e la casa a chi la lascio?

eh sì, può capitare. il problema è se poi uno (una) lo vive come un problema.

ieri parlavo con un’amica che si sfogava. “Il tempo passa, ormai penso che non avrò più un bambino. allora mi chiedo qual è il senso di tutto ciò. anche concretamente, per esempio a chi lasciare la casa di proprietà. a nessuno”

questo lei lo viveva con un senso di grande malessere.

non posso negare di averci mai pensato. anzi

anche io vivo la stessa situazione.
però devo dire che, se la cosa può avermi anche solo lontanamente preoccupato in passato, adesso non ci penso proprio più.

non ci penso più in questi termini, della serie eredi e simili
e non la penso nemmeno come a una mancanza.

per la casa in Toscana, una casa importante, con un po’ di terra, un giardino che è tutta la vita della mia mamma, la piscina e tutto il resto, penso invece spesso a quale associazione potrei lasciarla e con quale scopo.
anche questo dà un senso di continuità, pur senza un figlio

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Belluno di maggio

Belluno di maggio è fredda come d’inverno

il riscaldamento è ormai spento

ma anche se fuori batte il sole

i vecchi muri non ricordano il calore

artificiale assorbito nei lunghi mesi freddi

e durante il giorno

sanno sputare solo il gelo assorbito di notte

a Belluno di maggio non mandate il piumone a lavare

a Belluno di maggio va la boule dell’acqua calda…

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ma guarda un po’ queste cabarettiste…

allora ieri sera a teatro c’era il recital di questa cabarettista, una siciliana di Zelig che fa anche la pubblicità di una compagnia telefonica con Raoul Bova

ecco, io l’ho conosciuta per quello, per la pubblicità, perché a me Zelig non piace molto, non lo reggo per più di cinque minuti

non è che non mi piacciano i cabarettisti, è che non mi divertono tutti insieme, nella stessa serata.
magari presi uno a uno….
vabbè

allora vado a vedere ‘sta tipa. una botta di simpatia, davvero. carina anche, che in pubblicità pare un po’ bruttina. invece no, è magrolina tanto, ma leggera, fa movimenti sciolti, tiene bene la scena. insomma, ganza davvero

anche perché sennò non c’avrei nemmeno pensato di andare a vederla

questa qua l’avevo intervistata qualche giorno prima.
le avevo chiesto: come funziona il tuo spettacolo?
e lei: io parlo con il pubblico, coinvolgo, improvviso molto anche secondo quello che mi dice la gente.
e io: auguri. sai che il pubblico qua a Belluno non è proprio molto reattivo…
davvero? mi fa lei. me l’hanno detto anche in altre città. ma alla fine ho fatto parlare tutti.
okay.
faccio l’articolo, ci scrivo anche la storia che lei farà parlare i bellunesi, che va pure nel titolo.
insomma, tutto come al solito.
e chiusa là

poi ieri sera vado a teatro, dicevo, lei esce sul palco e la prima cosa che dice è: ma sapete che mi ha intervistato una giornalista che mi ha detto che il pubblico qua non reagisce?
e tutti a una voce sola: noooooooooo!!!!
e lei, ma chissà perché mi avrà detto questo?
tutti ridono, evidentemente non se lo sanno proprio spiegare.
uno urla: il nome, il nome!
e lei: non me lo ricordo! (grazie!)
no, dico davvero, l’avesse detto e qualcuno mi avesse riconosciuto quelli minimo minimo mi sputavano sul cappottino all’uncinetto…
(e comunque son soddisfazioni, ho capito che c’era proprio un sacco di gente che aveva letto l’intervista…)

oh, alla fine questa storia della giornalista che diceva che a Belluno non reagivano l’ha rimessa in ballo almeno tre o quattro volte…
e ha fatto bene, dico, dal suo punto di vista. le è servito per rompere il ghiaccio. e come tecnica è azzeccata: butta in faccia a qualcuno una verità non proprio gradevole e quello farà di tutto per smentirla.
alla giornalista, poi, en passant, ha dato pure della “meschina”
ma nel senso che si usa a Palermo, credo, come dire “povera, che colpa ne ha lei…”

ora, a parte tutto. ma c’è qualcuno che in teatro a Belluno abbia trovato un pubblico reattivo? voglio dire, gente che canta ai concerti, parla con il cabarettista dalla platea, dialoga con nonchalance? a me non è mai successo (diciamo di rado, va’).

rispetto ad altri posti d’Italia qua ho sempre percepito un pubblico un po’ freddino e molto abbottonato, magari anche partecipe come attenzione, ma non proprio disposto a mettersi in gioco davanti a tutti.
poi dipende anche da chi è sul palco….

vabbè. comunque il recital è stato carino, divertente, tutto giocato sui luoghi comuni del rapporto fra uomo e donna, delle differenze fra nord e sud, ma interpretati con simpatia
e lei è brava davvero a dialogare col pubblico, a cogliere lo spunto più adatto per suscitare una reazione. e anche carina, molto più di come appare in quella pubblicità della “rrricarica”…

poi c’è anche il fatto che oggi presentarsi come giornalista è un po’ come volersi far tirare i carciofi in faccia.
sì, non è proprio il massimo.
alla gente, si sente, gli fa subito una certa antipatia.
diciamo che non è il nostro momento, ecco.
e chiudiamola qui

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e poi arriva il mal di testa…

sì, che poi chiamalo mal di testa. son passati i tempi di quel dolorino che ti batteva fra l’occhio e la tempia e quando prendevi un moment in mezz’ora passava.
io quello di ora lo chiamo mal di testa per pudore ma potrei dire anche tsunami perché ti lascia disintegrata e dolorante.

e si annuncia anche. prima i piccoli martellamenti in testa, poi un senso vago di tensione diffusa. tu speri che passi. ti hanno insegnato il massaggino craniale, lo fai. e niente.
ti metti in penombra, al buio. macché! cominci a sudare, ti bagni con l’acqua fredda. e lui, il mal di testa, è sempre lì in agguato. poi scoppia ben bene. allora diventa un signor mal di testa.
ti tirano i nervi di tutta la faccia, o della parte che ha deciso di attaccare in quel momento. senti un dolore profondo all’occhio, dentro allo zigomo, e poi la cervicale. il dolore si ramifica nelle ossa, la schiena cade a pezzi, avresti solo bisogno di stare distesa. e i muscoli fanno male, le gambe pesano e se cammini non tirano, con il risultato che cominci a muoverti come una settantenne.
e lasciamo perdere la sensibilità acuta alla luce, ai rumori, agli odori.

che poi è una cosa che mi succede da qualche anno. è arrivato quatto quatto con i 40 o giù di lì
all’inizio gli attacchi duravano anche due o tre giorni. i normali cachet gli fanno vento a questo mal di testa qua.
qualche tempo fa, durante una grossa crisi che mi colpì mentre ero a casa in toscana e dovevo rientrare a belluno, il medico di guardia mi consigliò un farmaco che si trasformò in un’ancora di salvezza. per me, che fo di tutto per non prendere farmaci…
allora era il migran, o qualcosa del genere. ora è la sua evoluzione, l’auradol.
perché questo, ecco dimenticavo, è il mal di testa con l’aura che poi sarebbe quella cosa che senti prima che ti scoppi.

ovviamente oltre a prendere la pasticca dovresti anche metterti a letto al buio e immergerti nel silenzio. e invece a me, 8 volte su 10, mi scoppia quando sono al lavoro e non posso lasciare. e va a finire che fra telefonate e computer anziché farlo passare è come se me lo coltivassi…

il fatto è che io ho sempre pensato che fosse un problema solo mio. qualche tempo fa avevo trovato un’altra amica che soffre di un problema simile. una volta ne abbiamo parlato e poi è finita lì

e invece giusto ieri, parlando con un amico, è venuto fuori che solo lui conosce ben tre donne, tutte quarantenni, che soffrono più o meno della stessa cosa. senza soluzione, a parte la pasticchetta miracolosa che prendi lì per lì.

allora ho pensato di scriverlo nel blog chiedendo a chi si riconosce in questo problema di farsi avanti

potremmo scambiarci esperienze, cercare e condividere soluzioni, tentare di scoprire la causa scatenante di ciò che ci succede trovando analogie e collegamenti…

dall’idea che mi sono fatta fino a ora è un problema che sembra assillare in modo particolare le donne quarantenni. c’è chi ha figli e chi non ce l’ha. chi fa lavori stressanti e chi no. chi è sposata, fidanzata o single. in molte sono già intervenute sull’alimentazione. io ho eliminato carne, alcol, (tabacco da tempo per altri motivi), il caffè, la cioccolata (quasi). mangio il più possibile regolare, il più possibile semplice, naturale e più o meno biologico. e un po’ funziona, ma non del tutto.
poi ci sono le tensioni, le incazzature, il surmenage…
e ultimamente il mal di testa mi prende pure quando faccio qualcosa che non mi va
alla fine il bilancio è tremendo.
su 100 possibilità ce ne sono almeno 70 o 80 a favore del mal di testa
è una lotta impari!
ma qualcosa bisogna pur fare….

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strani giorni

strani i giorni. ti alzi al mattino e pensi che non farai niente di che. è o non è il tuo giorno libero? sì una piccola cosa ci sarebbe, un’amica a pranzo, un progetto da portare avanti, ma rientra nella sfera piacere, non dovere. quindi relax. poi ti chiama un’amica. e’ in lacrime. anzi, piange a dirotto. uno dei suoi tre gatti è morto, avvelenato dice, e un altro è scomparso. ma che cazzo!
anche perché sai che per lei quei gatti sono qualcosa di più di tre semplici gatti.
la giornata va avanti scandita dalle telefonate all’amica. novità? trovato l’altro? come stai? qualcuno le dice che hanno gettato dall’alto le esche antirabbia, altri (anche io) pensano all’avvelenamento da parte di un vicino un po’ stronzo.
ma c’è qualcosa che non quadra. per niente. quel posto là è pieno di gatti, perché colpire i suoi. due, poi.
il mistero si svela quando incrocia gli operai che stanno rifacendo la strada per il giro d’italia. sì, le dicono, un gatto è stato schiacciato da un camion ieri mattina proprio qui. e lì ci sono ancora le macchie di sangue. è quello scomparso. scomparso perchè quelli della nettezza urbana l’hanno recuperato e buttato.
e l’altro, forse, è stato colpito anche lui ma di striscio, e ce l’ha fatta ad arrivare fino all’albero davanti a casa. e poi non ce l’ha fatta più.
che, se vuoi, è una spiegazione ancora più assurda dell’avvelenamento.
così ascolti le telefonate disperate dell’amica, cerchi di rispondere alle domande senza risposta, vai a vedere i luoghi della disgrazia, così tanto per condividere questo dolore con lei e starle vicina.
ecco, sì proprio un giorno strano.

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l’urgenza di scrivere

il fatto è che io devo scrivere. è come un bisogno della mente che così traduce ciò che passa in forma di pensiero e fissa certi aspetti della realtà.
ma il più delle volte tutte queste frasi rimangono là, sospese, frutto della mente e mai trascritte su carta. peccato, perché poi il pensiero è volatile, le cose passano, qualcuna resta, altre vengono distorte dal tempo, dalla memoria, da chissà che

il fatto è anche che dopo che ho scritto riscriverei e riscriverei e non sono mai soddisfatta
la scrittura, molto più del discorso parlato, permette di creare un’armonia fra parole, puoi ricercare la perfezione, anche se non è detto che riesci a trovarla. puoi limare, tagliare, aggiungere. fino a che la frase esprime esattamente la forma del pensiero o dell’avvenimento che vuoi raccontare.
ma poi tutto cambia, appunto. e allora togli quell’aggettivo, insulso. quell’avverbio, pesante. rovesci la costruzione del discorso in cerca di un’illusione metrica, di una musicalità diversa
mi piace immaginare che le menti umane abbiano una propria disposizione naturale se messe nella condizione di lasciarsi andare alla creatività.
ci sarà quella che traduce in musica pensieri e fatti, quella pronta a trasferirlli in un disegno, in un’opera di pittura, quella che traduce tutto in poesia.
non parlo di veri e propri artisti, penso più a un atteggiamento dell’animo che non è detto si concretizzi. o che non è detto che diventi arte 
ecco, per me credo che funzioni così per la scrittura.
è un po’ come una concretizzazione naturale del pensiero, che così si compie e assume un significato

il fatto è che scrivere è anche il mio lavoro. ma è una cosa del tutto diversa. scrivendo articoli giornalistici in realtà scrivo quasi per forza, costretta in spazi determinati, condizionata dai limiti orari della pubblicazione quotidiana oltre che obbligata dall’argomento
senza parlare delle interruzioni e delle distrazioni continue cui sei sottoposta nella vita di redazione, fra telefonate, domande dei colleghi, visite più o meno importune.

ricordo che quando ero piccola una delle cose che volevo assolutamente fare era imparare a leggere e a scrivere e per questo assillavo nonna Libe con la quale trascorrevo la maggior parte dei pomeriggi visto che i miei genitori lavoravano entrambi. non potevo sopportare di non capire quello che c’era scritto su libri e giornali che passavano per casa.
ora, non voglio dire che a quattro anni leggessi il corriere della sera. però imparai a leggere e a scrivere. per me, ovviamente. intendo dire che era una mia necessità, non avevo il bisogno di dimostrare niente a nessuno tantomeno ai miei genitori che infatti mi iscrissero in prima elementare senza nemmeno pensare di farmi saltare direttamente in seconda dove andavano quelli che già sapevano leggere e scrivere

a scuola rimasi stupita che il maestro perdesse tanto tempo a farci mettere insieme delle letterine ritagliate nella carta per formare delle parole. io componevo le mie senza difficoltà e poi spostavo l’attenzione sulle letterine della mia compagna di banco che invece era ancora lì. il maestro se ne accorgeva e mi mandava fuori dalla classe perché non disturbassi i compagni. quanto tempo sprecato!  

ero ancora alle elementari, ma in quarta o quinta, quando con la mia famiglia facemmo un viaggio di alcuni giorni a Roma in visita agli zii.
fui molto colpita dalla bellezza e dalla magnificenza della capitale e al ritorno scrissi su un quadernetto che mi era stato regalato alcune poesie.
ricordo solo alcuni argomenti: i gatti del colosseo, la cupola di san pietro. ricordo anche che forse la maestra mi fece leggere le poesie in classe, o forse le trascrissi su un foglio grande che poi venne appeso in classe. ora non saprei dire con precisione
quel quadernetto aveva le pagine bianche e una copertina gommata con un disegno composto di qualche linea e macchia fatto come con la vernice, rossa, nera e bianca. tipo un quadro astratto. ma non sono più riuscita a trovarlo. sarà stato buttato via in qualche trasloco, immagino. peccato.

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sentimenti vintage

ieri sera, andando a dormire, mi son venuti in mente i giorni dell’Austerity. era l’inverno del ’73, qualcuno se lo ricorda? le strade erano vuote, le auto stavano ferme la domenica e gli altri giorni circolavano solo a targhe alterne.

ricordo anche che per un po’, almeno a casa mia funzionava così, chi aveva due auto quando le cambiava cercava di avere come ultima cifra della targa una pari e una dispari, così da essere pronti ad ogni evenienza.

l’Austerity durò solo pochi mesi. peccato. per noi bambini era una festa con quei lunghi pomeriggi passati sulle strade deserte a girare sui pattini o in bicicletta. 

il ricordo di certi momenti del passato ha un sapore tutto suo difficile da raccontare.

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oh mamma, c’ho il blog…

ma che cavolo! dopo un secolo anch’io c’ho un blog. merito di carlo, lui sì che è un vero navigatore. in senso di internet. le fa tutte e ce l’ha tutte, compreso l’iPad, e legge pure gli e-book con l’e-reader. è stato lui a convincermi nonostante le mie ritrosie a iscrivermi a facebook e ora, che mi è venuta voglia di aprire un blog, è a lui che ho chiesto come fare…

ecco, appunto. come fare? son già due giorni che apro le finestre, pigio sui vari pispolini. ho scelto pure l’italiano, ma mi viene mezzo inglese e mezzo italiano. boh? comunque, un’immagine l’ho messa e pure un titolino. quindi non sono poi del tutto incapace. ho scritto un pensiero che è volato chissà dove. pian pianino imparerò a gestire anche questo nuovo mezzo.

il problema però non è soltanto formale. che cosa ci si scrive qui dentro? pensieri, considerazioni. sì ok, ma non hai già facebook? sì, certo. ma su facebook, forse, si scrivono le cose un po’ più immediate e anche un po’ più leggere. qui invece il pensiero si può fare un po’ più “profondo”, oltre che un po’ più lungo. penso, almeno. poi si vedrà.

il problema semmai è quello del pubblico. magari poi alla fine non gliene importa proprio a nessuno  di quello che scrivo, penso, dico. ma se io scrivo una cosa su facebook è sicuro che qualcuno, e più di uno, la vedrà. qua potrebbe rimanere non letta per tanto tempo o letta da qualcuno che inciampa per caso nel blog, cercando chessò, una ricetta con lo zenzero… e allora farò come sonia, che scrive i suoi pensieri quotidiani “con gli occhi dei sandali blu” e poi li pubblica su facebook, così chi vuole clicca e legge. ma volevo dire un’altra cosa, il problema del pubblico, appunto. cioè, se quando scrivo su facebook sono consapevole di stare scrivendo su un muro, qua, nell’intimità del mio blog, potrei illudermi (qualche volta, non sempre) di scrivere solo per me stessa. come se fosse un diario on line, tutto tuo, che qualcuno legge solo se glielo permetti tu. e invece no, ovviamente. ecco, anche questa è una cosa di cui tener conto… vabbè. basta sciocchezze. ora provo a pubblicare questo ammasso di parole, cerco di capire dove va e poi… vedremo che succede…

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