La vertigine della torre

Per parecchi anni Bologna è stata la mia città preferita. Quando facevo le elementari un giorno babbo mi disse che mi avrebbe portato a Bologna. Lui ci andava abbastanza spesso per questioni legate al paracadutismo, per rinnovare il brevetto di istruttore di volo. Per me era un viaggio inaspettato e fantastico, come andare sulla luna. Camminavamo e io guardavo tutto con occhi avidi e stupiti, parchi, portici, e mi sembrava di non avere mai visto niente di tanto bello. Fu così che me ne innamorai.

La mattina, appena arrivati, andammo in un ufficio militare, poi a pranzo in una bettola del centro sotto il livello della strada. La signora della trattoria ci fece sedere a un tavolo libero per due. Mangiammo tortellini al ragù e braciola di maiale. Pagammo una cifra ridicola. Dopo, tornata a casa, mi divertivo a raccontare quanto e vedere le facce incredule della gente.

Mi sentivo così grande. Ero da sola con babbo, a Bologna. Non potevo immaginare niente di più emozionante. Più tardi salimmo sulla Torre degli Asinelli. Mamma che paura. Babbo era così, il pericolo lo divertiva e ancor più si divertiva a impaurire gli altri. Come quando si penzolava dalla torre di Pisa con mamma che lo guardava terrorizzata da sotto.

Sugli Asinelli c’erano tante scale da salire ma il peggio arrivò quasi in cima quando le scale diventarono di legno con lo spazio vuoto fra un gradino e l’altro. Cominciarono a tremarmi le gambe e mi sedetti su uno scalino, incapace di continuare sia a salire che a scendere. Babbo cercava di incoraggiarmi. Vieni strullina, che ormai ci siamo. Alla fine ce la feci e arrivai alle finestrelle strette sulla cima da cui si vedeva tutta Bologna. Ma non mi godei tanto quella vista, pensavo già a come avrei fatto per tornare giù. 

In ogni caso per me Bologna, da allora, si trasformò nella città dei sogni. Mancavano parecchi anni alla bomba della Stazione e la città era ancora una vecchia signora dai fianchi un po’ molli.

Crebbi con Guccini e Dalla, e Bologna era sempre lì. Avrei voluto studiare al Dams, ma poi mi accontentai di fare musica e spettacolo a Siena. Quando ci fu il delitto di Francesca Alinovi rimasi sconvolta. Come poteva accadere una cosa così terribile nel posto più bello del mondo?  

Ricordo ancora la telefonata a casa di Barbara, la mia amica di Milano che avevo conosciuto a Sibari, che in quei giorni era tornata in treno da sola passando per Bologna. Il suo babbo mi disse, tranquilla, è andato tutto bene.

Ai tempi dell’università una mia amica si trasferì a Bologna per lavoro. Andai spesso a trovarla, fermandomi qualche giorno a casa sua. Una sera c’era la cerimonia del premio Pasolini. L’aveva vinto un ragazzo che studiava a Siena e che conoscevo di vista. Fu Gianni Scalia, il mio prof di letteratura italiana, ad invitarmi. Era con lui che avevo chiesto di fare la tesi proprio su Pasolini. Alla fine della serata parlai un po’ con Laura Betti e poi, con Scalia e la mia amica, ci fermammo in piazza Maggiore a bere qualcosa. Fu lì che Scalia mi suggerì di approfondire uno degli aspetti dell’attività pasoliniana meno trattati, quello della sua collaborazione a Vie Nuove, settimanale del Partito Comunista.  

Fu in quei giorni che decisi di salire ancora una volta sulla torre degli Asinelli, per riappacificarmi con l’esperienza vissuta da bambina. Non fu una passeggiata, ma almeno la vidi con occhi da grande.

E alla fine passò anche quella.

(foto tratta dal sito della ProLoco Emilia Romagna)

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