il mio gatto è diverso

E’ successo molto prima di quanto mi fossi aspettata. Ercolino e Agatha erano insieme da due giorni e già si davano i bacini. Ora, nemmeno una settimana dopo, corrono, saltano, giocano e mangiano insieme.

Il mio Ercolino, il gattino timido e pauroso, quello che si nasconde nell’angolo basso fra due armadi nello sgabuzzino, dietro una coperta, è diventato un signor gatto.

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Orgoglioso e fiero del suo territorio, ma anche ospitale e generoso.

Agatha è uno spettacolo. Più la guardo e più mi pare piccola, con quegli ossicini fini, quella buzzetta a pois. La prendi in una mano e pesa meno di una mela.

Quando siamo tornati tutti e tre dalla Toscana, conclusa l’operazione “Salvate il soldato Ercolino” disperso nel cespuglio, dopo un viaggio allucinante, a temperature da forno crematorio, con traffico e code a Firenze e poco tempo a disposizione prima di rientrare al lavoro, non nego che ero molto preoccupata.

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Da qualche tempo leggevo su internet tutta la letteratura su come introdurre un nuovo gatto in casa, specialmente se più piccolo. Tutti i gattologi prospettavano settimane, se non addirittura mesi, di appartamento diviso in due, zona gatto grande e zona gatto piccolo, coccole da raddoppiare, sforzi sovrumani per non far sentire l’uno rifiutato e l’altro non accolto.

Nella mia mente era già pronto un piano strategico di prime linee armate di pappe umide e secche, e una complessa logistica di cuccette e lettiere.

La prima notte ho cercato di mettere in pratica quanto studiato. Dopo aver lasciato i due gatti separati mentre ero al lavoro, ho mantenuto la divisione dell’appartamento anche per la notte. Il problema era che il gatto residente non doveva percepire la perdita dei suoi avamposti in favore dell’invasore e mantenere precedenti abitudini e privilegi.

L’altro, per contro, inizialmente avrebbe dovuto occupare un’area neutra, non percepita dal gatto di casa come propria. Esclusi per ovvie ragioni cantina e garage si è posto un serio problema, dal momento che nel vasto appartamento di 70 metri quadri  mi risultava difficile pensare a un posto che Ercolino potesse considerare zona neutra.

Ho optato comunque per il bagno, dove ho sistemato cuccetta, pappe e lettiera di Agatha. Durante il giorno la nuova arrivata ha passato il tempo fra la toilette e la mia camera, potendo godere addirittura del disimpegno  di mezzo metro quadrato che collega le due stanze.

Ercolino è rimasto fra salotto-tinello e guardaroba, altresì detta la stanza di Ercole.

Durante la notte però Ercolino non poteva venir estromesso dalla mia camera, nella quale ha sempre deciso autonomamente se dormire o meno.

Non ho avuto scelta. Agatha è rimasta chiusa in bagno.

Dopo il primo quarto d’ora, giudicando intollerabili i suoi lamenti, ho cambiato strategia. Agatha ha avuto accesso alla camera e Ercolino è rimasto confinato, per non dire escluso, nella zona giorno.

Un altro quarto d’ora in cui ho tentato di riprendermi dal doppio viaggio di un giorno e mezzo sotto la canicola con conseguenti stress gatteschi per rialzarmi, convinta dai mieeeee di Ercolino, e ho cambiato di nuovo.

Agatha in bagno, Ercolino libero di girare. Io distesa morta sul letto.

La mattina dopo ho liberato la piccola che miagolava come un’orchestra romagnola di liscio sforzandomi di continuare ad applicare le regole per la corretta introduzione.

Pappa di Agatha servita dietro la porta vicino alla quale mangia Ercolino così che il gatto residente possa percepire la nuova presenza associandola al momento piacevole del cibo.

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Il secondo giorno di permanenza in casa non ha dato particolari problemi perché la piccoletta, su insistenza dei colleghi, è venuta in ufficio con me dove si è addormentata su una scrivania.

La seconda sera però non avevo affatto voglia di continuare con la pantomima della corretta introduzione. Strappati i piani strategici ho urlato ai soldati un energico “rompete le righe” e me ne sono andata a dormire, lasciando la truppa al proprio destino.

Mi è andata bene, pare.

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