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Una storia vecchia di via Fieravecchia

Era un ragazzino gracile, biondo, stava sempre da solo e parlava con l’accento del nord, particolare che al tempo, all’università di via Fieravecchia, lo rendeva una persona speciale. Non credo di aver mai saputo come si chiamava. Seguiva un corso che seguivo anche io, mi pare una qualche letteratura italiana di Romano Luperini. Si parlava di Verga, di Gadda, e di altri autori. Non ricordo su che cosa vertesse la lezione di quel giorno, ma a un tratto lui si alzò e disse “bisognerebbe approfondire invece i fatti del 7 aprile”. Non ricordo nemmeno la risposta del prof, ma avrà detto probabilmente lo faremo in altro luogo e altro tempo, cose così.
Avevo 20 anni e non un’idea su che cosa fosse quel 7 aprile lì. Non avevo un’idea nemmeno su come scoprirlo. Erano i primi anni Ottanta, la cultura ci si costruiva su libri, giornali e frequentando gruppi impegnati. Non c’era internet, non c’era wikipedia.
Nell’aula di storia del teatro c’erano ancora delle scritte sul muro, la marijuana rende liberi, o qualcosa del genere, e una foglia enorme di canapa disegnata. Noi seguivamo le lezioni, il teatro grottesco, gli espressionisti tedeschi e non sapevamo niente di tutto quello. Ci sono ancora i segni del passaggio delle manifestazioni del ’77, diceva qualcuno.
Nel ’77 avevo 14 anni e non mi ero accorta di niente. Pensavo ad altro, e le notizie del telegiornale erano solo delle parole che uscivano da una scatola luminosa, niente a che vedere con la mia realtà. Come gli anni di piombo, le gambizzazioni, gli omicidi. Degli espropri proletari ce ne aveva parlato la prof di italiano alle medie. Per il resto non ricordo che si parlasse di politica a scuola, a parte la discussione in classe, al liceo, sulla targa per Aldo Moro e un’autogestione fatta come fosse una festa.
Ho vaghi ricordi di assemblee in palestra con gente che discuteva con foga, poi le litigate con il preside che staccava i microfoni e quel senso di incertezza, e ora che succede, la rivoluzione.
Che differenza fra i ragazzi grandi e noi piccini. Noi che durante le assemblee scrivevamo sui nostri diari con i pennarelli colorati e attaccavamo gli adesivi di Holly Hobbie che compravamo a Firenze da Calamai. Loro invece sapevano cose che noi non ci immaginavamo nemmeno e urlavano e lottavano per qualcosa che in fondo ci riguardava ma che non capivamo.
Qualche tempo dopo, la scritta nell’aula di teatro fu coperta con la vernice bianca e fu inaugurata la parte di là della strada, con accesso da via Roma. Il palazzo di San Galgano era nuovo e bellissimo, con le pietre a vista e i vetri colorati. Bastava attraversare un corridoio con le vetrate per rientrare in via Fieravecchia. Le lezioni a lettere si tenevano in un’aria tutta nuova.
Al corso di Luperini veniva anche una ragazza bionda con i capelli corti e mossi e grandissimi occhi azzurri. Si chiamava Orsetta. Quando entrava in classe, il ragazzo del 7 aprile si voltava, sorrideva e il viso gli si accendeva di luce. Lo vedevo bene perché ero seduta dietro di lui.
Oggi da Wikipedia posso sapere tutto di quel 7 aprile del 1979. Ma la bellezza di quel viso che si illuminava di gioia quando arrivava Orsetta posso trovarla solo nella memoria. E nel ricordo sento come una mancanza, una nostalgia dal sapore amaro.

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