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Il tizio col cappello di paillettes

Un bel po’ di tempo fa in tribunale a Belluno girava una coppia che attirava l’attenzione. Lui, un ragazzo piuttosto alto e di corporatura normale, indossava un cappello alla Stanlio e Ollio coperto di paillettes d’argento sopra un completo verde. La signora, una vecchina piccola e dall’aspetto fragile, pareva la Fatina dei Boschi, con ai piedi delle pantofole in lana cotta e il vestito dello stesso materiale. 

Probabilmente erano madre e figlio. 

Ogni tanto li vedevo uscire, o entrare, dal palazzo di giustizia. Avrei voluto fermarli e cercare di capire chi erano e per quale motivo fossero là, ma ero sempre o troppo lontana o impegnata.

Da giorni annunciavo in redazione l’intervista ai due, chissà che storia interessante avevano da raccontare. 

Ogni mattina, nella mia lista di cose da seguire, c’era anche un appunto su di loro, accanto ad altre notizie da approfondire o scoprire. 

Chiesi a qualche amico avvocato di avvisarmi per tempo quando si vedevano in giro. 

Un giorno qualcuno mi disse che erano appena entrati nel corridoio della Sezione Civile. 

Non c’era molto da fare in quel momento per cui partii di corsa, e li trovai.

Mi avvicinai e mi presentai. Loro non parvero affatto infastiditi dal mio interesse. Anzi.

Era da un po’, disse lui, che cercavano un contatto a cui esporre il Problema, ma ogni volta c’era qualcosa che si metteva in mezzo e non riuscivano a trovare la persona giusta.

Quale sarebbe questo Problema, chiesi.

Il tizio dal cappello di paillettes aprì una borsa di plastica della spesa e ne trasse una cartelletta piena di fogli. Appoggiò il quadernetto su una superficie e cominciò a sfogliarlo mentre mi spiegava.

Ci misi un secondo a pensare, “ahi, chi me l’ha fatto fare…”.

Il quaderno era pieno di foto. Foto di condomini di periferia, palazzoni o palazzine col giardinetto e il cancello, come se ne vedono un po’ dappertutto. Ma c’era qualcosa che non andava.    

Dai condomini spuntavano delle antenne. 

Mentre lui parlava, la vecchina ripeteva le ultime parole, come a dare una conferma. Aveva una vocina sottile sottile.

Lui parlava a ruota sciolta, indicando le foto delle antenne. La cosa era molto complessa. Loro infatti usavano quelle antenne per arrivare a Noi. 

Loro chi?

Eh… sorriso misterioso e occhi al cielo. Loro. 

C’erano le onde elettromagnetiche, la Loro arma contro di Noi. Noi umani? Forse.  

Molto bene. Non solo il mio articolo stava andando a farsi friggere, proprio come i nostri cervelli sotto le onde elettromagnetiche. Ma avanzava in me la consapevolezza che io questi li avevo rincorsi per settimane, solo perché uno indossava un cappello di paillettes e l’altra le pantofole di lana cotta. 

Il tizio non mi mollava più, aveva trovato un pubblico, e la vecchina continuava a balbettare qualche parola di fine frase. Io intanto cominciavo a sentirmi male.

Sentivo come se avessi dentro di me qualcosa di nero, denso, amaro. Sofferenza, tanta, scura, profonda. Altro che onde elettromagnetiche. 

Più stavo loro vicina e più mi avvolgevano nelle loro sabbie mobili. 

Dovevo uscirne il prima possibile.

Passò il presidente del tribunale, un tipo alto e scherzoso, che veniva dalla Toscana.

Paillettes fece uno scarto e lo avvicinò, chiedendogli di ascoltarlo.

Il presidente gli spiegò che non poteva farlo, non per mancanza di volontà, ma per il suo ruolo. Avrebbe dovuto rivolgersi alla procura. Lui doveva mantenersi obiettivo e distaccato di fronte a ogni caso, senza conoscerlo prima. 

Lo invidiai. 

Ma colsi la palla al balzo. 

Loro sembravano spaesati. Anche quel tentativo andava a vuoto. 

Dissi che dovevo scappare, grazie, grazie davvero, è stato molto interessante.

Scriverà qualcosa?

Devo sentire la redazione, dissi, girando a sinistra per prendere il corridoio verso le aule giudiziarie.

Qualsiasi processo, i soliti maltrattamenti in famiglia, lo spaccio di droga, una lite tra vicini per i confini, era meglio di quell’abisso su cui mi ero appena affacciata.

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Il bambino scomparso e come andò a finire

Credo di capire, ora, che cosa spinse Pablo Trincia a cercare il mio numero di telefono e chiamarmi quel giorno di una decina di anni fa. C’era una storia irrisolta, un bambino di due anni strappato alla madre con l’inganno dal padre, un bosniaco che viveva in Italia e che aveva scelto di lasciare tutto per arruolarsi nell’Isis. Tutto, eccetto il figlio.
Per la cronaca di Belluno, all’epoca, la storia era fin troppo grossa. Ma neanche i colleghi del nazionale avevano inquadrato bene la situazione.
Tanto per cominciare la notizia era rimasta sulla scrivania del capo per almeno un mese. E pensare che non era solo verificata, ma anche corredata di fonti e prove.
C’era un gruppo Facebook che gravitava intorno alla moschea della provincia in cui si scriveva di pregare “per i nostri fratelli morti in Siria” sotto all’ultima foto scattata insieme al martire. C’era un giornale on line che riportava la storia dell’imbianchino del Bellunese e dei compagni uccisi con lui dall’esercito di Assad con i loro volti ormai senza vita. C’era una foto sul profilo Facebook dell’uomo, in cui giocava con il figlio, facendolo volare in aria. Una collega lo riconobbe come l’imbianchino che aveva lavorato a casa sua pochi mesi prima.
Ma in tutto questo, il bambino che c’entrava?
I colleghi si lanciavano in interpretazioni e risposte azzardate.
“Ormai sarà in una madrasa, la mamma non lo rivede più”. “Lo avrà lasciato in Bosnia e sarà partito per la Siria da solo…”.
L’unica cosa vera, purtroppo, anche se si sarebbe saputo solo qualche anno dopo, era che la mamma non lo avrebbe rivisto più.
Intanto sui giornali, oltre alle cronache di quanto stava accadendo in Siria, cominciavano a uscire anche reportage fotografici. Come quelli sui “cuccioli” dell’Isis.
Fu pubblicata la foto di un bambino armato, in piedi accanto a una moto. La madre credette di riconoscere in lui il figlio perduto e forse fu anche sulla scorta di quell’immagine che la donna intraprese il viaggio della speranza insieme a Pablo Trincia.
Intanto la magistratura aveva aperto un fascicolo per il reato di rapimento sulla scomparsa del bambino, che era nato in Italia.
Tutta quella storia, in ogni suo aspetto, aveva dell’incredibile. Già la nazionalità della donna, cubana, strideva con il fatto che avesse sposato un bosniaco di religione islamica. La coppia era separata e aveva già conosciuto le aule di tribunale, dove lui era stato a processo per maltrattamenti sulla ex. Il bambino era stato affidato alla madre. Purtroppo lei si era fidata dell’ex marito e glielo aveva lasciato portare in Bosnia per Natale a conoscere la famiglia.
Un errore fatale, nato dall’inganno.
Il piccolo, si saprà qualche tempo dopo, era stato dato in custodia alle donne del Califfato e nel 2018 morirà sotto un bombardamento, cinque anni dopo il padre.
Ascoltando i suoi podcast, ho capito quali sono le storie che piacciono a Pablo Trincia. E quella del ragazzino rapito dal padre combattente dell’Isis, era perfetta. C’era il mistero ma anche una forte implicazione dal punto di vista umano, la madre disperata e il bambino perduto. In più lui conosce il farsi, la lingua persiana, grazie alla mamma e ai nonni iraniani.
Del podcast sul disastro di Rigopiano, per esempio, una tragedia assurda, in cui malintesi, inefficienza, disorganizzazione si sono intrecciati fino all’ineluttabile, un aspetto mi ha colpito in modo particolare.
È stato quando Pablo, dopo aver raccontato la storia di ogni protagonista, di ogni vittima, di ogni sopravvissuto, è andato fino in Senegal a trovare i familiari del tuttofare dell’albergo, morto anche lui nell’hotel distrutto dalla valanga.
Li ha abbracciati, ha pianto con loro, li ha ascoltati.
Avrebbe potuto raccontare la sua storia a distanza e nessuno avrebbe avuto da ridire. Invece ha scelto di dare al giovane rifugiato africano la stessa importanza di tutte le altre vittime.
L’ho trovato un messaggio molto forte. 

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Pablo Trincia e il bambino scomparso

La prima volta che ho sentito Pablo Trincia ero a Belluno, in redazione, sommersa dalle telefonate di giornalisti da tutta Italia. Avevo scritto la notizia di un imbianchino bosniaco che viveva in provincia, morto in Siria in uno scontro con l’esercito di Assad.
Poi mi aveva chiamato la ex moglie, una cubana, per chiederci se sapevamo niente di suo figlio, un bambino di due anni che il babbo aveva portato con sé.
Aveva letto che l’uomo era morto ma non sapeva più niente del bimbo, da quando era partito per trascorrere le vacanze di Natale dai nonni in Bosnia. Forse, chiedeva disperata, noi sapevamo qualcosa in più…
Pablo mi chiamò sul cellulare. Non gli chiesi nemmeno come lo avesse avuto.
Mi disse, ciao sono Pablo Trincia, un collega. Collaboro con Le Iene. Sono rimasto molto colpito dalla storia che hai scritto. Vorrei parlare con quella mamma, potresti darmi il numero?
Glielo detti. Poi registrai il suo telefono nella rubrica.
Nei giorni successivi il mio telefono prese a chiamarlo, da solo.
Alcune volte riuscivo a vedere la telefonata in corso e a spengerla subito. Altre, partiva senza che nemmeno me ne accorgessi.
Lui ogni volta richiamava, sempre gentile.
Ciao Simona, sono Pablo. Che volevi dirmi?
Questa storia andò avanti un bel po’, gli chiedevo scusa ma non capivo perché il mio telefono si fosse fissato con lui. In ogni caso quella sarebbe stata l’ultima volta che succedeva perché avrei cancellato il suo numero dalla rubrica.
Qualche tempo dopo lessi di un giornalista che aveva intrapreso un viaggio sulle tracce del bambino scomparso, insieme alla madre, arrivando fino ai confini con la Siria.
Il giornalista era lui, Pablo Trincia.
Il bambino non fu trovato. Nel frattempo però iniziò ad occuparsi del caso anche la magistratura italiana con un’indagine internazionale. A un certo punto si seppe che il piccolo era morto in Siria, come il babbo.
Rimasi molto impressionata dal modo di fare giornalismo di quel ragazzo.
Chi altri si sarebbe lanciato in un’impresa del genere, tra pericoli e difficoltà?
Nel frattempo ero rientrata a casa, in Toscana, e mi ero iscritta di nuovo all’università per perfezionare il piano di studi per l’insegnamento nelle scuole. Tra gli esami che mi mancavano c’era quello di linguistica.
Non ricordo come, ma durante lo studio, da una ricerca on line emerse il nome di Pablo Trincia. Era citato in un articolo che descriveva la sua conoscenza delle lingue, che già all’epoca era un numero incredibile, quasi una ventina. Il padre era italiano e la madre iraniana, ma lui era nato e cresciuto in Germania, quindi le L1, le lingue madri, erano tre. Poi aveva studiato prima a Londra, poi in Italia lingue orientali e africane, e il numero era cresciuto.
Ricordo che ne parlai con il prof in sede di esame. Lui disse che si trattava di uno dei rari casi di super poliglotti. Si sarebbe dovuto stabilire quante lingue fossero L1 e quante L2, quelle acquisite. Le lingue madri, sostiene la linguistica, possono arrivare fino a 4-5 e devono essere acquisite nell’infanzia, entro gli undici anni. Le L2, una volta che la capacità di apprendere le lingue è stata attivata, possono essere invece moltissime.
Poi glielo feci sapere, scrivendogli su Messenger, perché quando avevo deciso di cancellare il suo numero, con lo stress e gli impegni di quel periodo, non avevo avuto nemmeno la forza di copiarlo su carta.
Rispose subito.

“Ciao Simo!!!
Ma dai, che bello che studi la linguistica!!!
Io mi sono appena accorto di aver purtroppo sbagliato tutto nella vita, avrei dovuto studiare quello anch’io!!!”

Ma come, gli dissi, con tutte le cose belle che fai?

Noooo, avrei dovuto fare il professore di lingue!!!
Sto studiando un libro bellissimo chiamato “Empires of the Word”, te lo straconsiglio!”

Non ho più comprato quel libro ma molti anni dopo ho iniziato ad ascoltare i podcast di Pablo, divenendone subito dipendente. Il suo modo di fare giornalismo, andando a fondo nella ricerca delle fonti, facendole parlare grazie a questa forma bellissima del podcast, la sensibilità e l’attenzione che mostra per ogni persona con cui interagisce, mi ha veramente aperto un nuovo sprazzo di mondo.
L’ho ascoltato mentre facevo colazione insieme ai bambini di Satana della Bassa Padana, ho rimesso a posto la libreria e l’armadio con il dramma della Costa Concordia e il disastro di Rigopiano. Ho imparato tante cose nuove, dei fatti di cronaca (di Elisa Claps o della stagione degli attentati palestinesi in Italia) ma anche nel modo di raccontarli. Ho pianto, anche, quando nelle situazioni in cui l’insipienza umana si è elevata all’ennesima potenza causando dolore e distruzione, inatteso, spuntava una testimonianza di vera umanità.
Poi ho comprato il suo libro, “Come nascono le storie”, e a pagina 104 ho letto: “Lo scenario ideale è quello in cui riusciamo a fare in modo di incontrarla e giocarcela dal vivo. Ma non avevo idea di dove vivesse Lidia. Dopo aver chiamato un giornalista della cronaca locale di Belluno ed essermi fatto dare il suo numero, le avevo parlato al telefono”.
E lì mi sono emozionata, anche se mi ha trasformato in un maschio.

Ora ascolto tanti altri podcast, ma mi mancano quelli di Pablo. Ha già detto che sta lavorando al caso di Donato (Denis) Bergamini, il calciatore ucciso in Calabria nel 1989 la cui morte era stata fatta passare per suicidio.
Non resta che attendere…

Per chi fosse interessato, qui trova tutti i podcast di Pablo Trincia
https://tg24.sky.it/…/approfo…/pablo-trincia-podcast/amp

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La volta che sono stata intervistata io…

Qualche tempo fa sono stata contattata, su Linkedin (cosa piuttosto particolare), da un docente colligiano che mi chiedeva notizie di Giulia Sarno, alias di Giuliana Rosso, la mia cara amica Signora Giuliana. Il docente, Enzo Linari, mi confidava la sua intenzione di aprire un blog dedicato al romanzo giallo e, avendo trovato in rete un mio articolo sulla scrittrice di Gialli per Ragazzi Mondadori, la Signora Giuliana appunto, voleva qualche aggiornamento su di lei.

In particolare aveva scritto due post sulla sua attività e voleva verificarne la correttezza. Li ho inviati direttamente a lei (che all’epoca soggiornava in un albergo di montagna del Bellunese, dopo aver subito un’operazione di protesi all’anca alla veneranda età di 94 anni) grazie alla collaborazione della gentile receptionist a cui ho inviato i testi via email e che ha stampato per la signora, che ci ha risparmiato una procedura più complicata via posta ordinaria.

Dopo questo scambio, il blogger mi ha chiesto un’intervista perché raccontassi come avevo riscoperto la Signora Giuliana che all’epoca, nel 2012, viveva tranquillamente a Belluno dove nessuno conosceva la sua passata attività di giallista per ragazzi.

Ecco che, dopo una vita di interviste fatte ad altri, mi sono ritrovata a mia volta intervistata. E devo ammettere che non è stato proprio sgradevole…

(di seguito il blog “Tutto tranne che” di Enzo Linari con la mia intervista e tanti altri post dedicati a scrittori di gialli).

Intervista a Simona Pacini

Posted on August 24, 2024 by enzolinari

Simona Pacini è la giornalista colligiana che mi ha aggiornato sulla situazione attuale della scrittrice Giulia Sarno, che lei stessa aveva riportato all’attenzione dei lettori con un articolo del 2012 pubblicato su “Il Gazzettino”. Ai ringraziamenti per la preziosa collaborazione si aggiungono ora quelli per aver accettato di farsi intervistare su questo blog.

Anzitutto volevo chiederti cosa facevi nel 2012 a Belluno e in quali circostanze hai conosciuto la giallista Giulia Sarno. Come l’hai “scoperta”?

“È stata una serie di fortunate coincidenze. La signora Giuliana Rosso (questo è il suo vero nome) ha un appartamento nel condominio in cui ho vissuto anche io a Belluno, dove mi ero trasferita per lavorare nella redazione locale di un quotidiano regionale. La conobbi un giorno in ascensore e ci mettemmo a parlare. Lei sentì che ero toscana e mi raccontò di aver vissuto a Siena. Fui molto contenta di averla conosciuta. La socievolezza non era proprio di casa in quel condominio. Poi accadde che durante un giorno di riposo dal lavoro, era un 14 febbraio, San Valentino, feci dei dolcetti a forma di cuore e per non mangiarli tutti io decisi di regalarli ad alcuni vicini. Così, quando fu il suo turno, mi invitò ad entrare e ci mettemmo a parlare. Fu così che scoprii che tanti anni prima era stata una scrittrice importante nella narrativa gialla per ragazzi”.

Conoscevi già i suoi racconti?

“No, anche se da ragazzina ero una lettrice di Gialli Mondadori per ragazzi, e la mia eroina era Nancy Drew. Ammetto però di avere conosciuto soltanto quelli tradotti da autori stranieri. Ma non so dire il perché”.

Come è andata poi con lei?

“Essendo giornalista, avevo intravisto una storia bellissima da raccontare. Per i lettori del giornale era una notizia interessante il fatto che a Belluno viveva, praticamente in incognito, una autrice dei Gialli Mondadori. Lei però era un po’ titubante. Alla mia richiesta di farle un’intervista rispose che non voleva mettersi troppo in mostra con le sue amiche del posto e che avrebbe accettato solo per aiutarmi professionalmente. Belluno è un capoluogo di provincia grande come Poggibonsi, per numero di abitanti. È un posto molto chiuso e il pettegolezzo è obbligatorio. La signora Giuliana, come la chiamiamo io e i miei amici, aveva già sperimentato la cattiveria delle persone a lei più vicine, che mettevano in dubbio il suo passato di scrittrice per non darle soddisfazione. Per cui temeva che addirittura un’intervista sul più importante quotidiano cittadino l’avrebbe riportata in modo sgradevole sotto i riflettori”.

La Sarno ha parlato con te delle storie gialle, sue o di altri?

“In quel periodo tenevo dei piccoli corsi di scrittura creativa nel tinello di casa per pochi amici. Ogni tanto invitavo alcuni scrittori del posto, più scrittrici a dire il vero, per farli conoscere ai miei allievi. La signora Giuliana, così la chiamiamo in quel gruppetto, è diventata ben presto l’ospite d’onore. Ogni conversazione a cui si è prestata è sempre stata fonte di grande interesse. Sia che parlasse della struttura narrativa in tre atti di Aristotele, sia che approfondisse le differenze tra il giallo e il noir. È una donna di grande cultura, in grado di parlare di tantissimi argomenti da un punto di vista originale. Riguardo alle sue storie ogni tanto usciva un aneddoto simpatico. Una volta ci raccontò di quando era in vacanza al mare con i nipoti e fu chiamata al telefono da Mondadori perché volevano sapere il titolo della storia che stava ancora scrivendo. In quel momento arrivò la nipotina, che si scoprì il collo e le disse: ‘Guarda, il segno della medusa!’. Lei non perse tempo, riferì all’editore proprio quel titolo. Poi però dovette cambiare un po’ la storia, che mi pare si svolgesse in Sardegna, per poterlo giustificare”.

Ho visto che ti sei interessata alla storia ambientata a Belluno…


“L’Uomo Pietrificato, sì. È ispirato alla figura di Girolamo Segato, naturalista ed egittologo bellunese che aveva scoperto il segreto della mummificazione e che è sepolto tra i grandi nella chiesa di Santa Croce a Firenze. Un interesse dovuto a un motivo essenzialmente giornalistico, dal momento che lavoravo in una redazione locale e ogni cosa che si scriveva doveva sempre avere legami con il territorio bellunese”.

Tu sei stata a lungo una cronista di nera. Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Oddio, a parte una certa consuetudine nel parlare con chi si occupa di soccorso e con le forze dell’ordine, c’è un aspetto che probabilmente non è molto positivo. Non solo sei sempre a contatto con dolore e sofferenza o sei costretto a scrivere notizie che i diretti interessati non vorrebbero mai vedere pubblicate (soprattutto per quanto riguarda i casi giudiziari), ma c’è anche altro. Quando analizzi le cause di un incidente, anche il più assurdo, ti rendi conto di come spesso basti veramente poco a provocare una tragedia. Un attimo di distrazione, un gesto superficiale. Per tanti anni, specialmente mentre guidavo, ho rivissuto nella mia mente centinaia di dinamiche di cui avevo scritto o che avevo ricostruito nei miei articoli. Per fortuna ora questo non mi accade più…”.

Che cosa pensi dei molti Autori, talvolta anche con relativi personaggi, nati nell’ambito della cronaca nera?

“Mi piacciono molto i podcast di Carlo Lucarelli, in cui ricostruisce storie gialle raccontandole in modo sublime. Tempo fa mi ero appassionata alle storie del Commissario Soneri di Valerio Varesi, giornalista di Parma. C’è questo filone, che funziona sempre, delle indagini accompagnate dalla passione del cibo. Più che dai cronisti di nera, sembrano ispirate dai romanzi di Vàzquez Montalbàn con il suo Pepe Carvalho, e dal commissario Montalbano di Andrea Camilleri. Anche Varesi, ambientando le sue storie a Parma, ci fa venire spesso l’acquolina in bocca. Anzi, non so se qualcuno lo ha già fatto. Sarebbe interessante una lettura trasversale dei gialli attraverso il cibo preferito dai protagonisti”.

Quali sono oggi le tue preferenze nell’ambito molto vasto della letteratura di genere “giallo noir”, ampliando il panorama anche alla fiction televisiva o cinematografica?


“Negli ultimi anni ho spostato i miei interessi più verso i classici e la narrativa, scostandomi un po’ dai romanzi di genere. Con questo non voglio assolutamente dire che non ce ne siano di qualità, sia chiaro. Ma è diverso l’orizzonte della storia, diciamo. In tv trovo molto divertente la serie dedicata a Imma Tataranni e quella di Lolita Lobosco. Tra l’altro quest’ultima l’avevo scoperta tantissimi anni fa, quando per caso acquistai il libro La circonferenza delle arance, di Gabriella Genisi. Molto leggero. Però fu utile una volta che finii sotto i ferri e la mia mamma se lo lesse tutto nelle lunghe ore di attesa in ospedale. Poi ci sono gli irrinunciabili, sia in volume che in tv: Antonio Manzini con Rocco Schiavone e Maurizio De Giovanni con il commissario Ricciardi e l’ispettore Lojacono. L’ultima scoperta è quella della serie con ‘protagonista’ l’ex Cancelliera Angela Merkel. Molto divertente”.

Hai in mente in particolare qualche storia di genere ambientata in Toscana, dato che proprio questo è il tema a cui è dedicato al blog?

“Allora, di primo acchito non posso non nominare Marco Vichi e il suo commissario Bordelli. Una delle storie che più ha lasciato il segno, mi pare che il titolo sia Morte a Firenze, si svolge proprio nei giorni dell’alluvione del ‘66. Poi Rosa Elettrica di Giampaolo Simi, che non so se definire proprio di genere, comunque è molto bello, che in parte si svolge all’Eremo di Camaldoli. Il primo nella mia classifica personale però è Enigma in luogo di mare di Fruttero&Lucentini. Ora ho anche scoperto dove è ambientato, nella pineta di Roccamare a Castiglion della Pescaia, buen retiro di Italo Calvino. Per anni ho pensato che la Gualdana di cui parlano fosse invece a Punta Ala, dove c’è il centro Il Gualdo”.

Infine ti chiederei qualcosa sulle passioni di cui sono al corrente: la cucina, se ben vedo, dove magari ricorri al giallo dello zafferano o degusti la gialla paglierina Vernaccia, e la ricerca storico-memorialistica…

“La cucina è una mia passione fin dalle scuole medie, quando scoprii la magia di mescolare insieme degli ingredienti e ottenere una cosa del tutto diversa, in quel caso un dolce alla frutta. Ho avuto poi un periodo di grande passione per le spezie e la cucina indiana, ma ora che sono tornata in famiglia non posso più sbizzarrirmi perché le ricette asiatiche non vengono apprezzate. Più che sul giallo zafferano, punterei su quello della curcuma e al posto della Vernaccia scelgo il Timorasso, un vino piemontese giallo paglierino, meraviglioso, riscoperto da Walter Massa, produttore visionario e personaggio molto particolare. Per quanto riguarda la ricerca storico-memorialistica credo che ti riferisca a due libri che ho scritto, raccogliendo testimonianze su alcuni eventi familiari. La Guerra di Pietro, che ricostruisce la storia di una parte della famiglia Nencini di Castiglioni, è stato ispirato dal ritrovamento di alcune lettere di uno zio della mia mamma morto nel ‘43 a causa di una malattia mai diagnosticata. Un altro volumetto, a diffusione privata, Il Riscatto di Nonziatina, lo scrissi su richiesta della mia amica Nina Baldi, che voleva lasciare la bellissima storia della sua famiglia in eredità ai suoi discendenti. Purtroppo in quel caso, nonostante le ricerche all’Archivio di Stato a Siena, all’Anagrafe comunale di Colle e all’Archivio Diocesano, non ho trovato un solo documento che parlasse di quelle persone. La ‘trama’ e i protagonisti erano però talmente avvincenti che alla fine è venuto fuori un libretto, a detta di chi l’ha letto, molto piacevole”.

Perdona un’ultima curiosità: cosa pensi del filone dei “gialli storici”?

“Per quanto riguarda i personaggi e i casi della storia preferisco affrontarli in versione romanzata, dove c’è almeno il tentativo di delineare caratteri e passioni, dando loro una parvenza di vita che mi è difficile trovare nei resoconti storici. Ammetto che questa visione potrebbe anche essere un mio limite, purtroppo a scuola non ho avuto incontri memorabili con la materia. In fatto di gialli storici citerei invece un libro molto interessante, scritto dall’ex coordinatore del Ris di Parma Luciano Garofalo con l’antropologo Giorgio Gruppioni e lo storico Silvano Vinceti. Il titolo è Delitti e misteri del passato. Sei casi da Ris e analizza casi come l’agguato a Giulio Cesare o l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, ma anche le morti misteriose di Pico della Mirandola, Giacomo Leopardi e Angelo Poliziano, alla luce dei passi fatti dalla scienza e dalla tecnologia”.

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A Belluno passeggiavo tantissimo

A Belluno passeggiavo tantissimo. Uscivo di casa la mattina presto, attraversavo piazza Duomo, prendevo le scalette dietro a Palazzo Rosso e scendevo giù. A volte uscivo al parcheggio di Lambioi, altre volte giravo a destra per andare verso la piscina, o a sinistra verso borgo Piave o su per Castion. 

Mi trovavo spesso a passare vicino al grande fiume, lungo le sponde, dalla parte della strada, o attraversando un ponte. Dove l’acqua scorreva più veloce respiravo quell’aria fresca, guardando le montagne all’orizzonte, osservando quello che c’era intorno, gli alberi, le case, i giardini, gli orti. Ogni tanto un cane abbaiava col muso tra le sbarre di un cancello o un fiore giallo spuntava da una crepa dell’asfalto.

Gli edifici abbandonati erano quelli che più attiravano la mia attenzione. Una vecchia villa vicino al fiume, che fino a poco tempo prima era stata una birreria molto frequentata, diventava il mio ristorante toscano. Avevo il nome già pronto, la Ribollita. Una costruzione lunga tutta scrostata affacciata sul fiume, che una volta era stata una tipografia, si trasformava in un centro per la pratica dello yoga e della meditazione. 

Insieme alle gambe anche la mia mente si rilassava, immaginando e sognando progetti e vite diverse da quella che avevo. 

Qualche anno fa, quando ormai non stavo più a Belluno, la vecchia tipografia è diventata la sede di un atelier di moda. Non poteva capitarle niente di più bello. 

Davanti a quell’atelier ci passavo spesso, prima che si trasferisse sul fiume, andando a fare una visita medica o per trovare un’amica nel suo negozio etnico. 

La vetrina era molto semplice. Erano esposti un abito o due su un manichino sartoriale, con il busto, senza testa. Ma sbirciando attraverso il vetro si intuivano i colori e le trame delle stoffe che custodiva prima di scendere al piano di sotto, dove c’era la sartoria. 

La stilista puntava molto sulle stoffe, anche vintage, che componeva in abiti dalla forma geometrica giocando con il patchwork. 

Quegli abiti non costavano poco ma non erano nemmeno carissimi. Per cui una volta mi decisi a varcare la soglia e a farmi prendere le misure per un vestito tutto mio. Quando finalmente fu pronto e lo andai a ritirare, riposto in una borsina di shantung, dai colori in tono con l’abito e l’etichetta cucita a mano, l’emozione fu grande. 

In seguito ci sono tornata a comprare piccole cose. Una bustina tipo borsello per un regalo a un’amica. Quella volta non potei resistere e ne presi una anche per me, con i bordi da posta aerea, l’indirizzo e i francobolli da tutto il mondo. 

La stilista non l’ho mai incontrata in negozio, c’erano sempre le sue ragazze. Ma la cosa non mi dispiaceva perché l’avevo conosciuta diversi anni prima, tramite un’amica comune, e non ci eravamo proprio rimaste simpatiche. 

Però la vedevo spesso, mentre sfrecciava per il centro in bicicletta, da sola o con un bambino dietro, e la sua testa di riccioli rossi fiammanti. 

Una volta, per fare una promozione o non ricordo bene perché, l’atelier decise di regalare una borsina, La Divina Borsina, fatta di scampoli a sorpresa, a chiunque la richiedesse tramite email. Io e la mia amica corremmo subito a scrivere lasciando il nostro indirizzo. Quella borsina la consegnavano direttamente a casa, a mano, nella cassetta della posta. Quando la ricevetti fui contentissima e la confrontai subito con quella che era arrivata alla mia amica. 

Quando lasciai Belluno continuai a ricevere le newsletter dell’atelier. Non ho più comprato niente, ma ogni volta sognavo guardando i colori e le consistenze delle stoffe e dei tulle trasformati in pantaloni trombetta, impalpabili maglioncini, seducenti coprivestiti, cappottini dalla forma geometrica ed essenziale, immaginando come avrei potuto indossarli. Leggevo i racconti della stilista, sui suoi viaggi in cerca di stoffe, colori e ispirazioni.

Una volta fece sfilare in piazza dei Martiri le donne operate al seno, bellissime, con i loro abiti pieni di fiori e di colori. Tra loro c’era anche una mia amica. 

Ma io non vivevo già più a Belluno e non avevo capito che cosa sarebbe potuto accadere. 

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Onorevole, scusi, me la canta La Montanara?

Proprio in questi giorni, ma nel 2009, moderavo un incontro politico un po’ particolare.
Premetto. Non amo fare la moderatrice politica e non amo le frasi fatte e vuote di significato che, a mio parere, in genere vengono pronunciate in quelle occasioni. Mi pare una recita senza senso. Infatti nella mia vita ne ho fatte solo due, una a Colle, nel secolo scorso, l’altra a Belluno, undici anni fa, appunto.
Fu un’amica a insistere molto, nonostante la mia (motivata) ritrosia. “Viene una persona speciale, ci piacerebbe che la presentassi proprio te”. Ma perché, mi chiedevo io. Insisti insisti, alla fine non riuscii a dire di no.
L’incontro era con Debora Serracchiani, che al tempo era la freschissima militante balzata agli onori della cronaca per un discorso particolarmente accorato e critico alla dirigenza Pd dell’era Franceschini. Con lei ci sarebbero stati Laura Puppato, all’epoca sindaco di Montebelluna, e Sergio Reolon, presidente (oggi scomparso) della Provincia di Belluno.
Una volta presa in trappola non mi rimaneva che studiare e prepararmi al meglio per la presentazione dei personaggi. L’obiettivo, naturalmente, era quello di convincere i bellunesi a votare Serracchiani e Puppato in Europa. Sondai la rete e gli archivi del giornale alla ricerca di particolari che mi facessero capire qualcosa delle due candidate e su quali caratteristiche puntare.
In quel periodo seguivo molto le interviste barbariche e il mio modello era Daria Bignardi più che Lilli Gruber. Trovai alcuni particolari, anche simpatici, che ritenni di poter utilizzare per umanizzare le candidate al di là dell’immagine strettamente politica.
Non ricordo bene che cosa trovai riguardo alla Serracchiani, ma qualcosa di insolito venne fuori. E forse, ma non ne sono in realtà molto convinta, contribuì ad avvicinare i bellunesi un po’ anche a lei. Il suo seggio comunque lo ottenne.
Da un’intervista della Puppato invece scoprii che fra le sue passioni c’erano le passeggiate in montagna e il canto. Bene, le avrei usate per far pesare un po’ meno la sua trevigianità (i bellunesi sanno bene di cosa parlo).
Alla fine dell’incontro, prima dei saluti, senza alcun preavviso, le porsi dunque il testo della Montanara, chiedendole se se la sentiva di cantarla.
Fu un po’ un salto nel vuoto. Ma lei disse di sì. Si alzò e cominciò a intonare. “La su per le montagne, fra boschi e valli d’or”. A quel punto si alzarono tutti e si unirono al canto.
Alla fine anche lei ebbe il suo seggio in Europa. Non so se dipese dal canto o da altro.
So per certo invece che da allora nessuno si è mai più sognato di propormi la moderazione di un incontro politico.

Poi ci fu l’episodio dei capelli. Avevo chiesto a un parrucchiere se poteva farmi una piega anche se era lunedì. Lui disse di sì, ma perché pensava che il mio interesse non fosse in realtà la pettinatura. Era convinto che fosse solo una scusa per fare l’amore. Mi disse.
Così arrivai a moderare l’incontro con i capelli crespi come se avessi preso la scossa, nervosa per il fraintendimento e stremata per la fatica di respingere le avance. Ma questa è già un’altra storia.

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cronache da una città anestetizzata

“Parla del tuo villaggio e parlerai del mondo”
Lev Tolstoj

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torno da Parigi un lunedì mattina e dopo una doccia e un pranzo veloce vado al lavoro
passando da piazza Duomo vedo che finalmente è stata chiusa la pista di pattinaggio
finalmente la smobiliteranno
siamo in pieno centro storico, la piazza è centrale, antica, ricoperta di porfido
mi sembra superfluo spiegare il perché, finalmente
è il 19 gennaio

finito il breve viaggio, la routine riprende il sopravvento
casa, lavoro, casa
attraverso piazza Duomo due volte al giorno e la pista da pattinaggio è sempre là
una volta di notte sento un gran rullare di motori
forse la stanno smontando
il mattino dopo ci sono dei camion, operai che lavorano
finalmente

dopo alcuni giorni qualcosa è cambiato
sono spariti i capannini di legno, è stato tolto lo strato di ghiaccio ma rimane la pista di sabbia, con intorno i mucchi di neve e alcuni sacchi di plastica nera

il 6 febbraio pubblico la foto su facebook con un commento ironico
“Mica male… una discarica in piazza Duomo! Quantomeno è un’idea originale. Innovativa, direi”

Qualcuno commenta anche
allora la cosa interessa…

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il 9 febbraio torno alla carica
ormai è una questione di principio
“No, non è sempre la stessa foto. È sempre la stessa piazza. Una discarica cioè”

“taggo” anche il sindaco e l’assessore tabacchi

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Il giorno dopo, 10 febbraio, cambia ancora qualcosa

“Dopo 23 giorni qualcuno si è accorto della discarica e ha fatto togliere i sacchi neri e l’immondizia. .. certo rimane la sabbia ma non si può pretendere tutto e subito. Intanto anche il PD si è svegliato e ha indetto una conferenza stampa proprio per oggi e proprio lì davanti… ah per chi non lo sapesse il luogo si chiama piazza duomo e si trova a Belluno, la città della qualità della vita”

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l’11 febbraio esce l’articolo sulla stampa
soprattutto sul Gazzettino, il giornale per cui lavoro, mentre nei giorni precedenti il caso aveva avuto risonanza sulle tv locali

ricapitolando
la pista di sabbia è sempre lì
il sindaco ha spiegato che è ghiacciata e che toglierla ora causerebbe la distruzione del porfido
Restiamo in attesa del disgelo
magari il prossimo anno pensiamoci un pochino visto che quassù il gelo d’inverno è abbastanza normale

Però rifletto
È stato necessario pubblicare una foto su facebook perché il sindaco facesse togliere i sacchi neri di plastica (precisando che non era immondizia, ma la guaina)
È stato necessario anche perché l’opposizione notasse ciò che aveva davanti agli occhi ormai da giorni e convocasse una conferenza stampa per denunciare la situazione

“E’ tutto normale” avevano risposto in Comune a una giornalista del Gazzettino la settimana prima

per chi non lo sapesse
piazza Duomo a Belluno è il cuore della città
Vi si arriva con le scale mobili del posteggio di Lambioi
ci sono il Comune, la Prefettura, la Provincia
poco più avanti le Poste

Possibile che si siano già tutti abituati?
E intanto i giorni sono 24…

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Niente case in affitto nel villaggio di Heidi

vich2
Questo è l’articolo vincitore dell’edizione 2011 del Premio Paolo Rizzi
(ma a me piace più l’altro, “nessuno straniero a Vich”)

Il tempo sembra quasi non passare a Vich. Qui, nella frazioncina di Ponte nelle Alpi, Belluno, alle pendici del Nevegal, la vita scorre ancora come una volta. Il paesello, nemmeno cento abitanti e quasi tutti del posto, cammina controcorrente. Vich non è certo montagna, l’altezza è collinare, 460 metri. Ma nessuno lamenta spopolamento. Anzi. In un paese in cui ci sono giusto un bar, la latteria sociale e la chiesa, ogni famiglia abita ancora nella casa di sempre. «È anche questo il motivo per cui da noi non ci sono extracomunitari, non ci sono appartamenti da affittare – spiega il capo frazione Paolo Sintonia – ci sono alcuni siciliani e sardi, gente di altri paesi veneti. Ma per lo più siamo tutti del posto». Ma a Vich, in fondo, non piace dare le case in affitto, «parché el paès l’è unì». «Qua vicino a Buscole – racconta una signora che preferisce non dirci il suo nome – hanno affittato un appartamento a una coppia di cinesi. Pensavano ci stessero in due persone, e invece alla fine ce ne giravano sessanta».Attraversi il paese, 91 anime all’anagrafe, e tutti salutano sorridendo. «Certo, siamo ospitali, ce lo riconoscono in molti – continua – anche se un po’ di diffidenza verso chi viene da fuori ci può stare». Sintonia è capo frazione da due anni. «Ma non è un incarico politico – ci tiene a precisare – anche se è molto impegnativo». A proposito di politica, ma non è che a Vich non ci sono extracomunitari perché siete un po’ leghisti? «No no, qui la Lega non attacca. E nemmeno il razzismo. Anzi, per tradizione siamo comunisti». «Ma non è mica solo un caso di Vich, questo degli extracomunitari – interviene il geometra Luigi Bernard – accade lo stesso su tutti i Coi de Pera, a Cugnan, Losego, Quantin». Il pane arriva ogni giorno dall’Alpago su un furgoncino. Ognuno ritira il suo sacchetto dalla cesta rossa davanti alla latteria quando può. Due volte a settimana passa il camioncino degli alimentari. C’è un solo bus per Ponte nelle Alpi, secondo gli orari della scuola. E il martedì mattina una navetta comunale attraversa i Coi de Pera per accompagnare gli anziani a far commissioni. Sarebbe facile lamentarsi che a Vich non c’è niente da fare. «Abbiamo un sacco di iniziative – dice invece il capo frazione – la crostolada a primavera, il pagarosto in estate. È un vecchio gioco, un po’ come le bocce, che si gioca in esterno, sui campi. Molto divertente». Ogni lunedì le donne si riuniscono nell’antica latteria, oggi centro di aggregazione, e decidono il da farsi. Hanno appena realizzato un presepe con il granturco, personaggi con le pannocchie, stella cometa con i chicchi di mais. Ogni anno cambia il tema. Nel 2001 ci fu il crollo delle due torri e fra i personaggi c’erano anche Bush e Bin Laden. Sulle porte di casa ci sono le chiavi. Nessuno sembra preoccuparsi dei ladri. «Ricordo due o tre furti ma di tanto tempo fa – dice Sintonia -. Ma continuo a raccomandare a mia madre di non lasciare la porta aperta quando esce, che non si sa mai». Il sogno di una vita a misura d’uomo viene infranto ogni tanto dalle macchine che sfrecciano a tutta velocità lungo la strada che taglia il centro di Vich, ignorando il cartello luminoso che fissa il limite a 30 kilometri orari. Sono i turisti che scendono dal Nevegal e hanno fretta di raggiungere il vicino casello autostradale. Ma basta leggere il cartello affisso dal Comune in piazzetta, “vietato lordare”, per rituffarsi nell’atmosfera senza tempo del paesello pontalpino.
GAZZETTINO
Data 09-01-2011
Edizione PG
Pagina 15

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cambio di stagione

allora, facciamo così. io lo scrivo, almeno dopo non ho più scuse.
oggi è domenica, ho quasi tutta la giornata libera, fuori splende il sole e l’aria è frizzantina. ma io starò a casa a fare il cambio di stagione.
uff, mi fa fatica solo a scriverlo…
anche perché son settimane che rimando, ormai. e ho già una sfilza di scuse pronte all’uso.
una, per esempio, è che a Belluno non importa fare il cambio di stagione, l’estate dura meno di un mese. basta tirar fuori qualcosa di leggero al’occorrenza e passato il caldo metterla via.

il problema a dire il vero non è proprio stagionale. è più del tipo che devo togliere un sacco di roba inutile.
quando sarà stato che ho fatto l’ultimo cambio vero, quello che togli le cose da inverno e, deciso che certe non le userai mai più le regali, le butti, le vendi, insomma via, fuori dal mio armadio!
non me lo ricordo mica…
e intanto maglioncini, magliette, pantaloni, vestiti, scarpe, scarponcini, stivali e sandali si accumulano negli scaffali.
poi cambiano le mode, il maglioncino si allunga, si alza la vita dei pantaloni, cambia la taglia. insomma alla fine rimane solo qualche vestito giusto da cercare in una montagna di abiti che per una ragione o per l’altra non usi più. ed è anche un problema trovarlo…
ecco soprattutto per questo non posso più rimandare. e oggi la mia fatica sarà scegliere i capi da mettere in cantina, da regalare, da vendere, da buttare, senza inutili ripensamenti.

vabbè dai, Simo, che sarà mai… ce la puoi fare

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la casa di D’Annunzio

il giro sul lago di Garda mi ha fatto tornare in mente un episodio di qualche anno fa. era l’aprile del 2003, se non ricordo male.
da meno di un anno curavo una pagina settimanale sul Gazzettino di Belluno interamente dedicata agli alpini. nell’ambiente delle penne nere era diventato un piccolo caso, anche perché nessun altro quotidiano aveva mai fatto altrettanto

chiariamo, non era stata un’idea mia. diciamo che era una necessità del giornale e che fu affidata a me, in quanto come ultima arrivata non avevo un mio settore da seguire.

nell’aprile 2003 fui dunque invitata a intervenire all’annuale convegno itinerante della stampa alpina che quell’anno si teneva a Gardone Riviera, nel Vittoriale.
inutile dire, almeno per chi mi conosce, che dissi subito di no. alla fine mi convinsero, al giornale la cosa andava bene e quindi in un mattino di sole partii con la mia auto alla volta del lago di Garda.

per la strada il presidente degli alpini bellunesi mi chiamò diverse volte per chiedermi a che punto fossi.
“Mi raccomando, guarda di esserci per le tre, che il tuo intervento è fra i primi”. “Ok, tranquillo”.

“Simona, dove sei?” “A Riva, ormai sono arrivata (non era affatto vero, ma ancora non lo sapevo)”

“Appena ci sei vai al Grand Hotel, mangia qualcosa e sali al Vittoriale”

alla fine arrivai, seguii le loro indicazioni, precisissime. avevo perfino un cameriere dedicato che mi servì, in ritardo visto che gli altri erano già andati via, il mio pranzo personale, nonostante insistessi a dire basta così, grazie.

presi la cartellina con il testo del mio intervento e le raccolte delle pagine degli alpini uscite fino ad allora che avrei lasciato in dono, e salii le scalinate del Vittoriale

all’ingresso c’erano alcuni alpini che mi invitarono a mettere giacca e borsa nel guardaroba.
mi tenni la cartellina e loro mi dissero di lasciare anche quella.
“ma mi serve per l’intervento….” provai a protestare
“si si, tranquilla. c’è tempo per tutto” mi dissero

solo dopo, ripensandoci, capii che l’avevano detto con un’aria anche un po’ troppo condiscendente

fu però solo quando mi scortarono davanti all’ingresso della casa di D’Annunzio, dove c’erano altre donne in fila, che capii in un lampo che cosa era successo
mi avevano scambiato per una delle mogli degli alpini, magari, avranno pensato, anche un po’ fuori con la testa visto che era convinta di dover perfino parlare ad una riunione, e mi avevano accompagnato nel percorso riservato alle signore per intrattenerle mentre i mariti erano impegnati

appena realizzai questo pensiero giunse un’altra telefonata del presidente. “Simona, ma dove sei? sbrigati che fra poco tocca a te”
abbandonai la fila e di corsa tornai all’ingresso.
“datemi la cartella, per favore, che devo scappare”. probabilmente il mio tono non ammetteva repliche, perché non ce ne furono

con il telefono cellulare all’orecchio mi feci guidare nella sala dove tutti mi attendevano, quella con l’aereo appeso al soffitto
non riuscivano a capire perché ci avessi messo tanto ad arrivare. potei spiegare che cosa era successo solo dopo, quando la riunione finì

comunque, quando fu il mio turno feci il mio intervento, che ebbe anche un discreto successo

ero emozionatissima, cavolo, meno male che me l’ero scritto. in effetti, come mi fecero notare, era la prima volta in assoluto che in quel tipo di riunione ospitavano un intervento esterno, se poi si aggiunge il fatto che ero perfino una donna…
(questo per scusare i solerti alpini all’ingresso…)

fu una grande esperienza, tanto che ancora oggi me la ricordo nei dettagli.

l’unico rammarico è che non ho più visto la casa di D’Annunzio….

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