Che botta, Gattaccio!

Hey, Gattaccio, sì dico a te. A te con quel musone grosso e quelle zampotte lunghe, i muscoli belli tesi, il manto che pare un tappeto e quella coda mozza.

Che botta!

Eravamo rimasti a quasi due mesi fa che dovevamo andare dal veterinario e tu ti ribellasti e mi conciasti per le feste. E rimanemmo qualche tempo senza “parlarci”, noi due.

Proprio te, che da quando ti abbiamo soccorso sei diventato il gatto adesivo fuori dalla mia porta di casa. Per un po’ ti ho dato il cibo e l’acqua, quello sempre, ma il feeling fra noi era un po’ evaporato. Poi i graffi si sono richiusi e le ferite rimarginate e tutto è tornato come prima, con te che appena mi avvicino al muretto arrivi di corsa per strusciarti contro le mie gambe ma ti ritrai se cerco di toccarti io quando sei sotto al tavolo.

L’altro giorno ce l’abbiamo fatta. Siamo andati dal veterinario. Sono riuscita a distrarti, tu hai avuto fiducia, ti sei fatto prendere in braccio e ti ho infilato nel trasportino. Poi ti ho dovuto dare due perette di sedativo perché stavi abbaiando come un cane e non so come avremmo potuto resistere fino dal veterinario.

Appena saliti in macchina (ti ho messo nel bagagliaio, non fidandomi nemmeno del sedativo) hai scaricato riempiendo l’abitacolo di un odore nauseabondo che mi ha accompagnato per tutto il viaggio. Hai riempito dello stesso odore la sala di attesa finché non ho preso il lungo rotolo di carta e il disinfettante e ho cercato di ripulire tutto quel disastro.

Poi ti hanno visitato. A te che ciondolavi sedato come un carciofone, il vet (la vet in realtà), ha prelevato il sangue e ti ha fatto tutti gli accertamenti che in vita tua, quando eri un gattaccio libero e selvatico, nessuno si è mai sognato di farti. Fai sempre un certo effetto sai, se anche da sedato la vet ti ha coperto il musone con una mascherina che mi parevi Hannibal Lecter.

Però, però… Io credevo che sarebbe stato il giorno del tuo ingresso nella società censita dei gatti, che avresti avuto il tuo libretto, il tuo vaccino. E li hai avuti, certo.

Ma in quel giorno maledetto hai avuto anche qualcosa in più. Hai preso la patente di FIV e FELV e, ora che ti avevamo trovato e ci stavamo attaccando così a te, per tutti noi è stata proprio una bella botta.

Per te che cosa cambia? Saperlo, niente. Tu continuerai a fare la tua vita fino a quando la natura te lo permetterà. Noi potremo alleviarti questi anni che ti rimangono da vivere curandoti nel miglior modo possibile. Che in fondo del doman non v’è certezza per nessuno e la vita randagia alla fine presenta sempre il conto.

A proposito. Quanti anni hai? Secondo la vet fra cinque e dieci (che sarebbe come dire fra trentacinque e settanta), un bel range per un gatto.

Insomma, Gattaccio, è iniziato il riposo del guerriero. Speriamo che sia lungo e il più possibile senza dolore.

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La svolta buonista di Gattaccio

Era da un po’ che avrei voluto scrivere questa cosa. Oggi mi decido a farlo, finalmente, perché domani sarebbe troppo tardi.

Domani Gattaccio va dal veterinario come se fosse un gatto normale, e non quel malandrino patentato che è stato fino ad ora. Quindi faremo tutte le analisi, quelle che secondo l’altro vet, quello che gli ha tagliato la coda, erano inutili e dispendiose perché in fondo era solo un gatto selvatico.

E invece Gattaccio, contro ogni previsione (esclusa quella ormonale, ovvio), si è accasato e si avvia a diventare un gatto pericolosamente normale.

Il primo passo è stato quello di stabilirsi fisso nella piccola aia fuori da casa mia. Ma quello, abbiamo pensato tutti, era più un problema di reperimento cibo. Stando lì fuori Gattaccio poteva miagolare incessantemente ogni volta che mettevo il naso fuori e reclamare cosi la sua pappa a tutte le ore.

Però era sempre il solito gatto scontroso e ogni volta che mi avvicinavo per dargli un buffetto faceva dei salti all’indietro che pareva avesse mangiato una molla.

Poi ho notato che qualcosa era cambiato. Quando mi avvicinavo Gattaccio mi guardava e non si allontanava. Una volta è successo che dopo avergli dato da mangiare mi sia accucciata accanto a lui. E lui ha cominciato a strusciarsi contro le gambe della sedia avvicinandosi sempre più a me. Quando gli ho messo una mano sul capone non si è ritratto anzi, ha anche pigiato un po’ (chi ha un gatto capirà che cosa intendo). Incoraggiata, ho azzardato una carezza sotto il muso. E lui ci stava. Dopo un po’ l’ho addirittura preso in braccio.

E lì ho capito che qualcosa era definitivamente cambiato. Incredibile. Gattaccio faceva le fusa!

I miei gatti però non si fidano di lui. E Gattaccio ne soffre.

Ogni volta che Ercolino o Agatha entrano o escono di casa, attraversando il territorio da lui presidiato, si fa loro incontro pietendo spudoratamente delle attenzioni.

È un Gattaccio senza dignità, ma bisogna capirlo. È sicuramente la prima volta in vita sua che sente qualcosa come una carezza o un po’ di calore. Si vede che son cose che gli piacciono ma che allo stesso tempo non sa bene come affrontare.

Ercolino comunque lo picchia. Gli allunga delle zampate sul muso che Gattaccio incassa come un vecchio pugile ormai fuori dal ring.

Agatha gli soffia, invece.

Lui no. Lui continua a girar loro intorno, trotterellando su quelle zampette storte da calciatore, sperando di farsi degli amici gatti, anche lui.

Povero Gattaccio. L’isolamento selvatico in cui è vissuto finora gli ha fatto anche dimenticare le regole della sua specie. Quale gatto va in cerca di amicizia felina?

Gattaccio fa una tenerezza che nemmeno vi immaginate. Ora ha preso anche a strusciarsi alle persone. Almeno a me. Non bisogna chiedere con lui. Basta mettersi seduti sul muretto e far finta di far niente. Lui sulle prime scapperà poi, vedendovi fermi, si avvicinerà incuriosito e comincerà a strofinarsi alle vostre gambe. Lo farà a modo suo, con quella tenerezza brusca che ha imparato da poco, con movimenti a scatti e senza sinuosità felina. Poi voi, inteneriti, alzerete la mano per dargli una carezza su quel testone e lui, impaurito, ricordando qualcosa di brutto, scapperà. Per poi riavvicinarsi e ricominciare da capo.

Oggi è il suo ultimo giorno da clandestino. Domani avrà anche lui un documento di identità, un vaccino, un suo posto nel mondo.

Da quel Gattaccio che è.

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Tutto quello che avreste voluto sapere su Gattaccio ma…

Chiedo scusa. Questo è un post che avrei dovuto scrivere mesi fa, per aggiornare tutte le persone gentili che mi chiedevano notizie su Gattaccio. Lo faccio ora.

Ricapitolando, verso la fine di marzo questo gatto inselvatichito che girava per le campagne intorno casa nostra passando ogni tanto a reclamare un pasto, si è presentato con una coda scarnificata e quasi spezzata. A occhio, doveva essere rimasto imprigionato in una tagliola e si era fatto male cercando di fuggire, oppure un’anima buona (buona con tutti i distinguo del caso), lo aveva liberato in quanto non rappresentava la preda cercata.

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In ogni caso la situazione si presentava disperata. Gattaccio era un gatto assolutamente refrattario al contatto umano. Era impossibile, non dico acciuffarlo, ma anche solo fargli una piccola carezza. Il minimo contatto, o anche un semplice avvicinamento, lo facevano scappare con un balzo.

Chiesi consiglio tramite Facebook alle volontarie di un gattile della zona, i Cassiopei, che mi invitarono a prendermi cura di lui al più presto portandolo da un veterinario perché la ferita era veramente brutta e avrebbe potuto portare a infezioni e conseguenze nefaste per la vita del povero Gattaccio.

Mi indicarono il nome di una volontaria di un’altra associazione, A-mici miei, più vicina geograficamente, che appena contattata venne subito a casa mia con la gabbia trappola. Io ero sinceramente convinta che Gattaccio non ci sarebbe mai cascato. E invece, dopo alcune prove in cui mettevo il cibo all’interno ma senza azionare il meccanismo automatico di chiusura, trovai il prigioniero acquattato e silenzioso all’interno della gabbia di ferro.

Subito schizzai verso l’ambulatorio veterinario convenzionato consegnando il povero Gattaccio alla dottoressa che gli avrebbe non solo tagliato la coda ma, ahimè, anche la dotazione virile.

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Lo ripresi la mattina dopo con il posteriore alleggerito e ricucito e la raccomandazione da parte della vet di liberarlo subito e allo stesso tempo dargli l’antibiotico due volte al giorno.

Il primo pasto dopo l’intervento andò alla grande. Gattaccio, appena liberato, anziché rifugiarsi chissà dove, si piazzò al solito posto nella piccola aia fuori dalla mia porta e, oltre alla medicina, si sbafò ben quattro bustine di cibo umido che, detto fra noi, non aveva mai visto nemmeno da lontano, dal momento che fino ad allora gli erano riservati gli avanzi nostri e degli altri gatti oltre a qualcosa che riusciva a sgraffignare introducendosi in casa di soppiatto.

La sera però non si fece vedere e saltò quindi la seconda metà di antibiotico che gli sarebbe spettata. Tornò il giorno dopo, e ancora si prese medicina e pappa doppia o tripla, ma senza ritornare la sera. Successe la stessa cosa per altri tre giorni. Gattaccio si presentava la mattina, impaurito e dolorante, con tutto il didietro ricucito. Mangiava pappa e pasticca (ma quante ne ho buttate, preparate per lui nel caso si presentasse a sorpresa) e poi non si faceva vedere fino al giorno dopo.

Poi sparì per due giorni interi. Nel frattempo le mie notti procedevano in modo abbastanza insonne e agitato. A ogni minimo rumore mi alzavo e andavo a controllare se fosse arrivato Gattaccio per potergli dare la medicina come avrei dovuto fare per almeno sette giorni di fila, due volte al giorno. Invece eravamo completamente fuori regola. E io vivevo nell’angoscia che la ferita alla coda potesse suppurare e creare infezione.

Le volontarie poi mi avevano avvisato che, dopo il taglio della coda, avrebbero potuto presentarsi anche problemi nella minzione, aspetto che mi era però assolutamente impossibile verificare data la fuggevolezza del micio. E mi avevano anche spiegato che anziché lasciare Gattaccio libero dopo l’intervento sarebbe stato meglio tenerlo qualche giorno in una gabbia pollaio per potergli somministrare le cure con regolarità.

Ma ormai era andata così. Gattaccio, abituato a una vita libera e selvatica, continuava a fare quello che gli pareva seguendo soltanto il suo istinto. Tornò soltanto un’altra volta, dopo quei due giorni di assenza, mangiò, prese la medicina e sparì. Stavolta per molti più giorni.

Dio che angoscia. Non potevo credere che dopo aver fatto tanto per salvarlo dall’infezione alla coda, la convalescenza sbagliata avesse causato quello che non volevo nemmeno immaginare.

Gattaccio non veniva più. Né a mangiare, né per altro. Era semplicemente sparito.

Passarono i giorni e di Gattaccio nemmeno l’ombra.

Per chi non lo sapesse, l’anno scorso Gattaccio rimediò una ferita da guerra durante lo scontro con un suo simile. Aveva una sorta di cotoletta che gli pendeva dal collo dove risaltava una bella fetta di carne viva. Con i giorni la cotoletta diventò scura di polvere, peli e sangue, mentre la ferita pian piano si rimarginava. Alla fine la cotoletta cadde e Gattaccio ritornò praticamente come prima, solo con una medaglia incisa sulla pelle.

Era un gatto forte, se la sarebbe cavata anche stavolta. Ma allo stesso tempo non potevo sapere quante vite, oltre a quella a cui avevo assistito io, si fosse già giocato.
All’improvviso Gattaccio tornò a reclamare un po’ di cibo. Pareva stesse bene, era bello snello e con il corpicino sodo e muscoloso di sempre.

Qualcosa era cambiato in lui, però. Aveva perso l’aria un po’ guascona del gatto che non deve chiedere mai e aveva sviluppato, per contro, un miagolio lamentoso con cui mendicava cibo in continuazione. Insomma, mi era partito che era un bandito, un Ghino di Tacco, e mi tornava in versione reddito di cittadinanza.

Ora Gattaccio vive fisso sul mio terrazzino, mangia due volte al giorno cibo umido (il doppio rispetto ad Agatha e Ercolino) e una volta o più gli toccano anche i croccantini. Quando c’è stata la scossa forte di terremoto, qualche giorno fa, è arrivato subito dopo, all’una di notte e ha miagolato pretendendo la sua dose di cibo. Forse la paura gli aveva fatto venire una botta di fame nervosa.

Che triste fine che ti è toccata, caro povero Gattaccio.

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Una storia vecchia di via Fieravecchia

Era un ragazzino gracile, biondo, stava sempre da solo e parlava con l’accento del nord, particolare che al tempo, all’università di via Fieravecchia, lo rendeva una persona speciale. Non credo di aver mai saputo come si chiamava. Seguiva un corso che seguivo anche io, mi pare una qualche letteratura italiana di Romano Luperini. Si parlava di Verga, di Gadda, e di altri autori. Non ricordo su che cosa vertesse la lezione di quel giorno, ma a un tratto lui si alzò e disse “bisognerebbe approfondire invece i fatti del 7 aprile”. Non ricordo nemmeno la risposta del prof, ma avrà detto probabilmente lo faremo in altro luogo e altro tempo, cose così.
Avevo 20 anni e non un’idea su che cosa fosse quel 7 aprile lì. Non avevo un’idea nemmeno su come scoprirlo. Erano i primi anni Ottanta, la cultura ci si costruiva su libri, giornali e frequentando gruppi impegnati. Non c’era internet, non c’era wikipedia.
Nell’aula di storia del teatro c’erano ancora delle scritte sul muro, la marijuana rende liberi, o qualcosa del genere, e una foglia enorme di canapa disegnata. Noi seguivamo le lezioni, il teatro grottesco, gli espressionisti tedeschi e non sapevamo niente di tutto quello. Ci sono ancora i segni del passaggio delle manifestazioni del ’77, diceva qualcuno.
Nel ’77 avevo 14 anni e non mi ero accorta di niente. Pensavo ad altro, e le notizie del telegiornale erano solo delle parole che uscivano da una scatola luminosa, niente a che vedere con la mia realtà. Come gli anni di piombo, le gambizzazioni, gli omicidi. Degli espropri proletari ce ne aveva parlato la prof di italiano alle medie. Per il resto non ricordo che si parlasse di politica a scuola, a parte la discussione in classe, al liceo, sulla targa per Aldo Moro e un’autogestione fatta come fosse una festa.
Ho vaghi ricordi di assemblee in palestra con gente che discuteva con foga, poi le litigate con il preside che staccava i microfoni e quel senso di incertezza, e ora che succede, la rivoluzione.
Che differenza fra i ragazzi grandi e noi piccini. Noi che durante le assemblee scrivevamo sui nostri diari con i pennarelli colorati e attaccavamo gli adesivi di Holly Hobbie che compravamo a Firenze da Calamai. Loro invece sapevano cose che noi non ci immaginavamo nemmeno e urlavano e lottavano per qualcosa che in fondo ci riguardava ma che non capivamo.
Qualche tempo dopo, la scritta nell’aula di teatro fu coperta con la vernice bianca e fu inaugurata la parte di là della strada, con accesso da via Roma. Il palazzo di San Galgano era nuovo e bellissimo, con le pietre a vista e i vetri colorati. Bastava attraversare un corridoio con le vetrate per rientrare in via Fieravecchia. Le lezioni a lettere si tenevano in un’aria tutta nuova.
Al corso di Luperini veniva anche una ragazza bionda con i capelli corti e mossi e grandissimi occhi azzurri. Si chiamava Orsetta. Quando entrava in classe, il ragazzo del 7 aprile si voltava, sorrideva e il viso gli si accendeva di luce. Lo vedevo bene perché ero seduta dietro di lui.
Oggi da Wikipedia posso sapere tutto di quel 7 aprile del 1979. Ma la bellezza di quel viso che si illuminava di gioia quando arrivava Orsetta posso trovarla solo nella memoria. E nel ricordo sento come una mancanza, una nostalgia dal sapore amaro.

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Gattaccio

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Probabilmente non ci crederete ma l’anno scorso ho passato l’estate con una cotoletta sul groppone. Tutta roba mia. Era un grumo di carne e pelo, frutto di uno scontro con uno di quei bulletti che ogni tanto trovo sul mio cammino. Quella volta però ne avevo buscate davvero tante.
Per fortuna avevo il mio posto segreto dove leccarmi le ferite perché non ero messo molto bene. Quel ceffo mi aveva conciato per le feste. Spero che anche lui si sia ricordato a lungo di quello che gli ho lasciato io. Intanto, però, dovette passare del tempo prima che mi rimettessi. Non avevo nessuno che mi portava da mangiare e se ogni tanto non fossi uscito in cerca di un topastro o un uccellino da mettere sotto ai denti, ora non sarei certo qui a raccontarvela.
Dopo un po’ le cose cominciarono ad andare meglio. I graffi non mi facevano più tanto male e potei ricominciare a girellare lontano dalla tana. Però mi era rimasta quella cotoletta penzoloni. E me la portavo dietro come una medaglia. Finché non l’ho persa.
Intanto ero diventato secco come uno stecco. I miei zamponi ormai erano un ricordo di tempi migliori, così come tutto il resto.
Fu allora che decisi che avrei stazionato un po’ di più intorno a quella casa dove c’era sempre qualcosa da mangiare. E soprattutto dove nessuno mi aveva mai tirato un calcio.
Farmi toccare no, quello non lo sopporto proprio, anche senza calci. Una di quelle che abitava lì, una volta, mentre ero tutto concentrato sul piatto, mi aveva messo il dito sulla fronte, piano piano. Feci un salto all’indietro che quasi rovesciavo tutto.
Non fatemi questi scherzi. Apprezzo la vostra ospitalità ma piano con le confidenze. Non è nel mio carattere.
La tipa del piano di sotto di solito mi lascia un piatto di sassolini scuri fuori dalla porta. Sono quasi come quelli che mangiano gli altri dentro alla casa. Lo so perché ogni tanto riesco a entrare e allora spazzolo tutto quello che trovo. In quelle occasioni perdo tutta il mio aplomb e mangio finché ce n’è. Anche perché appena qualcuno mi vede so che devo scappare, e di corsa.
La signora al piano di sopra invece mi tratta proprio bene. Lei deve essere una cuoca o qualcosa del genere perché cucina delle cose apposta per me. Prepara una ricetta che si chiama “avanzi”, ed è sempre una sorpresa. Ve lo dico, quei piatti sono un sogno. Bucce di formaggio riscaldate nel latte, grasselli di prosciutto, ritagli di roastbeef. Pezzi di pane intinti nell’olio del tonno. Non fatemici pensare. A volte fa delle cose perfino più sopraffine. Si chiamano con un nome un po’ difficile, qualcosa del tipo “andato a male”. La sento a volte che dice, questo è andato a male lo diamo a Gattaccio.
Non sempre riesco a mangiarlo però. Sarà che sono un gatto di strada, un gatto libero e senza padroni e a certe delizie nessuno mi ha mai abituato. Però apprezzo. Mi metto davanti al piatto facendo ciondolare il mio bel testone e strizzo gli occhi. Che poi è il mio modo di dire grazie.

Questo racconto è stato pubblicato in “Tutti gli animali dall’asino… al virus!”, autori vari, in collaborazione con Scuola Carver Livorno, edizioni Valigie Rosse 2018

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Il motosegaiolo (homo motus segantibus)

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Il motosegaiolo è un primate e come tale è dotato di cinque dita per zampa, compreso un pollice opponibile (due, considerato il numero di zampe superiori) che risulta essenziale per poter impugnare la cosiddetta motosega.
La motosega nell’antichità era un attrezzo che veniva usato dall’homo boschivus per tagliare gli alberi.
Il motosegaiolo, esemplare da riferire alle forme meno evolute della specie, grazie all’utilizzo ripetitivo del mezzo ha sviluppato una particolare caratteristica.
La motosega si è infatti cementata con la parte inferiore della zampa, trasformandosi in una appendice naturale che lo differenzia da tutti gli altri primati.
Il motosegaiolo ha nel tempo abbandonato l’habitat naturale boschivo per trasferirsi nelle città. Ma non ha mai dimenticato le sue amate campagne dove si trasferisce per brevi periodi, in genere durante i week end, per poter dare sfogo alla sua motosegaiolità.
Sarebbe errato sostenere che il motosegaiolo in questo caso rifugga i centri abitati. Anzi, la vicinanza dello spazio rurale scelto per la propria attività a un numero imprecisato di abitazioni occupate da esemplari di homo tranquillus, risulta molto importante.
Sebbene gli esperti siano propensi a definire quella del motosegaiolo un’attività da compiere al riparo degli sguardi altrui (con l’unica eccezione della compagnia di altri suoi simili motosegaioli) è dimostrato scientificamente come, se questa si verifica entro il raggio uditivo degli abitanti della zona prescelta, risulta sicuramente più soddisfacente per il motosegaiolo.
Questo trae la maggiore soddisfazione dalle attività eseguite in particolari orari del giorno, in genere al mattino molto presto o subito dopo pranzo, quando l’homo tranquillus ama appisolarsi. Sembra indifferibile peraltro, per il motosegaiolo, la scelta di giorni festivi o prefestivi per eseguire la propria performance.
Osservando la tipologia dell’attività del motosegaiolo si nota inoltre che questa viene sempre effettuata per periodi prolungati e che il primate in questione ci profonde sempre molta energia, così da rendere il suo richiamo motosegaiolo ben udibile per tutta la campagna circostante.
Su chi sia il destinatario di tale richiamo gli scienziati sono discordi.
Ancora oggi è inoltre aperta la discussione sul fatto che il motosegaiolo vada o meno in letargo. Gli scienziati americani sostengono di sì, parzialmente contraddetti sul punto dai colleghi cinesi che hanno osservato più volte delle sortite invernali da parte di alcuni motosegaioli. Va detto, a difesa delle teorie letargiste, che ciò è avvenuto, a quanto rilevato, sempre in concomitanza con l’uscita estemporanea di alcuni raggi di sole, rientrati i quali si sarebbero dileguati anche i motosegaioli.
Un aspetto al centro delle leggende che si sono propagate nel corso dei secoli su questi primati, ma che risulta ancora privo di basi scientifiche, è quello che vuole il motosegaiolo impegnato con i suoi simili in gare di lunghezza della propria motosega. Là dove chi ce l’ha più lunga (pare che in alcuni casi si saggi anche la consistenza della stessa) apparirebbe agli occhi degli altri motosegaioli un modello verso cui tendere.
La lunghezza e la consistenza della motosega potrebbero dunque essere i requisiti alla base delle differenti posizioni gerarchiche esistenti all’interno della comunità dei motosegaioli.
Questa curiosità potrebbe rimanere però senza risposta, almeno in tempi brevi, a causa delle difficoltà degli scienziati a studiare il fenomeno durante il suo manifestarsi. Il forte rumore emesso dai motosegaioli in amore avrebbe già causato gravi danni alla salute dei ricercatori, costretti ad una vicinanza forzata e prolungata, tanto che questi sarebbero diventati più propensi ad osservare i motosegaioli in fase di riposo, ritenuta tuttavia quella più inutile da parte della scienza.
Auspichiamo che la comunità scientifica possa trovare al più presto una soluzione a questo problema così da poter studiare e conoscere in tutti i suoi aspetti, anche quelli più misteriosi, la vita e le abitudini del motosegaiolo.

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Il mio primo gatto: una storia rock

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Il mio primo gatto era una femmina grigia tigrata e si chiamava Freeday. Ah, Giorno Libero, dicevano tutti. Salvo poi aggiungere: ma perché? Qualcun altro azzardava. Ah, Venerdì. Ma non si pronuncia fraidei? No, no, spiegavo io, che all’epoca ero ancora paziente e simpatica, si chiama proprio così. Fridei.

Al tempo avevo diciotto anni e stavo con un ragazzo con cui ogni tanto capitava di discutere e stare un po’ lontani. Un giorno capitò e io, presa dalla tristezza della solitudine, inforcai il mio motorino, un orribile Garelli rosso con il serbatoio sotto al sellino, e mi lanciai alla volta di San Gimignano. Sola, triste e abbandonata. A diciassette anni e mezzo.

Mollai il motorino da qualche parte e mi arrampicai sulla Rocca in cerca di silenzio per meditare sul senso della vita.

Fu lì che, in mezzo alle erbacce e alle pietre medievali, vidi traballare sulle zampette un gattino minuscolo, grigio tigrato. Miagolava disperato. Sembrava essere anche lui in cerca di qualcosa. Forse più di un po’ di latte che del senso della vita.

In quel momento non avevo niente per lui, però una cosa la feci. Lo presi in collo e lo accarezzai. Poi lo infilai nella mia borsa di vimini a forma di bauletto (la moda spesso fa brutti scherzi) e me ne tornai a casa. Ricordo il viaggio da Sangi a Colle, diciotto chilometri traballanti, con quella testolina che spuntava dalla borsa appoggiata sulle mie ginocchia. Riuscii a sopportare i suoi miagolii disperati per tutto quel tempo e finalmente arrivai a casa.

Non stavamo ancora in campagna ma ci saremmo trasferiti a breve. Fu proprio quello il motivo che mi spinse a prendere un gattino, fino a quel momento cosa assolutamente vietata da babbo e mamma. Quando lo videro non posso dire che fecero proprio una festa, però furono abbastanza tolleranti.

Poi, non appena facemmo pace, lo feci vedere al mio ragazzo. C’era anche da mettergli un nome. Cominciammo a pensarci su. Rocca, proposi io. Per ricordare il posto dove era stato preso.

Bocciato.

In quel periodo ascoltavamo ripetutamente una cassetta registrata. “Three days, three days of peace and music” urlava lo speaker aprendo la tre giorni di Woodstock.

Ora, non so bene come dirlo, ma bisogna mettersi anche nei panni di chi viveva in quell’epoca, i primi anni Ottanta. L’inglese era una lingua che veniva insegnata a malapena a scuola, la maggior parte delle sezioni erano di francese e i genitori che volevano iscrivere i propri figli a inglese alle medie dovevano accamparsi fuori fin dalle 4 del mattino.

I dischi erano in vinile, le cassette tarocche dei grandi classici del rock venivano custodite come gioielli rari, avevamo in casa i telefoni con la rotella guardati a vista dai genitori (qualcuno ci metteva anche il famoso lucchetto). Insomma, non sapevamo niente di niente anche se ci provavamo con tutti noi stessi.

“Perché non lo chiami frideis, come dice qui?” disse lui riavvolgendo il nastro fino all’urlo dello speaker.

“Ma che vorrà dire? Venerdì non è fraidei?” dissi io, che ero stata costretta da mamma a seguire alcuni corsi di inglese e sapevo dire open the window e the cat is on the table.

Riascoltammo le parole distorte dall’eco degli amplificatori con il sottofondo delle chitarre elettriche. “Three days…”

“Ok, dice freedays, il resto non importa”. Non importa nemmeno spiegare che confondemmo la th fricativa inglese con una banale effe italiana.

Bene, lo chiamo Freedays allora, decisi. Dopo qualche giorno però tolsi la s, che era decisamente di troppo. Freeday.

E così oltre a un gatto ora avevo anche una storia da raccontare a tutti quelli che mi chiedevano perché un nome così.

 

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Una vera figura di m…

alano

“Ecco lo sapevo… succede sempre così quando siamo in uno spazio chiuso”.

Mi giro istintivamente a guardare chi è che ha parlato a voce così alta e vedo un tipo con un alano al guinzaglio. Un uomo giovane, un ragazzo cresciuto.

Li avevo visti entrare, lui e una donna, giovane anche lei, e il cane, un cucciolone di alano color champagne.

Li avevo visti poi dirigersi in una corsia dove una commessa, della quale anche io ero in cerca, si era precipitata a servirli. “Come posso aiutarvi?”.

Poi avevo distolto la mia attenzione da quel gruppetto rivolgendola alla ragazza alla cassa, nell’attesa che si liberasse da un cliente.

“Avete lampade così?” le chiedo, mostrandole la grossa lampadina rossa che tengo in mano. Mi guarda con aria perplessa e allarga le braccia. Come a dire, ma questo è un negozio per animali.

“Sì, lo so – dico – ma credo che venga utilizzata proprio per riscaldare uccelli tropicali, iguana, cose così, per questo lo chiedo a voi”.

“Aspetta, che mi informo” e prendendo la lampada si dirige verso la corsia di prima.

Sbircio in quella direzione, mentre il tipo con l’alano parla al suo cane facendo finta di brontolarlo.

“Ma che cosa hai combinato, eh? Possibile che mi fai fare sempre di queste figure?”.

Quello che vedo, nell’agitazione generale, è veramente impressionante.

A terra c’è una specie di ciambella senza buco dello stesso colore dell’alano che l’ha prodotta, champagne, e anche delle stesse dimensioni, in proporzione.

Intorno, la proprietaria del cane che la guarda pietrificata, mentre la commessa che non vedeva l’ora di aiutarli si dà da fare correndo avanti e indietro con in mano un grosso rotolo di carta, una bottiglia di alcol e una enorme busta di plastica.

Il tipo con il cane si tiene invece a distanza di sicurezza, alternando le frasi di scusa verso la commessa alle inutili brontolature al cane.

La commessa, con l’aria di volerci infilare lui, il proprietario del cane, nella busta enorme, dopo averlo cosparso dello stesso materiale della ciambella, ripete, a denti stretti, sempre brandendo il rotolo di carta: “Si figuri, non c’è problema. Sono cose che succedono”.

Nel frattempo l’aria del negozio si fa irrespirabile. L’odore della ciambella si diffonde sempre più velocemente, nonostante le corsie divisorie.

La mia commessa mi comunica che loro non tengono questo tipo di lampade. Dal momento che sono qui, però, decido di comprare la crema al malto per i miei gatti.

Afferro il tubetto e mi precipito alla cassa, senza respirare.

L’ondata maleodorante sta invadendo ogni angolo del negozio. La commessa del rotolo di carta spalanca la porta di ingresso, nel disperato tentativo di far uscire quell’odore tremendo, mentre fuori si prepara la tempesta del secolo, con pioggia e raffiche di vento.

Il tipo sta sempre lì, impalato, con il cane al guinzaglio. Ogni volta che la commessa gli passa davanti, mormora un’improbabile frase di scuse alla quale nemmeno lei risponde più.

Immagino che la sua donna in questo momento sia alle prese con quella enorme ciambella, il rotolo di carta, l’alcol e la busta di plastica. Ma se non se ne preoccupa lui, non vedo perché dovrei farlo io.

Trattenendo il respiro, pago ed esco di corsa, sotto l’acqua, dove posso finalmente tornare a inspirare aria.

Accanto alla porta aperta c’è la commessa del rotolo di carta. Mi pare che anche lei ne approfitti per respirare. E forse anche per recitare dentro di sé qualche litania impronunciabile.

Se qualcuno dovesse chiederle come è andata la giornata, immagino già quale potrebbe essere la sua risposta.

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Cronaca di una notte immaginaria

Alla fine, la storia della camera gelida di Venezia si è conclusa con un rimborso totale da parte di Airbnb, le scuse, sempre di Airbnb, per i disagi che ho dovuto sopportare, e l’erogazione di un buono spendibile con Airbnb entro un anno.
Io, a dire il vero, me l’ero anche messa via, ma quando da qualche parte on line mi è ricomparso un sunto del viaggio veneziano, ricordandomi che avevo soggiornato nella Private Deluxe Room di Yasia, che nel frattempo si era trasformato in un tal Mala, mi è sembrato veramente troppo.
Diciamo che il Deluxe, nel caos di quei giorni, lo avevo dimenticato. Rileggere quella parola, dopo l’esito di quel pernottamento, mi ha fatto anche ridere. Nell’occasione sono andata a rileggermi l’annuncio e ho visto che c’era scritto proprio “camera matrimoniale con colazione e bagno privato”. Dunque non l’avevo sognato sul momento.
Ora, almeno il bagno, seppur condiviso, c’era. Ma quando ho chiesto a Yasia-Mala della colazione, ricordo bene che lui mi aveva spiegato, in quel suo inglese preciso e fluente, come ci fossero tanti bar lungo la strada e che mi sarebbe bastato uscire per trovarne uno che facesse al caso mio.
Questo però, solo dopo aver ripetuto quelle quattro o cinque volte di fila le sue frasi standard: “city taxes three euro” e “check out at ten in the morning”.
Fra le recensioni della Private Deluxe Room ho visto finalmente apparire anche la mia. L’ennesima stroncatura fra tante che stranamente non avevo notato al momento della prenotazione. C’è da dire anche che a ben guardare, a ogni stroncatura corrisponde una recensione (firmata da utenti asiatici, vedi un po’ le coincidenze) che ne ribalta il concetto, esaltando la bellezza e la funzionalità di quella stanza e i suoi molteplici servizi.
A questo punto mi è sembrato opportuno far sapere direttamente ad Airbnb con che tipo di struttura avessero a che fare.
Da quando ho inviato la segnalazione si sono messe in moto diverse cose, tutte velocemente. Prima mi ha chiamato un ragazzo da Lisbona per conto di Airbnb spiegandomi la procedura da seguire se avessi voluto proseguire il mio ricorso, inizialmente chiedendo all’host il rimborso della spesa, in un secondo tempo, se questi non avesse accettato, sollecitando l’intervento diretto di Airbnb.
Poi, non appena ho cliccato sul link che mi è stato inviato, è successo che il sistema mi ha informato di come non fosse possibile effettuare alcun tipo di ricorso per quella prenotazione. Il perché mi è stato subito chiaro non appena ho ricevuto la notifica che Yasia-Mala l’aveva cancellata, con un tempismo perfetto.
A quel punto mi sono messa l’animo in pace pensando che ormai tutto fosse perduto. E invece no. Poco dopo mi è arrivato un messaggio di Airbnb che mi annunciava che, dal momento che “questo host non era reale e il nostro dipartimento di Sicurezza sta svolgendo le dovute verifiche”, per velocizzare la procedura mi avevano rimborsato il costo totale della prenotazione.
Poi è arrivato un secondo messaggio contenente un codice per un buono di 21 euro da spendere nel mio prossimo viaggio.
Che dire? Di sicuro che, per quanto sia piccola cosa, questo 2019 inizia molto meglio di come sia finito il 2018.
Ed è già un buon segno.

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La notte più fredda della mia vita

Quando entra in ballo, la mia immotivata fiducia nel mondo e nelle persone è difficile da tenere a bada.
Così ho prenotato. Una notte in centro storico a Venezia, a trentacinque euro o giù di lì.
Un’occasione. Già mi pregustavo l’ultimo giretto notturno fra le calli dopo la cena al ristorante. Il sonno ristoratore in quella bella stanzetta con le pareti tinteggiate di arancione come il piumino del letto. Colori, luce e il calore di un’antica casa veneziana.
Già mi immaginavo l’accoglienza di Yasia, sicuramente una studentessa universitaria che subaffittava una stanza per arrotondare le spese veneziane. Avremmo scambiato due chiacchiere in inglese, o magari perfino in italiano, facendo colazione la mattina dopo.
Il treno è arrivato in orario nel tardo pomeriggio. Le indicazioni per arrivare alla casa spiegavano dove prendere il battello o il taxi giusto. Io decido di non perdermi l’occasione di una camminata serale in una Venezia svuotata dai turisti.
Il primo problema è il trolley, una valigetta piccola e leggera con le ruote in plastica, troppo rumorose per le silenziose calli veneziane. Cerco di alternare il trascinamento, portandolo a mano per la maggior parte del tratto.
Secondo problema. Il mio ormai offuscato senso dell’orientamento che fu, reso ancora più appannato dal complicato labirinto veneziano.
Io so qual è la direzione da seguire, ma questo non mi impedisce di perdermi e di chiedere conseguentemente per una ventina di volte indicazioni per l’Accademia.
Intanto trascino il trolley per due metri e lo porto a mano per cento, sempre attenta, da orecchio sensibile quale sono, a non urtare altre orecchie sensibili.
L’umidità che sale dalla laguna, insieme al sudore dovuto alla fatica e al piumino, si gela sui capelli e sul viso.
Alla fine arrivo nella calle giusta. Mentre cerco di decifrare il complicato sistema della numerazione civica veneziana, un ragazzo indiano si affaccia da una porticina di legno.
“Sei Yasia?”
Pare di sì. Prima delusione.
Mi fa cenno di entrare. L’aria dell’angusto ingresso è satura dell’odore di lisoformio. Seconda delusione.
Armeggia fra dei fogli e mi chiede in un quasi inglese se sono Elena.
Addio camera subaffittata in appartamento di studente. Qui c’è una specie di residence, altroché. Terza delusione.
Saliamo una ripida scala di legno per arrivare alla camera. Una stanza stretta, gelida come l’esterno di un igloo.
Mi indica un piccolo radiatore elettrico che non riscalderebbe nemmeno un armadio, facendomi capire orgoglioso che è addirittura acceso. Quarta delusione. Se non ho perso il conto.
Mentre il tipo mi spiega come aprire la finestra e chiudere gli scuri, lo sguardo mi cade sulla lampadina orfana di plafoniera e sulla testata del letto in simil pelle bianco panna.
Quella che in foto appariva come una stanza accogliente e dai colori caldi, è oggettivamente un ammasso casuale di mobilia squallida. Come i poggia colonna traballanti colore noce al posto dei comodini, o la toelettina bianca in stile veneziano tarocco.
Il bagno? Ah, è fuori.
Ah, è in condivisione. Nell’annuncio c’era scritto privato, ma faglielo capire a questo. Tanto poi, per quel che vale.
Chi c’è nell’altra camera, un uomo o una donna?
City taxi, three euro.
No, no, guardi, non ne ho bisogno. Tanto mi muovo a piedi. Ma chi sono i vicini, female or male?
City tax, three euro.
Non ho bisogno del taxi grazie. Scandisco: woman or man?
City tax, three euro, ripete Yasia come una macchinetta.
Mi si apre improvviso un barlume. Ah, la tassa turistica. Certo, glieli do subito.
Sui vicini nulla è dato sapere.
Check out, at ten in the morning.
Certo, anche prima.
Check out, at ten in the morning.
È partito un altro disco.
Finalmente Yasia se ne va.
Rimango sola nella stanza gelida. Confido nel piumone arancione. E in quel cappottino di lana in più che oculatamente ho infilato in valigia all’ultimo minuto.
Cara Venezia, ora dovrei aver imparato come funzionano le cose su da voi.
La prossima volta prenoto direttamente al Danieli.

 

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