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Se di notte una strega dai capelli rossi…

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Ho deciso, parto dalla fine. E quindi inizio dalla visita alla mostra “Arte e magia” a Palazzo Roverella, a Rovigo, che ha concluso la nostra due giorni in Polesine come esperti di comunicazione, ospiti di Confindustria Venezia Rovigo in un evento organizzato da Eurogiornalisti.

La raccolta di opere, curata da Francesco Parisi, comprende anche qualche lavoro di Klee, Kandinskij, Mondrian e Munch, ma più che sui grandi nomi l’esposizione corre sul filo del magico, dell’esoterico, dell’occulto. Opere crepuscolari, talvolta gotiche, di autori ai più sconosciuti, ma che hanno affrontato in vari tempi e in modi diversi questo tema.

La mostra inizia con l’invito al silenzio, espresso tramite alcune opere, sculture e dipinti. Si invita la ragione a far silenzio, mettendo da parte la razionalità per far posto al mistero; si invita lo spettatore a entrare in una dimensione raccolta, silenziosa, per poter assaporare quanto di magico queste opere sono in grado di offrire; si invita l’adepto, infine, a non rivelare quanto appreso durante i riti iniziatici.

Fra le opere, Un velo di Louis Welden Hawkins, Parsifal di Jean Delville, Il silenzio di Giorgio Kienerk.

Una sezione è dedicata all’architettura esoterica, all’arte di costruire templi che costituiscono dei veri e propri monumenti dedicati ai simboli cari all’esoterismo. Un’altra affronta il mistero dei Rosacroce, il movimento fondato da Joséphin Péladan (alias Sar-Mérodack), occultista, esteta e filosofo francese che lottò contro il realismo per restituire all’arte la sacralità che riteneva perduta. Fra gli altri, sono esposti, Il Manifesto per il primo Salon de la Rose+Croix di Carlos Schwabe, Studio per il Sar Péladan di Alexandre Séon e Fantasticheria nella notte di Alphonse Osbert.

La notte, con i suoi abitanti misteriosi, è il regno indiscusso della magia e dell’occulto. Ma il dipinto Tre donne e tre lupi di Eugène Grasset mostra un aspetto diverso di questo mondo che attrae ma che al tempo stesso suscita anche timore. Le tre donne, tutte streghe, sono terrorizzate. Fuggono volando, coperte appena di veli, con i lunghi capelli al vento, scoperte, braccate da chi dà loro la caccia.

Il cuore più oscuro della mostra è rappresentato dalle opere di Odilon Redon, Paul Ranson, Jean Delville, Albert von Keller e Felicien Rops, artisti specializzati nel raffigurare il Demonio e i suoi servitori, streghe e maghi. E’ qui che si realizza il percorso contrapposto all’Illuminismo, la fascinazione per l’alchimia, per diavoli, streghe, maghi e spettri, rafforzata in antitesi con l’affermazione del secolo dei Lumi.

La Circe di Louis Chalon, La fonte del male di George de Feure, La Notte di Valpurga (antica celebrazione pagana della primavera) di Fritz Roeber, raccontano tutto questo.

Gli appassionati di fantasmi e sedute spiritiche potranno apprezzare in particolar modo il tavolino di legno finemente intagliato di Thayaht, sul cui ripiano sono rappresentate le mani dei partecipanti alla seduta.   E’ in questa sezione che troviamo anche L’urna di Edvard Munch.

La luce che arriva dall’Oriente rischiara tutta questa oscurità con la ricerca di un mondo nuovo fatto di spiritualità e un misticismo che passa per dottrine come il buddismo ma anche attraverso lo yoga, il tantrismo indiano e gli animismi tribali di cui sono testimoni Frantisek Kupka, Jan Toorop e Sascha Schneider.

L’opera di Vasilij Kandinskij “Rosso in una forma appuntita” è la sintesi di una ricerca che si rifà agli archetipi, alle forme ancestrali, per manifestarsi in una rappresentazione sempre più rarefatta. Astratta. Così come accadrà a Paul Klee e a Johannes Itten. E a Piet Mondrian del quale in questa mostra possiamo ammirare un’opera paesaggistica, risalente al periodo precedente la sintesi astratta per cui oggi tutti lo conosciamo.

Nell’ultima sala si compie il salto estremo dalle credenze legate ai secoli più oscuri fino alle avanguardie del Novecento. Una nuova attenzione ai sensi interiori, l’affacciarsi delle dottrine psicanalitiche, la (ri)scoperta dell’aura, delle onde elettromagnetiche, sono gli ingredienti che caratterizzano le opere esposte, firmate da autori come Giacomo Balla, Frantisek, Mondrian e Romolo Romani.

La strega di Luis Ricardo Faléro è l’immagine scelta come simbolo della mostra. Una giovane in carne, secondo i dettami estetici in voga alla fine dell’Ottocento (l’opera è del 1882), con una chioma spettinata di capelli rossi (il colore generalmente attribuito alle streghe), imbraccia una scopa al contrario, volando in un cielo denso di nuvole e pipistrelli. Il disegno originale decora un tamburello. La posizione della scopa, nel tempo, non ha mancato di suscitare interpretazioni a sfondo erotico.

The  witch, by Luis Ricardo Falero

Noi, in ogni caso, ci facciamo la foto di gruppo davanti al grande manifesto stando ben attenti a non coprirne la protagonista.

La mostra, aperta tutti i giorni (feriali 9-19, sabato e festivi 9-20) chiude il 27 gennaio 2019.

(1 – continua)

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Di quando quasi ci lasciai le penne

Se fosse successo per davvero non mi sarei accorta di nulla. Ora me ne starei lassù, felice, a volare in alto o chissà dove e avrei sicuramente qualche problemino di meno. Invece sono ancora qui. E siccome quello che è successo non è cosa da tutti i giorni, proverei anche a raccontarlo.

Venerdì 12 gennaio sono stata operata al naso. Ero in lista d’attesa da più di un anno, ormai pensavo che il mio nome si fosse autocancellato, quando sono stata chiamata. Dal chirurgo in persona. Mi ha chiesto se andava tutto bene e mi ha detto che l’operazione si sarebbe fatta il 12. Era il 3 gennaio. La pallina non era caduta nella settimana migliore, ma che vuoi farci. Ormai son diventata fatalista e prendo quello che viene quando viene.

C’era da ripristinare la respirazione, resa difficoltosa dalla deviazione del setto nasale. Poi, siccome trent’anni fa avevano provato a farmi lo stesso intervento, ma il medico di allora si trovava meglio con il trinciapolli che col bisturi, ci sarebbe stato anche da ricostruire ciò che allora era stato distrutto. Cioè tutto.

E siccome il pollaiolo di trent’anni fa non si era preoccupato nemmeno di lasciare un pezzettino di cartilagine, avrebbero dovuto recuperarne un po’ da qualche altra parte di me. Tipo dalle orecchie.

Non era un intervento semplice, il dottore me l’aveva anticipato, per cui si sarebbe fatta un’anestesia generale. É la prima volta? Sì. È allergica a dei farmaci? Non lo so, praticamente non ne uso. Ma finora, quando è capitato, non ho avuto problemi. Ma non ha mai fatto l’anestesia totale. Infatti.

Poi c’era la questione della folgorazione. Cioè di quando, più di dieci anni fa, rimasi attaccata a una lavastoviglie difettosa nella casa nuova in cui il salvavita non era stato regolato. Quando si dice tutte a me le fortune. Però son sempre qui a raccontarlo.

Questa storia della folgorazione l’hanno presa parecchio sul serio. Pensare che io me l’ero quasi dimenticata. Al pronto soccorso, all’epoca, mi dettero poca soddisfazione. Un elettrocardiogramma, lei ha il cuore di una bambina, e poi mi lasciarono su una sedia per due ore mentre le lacrime mi cadevano incessantemente per effetto dello shock. Poi, come faccio (quasi) con tutto, me la misi via. Invece da qualche mese questa cosa è tornata in auge e mi hanno fatto fare perfino una risonanza magnetica al cuore con contrasto. Mezz’ora chiusa in una bara di plastica. Roba che me la sogno ancora la notte.

Insomma, per farla breve, pare che l’anestesista della pre ospedalizzazione fosse tutta ringalluzzita da questa cosa e avesse avvisato i colleghi che avrebbe mandato loro una folgorata. Con la minuscola, spero. Non è una bella cosa, comunque. Specie se te la viene a raccontare sul lettino dopo che ti hanno detto che ci sei quasi rimasta.

Comunque fra esami e tutto il resto si arriva al giorno fatidico quando, alle prime luci dell’alba, vestita di una garza verde, mutande grigie e calzini rosa (senza dimenticare le ciabatte di piumino arancione) mi avvio verso la sala operatoria. C’è un’anestesista nuova. Una giovane ma bravissima, mi dice l’infermiera mentre spinge il lettino per i corridoi. Rispondo per la quindicesima volta alle stesse domande (operazioni? allergie? problemi di altro tipo?) prima di svanire nei fumi dell’etere.

Quando mi risveglio c’è ancora la stessa anestesista, quella giovanissima, davanti a me. Come sta? Bene, grazie. Sono avvolta in una coperta morbida e calda e non sento nemmeno un filo di dolore. Quasi non mi ricordo nemmeno perché sono qui. Ce la fa a sentirmi, le devo dire che cosa è successo. Certo. L’intervento è andato bene ma ad un certo punto il suo cuore ha rallentato e hanno dovuto sospendere tutto. Poi pero è ripartito da solo. Nella nebbia che avvolge ancora il mio cervello mi pare una bella notizia. Mi è piaciuto molto quel poi è ripartito da solo. Dalla faccia del medico però pare che non la pensi come me.

Mi riaddormento un po’, cullata dai progetti di vacanze degli infermieri e dai problemi dell’organizzazione dei turni. Danno un po’ fastidio a dire il vero ma sono anche tanto lontani. Io toglierei quella luce sparata e magari anche il soffio caldo sotto la coperta, che sto bollendo. Quando riapro gli occhi, non so che ore siano né quanto tempo sia passato, l’anestesista è sempre li che mi guarda con la faccia preoccupata. Questa faccenda del rallentamento l’ha proprio buttata a terra. Ora pare che siano tutti in ansia e che non mi possano mandare nella cameretta al maxillo. Aspettano che si liberi un posto in un altro reparto. Nessuno dice terapia intensiva. Magari mi aiuterebbe a capire. Invece alla fine, per mancanza di posti, vado a finire in una neurochirurgia, il posto più vicino alla intensiva in caso di emergenza.

Nel frattempo l’anestesista va a recuperare la mia mamma, ormai esausta, che ha trascorso la giornata da un reparto all’altro sperando invano di vedermi uscire, ancora incredula di aver rischiato di perdere una figlia per un banale intervento al naso. Mi porta la borsa con il telefono e la chiave dell’armadietto numero 12 dove è rinchiusa tutta la mia roba. Mi faccio fare una foto. Mi vedo, ho una faccia da autopsia. L’intervento, compresa l’ora di stop, è durato sette ore. Quando mi risveglio, la prima volta, sono le 15.10.

Trascorriamo qualche ora in una saletta della chirurgia nell’attesa che si liberi un letto per me. Quando finalmente mi portano via, piena di fili e attaccata a un monitor, sono già quasi le otto di sera. Il nuovo reparto è sotto il controllo di Madama Rosmerta colpita dalla Maledizione Imperius. Appena mi sono sistemata nel letto 31 con il mio video pieno di bip, quella comincia a girare per il reparto urlando che questa cosa non va bene. Che lei è da sola e deve pensare a tutto e non può stare a controllare il mio monitor. Che non vede nemmeno un familiare e toccherebbe a loro, semmai, fissare il monitor tutta la notte e chiamare in caso di emergenza.

A me però lei sembra solo una grande merda che ha sbagliato mestiere. Comunque chiedo a un’amica di Siena se può venire qualche ora in serata e quando lei mi dice di sì scoppio pure in lacrime. Insomma, non è stata proprio una giornata da gita in riva al lago. Il monitor fa bip bip a un ritmo cosi regolare da farti addormentare. Solo quando mi muovo un po’ suona un deng. Allora arriva di corsa Madama Rosmerta, che nel frattempo si è prodotta in una lamentazione bis con un dottore della maxillo passato al mio capezzale, per dare una controllatina.

Quando mi hanno scaricato dalla lettiga al letto, mi sovviene, Madama Rosmerta ha detto queste parole. Questa non c’è bisogno di prenderla di peso. Questa ci aiuta lei. Questa si è fatta la rinoplastica. Vero che ci aiuta lei? mentre io, ignuda come un pollo spennato, mi catapultavo sul materasso e registravo dentro di me il tono derisorio dell’infermiera stronza. Rinoplastica. Intanto qualcuno mi copriva con una vestina da ospedale infilandola a un braccio solo, visto che l’altro era annodato con i fili del monitor. Dal caldo mi ero sfilata i calzini rosa, qualcuno mi aveva consegnato una busta di plastica con le mutande grigie, mentre le ciabatte arancioni erano state incastrate sulla chiusura della borsa che una volta era blu. Ora era color linoleum dopo che mamma, ormai stremata, l’aveva trascinata da un corridoio all’altro dell’ospedale. Non avevo niente altro, a parte le mani piene di cannule per le flebo e la speranza di tornare al più presto al maxillo a recuperare la mia valigia. E me stessa.

Ma quel che contava prima di tutto era capire che scherzi aveva fatto il mio cuore e soprattutto se aveva intenzione di farne ancora. Poi c’era da capire anche da dove era stata presa la cartilagine per il naso. Mamma mi aveva controllato le orecchie. È proprio bravo questo dottore, non si vede più niente. La mia amica insinuava invece che me la avessero presa dalle costole. Ma non avevo addosso un solo segno a testimonianza del prelievo. Intanto il cuore camminava regolare e io mi sono fatta anche qualche ora di sonno al ritmo del bip bip.

La mattina dopo, quando l’infermiere ha detto a una tipa che dovevo esser trasferita in maxillo, non ce l’ho fatta a trattenermi. Evviva. Mi hanno staccato i fili, portato un bicchiere di latte e due fette biscottate e via. Ma alla fine, fra una cosa e l’altra si è fatto un po’ tardi per il pranzo, che avrei dovuto assumere in forma cremosa e fredda. Siccome è arrivata tardi – ha detto un’infermiera con tono accusatorio – è ancora caldo. Che importa, tanto fra mettersi il pigiama, sciacquarsi i denti, andare al bagno con le proprie gambe dopo aver fatto la conoscenza della terribile padella, il tempo passa e la minestra raffredda. Mangio di gusto dopo un giorno e mezzo di digiuno totale, poi mamma appoggia il vassoio sul carrello dei pasti. Chi ce l’ha messo questo? scatta la musona. Li ritiriamo noi. Cosi mi complica il lavoro. Ecco, a te invece affibbierei il nome di Pansy Parkinson, l’amichetta stronza di Draco Malfoy, il super viscido dei Serpeverde nonché nemico giurato di Harry Potter. Direi che ti si addice proprio.

Il medico che mi ha operato è bravissimo. Lo dicono tutti, pazienti e colleghi. È anche un bell’uomo, di colore, cosa che mi riempie di orgoglio, perché dà l’idea che un po’ di strada si è fatta anche qui. È di colore anche il suo assistente, che era in sala operatoria con lui, e che passa a sincerarsi delle mie condizioni. Sono tutti molto umani e gentili. Mi spiega un po’ meglio che cosa è successo quando ero sotto i ferri. Praticamente è arrivato il mondo, dalla cardiologa con l’ecografia agli anestesisti. Un consulto a naso aperto. E il cuore che saltellava per conto suo. Senta, ma le cartilagini poi da dove me le avete prese che non riesco a capire. Considerato che c’era stata già un’emergenza abbiamo preferito non aggiungere altro e ci siamo rivolti alla banca delle ossa. La cartilagine è un po’ meno morbida di quella prelevata sul momento, ma va bene lo stesso.

Ormai l’anestesia è passata. Sembro Rocky Balboa dopo l’incontro con Apollo Creed e, fra la mascherina e i bendaggi, affiora qualche tratto di Hannibal Lecter. Sono ancora rallentata e ci metto un poco a capire. Poi infine realizzo. Dopo trent’anni vissuti senza setto nasale da ora in poi c’avrò un naso bello sodo e pure ripieno.

Con le ossa di un morto.

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Due parole due sul mio 2016

GENNAIO

  1. CANZONE – Vendo casa di Lucio Battisti
  2. QUADRO – La casa di Paul Cezanne
  3. LIBRO – Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli
  4. PROFESSIONE – Traslocatrice
  5. UN BUON MOTIVO PER ANDARE AVANTI – Vendere mobili alla velocità della luce

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FEBBRAIO

  1. CANZONE – Ritorno a casa degli Afterhours
  2. QUADRO – La Goulou che arriva al Moulin Rouge di Henry de Toulouse Lautrec
  3. LIBRO – Casa dolce casa di Mary Higgins Clark
  4. PROFESSIONE – Svuota soffitte
  5. UN BUON MOTIVO PER ANDARE AVANTI – Alleggerire

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MARZO

  1. CANZONE – Piove piove la gatta non si muove (filastrocca)
  2. QUADRO – Ragazza che legge di Pablo Picasso
  3. LIBRO – 1Q84 di Haruki Murakami
  4. PROFESSIONE – Home organizer
  5. UN BUON MOTIVO PER ANDARE AVANTI – Diventare una youtuber

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APRILE

  1. CANZONE – Tibet di Franco Battiato
  2. QUADRO – Drowning girl di Roy Lichtenstein
  3. LIBRO – Maus di Art Spiegelman
  4. PROFESSIONE – Restauratrice di mobili
  5. UN BUON MOTIVO PER ANDARE AVANTI – Disegnare

MAGGIO

  1. CANZONE – La canzone dei mesi di Francesco Guccini
  2. QUADRO – L’avvocato di Pino Procopio
  3. LIBRO – Shantaram di Gregory David Roberts
  4. PROFESSIONE – Arredatrice di interni
  5. UN BUON MOTIVO PER ANDARE AVANTI – Migliorare la presentazione della casa su Airbnb

avvocato

GIUGNO

  1. CANZONE – Innocenti evasioni di Lucio Battisti
  2. QUADRO – Gli amanti di mia moglie di Carl Kahler
  3. LIBRO – Il processo di Franz Kafka
  4. PROFESSIONE – Donna delle pulizie
  5. UN BUON MOTIVO PER ANDARE AVANTI – Vaccinare i gatti

gatti

LUGLIO

  1. CANZONE – Torino di Antonello Venditti
  2.  QUADRO – Bacchino malato di Caravaggio
  3. LIBRO – Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf
  4. PROFESSIONE – Accoglienza turisti
  5. UN BUON MOTIVO PER ANDARE AVANTI – Ci sono ancora un sacco di storie da scrivere

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AGOSTO

  1. CANZONE – Lady Marmalade delle Labelle
  2. QUADRO – I girasoli di Vincent van Gogh
  3. LIBRO – Quella calda estate di Nora Roberts
  4. PROFESSIONE – Trasportatrice di taniche di acqua
  5. UN BUON MOTIVO PER ANDARE AVANTI – Lo scambio casa a Berlino

girasoli

SETTEMBRE

  1. CANZONE – L’estate sta finendo dei Righeira
  2. QUADRO – La Gioconda di Leonardo da Vinci
  3. LIBRO – Le cose cambiano di Cathleen Schine
  4. PROFESSIONE – Taxista
  5. UN BUON MOTIVO PER ANDARE AVANTI – Arriverà un’altra estate

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OTTOBRE

  1. CANZONE – Happy Birthday to You (Marilyn Monroe)
  2. QUADRO – L’albero della vita di Gustav Klimt
  3. LIBRO – L’amante di Abraham B. Yehoshua
  4. PROFESSIONE – Pensatrice
  5. UN BUON MOTIVO PER ANDARE AVANTI – Organizzare il prossimo compleanno

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NOVEMBRE

  1. CANZONE – San Francisco di Scott Mc Kenzie
  2. QUADRO – Dito medio di Ai Weiwei (foto)
  3. LIBRO – Lila di Marilynne Robinson
  4. PROFESSIONE – Cat Sitter
  5. UN BUON MOTIVO PER ANDARE AVANTI – Riflessioni libere sulla libertà

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DICEMBRE

  1. CANZONE – Come una favola di Raf
  2. QUADRO – Il Pinocchio di Leo Mattioli
  3. LIBRO – Orfani bianchi di Antonio Manzini
  4. PROFESSIONE – Artigiana
  5. UN BUON MOTIVO PER ANDARE AVANTI – Le Agende del Cuore di fromSimonawithLove

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Il mistero dell’amico geniale

Allora succede questo. Che a fine luglio ho partecipato alla prova preselettiva del concorsone del Mibact, quello dei 19mila per 500 posti ai beni culturali. E ovvio son rimasta fuori. Ovvio un cavolo! No no, davvero, è che io a studiare in quel modo tutto nozioni non ci riesco proprio e poi eravamo in tanti e l’aria condizionata mi ha fatto venire il mal di testa. Tutte scuse, ovvio.

Ma non è questo il punto. In pratica fra questa banda di sfigati che ha passato tutto il mese di luglio sui libri e a far test qualcuno ha aperto un gruppo su Facebook del tipo “concorso 500 posti del Mibact”. Ed era anche divertente perché ognuno ci scriveva su i dubbi e le risposte sbagliate che trovava e io a dire il vero qualche risposta l’ho imparata anche lì, tipo quella del cardinale che sequestrava gli artisti, che poi si ricorda meglio se una cosa la senti dire anziché leggerla su libri interessanti quanto l’esca vegetariana per topi che ho appena messo in garage.

Poi c’è stata la prova. E tutti a dire com’è andata, io sono idoneo, io no. E il meccanismo non era trasparente, facciamo ricorso. C’è stata anche quella io sono idonea ma per senso di giustizia fate ricorso voi che a me non importa mica. Insomma, cose così.

Poi un giorno arriva uno, col profilo fake con la foto di Shane McGowan dei Pogues e il nome di un attore famoso, che poi sarebbe Chuck Bronson, e scrive una roba lunga, ma lunga. La intitola qualcosa tipo pensierino notturno dopo l’esame del Mibact. E racconta, senza dire, di quello che fa e di quello che pensa ma scrivendo così un po’ alla flusso di coscienza che nemmeno l’Ulisse di Joyce. E scrive bene, cazzo se scrive bene. Staresti sempre lì a leggerlo.

E infatti tutti glielo dicono, nei commenti. Ma che ti importa del concorso. Perché questo è pure idoneo,  fra l’altro. Sei sicuro che vuoi fare il ministeriale? ma scrivi un libro. Eh, ma la situazione editoriale in Italia. E via discorrendo.

Ormai sul sito nessuno parla più dell’esame o dei ricorsi. Stanno tutti lì, in attesa del pensierino della notte numero x. E intanto siamo già a sei.

E lui è bravo, perché non solo scrive bene, con l’aria del tipo lo faccio perché mi viene ma non me ne frega poi granché, ma sa anche calibrare le notizie col contagocce. Il numero uno finiva con la raccomandazione della mamma a non mettersi il maglione per l’esame,  per dire. E tutti a ripetere la battuta. Nell’ultimo c’è andato giù pesante quando ha raccontato che da un giornalino paesano gli hanno chiesto un contributo culturale su un mulino ristrutturato. E ha dato anche un po’ di indizi, vaghi però.

Comunque, se qualcuno ci vuole provare ad avvicinarsi al mistero, è un mulino del 500, è stato dipinto a spugnatura rosa, al piano terra ci sono un’estetica e un negozio cinese, sopra appartamenti che nessuno compra, a parte uno, che c’ha un fiocco azzurro alle finestre (benvenuto Thomas). E poi ci hanno messo su una meridiana finta. Qualcuno gli ha scritto tutto trionfante lo sapevo che eri veneto, ma da che cosa l’abbia capito sinceramente non lo so. Forse perché cita la sagra della Putrella di Grisignano del Zocco, che sarebbe Vicenza. Non lo so. Sì, lo stile parrebbe consono,  a ben pensarci. E poi anche la spugnatura rosa e benvenuto Thomas. Sta a vedere che ci hanno azzeccato.

Ora che succede. Succede che intanto abbiamo già uno spin off. Una tipa si è ispirata e i commenti li fa direttamente con degli scritti simili, raccontando le sue giornate in quello stile lì, sempre sul flusso di coscienza, che a me mi pare tanto una dichiarazione d’amore papale papale. Ehi tu, guardami, sono qua e sono come te. Ci intendiamo noi. E poi ci sono quelle che gliele fanno direttamente le proposte di matrimonio. Giuro. Sempre a livelli alti, culturalmente parlando. Ovvio. Una dice: “Se non fosse che non va di moda ti sposerei. Per la cronaca ho un mulino”.

Passata la fase dello scrivi un libro che sei bravo ora se lo vogliono tutte sposare e a scatola chiusa. Di sicuro non per la foto del profilo che pare il cugino povero di Sid Vicious col raffreddore. Forse più per il nome che si è scelto, quello di un attore che picchiava duro che basta la parola.

E poi è scattata la caccia per capire chi è, da dove viene, che cosa fa. Che poi magari si scopre che è archivista al museo di Grisignano o che la sagra della Putrella la organizza lui. E quella che dice l’iniziale del nome dovrebbe essere una effe e ti vedo bene con la finale in -zio (per cui adesso gioca anche a  chiamarsi Fabrizio).

Insomma un po’ come per Elena Ferrante solo che qui abbiamo la fortuna che almeno questo, anche se non dice niente, in qualche modo risponde.

Per quelli del Mibact è diventato il gioco dell’estate e devo dire che è una bella soddisfazione ricavare un po’ di divertimento dopo tutte quelle ore studiate a quaranta gradi. Che poi dalla noia mi sono mangiata un sacco di gelati e sono pure ingrassata.

Chissà se alla fine si scoprirà chi è il tipo. E se qualcuna, alla fine, ce la farà a sposarselo. Io intanto mi metto da parte i suoi pensierini della notte. Se proprio proprio il libro non lo dovesse pubblicare lui potrei sempre dire di avere il nuovo mistero letterario per le mani.

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E allora differenziamo anche i cervelli

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Oggi statemi a distanza di sicurezza, va’, meglio per voi. Che potrei dare la scossa a una razza. La Grande Incazzatura risale almeno a un mese fa ma i fatti di stamani l’hanno elevata all’ennesima potenza. E allora scrivo tutta la storia, che ha del bello. Ah, sappiatelo, qui si parla di raccolta differenziata, rifiuti, cose sporche. E sanzioni, pure. Per cui chi non è interessato all’argomento sa come fare. Liberi tutti!!!

Il fatto da cui origina tutto questo è della fine di gennaio, quando ero alle ultimissime fasi del mio trasloco da un piccolo capoluogo di montagna. Un trasloco reso un po’ complesso dal fatto che vivevo da oltre dieci anni in una casa non ammobiliata e che il luogo dove sarei andata ad abitare, la Toscana, era a 400 chilometri di distanza. Quindi, per snellire al massimo la procedura, ho venduto, regalato, buttato via, tantissime ma tantissime cose. Non a caso. No, dando un senso e una destinazione a tutto. Compresi i rifiuti. Tanto che, con più di un’amica, in quei giorni ho scherzato sul fatto che badassi quasi di più a differenziare gli scarti che non alle mille complicazioni del cambiamento di città.

In tutto ciò arriva un giovedì mattina, giorno di raccolta della Caritas, nel quale decido di disfarmi di uno scatolone di vecchi abiti rinvenuti in cantina.  La responsabile dell’ente al telefono mi dice che quel giorno la raccolta è sospesa ma che posso sempre depositare i vestiti in uno dei contenitori appositi nelle aree ecologiche. Non nel cartone, mi raccomando, ma suddivisi in sacchetti di plastica, anche in quelli della nettezza.

Bene, mi armo di sacchetti, metto il mio scatolone nel bagagliaio dell’auto e raggiungo una piazzola in periferia, distante cinque chilometri dalla mia abitazione. Eseguo tutte le operazioni con il bagagliaio aperto dell’auto, compongo tre sacchetti di plastica e li verso nel contenitore giallo. Lo scatolone potrei schiacciarlo e metterlo nel contenitore della carta, ma è pienissimo e accanto c’è già una pila di scatole di cartone. Lo appoggio sopra alle altre e vengo via.

Un mese e mezzo dopo, quindi verso la metà di marzo, la solerte società comunale che si occupa di rifiuti mi fa giungere un verbale da 65 euro per “conferimento di rifiuti al di fuori dei contenitori o dei punti individuati sul territorio per la raccolta differenziata”.

Devo ammettere che ci ho dovuto pensare un bel po’ per risalire all’episodio incriminato. Anzi, all’inizio ero sicura che si trattasse di un mero errore, di uno scambio di persona.

Invece no. Ho capito che ero proprio io quella sfigata “con capelli scuri, che indossava pantaloni jeans, scarpe scure e cappotto lungo scuro” che dopo essere scesa dalla vettura targata …. “scaricava uno scatolone di cartone e lo depositava a terra vicino alle campane della carta”. Sì, e tutto il resto? Il solerte impiegato addetto alla visione dei filmati avrà ben visto tutto il resto della registrazione e avrà capito che non si trattava proprio di un caso di abbandono di immondizia.

Ma evidentemente questo non ha importanza. Quindi? Quindi, per fare un regalo al mio fegato che faccio?, decido di pagare ugualmente la multa (a fare ricorso anche con il minimo si rischia di pagare il doppio o più), e scrivere una lettera al sindaco di quel Comune per spiegargli solo due cosette. Insomma, magari finirà anche nel cestino della carta straccia, o comunque chissenefrega se tu sei una che differenzi tutto. Ma almeno mi sarò un po’ alleggerita spiegando le mie ragioni.

Per dire, io sono una che getta il cartone del latte nella carta e il tappino nella plastica. Che stacco l’etichetta dalla bustina del té prima di gettarla nell’umido. Sono quella che, nel comune veneto dove vivevo, quando trovavo i sacchetti dell’immondizia fuori dal cassonetto aprivo con la mia chiavetta e li buttavo dentro. Quella che ha fatto tre viaggi all’ecocentro per disfarsi di due pentolini e una cassetta di legno. Lo dico anche con un certo imbarazzo, capitemi, che al massimo ci faccio la figura dell’ossessiva. Ma è proprio così. Fidatevi, potete mettermi dove volete ma nel girone dei pirati ambientali proprio no.

Allora stamani che succede? Succede che come al solito dopo aver accumulato un po’ di robetta da gettare, poca in verità, la carico in macchina e vado all’ecocentro del comune toscano dove abito ora.

Prima le cose da discarica, due lampade vecchie, due fili elettrici del mesozoico, un paio di scarponi da sci (no, quelli nell’indifferenziato, mi hanno detto), due pezzi di legno vecchio, un sacchetto di pile esauste, poi passerò dall’isola ecologica a buttare bottiglie di plastica e un po’ di carta. Arrivo al cancello e nessuno mi apre. Scendo, vado verso l’ufficio, chiuso. Fuori c’è una torretta in plastica, vuota. La giro per vedere che cosa c’è scritto. Raccolta pile esaurite. Le cerco ma sono rimaste sotto al resto, le getterò dopo, all’uscita.

Al suolo c’è un sacchetto di carta con un neon.

“Eh no, così non va bene… Le cose non si abbandonano a terra.Troppo comodo”.

L’addetto si è materializzato in quell’esatto momento, preciso preciso, per farsi l’idea che io avessi caricato la macchina di immondizia da portare fino alla discarica comunale e poi, molto furbescamente, mi fossi disfatta di un neon depositandolo proprio davanti alla porta del suo ufficio.

“Non penserà mica che l’abbia buttato io?”

“Vedrà, fino a poco fa non c’era”

“Beh guardi, ho la macchina  piena di roba da scaricare e secondo lei ne butto una a caso a terra? Le posso spiegare, stavo cercando le pile che non trovo e che butterò alla fine, dopo tutto il resto”.

Ecco, questa è la versione scritta di ciò che gli ho detto. Quella orale non me la ricordo molto bene. Ricordo solo che mi è salita una rabbia, ma una rabbia. E quella sensazione brutta, che purtroppo già conosco abbastanza bene, di essere accusata di qualcosa commesso da altri, qualcosa che cozza rumorosamente contro il mio comportamento abituale, fra l’altro…

Niente urla né offese eh, sia chiaro. Questo no. Ma far valere le proprie ragioni sì. Eccheccavolo.

Allora il custode mi apre la sbarra, io entro e comincio a fare i mucchiettini delle mie cose: ferro, legno, materiale elettrico, medicinali scaduti.

“Lasci stare, faccio io”.

No, non ce n’è bisogno, ci mancherebbe. Però ti becchi la mia storia.

“Senta, le racconto che cosa mi è successo a Belluno…”

Insomma, non c’è stato verso. C’è rimasto talmente male che alla fine, non solo ha buttato lui tutto nei diversi contenitori, ma quasi quasi dovevo consolarlo.

“Mi scusi, sa per quello che le ho detto prima, è che la gente… no no, lei si vede bene che è una che ci tiene alla differenziata”.

Magari non è proprio un vero complimento però io lo devo ringraziare. Lo devo ringraziare perché mi ha fatto sfogare. Perché quell’ingiustizia stupida e inutile mi era rimasta qui sopra e mi faceva male ogni volta che ci pensavo. Ora, penso, il fatto di aver raccontato questa cosa a uno che ci lavora con i rifiuti è la soddisfazione massima no?

Solo tu mi puoi capire…

E poi alla fine ti viene da credere che ogni tanto anche il buon senso abbia qualche chance. E che la Toscana, è proprio vero, è sempre meglio.

Tiè!!!

 

A chi ha avuto la forza di arrivare fin qui consiglio la lettura di “I segreti di Heap House” di Edward Carey, un libro che parla proprio di rifiuti, elevandoli a metafora della condizione umana.

 

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Liebster award… sono stata nominata!

Calma Simoncina, calma
unn’è successo nulla

oddio, devo ammettere che il messaggio di Laura, di http://naturamentebio.wordpress.com, che mi comunicava di avermi segnalato al Liebster Award, mi ha fatto piacere
anche perché è buffo questo mondo dei blog
te leggi saltellando qua e là, nella speranza di trovarne uno  interessante (a me piacciono quelli che vanno sul personale, i diari veri insomma, ironici o seri non importa, e anche quelli di cucina, mentre non sopporto proprio i blog che commentano le notizie di cronaca o quelli che fanno pubblicità a vestiti e cosmetici)
quando ne trovi uno leggi avidamente, apprezzi le foto, ti immagini chi c’è dietro a quei racconti ma in realtà non lo sai, non c’è un vero scambio diretto
non ci si conosce, a parte qualche raro caso
ma è un po’ come guardare dalla finestra nelle case altrui senza che l’occupante sappia che tu sei là dietro, anche se è stato lui, in fondo, a lasciare aperte le imposte
insomma, ora non vorrei far proprio la figura del voyeur (anche perché dovrei definirmi voyeuse e non mi garba)

Il mio mondo ideale sarebbe con i blog di tutte le mie amiche sparse per il mondo

La mattina aprirei le loro finestre, darei loro il buongiorno, una sbirciatina e via

E loro farebbero lo stesso con me, ovvio

Anche gli amici maschi, ovvio

Vabbe’, torniamo a noi

Allora, che è successo?
Laura (che non conosco, ma della quale seguo il blog che ritengo interessante, ben scritto e che fa anche ridere) mi segnala di avermi nominato in questo contest

Vado a vedere sulla sua bacheca, e anche un po’ a giro su internet, e scopro che il Liebster Award sarebbe “una consuetudine in voga da qualche tempo (nata forse in Germania) per far conoscere blog giovani e con un numero ancora limitato di followers; una sorta di passaparola, una catena di Sant’Antonio senza fini di spamming ma con l’obiettivo di aiutare i piccoli blog a conquistare nuovi fan”

Le regole sono queste :

1) ringraziare chi ci ha conferito il premio, rinviando con un link al suo blog;

2) scegliere 5 blog con meno di 200 lettori a cui assegnare il premio e lasciare un commento sui loro blog per informarli della “nomination”;

3) condividere con i lettori 11 cose di sé che non sono ancora note.

******

Allora io mi prendo delle libertà

Siccome su altri post ho visto che di blog se ne dovevano segnalare 11 io sto nel mezzo e ne segnalo sette

Qualcuno è di amiche, altri di persone assolutamente sconosciute

cito

http://lagiulina.blogspot.it

Schietta e ironica, divertente. È da un po’ che non ci scrive, ma magari le torna la voglia

http://gelateriesconsacrate.blogspot.it/

Coraggiosa, profonda, vera. Anche questo sembra un po’ abbandonato da qualche mese. Speriamo, va’

https://ilcasononesiste.wordpress.com/

Scoperto per caso, ehm,  va bene che posso dire? È andata così. .. bei racconti con parole e immagini

https://valewanda.wordpress.com/

Non conosco nemmeno questa blogger ma i suoi post mi son piaciuti

http://cobrizoperla.blogspot.it/

Ho conosciuto prima il blog,  e dopo, mooooolto dopo, lei. E merita, credetemi

https://raffaellasarracino.wordpress.com/

Anche lei è da un po’ che non scrive. Peccato. Anche perché se non ricordo male questo blog glielo ho fatto aprire io 🙂

http://blog.libero.it/surfinia09/

Che dire di lei? La mia maestra invisibile di blog. Quella che commenta ogni post, dà un riscontro a qualsiasi cosa scriva, anche quando non te lo aspetti proprio. Insomma, lei c’è sempre

(Ne aggiungerei un altro, in corner.  Scusate se mi allargo, ma anche questo fa morir dal ridere ed è pure intelligente. Lei, cioè,  la blogger http://tuttoquestoalicenonlosa.wordpress.com)

Ecco qua

Fatte le mie belle segnalazioni, e ora dovrò ricordarmi di avvisarle una a una (toh, son tutte donne….) potrei anche essere incappata in qualche gaffe…

Chi mi dice che questi blog non abbiano più di 200 followers?  Eh, chi me lo dice?

Per dire, ci sarebbe stato anche Http://memoriediunavagina.wordpress.com. ma lei ne avrà migliaia di fan. Credo

Vabbe’

Come segnalazioni e ringraziamenti ci siamo

(Scusate, scusate, vorrei segnalarne altri due. Che ci posso fare?

http://pedrinicantastorie.wordpress.com

Questo è un ragazzo, ha scritto un post sulla morte del suo gatto che ci ha fatto piangere tutte come fontane

http://la stanza del traduttore.com

Autori vari, i traduttori descrivono la stanza in cui lavorano. Bello. Molto)

Così alla fine ne ho segnalati undici e chi s’è visto s’è visto

Ora veniamo alla parte più difficile

11 cose che non si sanno di me

(Non interesserà a nessuno, ma è un gioco via)

1 – Il primo di ogni mese pago l’affitto di casa e corro in edicola a comprare Julia,  il fumetto

2 – dopo una vita a sognare di trasferirmi a new York ora sogno parigi (son sogni, appunto)

3 – non sopporto il rumore inutile, gratuito, la gente che parla a voce alta, la musica invadente

4 –  vivo nel disordine pensando ogni giorno, domani metto a posto

5 – mangerei sempre cioccolata al latte se non ci fosse la maledizione del mal di testa

6 – ho un sacco di idee (nuove)e pian piano le realizzo, anche

7 – amo le vacanze natura, odio gli alberghi e i ristoranti degli alberghi

8 – il mio sogno più sogno, più di new York e parigi, è trasferirmi alle Hawaii

9 –  ho un trascorso adolescenziale di salame, cioccolata e brufoli

10 – fare le valigie, all’andata,  mi distrugge

11 – mi aspetto sempre delle sorprese. Belle, ovvio. E qualche volte arrivano

Come questa

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la mia lista di Natale

Se avessi dei bambini per questo Natale regalerei loro un libro di Nathaniel Hawthorne, l’autore della “Lettera scarlatta”, che peraltro non ho letto

non ho letto nemmeno “Il libro delle meraviglie”, che sarebbe appunto quello che regalerei, ma ultimamente me lo ritrovo spesso sul cammino così ad ogni buon conto l’ho inserito nella mia lista di regali
Intanto

I motivi per cui questo libro mi incuriosisce sono due, essenzialmente
perché è scritto da un autore americano di due secoli fa del quale non ho letto ancora niente e che mi piace dunque poter scoprire
E poi perché l’argomento di cui tratta è la mitologia greca
la madre di tutte le storie

Mi piace anche pensare che un bambino, o un ragazzino, possa trovare nella lettura di queste fiabe ispirate ai grandi miti e alle leggende classiche un forte appiglio per salvarsi dall’eccesso di tecnologica contemporaneità

un adulto nella rilettura dei miti può invece trovare la chiave per comprendere meglio caratteri e situazioni della commedia umana

nella mia lista ho inserito anche un libro uscito da poco
Las Vegans di Paola Maugeri
la cui autrice è una persona del mondo dello spettacolo che mi è sempre piaciuta e che da poco, grazie alla pagina Facebook La mia vita a impatto zero (che è anche un libro e un blog), ho riscoperto per un aspetto finora sconosciuto, il suo essere vegana, che in questo periodo mi interessa particolarmente

poi avrei da regolare un conto in sospeso con i Baustelle
ma anche stavolta ho rinviato la lettura (e l’arrivo) dei Mistici dell’Occidente di Elemire Zolla, due impegnativi volumi che amerei studiare in un monastero isolato dal mondo

Tranquilli
Negli ultimi giorni ho letto anche un po’ di libri ben più facili e terreni che potrebbero rivelarsi dei simpatici regali per chi non sa che cosa donare a Natale

L’avaro di Mayfair di M.C. Beaton (la creatrice di Agatha Raisin)
spassosissimo viaggio nel mondo dell’aristocrazia inglese del milleottocento

Il telefono senza fili di Marco Malvaldi
per chi ancora non conoscesse i simpatici vecchietti detective del BarLume
e avesse voglia di farsi qualche sana risata in toscano

Morte in mare aperto di Andrea Camilleri
per chi vive in perenne crisi di astinenza dal commissario Montalbano

Il guardiano del faro: la settima indagine di Erica Falck di Camilla Lackberg
per chi voglia immergersi nei brumosi misteri scandinavi e nelle cupe atmosfere svedesi

Gelo per i bastardi di Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni (quello del commissario Ricciardi)
Ecco qua un bel poliziesco di casa nostra ambientato a Napoli
continuo a leggere questo autore perché merita veramente ma coltivo sempre la speranza che prima o poi abbandoni quella verve mandolinesca di cui infarcisce per fortuna solo poche pagine ogni tanto

Killer presunto: i casi del capitano Flores di Laura Mancinelli
Un poliziesco leggero scritto con grazia e ambientato in Sardegna fra nuraghi e bouganvillee

Un nido di vipere per il commissario Cataldo di Luigi Guicciardi
una bella storia di morti misteriose e intrecci da brivido ambientata a Modena

Gatti molto speciali del premio Nobel Doris Lessing
per gli amanti dei felini

Ai quali consiglio anche
Io sono un gatto di Soseki Natsume (a scatola chiusa, ma mi fido)

nella biblioteca animalista non possono mancare però nemmeno i due libri di Denis O’Connor
Se una notte di inverno un gatto
e
Ritorno a Owl Cottage

né la singolare storia del piccola Atticus, il simpatico schnauzer nano di Con te in cima al mondo di Tom Ryan

in questo momento sto leggendo
L’assassino non sa scrivere di Stefano Piedimonte
La storia è ambientata nel paese di Fancuno, dove è facile andare, spiega l’autore
E fin qui mi ha fatto già morire dal ridere
risate facili, eh!?
Se poi qualcuno avesse un amico giornalista un po’ troppo compreso nel proprio ruolo
ecco, questo potrebbe rivelarsi il regalo perfetto
riserva infatti delle discrete perle all’indirizzo della categoria della quale, peraltro, più o meno orgogliosamente faccio parte
Male che vada vi inviterà ad andarci voi a Fancuno
poco mal

già che ci sono annuncio anche il libro che leggerò non appena avrò finito quello di Fancuno
Hanno ammazzato la Marinin di Nadia Morbelli
me l’ha appena consigliato un’amica e so che di lei mi posso fidare

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