Il caso dell’orata al forno

Quando vivevo nel centro di Belluno, una delle cose che più mi piacevano era il fatto di avere la maggior parte dei negozi a pochi passi da casa. Bastava uscire dal portone e c’erano un bar e un parrucchiere cinese. Dietro l’angolo, l’edicola e un altro bar. A pochi passi il panificio, il mercato ortofrutticolo, un alimentari di qualità, una pasticceria, una libreria, un supermercato, negozi di oggettistica, scarpe e abbigliamento, gli uffici postali, il Comune.    

Ogni mattina, dalla finestra di camera, potevo verificare che ci fosse il furgone dei formaggi, anche se la presenza si intuiva già dagli allegri buongiorno dei venditori.

Il giovedì, accanto al banco dei formaggi, c’era il pescivendolo.

L’anziano sacerdote che viveva sotto il mio appartamento, tra le diverse badanti che si alternavano a casa sua, in un certo periodo ne aveva una russa che andava molto orgogliosa di come cucinava l’orata al forno.  

Ogni giovedì, al mattino, si metteva in fila davanti al furgone del pesce e comprava un’orata per il sacerdote e probabilmente una anche per sé. 

Ad un certo punto la badante russa conobbe l’anziana scrittrice, il cui appartamento dava sullo stesso pianerottolo di quello del sacerdote. La scrittrice, in buona salute nonostante l’età avanzata, cercava sempre qualcuno fidato che potesse darle una mano in caso di bisogno.

Chiese alla badante russa del sacerdote se qualche volta poteva passare da lei, per aiutarla a fare qualche lavoro, ma il sacerdote e la sua famiglia non glielo permisero.

La badante però era riconoscente all’anziana scrittrice per averglielo chiesto e per dimostrarglielo un giovedì preparò un’orata al forno anche per lei.

La scrittrice apprezzò molto il pensiero ma disse che non poteva accettare. La badante insistette e la scrittrice alla fine accettò, ma solo se le fosse stato permesso di pagare il pesce. E così fu. 

Ogni giovedì la badante cuoceva un’orata per l’anziano sacerdote e una per l’anziana scrittrice a parte, in un contenitore di alluminio usa e getta. L’orata costava dodici euro. L’anziana scrittrice gliene dava venti, per far conto pari. A volte anche cinquanta.

È una donna a cui non sono mai mancati i mezzi ma è anche molto generosa.

Il sacerdote però non voleva che la sua badante facesse qualcosa anche per altre persone e lei stava ben attenta a non farsi scoprire.

L’anziano era quasi sempre a letto, ma un giorno furono dei parenti a scoprire che il numero delle orate in cottura non era quello giusto. Brontolarono la badante e le vietarono di cuocere orate o qualsiasi altro cibo per chicchessia al di fuori del religioso. 

Iniziò allora il periodo dell’orata clandestina. La badante riusciva sempre a farla franca e l’anziana scrittrice ogni giovedì aveva la sua bella orata cucinata come si deve e allungava la banconota alla russa.

La scrittrice però a un certo punto si era stufata di mangiare orata al forno tutti i giovedì. Più che per l’orata in sé si era stufata dell’obbligo che la badante aveva istituito, e anche del giro clandestino di orate di cui si era resa complice, dal quale non riusciva a sottrarsi per pura buona educazione.

Come tutte le cose belle, anche il dono dell’orata un giorno finì. Non è chiaro se ciò sia accaduto grazie ad un’improvvisa partenza della scrittrice verso le terme o la casa di montagna o all’ennesimo cambio di badante nella casa dell’anziano sacerdote.

Ma a un certo punto finì.

L’anziana scrittrice si liberò in un sol colpo sia dall’obbligo gastronomico che della cospicua mancia.

Alla badante forse andò un po’ peggio. Chissà se perse anche il lavoro. Di sicuro perse l’entrata extra del giovedì.

Anche al pescivendolo, a ben pensarci, non andò poi tanto bene.

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