclusa l’operazione “Salvate il soldato Ercolino” disperso nel cespuglio, dopo un viaggio allucinante, a temperature da forno crematorio, con traffico e code a Firenze e poco tempo a disposizione prima di rientrare al lavoro, non nego che ero molto preoccupata.

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Da qualche tempo leggevo su internet tutta la letteratura su come introdurre un nuovo gatto in casa, specialmente se più piccolo. Tutti i gattologi prospettavano settimane, se non addirittura mesi, di appartamento diviso in due, zona gatto grande e zona gatto piccolo, coccole da raddoppiare, sforzi sovrumani per non far sentire l’uno rifiutato e l’altro non accolto.

Nella mia mente era già pronto un piano strategico di prime linee armate di pappe umide e secche, e una complessa logistica di cuccette e lettiere.

La prima notte ho cercato di mettere in pratica quanto studiato. Dopo aver lasciato i due gatti separati mentre ero al lavoro, ho mantenuto la divisione dell’appartamento anche per la notte. Il problema era che il gatto residente non doveva percepire la perdita dei suoi avamposti in favore dell’invasore e mantenere precedenti abitudini e privilegi.

L’altro, per contro, inizialmente avrebbe dovuto occupare un’area neutra, non percepita dal gatto di casa come propria. Esclusi per ovvie ragioni cantina e garage si è posto un serio problema, dal momento che nel vasto appartamento di 70 metri quadri  mi risultava difficile pensare a un posto che Ercolino potesse considerare zona neutra.

Ho optato comunque per il bagno, dove ho sistemato cuccetta, pappe e lettiera di Agatha. Durante il giorno la nuova arrivata ha passato il tempo fra la toilette e la mia camera, potendo godere addirittura del disimpegno  di mezzo metro quadrato che collega le due stanze.

Ercolino è rimasto fra salotto-tinello e guardaroba, altresì detta la stanza di Ercole.

Durante la notte però Ercolino non poteva venir estromesso dalla mia camera, nella quale ha sempre deciso autonomamente se dormire o meno.

Non ho avuto scelta. Agatha è rimasta chiusa in bagno.

Dopo il primo quarto d’ora, giudicando intollerabili i suoi lamenti, ho cambiato strategia. Agatha ha avuto accesso alla camera e Ercolino è rimasto confinato, per non dire escluso, nella zona giorno.

Un altro quarto d’ora in cui ho tentato di riprendermi dal doppio viaggio di un giorno e mezzo sotto la canicola con conseguenti stress gatteschi per rialzarmi, convinta dai mieeeee di Ercolino, e ho cambiato di nuovo.

Agatha in bagno, Ercolino libero di girare. Io distesa morta sul letto.

La mattina dopo ho liberato la piccola che miagolava come un’orchestra romagnola di liscio sforzandomi di continuare ad applicare le regole per la corretta introduzione.

Pappa di Agatha servita dietro la porta vicino alla quale mangia Ercolino così che il gatto residente possa percepire la nuova presenza associandola al momento piacevole del cibo.

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Il secondo giorno di permanenza in casa non ha dato particolari problemi perché la piccoletta, su insistenza dei colleghi, è venuta in ufficio con me dove si è addormentata su una scrivania.

La seconda sera però non avevo affatto voglia di continuare con la pantomima della corretta introduzione. Strappati i piani strategici ho urlato ai soldati un energico “rompete le righe” e me ne sono andata a dormire, lasciando la truppa al proprio destino.

Mi è andata bene, pare.

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Missione Ercolino – Il blitz è riuscito

Ercolino è tornato a casa. Dimagrito, impaurito e con un miagolio tutto diverso.

Ora “parla” come E.T.

Spero che gli passi, con il tempo.

Ma prima di tutto spero che si riprenda dallo shock di questa settimana vissuta all’addiaccio, nascosto fra le siepi del giardino o nel sottobosco. E senza mangiare.

Io credevo che si fosse arrangiato in qualche modo, in realtà, il mio piccolo eroe.

Ma l’ultima volta che lo avevo pesato era più di 7 chili e stamani invece era solo 5,7.

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In effetti si era visto anche dal musetto fattosi appuntito e non più tondo che aveva sofferto un bel po’. Ma io non ci volevo proprio credere e già me lo immaginavo intento a cacciare i piccoli animaletti del bosco mentre, allo stesso tempo, si guardava le spalle da volpi e faine.

Ecco diciamo che io da questa esperienza speravo che prendesse il meglio, come da una settimana con gli scout. Non dico che lo avrei voluto in grado di accendere un fuoco o di montarsi la tenda da solo. Pensavo più a un’occasione di crescita, a una maturazione, alla vittoria sulle tante paure che costellano il piccolo mondo di Ercolino.

E invece mi torna che miagola come una capretta.

“Mieeeee”.

Un mieeee tremolante, fra l’altro.

Chissà che vorrà dire…

la prima volta che l’ho sentito però mi è sembrato il miagolio più bello del mondo.

Mi sono avvicinata al lungo cespuglio prima del tenditoio, quello fitto fitto, e ho cominciato a chiamarlo.

“Ercolino…. Ercolino, tesoro”.

Quando ho sentito “Mieeee” mi è saltato il cuore in gola.

Lui si è affacciato, nero come la pece, avanzando guardingo, una zampetta dietro l’altra e gli occhioni gialli sgranati come due astronavi.

“Mieeee”.

“Ercolino tesoro… vieni piccino”.

Non osavo allungare la mano nel timore che facesse come le volte precedenti e si rifugiasse ancora in mezzo alla vegetazione. Doveva venire lui almeno fino alla mia mano, poi avrei cercato di prenderlo. Non avrei potuto fare altrimenti.

La serata che si era preannunciata pacifica in realtà tempo un’ora non lo sarebbe stata più, a causa dell’arrivo improvviso di altri ospiti. E io rischiavo per una stupidaggine di vanificare un viaggio lungo, faticoso e intrapreso apposta per lui.

Ercolino ha continuato ad avvicinarsi guardingo e quando è stato a portata di mano l’ho afferrato per la collottola. Lui si è arreso, lasciandosi cadere a terra, forse stremato, dalla solitudine, dalla paura, dalla fame.

Si è lasciato accarezzare e prendere in collo.

Prima di mangiare pareva aver bisogno di essere toccato, accarezzato, rassicurato.

La preoccupazione di questi giorni si è sciolta in lacrime. Di gioia. Di pericolo scampato.

Ora il piccoletto ha un’altra prova da superare. La convivenza con Agathina.

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Ho pensato di pretendere troppo da lui che, si sa, è un gattino pauroso, traumatizzato.

Ma magari la dolce Agatha, solare e intraprendente, potrà aiutarlo.

Magari per una volta anche Ercolino potrà avvicinarsi a un gatto anziché scappare, potrà giocare anziché rifugiarsi nel nascondiglio segreto, potrà…

Io ci spero, che gli faccia bene.

All’inizio non sembrava molto, a dire il vero.

Lui con quei miagolii da belato, intirizzito a guardare quell’altra che andava incosciente in tutti i suoi posti preferiti.

Il tavolinetto dei croccantini premio, il divano, il mio letto.

Ovunque, alla fine, perché ogni angolo della mia casa è di Ercolino, da un anno e mezzo.

Miagola  e ruglia…. e soffia.

E anche lei risponde soffiando.

Stamani li ho lasciati a casa da soli e senza barriere, dopo appena un giorno, e quando sono tornata ho visto che si erano avvicinati un po’, pur continuando la stessa pantomima da gatti.

Io ci credo, sono fiduciosa. Ci spero.

Forza Ercolino. Siamo tutti con te.

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Missione Ercolino – la speranza

Se non fosse per le cicale qui sarebbe silenzio assoluto.
Fuori il caldo immobilizza l’aria e  i campi.
Io spero che silenzio e immobilità convincano Ercolino a tornare a casa.
Lo ha già fatto ieri sera, d’altra parte, prima che io arrivassi qua
Lo spero così tanto da aver buttato  due stracci  in valigia con lo spazzolino da denti e qualche libro ed esser partita verso la Toscana nel mio unico giorno di riposo
Il giorno più caldo di questa estate bollente, fra l’altro, dicono i meteorologi

Il viaggio è stato uno stress, al solito
La temperatura saliva a vista d’occhio,  alle 9.30 erano già 31 gradi, e avevo una paura  folle di bollire le mie cucciolette
Nel trasportino Agatha dormicchiava,  ma Musetta ha miagolato per tutto il viaggio
400 chilometri di miaoooo sparati al massimo  con vari tentativi di effrazione  della serratura della gabbia

Ci siamo fermate anche quattro o cinque volte in cerca di un po’ d’ombra per due coccole e un po’ d’acqua fresca
Ma alla fine, anche se sembrava impossibile, siamo arrivate
Sane e salve,  e accaldate
La temperatura ormai sfiorava  i 40, come da previsioni
Anche il mio mal di testa era salito, parallelamente al livello dell’aria condizionata

Ma qua c’è calma, ci possiamo riposare e assaporare il canto delle cicale

Agatha e Musetta  appena arrivate sono state assalite dal fratellino Ettore che non vedeva l’ora di giocare con qualcuno della sua età

Agatha è  quella grigia tigrata,  la più tranquilla e la più piccolina
Musetta è bianca con un mantellino grigio a strisce ed è più in forze
L’espressione del musino è uno spettacolo, va da sé
Poi c’è Ettore lo scuro, tigrato marrone e nero. Una vera teppa

Ora però è iniziata la missione per salvare Ercolino e  riportarlo a casa strappandolo al bosco dove vaga ormai da più di una settimana

In casa ci sono i croccantini e l’acqua fresca al solito posto
Così come la lettiera
Tutto tace, non ci sono estranei che possano spaventarlo e farlo allontanare

Non resta che aspettare

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maledetto di un gatto

stupido stupido stupido stupido stupido e ancora stupido gatto

è la prima volta, da quando sei con me, che torno a casa senza di te e non ti troverò nemmeno ad attendermi

in macchina, che miagolano nella cestina con apertura anche sul lato superiore, quella che avevo comprato apposta per te solo pochi giorni fa, ci sono Agatha e Musetta

per Agatha la trasferta era prevista da tempo, da quando avevo deciso che non saresti più rimasto solo nei lunghi pomeriggi in casa ad aspettarmi dal lavoro e poi era nata lei, quasi per miracolo, nella legnaia di casa

Musetta, la sua sorellina, l’ho portata nella speranza di riempire il vuoto, incolmabile sappilo, lasciato da te

avrei voluto prendere Ettore ma lui, da quello spericolato esploratore che è, al momento di partire, era andato chissà dove

lo so, è un compito arduo per due pezzettini così piccoli riempire tanto vuoto, ma ci proveranno di sicuro

cioè ci proverò io

sono bastate poche ore ad aprirmi un buco di dolore nella pancia che tu, nella tua incoscienza di gatto, nemmeno immagini

è stata l’ultima sera della nostra “lunga”  (più del solito, almeno) vacanza a casa

impaurito, ma che dico, terrorizzato, dalle novità (ospiti, bambini, trasferimento, eccetera) ti sei rifiutato di entrare in casa, sfuggendo perfino quando io, la tua “mamma”, ho cercato di avvicinarti porgendoti il cibo che non toccavi ormai da chissà quanto

niente da fare

tu hai rinculato e sei scappato nel bosco

che poi a pensare a un gattino come te, timido e pieno di paure, nel bosco è già una cosa che mi fa attorcigliare le budella

chissà che ti era successo su quel bel musino nero dove qualcuno, ho notato pochi giorni fa, ti ha strappato un baffo e fatto un altro buchino vicino alla bocca

ma tu niente, imperterrito via, scappi, incapace di distinguere di che cosa avere paura e di cosa non averne

meno male le tue sorelline, Agatha e Musetta, mi hanno dato il loro bel daffare durante il viaggio di ritorno, con il loro miagolio costante (specie Musetta, Agatha meno, molto meno) e i loro tentativi di fuga (idem come prima)

altrimenti il pensiero di te, di quello che avrebbe potuto esserti successo, mi avrebbe dilaniato

la notte prima, quando hai fatto il cenno di entrare in casa per poi fuggire non appena mi hai visto, ti ho cercato più volte, alzandomi alle due e mezzo prima e alle 5 e mezzo poi per chiamarti

e te niente

ho lasciato anche la porta aperta, nel caso avessi deciso, nel silenzio del nostro sonno, di entrare

ancora niente

per tutto il giorno ti abbiamo chiamato scandagliando cespugli, vasi di fiori, qualunque posto in cui avresti potuto esserti nascosto

e tu niente

alla fine sono partita convinta che avessi avuto tu la peggio nell’incontro con una volpe

un pensiero insostenibile, credimi

poi durante il viaggio quel messaggio

“Simona, ho visto Ercolino. E’ vivo, anche se non sono riuscita a farlo entrare in casa”

Alleluja

grazie a tutti i santi del paradiso

ci sei, sei vivo

il cielo è tornato azzurro e l’erba verde

mi son vista non sai quante volte il tuo musetto nero affilato con quegli occhioni gialli

quell’atteggiamento timido e ritroso, a parte quando hai fame o quando pretendi coccole

e ora so che anche se per un po’ di settimane non sarai con me, almeno ti rivedrò

qui va tutto bene

Agatha e Musetta si divertono un sacco con i tuoi giochi

anzi, quello che ti aveva regalato Raffaella e che tu non hai mai degnato di uno sguardo se lo sono disintegrato in due ore

apprezzano molto anche le palline e i fili volanti sparsi per casa

ma per loro, che sono due bambine, ogni cosa diventa occasione di gioco

anche la gabbietta dalla quale durante il viaggio volevano fuggire

ora, non solo ci hanno dormito rannicchiate la notte, ma ci inventano anche dei giochi

anche la lettiera, quella coperta, per loro è ancora un gioco

penseranno a un padiglione dell’Expo, magari

si penzolano dalla porticina, vi si rincorrono

tutto fuorché usarla per quello per cui serve

no, per quello hanno la lettierina scoperta del viaggio

ma spero di convincerle a cambiare abitudini al più presto

per il resto, Ercolino, gattino pauroso e coraggiosissimo

sappi che qua ti aspettiamo tutte

e non vediamo l’ora di riaverti con noi

maledetto di un gatto

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La coda dello scorpione

Durante alcuni lavori di restauro in un bagno della casa in Toscana, alcuni anni fa, uno scorpione fu murato per errore nella parete della doccia.
Me ne accorsi solo un bel po’ di tempo dopo che tutto era stato sistemato.
Una piccola protuberanza nera e lucida spuntava, ormai senza vita, dalla cornice di un piccolo sportello in basso, dal quale si accedeva alle tubature dell’acqua.
Non capii subito di cosa si trattasse. All’inizio avevo pensato distrattamente  a un minuscolo tubo di gomma, come quelli che avvolgono  i fili elettrici.
Un giorno capii  che non poteva essere che uno scorpione, rimasto intrappolato durante la posa di malte  e cementi nell’indifferenza del muratore di turno.
Intrappolato vivo, naturalmente.
Per quanto non ami circondarmi  di scorpioni il pensiero non mi riempì  affatto di gioia.
Anche se nella casa in Toscana, essendo in campagna, capita di trovare qualcuno di questi animaletti, li raccolgo con un foglio di carta o con la paletta dell’immondizia e li deposito  nei cespugli all’esterno.
Dedicai un pensiero fugace all’agonia della povera bestiola per poi dimenticarmi di lui.
Ogni tanto, le volte che tornavo a casa, facendo la doccia mi cadeva l’occhio su quella piccola  protuberanza nera e lucida, una zampetta, o forse la coda stessa, che sbucava dalle piastrelle rimesse a nuovo. Un tentativo di fuga, una corsa verso la salvezza, miseramente fallito.
Non so perché  l’ultima volta che ho visto quella zampetta  nera, rimasta immutata nonostante il passare degli anni, ho pensato che fosse giunto il momento di fare qualcosa.
Sono; bastate un paio di forbicine da unghie, un colpo lieve, appena accennato, senza bisogno di forza né di attenzioni particolari.
La protuberanza nera e lucida si è staccata da quel piccolo anfratto nella parete della doccia dove sbandierava ormai da anni ed è caduta a terra.
Il mio gatto, curioso, venuto ad assistere all’operazione, l’ha divorata in un sol boccone.
E in un attimo non è  rimasto più niente.

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Annapurna, aspettami

Devo ammettere di essere proprio una tipa molto previdente
altrimenti non avrei preso tanto in parola il collega che la sera mi fa:
“Domani mattina se vuoi puoi andare a farti un giro nei sotterranei di Belluno. L’appuntamento è alle 9.30 in piazza Duomo. Vestiti bene però perché sono freddissimi. Scarponcini, giaccone. E poi è un buio pesto. Serve una torcia”.
Certo, ho pensato, che problema c’è? Ho tutto.

arrivata a casa apro armadi e cassetti e preparo l’equipaggio per il giorno dopo. meglio non lasciare niente al caso.
Sarà che la mattina avevo avuto una di quelle febbri al contrario, stesa sul divano, gelata dalla punta dei piedi fino all’anima
la sera poi un caldo infame. mi mancava solo un rifugio antiaereo buio e freddissimo

prima di tutto la torcia. una frontale mai utilizzata

Se si esclude quando dovevo sporgermi dalla finestra per controllare che la vicina avesse ben chiuso la sua, prima di far uscire Ercolino

ora, con la gabbia da gatti, non mi serve più nemmeno per quello

la provo, le pile sono ancora cariche, funziona

via, nello zaino

con: il cappello di lana, un paio di guanti, una sciarpa e una bandana
(Meglio avere più opzioni)

E ancora: una bottiglietta d’acqua, un piccolo thermos di the caldo, due barrette energetiche e un po’ di frutta secca
non sai mai di cosa puoi avere bisogno là sotto

Non ho proprio idea di come siano fatti questi sotterranei
il collega dice che attraversano tutta la città

la mattina dopo il sole splende in cielo

ma io mi preparo a scendere sottoterra dove fa un gran freddo

Indosso un paio di leggins neri di pile e soprapantaloni antivento

canotta tecnica, maglietta di cotone a maniche lunghe, maglioncino leggero in pile e giubbottino tecnico pelosetto

a volte cascasse qualche goccia dall’alto…

calzettoni super caldi (comprati in Bosnia, al compound americano, reggono fino a meno 40 gradi) e scarponcini da montagna con la suola grippata antiscivolo

e se facesse meno freddo ma non troppo?

infilo nello zaino anche un gilet, per ogni evenienza

ma se invece facesse ancor più freddo?

Ecco qua la giacchina a vento, quella leggera

Tolgo il gilet, meglio non esagerare

Metto un pacchetto di fazzolettini e un burro di cacao in un taschino

Nell’altro il telefono e, dopo aver chiuso la porta di casa, le chiavi

Arrivo all’appuntamento pronta a salire sull’Annapurna

Gli altri sono in jeans, maglietta e all stars

“Ma come?” Faccio

il fotografo dice: “ho tutto in macchina”

Immagino uno zaino pieno di roba

in realta è un giubbottino di tela

l’attraversamento della città sottoterra, fatti qualche decina di metri, dura sì e no una manciata di minuti

La gita, con le spiegazioni e la visita a due diversi rifugi, non prende più di un’ora

non fa nemmeno freddo, anzi

Vestita così ho fatto praticamente una sauna

la torcia l’ho accesa giusto per simpatia ma non sarebbe servita

Come qualsiasi altra cosa che avevo messo nello zaino

Peccato, per l’Annapurna sarei stata perfetta

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È La Merda, Bellezza…

Costretta a fare sesso da un handicappato

A tredici anni

Dietro alle macchine dei professori nel cortile della scuola

Una rossa una blu una rossa

Con la paura di essere vista dai compagni con quello lì

E poi gli fa anche il verso

Come si fa il verso a un handicappato

Con la voce soffocata la testa all’indietro e il mento all’insù

È la parte più dissacrante dello spettacolo (lLa Merda, di Cristian Ceresoli, interpretato da Silvia Gallerano) secondo me

Quando l’attrice,  sola sul palco, nuda, con le cosce grosse il seno un po’ cadente e la bocca orrendamente dipinta di rosso, spalancata e distorta in una smorfia perenne

Ha raccontato l’episodio

Con la voce impostata da ragazzina deficiente

Oddio, più che deficiente forse un po’ perbenista

Quel tono da se fosse per me io non lo avrei mai fatto ma ci sono stata costretta

Quella che io non sarei così ma è la società che mi trasforma

Ma accusa un handicappato di averla costretta a far sesso

Ha rotto il tabù

Attenzione

Anche gli handicappati sono stronzi

Ergo

Anche gli handicappati sono persone

Che pensano hanno istinti sbagliano e fanno del male

Non solo vittime

Non solo handicappati

Questo spettacolo se fossi un handicappato

E chi dice che non lo sia

Lo urlerei in faccia al mondo

Quando il buono, il politically correct

Abbassa la voce, e gli occhi, perché non si dice, non si fa

E nemmeno si pensa

Nega la persona handicappata

Lo uccide come essere umano

Lo nasconde dietro il paravento dell’handicap

Lo trasforma in una povera vittima da compatire

E basta

Niente sentimenti niente istinti solo l’handicap

Voce bassa e occhi a terra

Compassione, pietà

Nessun diritto a esistere di per sé

E invece questa qua, nuda e con le cosce grosse, e con il triangolo nero, isoscele, come negli anni ’70, prima delle brasiliane delle depilate del filino verticale o del triangolino smussato

Urla facendogli il verso

All’handicappato

Poi c’era tutto il resto

La trasformazione della società

Che ti trasforma

E tu che vuoi trasformarti secondo modelli imposti

E tutto è merda

E tu vivi nella merda e mangi la tua merda

Pasolini lo aveva previsto

Raccontato

Dove eravamo rimasti?

Ah già,  Salò o le 120 giornate di Sodoma

Mangiavano merda

E polpette di chiodi

Partendo dalla Ricotta,  forse

Con quel povero cristo che muore di indigestione

Noi poi lo abbiamo fatto

In quarant’anni

La ragazza con la vocina spezzata da deficiente e la bocca rossa, rossa e spalancata

Così oscena e provocatoria, con le sue smorfie da piccola ipocrita

Più della nudità

Ce lo racconta

La ragazza che vuole farcela

Vuole diventare qualcuno

E c’è il padre, morto, e i suoi insegnamenti sull’Italia

Fatta da uomini bassi e con la camicia rossa

C’è la pubblicità,  la tv

L’inadeguatezza e la voglia di superarla

Di trasformarsi in ciò che non si è

Per essere come ci vogliono

Successo

E divani

Passaggi obbligati ma senza garanzia

Non c’è un filo logico, lineare

Né nel racconto teatrale

Né in questo racconto

La traccia da seguire, forse, è proprio quella dell’intestino

Contorta

Aggrovigliata su sé stessa

E piena di merda

Appunto

Ps: A teatro quella sera c’era qualcuno che indossava un profumo delicatissimo

Una specie di opium leggero leggero

Io lo assocero’ sempre a questo spettacolo

Se mai dovessi risentirlo

Per fortuna

“La merda”, monologo di Cristian Ceresoli interpretato da Silvia Gallerano, a Milano

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Liebster award… sono stata nominata!

Calma Simoncina, calma
unn’è successo nulla

oddio, devo ammettere che il messaggio di Laura, di http://naturamentebio.wordpress.com, che mi comunicava di avermi segnalato al Liebster Award, mi ha fatto piacere
anche perché è buffo questo mondo dei blog
te leggi saltellando qua e là, nella speranza di trovarne uno  interessante (a me piacciono quelli che vanno sul personale, i diari veri insomma, ironici o seri non importa, e anche quelli di cucina, mentre non sopporto proprio i blog che commentano le notizie di cronaca o quelli che fanno pubblicità a vestiti e cosmetici)
quando ne trovi uno leggi avidamente, apprezzi le foto, ti immagini chi c’è dietro a quei racconti ma in realtà non lo sai, non c’è un vero scambio diretto
non ci si conosce, a parte qualche raro caso
ma è un po’ come guardare dalla finestra nelle case altrui senza che l’occupante sappia che tu sei là dietro, anche se è stato lui, in fondo, a lasciare aperte le imposte
insomma, ora non vorrei far proprio la figura del voyeur (anche perché dovrei definirmi voyeuse e non mi garba)

Il mio mondo ideale sarebbe con i blog di tutte le mie amiche sparse per il mondo

La mattina aprirei le loro finestre, darei loro il buongiorno, una sbirciatina e via

E loro farebbero lo stesso con me, ovvio

Anche gli amici maschi, ovvio

Vabbe’, torniamo a noi

Allora, che è successo?
Laura (che non conosco, ma della quale seguo il blog che ritengo interessante, ben scritto e che fa anche ridere) mi segnala di avermi nominato in questo contest

Vado a vedere sulla sua bacheca, e anche un po’ a giro su internet, e scopro che il Liebster Award sarebbe “una consuetudine in voga da qualche tempo (nata forse in Germania) per far conoscere blog giovani e con un numero ancora limitato di followers; una sorta di passaparola, una catena di Sant’Antonio senza fini di spamming ma con l’obiettivo di aiutare i piccoli blog a conquistare nuovi fan”

Le regole sono queste :

1) ringraziare chi ci ha conferito il premio, rinviando con un link al suo blog;

2) scegliere 5 blog con meno di 200 lettori a cui assegnare il premio e lasciare un commento sui loro blog per informarli della “nomination”;

3) condividere con i lettori 11 cose di sé che non sono ancora note.

******

Allora io mi prendo delle libertà

Siccome su altri post ho visto che di blog se ne dovevano segnalare 11 io sto nel mezzo e ne segnalo sette

Qualcuno è di amiche, altri di persone assolutamente sconosciute

cito

http://lagiulina.blogspot.it

Schietta e ironica, divertente. È da un po’ che non ci scrive, ma magari le torna la voglia

http://gelateriesconsacrate.blogspot.it/

Coraggiosa, profonda, vera. Anche questo sembra un po’ abbandonato da qualche mese. Speriamo, va’

https://ilcasononesiste.wordpress.com/

Scoperto per caso, ehm,  va bene che posso dire? È andata così. .. bei racconti con parole e immagini

https://valewanda.wordpress.com/

Non conosco nemmeno questa blogger ma i suoi post mi son piaciuti

http://cobrizoperla.blogspot.it/

Ho conosciuto prima il blog,  e dopo, mooooolto dopo, lei. E merita, credetemi

https://raffaellasarracino.wordpress.com/

Anche lei è da un po’ che non scrive. Peccato. Anche perché se non ricordo male questo blog glielo ho fatto aprire io 🙂

http://blog.libero.it/surfinia09/

Che dire di lei? La mia maestra invisibile di blog. Quella che commenta ogni post, dà un riscontro a qualsiasi cosa scriva, anche quando non te lo aspetti proprio. Insomma, lei c’è sempre

(Ne aggiungerei un altro, in corner.  Scusate se mi allargo, ma anche questo fa morir dal ridere ed è pure intelligente. Lei, cioè,  la blogger http://tuttoquestoalicenonlosa.wordpress.com)

Ecco qua

Fatte le mie belle segnalazioni, e ora dovrò ricordarmi di avvisarle una a una (toh, son tutte donne….) potrei anche essere incappata in qualche gaffe…

Chi mi dice che questi blog non abbiano più di 200 followers?  Eh, chi me lo dice?

Per dire, ci sarebbe stato anche Http://memoriediunavagina.wordpress.com. ma lei ne avrà migliaia di fan. Credo

Vabbe’

Come segnalazioni e ringraziamenti ci siamo

(Scusate, scusate, vorrei segnalarne altri due. Che ci posso fare?

http://pedrinicantastorie.wordpress.com

Questo è un ragazzo, ha scritto un post sulla morte del suo gatto che ci ha fatto piangere tutte come fontane

http://la stanza del traduttore.com

Autori vari, i traduttori descrivono la stanza in cui lavorano. Bello. Molto)

Così alla fine ne ho segnalati undici e chi s’è visto s’è visto

Ora veniamo alla parte più difficile

11 cose che non si sanno di me

(Non interesserà a nessuno, ma è un gioco via)

1 – Il primo di ogni mese pago l’affitto di casa e corro in edicola a comprare Julia,  il fumetto

2 – dopo una vita a sognare di trasferirmi a new York ora sogno parigi (son sogni, appunto)

3 – non sopporto il rumore inutile, gratuito, la gente che parla a voce alta, la musica invadente

4 –  vivo nel disordine pensando ogni giorno, domani metto a posto

5 – mangerei sempre cioccolata al latte se non ci fosse la maledizione del mal di testa

6 – ho un sacco di idee (nuove)e pian piano le realizzo, anche

7 – amo le vacanze natura, odio gli alberghi e i ristoranti degli alberghi

8 – il mio sogno più sogno, più di new York e parigi, è trasferirmi alle Hawaii

9 –  ho un trascorso adolescenziale di salame, cioccolata e brufoli

10 – fare le valigie, all’andata,  mi distrugge

11 – mi aspetto sempre delle sorprese. Belle, ovvio. E qualche volte arrivano

Come questa

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una vacanza speciale – tutte le cose belle finiscono (6)

ritorno   Capisco che la vacanza è finita quando Lula si rimette i gioielli che in questi giorni non aveva mai indossato. Sono solo ninnoli africani, niente di prezioso, ma il gesto indica che ci stiamo preparando a rientrare nella civiltà dopo i giorni passati a dormire per terra in mezzo agli eucalipti. Finché stavamo a Capraia, fra il campeggio, le calette sul mare,  la passeggiata centrale, non c’era bisogno di niente. Un paio di pantaloni qualsiasi, una maglietta e un golfino. Niente trucco, niente inganno Fuori da qua sappiamo che è diverso. E il gioiello, pregiato o di bigiotteria,  funziona un po’ da scudo. Anche se solo simbolico. L’ultima mattina a Capraia proviamo a fare un giro in barca Ma soffia il maestrale “Mai successo a luglio” commenta Marco, il proprietario del campeggio Impossibile uscire, troppo pericoloso pur stando vicini all’isola rischieremmo di venire sbattuti contro le rocce Non importa, lo faremo un’altra volta Passiamo le ultime ore prima dell’arrivo del traghetto sulla “spiaggetta” di sassi e cemento vicino al porto. Il vento è fortissimo ed è difficile leggere e tenere il cappello in testa All’ombrellone in spiaggia abbiamo già rinunciato accampamentoe L’ultimo pranzo lo facciamo al ristorante del campeggio, una sorta di self service, negozio di alimentari e bazar Prendiamo verdure cotte e insalate miste e poi diamo fondo alla nostra cambusa svuotando una lattina di lenticchie e accompagnando tutto con le immancabili gallette di riso La scelta gastronomica è legata alle mie intolleranze alimentari La vacanza è scivolata anche sulle nostre cene e i nostri pranzi cotti al fornellino da campo Ceci, lenticchie, fagioli in scatola, come Zio Paperone ai tempi del Klondike Una volta abbiamo cotto anche gli spaghettini di fagioli mung comprati allo spaccio dell’isola E per condimento, oltre all’olio al sale speziato e al pepe, il finocchietto selvatico di capraia E a volte anche qualche erba meno conosciuta (e subito sputata) cactus Per colazione latte di capra (a lunga conservazione in confezioni da mezzo litro, giusto per due, vista la mancanza del frigorifero) e biscotti senza glutine Lula mi ha accompagnato condividendo i miei stessi pasti Per me è stato un gesto di amicizia eccezionale Poi lei ha detto anche anche che non era mai stata così bene, anche fisicamente, in vacanza, e questo mi ha consolato per le sue privazioni Ma intanto abbiamo provato che si può fare E questo è stato un altro passo avanti verso la libertà Nel pomeriggio, raccolti i nostri bagagli al camping e dopo aver pagato, saliamo sul traghetto per Livorno Il viaggio con il sole ad occidente è pieno di colori nuovi Lungo il tragitto salutiamo la Gorgona ripromettendoci di visitarla appena possibile   gorgona   Dopo due ore approdiamo al porto Poco fuori ci sono due ragazze sedute su una panchina all’ombra dove ci fermiamo con zaini e valige Chiediamo loro di farci una foto ricordo “Da dove arrivate?” Glielo spieghiamo “Che bello! Quindi organizzano gite per Pianosa e Capraia?” No, decisamente no. Non le organizza proprio nessuno Ci siamo organizzate tutto da sole Ed è stato proprio ganzo Alla fine è filato tutto liscio come l’olio Sulla strada del ritorno ci fermiamo a mangiare una fetta di cecina Poi, arrivate a casa, scarichiamo le borse E allora si, che è finito Ma io questa vacanza, ne sono sicura, non me la dimenticherò mai bagagli

 (6 – fine)

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una vacanza speciale – l’isola delle capre, alfin (5)

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La vera vacanza on the road comincia quando posteggiamo l’auto al porto di Livorno, ai piloti, e ci dirigiamo verso il traghetto della Toremar con una quantità di bagagli da far paura a un gruppo di sherpa
da ora in avanti ci saremo solo noi e le nostre gambe
ognuna ha il suo zaino, poi c’è un grosso trolley con la tenda, i sacchi a pelo e il fornello; la sacca con il cibo vegano e senza glutine e un piccolo ombrellone da spiaggia (che non rimarrà mai fermo causa vento)

la sera prima, tornate da Pianosa, abbiamo recuperato l’auto posteggiata sull’Aurelia a San Vincenzo, e siamo andate a Livorno dove avevo prenotato una matrimoniale a 57 euro in pieno centro (più un euro di tassa turistica)
(Medusa affittacamere, via Grande 87, Livorno, telefono 347 792 3599)

la doccia e il letto ci volevano proprio, la cena la facciamo in camera con i nostri ciottolini
poi piombiamo in un sonno ristoratore, pronte a svegliarci il giorno dopo, domenica, all’alba, per sistemare i bagagli, raggiungere il porto, lasciare l’auto e partire poi cariche e stracariche alla volta del traghetto (Toremar,  Livorno-Capraia, andata e ritorno in alta stagione, circa 40 euro a testa)

sistemiamo i valigioni nella plancia della nave
e saliamo
fra i passeggeri c’è una signora con un uccellino in gabbia
è uno storno, ci spiega, lo ha raccolto affamato e dolorante, lo ha curato e cresciuto e l’uccellino ormai non sa più stare solo

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la mattinata è grigia, possiamo stare anche sul ponte (parlo per me ovviamente è per la mia “ossessione” da protezione 50)

c’è un bel po’ di gente
anche una coppia gay con un simpatico cagnolino
Con Lula avevamo scommesso che sull’isola ci avremmo fatto amicizia, ma non li abbiamo più incrociati

Il traghetto entra nel porto di Capraia e dall’alto ci accoglie un concerto di beee beeeee

“Ecco le capre”

Saranno cinque o sei, o forse qualcuna in piu

Scopriremo poi che le capre di Capraia sono tutte li e che nessuno le alleva sull’isola

Fino a pochi anni fa era diverso ma poi l’allevatore è morto e le sue capre sono state portate via con il traghetto

Eccetto un gruppetto di ribelli che sono riuscite a darsi alla macchia

Da allora, ogni volta che arriva il traghetto, le caprette rimaste si affacciano sul promontorio sulla destra del porto e salutano i nuovi arrivati

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Chissà se il loro è un canto di nostalgia per le compagne perdute

o vogliono semplicemente far vedere che loro ce l’hanno fatta

Nessuno sa quante siano in realtà, cinque, sette, dieci

Vivono allo stato brado nelle zone più impervie dell’isola e sicuramente si riproducono

Con Lula ci inventiamo il gioco del “riportare le capre a Capraia”

Ogni volta che ci sta stretto il lavoro, il nostro mondo, ci scherziamo su, facendo progetti nemmeno troppo impossibili

Potremmo recuperare la vecchia struttura, ripopolare capraia (pare che alla Gorgona l’allevamento funzioni), produrre formaggi caprini con i profumi dell’isola

 

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Il finocchietto selvatico, per esempio, che qui ha un profumo fortissimo e tutto suo

Al momento quello delle capre rimane solo uno dei tanti sogni nel cassetto

Ma non si sa mai

Chissa che una volta o l’altra non facciamo come Marco, il proprietario del campeggio Le Sughere (0586 905066, isola di Capraia, Livorno) che ha lasciato tutto, a Prato o a Firenze non ricordo, per stabilirsi qui

Il campeggio per certi versi sembra rimasto agli anni Settanta. La stagione, quando arriviamo a luglio inoltrato, è aperta da poco, ma si respira  un’aria come di abbandono

roulotte disabitate quasi ovunque, verande cadenti in attesa di un proprietario che le rianimi

Non ci vuole molto a decidere che questo aspetto un po’ sgarrupato ci fa piacere il posto ancor di più

Anzi, ci aiuta a farci entrare nello spirito dell’isola

vita tranquilla, pieno relax

Stile casual

Come viene viene

In piena libertà

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Capraia è famosa anche per le meduse. Nel negozietto di souvenir nella parte alta dell’isola vendono un liquido verde a base di elementi naturali (ovvio) da spalmarsi sulla ferita in caso di contatto

Noi facciamo il bagno ma senza nessun incontro indesiderato. Io comunque sott’acqua non ci vado senza gli occhialetti da piscina: prima scandaglio ben bene l’area e poi nuoto

Siamo state fortunate comunque. Io mi aspettavo di vedere i classici ombrelli gelatinosi bianchi con il contorno viola

L’ultimo giorno, dal traghetto, subito prima della partenza invece abbiamo visto che le terribili meduse di Capraia erano piccole e marroncine. Quasi invisibili, insomma, fino a quando non ti ci scontri

Pericolo scampato

A qualcuno sembrerà impossibile ma c’è anche chi dice  che quando la conosci, quest’isola,  non puoi più farne a meno

La commessa di un negozietto di souvenir del paese in alto (Capraia è attraversata da una strada di nemmeno un chilometro che dal porto sale al paese. Stop. C’è una navetta che passa ogni dieci minuti ma anche a piedi non ci metti niente) dopo aver lavorato per una stagione in un bar dell’isola ha scelto di trasferirsi qui

Gli abitanti, fuori dalla stagione turistica, sono un centinaio

per chi soffre di claustrofobia o per i tipi super social forse e un po’ troppo

A Capraia non arrivano giornali. E anche questo potrebbe aiutare nella scelta

Anche la copertura internet e quella telefonica non sono proprio al top

Ma rientrano nelle attrattive dell’isola,  un buen retiro dove chi vuole disintossicarsi dalla frenesia della vita moderna può farlo davvero

Non tutto è perfetto nemmeno qui, sia chiaro

E infatti poco fuori del porto c’è il solito locale sfigato che si fa notare sparando musica a palla a tutte le ore del giorno

Fortuna che al campeggio dove avevamo montato il nostro accampamento si sentiva solo in lontananza

Anche se io avrei preferito limitarmi al canto degli uccelli

 

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 (5 – continua)

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