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Un’estate a cavallo

Negli anni del liceo sognavo di lavorare d’estate in una stalla in Inghilterra per imparare a cavalcare. Babbo ne parlò con un suo amico che aveva un maneggio. Mi disse di non andare che mi avrebbero trattato come una schiava. Potevo semmai andare da lui sulle Colline Metallifere. Avrei aiutato nelle stalle, cavalcato e tutto quanto.

Nell’estate di quarta liceo babbo mi accompagnò all’hotel dell’amico dove sarei rimasta per un po’.

Mi fu assegnata una camera, cenai al tavolo con loro e andai a dormire. La mattina dopo l’appuntamento era alle stalle per le sei. Non stavo nella pelle.

La figlia, di qualche anno più grande di me, mi insegnò come si lavano i cavalli, bruschino e movimenti circolari. Imparai a distinguere il morso dal filetto, a mettere sella e briglie. Al cibo e al giaciglio ci pensava un inserviente, noi preparavamo i cavalli per le passeggiate. A Sibari avevo già imparato a fare il verso della rana per stimolare il cavallo e a non trovarmi mai dietro di lui. Nel caso si posizionasse rivolto col posteriore, avrei dovuto dargli una pacca sul fianco e dirgli “poggia, poggia”.

Il primo giorno facemmo un giro di un’oretta o poco più. Con il ritorno in stalla, dopo aver messo i cavalli nei box, c’era da sistemare i finimenti, da ungere il cuoio di selle e briglie, lavare morsi e filetti. 

Nel pomeriggio, tornata in hotel, mi buttai sul letto per digerire tutte quelle emozioni e la fatica.

A un certo punto fui svegliata dal telefono. La voce della nonna mi intimava di scendere subito, che mi stavano aspettando. Ma non è ancora l’ora di cena, dissi io.

Infatti devi venire giù ad aiutare, non penserai mica di passare tutto il tempo a dormire?

La nonna era la mamma del proprietario, una signora magra e pallida che gestiva la cucina e il ristorante con polso fermo e piglio dittatoriale. Era impossibile, oltre che sconsigliabile, non eseguire i suoi ordini.

Scesi ad aiutare. C’era da tagliare il pane e riempire i cestini, sistemare i tavoli, mettere le ampolle e cose del genere.

Per cena, disse la nonna orgogliosa, c’è l’acquacotta con l’uovo di anatra. Lei la faceva con l’ortica, una fetta di pane nero e sopra l’uovo, che aveva avuto eccezionalmente non so da chi. Per anni ho creduto che quella fosse l’unica versione dell’acquacotta.

Dopo aver servito ai tavoli e preparato i caffè, rigorosamente liofilizzati, potei finalmente crollare a letto, aspettando la sveglia, troppo vicina, per tornare nelle stalle e ricominciare la giornata al maneggio.

Fra i cavalli ce n’era uno nero, Arno, che aveva avuto qualche problema di salute e gli antibiotici, mi spiegò la figlia, lo avevano trasformato, rendendolo irritabile e imprevedibile. Fra gli ospiti di quel periodo c’era anche un tizio che si atteggiava a provetto cavallerizzo. Lui voleva sempre montare Arno. Andavamo in passeggiata, al passo, al trotto, e Arno impennava, saltava come in un rodeo. Il cavallerizzo si vantava di essere l’unico in grado di gestirlo ma, mentre gli altri lo guardavano ammirati, la figlia rimaneva seria. Secondo lei lo faceva apposta, di farlo scatenare, per fare il fenomeno, ed era molto preoccupata per il cavallo.

Un giorno partimmo per una gita in montagna. Dopo alcuni tornanti in salita ci fermammo in una radura erbosa per far pascolare i cavalli e riposarci un po’. Subito dopo, il paesaggio cambiava drasticamente. C’erano solo ripidi pendii lastricati di pietroni aguzzi. 

Mentre ero in groppa a Frida, la cavallina grigia che mi era stata assegnata, tutt’a un tratto mi sentii volare per aria e capitombolai a terra, sull’erba. Mi rialzai, per fortuna non mi ero fatta niente. Mentre i cavalli brucavano, Frida aveva avvicinato il muso al posteriore di Arno che le aveva sferrato un calcio. La cavallina si era impennata e io ero caduta. Tutto era successo in pochi secondi. 

Non bisogna mai rilassarsi quando si è a cavallo, nemmeno da fermi, mi dissero.

Risalii in sella e Frida partì al trotto. Non sulle salite, ma verso la stalla. La figlia mi rincorreva e mi spiegava come dovevo fare per gestire il cavallo. Io però, terrorizzata, ero completamente in sua balìa. Avevo davanti agli occhi i pietroni aguzzi su cui non ero precipitata solo per pochi metri e tremavo dalla paura.

Il cavallo lo sente, mi diceva, devi stare tranquilla. Eh, è un discorso…

Dai, dissi, proseguite voi. Io riporto il cavallo in stalla e sto in albergo.

Non è possibile, devi venire con noi. Non si fa così, i problemi vanno affrontati subito.

Alla fine, a forza di insistere, riuscii a far girare Frida e ad accodarmi al gruppo. 

Arrivammo alla mèta ma non mi godei affatto la passeggiata. 

A parte quando ci fermammo in una radura e il figlio ci raggiunse con il furgone con il pranzo, pane, pomodori e pecorino. Mai mangiato niente di più buono.  

Quando tornammo in albergo, però, telefonai a babbo e gli chiesi di venirmi a riprendere.

La stagione con i cavalli per me era chiusa. 

La notte cominciai ad avere un incubo, sempre lo stesso. Dormivo su una brandina in mezzo alla stalla, intorno a me i cavalli rivolti dalla parte di dietro. Il cerchio si stringeva e le loro zampe erano sempre più vicine, pronte a scalciare. Io gridavo: Poggia, poggia, poggia!

Ma la parolina magica non funzionava, loro si avvicinavano sempre di più e io mi svegliavo in un bagno di sudore.

Dal maneggio mi invitavano a tornare. Quel trauma doveva essere superato o mi sarebbe rimasto addosso per sempre. 

Dopo un po’ decisi di riprovare. 

Avevo imparato a stare sempre all’erta, una volta in sella, e non mi rilassavo mai, ma tutto sommato andò bene, perché trascorsi ancora dei bei giorni e ripresi contatto con i cavalli, superando il terrore che mi era entrato dentro.

Intanto erano cambiati gli ospiti. Il fenomeno era partito. C’erano una famiglia di Milano, babbo mamma e due figli piccoli, e una signora di mezza età, elegante e molto propensa alla conversazione. 

Era cambiato anche il mio cavallo di riferimento. Non più Frida, ma un bel sauro di cui non ricordo il nome.

Un giorno portammo gli ospiti a vedere il Palio di Siena. Entrammo in piazza del Campo dall’Onda, nella fiumana di persone di via Duprè, ultimo accesso prima della chiusura dei cancelli.

La piazza sembrava un calderone. Ogni tanto si apriva un varco tra la folla per far passare i soccorritori che portavano via qualcuno che si sentiva male. Finito il corteo storico, fu il momento della corsa, con le solite urla e i fazzoletti di contrada sventolati all’impazzata. Vinse il Leocorno.

Accanto a noi c’erano le citte della Chiocciola, che piangevano come fontane. La signora di mezza età cercò di consolarle, chiedendo loro che cosa fosse successo di tanto grave, ma non fu degnata di uno sguardo.

La mia permanenza al maneggio proseguiva in modo abbastanza tranquillo. Dopo la sveglia all’alba e la colazione, scendevo alle stalle. Andavamo per terreni impervi e le cavalcate erano quasi sempre al passo o al massimo al trotto. Quando il bosco si faceva più fitto dovevamo schiacciarci in avanti aderendo alla schiena del cavallo per non sbattere contro i rami.

Un giorno il giovane babbo della famigliola ci sbattè davvero contro un ramo e cadde a terra lussandosi una spalla. Quella volta la gita finì presto.

Una volta invece tutto d’un tratto, usciti da un sentiero alberato, ci trovammo di fronte a un grande prato pianeggiante. Fino ad allora non c’era mai stata l’occasione di andare al galoppo. La figlia mi disse, vai, è il momento.

Il cavallo partì come se non aspettasse altro. L’andatura spigolosa del trotto si smussò nell’onda dolce del galoppo. Volavamo insieme, io e il cavallo, come se quel campo non dovesse finire mai. 

Deve essere questo, credo, che si intende quando si parla di libertà.    

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Le lunghe estati al negozio di babbo

Quando ero alle medie, durante le vacanze estive aiutavo babbo al negozio di elettrodomestici. Ad agosto zio Romano e Donatella, l’impiegata, erano in ferie e io sostituivo lei alla gestione del gas. Prendevo le telefonate, recuperavo i dati del cliente da uno schedario, li aggiornavo con la data dell’ultima fornitura e passavo l’ordinazione della bombola, specificando il volume e il tipo, al signore in tuta blu che l’avrebbe consegnata con l’Ape. 

Ricordo le lunghe mattine fresche nel negozio nuovo in piazza Arnolfo, anzi in via Usimbardi, dove prima c’era la Posta. Di là, sulla piazza, c’era una trattoria dove si faceva colazione con le acciughe sotto pesto, la trippa e un gotto di vino rosso. Dalle finestre entravano gli effluvi della cucina, la ribollita, le carni lesse, quelle stufate. L’odore sapeva di unto, ma era sempre molto frequentata, con i tavolini sotto le logge davanti alla sede del PCI, soprattutto da camionisti e dai contadini che venivano a Colle per il mercato del venerdì. Ricordo il bancone di marmo e la vetrina con gli affettati, i formaggi e i sottoli. Al tempo la snobbavamo un po’. Oggi potrebbe risalire la classifica delle osterie nelle migliori guide gastronomiche. 

Quando andavo al liceo invece cominciai a sedermi ai tavolini esterni per bere un gotto di aleatico nelle ore che passavamo in piazza con gli amici. 

Al negozio in agosto c’erano tanti tempi morti. A volte mi trovavo anche completamente sola. Capitava allora che vendessi un disco o delle pile. Agli elettrodomestici ci pensava babbo, che però spesso era fuori con l’altro dipendente per la consegna di televisori, lavatrici e cose del genere. 

Nei momenti di calma seguivo dei campionati di tennis in tv. Il mio tennis era fatto di qualche partita strampalata ai campi in terra battuta delle stradine con la mia amica Sandra, le racchette in legno e budello, una Maxima e una Dunlop, passatemi da babbo e un amore viscerale per Adriano Panatta e per un americano dai capelli biondi di cui ho dimenticato il nome. Erano i tempi del capitano Nicola Pietrangeli, con Paolo Bertolucci e Lea Pericoli. Quando guardavo le partite mi sembrava che niente contasse al di fuori della terra rossa e dei gonnellini della Pericoli.

Era anche uscito un videogioco, forse il primo, in cui si giocava a tennis, anzi a ping pong. Su uno schermo nero facevamo muovere un rettangolino bianco con il quale respingevamo la pallina, un rettangolo più piccolo. Potevamo decidere la velocità del gioco, il singolo o il doppio. 

Appena si entrava in negozio, sulla sinistra, c’era un espositore con le musicassette.

Per me era la porta di un universo parallelo, un mondo tutto da scoprire. Solo guardare le copertine delle cassette mi faceva venire la voglia di ascoltarle tutte. Il mio canto libero, La collina dei ciliegi e Il nostro caro angelo di Battisti, Folk Beat n. 1 di Guccini. Ornella Vanoni, la Formula 3, Wess e Dori Ghezzi, Adriano Celentano. I Pink Floyd, gli Eagles, i Led Zeppelin, i Beatles, i Rolling Stones, i Jethro Tull, i Bee Gees. Era come essere in una pasticceria senza nessuno che ti controllasse e tu potevi assaggiare questo e quello, dal cannolo al babà, ai risotti alle pesche all’alchermes fino ai bignè con la crema, la cioccolata e lo zabaione.

Insomma, erano gli anni ’70.

Babbo mi aveva dato il permesso di ascoltare le cassette che non avevano il cellophane. Dopo un po’ ero io che decidevo quale ce l’aveva e quale no. Dopo un altro po’ non potevo resistere e mi portavo a casa quelle che mi piacevano di più. Fu un periodo fantastico. Ascoltavo i nuovi arrivi al negozio e poi continuavo ad ascoltare a casa quelli che mi piacevano di più. Cercavo di capire le parole e le scrivevo su un quadernino, provando a scoprire il significato delle canzoni. Qualcuna la suonavo con la chitarra, che avevo appena iniziato a studiare con don Vanzetto dai Salesiani.    

Vivevo dentro un sogno che sembrava non dovesse finire mai più.

Un giorno babbo torna a casa e dice. C’è un problema al negozio. Spariscono le cassette ma non risultano vendute. Te ne sai niente Simona?

Faccia rossa. 

Io? Uh, no, perché…

Dimmi che non ne sai niente…

No, in effetti, io…

Faccia bordeaux. Allarme rosso.

Simona, fammi vedere quante cassette hai in camera…

No, ma io…

Quella sera babbo tornò al negozio con una borsata stracolma delle “mie” cassette.  

Riuscii appena a convincerlo a lasciarmene qualcuna, ma la maggior parte se ne andò. Fu un vero smacco, sia per essere stata scoperta, sia per scoprire, allo stesso tempo, che non stavo facendo proprio una cosa bellissima.

Quel giorno la mia anima musicale subì uno strappo tremendo.

Non ho più rivisto La collina dei ciliegi e Il nostro caro angelo. Ma per fortuna mi ero imparata tutte le parole a memoria.

(foto tratta da Torrino Tennis Academy)

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La vertigine della torre

Per parecchi anni Bologna è stata la mia città preferita. Quando facevo le elementari un giorno babbo mi disse che mi avrebbe portato a Bologna. Lui ci andava abbastanza spesso per questioni legate al paracadutismo, per rinnovare il brevetto di istruttore di volo. Per me era un viaggio inaspettato e fantastico, come andare sulla luna. Camminavamo e io guardavo tutto con occhi avidi e stupiti, parchi, portici, e mi sembrava di non avere mai visto niente di tanto bello. Fu così che me ne innamorai.

La mattina, appena arrivati, andammo in un ufficio militare, poi a pranzo in una bettola del centro sotto il livello della strada. La signora della trattoria ci fece sedere a un tavolo libero per due. Mangiammo tortellini al ragù e braciola di maiale. Pagammo una cifra ridicola. Dopo, tornata a casa, mi divertivo a raccontare quanto e vedere le facce incredule della gente.

Mi sentivo così grande. Ero da sola con babbo, a Bologna. Non potevo immaginare niente di più emozionante. Più tardi salimmo sulla Torre degli Asinelli. Mamma che paura. Babbo era così, il pericolo lo divertiva e ancor più si divertiva a impaurire gli altri. Come quando si penzolava dalla torre di Pisa con mamma che lo guardava terrorizzata da sotto.

Sugli Asinelli c’erano tante scale da salire ma il peggio arrivò quasi in cima quando le scale diventarono di legno con lo spazio vuoto fra un gradino e l’altro. Cominciarono a tremarmi le gambe e mi sedetti su uno scalino, incapace di continuare sia a salire che a scendere. Babbo cercava di incoraggiarmi. Vieni strullina, che ormai ci siamo. Alla fine ce la feci e arrivai alle finestrelle strette sulla cima da cui si vedeva tutta Bologna. Ma non mi godei tanto quella vista, pensavo già a come avrei fatto per tornare giù. 

In ogni caso per me Bologna, da allora, si trasformò nella città dei sogni. Mancavano parecchi anni alla bomba della Stazione e la città era ancora una vecchia signora dai fianchi un po’ molli.

Crebbi con Guccini e Dalla, e Bologna era sempre lì. Avrei voluto studiare al Dams, ma poi mi accontentai di fare musica e spettacolo a Siena. Quando ci fu il delitto di Francesca Alinovi rimasi sconvolta. Come poteva accadere una cosa così terribile nel posto più bello del mondo?  

Ricordo ancora la telefonata a casa di Barbara, la mia amica di Milano che avevo conosciuto a Sibari, che in quei giorni era tornata in treno da sola passando per Bologna. Il suo babbo mi disse, tranquilla, è andato tutto bene.

Ai tempi dell’università una mia amica si trasferì a Bologna per lavoro. Andai spesso a trovarla, fermandomi qualche giorno a casa sua. Una sera c’era la cerimonia del premio Pasolini. L’aveva vinto un ragazzo che studiava a Siena e che conoscevo di vista. Fu Gianni Scalia, il mio prof di letteratura italiana, ad invitarmi. Era con lui che avevo chiesto di fare la tesi proprio su Pasolini. Alla fine della serata parlai un po’ con Laura Betti e poi, con Scalia e la mia amica, ci fermammo in piazza Maggiore a bere qualcosa. Fu lì che Scalia mi suggerì di approfondire uno degli aspetti dell’attività pasoliniana meno trattati, quello della sua collaborazione a Vie Nuove, settimanale del Partito Comunista.  

Fu in quei giorni che decisi di salire ancora una volta sulla torre degli Asinelli, per riappacificarmi con l’esperienza vissuta da bambina. Non fu una passeggiata, ma almeno la vidi con occhi da grande.

E alla fine passò anche quella.

(foto tratta dal sito della ProLoco Emilia Romagna)

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Maledetta mortadella

Di quella volta che mi chiesero un panino con la mortadella ricordo soprattutto il battito accelerato del mio cuore. E quella mortadella enorme, pesante, che mi scivolò dalle braccia nel banco frigo. Era estate, studiavo all’università e lavoravo in una birreria, nonostante il parere contrario di mamma e babbo che temevano restassi indietro con gli esami.

Avevo già notato gli occhi azzurri di quel ragazzo con i ricci castani, ma non mi ero mai ritrovata da sola con lui. E invece quella sera ero di là, nella stanza dei panini, anziché al solito bancone.

Mi fai un panino con la mortadella?

Non passò molto tempo che mi trasferii da lui. 

Abitava in una casa in campagna ancora più isolata di quella in cui vivevo con i miei. Lui di giorno lavorava, usciva la mattina presto e rientrava il pomeriggio.

Io la sera lavoravo in birreria e nel tempo libero studiavo. A settembre avrei dovuto dare l’esame di latino.

Mi mettevo fuori, seduta al tavolino, e facevo le versioni, leggevo, prendevo appunti. Era passato un po’ di tempo da quando il latino era la mia materia preferita e le traduzioni mi venivano così, quasi da sole.

Capitava che studiassi anche quando lui tornava a casa. Allora mi chiedeva di smettere e di stare con lui. Dopo un po’ però dovevo rimettermi a studiare, altrimenti non ce l’avrei mai fatta.

Lui allora si lamentava molto. Mi diceva che studiavo troppo e che non sapevo godermi la vita.

Mi diceva frasi del tipo, Simona, essi te stessa.  

Una volta passò a trovarmi un amico, mentre ero fuori che studiavo e si fermò per fare due chiacchiere.

La sera glielo raccontai e lui si arrabbiò. Per lui hai interrotto lo studio, per me invece no. Quanto conto io per te, mi chiedeva, a che posto sono nella tua vita?

In che senso, scusa?

Nel senso che te prima pensi allo studio, al lavoro, agli amici, alla famiglia e poi vengo io.

E io, che ne sapevo io allora io che ognuno è diverso e ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi, ognuno col suo viaggio, ognuno a rincorrere i suoi guai e che forse non ci incontreremo mai.

Che ne sapevo io di come certi fiumi scorrono tranquilli e maestosi, altri più impetuosi, ma arrivano sempre al mare, mentre certi altri si disperdono in tanti rivoli fino a morire o partono rivolo e piano piano, affluente dopo affluente, crescono e alla fine arrivano al mare anche loro.

Niente ne sapevo.

L’unica cosa che sapevo era che quella casetta di campagna era sempre più una gabbia vuota e il verde degli alberi tutto intorno aveva perso le sue sfumature.

Arrivò il giorno dell’esame e, naturalmente, feci una prova deludente.

Mi dispiace rovinarle la media, disse il professore, ma non posso darle più di un diciannove.

Rifiutai.

Quindi tornai alla casetta del nostro amore, feci le valigie e me ne andai. 

Naturalmente non finì lì. Ci furono telefonate accorate, recriminazioni, insinuazioni, il rifiuto di restituirmi alcuni oggetti e altre cose simili.

Però rimasi a casa mia e non rividi più il ragazzo dagli occhi azzurri, se non una sera che ero al cinema con le amiche, per restituirgli le chiavi. 

Qualche mese dopo riprovai con l’esame di latino. 

Quella volta andò decisamente meglio. 

Maledetta mortadella.

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La camicia bianca

Per un breve periodo della mia vita è capitato che acquistassi abiti costosi e accessori di marca. Poi non più.

In ogni caso ogni tanto avevo un capo che amavo in modo particolare, al di là che lo avessi pagato un botto o sette euro al mercato. Tipo una camicia bianca di cotone elasticizzato con qualche galetta al collo, in cui mi sentivo bene a prescindere.

Una decina di anni fa capitò che vincessi un premio giornalistico. Avrei potuto essere felicissima, e lo ero, ma ero anche molto preoccupata per la presenza di una persona, fra i miei colleghi, che sapevo ne avrebbe sofferto molto e non avrebbe mancato di farmelo sapere. Era già successo in un’altra occasione simile.

Ora si dà il caso che quella persona fosse assente per un periodo abbastanza lungo per cui ritenni che per quella volta forse avrei potuto anche star tranquilla. Andai alla cerimonia della consegna, una cosa strepitosa sull’isola di Mazzorbo, nella laguna veneziana. Riconoscimento, intervento, ringraziamenti, doni. Fra questi anche un enorme mazzo di fiori, una montagna di gigli bianchi.

Quando tornai a casa, a notte inoltrata (ci sarebbe anche una storia legata all’andata, con gomma forata e auto presa in prestito al volo), mi fu subito chiaro che in casa con quel mazzo non avrei potuto convivere.

Dovevo scegliere. O io o lui.

La mattina dopo lo portai al lavoro sistemandolo su una cassettiera a torretta vicina alla mia scrivania in un ambiente molto più grande del mio appartamento.

Per una settimana o più il mazzo di fiori fece bella mostra di sé sulla cassettiera a colonna, con tutti i suoi profumi e colori.

Finché un lunedì quella persona rientrò.

Non ricordo quale occasione di litigio escogitò quel giorno, ma non dimentico la frase che a un certo punto urlò, puntandomi il dito addosso.

“Tu e i tuoi fiori di m…, ci ha rotto i c…  qui non possiamo nemmeno respirare”. Con la chiosa, a noi dei tuoi premi non importa un c…. di nulla.

Vabbè, ormai anche i gigli il loro tempo lo avevano fatto, potevano lasciare il vaso. Mi alzai cercando di mantenere una certa flemma, afferrai il mazzo e lo portai in bagno per gettarlo nel secchio. 

Purtroppo quel giorno indossavo la mia amata camicia bianca da quattro soldi che, nell’operazione, si macchiò indelebilmente di polline sulle maniche.

Dopo vari tentativi falliti, cercai una tintoria che togliesse quelle tracce gialle.

Purtroppo, per un motivo o per l’altro, nessuna sembrava disposta ad eseguire quel particolare intervento. Finché ne trovai una che si disse disponibile.

Già al telefono, mentre esponevo il problema, mi sentii la regina Elisabetta. La lavandaia mi trattava con un misto di deferenza e un tocco di affettuosa complicità. 

Accettai senza batter ciglio la cifra che mi propose per la smacchiatura, di gran lunga superiore al costo della camicia. Consegnai il capo accolta dalle guardie a cavallo e il tappeto rosso, infine il giorno stabilito mi presentai trionfalmente in lavanderia per il ritiro. 

Che brutto momento! Di colpo non ero più la regina Elisabetta, ma nemmeno l’ultimo dei suoi stallieri.     

La lavandaia mi allungò con malagrazia la camicia impacchettata nel nylon dicendomi con aria di sfida e malcelato disprezzo.

“Questo è tutto quello che ho potuto fare… che poi io pensavo che la camicia fosse almeno di un certo valore”.

Come mio solito ci misi un po’ a capire che cosa intendesse dire. Ma a quel punto avevo già pagato, preso la camicia ed ero uscita dal negozio.

Anche stavolta avevo conosciuto un bel personaggio. 

Mi sono chiesta per anni che film si fosse fatta nella sua testa su quella camicia col polline e di come io, ahimé, glielo avessi infranto. 

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La notte delle gomme squarciate

Questa è una storia vecchia come il cucco, la storia di quattro amiche che un giorno d’estate di tanti, ma tanti anni fa, decidono di andare a Siena per trascorrere la serata in un locale.

Prendemmo la macchina, la mia, e andammo..

Al tempo si poteva ancora entrare liberamente in Camollia, girare verso il Campansi e cercare un posteggio lungo quella strada. Noi lo trovammo, e non ci pareva vero.

Mi pare di ricordare che passammo una serata divertente, tra chiacchiere e bicchieri, finché si fece l’ora di tornare a casa.

Tornammo alla macchina e cercammo di ripartire, ma c’era qualcosa che non andava. Le ruote non rispondevano al volante.

Scendemmo a dare un’occhiata e capimmo il perché.

Ci avevano squarciato due gomme.

Il motivo era scritto in un foglietto lasciato sul parabrezza. Avevamo posteggiato davanti a un passo carrabile.

Il messaggio però era più secco seppur infarcito di qualche parolaccia.

E ora, che si fa?

Decidemmo di tornare al locale, magari qualcuno avrebbe potuto aiutarci.

La città era deserta, la mezzanotte era passata da un bel po’. 

Di chiamare a casa, a quell’ora, non se ne parlava. Non sapevamo proprio come fare.

Nemmeno al locale sapevano come avremmo potuto fare se non aspettare la mattina dopo per chiamare qualcuno che ci aggiustasse le gomme. 

Se ne avessero squarciata una, ci avrebbero potuto aiutare con la ruota di scorta, ma con due gomme squarciate era tutto inutile.

La titolare del locale disse che magari l’architetto ci avrebbe potuto ospitare per la notte. 

L’architetto era un avventore abituale e solitario. Probabilmente non si sarebbe mai sognato di fare una proposta del genere, ma a quel punto lo avevano incastrato.

E così andammo a casa sua, un bell’appartamento in pieno centro.

Di dormire non se ne parlava, dove poteva avere spazio per sistemare quattro ragazze, un architetto solitario? Per cui trascorremmo la notte a chiacchierare con il povero architetto.

La situazione era talmente assurda che ne passammo una buona parte a ridere come pazze.

Alla fine si fece giorno, chiamai a casa e babbo ci venne in soccorso.

Eravamo stanchissime e non vedevamo l’ora di stenderci in un letto. Ma avevamo avuto la nostra avventura e alla fine, a parte la spesa delle gomme, non ci era costata nemmeno troppo. Perfino i nostri genitori non si erano accorti che non eravamo rientrate. 

Oggi sarebbe andata in tutt’altro modo, con i telefoni cellulari e i servizi h24, ma questa è una storia vecchia come il cucco e non poteva che andare così.

(Foto da immobiliare.it. Grazie Immo!)

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Lo scherzetto di Gastone

La prima casa in cui ho vissuto a Belluno era un appartamento ricavato in un palazzo nobiliare in centro. Aveva il giardino, alti soffitti, il parquet a mosaico, un lungo corridoio e due stanzone, una a sinistra, camera e salotto, e una a destra, la cucina. Dalla cucina si entrava, attraverso un maestoso portone di legno a vetri, nello sgabuzzino, da cui si accedeva al bagnetto. 

Il conte mi aveva detto, quando ero andata a vederlo, non so se le piacerà, sa, è venuto un po’ strano. Pensi, io ci sono cresciuto in questa casa e oggi ne ho ricavato diciotto appartamenti.

Il bagno aveva delle finestrine orizzontali in alto che non si aprivano ma si affacciavano sul corridoio di uno studio legale.

Una volta capitò che Vanessa, uno dei miei due setter irlandesi, fosse in calore e mamma mi chiese di tenere Gastone a Belluno per qualche mese. 

Fu un periodo un po’ faticoso ma bellissimo. Io lavoravo tutto il giorno e Gastone se ne stava chiuso nell’appartamento. Però uscivamo in ogni ritaglio di tempo, la mattina presto, la sera tardi, a pranzo mi preparavo un panino e lo mangiavo passeggiando con lui.

Una domenica che avevo il giorno libero, con un’amica, decidemmo di andare a pranzo in un agriturismo. Avremmo portato anche Gastone.

La mattina mi feci la doccia e mi lavai i capelli. Era una giornata bellissima e io ero indecisa se asciugarli col phon o andare al sole in giardino. 

A un certo punto sentii un gran trambusto e la porta del bagno si chiuse con uno schianto. Gastone doveva aver fatto cadere qualcosa. 

Cercai di uscire per vedere che cosa ma la porta non si apriva. Spingevo ma niente, c’era qualcosa dietro che la bloccava. Da uno spiraglio di pochi centimetri provai a rimuovere l’ostacolo con un braccio, ma non ci riusciii. 

Potevo solo vedere Gastone che mi guardava scodinzolando.

Mi rassegnai a passare l’ora successiva in bagno, nel frattempo avrei potuto lasciare che i capelli asciugassero, poi sarebbe passata l’amica, che aveva una copia delle chiavi, e mi avrebbe liberato.

Il telefono era rimasto fuori dalla stanza, non c’era una finestra alla quale affacciarmi per chiedere aiuto a qualcuno, lo studio legale era chiuso. 

Non avevo molte possibilità.

Aspettai e aspettai, ma della mia amica nemmeno l’ombra.

Dal rintocco delle campane capii che ormai l’ora di pranzo era arrivata. Perché lei no?

Cominciai a perdere la speranza. Avrei trascorso tutta la domenica, il mio unico giorno libero, chiusa in un bagno di due metri per due senza poter mangiare, senza poter accudire il cane, aspettando il lunedì mattina nella speranza che qualcuno mi liberasse?

Aiuto!

Cominciai a gridare. Prima con tutto il fiato che avevo in gola, poi sempre con meno convinzione. Ormai era chiaro che ero rimasta l’unica in tutto il palazzo a trascorrere quella domenica di sole in casa.

Ero affranta. Ogni tanto mi imponevo di alzare la testa e gridare aiuto al nulla.

A un tratto però sentii una voce. 

Chi sei? Dove sei?

Il mio vicino del piano di sopra… 

Sono Simona, sono bloccata in bagno.

Fortuna che c’erano le finestre della cucina aperte, almeno sentiva qualcosa.

Come posso fare per entrare in casa?

Vai dalla mia amica, lei ha le chiavi.  

Aspettai ancora, ma stavolta era diverso.

Finalmente entrarono in casa, il vicino e l’amica, e mi liberarono. 

Era successo che il tenditoio appoggiato alla parete era caduto, forse per un movimento di Gastone o chissà che, andando a chiudere la porta del bagno. Nello stesso tempo era caduto dalla direzione opposta anche un piccolo scaleo che era andato ad incastrarsi con il tenditoio. Un intreccio inestricabile.

Gastone assistette alle operazioni di liberazione con la sua aria felice, saltellando e offrendo il capo per qualche carezza.

Quando tutto fu a posto ormai era un po’ tardi. Ringraziai il vicino. Che fortuna che quel giorno non avesse seguito la famiglia in montagna. Poi con l’amica decidemmo di andare a pranzo lo stesso. Trovammo un agriturismo che ci avrebbe accolte anche a quell’ora, noi e Gastone, e partimmo, decise a rimettere a posto quella domenica partita con il piede decisamente storto.

Ma tu poi perché non sei venuta a chiamarmi? Le chiesi.

Aveva litigato col fidanzato e aveva deciso di rimettersi a letto, dove, mi disse, avrebbe voluto passare il resto della giornata.

Senza la presenza provvidenziale del vicino in quel bagno ci avrei passato anche la notte.

Però con i capelli asciuttissimi.

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La notte dell’acqua

Quando da Treviso mi trasferii a Rovigo, sempre per lo stesso giornale, ogni tanto tornavo su, nel giorno libero, per passare un po’ di tempo con i vecchi amici. Poi rimanevo a dormire e la mattina dopo ripartivo per rientrare al lavoro.

In quel periodo gli amici erano perlopiù inglesi e americani che avevo conosciuto grazie al corso di inglese che avevo fatto prima di andare a New York.

Amanda era la mia insegnante, poi c’era Meredith, che ogni tanto la sostituiva, poi Inge, Claudia, mezza italiana, una piccolina bionda che diceva sempre definitely di cui non ricordo il nome e un ragazzo. Intorno a loro gravitavano anche alcuni amici italiani. Roberto, il fidanzato di Amanda, Roberto il fidanzato di Meredith, Livio e altri. 

Facevamo sempre un sacco di cose insieme. Cene in pizzeria o nella casa di questo o di quello, feste. Ricordo un pic nic in montagna e una gita in baita nel Feltrino. Un periodo d’oro per il mio inglese.

Più volte mi hanno anche invitato a parlare di giornalismo in inglese alla International School di Treviso in cui alcune di loro insegnavano.

Quando ero subentrata nella casa bohemien di Amanda, in via Bonifacio, lei si era trasferita in un bell’appartamento al quarto piano di un palazzo ancora più in centro. Per me era sempre disponibile la camera degli ospiti, anche se in casa non c’era nessuno. 

Amanda mi lasciava le chiavi da qualche parte e io andavo.

Una sera tornai verso mezzanotte. Era una di quelle volte che Amanda non c’era.

Non appena uscii dall’ascensore mi resi conto che c’era qualcosa di strano. Nel silenzio della notte sentivo distintamente, troppo distintamente, sgocciolare dell’acqua.

Guardai a terra. Un rivolo si avvicinava verso di me, scivolando dalle scale. Alzai gli occhi. Altra acqua a cascata su dal quinto piano.

Salii le scale di corsa. Il pianerottolo del quinto era un lago. L’acqua usciva da sotto la porta dell’appartamento sulla sinistra. Suonai il campanello, nessuna risposta.

Scesi giù, entrai in casa e telefonai ai vigili del fuoco.

Ma c’è qualcuno in casa? mi chiesero.

Non lo so, io ho suonato ma non mi ha risposto nessuno.

Dopo pochi minuti sentii avvicinarsi le sirene e il cielo cominciò a riempirsi di luci blu. Mi affacciai alla finestra. La strada era piena di mezzi di soccorso. 

I vigili del fuoco avrebbero cercato di risolvere il problema dell’acqua, ma per entrare nell’abitazione forzando la porta c’era bisogno della presenza dei carabinieri. L’ambulanza del Suem, infine, avrebbe garantito il soccorso sanitario nel caso nell’appartamento qualcuno si fosse sentito male. 

Anche i pompieri provarono a suonare il campanello più volte, senza ottenere risposta. Intanto l’acqua scendeva e scendeva, guadagnando poco a poco i piani più bassi.

Temevo il momento in cui, terminato l’intervento, i vigili sarebbero scesi al mio piano, mi avrebbero chiesto i documenti per la registrazione della richiesta di intervento, e mi avrebbero informato del decesso dell’inquilino del quinto piano.

Suonò il campanello. Erano i vigili.

Dissero che alla fine ce l’avevano fatta a svegliare il signore, un anziano, che dormiva della grossa e non aveva sentito niente, né il ripetuto suono del campanello, né tutto il trambusto nel condominio.

Dissero che si era scusato perché la sera prima quando era andato a dormire aveva dimenticato il rubinetto aperto in cucina. Non avrebbe mai immaginato di poter causare un disastro del genere.

Tirai un sospiro di sollievo, diedi i miei dati ai pompieri e augurai loro la buonanotte.

La mattina dopo, prima di lasciare la casa, scrissi ad Amanda una lunga lettera per raccontarle che cos’era successo. In inglese, naturalmente.

La lasciai sul tavolo per quando fosse tornata.

Qualche giorno dopo mi telefonò. Disse che non aveva mai riso tanto in vita sua come quando aveva letto il resoconto di quel flood.

La presi come una promozione. 

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Al Cuor

Arrivai a Treviso il 21 giugno 1994. Il vice direttore del quotidiano dove avrei iniziato a lavorare il giorno dopo mi aveva detto al telefono, è una piccola città sopra a Venezia, niente a che vedere con la bellezza di Siena, ma anche noi ci difendiamo.

Mamma mi volle accompagnare così, disse, mentre io andavo a conoscere i colleghi in redazione, lei mi avrebbe aiutato a trovare un posto dove stare.

Per quella notte avremmo dormito in albergo, poi qualcosa avrei trovato. 

Cercai il nome Treviso sulla cartina del Veneto. In effetti era poco più a nord di Venezia. In autostrada però il nome non appariva mai. O Venezia, o Belluno.

In ogni caso riuscimmo ad arrivare.

Era una bella giornata di sole. La redazione era in un palazzo bianco affacciato sul Sile. Conobbi i colleghi, i segretari e la responsabile del personale. Riempiti i fogli necessari, salutai. Ci saremmo rivisti la mattina dopo.

  • Dove ti fermi stanotte? mi chiese un collega.
  • In un albergo, risposi.  
  • Hai prenotato? Credo che sia un problema trovare un posto libero…
  • No, l’ho saputo solo ieri che sarei partita.

Mamma mi raggiunse trafelata.

  • Simona, lo sai che non c’è un solo posto libero in tutti gli alberghi di Treviso?
  • Ma come è possibile?

Venne fuori che proprio in quei giorni in città c’era il concorso internazionale Toti Dal Monte e ogni camera era prenotata da mesi da musicisti e cantanti arrivati da tutto il mondo.

  • E ora, che si fa?

Un collega si offrì di cedermi la sua casa per quella notte, lui si sarebbe spostato da un’amica. 

Ma tornò mamma, tutta esultante.

  • Ho trovato l’ultima camera libera.
  • Ah, benissimo. Meno male.
  • Quindi, dove andate? chiesero i colleghi.
  • In un albergo vicino alla stazione, disse mamma.
  • Ah, probabilmente è il Cuor. 

Notai le espressioni farsi un po’ più serie e alcuni sopraccigli alzati, ma sul momento non ci feci granché caso, tanto ero sollevata dal non dover ricorrere alla generosità del collega, che mi aveva lasciato piacevolmente stupita, tanto più che non mi conosceva nemmeno, ma allo stesso tempo mi imbarazzava un po’.

L’albergo aveva l’aspetto un po’ cadente. All’interno corridoi stretti poco illuminati coperti di tappeti a fiori consunti. L’aria era stantia e puzzava di fumo vecchio. 

Non ci preoccupammo troppo, contente come eravamo di aver trovato l’ultima camera disponibile in tutta Treviso.

Andammo a mangiare una pizza in piazza dei Signori, già un po’ innamorate di quella città piccola, pulita ed elegante dove le persone sembravano tutte gentili.

Chiesi una pizza al radicchio di Treviso, già che ero lì. La cameriera mi guardò stranita.

  • Ma giugno non è tempo di radicchio!

Che cosa strana, pensai. E passai ad altro. 

Solo in seguito scoprii che il radicchio tardivo di Treviso è un ortaggio invernale e deve superare una procedura di preparazione molto lunga e complessa prima di finire sul mercato.

Dopo la pizza facemmo due passi, quindi andammo in albergo, Al Cuor, dove crollammo appena toccato il letto.

Nel cuore della notte fummo svegliate da delle urla molto vicine. Sbatterono delle porte nel corridoio, si sentirono delle voci, una maschile e una femminile, che gridavano rabbiose. 

Mamma si affacciò a controllare se qualcuno avesse bisogno di aiuto e il tizio le disse di farsi gli affari suoi.

Tornammo a dormire. Io mi sarei dimenticata anche questo sgradevole episodio notturno, non mamma che la mattina dopo fece le proprie rimostranze alla reception, cioè al tizio triste seduto al bancone all’ingresso.

  • Non so che dirle. Io non ho sentito niente, fu la sua lapidaria risposta.

Una volta in redazione lo raccontai ai colleghi. Allora mi fu chiaro perché la sera prima avessero sollevato i sopraccigli. C’entravano le signorine che passeggiavano intorno alla stazione e che usavano il Cuor come base per i loro appuntamenti.

  • E stasera dove dormi? mi chiesero.
  • Torno lì, è sempre l’unico posto disponibile.
  • Non se ne parla nemmeno. Ti do le chiavi di casa mia, puoi stare lì finché non trovi una sistemazione migliore, disse il solito collega.

Stavolta accettai l’offerta molto volentieri. 

Mamma prese il treno per tornare a casa, finalmente più tranquilla.

Anzi, a Cuor leggero.

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Capodanno in Garfagnana

Nel 1989, lo giuro, avevo un fidanzato. Un fidanzato serio, del tipo sposiamoci, facciamo quattro figli e andiamo a vivere in campagna. 

Nonostante tutto quel Capodanno mi ritrovai a passarlo da sola. 

Il giorno prima chiamai un’amica. Era incinta e anche lei avrebbe trascorso il Capodanno da sola.

  • Che fai domani sera? 
  • Niente. 
  • Vieni via con me? 
  • Dove andiamo? 
  • Boh, vediamo. Garfagnana? 
  • Ok, va bene.

Partimmo con la mia Polo bianca senza pensare al meteo e senza prenotare. Nell’autoradio una cassetta doppia di Gino Paoli con un po’ di Ricky Gianco.

Arrivammo nel primo borgo abitato che era già ora di cena. Il posto si chiamava Fornaci di Barga. Ci infilammo in un bar per fare qualche telefonata e cercare un posto in cui dormire. Non fu facile. Quando ormai temevamo di dover passare la notte in macchina, a rischio congelamento, trovammo una locanda con una camera libera. Era arredata come un vecchio ospedale, stanze bianche e letti singoli di ferro. 

La locandiera riuscì ad infilarci perfino nel veglione, in un circolo paesano, dove ricavarono un tavolino apposta per noi.

La mattina dopo partimmo per la montagna. Sulle strade strette la neve si era trasformata in ghiaccio. Ma in tempi in cui non sapevo nemmeno il significato di gomme invernali non sembrava un problema. Ci fermammo anche a giocare e a fare delle foto.

Indossavamo semplici cappotti di lana, maglioni e scarponcini. L’abbigliamento tecnico era ancora rincantucciato nel futuro. 

Salendo per tornanti e piccole gole arrivammo in un posto dal nome buffo, Fornovolasco. Per strada vedemmo diversi vasconi di pietra dove, scoprimmo poi, allevavano le trote. 

In cima c’era la Grotta del Vento, ma non c’era tempo per visitarla. Scegliemmo di andare a pranzo in un ristorantino. Era il primo dell’anno. Prendemmo una trota a testa e non credo di averne mai mangiate di così buone.  

Spendemmo una sciocchezza, tipo sedicimila lire in due. Anche il veglione e la stanza li avevamo pagati pochissimo. 

Poi nel pomeriggio ci rimettemmo in macchina per tornare a casa continuando ad ascoltare Gino Paoli e Ricky Franco.

La mia amica qualche mese dopo si sposò ed ebbe il bambino.

A me rimasero altri due capodanni da trascorrere col fidanzato.

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