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Una notte all’hotel de la Poste

Qualche anno fa, per un breve periodo, lavorai per l’inserto regionale del Corriere della Sera come corrispondente da Belluno. Furono mesi molto belli e stimolanti, anche se la mia vita quotidiana non era affatto facile.

Era tutto un modo diverso di lavorare, rispetto al giornale di sempre, dove i ruoli erano abbastanza rigidi e qualunque cosa facessi rimanevo sempre l’ultima ruota del carro.

L’altro quotidiano invece era nato da poco, intendo l’inserto regionale, e c’erano molte più possibilità di misurarsi con sfide più importanti.

Una volta, per esempio, mi mandarono al congresso veneto di Forza Italia a Cortina d’Ampezzo, dove mi ritrovai accanto al super inviato di politica e ad altri giornalisti di spicco.

Per convincermi ad accettare, dalla redazione, sentendo la mia titubanza, mi dissero che avrei dormito una notte all’hotel de la Poste.

  • Quando ti ricapita un’occasione così?

Non fu quello il motivo che mi convinse a dire di sì, che di dormire negli alberghi, di lusso o meno, me ne è sempre importato poco. Anzi, a dire il vero l’ho sempre trovato piuttosto stancante, oltre che rumoroso. 

Il primo giorno filò abbastanza liscio. Seguii gli interventi, presi appunti e alla fine spedii il mio pezzo in redazione.

Poi andai a cena con un collega. Quindi fu la volta di provare l’ebbrezza di dormire una notte all’hotel de la Poste.

Salii al piano della camera che mi era stata assegnata con il mio bagaglio leggero, camminando per i lunghi corridoi dai pavimenti in legno ricoperti di tappeti, passando davanti a concierge e fattorini in livrea.

Aperta la prima porta d’ingresso alla camera, dopo un piccolo spazio, ce n’era una seconda. Pensai che avrei dormito benissimo, visto che il mio sonno sarebbe stato protetto dalla doppia porta che avrebbe isolato eventuali rumori provenienti dal corridoio.

Sistemai le mie cose e mi infilai sotto le coperte. 

Non ricordo se notai subito un’altra porta sulla parete di fronte al letto, ma sicuramente non ci feci troppo caso.

La giornata era stata lunga e impegnativa per cui mi addormentai in poco tempo.

A un certo punto mi svegliai di colpo al suono di una voce, tanto alta quanto vicina. Era un tizio che parlava, anzi urlava, al telefono. La cosa più impressionante, oltre al fatto che fosse già passata l’una di notte, era che il tizio sembrava fosse quasi in camera mia.

Accesi la luce e vidi la porta nella parete di fronte al letto. La voce veniva proprio dall’altra parte.

Che maleducazione.

Chiusi gli occhi, nella speranza che il tizio finisse la propria telefonata al più presto e mi lasciasse dormire in pace. 

Cercavo di addormentarmi ma quella voce dal tono acceso mi entrava in testa e non riuscivo a rilassarmi. Finalmente, a un certo punto la telefonata finì.

Mi girai dall’altra parte, abbracciai il cuscino e mi preparai a sprofondare nel sonno.

Un’altra telefonata.

Eh no, pensai. Ora se questo non la finisce chiamo la portineria per segnalare la situazione. 

Rimandavo. Alzarmi, comporre il numero e spiegare al concierge ciò che stava succedendo avrebbe significato perdere quel poco di sonno che avevo addosso e svegliarmi del tutto. Preferivo aspettare. Prima o poi avrebbe spento il telefono e si sarebbe messo a dormire anche lui.

Le due e mezzo. Silenzio. Ecco, lo sapevo che prima o poi…

Di nuovo la voce. Arrabbiata, tesa, forte. Avevo anche una mezza idea di chi fosse. Del portavoce, appunto, di un politicone di quel partito, che avevo visto tutto il giorno girare tra platea e sala stampa come una trottola impazzita. Chissà che storie c’erano in ballo. Magari se ascoltavo con attenzione riuscivo a tirar fuori pure uno scoop.

Mi decisi. Se fa un’altra telefonata chiamo la portineria. Silenzio. Finalmente.

Non importa dire che mi sbagliavo, purtroppo. 

La solfa andò avanti almeno fino alle tre e mezzo, mentre io ogni cinque minuti pensavo di chiamare il concierge e quello che dopo le urla stava un po’ in silenzio, illudendomi che fosse finita.  

Alla fine un po’ riuscii anche a dormire ma il giorno dopo c’era da alzarsi presto e seguire l’ultima parte del congresso, quella decisiva. 

La mattina a colazione cercai di individuare il rompipalle notturno. Era proprio lui, l’aria accigliata e il modo di fare di chi è chiamato a risolvere i problemi del mondo. Chi altri se non lui. 

Con gli occhi pesti tornai nella sala del congresso e mi sforzai di seguire tutti gli interventi cercando di capire che tipo di cambiamenti potevano anticipare.

A un certo punto un collega mi chiese come avessi dormito, visto che aveva saputo che la notte in albergo era stata un po’ agitata.

Stavo già per raccontargli del portavoce invadente, sicura che si riferisse a lui, quando invece mi raccontò tutta un’altra storia.

Riguardava una senatrice, anche lei molto conosciuta, che durante la notte aveva perso un costosissimo anello d’oro tempestato di pietre preziose. Pare che per recuperarlo fossero dovuti intervenire i dipendenti dell’albergo, insieme agli uomini della scorta, per smontare il tubo del lavandino. 

Alla fine l’anello era stato recuperato ma il fatto, vissuto con grande ansia dalla senatrice che si era sfogata nottetempo con telefonate concitate a destra e a manca (un vizio diffuso, a quanto pare), era diventato la barzelletta del giorno.

E questa è stata la mia prima, e unica, notte all’hotel de la Poste.

Proprio un’occasione da non lasciarsi scappare.

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Il camion fuori posto

Diversi anni fa, a Belluno, successe che un gruppo di ragazzi si mise d’accordo per offrire un servizio di accompagnamento ai giovani che andavano in discoteca e non volevano rischiare incidenti al ritorno.

Il nome scelto per la società fu A company, che a orecchio faceva accompany. Furono fatti dei volantini pubblicitari. Le foto le scattò il fotografo del giornale per cui lavoravo in quel periodo, che ci passò anche la notizia.

L’articolo, di poche righe, raccontava qual era la novità, spiegava a chi si doveva l’idea e informava naturalmente sui numeri da contattare per prenotare il servizio di trasporto.

La foto pubblicata a fianco era quella che campeggiava sul volantino pubblicitario e ritraeva i diversi soci, tutti maschi e giocatori di calcio, vestiti e truccati da entreneuse sullo sfondo di un grosso camion bianco posteggiato in una piazzola. Il messaggio giocava ironicamente sul ruolo delle accompagnatrici e lo sfondo del camion richiamava il tipo di cliente a cui il servizio si rivolgeva. 

L’idea del camion era venuta al fotografo, dal momento che il gigante della strada era posteggiato ogni notte accanto a casa sua. 

Insomma, una notizia utile presentata in maniera simpatica, e finita lì.

Almeno così pensavamo noi.

Invece proprio nel pomeriggio del giorno in cui fu pubblicata, piombò un tizio in redazione che urlando e sbraitando, cominciò ad accusarci di averlo rovinato, di avergli fatto perdere il lavoro e chissà che altro.

Normalmente quando qualcuno protestava per un articolo o una foto, la grana passava all’autore dell’articolo o al redattore che l’aveva impaginato. In quel caso però nessuno riusciva a capire a che cosa si riferisse il tizio per cui fu affidato a me dal momento che seguivo sia la cronaca nera che quella giudiziaria e quelli che protestavano ce l’avevano più o meno spesso con qualcosa che avevo scritto io.

Lo invitai a spiegarmi bene che cosa fosse successo, dopo averlo portato nella nostra sala riunioni così da non disturbare il lavoro dei colleghi.

Non fu facile venirne a capo. Il tizio era agitato e parlava in dialetto. Mentre lui pronunciava frasi senza un senso apparente, io ripassavo con la memoria gli articoli che avevo scritto il giorno prima e non me ne veniva in mente nessuno che parlasse di un camion, l’unica parola che riuscivo a capire di quello sproloquio.

Presi una copia del quotidiano e gli chiesi di mostrarmi dove fosse il problema. 

Puntò il dito sulla foto del camion con i calciatori tassisti travestiti da donna che pubblicizzavano il loro servizio di trasporto notturno.

Venne fuori che l’uomo era dipendente di una grossa ditta di trasporti della zona, per la quale lavorava come camionista. I mezzi dell’azienda erano tutti di grandi dimensioni e nuovissimi. La regola, ferrea, era che dovevano essere utilizzati solo per il lavoro e al termine della giornata venire posteggiati nel parco della ditta, al riparo del cancello chiuso a chiave.

Il nostro tipo invece aveva deciso autonomamente di apportare una piccola modifica al regolamento aziendale usando il camion anche per andare e tornare dalla sede di lavoro. Durante la notte lo posteggiava in una piazzola vicino casa, sull’ultimo tratto di strada tra la provinciale e l’ingresso della città, ben visibile a tutti e alla mercé di qualsiasi malintenzionato.

Fortuna volle che prima dell’arrivo di un ladro di tir, il mezzo pesante avesse colpito la fantasia del nostro fotografo, così che la situazione era venuta a galla prima che succedesse qualcosa di irreparabile. 

Non so alla fine se il tipo sia stato licenziato o se se la sia cavata con una strigliata di capo e l’obbligo di andare al lavoro con la propria macchina. Fatto sta che se fosse stato un po’ più sveglio, più che arrabbiarsi con noi, avrebbe dovuto ringraziarci.

Altroché.     

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Il filmino dell’università

All’università studiavo lettere con indirizzo musica e spettacolo, il più divertente ma anche più inutile. A storia del cinema avevamo Lino Micciché, creatore del festival di Pesaro. Ogni anno ci invitava ad andare, ma io non l’ho mai fatto.

Sergio Micheli teneva un seminario di cui non ricordo il titolo. Però a un certo punto, oltre a guardare di continuo film muti e in bianco e nero nella sala cinema del primo piano in via Fieravecchia, con lui decidemmo di girare un nostro film.

Un filmino, una specie di spot. Ma cercammo di buttare giù una trama e ci distribuimmo i compiti.

Io scelsi di fare la trovarobe, oltre a partecipare a tutto il resto .

La storia era un po’ vaga e non sapevamo dove andare a parare. 

Erano gli anni Ottanta, in Italia non era arrivata nemmeno MTV e noi eravamo digiuni di tutto, compresa la cultura cinematografica e televisiva contemporanea.

Prendemmo ispirazione da una pubblicità del momento, quella dell’uomo che non deve chiedere mai, ci costruimmo sopra una storiellina che vedeva nel ruolo di attore protagonista Olly, un corpulento studente tedesco con il viso tondo incorniciato da riccioli d’oro, occhialini alla John Lennon, gotine rosse e paffutelle.  

Il nostro sforzo creativo di gruppo partorì un plot in cui questo Olly, passando dalla scalinata di Romeo e Giulietta, al Battistero del Duomo, incrociava una ragazza che attirava la sua attenzione grazie alla scia di profumo che lasciava. Anche qui citavamo un’altra pubblicità dell’epoca in cui una donna camminava per strada tutta improfumata e gli uomini la seguivano col naso all’insù.

Non era un granché, però l’avventura ci piaceva. Ci faceva sentire come studenti del Dams, dei quali eravamo purtroppo solo i cugini poveri.

Sceglievamo le varie zone della città dove girare le nostre scene. Il tecnico dell’università ci seguiva, povero lui, con la telecamera della facoltà.

Ci trovavamo la mattina presto con Sergio Micheli e mettevamo su il nostro set, come una vera produzione cinematografica.

Andammo alle fonti di Pescaia e in Fontebranda, al Battistero del Duomo e nei giardini di via Fieravecchia. All’epoca non si diceva ancora location, erano solo posti belli che avevamo scelto per il nostro filmino.

La trama prevedeva anche una scena di gelosia, con un ragazzo più fisicato del nostro Olly, che si prestava a interpretare il ruolo dell’uomo che non deve chiedere mai, e che a un certo punto raccoglieva l’interesse della ragazza che tanto aveva colpito le narici del tedeschino.

Dopo questo sforzo creativo, per tirare avanti la storia ci fu richiesto di pensare un finale.

Le nostre menti da surrogato del Dams ci portarono a far fissare un appuntamento tra Olly e la bella improfumata dove tutto aveva avuto inizio, sulla scalinata di Giulietta e Romeo.

Olly, naturalmente, si era già girato il suo bel film nella testolina per cui il copione prevedeva che portasse con sé una confezione di profilattici, che dovemmo comprare noi, forse addirittura io, visto che facevo la trovarobe. 

Per non sciupare l’eccezionale sorpresa al pubblico decidemmo che Olly avrebbe nascosto la confezione nella tasca posteriore dei jeans. 

Poi, una volta giunto alla famosa scalinata, nell’attesa della bella improfumata, si sarebbe seduto a terra e girandosi di tre quarti la cinepresa avrebbe inquadrato un angolo della scatolina che faceva capolino dalla stoffa blu.

La scena avrebbe suggellato la disfatta finale e totale del povero Olly, che era andato un po’ troppo avanti con l’immaginazione, mentre la bella improfumata non sarebbe mai arrivata all’appuntamento, essendo molto probabilmente impegnata a laccarsi le unghie per interpretare la donna che si avvinghiava al torace dell’uomo che non doveva chiedere mai.

Da via Fieravecchia, dove una copia di tal capolavoro dovrebbe essere ancora presente in qualche archivio sotterraneo, è tutto.

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I miei Capodanni lontani

Quando ero piccola per l’ultimo dell’anno avevamo sempre degli ospiti. All’epoca abitavamo ancora in Campolungo, nella casa al secondo piano di una palazzina di tre con un corridoio e tante terrazze. 

Gli invitati erano amici di babbo e mamma, per lo più legati al mondo della scuola, ma non solo. L’avvocato Oreste Mattone Vezzi con la moglie Franca appartenevano alla schiera degli amici di gioventù di babbo. Con loro non ho ricordi particolari se non per il fatto che li guardavo con una certa soggezione di bambina, ammirandoli, specialmente la signora, che sfoggiava sempre mise di gran classe. 

La signorina Iser era la maestra di Paola e a lei si devono alcuni dei regali più belli che abbiamo mai ricevuto, dalla bambola Bettina, al pupazzo Giannino, alla Collina dei Conigli, uno dei libri che ho prestato non ricordo a chi, ma che ho ricomprato tanto mi aveva fatto stare con il fiato sospeso. 

La sera della cena l’aria si faceva frizzante e piena di aspettative. Ogni volta che suonava il campanello e babbo andava ad aprire era una festa. Per me era come essere al cinema. Gli ospiti entravano in casa portando con sè l’aria fredda di fuori mista al loro profumo.

Non c’erano altri bambini e i patti erano che mangiavamo e poi a letto. Ma io non volevo mai andare perché avevo paura di perdermi discorsi, risate e brindisi.

I figli li avevano solo i Mattone Vezzi e non li portavano. 

C’era la Direttrice, Anna Betti, con i suoi cappelli di velluto chiusi da uno spillone con la perla. C’era Robusto Solari, che più tardi diventò lui il Direttore. C’erano Mario Cappelli e Gioli, anche lui insegnante e più tardi Direttore dello stesso circolo didattico di Colle.

Il salotto della casa di Campolungo era arredato con i mobili in teak che andavano di moda negli anni Sessanta. C’era il tavolo che si allungava aprendolo a metà e facendo emergere una giunta dal centro. Le sedie erano foderate di una stoffa nera ruvida con delle piccole escrescenze bianche, così come il divano e le poltrone.

C’era un mobiletto lungo poggiato a terra dove si tenevano i serviti da apparecchiatura più eleganti e dei mobiletti appesi al muro con i bicchieri e i liquori. 

L’illuminazione era a parete, con dei lampadari in legno divisi in quadrati. Ogni quadrato poi o era vuoto o aveva la lampadina. Quelli con la lampada avevano una copertura di plastica bianca o nera per gli effetti di luce. 

Sotto il tavolino basso da fumo un tappeto giallo, alle pareti alcuni quadri e delle stampe giapponesi su delle specie di stuoie.

Mamma cucinava, babbo stappava le bottiglie, spalmava i crostini e aiutava ad apparecchiare.

I pezzi forti di quegli anni erano il vitel tonné e l’insalata russa. Una volta c’era il pollo in galantina. Quello me lo ricordo bene perché il giorno prima era venuto un cuoco a casa nostra a prepararlo. Si chiamava Imolo e nei miei ricordi di bambina doveva essere per forza emiliano come la città. Faceva il cuoco in un ristorante a Pancole nel periodo in cui mamma e una sua collega ci insegnavano .

Quel pomeriggio non mi allontanai nemmeno un minuto dalla cucina. Guardavo le mani di Imolo, vestito di bianco, che disossavano il pollo, preparavano il ripieno e infine riempivano la sacca di carne che poi veniva avvolta in un tovagliolo bianco e legato con lo spago prima di finire in pentola a bollire.

Io seguivo tutta la procedura senza perdermi un passaggio e chiedendo perché faceva questo e perché faceva quello. 

Imolo pensava di insegnare a mamma quella ricetta, ma dopo di lui in realtà nessuno ha mai più preparato il pollo in galantina, a casa nostra.

Alle cene di Capodanno si apparecchiava con la tovaglia di cotone rosso ricamata di bianco. I piatti, i bicchieri, i vassoi e le zuppiere erano quelli dei serviti del matrimonio di mamma e babbo. I bicchieri in cristallo erano molati, tutti sfaccettati, e lo spumante si beveva nelle coppe. 

Babbo nel pomeriggio sbucciava un ananas e lo tagliava a fette che adagiava in una insalatiera e ci versava sopra lo spumante. Qualche volta c’erano anche delle ciliegine sotto spirito.

Gioli portava uno dei suoi dolci capolavoro. La Direttrice ci regalava dei libri di mitologia greca e romana dopo aver saputo della mia passione per il mondo degli dei.

Mangiando e parlando si aspettava la mezzanotte per brindare e farsi gli auguri. Io però a quell’ora sarei dovuta già essere a letto da un bel po’. Paola andava a dormire senza fare storie. Io invece mi impuntavo, all’inizio chiedendo, per finire supplicando, che mi lasciassero stare ancora un po’ con i grandi.

Per agevolare il trasferimento in camera da letto, mamma ci vestiva già da notte per la cena ma evidentemente, almeno con me, lo stratagemma non funzionava.

Lo facevo anche per Natale e per la Befana, di non andare mai a dormire perché volevo vedere di persona chi veniva a portare i regali. Babbo era disperato perché non poteva andare a letto e doveva aspettare che io crollassi. Ma questo l’ho saputo solo molti anni dopo. 

In ogni caso anche alle cene di Capodanno a una certa ora ce la facevano e mi mettevano sotto le coperte, dopo che avevo salutato tutti con un bacino. 

La nostra camera era in fondo al corridoio, il salotto subito dopo la porta d’ingresso, sulla destra, e non aveva una porta come le altre stanze. Quella del salotto era a vetrata.

Così io, mentre mi credevano a letto, mi alzavo e mi avvicinavo quatta quatta. Poi mi nascondevo rimanendo accucciata tra il muro e la porta, per poter continuare ad ascoltare.

Pare che una volta, al momento dei saluti, mi abbiano trovata addormentata per terra.

Ma il mio obiettivo l’avevo raggiunto.      

(In foto: l’avvocato Oreste Mattone Vezzi e la moglie Franca, Simona con la bambola Bettina e, dietro, la signorina Iser)

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Il mio primo concerto rock

Il 23 maggio 1981 mancavano ancora centocinquanta giorni al compimento dei miei diciotto anni. Nonostante questo, babbo e mamma mi dettero il permesso di andare da sola a un concerto rock a Firenze. Non ricordo perché mi ero tanto fissata con i Clash, che credo nemmeno conoscevo all’epoca. Probabilmente ne avevo sentito parlare da quelli più grandi in piazza. O forse il concerto era pubblicizzato su Radio Centofiori, che ascoltavo tutti i pomeriggi dopo la scuola.

In ogni caso, nella settimana precedente all’evento persi completamente l’appetito. Ero felicissima di fare questa esperienza e felice anche che i miei non me l’avessero negata. Però di fatto la mia gioia fu sopraffatta da un’emozione fortissima, difficilmente definibile, che mi impediva di mangiare. Avevo lo stomaco chiuso.

Al concerto sarei andata con il Bighe, un ragazzo di due anni più grande, del quale i miei si fidavano. 

Il giorno fatidico, un sabato, partimmo da Colle sulla due cavalli verde del Bighe. 

Non facemmo in tempo ad arrivare sul Ponte dell’Armi che il Bighe stoppò la macchina. Sul bordo della strada c’era un tizio con un giubbotto di pelle nera che faceva l’autostop.

Io non mi sarei mai fermata.

Il Bighe invece lo conosceva. Venne fuori che il tizio andava a Firenze al concerto dei Clash. Salì con noi. Si chiamava Pise.  

Al concerto era stata riservata solo una curva dello stadio in Campo di Marte, dove diverse centinaia di scalmanati stavano tutti pigiati. Fu chiaro fin da subito che io, piccola com’ero, non avrei visto nulla se fossi rimasta con i piedi per terra. Non solo.

Avrei anche rischiato di rimanere schiacciata dalla folla che ondeggiava e saltava a un ritmo forsennato.

Il Bighe mi prese a cavalluccio. E lì, accucciata sulle sue spalle, rimasi per tutta la durata del concerto, mentre i fan tiravano sul palco lattine, bottigliette e chissà che.

Dopo quarant’anni si ricorda ancora la fatica di tenermi tutte quelle ore sulle spalle. Fortuna che lui era giovane e forte e io all’epoca pesavo solo quarantacinque chili. 

Quel concerto comunque fu uno schianto.

Davanti ai miei occhi di liceale colligiana diciassettenne, si aprì all’improvviso un mondo di punk, di musica forte, sgangherata, di cantanti ruvidi e chitarre dal suono distorto. 

Le prime note che sentimmo furono quelle del Buono il Brutto e il Cattivo, di Ennio Morricone. Poi esplose London Calling. Sul palco, dietro a Joe Strummer, Paul Simonon, Mick Jones e Nick Headon, scorrevano le immagini violente della rivoluzione sandinista, quella che in Nicaragua aveva destituito il presidente Anastasio Somoza.

Io non ne sapevo niente. Dopo il concerto però cominciai ad informarmi e a cercare di capirne di più.

Fu una serata piena di tante cose. Le ore passarono in un lampo, tra le immagini, la musica, i salti del pubblico. Io, al sicuro sulle spalle del Bighe, non rimasi schiacciata dalla folla e riuscii a non farmi colpire nemmeno da una lattina. Fu lui a dire il vero a scegliere di stare più dietro possibile.

Se ci fossimo avvicinati al palco sarebbe stato peggio.

Insomma, alla fine andò alla grande.

Anche perché poi come sarebbe dovuta andare? Eravamo giovani, negli anni Ottanta, e potevamo fare di tutto, bastava solo pensarlo. 

Al ritorno il Pise era ancora con noi. Dalle cose che disse del concerto, capii che era uno che di musica ci capiva. E infatti venne fuori che suonava la chitarra ed era anche parecchio bravo. 

Dopo il concerto e tutta quella gente strana, mi sembrò meno strano anche lui. E infatti da allora diventammo amici. 

Del Bighe invece ricordo un altro episodio, sempre legato a un concerto, che avvenne parecchi anni dopo la serata dei Clash.

Quella volta eravamo a Certaldo, forse all’Ypsilon, dove c’era un concertaccio punk. A un tratto cominciarono tutti a pogare violentemente e io, che non me l’aspettavo, fui spintonata di brutto. Schizzai come un proiettile contro una cassa sotto al palco senza riuscire a fermarmi. Mi bloccò il Bighe, che chissà come era proprio su quella traiettoria.

Così mi salvò dalla violenza punk per la seconda volta.

Dopo il concerto di Firenze finalmente mi passò l’agitazione e ricominciai a mangiare. Credo che all’epoca però non mi rendessi nemmeno conto che avevo partecipato ad un evento storico, non solo per l’esibizione di un gruppo strabiliante, ma anche perché eravamo all’inizio di un’epoca fantastica di musica, concerti e tutto il resto. 

Soprattutto, perché noi, chi più chi meno,  avevamo tutti vent’anni.

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Botte in birreria

All’inizio degli anni Ottanta a Colle aprì la prima birreria. Anzi un bistrot, alla francese, con sedie in ferro battuto e tavolini in marmo, pareti foderate in perlinato e qualche lunga panca in legno. Fino ad allora c’erano solo bar e discoteche dove passare le serate bevendo qualcosa in compagnia. 

Il Bistrot Bel Ami, in una delle due Coste e vicinissimo alla piazza, rappresentò una grandissima novità per tutta la zona. C’erano le birre alla spina e quelle in bottiglia e, volendo si poteva anche mangiare qualcosa. I proprietari, due fratelli fidanzati con due mie compagne di scuola delle elementari, preparavano dei piattini con wurstel alla piastra e mais o cuori di palma.

Una novità ancora più eclatante era rappresentata dal videoproiettore con maxischermo sul quale giravano i primi videoclip musicali che i fratelli acquistavano nei loro viaggi a Londra.

C’erano Kid Creole & The Coconuts, Michael Jackson con Thriller, David Bowie, Billy Idol nei suoi nastri di cuoio nero, Boy George con il suo trucco triste e i Culture Club, che cantavano Do you really want to hurt me e Karma Chameleon, Lionel Richie e All Night Long.

Io avevo appena iniziato a frequentare l’università e non vedevo l’ora di rendermi un po’ più indipendente, per non stare sempre a chiedere i soldi per la benzina o per uscire con gli amici. Chiesi ai due fratelli se potevo lavorare da loro e mi dissero di sì. 

Ero talmente felice che quasi non ci credevo.  

Così la mattina andavo a Siena a seguire le lezioni e la sera, quando mi chiamavano, soprattutto nel week end, facevo la cameriera in birreria. All’inizio prendevo solo le ordinazioni ai tavoli, passavo le comande, ritiravo i vassoi e sparecchiavo. Poi imparai a spinare la birra e a fare il caffè espresso con la macchina da bar. Un passo ulteriore in avanti fu quando mi fu data la possibilità di preparare quei deliziosi piattini con i wurstel e i contorni che mi mangiavo con gli occhi. E l’irish coffee, che si serviva in bicchieri rotondi a calice, riscaldando il whisky per farlo stare in fondo, versando sopra il caffè e coprendo con panna liquida. Il gioco di temperature e densità diverse permetteva di creare tre strati distinti che poi si fondevano in bocca con un effetto fantastico. 

Una delle prime sere al lavoro qualcuno mi chiese un glengrant e io non avevo idea di che cosa fosse. Uno dei fratelli mi spiegò che era un whisky e mi insegnò come versarlo e in quale bicchiere. Probabilmente di figure da incapace ne feci diverse altre, senza nemmeno accorgermene, ma è anche vero che in poco tempo imparai un sacco di cose di quel mondo riuscendo a gestire i clienti in scioltezza e divertendomi un sacco.

Poi pensai di proporre il tiramisù fatto da me. I fratelli, dopo averlo assaggiato, accettarono. Lo portavo su dei vassoi di porcellana decorata presi in casa dal servizio buono di mamma e se ne ricavavano dieci porzioni. Il dolce era molto richiesto e io raggranellavo qualche lira in più.

Le serate fluivano senza grossi problemi. Avevamo diversi clienti fissi, come un nipote con lo zio, molto più anziano di lui, che trascorrevano molte ore al tavolo. Erano loro a presentarsi così, ma io all’epoca figuriamoci se non ci credevo.

Ogni tanto c’era qualcuno che beveva un po’ troppo, ma niente di che. Una volta dovetti avvisare uno dei fratelli che stava succedendo qualcosa di strano dentro il micro bagno del locale. Era da un po’ che non si poteva entrare e in più si sentivano dei colpi provenire dall’interno. Lui andò a bussare e ne uscirono un ragazzo e una ragazza un po’ stralunati.   

Fra i clienti c’era anche un professore di filosofia dall’aspetto trasandato e con una certa attitudine al bere. Una sera il tizio piantò una grana. Eravamo ormai in orario di chiusura e ci apprestavamo a pulire e rimettere a posto.

Lui non voleva uscire. Se ne stava piantato al bancone e reclamava qualcosa da bere. Uno dei proprietari gli disse che non gli avrebbe dato più niente, che aveva già bevuto abbastanza e che se ne sarebbe dovuto andare perché si doveva chiudere il locale.

Ne venne fuori una discussione violenta alla quale assistetti del tutto incredula, incapace di immaginare che avrebbe potuto avere un esito ancora peggiore.

Il tipo non voleva saperne di andare via. I toni iniziarono a salire, nonostante alcuni clienti cercassero di calmarlo insieme al proprietario. Credo che qualcuno abbia tentato di prenderlo di peso e portarlo fuori, ma non ricordo molto bene. So solo che quell’uomo si rivoltò e con un’esplosione di rabbia cominciò a picchiare sul bancone e a spaccare tutto quello che trovava a portata di mano.

Era tardissimo, fuori non c’era nessuno. Io non sapevo che cosa fare. Uscii di corsa e arrivai in un baleno sotto la caserma dei carabinieri, in piazza. Suonai il campanello. Non rispose nessuno. Suonai e suonai ancora. Niente. Quando tornai in birreria, agitatissima e terrorizzata da quello che poteva essere successo nel frattempo, mi sembrava di esserci stata un secolo a suonare quel campanello.

Appena entrata vidi uno dei proprietari con la faccia piena di sangue dopo che il tizio gli aveva lanciato un bicchiere in faccia colpendolo sull’arcata sopracciliare. 

Il tempo, o forse il panico di quel momento, ha cancellato quello che accadde dopo. Posso immaginare che sia stata chiamata un’ambulanza o che il ferito sia stato accompagnato da qualcuno al pronto soccorso. Alla fine qualcuno riuscì anche ad avvisare i carabinieri. 

Ricordo solo che dissero che avevano sentito scampanellare ma che evidentemente non avevo avuto la pazienza di aspettare abbastanza perché quando erano scesi non avevano trovato nessuno.

In poco tempo il locale fu risistemato, il proprietario lavorò per qualche giorno con la benda sull’occhio, ma convenimmo tutti che alla fine gli era andata anche bene. Se ci fu una denuncia, un processo o qualcos’altro non lo so. Non sono mai stata chiamata a testimoniare. 

Metto quest’esperienza insieme a tutto quello che ho imparato in un periodo bellissimo, in cui la vita sembrava facile, divertente e piena di cose da scoprire. La lista è lunga, dal Glen Grant all’irish coffee, e ha anche una colonna sonora, My Male Curiosity di Kid Creole & The Coconuts, una canzone che ho continuato a canticchiare per decenni dentro di me, per scoprire solo da poco che anche lei arrivava da quei giorni lì.       

(foto di Marcelo Ikeda Tchelao da Pixabay)

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Cercando Charlie

A metà gennaio del 2015 tornai a Parigi per la seconda volta in due anni. Ma la seconda non fu solo un viaggio di piacere. Qualche giorno prima c’era stato l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo e l’emozione era molto forte. Poi, potendo decidere di fare un breve viaggio, visto che una fortunata coincidenza mi regalava tre giorni liberi tutti di fila, c’era il fatto della sicurezza. Andare a Parigi nei giorni di Charlie e del Bataclan significava andare in una città sicura e superblindata dove quasi sicuramente nessuno avrebbe ripetuto un atto terroristico a breve.

E poi c’era da comprare Charlie Hebdo, il giornale che in quel momento tutto il mondo (o quasi) voleva avere. 

La volta precedente mi era mancato di visitare il cimitero di Père Lachaise. Ce l’ho tra gli obiettivi ma alla fine il tempo si rivelerà troppo poco per andare fin là. Poi ci si mettono pure le previsioni, che danno continuamente pioggia anche se alla fine non è mai caduta nemmeno una goccia.

Insomma, visita rinviata anche per stavolta.

Inoltre appare subito chiaro che trovare Charlie non è facile nonostante sia passata più di una settimana dall’attentato e le copie vengano distribuite alle edicole ogni giorno.

Ma si sapeva anche questo.

Sabato, al nostro arrivo, erano già tutte esaurite

Non si trovava né Charlie né le Canard enchainé, l’altro settimanale satirico parigino.

Per far prima qualche edicolante aveva esposto anche un cartello.

“Plus de Charlie ni de Canard”.

Io però insisto.

  • Ma domani lo distribuiscono ancora?

E l’edicolante, col gesto largo della mano:

  • Demain, et lundi, mardi et mercredi… tous les jours.

Ogni volta che vediamo un’edicola lo chiediamo.

Charlie non c’è, ma il sorriso dell’edicolante, tra il complice e il gratificato, ti fa sentire come se avessi azzeccato la parola d’ordine per entrare nel loro mondo ferito.

In quei giorni, chiedere Charlie in edicola, soprattutto se non sei francese, era come dire: siamo con voi. 

Era come tirare un filo invisibile che ci univa tutti quanti e ci faceva sentire tutti ugualmente feriti e colpiti.

Di più. Era come dire: io non ho dubbi, scelgo la libertà. Di stampa, di espressione, di essere ciò che siamo. Di tutto.

Come le folle del Jesuischarlie nelle piazze. Che chissà che pensavano, allora.

Arriva domenica, secondo e ultimo giorno a Parigi. 

Ci riprovo

Metto la sveglia alle 7.30 contando di essere all’edicola di Place d’Italie, la più vicina all’albergo, per le 8, pronta a fare la fila insieme ai parigini.

Ma alle 6 sono già sveglia e alle 6.30, nel buio pesto, esco in strada

Parigi è completamente deserta.

Vicino all’edicola, che è chiusa anche se illuminata, solo qualche tassista mezzo addormentato.

Aspetto in piedi stringendomi nel piumino.

Dopo qualche minuto non sono più sola.

C’è un tizio sulla quarantina, indossa un basco alla francese. Basta un gesto appena accennato per riconoscersi. 

Viene da Bordeaux, dice, e ha già girato un bel po’ di edicole in cerca di Charlie.

Visto che la nostra non accenna ad aprire, partiamo con lui che mi guida in un tour improvvisato del XIII arrondissement.

Non siamo fortunati.

Tutte le edicole nell’arco di un chilometro, in tutte le direzioni della Rosa dei Venti sono chiuse.

Ci chiediamo a che ora apriranno e se apriranno.

Devono aprire, dice il francese, altrimenti, dove si comprano i quotidiani?

Nemmeno i ragazzi della nettezza urbana ci sanno indicare un orario preciso.

In genere aprono presto, dicono, a quest’ora dovrebbero già essere aperte.

Sono le sette e non c’è niente da fare.

Anche i bar della zona tardano a tirar su le saracinesche.

Le vie intanto pian piano si animano al passaggio di qualche lavoratore mattiniero.

Il cielo è sempre nero, fa un po’ freddo. Stai a vedere che le previsioni ci hanno azzeccato.

Il francese mi mostra il meteo sul suo cellulare: un grado.

Camminiamo di edicola in edicola, da un boulevard all’altro fino alle 8. Così ci riscaldiamo un po’.

In Place d’Italie il chiosco è sempre chiuso.

Direi che può bastare, per stamani.

Il cielo si è schiarito, quindi non pioverà. In compenso fa ancora più freddo.

Torno in albergo, mi faccio una doccia bollente e mi rimetto sotto le coperte.

Ma è già tempo di preparare i bagagli, far colazione e uscire di nuovo.

Sul boulevard Gobelins anziché girare a sinistra per Place d’Italie decido per una deviazione a destra, verso una delle edicole che poco prima erano chiuse, così, per avere una chance in più.

È aperta, c’è una piccola fila di persone, ma solo uno degli uomini che mi precede compra Charlie. 

Quando è il mio turno ne chiedo venti copie.

  • Ce ne sono dieci, dice l’edicolante.
  • Va bene lo stesso, merci.

Chiedo a che ore aprano la domenica.

Alle otto, risponde.

Sono le 10.22, cammino su un boulevard di Parigi trascinando il mio trolley con una mano mentre nell’altra ho una busta piena di Charlie.

Avrei potuto dormire due ore in più, ma non stiamo troppo a sottilizzare.

Almeno un obiettivo è stato raggiunto.

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Un vecchio incidente

C’è un punto, sulla strada vecchia tra Colle e Poggibonsi, dove il pensiero si fa scuro. È un punto tra la sede dei pullman e il nuovo ospedale. Ogni volta che ci passo so che lì è successa una cosa terribile, ma il ricordo è impreciso e vago.

Non c’è nemmeno una lapide, un mazzo di fiori. Niente. 

Fu qualcuno a dirmelo, forse ne parlavano i miei, non so. 

C’era una macchina piena di ragazzi. Andavano forte, scherzavano, forse bevevano. 

Il gioco, forse, prevedeva di aprire lo sportello in curva.

Una sfida al destino. Forse l’avevano già fatto, forse era una cosa che usava fare per divertirsi a provare un brivido in più.

Quella volta una ragazza morì. Cadde dalla macchina e battè la testa sull’asfalto.

Quando ero piccola, e anche per un po’ di anni dopo, la cronaca erano solo i grandi avvenimenti, quelli di cui parlava il telegiornale, cose che interessavano tutta l’Italia. Un incidente tra Colle e Poggibonsi non rientrava tra queste. E la cronaca locale, sui giornali, era ancora di là da venire.

Io non lo so chi fosse questa ragazza. Era più grande di me, non so nemmeno se la conoscevo, anche solo di vista. 

Ricordo che all’epoca rimasi sconvolta. Non solo non capivo il perché di un gioco così, ma la vaghezza delle notizie, la mancanza di una cronaca precisa e dettagliata, mi lasciava un senso di ansia e di paura indefinito, che però si allargava fino a comprendere altre cose, altri pericoli, altri giochi. Era come se d’un tratto tutti potessero morire facendo una cosa semplice, sciocca. 

Il fatto dello sportello aperto non era sicuro. Era preceduto da parole come sembra, pare. 

Quindi non si sapeva per certo. E allora, che cosa era accaduto veramente? Qual era il motivo per cui una ragazza era morta?

Poi c’era il potere dell’immaginazione. Quello per cui delle parole dette in un certo modo, con frasi smozzicate e parti eluse, nella mia mente diventavano un film realistico per cui quell’incidente riuscivo a vederlo come se fossi stata lì.

Lo vedo anche oggi, ogni volta che passo di lì. 

Vedo una macchina rossa, di un rosso stinto, opaco, come erano i colori delle macchine negli anni Settanta. E vedo la testa di una ragazza, capelli lunghi e mossi, castani con le punte bionde, che sbatte sull’asfalto. 

Poi penso agli altri. A come saranno rimasti quando hanno visto che cosa era successo, come era finito il loro gioco. E non riesco a pensare, come faccio sempre, come saranno state le loro vite da allora in poi. Che cosa è cambiato in quel momento. Se hanno capito, se hanno negato, se hanno covato una rabbia profonda o un profondo senso di impotenza.

Non so nemmeno immaginare quante cose si possano provare quando vedi succedere una cosa così. E se poi se lo sono dimenticato, anche a forza, perché non è facile viverci con una cosa così, o se la rivivono sempre, quando passano di lì ma anche in altri momenti, e non ne parlano mai.

Chissà, magari è anche per questo che ho voluto fare la giornalista. Per sapere le cose che succedevano e come succedevano, per vincere quel senso oscuro che ti gira dentro quando le cose non le capisci e non puoi pensare che quella cosa, in quel modo, tu non la farai mai, perché ora lo sai.

Foto di NeiFo da Pixabay

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A ogni morte di papa

L’estate fra la seconda e la terza liceo fu quella della morte dei due papi. 

Girellavamo in motorino, con la mia amica Sandra, io sull’orribile Garelli rosso con il serbatoio sotto al sellino che babbo aveva avuto in regalo tramite il negozio, lei con un elegante Si Piaggio di colore blu. Girellavamo in un agosto assolato, nell’assolata via 25 Aprile, la strada che collegava la mia casa di Campolungo alla sua casa sopra Spugna, e ci inventavamo delle frasi con i modi di dire sui papi.  

Era la prima volta nella nostra vita che un papa moriva e già eravamo giunte a un traguardo. A ogni morte di papa. Non era questo che voleva dire quel luogo comune, sentito tante volte senza alcun riferimento concreto? Ecco, ora il riferimento c’era. E ancora.

Morto un papa se ne fa un altro. 

E infatti, dopo la morte di Paolo VI, avvenuta il 6 agosto 1978, venti giorni dopo fu eletto un nuovo papa. Albino Luciani, il 26 dello stesso mese, divenne Giovanni Paolo I. 

Noi continuammo a vivere la nostra torrida estate, fra giratine in motorino e interi pomeriggi passati in cucina a pasticciare. Fino a quando, poco più di un mese dopo, i telegiornali passarono un’altra incredibile notizia. 

Il 28 settembre, dopo trentatré giorni di Pontificato, era morto anche l’altro papa, quello dall’aspetto dolce e mite. 

Le frasi di rito mostrarono subito la loro assurdità. Che cosa voleva dire, dunque, a ogni morte di papa? Si intendeva un periodo lunghissimo o appena un mese e qualche giorno? E per il detto morto un papa se ne fa un altro? Non rischiava di diventare un’attività un po’ troppo frequente, rispetto ai ritmi ben più cadenzati del passato?

Andavamo in motorino e ridevamo. Per noi, all’epoca totalmente sprovviste di un minimo senso della tragedia, quelle frasi diventarono subito inutili. Se non come spunto per inventarci delle battute. A ogni morte di papa diventò un modo di dire per qualcosa che si faceva spesso. Per non parlare di morto un papa se ne fa un altro. E un altro, e un altro ancora.

Diversi anni dopo mi ritrovai a fare una breve sostituzione nella redazione di Belluno per il giornale per cui lavoravo. Ne avevo già girate diverse, di redazioni, da Treviso a Rovigo fino a Pordenone, ma quell’angolo di mondo sperduto in mezzo alle montagne mi mancava. 

Ancora non potevo nemmeno immaginare che in seguito ci avrei trascorso quasi quindici anni della mia vita.

Non ricordo il motivo per cui il capo decise di inviare proprio me, appena arrivata dalla Toscana, a Canale d’Agordo, il paese di Albino Luciani.

Forse era il fatto che pareva fossero riemerse da qualche parte le vecchie pagelle di quando andava a scuola. Io quindi sarei dovuta andare in cerca di questi preziosi documenti, in un paese sconosciuto, in un posto in cui non conoscevo nessuno. Fare tutto in un pomeriggio, tornare in redazione e scrivere l’articolo.

Niente di strano per un giornalista. Nei momenti più belli il nostro lavoro funziona proprio così. Ed è tutto adrenalina. 

Il capo mi disse di chiamare il fotografo e andare insieme a lui. Chiamai il vecchio titolare, come da indicazioni, che al telefono biascicò qualche parola in un dialetto per me incomprensibile. Con un po’ di sforzo e di scocciate, da parte sua, ripetizioni, potei capire qualcosa riguardo a un figlio. 

  • Ah, allora vai con Luca. Mi spiegarono in redazione.

Luca era appunto il figlio di Bepi Zanfron, il fotografo ufficiale del giornale famoso per essere stato il primo ad arrivare sui luoghi della tragedia del Vajont.

Salii sulla sua macchina e partimmo alla volta di Canale, dove arrivammo dopo quasi un’ora e mezzo di strada tortuosa tra boschi, centraline elettriche e costoni di roccia.

Il paese era deserto. 

Suonammo il campanello della parrocchia. Il parroco ci accolse, senza troppo trasporto, disse poche frasi di circostanza e ci lasciò di fatto a bocca asciutta.

  • È possibile vedere queste pagelle?

Naturalmente non le aveva certo la parrocchia, eccetera eccetera…

Provammo con il Comune, ovvero il Municipio, come dicono da quelle parti. 

Chiuso.

In giro non c’era anima viva. 

Luca disse, diamo un occhio alla sua vecchia casa. Magari troviamo qualcuno che ne sa qualcosa. Ci spostammo un po’ verso la montagna, dove c’erano delle case bianche con gli infissi in legno scuro, ma non ci fu niente da fare.

Nemmeno il corrispondente del posto ci poteva aiutare. Lui aveva passato la notizia, ma poi era dovuto andare via per impegni personali.

Ero demoralizzata e non sapevo proprio che cosa fare.  

Non esisteva che tornassi in redazione a mani vuote. E in effetti qualcosina si poteva sempre scrivere, condendo la notizia con un po’ di colore, il luogo deserto, la casa sul crinale, le frasi vuote del sacerdote. 

Ma quale notizia?

Mentre facevamo, sconsolati, un ultimo giro nella piazza principale, vedemmo passare un’anziana signora. Chiediamo a lei, disse Luca.

E io, ma che vuoi che ci dica?

In realtà qualcosa ci disse. 

Era stata la maestra di Albino Luciani, come di tutti i bambini della valle, tanti anni prima, e lo ricordava come un bambino serio e studioso. 

Che voti aveva in pagella? chiese Luca, andando al sodo.

I voti non li ricordava ma poteva dire quali erano i suoi punti di forza e le materie a lui più congeniali.

D’altra parte, secondo un altro modo di dire, anche il papa fu scolaro.

In ogni caso avevamo la notizia.

Facemmo ancora la strada piena di curve per rientrare a Belluno e tornammo in redazione cantando vittoria. 

Solo noi sapevamo quanto ci era costato quel risultato.

Ma se i latini dicevano che la fortuna aiuta gli audaci (e, aggiungerei, anche i caparbi) qualche motivo ci sarà pur stato.

(foto da Wikipedia.org)

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Quando la Nannini cantò all’Elba

Il 14 agosto 1991 Gianna Nannini cantava all’isola d’Elba. Il 13 agosto dello stesso anno alle dieci e mezzo io, Rosario, Alessandra e Raffaella ci imbarcavamo con la mia Polo bianca su un traghetto Toremar a Piombino, destinazione Porto Azzurro, dove si sarebbe tenuto il concerto. 

Fra i bagagli c’era anche la tendina igloo nuova di pacca a due posti che ci aveva prestato Lula, che ancora oggi si chiede come abbiamo fatto a starci dentro tutti e quattro. 

Rosario conosceva un ragazzo che gestiva un campeggio sull’isola. Ci saremmo fermati lì.

Il concerto era stato preceduto da una serie di fraintendimenti che mi indicavano come l’addetta stampa di Gianna Nannini, per cui avevo ricevuto una serie di telefonate con richiesta di notizie e materiale. Mentre mi impegnavo a spiegare che ero una semplice giornalista che avrebbe seguito a sua volta il concerto, colui che aveva probabilmente generato il malinteso, mi diceva, ma fregatene, che te ne importa? Gli mandi due righe e fai come se fossi l’addetta stampa, no? 

Per la prevendita inviai io il fax per tutti dal giornale alla Only Music di Bruno Galeotti, Empoli.  I biglietti dello Scandalo Tour costavano trentunomila lire. 

Pochi mesi prima, a maggio, l’Università di Siena aveva organizzato il progetto Cantar toscano, a cui aveva partecipato anche la Gianna. Per l’occasione ci furono un’esibizione e una conferenza stampa. Seguii entrambi gli appuntamenti per il giornale.

In conferenza stampa c’era un gruppetto di fan agguerrite che seguivano la Nannini in giro per tutta l’Italia e anche fuori. Alla fine, tanta era stata l’insistenza, le avevano fatte entrare anche se non avevano niente a che fare con giornali e tv. Gianna le conosceva tutte per nome.

Da quel momento le conobbi anche io, per cui quando ci incontrammo a mezzogiorno al Centro sportivo di Porto Azzurro, prima dell’apertura dei cancelli, ci salutammo e le presentai al gruppo. 

Parlammo di Siena, del Palio e di tutto il resto, visto che in quel campo ci passammo diverse ore, sotto il sole d’agosto, nell’attesa del concerto.

A un certo punto una delle fan più accanite, una ragazza magra all’osso, con i capelli biondi corti, vestita tutta di jeans, chiese a Raffaella, l’unica di Siena fra noi, se poteva parlarle dopo il concerto. Le dette appuntamento ai bagni, almeno ci sarebbe stato meno casino.  

Lei non poteva saperlo, ma in quel preciso istante la serata della mia amica fu rovinata. Cominciò a chiedermi, ma che vorrà, ti prego vieni con me. E io, ma che problema c’è, scusa. Non lo so che cosa vuole chiedermi, magari è solo una scusa per. Per cosa? Dài, che hai capito.

I bagni del centro sportivo erano una struttura periferica allo spazio destinato al concerto, situata in una zona piuttosto buia e isolata.

Dopo l’esibizione seguii la mia amica e mi appostai fuori dalla costruzione ad aspettarla, pronta ad intervenire alla prima richiesta di aiuto.

Dopo pochi minuti, uscirono entrambe. La tipa era rimasta colpita quando aveva scoperto che la mia amica era dell’Oca, come la Gianna, e voleva sapere come poteva farsi battezzare anche lei in contrada. 

Tutto qui.

Passato il momento critico, pensammo a rilassarci. Ritrovammo gli altri due per andare a cena. Cercammo di scoprire dove andasse la Nannini con il suo staff. E grazie alle fan non avemmo problemi a finire per caso proprio nello stesso ristorante. 

Lei fu abbastanza gentile. Si fece scattare delle foto e ci autografò i panama bianchi che avevamo comprato a una bancarella nel pomeriggio.

Il giorno dopo era Ferragosto e noi prendemmo il traghetto da Porto Azzurro poco prima delle tre. Il sedici c’era il Palio e avrei dovuto lavorare al giornale.

Oggi Rosario e Alessandra non ci sono più. Ma non ho mai pensato in tutta la mia vita di poter dimenticare un solo secondo del tempo che ho avuto la fortuna di trascorrere in loro compagnia.

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