Archivi categoria: diario

Lo skilift ad àncora

Una volta, parecchio tempo fa, andai a sciare con altre tre amiche ad Asiago. Stavamo nella casa di Tullio Kezich, che era stata prestata dal figlio ad una delle quattro. Era una casa bianca a tre piani con le porte e finestre di legno marrone scuro alla fine di una via dove ce ne erano altre tre, tutte uguali. In una ci viveva Mario Rigoni Stern, un’altra era di Ermanno Olmi. Nella terza, quella più vicina a noi, ci stava l’Erante, un tipo un po’ strano che, ci avevano avvisato, si muoveva di notte e guardava dalle finestre. L’Erante divenne ben presto il nostro incubo e allo stesso tempo l’occasione di mille risate.  

Un giorno ci apprestammo a fare una pista. 

  • C’è lo skilift ad àncora, ci avvisarono all’ufficio skipass.

La più esperta di noi disse, – va bene. 

Io dissi, – e che vuol dire?

Lei mi rispose, – tranquilla, più o meno è come quello normale.

Ad àncora, scoprii, voleva dire che andavamo su in coppia. Per prenderlo bene era meglio se i due sciatori erano più o meno della stessa altezza. Partirono per prime la più alta e la più bassa di noi, perché erano le sciatrici più esperte. Ci mostrarono come fare e andarono su. Le seguimmo a ruota, io e l’altra amica.    

Non facemmo in tempo a scollettare la prima balza che eravamo già a terra.

  • Spostatevi, fate passare, ci gridava l’addetto all’impianto perché non facessimo cascare anche quelli dietro. 

Tornammo alla partenza e ci riprovammo. Tre, quattro metri, e giù di nuovo per terra.

Riprovammo un bel po’  di volte, ma niente da fare. L’addetto allora ci spiegò il segreto, che era appoggiarsi all’àncora senza pesarci sopra. 

Il consiglio funzionò. Scollettammo almeno due o tre balze, ma alla quarta, eravamo di nuovo a terra. Stavolta a metà percorso, distanti dalla partenza e dall’arrivo. 

Però in mezzo alla neve brillava qualcosa. Mi avvicinai, era uno Zippo. Lo presi, almeno quelle cadute sarebbero state ripagate dal mitico accendino antivento. 

Scendemmo giù di nuovo passo passo, più o meno speranzose.

L’addetto all’impianto quando ci vide, invece, capì che non c’era più nessuna speranza e si decise a fare la salita con noi, accompagnandoci una per volta. 

All’arrivo c’erano le altre due amiche che ci aspettavano. 

Noi speravamo che nel frattempo avessero sciato ma loro credevano che da un momento all’altro saremmo arrivate e avevano deciso di aspettarci.

A tutti gli sciatori che arrivavano chiedevano se ci avevano visto.

Degli americani dissero, ridendo a crepapelle, che sì, ci avevano viste, ah ah ah, e che continuavamo a cadere giù, ah ah ah. 

Quando finalmente fummo tutte e quattro, facemmo quella pista ma poi ne scegliemmo un’altra, con un impianto di risalita alla nostra portata.

Però ci ridemmo per tutta la giornata.

Io, in più, avevo anche lo Zippo in tasca. 

Lascia un commento

Archiviato in diario

Maledetto cous cous

Un giorno la vicina mi chiese se potevo bagnare le sue piante mentre lei andava a Napoli a trovare la sua famiglia. In quel periodo vivevo in una vecchia casa cadente in pieno centro a Treviso, il cui affitto avevo ereditato dalla mia insegnante di inglese, Amanda. Il giorno in cui firmai il contratto in agenzia scoprimmo di essere nate lo stesso giorno mese e anno. 

Era un condominio multietnico. Sopra di me stava una famiglia di albanesi che scuotevano la tovaglia del pranzo facendomi trovare avanzi di cibo sul davanzale delle finestre. 

Sotto c’era una ragazza rumena, che stava con un italiano. Ogni tanto lei aveva qualcosa da ridire con gli inquilini di sopra, allora si metteva in strada e cominciava a urlare “albània” rivolta alle loro finestre.

Il tizio era tossico e spacciava, specialmente di notte, quando il suo appartamento era frequentato da personaggi di varie etnie che urlavano e sghignazzavano fino all’alba. 

A un certo punto, stremata dalle notti in bianco, decisi di trasferirmi. Un mese dopo il trasloco lui morì di overdose.

La vicina napoletana invece stava con un ragazzo magrebino. 

Mi disse che mi sarei potuta vedere con lui, visto che lei non c’era e lui si sentiva solo.

Feci un sorrisetto di circostanza ben convinta a limitare le mie attenzioni all’approvvigionamento idrico dei ficus.

In realtà, prima ancora che la fidanzata arrivasse in Campania il tizio mi aveva già invitato a cena a casa sua ad assaggiare il vero cous cous. Vegetariano, mi raccomando, gli dissi.

Ma così non è il vero cous cous, disse lui. Ci metto la carne. Vedrai, non ti pentirai.

La sera scendo a cena dal vicino. Mangiamo il cous cous, faccio finta di apprezzare. Poi, a una certa ora mi alzo e saluto.

No, ma dove vai? Ora ci fumiamo una cosa buona e poi puoi rimanere a dormire qui.

No, grazie. Davvero. 

Ma dai, dove vuoi andare? Resta qui con me, sono solo.

No no, scusa ma voglio tornare a casa. Ho delle cose da fare.

Ma io sono solo, avevo capito che mi facevi compagnia.

A fatica riuscii a sganciarmi dal tipo e a guadagnare l’ingresso a casa mia.

Ero incazzatissima. Non solo il cous cous non mi piace poi un granché ma avevo dovuto perfino fronteggiare le avance del fidanzato fedifrago della tipa a cui avrei dovuto bagnare le piante nei prossimi giorni.

Lui comunque continuò ad invitarmi, ma io non ci tornai più.

Quando la fidanzata rientrò da Napoli mi chiese come era andata. 

Rimasi un po’ sul vago, indecisa se rivelarle le intenzioni del tipo.

Mi ha detto che non sei voluta rimanere con lui, disse lei.

Eh, infatti. Non sapevo se dirtelo o no. Ci sono rimasta molto male.

Ma perché, scusa, che problema c’è?

Preferii non approfondire le loro ragioni. 

Ma da allora ho imparato almeno ad evitare il cous cous.   

Lascia un commento

Archiviato in diario

La saponetta viola

Un giorno la prof alle medie mi disse che mi doveva parlare a quattr’occhi.

  • Hai sentito quella tua compagna che cattivo odore che fa? 
  • No, non ho sentito niente.
  • Dovresti cercare di parlarle e spiegarle che dopo essere stati in bagno ci si lava.
  • Ma io…
  • Sì, capisci che se lo facessi io la metterei in imbarazzo. Invece credo che fra compagne sia più facile.

Non avevo la più pallida idea di come uscirne. 

Non mi andava di parlare con la compagna di una cosa del genere. 

Avevo dodici anni, non conoscevo diplomazia né delicatezza. Pensavo ai fatti miei, a divertirmi con gli amici. Un po’ anche a studiare. 

Però la prof mi aveva investito del compito, chissà perché proprio me, e in qualche modo avrei dovuto fare. 

A casa non pensai ad altro. Finché mi venne l’idea. 

La mattina dopo arrivai a scuola con una saponetta viola nella cartella.

Mi avvicinai alla compagna e le dissi, ciao, questa è per te.

Speravo che lei la prendesse, bon, e finita lì.

Invece mi disse, non la voglio, grazie.

  • Ma come no… l’ho portata proprio per te.
  • Ma non mi serve, a casa ce l’ho.
  • E’ un regalo, ti prego, la supplicai.

In ogni caso la compagna alla fine prese la saponetta viola, che appoggiò nello spazio sotto il banco. 

Poi ci fu l’intervallo. Colazione e caos, come al solito. 

I compagni cercavano qualcosa da calciare, una palla da lanciarsi l’un l’altro. 

Qualcuno vide la saponetta viola. 

Al suono della campanella, dopo che ci eravamo ben sfogati, ci rimettemmo seduti, ognuno al proprio banco. 

A terra erano rimasti, sparsi qua e là, dei trucioli viola. 

La questione, almeno, era chiusa. 

Lascia un commento

Archiviato in diario

Il colore dei desideri impossibili

Il mio primo Palio l’ho visto nell’estate fra la seconda e la terza media, dalle finestre di una casa in piazza del Campo.

Ci avevano invitato dei signori che avevamo conosciuto al mare nel mese di luglio.

La cosa ci aveva messo un po’ in ansia. Babbo e mamma pensavano a quale dono portare, io pensavo al figlio di quei signori.

Alla fine il regalo toccò proprio a lui.

Babbo disse, gli facciamo un disco? Ma che musica gli piacerà?

La scelta cadde su Rock’n Roll di John Lennon.

È un ragazzo così agitato, disse babbo.

Ogni volta che sento Stand by me ripenso a quel giorno.

Le finestre, grandi e altissime, erano tre. Una era stata riservata alla nostra famiglia. Per arrivare al davanzale c’erano delle panchette in legno. C’era anche un terrazzino, con le sedie come a teatro.

A mamma l’effetto palio non prese proprio bene. Si era fissata che io e Paola saremmo potute cadere di sotto da un momento all’altro ed era tutto un, stai attenta, non ti sporgere che cadi, e via così.

Io mi snervai, lasciai la finestra di famiglia e andai sul terrazzino, dove non c’era il posto per me.

Quel giorno successe qualcosa, però. Un acquazzone improvviso o una mossa troppo lunga, per cui il Palio fu rinviato al giorno dopo.

Il viaggio di ritorno fu tutto un commento sul figlio dei signori, che a babbo, evidentemente, al contrario di me, non piaceva per niente.

Si è comportato male. Non ha neanche ringraziato per il regalo, l’ha preso e l’ha messo lì.

Per me invece contavano solo gli occhi verdi e i riccioli neri.   

Il giorno dopo fu tutto più veloce. Il corteo storico era già stato fatto, finalmente ci sarebbe stata la corsa.

Tornai sul terrazzino, quello delle seggiole non era un problema perché si erano alzati tutti in piedi e urlavano con i fazzoletti colorati in mano. Una donna forsennata davanti a me agitava quello della Chiocciola, facendomelo sbattere sugli occhi.

Finì tutto prestissimo e fu quasi come se non avessi visto niente.

Il padrone di casa uscì correndo con in braccio un bandierone del Nicchio. Lo vedemmo sfilare insieme ai vincitori senza capire il perché. 

Qualcuno ci disse che anche se la sua contrada non correva, il Montone aveva rischiato di vincere. Così c’era da festeggiare, più che per la vittoria della Chiocciola, per la sconfitta della nemica. 

Quando la piazza cominciò a svuotarsi, salutammo e ci incamminammo verso la macchina. 

Babbo ce l’aveva col ragazzo. 

È strano, diceva. 

A me non piaceva che ne parlasse male, anche se era evidente che per lui nemmeno esistevo.

Però avevo il cuore che traboccava di amore e da qualche parte dovevo pur metterlo.

Il Nicchio.

Mi comprate il fazzoletto del Nicchio? Chiesi mentre passavamo davanti ai negozi di souvenir palieschi.

Ma che te ne fai, non ti serve a nulla.

Voglio il fazzoletto del Nicchio.

Non se ne parla, diceva babbo.

Mi impuntai, e da San Domenico a San Prospero continuai a ripetere la stessa frase. 

Scoppiai in lacrime ma non ci fu niente da fare.

Da allora il colore dei desideri impossibili per me è l’azzurro mare della bandiera del Nicchio, più ancora del verde di quegli occhi che già non c’erano nemmeno più. 

(foto Dreamstime)

Lascia un commento

Archiviato in diario

Così parlammo di Zarathustra

Qualche giorno prima che L. riemergesse dal passato per riconsegnarmi il libro di Bilenchi con dedica autografa per babbo, da quello stesso passato era già riemerso un vecchio appunto.

È il brogliaccio di una lezione che tenemmo insieme, io e L., agli attoniti, e forse anche piuttosto disinteressati, studenti del corso di Estetica dell’università degli studi di Siena, facoltà di lettere e filosofia, corso di laurea in musica e spettacolo.

Anche noi due eravamo solo studenti, ma all’epoca era molto viva in me una facoltà che forse, noto con dispiacere, si è un po’ spenta con il tempo, insieme alla fisiologica diminuzione della memoria. La fissa con i collegamenti.

Per cui, ogni cosa che leggevo, che ascoltavo, ogni persona che conoscevo, qualsiasi cosa, doveva per forza avere un corrispettivo altrove. Non una copia, ci mancherebbe, ma una relazione. Un è come se. Dei punti di contatto che mi aiutassero a fare dei nodi nella sterminata rete della conoscenza possibile.

Una specie di mappa mentale, prima di sospettare che esistessero e fossero state addirittura codificate.

Quindi, dal momento che il programma di Estetica di quell’anno affrontava il tema del superuomo di Nietzche e, immagino, per storia della Musica moderna c’era da approfondire la musica estenuante di Wagner, io studiai Nietzsche e ascoltai Wagner pensando incessantemente ai punti di contatto tra i due.

Poi, mentre un pomeriggio studiavamo insieme, prospettati a L. la mia teoria, proponendogli di approfondirla e presentarla al prof in occasione dell’esame.

Il prof era Alberto Olivetti. Che ci disse, tutto molto bello e interessante. Ma ora facciamo l’esame con il programma stabilito, poi fissiamo una data così illustrerete a tutta la classe la vostra teoria.

Mi sembra di ricordare che la lezione non fu proprio un’apoteosi, ma non credo nemmeno che ci abbiamo proprio perso la faccia.

Riguardando la vecchia traccia intanto noto che sono sintetizzati sei punti, nemmeno troppo motivati, dal che intuisco che l’idea ce l’avevo proprio in testa e mi bastava giusto il la per tirarla fuori.

Le calligrafie sembrano essere due, abbastanza diverse l’una dall’altra. Una piccola con le lettere strette e in alcuni casi pendenti verso destra, che credo fosse quella di L., l’altra più larga e ariosa, che riconosco essere la mia.

Il titolo è un po’ debole, “Nietzsche e Wagner: un binomio?”, ma all’epoca la conoscenza delle regole della comunicazione era sicuramente sotto lo zero.

Ogni punto, quindi, riporta il numero di pagina del brano di Così parlò Zarathustra al quale ci riferiamo, e il minuto dell’opera di Wagner alla quale lo compariamo.

C’è il mormorio della foresta dal Sigfrido, le tre metamorfosi che riportan al duetto di Venere del Tannhauser, la liberazione dal tu devi con la cavalcata delle Valchirie, l’entrata degli Dei nel Walhalla, l’analogia per contrario sul tema della redenzione, con la morte e la successiva salvezza di Tannhauser. E infine, la danza del superuomo e la danza degli apprendisti dai Maestri cantori di Norimberga.

“Quello della redenzione, scrivevo, è un tema caratteristico di Wagner (Tannhauser redento da Dio), con il passaggio dal così fu al così volli che fosse, inteso come volontà. Un altro gradino verso la costruzione del superuomo”.

Forse, quando avrò un periodo un po’ più tranquillo e contemplativo, potrei mettermi a ricostruire questa teoria, anche se, a dirla tutta, pensare oggi a Nietzsche e Wagner, con la loro energia ridondante e per alcuni versi malsana, mi sembra già di per sé l’anticamera di un possente mal di testa.

Di tutto quello studio e di quelle teorie, oggi ricordo la coscienza della pazzia. Di Nietzsche che, ormai delirante, suona il pianoforte con tutto se stesso, perfino, come ci disse soavemente il prof, con il membro.

Di Wagner, la cui musica, caratterizzata da giri armonici incompleti, lascia aperti spiragli che creano un senso di incompiutezza e di ansia in chi ascolta.

Mi resta l’immagine degli elicotteri di Apocalypse now, con le mitragliate al ritmo della cavalcata wagneriana. Mi resta l’orrore dello stravolgimento di teorie romantiche, sicuramente esagerate ma probabilmente anche abbastanza innocue (ma chi può dirlo), a beneficio e consumo della filosofia hitleriana che, quella sì, avrebbe sconvolto il mondo e l’idea stessa dell’essere umano, oltre ogni limite.

Senza alcuna possibilità di redenzione.

Lascia un commento

Archiviato in diario

A Clockword Orange, il segreto del meccanismo

Sono andata allo spettacolo di Firenza Guidi a Fucecchio invitata dal mio amico Walter che voleva che condividessi con lei un mio piccolo progetto.
In pratica avrei dovuto assistere alla rappresentazione per poter poi “rubare” uno, due minuti alla regista, alla fine della rappresentazione, prima dell’ultima replica.
Walter mi aveva parlato di Firenza Guidi come di un genio del teatro e in effetti, leggendo il suo curriculum, non ci sono dubbi che lo sia.
Sapere che fa grandi cose però non rende l’idea come assistere di persona alle grandi cose che fa.
Molte sono fatte all’estero. A Fucecchio però Firenza Guidi ogni anno propone Elan Frantoio, un laboratorio teatrale in cui mette in scena un suo soggetto con artisti provenienti da tutto il mondo per poi proporlo in tre serate, in cui continua a perfezionare lo spettacolo, al pubblico.
Quest’anno il soggetto era basato sul testo di Anthony Burgess A Clockwork Orange, Arancia Meccanica, del 1962, e sull’omonimo film di Stanley Kubrick, uscito dieci anni dopo.
Ricorderete la storia. Una banda di giovani annoiati cerca il brivido nell’Ultra violenza esprimendosi con un gergo giovanile molto particolare. Dopo una lunga serie di stupri e omicidi, il loro capo, Alex, si sottoporrà a un programma di rieducazione, la cura Ludovico.
La rilettura della Guidi, Clockwork, offre molti spunti originali.
Vado un po’ a caso.
Il ruolo delle donne, che sono vittime ma anche carnefici. Sarà una band femminile a uccidere lo Scrittore, riproponendo lo stesso comportamento dei maschi.
La rappresentazione. Arricchita da artisti circensi, fumi colorati, richiami a molteplici espressività e culture diverse, amplifica il messaggio (recitato anche nella lingua madre dei singoli attori) e allarga le potenzialità per piacere a diversi tipi di spettatori.
La scena. In movimento, con il pubblico che segue gli attori attraverso il parco Corsini e le zone intorno alla torre. Cambia la percezione dello spazio spettatore-attore, facendo entrare il pubblico nella scena e viceversa.
Il messaggio. Guidi mutua da Burgess e da Kubrick la riflessione che intende stimolare.
“Un essere umano che sceglie il male, si chiede il “drugo” Alex, è forse in qualche modo migliore di un essere umano a cui è stato imposto il bene?
Con Alex ci chiediamo: è meglio scegliere il male o fare il bene perché imposto dalla società? Perché alla fine è questo il meccanismo, il Clockwork, che investe i personaggi, pedine di un gioco violento e micidiale creato da autorità, da potenti che stanno più in alto che ridono e si fanno beffe di tutti loro.
Qual è la vera libertà di scelta, come salvare il libero arbitrio?”
Dopo la meraviglia e lo stupore suscitati dalla rappresentazione, in cui decine di artisti ballano e cantano, esibendosi in numeri acrobatici al cerchio o sospesi nel vuoto, rimane questo spunto su cui, accantonata la visione dei corpi atletici, dei costumi ispirati a Kubrick, con un pizzico di The Rocky Horror Picture Show, accantonate le musiche che sottolineano la rappresentazione, accantonata la freschezza degli attori e la loro energia, accantonata la passione della regista che guida il pubblico attento e divertito attraverso i meandri del parco fucecchiese, accantonato tutto questo, rimane appunto il messaggio su cui riflettere e trarre, in modo meno netto possibile (perché si sa, il bene e il male non sono temi da scartare come un pacchetto di patatine), le nostre conclusioni.
(E sì, alla fine ce l’ho fatta anche a “rubare” quel minuto)

1 settembre 2019

Lascia un commento

Archiviato in diario

Quei tweet di Civati per Silvia Romano

Ogni giorno, aprivo Twitter e mettevo un cuoricino al pensiero quotidiano di Pippo Civati. Ogni giorno, ogni santissimo giorno che Dio mette in terra, Civati scriveva il suo augurio per la liberazione di Silvia Romano. Ci fosse la crisi di governo, imperversasse il coronavirus, qualunque fosse la notizia del giorno, il suo primo tweet era per Silvia. I miei primi cuori sono stati del tipo, vabbè mettiamolo, ci mancherebbe altro che volessi che non fosse liberata. Non serve a nulla, né il mio cuore, né tanto meno il suo tweet. Ma nemmeno costa nulla. Poi, man mano che i giorni passavano, ero sempre più contenta che continuasse a ricordarsi di lei senza saltare un solo giorno. E continuavo a mettere il mio cuore. Pian piano mi sono resa conto che il gesto di mettere il cuore cambiava. Non era più un gesto meccanico, ogni volta che vedevo il pensiero di Giuseppe Civati per Silvia Romano libera, con la conta dei giorni da quando era stata rapita, ho cominciato a pensare a come poteva sentirsi. Alla sua famiglia. C’è stato il Natale della sua famiglia senza di lei (e notate, per favore notate, come si comportano, come si esprimono i genitori di queste persone. Come quelli di Silvia, quelli di Giulio Regeni e di altre persone che come loro subiscono eventi inimmaginabili). Ogni mio like, ogni mio cuore, mentre aumentavano i giorni di prigionia, si arricchiva di pensieri. Come starà, a che cosa penserà. Sarà ancora viva. Qualche settimana fa hanno detto che lo era, sospiro di sollievo. Con chi passerà i suoi giorni, le sue notti, che cosa mangerà, e se si sente male la cureranno. E le mestruazioni? E i mal di pancia, di testa, di tutto quello a cui un normale essere umano può aver male già vivendo al comodo calduccio della sua casa circondato dai suoi affetti. L’avranno picchiata, l’avranno stuprata, l’avranno costretta a fare qualcosa di orribile, l’avranno torturata? Ogni giorno, dopo il like a Pippo Civati, mi sentivo più vicina a Silvia. La mia empatia cresceva, diventavo un essere umano migliore. Da protagonista di un fatto di cronaca Silvia prendeva i contorni di una persona in carne e ossa, avrebbe potuto essere un’amica, un’ex compagna di scuola. Un essere umano con i suoi bisogni, le sue paure, le sue fragilità. Ho provato a pensarmi al suo posto. Un pensiero insostenibile. Pian pianU, un microscopico pezzettino della cura quotidiana che coltivo per i miei familiari, per i miei gatti, per le persone a cui voglio bene, per le cose che amo, era destinato anche a lei. Non mi ha tolto nulla. Anzi, se posso dire, mi ha dato molto. Non posso dire che ogni giorno pensassi a Silvia, ma sicuramente ci ho pensato, e ci ho pensato molto più che se non avessi letto quotidianamente il tweet inesorabile di Civati. Per questo ieri alla bellissima notizia della sua liberazione il secondo pensiero è andato a lui, a questo uomo che non conosco, che non seguo politicamente, di cui non so quasi niente. E mi sono commossa due volte. Perché, ora si sa, Silvia è stata forte, i nostri servizi sono stati eccezionali, ma anche il suo è stato un gesto eroico nella sua affettuosa impegnata inesorabile umanità.

https://www.huffingtonpost.it/entry/ogni-giorno-tutti-i-giorni-ho-pensato-a-lei_it_5eb6d9a5c5b64711c0c8c3ad?fbclid=IwAR2bKe3W3Nf_G0ri98JxgtyCwUr5JHrQXsdrG2cddCEBdUi8VUAXt_KEEPc

Lascia un commento

Archiviato in diario

Onorevole, scusi, me la canta La Montanara?

Proprio in questi giorni, ma nel 2009, moderavo un incontro politico un po’ particolare.
Premetto. Non amo fare la moderatrice politica e non amo le frasi fatte e vuote di significato che, a mio parere, in genere vengono pronunciate in quelle occasioni. Mi pare una recita senza senso. Infatti nella mia vita ne ho fatte solo due, una a Colle, nel secolo scorso, l’altra a Belluno, undici anni fa, appunto.
Fu un’amica a insistere molto, nonostante la mia (motivata) ritrosia. “Viene una persona speciale, ci piacerebbe che la presentassi proprio te”. Ma perché, mi chiedevo io. Insisti insisti, alla fine non riuscii a dire di no.
L’incontro era con Debora Serracchiani, che al tempo era la freschissima militante balzata agli onori della cronaca per un discorso particolarmente accorato e critico alla dirigenza Pd dell’era Franceschini. Con lei ci sarebbero stati Laura Puppato, all’epoca sindaco di Montebelluna, e Sergio Reolon, presidente (oggi scomparso) della Provincia di Belluno.
Una volta presa in trappola non mi rimaneva che studiare e prepararmi al meglio per la presentazione dei personaggi. L’obiettivo, naturalmente, era quello di convincere i bellunesi a votare Serracchiani e Puppato in Europa. Sondai la rete e gli archivi del giornale alla ricerca di particolari che mi facessero capire qualcosa delle due candidate e su quali caratteristiche puntare.
In quel periodo seguivo molto le interviste barbariche e il mio modello era Daria Bignardi più che Lilli Gruber. Trovai alcuni particolari, anche simpatici, che ritenni di poter utilizzare per umanizzare le candidate al di là dell’immagine strettamente politica.
Non ricordo bene che cosa trovai riguardo alla Serracchiani, ma qualcosa di insolito venne fuori. E forse, ma non ne sono in realtà molto convinta, contribuì ad avvicinare i bellunesi un po’ anche a lei. Il suo seggio comunque lo ottenne.
Da un’intervista della Puppato invece scoprii che fra le sue passioni c’erano le passeggiate in montagna e il canto. Bene, le avrei usate per far pesare un po’ meno la sua trevigianità (i bellunesi sanno bene di cosa parlo).
Alla fine dell’incontro, prima dei saluti, senza alcun preavviso, le porsi dunque il testo della Montanara, chiedendole se se la sentiva di cantarla.
Fu un po’ un salto nel vuoto. Ma lei disse di sì. Si alzò e cominciò a intonare. “La su per le montagne, fra boschi e valli d’or”. A quel punto si alzarono tutti e si unirono al canto.
Alla fine anche lei ebbe il suo seggio in Europa. Non so se dipese dal canto o da altro.
So per certo invece che da allora nessuno si è mai più sognato di propormi la moderazione di un incontro politico.

Poi ci fu l’episodio dei capelli. Avevo chiesto a un parrucchiere se poteva farmi una piega anche se era lunedì. Lui disse di sì, ma perché pensava che il mio interesse non fosse in realtà la pettinatura. Era convinto che fosse solo una scusa per fare l’amore. Mi disse.
Così arrivai a moderare l’incontro con i capelli crespi come se avessi preso la scossa, nervosa per il fraintendimento e stremata per la fatica di respingere le avance. Ma questa è già un’altra storia.

Lascia un commento

Archiviato in diario

Cronaca di una notte immaginaria

Alla fine, la storia della camera gelida di Venezia si è conclusa con un rimborso totale da parte di Airbnb, le scuse, sempre di Airbnb, per i disagi che ho dovuto sopportare, e l’erogazione di un buono spendibile con Airbnb entro un anno.
Io, a dire il vero, me l’ero anche messa via, ma quando da qualche parte on line mi è ricomparso un sunto del viaggio veneziano, ricordandomi che avevo soggiornato nella Private Deluxe Room di Yasia, che nel frattempo si era trasformato in un tal Mala, mi è sembrato veramente troppo.
Diciamo che il Deluxe, nel caos di quei giorni, lo avevo dimenticato. Rileggere quella parola, dopo l’esito di quel pernottamento, mi ha fatto anche ridere. Nell’occasione sono andata a rileggermi l’annuncio e ho visto che c’era scritto proprio “camera matrimoniale con colazione e bagno privato”. Dunque non l’avevo sognato sul momento.
Ora, almeno il bagno, seppur condiviso, c’era. Ma quando ho chiesto a Yasia-Mala della colazione, ricordo bene che lui mi aveva spiegato, in quel suo inglese preciso e fluente, come ci fossero tanti bar lungo la strada e che mi sarebbe bastato uscire per trovarne uno che facesse al caso mio.
Questo però, solo dopo aver ripetuto quelle quattro o cinque volte di fila le sue frasi standard: “city taxes three euro” e “check out at ten in the morning”.
Fra le recensioni della Private Deluxe Room ho visto finalmente apparire anche la mia. L’ennesima stroncatura fra tante che stranamente non avevo notato al momento della prenotazione. C’è da dire anche che a ben guardare, a ogni stroncatura corrisponde una recensione (firmata da utenti asiatici, vedi un po’ le coincidenze) che ne ribalta il concetto, esaltando la bellezza e la funzionalità di quella stanza e i suoi molteplici servizi.
A questo punto mi è sembrato opportuno far sapere direttamente ad Airbnb con che tipo di struttura avessero a che fare.
Da quando ho inviato la segnalazione si sono messe in moto diverse cose, tutte velocemente. Prima mi ha chiamato un ragazzo da Lisbona per conto di Airbnb spiegandomi la procedura da seguire se avessi voluto proseguire il mio ricorso, inizialmente chiedendo all’host il rimborso della spesa, in un secondo tempo, se questi non avesse accettato, sollecitando l’intervento diretto di Airbnb.
Poi, non appena ho cliccato sul link che mi è stato inviato, è successo che il sistema mi ha informato di come non fosse possibile effettuare alcun tipo di ricorso per quella prenotazione. Il perché mi è stato subito chiaro non appena ho ricevuto la notifica che Yasia-Mala l’aveva cancellata, con un tempismo perfetto.
A quel punto mi sono messa l’animo in pace pensando che ormai tutto fosse perduto. E invece no. Poco dopo mi è arrivato un messaggio di Airbnb che mi annunciava che, dal momento che “questo host non era reale e il nostro dipartimento di Sicurezza sta svolgendo le dovute verifiche”, per velocizzare la procedura mi avevano rimborsato il costo totale della prenotazione.
Poi è arrivato un secondo messaggio contenente un codice per un buono di 21 euro da spendere nel mio prossimo viaggio.
Che dire? Di sicuro che, per quanto sia piccola cosa, questo 2019 inizia molto meglio di come sia finito il 2018.
Ed è già un buon segno.

Lascia un commento

Archiviato in diario, on the road

La notte più fredda della mia vita

Quando entra in ballo, la mia immotivata fiducia nel mondo e nelle persone è difficile da tenere a bada.
Così ho prenotato. Una notte in centro storico a Venezia, a trentacinque euro o giù di lì.
Un’occasione. Già mi pregustavo l’ultimo giretto notturno fra le calli dopo la cena al ristorante. Il sonno ristoratore in quella bella stanzetta con le pareti tinteggiate di arancione come il piumino del letto. Colori, luce e il calore di un’antica casa veneziana.
Già mi immaginavo l’accoglienza di Yasia, sicuramente una studentessa universitaria che subaffittava una stanza per arrotondare le spese veneziane. Avremmo scambiato due chiacchiere in inglese, o magari perfino in italiano, facendo colazione la mattina dopo.
Il treno è arrivato in orario nel tardo pomeriggio. Le indicazioni per arrivare alla casa spiegavano dove prendere il battello o il taxi giusto. Io decido di non perdermi l’occasione di una camminata serale in una Venezia svuotata dai turisti.
Il primo problema è il trolley, una valigetta piccola e leggera con le ruote in plastica, troppo rumorose per le silenziose calli veneziane. Cerco di alternare il trascinamento, portandolo a mano per la maggior parte del tratto.
Secondo problema. Il mio ormai offuscato senso dell’orientamento che fu, reso ancora più appannato dal complicato labirinto veneziano.
Io so qual è la direzione da seguire, ma questo non mi impedisce di perdermi e di chiedere conseguentemente per una ventina di volte indicazioni per l’Accademia.
Intanto trascino il trolley per due metri e lo porto a mano per cento, sempre attenta, da orecchio sensibile quale sono, a non urtare altre orecchie sensibili.
L’umidità che sale dalla laguna, insieme al sudore dovuto alla fatica e al piumino, si gela sui capelli e sul viso.
Alla fine arrivo nella calle giusta. Mentre cerco di decifrare il complicato sistema della numerazione civica veneziana, un ragazzo indiano si affaccia da una porticina di legno.
“Sei Yasia?”
Pare di sì. Prima delusione.
Mi fa cenno di entrare. L’aria dell’angusto ingresso è satura dell’odore di lisoformio. Seconda delusione.
Armeggia fra dei fogli e mi chiede in un quasi inglese se sono Elena.
Addio camera subaffittata in appartamento di studente. Qui c’è una specie di residence, altroché. Terza delusione.
Saliamo una ripida scala di legno per arrivare alla camera. Una stanza stretta, gelida come l’esterno di un igloo.
Mi indica un piccolo radiatore elettrico che non riscalderebbe nemmeno un armadio, facendomi capire orgoglioso che è addirittura acceso. Quarta delusione. Se non ho perso il conto.
Mentre il tipo mi spiega come aprire la finestra e chiudere gli scuri, lo sguardo mi cade sulla lampadina orfana di plafoniera e sulla testata del letto in simil pelle bianco panna.
Quella che in foto appariva come una stanza accogliente e dai colori caldi, è oggettivamente un ammasso casuale di mobilia squallida. Come i poggia colonna traballanti colore noce al posto dei comodini, o la toelettina bianca in stile veneziano tarocco.
Il bagno? Ah, è fuori.
Ah, è in condivisione. Nell’annuncio c’era scritto privato, ma faglielo capire a questo. Tanto poi, per quel che vale.
Chi c’è nell’altra camera, un uomo o una donna?
City taxi, three euro.
No, no, guardi, non ne ho bisogno. Tanto mi muovo a piedi. Ma chi sono i vicini, female or male?
City tax, three euro.
Non ho bisogno del taxi grazie. Scandisco: woman or man?
City tax, three euro, ripete Yasia come una macchinetta.
Mi si apre improvviso un barlume. Ah, la tassa turistica. Certo, glieli do subito.
Sui vicini nulla è dato sapere.
Check out, at ten in the morning.
Certo, anche prima.
Check out, at ten in the morning.
È partito un altro disco.
Finalmente Yasia se ne va.
Rimango sola nella stanza gelida. Confido nel piumone arancione. E in quel cappottino di lana in più che oculatamente ho infilato in valigia all’ultimo minuto.
Cara Venezia, ora dovrei aver imparato come funzionano le cose su da voi.
La prossima volta prenoto direttamente al Danieli.

 

L'immagine può contenere: notte, cielo, spazio all'aperto e acqua

Lascia un commento

Archiviato in diario, on the road