Un’estate a cavallo

Negli anni del liceo sognavo di lavorare d’estate in una stalla in Inghilterra per imparare a cavalcare. Babbo ne parlò con un suo amico che aveva un maneggio. Mi disse di non andare che mi avrebbero trattato come una schiava. Potevo semmai andare da lui sulle Colline Metallifere. Avrei aiutato nelle stalle, cavalcato e tutto quanto.

Nell’estate di quarta liceo babbo mi accompagnò all’hotel dell’amico dove sarei rimasta per un po’.

Mi fu assegnata una camera, cenai al tavolo con loro e andai a dormire. La mattina dopo l’appuntamento era alle stalle per le sei. Non stavo nella pelle.

La figlia, di qualche anno più grande di me, mi insegnò come si lavano i cavalli, bruschino e movimenti circolari. Imparai a distinguere il morso dal filetto, a mettere sella e briglie. Al cibo e al giaciglio ci pensava un inserviente, noi preparavamo i cavalli per le passeggiate. A Sibari avevo già imparato a fare il verso della rana per stimolare il cavallo e a non trovarmi mai dietro di lui. Nel caso si posizionasse rivolto col posteriore, avrei dovuto dargli una pacca sul fianco e dirgli “poggia, poggia”.

Il primo giorno facemmo un giro di un’oretta o poco più. Con il ritorno in stalla, dopo aver messo i cavalli nei box, c’era da sistemare i finimenti, da ungere il cuoio di selle e briglie, lavare morsi e filetti. 

Nel pomeriggio, tornata in hotel, mi buttai sul letto per digerire tutte quelle emozioni e la fatica.

A un certo punto fui svegliata dal telefono. La voce della nonna mi intimava di scendere subito, che mi stavano aspettando. Ma non è ancora l’ora di cena, dissi io.

Infatti devi venire giù ad aiutare, non penserai mica di passare tutto il tempo a dormire?

La nonna era la mamma del proprietario, una signora magra e pallida che gestiva la cucina e il ristorante con polso fermo e piglio dittatoriale. Era impossibile, oltre che sconsigliabile, non eseguire i suoi ordini.

Scesi ad aiutare. C’era da tagliare il pane e riempire i cestini, sistemare i tavoli, mettere le ampolle e cose del genere.

Per cena, disse la nonna orgogliosa, c’è l’acquacotta con l’uovo di anatra. Lei la faceva con l’ortica, una fetta di pane nero e sopra l’uovo, che aveva avuto eccezionalmente non so da chi. Per anni ho creduto che quella fosse l’unica versione dell’acquacotta.

Dopo aver servito ai tavoli e preparato i caffè, rigorosamente liofilizzati, potei finalmente crollare a letto, aspettando la sveglia, troppo vicina, per tornare nelle stalle e ricominciare la giornata al maneggio.

Fra i cavalli ce n’era uno nero, Arno, che aveva avuto qualche problema di salute e gli antibiotici, mi spiegò la figlia, lo avevano trasformato, rendendolo irritabile e imprevedibile. Fra gli ospiti di quel periodo c’era anche un tizio che si atteggiava a provetto cavallerizzo. Lui voleva sempre montare Arno. Andavamo in passeggiata, al passo, al trotto, e Arno impennava, saltava come in un rodeo. Il cavallerizzo si vantava di essere l’unico in grado di gestirlo ma, mentre gli altri lo guardavano ammirati, la figlia rimaneva seria. Secondo lei lo faceva apposta, di farlo scatenare, per fare il fenomeno, ed era molto preoccupata per il cavallo.

Un giorno partimmo per una gita in montagna. Dopo alcuni tornanti in salita ci fermammo in una radura erbosa per far pascolare i cavalli e riposarci un po’. Subito dopo, il paesaggio cambiava drasticamente. C’erano solo ripidi pendii lastricati di pietroni aguzzi. 

Mentre ero in groppa a Frida, la cavallina grigia che mi era stata assegnata, tutt’a un tratto mi sentii volare per aria e capitombolai a terra, sull’erba. Mi rialzai, per fortuna non mi ero fatta niente. Mentre i cavalli brucavano, Frida aveva avvicinato il muso al posteriore di Arno che le aveva sferrato un calcio. La cavallina si era impennata e io ero caduta. Tutto era successo in pochi secondi. 

Non bisogna mai rilassarsi quando si è a cavallo, nemmeno da fermi, mi dissero.

Risalii in sella e Frida partì al trotto. Non sulle salite, ma verso la stalla. La figlia mi rincorreva e mi spiegava come dovevo fare per gestire il cavallo. Io però, terrorizzata, ero completamente in sua balìa. Avevo davanti agli occhi i pietroni aguzzi su cui non ero precipitata solo per pochi metri e tremavo dalla paura.

Il cavallo lo sente, mi diceva, devi stare tranquilla. Eh, è un discorso…

Dai, dissi, proseguite voi. Io riporto il cavallo in stalla e sto in albergo.

Non è possibile, devi venire con noi. Non si fa così, i problemi vanno affrontati subito.

Alla fine, a forza di insistere, riuscii a far girare Frida e ad accodarmi al gruppo. 

Arrivammo alla mèta ma non mi godei affatto la passeggiata. 

A parte quando ci fermammo in una radura e il figlio ci raggiunse con il furgone con il pranzo, pane, pomodori e pecorino. Mai mangiato niente di più buono.  

Quando tornammo in albergo, però, telefonai a babbo e gli chiesi di venirmi a riprendere.

La stagione con i cavalli per me era chiusa. 

La notte cominciai ad avere un incubo, sempre lo stesso. Dormivo su una brandina in mezzo alla stalla, intorno a me i cavalli rivolti dalla parte di dietro. Il cerchio si stringeva e le loro zampe erano sempre più vicine, pronte a scalciare. Io gridavo: Poggia, poggia, poggia!

Ma la parolina magica non funzionava, loro si avvicinavano sempre di più e io mi svegliavo in un bagno di sudore.

Dal maneggio mi invitavano a tornare. Quel trauma doveva essere superato o mi sarebbe rimasto addosso per sempre. 

Dopo un po’ decisi di riprovare. 

Avevo imparato a stare sempre all’erta, una volta in sella, e non mi rilassavo mai, ma tutto sommato andò bene, perché trascorsi ancora dei bei giorni e ripresi contatto con i cavalli, superando il terrore che mi era entrato dentro.

Intanto erano cambiati gli ospiti. Il fenomeno era partito. C’erano una famiglia di Milano, babbo mamma e due figli piccoli, e una signora di mezza età, elegante e molto propensa alla conversazione. 

Era cambiato anche il mio cavallo di riferimento. Non più Frida, ma un bel sauro di cui non ricordo il nome.

Un giorno portammo gli ospiti a vedere il Palio di Siena. Entrammo in piazza del Campo dall’Onda, nella fiumana di persone di via Duprè, ultimo accesso prima della chiusura dei cancelli.

La piazza sembrava un calderone. Ogni tanto si apriva un varco tra la folla per far passare i soccorritori che portavano via qualcuno che si sentiva male. Finito il corteo storico, fu il momento della corsa, con le solite urla e i fazzoletti di contrada sventolati all’impazzata. Vinse il Leocorno.

Accanto a noi c’erano le citte della Chiocciola, che piangevano come fontane. La signora di mezza età cercò di consolarle, chiedendo loro che cosa fosse successo di tanto grave, ma non fu degnata di uno sguardo.

La mia permanenza al maneggio proseguiva in modo abbastanza tranquillo. Dopo la sveglia all’alba e la colazione, scendevo alle stalle. Andavamo per terreni impervi e le cavalcate erano quasi sempre al passo o al massimo al trotto. Quando il bosco si faceva più fitto dovevamo schiacciarci in avanti aderendo alla schiena del cavallo per non sbattere contro i rami.

Un giorno il giovane babbo della famigliola ci sbattè davvero contro un ramo e cadde a terra lussandosi una spalla. Quella volta la gita finì presto.

Una volta invece tutto d’un tratto, usciti da un sentiero alberato, ci trovammo di fronte a un grande prato pianeggiante. Fino ad allora non c’era mai stata l’occasione di andare al galoppo. La figlia mi disse, vai, è il momento.

Il cavallo partì come se non aspettasse altro. L’andatura spigolosa del trotto si smussò nell’onda dolce del galoppo. Volavamo insieme, io e il cavallo, come se quel campo non dovesse finire mai. 

Deve essere questo, credo, che si intende quando si parla di libertà.    

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