Un piatto di spaghetti in New York City

Una volta Liz mi chiese di cucinare per lei qualcosa di italiano. Spaghetti col pomodoro. Non fu semplicissimo raggranellare l’occorrente, non tanto per la pasta e il pomodoro, quanto per l’attrezzatura. “Ma io ho uno scolapaste! Come puoi pensare che non ce l’abbia” mi disse Liz quando le chiesi come intendesse scolare la pasta.

Preparai il sugo con aglio, prezzemolo e pomodoro. Feci bollire l’acqua, la salai, cossi la pasta per il tempo indicato sulla confezione. La condii e la mangiammo.

Mi pare di ricordare che non fosse venuta malaccio. Non ricordo se capitò quello che dicevano della pasta venduta negli Stati Uniti, cioè che era fatta con grano tenero. 

Ricordo soltanto che dopo cena mi prese una botta di sonno pazzesca e filai a dormire.

Per la prima settimana andare a letto intorno alle otto di sera era d’obbligo, visto che soffrivo ancora il jet lag. Poi per fortuna passò. La sera degli spaghetti ero già abbondantemente fuori dalla zona jet lag, ma caddi ugualmente preda di un sonno di piombo.

Un’altra volta Liz mi costrinse a parlare in inglese davanti a tutti sul bus che ci riportava a casa dal centro. Passavamo sotto il Crysler Building, uno dei miei edifici preferiti di Manhattan e lei mi chiese di descriverlo. Non avevo idea di quello che intendesse farmi fare.

“Prendi il tuo libro e leggi quello che dice del Crysler”.

“Ecco qua”, aprii il libro a pagina 144 e glielo mostrai.

“Io non capisco l’italiano, traduci”.

“Progettato da William Van Alen…”

“A voce alta, magari interessa anche a loro”, disse Liz, allargando la mano ad indicare la gente che era nel bus insieme a noi.  

Eravamo in piedi e ci tenevamo al palo per non cadere alle fermate. Io mi vergognavo, per l’inglese ma anche per il resto. Liz invece sembrava una piazzista. “È vero che interessa anche a voi?”.

Non ricordo di aver sentito risposte decise. Sbaglierò. Ma quel giorno mi toccò fare l’americana, parlando alla gente sul pullman di un monumento della loro città.

La situazione in Italia si va facendo ogni giorno più drammatica. Oggi, 22 marzo 2020, a un mese dall’inizio di questa epidemia, i numeri sono altissimi. 53.578 i casi positivi, 4.825 i morti. In questi giorni abbiamo pianto vedendo i video dei camion militari che portavano le bare dal Nord Italia in altri luoghi per la cremazione. Molti i medici e gli infermieri contagiati, diversi i morti anche fra i soccorritori. 

Ho iniziato a scrivere i miei ricordi di New York pensando alla differenza fra quei giorni di completa libertà, di spensieratezza e avventura, mentre ero costretta a stare in casa per evitare i rischi di contagio. All’inizio ci si scherzava, era un gioco. Una settimana a casa, due, e poi sarebbe tornato tutto come prima. Così pensavamo, credo. Facevamo le lunghe file ai supermercati in silenzio, con il volto nascosto dalla mascherina e le mani fasciate nei guanti di lattice. Non salutavamo più nessuno, un conto è baciarsi e abbracciarsi, un conto è la paura di rimanere contagiati. In questa guerra il nemico vero è invisibile ma l’altro, gli altri esseri umani, quelli che rappresentano il pericolo, sono visibilissimi. Poi, valle a riconoscere le persone, con il volto coperto fino agli occhi e lo sguardo puntato a terra.   

Oggi è difficile ridere e non è più un gioco. La macchia si espande, ha già toccato la Toscana e non è detto che non tocchi anche noi.

I miei giorni newyorkesi si fanno sempre più piccoli e lontani. Mi chiedo se ha senso stare ancora qui a raggranellare ricordi e sensazioni di un tempo che non è più. 

Ma la risposta è davanti ai miei occhi. Non mi sono sentita mai libera e viva come in quelle tre settimane da sola a calpestare chilometri di marciapiedi newyorkesi con i miei stivalini neri. Ricordare come ero, non può che farmi bene. Al peggio potrei rischiare di risvegliare lo spirito libero di quei giorni. Ma non sarebbe poi un gran male.

(7 – continua)

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Era una notte buia e fredda…

Ai tempi dell’università avevo la patente ma non ancora la macchina, per cui mi muovevo con quelle di mamma e babbo sperando di trovare sempre il serbatoio abbastanza pieno. 

Babbo all’epoca aveva un’Alfetta 2000 nera con la bombola del gas nel bagagliaio.

Si era nei primi anni ‘80 e le macchine non sempre partivano, specialmente d’inverno. Ricordo i rumori della mattina presto, quando mamma buttava una pentola d’acqua calda sul parabrezza e teneva il motore acceso per diversi minuti per farlo scaldare prima di partire.

Non c’era l’obbligo di indossare le cinture di sicurezza e chi lo faceva sembrava un po’ strano, come quelli che tenevano la mascherina prima del Covid. E un po’ anche dopo.  

L’Alfetta aveva una manopola in basso a sinistra sotto il volante per passare da gas a benzina. Ma bisognava farlo con un certo criterio altrimenti se si ingolfava poi non se ne usciva più.

Una sera d’inverno presi l’Alfetta dopo cena per andare da degli amici in Borgo. Partì subito. 

Presi in giù la discesa di casa nostra, feci il tratto in piano della quercia, risalii la curva dei pini, ancora un breve tratto pianeggiante, la curva a gomito in discesa e via lungo il viale dei tigli. Ormai era fatta. Arrivata alla Cappellina, superai i binari della ferrovia ormai dismessa e scesi verso l’imbocco sulla allora Statale 68, come quella di Guccini.

E lì, prima ancora di controllare se arrivassero macchine da sinistra, la macchina si spense. 

Girai la chiave e provai a riaccendere, premendo sull’acceleratore. Niente da fare.

Provai e provai, ma a un certo punto dovetti smettere per non ingolfare il motore, sempre che non lo fosse già.

E ora, come la risolvevo questa? Era buio, anche un po’ tardi, per la strada non passava quasi nessuno. Non potevo avvisare i miei amici, ma nemmeno babbo o mamma. Forse avrei potuto lasciare la macchina lì dov’era, a cavallo della ferrovia, per tornare a casa a piedi e chiedere aiuto. 

Uscii dall’auto sperando che prima o poi passasse qualcuno.

In effetti qualcuno passò. Era una macchina che andava verso Poggibonsi. Come mi vide, il tizio rallentò, fece manovra poco più avanti per tornare indietro e mi raggiunse.

  • Grazie, lo salutai appena si fermò.

Era sempre un ragazzo ma piuttosto grandino, non uno della mia età.

Ascoltò quello che avevo da dire sulla macchina, come funzionava con la storia del gas, come fosse partita alla grande ma scollettando la ferrovia avesse perso colpi e si fosse fermata… 

  • E insomma, che posso fare per farla ripartire? 

Il tizio cominciò a parlare, ma diceva cose che c’entravano poco con la macchina. Mi chiedeva come mi chiamavo, che facevo, perché ero lì a quell’ora.

Gli risposi, anche se non mi parevano cose importanti e ripetei.

  • Mi puoi aiutare a farla ripartire? Forse con dei cavi per la batteria…

Ma quello continuava a chiedere. 

  • L’Università? Dove di preciso… Che cosa studi?

E io a ripetere, lettere moderne a Siena, e di nuovo tutte le cose che gli avevo appena detto.

Cominciai a pensare che fosse un po’ stupido. O forse voleva solo perder tempo perché non aveva idea di come fare per aiutarmi.

Pensai che, ovunque stesse andando, avrebbe potuto trovare un telefono per chiamare casa mia e avvisare babbo che mi venisse a prendere.

  • Insomma è proprio vero che sei una studentessa, o mi stai prendendo in giro?

Uffa! Ma che gli passava per la testa a questo… era non so quanto tempo, ormai che me ne stavo lì bloccata al buio e pure al freddo, e questo si poneva tutti quegli interrogativi inutili.

  • Dai, dimmi la verità. Te stai aspettando qualcuno…
  • Noooo, mi si è fermata la macchina, non riparte. Devo andare in Colle Alta da degli amici…
  • Non è che invece stai qui apposta?
  • E ridagli… Ma che ci starei a fare? Se la macchina non si fosse spenta a quest’ora sarei già in Borgo in una casa al calduccio.

A un certo punto il tizio si mise zitto e sembrò che riflettesse, serio serio.

  • Allora mi devi scusare…
  • Perché?
  • Eh, perché io… insomma, io… 

D’un tratto guardava verso il basso e sembrava che non sapesse più che cosa dire. Aspettai.

  • Insomma, io avevo pensato che aspettassi dei clienti…
  • COSA?
  • Scusami, è che ti ho visto qui ferma per strada…

Ma roba dell’altro mondo. E chi se la immaginava una storia così? 

Rimasi talmente tanto stupita che non ebbi nemmeno la forza di realizzare sul momento che razza di lumacone si fosse fermato a far finta di soccorrermi.

Risalii in macchina e provai a girare la chiave ancora una volta. Miracolo, il motore si accese.

Salutai l’imbecille e schizzai verso Colle Alta, stando ben attenta a posteggiare in discesa nel caso al ritorno mi fosse toccato lo scherzetto bis.

Che magari mi capitava di incrociare ancora una volta un idiota di tal razza…  

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Cena al Casone con Caron Dimonio

Il primo anno che lavorai a Mestre i colleghi organizzarono una cena in un casone di pescatori in laguna dalle parti di Caorle. Ospiti d’onore, io e una collega tedesca che quell’estate aveva lavorato all’inserto in lingua dedicato ai turisti.

Prima del gran giorno ci avevano edotte su ciò che avremmo trovato. Una vera capanna di pescatori con il tetto in paglia come quelle tanto amate da Hemingway, una cena di pesce freschissimo a un prezzo irrisorio. Ma soprattutto, privilegio riservato alle sole componenti femminili del gruppo, mentre i maschi avrebbero percorso a piedi il tratto dal posteggio al casone, noi saremmo state trasportate su una zattera da una specie di Caron Dimonio. 

Il capo della redazione ce lo aveva descritto con dovizia di particolari. Barba lunga e incolta, così come i capelli, stava sempre a piedi nudi ed era già un’attrazione di per sé.

Arrivammo la sera tardi dopo il lavoro e lasciammo le macchine nel luogo indicato.

Quindi i colleghi si avviarono a piedi dopo averci consegnato nelle mani del Caronte che si esprimeva soltanto in dialetto.

Era già buio ma la notte era rischiarata dalla luna. La laguna era immersa nel silenzio, interrotto ogni tanto dallo sciabordio dell’acqua e dal verso di qualche animale notturno. Oltre che dalle nostre voci di giornalisti cittadini e un po’ caciaroni.

Il nostro traghettatore ci fece accomodare sulla zattera, eravamo in quattro, quindi, salito a bordo con un balzo, cominciò a vogare attraverso la laguna.

Vorrei aver conservato una memoria più vivida di tutti i particolari di quell’esperienza. Mi pare di ricordare che i colleghi si erano offerti di portare le nostre borse fino al Casone per non appesantire la zattera, e che faceva un po’ freschino. 

Nel casone c’era un lungo tavolo di legno apparecchiato. Dietro scoppiettava un bel fuoco nel caminetto. Ci sedemmo e subito arrivarono dei vassoi con gli antipasti. Peoci freschissimi, che sarebbero le cozze. Canoce (ovvero cicale di mare) candide e tenere. Pur non essendo una grande mangiatrice di pesce (ho iniziato solo a ventidue anni) avevo trascorso tutta l’estate mestrina ad assaggiare spaghetti ai caparossoi (vongole) in ogni parte della provincia veneziana (cosa che alla fine mi aveva causato un’eruzione di bolle rossastre su tutto il corpo) per cui il pesce della laguna lo conoscevo abbastanza bene.

Ero quindi titolata anch’io per decretare che quello servito al casone era veramente eccezionale. Freschissimo, cotto e condito quanto bastava per apprezzarne gusto e freschezza. Ed era anche abbondante. I vassoi continuavano ad arrivare mentre i colleghi spiegavano di che pesce si trattava e come si mangiava. 

Fin dai giorni precedenti ci parlavano di quello che sarebbe stato il piatto forte della serata, il broetto. Una zuppa di granseola (un granchio gigante) e di tante altre qualità di pesce che, con una cottura lenta e lunghissima, si disfacevano rendendo il brodo densissimo.

Su questa crema galleggiavano dei trancetti tondi argentei, pastellati e fritti. Chiesi che cosa fossero. 

Anguilla, mi risposero.

No, con questa non ce la posso fare, e la scansai, rimandando a dire il vero quasi tutto il broetto in cucina. 

I colleghi ci rimasero un po’ male e mi incitavano almeno ad assaggiarla, ma preferii di no.

Tanto la cena aveva ancora un sacco di portate, tra primi e grigliate.

Alla fine eravamo pieni da scoppiare, quando qualcuno chiese se prendevamo il caffè.

Tripudio di mani alzate.

Arrivò nei bicchierini di terracotta e fu il caffè più buono che avessi mai bevuto. Lo aveva preparato uno dei lavoranti del casone, uno straniero dei Balcani o della Turchia, lasciando tutta la sera un paiolo di rame con acqua e caffè a sobbollire nel caminetto.

Insieme ai vassoi pieni di crostacei e molluschi, arrivavano anche le bottiglie di vino.

A un certo punto della cena eravamo tutti molto allegri. Qualcuno cominciò a sobillarmi chiedendo di fare l’imitazione di un collega, non presente, un tipo un po’ particolare che mi rendeva il lavoro abbastanza difficile. Il collega in questione parlava solitamente per frasi fatte e con tono solenne, per cui imitarlo era abbastanza semplice. Poi c’era la mimica con la quale accompagnava le sue affermazioni, che a me veniva benissimo.

Non feci caso, nell’allegria della serata, che durante il mio piccolo show qualcuno scattava delle foto. Fu il capo, qualche tempo dopo, a dirmi che le teneva nel cassetto pronte all’uso nel caso ce ne fosse stato bisogno. per ricattarmi

Insistei per vederle e, miodio, la facevo veramente bene quell’imitazione. 

Il capo le richiuse subito nel cassetto, nonostante gli chiedessi di darmele che forse era meglio se le tenevo io.

Non ho mai pensato nemmeno per un attimo che mi avrebbero tradito mostrandole all’interessato, tra l’altro anche piuttosto permaloso e vendicativo.

In segno di lealtà, quando il mio periodo di lavoro finì, tra i regali che ricevetti c’erano anche quelle foto.

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Storia dei miei gatti randagi

Quando ero piccola i gatti vivevano liberi per le strade e non andava molto di moda tenerli in casa. C’era Braciolina, la gatta dei miei vicini, che faceva eccezione, ma lei era una bellissima Siamese dal pelo sfumato e gli occhi di ghiaccio e non poteva essere altrimenti.
Così, quando cominciai a vedere un bel po’ di gattini che giravano intorno casa, affamati e senza affetto, pensai che sarebbe stato bellissimo ospitarli e darmi da fare per nutrirli e offrir loro una cuccia.
Per l’appunto avevamo un micro pezzetto di terra dietro casa che fungeva da posteggio invernale per la roulotte. Qui cresceva il salice piangente regalato dagli alunni alla mia mamma e c’era un’aiuola lunga e stretta sull’altro lato dove erano stati piantati dell’uva spina e qualche giaggiolo. I gatti potevano stare lì.
Costruii una casetta mettendo insieme qualche scatolone e un po’ di stracci e preparai loro una cuccia morbida e riparata.
Soldi per comprare il cibo non ne avevo ma concordai con mamma una retribuzione per ogni lavoretto che avessi fatto in casa. Lavare i piatti 25 lire, sparecchiare 10 lire, spazzare 15 lire.
Il mangime per gli animali all’epoca era basico. Per i gatti c’erano le lattine come quelle dei pomodori pelati, piene di sbobba generica.
Però costava poco, per cui, a forza di lavoretti riuscivo sempre a comprarne quanto bastava per accudire i miei gattini. Tra l’altro erano i tempi in cui ancora si pensava che ai gatti il latte non facesse male, per cui un piattino con la zuppetta di pane raffermo c’era sempre. Anche per la gioia delle formiche.
Ero molto orgogliosa del lavoro che mi permetteva di nutrire tutti quei gatti.
Mi sentivo nel giusto e mi piaceva raccontare quello che facevo per sentirmi dire quanto ero brava.
Invece c’era gente che non lo apprezzava affatto.
La vicina del salice piangente, per esempio. Quella che non poteva sopportare che le fronde andassero a cadere dentro il suo spicchietto di terra.
A lei i gatti davano fastidio.
Perché sporcavano, perché portavano malattie, perché attiravano le formiche, perché il cibo puzzava. Perché perché.
Stava sempre lì a brontolare e a dire frasette un po’ sottovoce un po’ no, del tipo, vedrai che gli fo un giorno o l’altro a quei gatti.
La mattina passava il bussino giallo che ci portava a scuola. Sopra, insieme all’autista, c’era una signorina antipatica che assomigliava a Lucio Battisti.
Un giorno, mentre aspettavo il bussino giallo sotto casa, vidi che il gatto grosso, quello a macchie bianche e nere, era a terra rigido.
Non è possibile, pensai.
Lo presi in collo. Non si muoveva, era duro come uno stoccafisso.
Cominciai a piangere e decisi che non sarei andata a scuola. Dovevo controllare la situazione dei gatti, cercare di capire che cosa fosse successo.
Arrivò il pulmino e io ero lì con il gatto rigido che tenevo per la coda e piangevo.
La signorina mi disse di salire, ma io non volevo.
Dicevo, mi hanno ammazzato il gatto, non lo vede, mi hanno ammazzato il gatto.
Sul dopo i ricordi si fanno un po’ confusi.
Spuntò un sacco nero per l’immondizia e qualcuno mi disse che ci avrei dovuto mettere dentro il gatto.
Ma io volevo fare una buca in terra e metterci sopra una piccola croce per ricordarlo.
Non ricordo se scesero giù mamma e babbo a risolvere la situazione.
È probabile che furono proprio loro a farmi buttare via il gatto e a farmi andare a scuola.
Così tra le lacrime fui costretta a salire sul bussino giallo insieme agli altri bambini, mentre la signorina antipatica si lamentava che avevo fatto perdere tempo a tutti e ora eravamo in ritardo.
Non riuscivo a capire il perché, ma intuivo che i gatti ti fanno restare da sola e fanno anche arrabbiare le persone. Come la vicina che chissà se era stata lei, poi, a mettere il veleno.


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Venezia e la cena dei cartocci

In un’estate delle scuole medie, quando eravamo tornati dal mare e potevo finalmente passare i pomeriggi a giocare con gli amici di Campolungo, babbo e mamma se ne vennero fuori con la novità che avremmo trascorso qualche giorno a Venezia. 

  • Io non vengo, dissi. 

Babbo cercò di convincermi elencandomi le cose belle che avremmo visto a Venezia, ma io continuavo a dire che a me di vedere Venezia non me ne importava proprio nulla e volevo continuare a giocare con i miei amici. 

Si partì una mattina con la roulotte, alla volta di Mestre, dove sembrava ci fosse un campeggio. 

Lo trovammo e rimanemmo subito delusi. Primo, era attaccato all’autostrada e sai la notte, disse babbo, come avremmo dormito con il rumore di tutte quelle macchine, secondo, aveva pochi alberi, dei pioppetti ancora giovani, stenterelli, che non facevano ombra nemmeno a una formica.

Prendemmo una piazzola e ci sistemammo.

  • Tanto staremo tutto il giorno fuori, disse babbo, che ci importa di com’è il campeggio.

Semmai c’era il discorso della notte, così vicini all’autostrada e con tutte quelle macchine che passavano. 

La prima notte dormii benissimo. 

Di macchine, a dire il vero, non ne passavano tante, ma a me quel rumore, scoprii, mi cullava.

Dal finestrino, prima di addormentarmi, vedevo le luci giallo triste che lampioni altissimi proiettavano sul cavalcavia e in quel deserto di pioppi stentati, autostrade e lampioni io mi sentivo a casa. 

La sera tornavamo stanchi morti e con i piedi doloranti per le camminate e non vedevo l’ora di rifugiarmi nel mio deserto metropolitano di periferia, protetta dalle luci giallo triste e cullata dal rumore dei motori.

La mattina prendevamo il bus per piazzale Roma. 

In San Marco comprammo il granturco e babbo ci fece le foto mentre venivamo assalite da stormi di piccioni affamati. 

Una volta prendemmo un taxi, cioè un motoscafo, per andare chissà dove, forse a Murano a vedere la lavorazione del vetro.

Visitammo la basilica, il teatro della Fenice, e chissà quante altre cose che ho dimenticato per poi recuperarle negli anni della maturità, quando Venezia era diventato un posto vicino. 

Scoprimmo la pizza surgelata servita in ristoranti da turisti, un tondino di pasta con un po’ di pomodoro e briciole di mozzarella o qualcosa di simile che costava una sassata. 

Una sera successe un fatto strano. Prima di andare a cena in qualche ristorante, per poi tornare al camping col bus, babbo cominciò a rovistare nelle tasche dei pantaloni con aria preoccupata. Poi prese a confabulare con mamma, che cominciò anche lei a cercare qualcosa nella borsa.

  • Bambine, disse mamma, babbo ha dimenticato il portafogli in roulotte e siamo senza soldi. Io non li ho presi pensando che tanto li aveva lui.

Cerca cerca però intanto babbo qualche spicciolo l’aveva trovato. Ci riducemmo così a comprare qualcosa al volo in un negozio di alimentari. Un sacchetto di gioppini, un cartoccio di affettati. Per bere c’era una fontanina.

Ci sistemammo su una sporgenza in pietra sulla fiancata di una chiesa e mangiammo così, come veniva.

Babbo diceva, ora la gente ci prenderà per dei morti di fame.

E io non lo so se è la memoria che attorciglia e poi scioglie i ricordi. Ma mi pare di sentire ancora il sapore di quei gioppini e della fetta di prosciutto cotto in cui li avvolgevamo. 

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Rovigo, Stazione di Rovigo

Parecchi anni fa, un po’ prima del Duemila, feci delle sostituzioni estive a Rovigo. Si trattava di lavorare per tre mesi, seguendo la cronaca nera e la giudiziaria, mentre i colleghi a turno andavano in ferie. Avevo un giorno libero alla settimana, ed era sempre e solo la domenica. Una volta, giunta quasi alla fine del percorso travagliato per la preparazione della mia tesi di laurea, sarei dovuta andare a Firenze a definire gli ultimi particolari con il relatore, ma non ci fu verso di avere un giorno libero infrasettimanale.

Chiesi a mamma di andare lei al posto mio per farsi dare istruzioni e spiegare la situazione al prof.    

Lui commentò, “ma in che razza di posto lavora sua figlia?”.

Insomma, a parte questo in generale andava tutto bene. Ormai avevo costruito legami con i colleghi, anche di altre testate, e con le forze dell’ordine. Per cui alla fine i tre mesi passavano veloci, tra l’afa appiccicosa e le zanzare grandi come elicotteri.

Però quando arrivavo alla fine avevo solo voglia di tornare a casa. 

Un anno, il penultimo, stavo in una casetta minuscola, una stanzina sottotetto di una ventina di metri quadri con un divano letto, un armadio cucina e un bagnetto. La sera prima dell’ultimo giorno di lavoro avevo messo alcuni panni a rinvenire in un secchio con acqua e sapone all’interno della doccia. Mentre finivo di sistemare le mie cose mi chiamò un amico, uno con cui facevamo sempre lunghe telefonate.

Chiacchiera chiacchiera, mi ricordai che dovevo sciacquare i panni per averli asciutti il giorno dopo, per cui, con il telefono tra l’orecchio e la spalla, mi piegai sul secchio. 

Purtroppo il telefono mi scivolò e ci finì dentro. Lo ripresi subito e lo aprii, era uno di quei vecchi Motorola con lo sportellino, ma non dava segni di vita. Tentai di asciugarlo in ogni modo ma non c’era nulla da fare, non funzionava più. 

Questa non ci voleva proprio. Comunque, il giorno dopo era l’ultimo in cui avrei lavorato e me la sarei potuta prendere un po’ più calma. 

La mattina uscii prima del solito per andare in un negozio di elettrodomestici. Un commesso prese il telefono, lo aprì, lo guardò e scosse la testa.     

“Ci spero poco – disse – lei ha provato con il phon?”.

No, non avevo provato.

“Comunque me lo lasci, vedrò che si può fare. Ma sarebbe un miracolo… Ripassi nel pomeriggio”.

Andai in redazione pronta ad affrontare il mio ultimo giro di nera e l’ultima visita in tribunale, con la mente già predisposta verso il ritorno a casa in Toscana e alle mie vacanze.

Non appena oltrepassai la porta, sentii che l’aria non era quella sonnacchiosa di sempre. Il vice capo servizio, agitatissimo, quasi mi piombò addosso.

“Ma dove eri finita, è un’ora che ti chiamo…”

“Mi si è ro…”

“Chiama subito il fotografo e fila. C’è un treno fermo in mezzo ai campi. Corri!”

“Ma come…”

“Vai!”

Nell’ufficio del capo della Squadra Mobile, in Questura, c’era un quadretto con incorniciata una poesia dedicata alla stazione di Rovigo, descritta come una virgola, una lettera cancellata. Se quella era la stazione, figuriamoci un binario in mezzo a una distesa di campi di barbabietole da zucchero o di mais. 

Fermammo l’auto nel posto più vicino possibile ai vagoni fermi, dove c’erano già un sacco di persone. Qualche collega della carta stampata e della tv, con fotografi e operatori. Forze dell’ordine, addetti delle ferrovie, amministratori pubblici.

Non era un incidente. Non era stato messo sotto nessuno, né essere umano né animale. Era probabilmente solo un guasto, al locomotore o alla linea. Ma per il Polesine, una striscia di terra racchiusa tra l’Adige e il Po, quella era la notizia del giorno.

Al giornale erano in fibrillazione. Volevano sapere che cosa era successo, perché il treno si era fermato, quando sarebbe ripartito. Come stavano i passeggeri, che cosa pensavano.

“Intervistali!” gridava il vice capo al telefono del fotografo. 

Il guasto del mio cellulare contribuiva a complicare la situazione. Ogni chiamata convergeva sul fotografo, costretto ogni volta a passarmi il suo apparecchio. Limitava anche i nostri movimenti. Se mi allontanavo troppo da lui per girare intorno ai vagoni, alla prima chiamata della redazione doveva cercarmi e raggiungermi per passarmi il telefono.

Non era successo niente di grave, ma tutto, dal treno bloccato nel nulla al mio telefono morto, era talmente impallato da restarmi nella memoria come una delle situazioni più disagiate e snervanti vissute nel mio lavoro.

Alla fine il treno ripartì e noi potemmo tornare a Rovigo. Un salto a casa per un pranzo veloce e poi in redazione. 

Intanto i colleghi avevano saputo della disavventura del mio cellulare e ognuno diceva la sua. Per lo più erano concordi nel prevedere che non si sarebbe potuto recuperare.

Appena scoccarono le quattro corsi al negozio di elettrodomestici per il verdetto. 

“Un miracolo, guardi… non ce lo spieghiamo nemmeno noi”.

Insomma, il telefono si era ripreso e aveva ricominciato a funzionare, che fosse merito del phon o del fatto che il salto in acqua era stato veramente breve. O anche della bravura dei tecnici del negozio.

In ogni caso li ringraziai tantissimo. Tornai in ufficio, finii di scrivere i miei pezzi.

Finalmente arrivò il momento di chiudere il computer per l’ultima volta, di salutare tutti e schizzare verso la casa minuscola, dove avrei dormito per l’ultima notte prima di tornare nella mia casa vera.

***

“… Rovigo non si distingueva per nulla di particolare era
un capolavoro di mediocrità strade diritte case non belle
soltanto prima o dopo la città (secondo la direzione del treno)
spuntava all’improvviso dalla piana di un monte – solcato da una cava rossa
simile a un prosciutto della festa guarnito di cavolo crespo
oltre a ciò nulla che allietasse attristasse attirasse lo sguardo
Eppure era un città in carne e pietra – come tante
una città dove qualcuno ieri è morto qualcuno è impazzito
qualcuno disperatamente per tutta la notte ha tossito
AL SUONO DI QUALI CAMPANE COMPARI ROVIGO
Ridotta a una stazione a una virgola a una lettera cancellata
nulla soltanto una stazione – “arrivi” – “partenze”
e perché penso a te Rovigo Rovigo”.

Zbigniew Herbert, Rovigo

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Il delitto del Central Park

Una giovane donna corre in Central Park. Quando arriva vicina ad Harlem, nella parte nord est del parco, viene aggredita da un gruppo di teen agers che la prendono a sassate, la picchiano, la accoltellano e la lasciano agonizzante in un fosso quasi dissanguata. Il suo corpo rimarrà a terra finché qualcuno, passando di lì, non lo vedrà e chiamerà i soccorsi. La donna sarà ricoverata in ospedale, rimanendo in coma per 12 giorni. 

Questa notizia mi si è conficcata dentro e ogni volta che penso a Central Park l’episodio si sovrappone a tutte le cose belle lette nei libri e viste nei film.

Quando, con la scuola, andammo a visitare il museo della televisione, The Paley Center for Media, sulla 52esima, dopo il giro di rito ci offrirono la possibilità di accedere agli archivi. Ognuno avrebbe potuto scegliere l’avvenimento che gli interessava e vedere il materiale che lo riguardava.

Io chiesi il materiale sull’aggressione di Central Park. Ricordo che c’era addirittura una specie di quadretto appeso alla parete che raffigurava come una mappa con tanto di disegni le varie fasi dell’aggressione. Devo avere ancora la foto da qualche parte.

Carmen scelse l’omicidio di John Lennon, anche quello avvenuto vicino al Central Park, sotto il Dakota Building, dove viveva con Yoko Hono. Passammo anche dallo Strawberry Fields, il Memorial inaugurato alla fine del 1985 in Central Park, poco distante da dove John Lennon fu ucciso l’8 dicembre 1980.

Nel 1993 Josie Barnard, nella sua guida per donne in viaggio a New York, scrive a proposito di Central Park: “Nel 1876 la rivista Harper’s scrisse che emanava ‘un’atmosfera e un gusto magici’. I suoi creatori, Olmsted e Vaux, volevano che contribuisse alla ‘più grande felicità di chiunque… ricco o povero, giovane o vecchio, ebreo o gentile’. Oggi compare regolarmente nella cronaca nera per stupri di gruppo e delitti efferati”.

Il caso della jogger di Central Park è del 19 aprile 1989. Trisha Meili, che fu data per morta, è invece sopravvissuta all’inferno che visse quella sera mentre faceva la sua corsetta serale. Da allora, da economista di belle speranze si è trasformata in una speaker motivazionale e lavora con le vittime di aggressioni sessuali al Mount Sinai. Continua a soffrire di amnesie e altri postumi dopo l’aggressione. Nel 2003 ha pubblicato un libro, I am the Central Park Jogger. Quel giorno di tanti anni fa le vittime di violenza furono moltissime con una trentina di giovani scatenati in un’apoteosi di aggressioni, attacchi e rapine nella zona più a nord del parco. 

Con Liz mi trovavo bene anche se non era facile intendersi a causa del mio blocco nel capire la parlata e nell’esprimermi. Quello era lo scopo del viaggio. Dopo tanto studio, avrei finalmente potuto sciogliermi e rendere viva la lingua che avevo studiato.

Quando me la trovai davanti, fuori dalla porta di legno color avorio del suo appartamento, rimasi sorpresa. Al telefono avevo pensato a una signora di mezza età o più, del tipo professoressa. Un po’ seria e anche rigida. 

Invece mi trovai di fronte a questa biondina dai capelli corti, taglio sbarazzino, bocca grande, gran sorriso, alta qualche centimetro in meno di me.

Il suo modo di fare era spiccio e diretto. Non mi nascondeva il suo fastidio per la mia difficoltà di espressione ma era anche collaborativa, e faceva in modo di spiegarmi le cose. 

Appena arrivata, vista l’ora, mi spedì a dormire. Il giorno dopo avremmo parlato. Mi mostrò quindi gli spazi della casa a mio uso e quelli comuni e mi fece vedere dove avrei potuto mettere le mie cose in frigo. Qualche tempo prima aveva ospitato un altro italiano, un ragazzo, che pare si allargasse un po’. “Mi chiedeva sempre il mio deodorante! – mi disse una volta – e io gli spiegavo che non potevo prestarglielo. Ma lui ogni volta insisteva”.

Non capii dove fosse il problema finché non andai in uno di quei mega negozi di profumeria, integratori e varie, a cercarne uno per me. All’epoca usavo il Breeze, con la confezione che si premeva verso l’ascella senza bisogno di venire a contatto con la pelle. Non ci fu verso di trovarne uno simile, erano tutti roll-on. Quella sembrava l’unica possibilità con cui intendevano il deodorante a New York

Ecco perché la richiesta dell’italiano era così fuori luogo.  

(6 – continua)

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All’ombra delle Due Torri

Prima di partire cerco di prepararmi al meglio. In libreria trovo un libro di Josie Barnard, “New York, una guida per donne in viaggio”. Titolo originale: Virago Woman’s Guide to New York. 

Lo leggevo a casa prima di addormentarmi. Una sera lessi il capitolo dedicato ai consigli su che cosa fare e a chi rivolgersi in caso di violenza sessuale. Devo ammettere che questa cosa mi mise un po’ di apprensione. Dovetti parlarne con qualcuno perché ricordo un tizio, una specie di guru motivazionale con il quale avevo fatto un seminario, che mi disse. “Sapete che dovete fare se qualcuno cerca di violentarvi? Ditegli: vieni qua che ti faccio un pompino. È l’unico modo per farli scappare”.

A parte il fatto che con il mio inglese tirar fuori una frase del genere nel corso di un tentativo di violenza sarebbe stato impossibile. Se poi l’aggressore fosse stato tedesco, olandese, indiano o cinese non avrei saputo proprio come dirlo. In ogni caso all’epoca ero timidissima e complessata, anche se sembravo pronta a spaccare il mondo. Quindi feci quello che facevo di solito in occasioni simili. In risposta alla frase del guru rimasi in silenzio e la mia faccia divenne paonazza. 

Se penso alla faccia che dovevo avere mentre girellavo spensierata per le strade di Manhattan, credo che oggi mi verrebbe voglia di prendermi a schiaffi. In foto mi vedo carina, con il mio visetto magro e sorridente, incorniciato dai capelli ricci e rossi. 

Sono sicura di aver avuto stampata in faccia un’espressione trasognata e assurdamente felice. E insopportabile. Camminavo felice, osservavo curiosa, sorridevo a tutti, ringraziavo, sperimentavo il mio inglese, scoprivo nuovi negozietti con vestiti fantastici a prezzi stracciati. Ero a tre metri da terra, minimo. 

Eccetto i pusher che ogni tanto mi si avvicinavano mentre ero intenta a scrutare una vetrina e mugugnavano frasi incomprensibili, che non capivo nemmeno se fossero rivolte proprio a me, riscontravo la stessa attitudine anche nei volti di chi incrociavo, o nei commessi dei negozi. Sorridi e il mondo ti sorriderà.

Solo un giorno, curiosando fra le casse di frutta e verdura di un negozietto vicino casa, mi incrociai con una tipa che voleva passare dal piccolo corridoio in cui ero io. Ne nacque il solito balletto, avanti io, indietro lei, vado a destra, no a sinistra. Una cosa che mi fece ridere e che avrei trovato divertente. Se non fossi stata gelata da lei con un “allora, ti vuoi decidere o no?” detto con un tono tanto glaciale e sgarbato che ancora oggi lo ricordo. 

Ricordo soprattutto il senso di disagio di essermi trovata lì sorridente come una scema.

A pensarci bene, nemmeno il mio primo incontro con la metropolitana fu il massimo della gentilezza. Arrivai di buon’ora pronta a cambiare un po’ di linee per arrivare fin sotto alle Torri Gemelle dove ci sarebbe stato il primo incontro della scuola. Lì ci saremmo presentati uno ad uno, avremmo risposto a un questionario e ci avrebbero assegnato la classe dopo aver stabilito quale fosse il livello della nostra lingua.

In linea d’aria era piuttosto vicino all’appartamento sulla First Avenue dove vivevo in quei giorni con Liz, ma attraversare l’isola in direzione orizzontale era un po’ complicato. Sicuramente lo era meno che andare a piedi nel mio primo giorno a New York con un appuntamento e un orario preciso da rispettare, secondo Liz. Il primo scoglio lo trovai alla biglietteria dove chiesi venti token (le monetine di metallo bucate che allora erano i gettoni della metro) con un foglio da 100 dollari. La donna di colore di là dal vetro mi disse. No. Cercai di capire perché. Lei continuava a dire No. Mentre dietro di me la fila si allungava. Non poteva nemmeno spicciarmi il foglio. No. Finché per mia fortuna un gentile signore, compresa la situazione, mi dette dei fogli cambiandomi i 100. Oddio, ma che gente gentile che c’è a New York! Wow! Come sono fortunata…

Così rinfrancata misi il mio primo token nell’apposita fessura e mi inoltrai nel groviglio del trasporto sotterraneo di New York, armata di cartina e del foglio di istruzioni scritto da Liz. 

Il World Trade Center fu il primo vero monumento di New York che mi trovai davanti, in una fresca mattina di fine febbraio. Non ci salii mai. Anzi, mi irritavo quando qualcuno mi consigliava di andare a cena al ristorante in cima a una delle due torri per vedere il panorama di New York dall’alto. È imperdibile, dicevano. A me sembrava una cosa banale, scontata, da turisti in gita organizzata. Ma dalla strada, in quella mattina tersa in cui passai qualche ora seduta all’aperto nell’attesa del mio turno sotto ai due mostri, non posso negare che faceva un certo effetto vedere tutto quel vetro e quel cristallo brillare contro il cielo azzurro.   

Cinque anni e mezzo dopo, quando ci furono i fatti dell’11 settembre, babbo mi chiese se fossi salita sulle torri gemelle, con il tono orgoglioso di chi può dire mia figlia c’è stata.

No, babbo. Non ci sono mai salita. Però ci ho girellato sotto con il naso all’insù.

(5 – continua)

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Sulle tracce del giovane Holden

New York per me rappresentava a quel tempo tutto quello che uno poteva voler fare o desiderare nella vita. Una città dove si concentrava una sintesi del mondo. Il posto in cui tutto accadeva e dove volevo essere perché le cose non accadessero senza di me.

Il fatto che lo skyline fosse visto e rivisto o che ogni strada raccontasse la scena di un film o la pagina di un romanzo mi sembrava, più che un ripercorrere situazioni già vissute da altri, la possibilità infinita, aperta e sorprendente di viverne di mie. A New York anche una banale passeggiata aveva il sapore di un film. O quantomeno lo scenario. Il giorno che attraversai Central Park per la prima volta quasi mi scoppiava il cuore dall’emozione. Avrei voluto che le persone a me care fossero con me o mi potessero vedere, proprio me, camminare in quel posto. Ero ancora nel parco quando trovai una cabina telefonica e chiamai a casa. Rispose babbo. “Sono a Central Park” gli dissi, con la voglia di condividere tutta quella gioia che mi esplodeva nel petto.

Non è stato facile negli anni spiegare la mia passione viscerale per New York. Molti amici la interpretavano in modo ideologico, prendendo a pretesto la politica imperialista americana o stupidaggini simili. Non per l’imperialismo in sé, ma per il legame che poteva avere con il mio amore per questa città. Nullo. Per qualcuno invece amare New York voleva dire approvare in toto tutto quello che la politica americana aveva fatto negli anni. Come se andare in vacanza in Thailandia giustificasse in automatico la prostituzione minorile. 

A dirla tutta, alla me di allora della politica americana non importava proprio niente. Per me New York era soprattutto passeggiare sulle strade dove era stato Holden Caulfield e insieme a lui tanti altri personaggi di quei romanzi che avevo divorato e che avrei continuato a leggere anche dopo, sempre affamata di quelle vie e dei loro incroci numerati. 

Un giorno con Carmen entrammo nella libreria Barnes & Noble sulla Quinta strada. Era un negozio enorme, dagli spazi ampi e il soffitto altissimo. Sulla destra c’erano degli armadietti di metallo grigio scuro dove lasciare le borse, come in biblioteca o al museo.

Mentre aspettavamo il nostro turno, uno dei ragazzi che ci precedeva si allontanò lasciando un libro sul bancone. Era un’edizione tutta stropicciata di The Catcher in The Rye che, appoggiata sul margine del tavolo, mi cadde proprio sui piedi. Non l’avevo persa di vista un attimo e, non appena lui se ne andò, pensai di poter prendere io quel libro. “Ferma, che fai?” mi disse Carmen. “È un furto”.

Non ci fu verso di convincerla. E a malincuore dovetti riporre il libro sul bancone. Probabile che qualcun altro lo avrà preso dopo di me. Magari era un primo vagito del book crossing che si sarebbe diffuso negli anni successivi, con i libri abbandonati sulle panchine dei parchi o in altri posti, a disposizione degli sconosciuti. Quale furto… Era semmai un segno del destino.

La mattina mi alzo prima delle sette. Scendo dal letto di Liz, due materassi e quattro cuscini, mentre lei dorme sul divano in salotto, ed entro in bagno. Sanitari e piastrelle sembrano quelli degli anni Cinquanta, che dovrebbe essere il periodo di costruzione di quegli edifici. Nella doccia, sopra alla vasca da bagno in spessa ceramica color avorio, c’è una radio resistente all’acqua. È una stanza simpatica. 

Mi vesto pescando gli abiti dalle valigie aperte sul pavimento della camera. Sono magrissima. Indosso delle gonnelline Sisley o Benetton che oggi mi starebbero giusto a un ginocchio. Il pezzo forte è quella in velluto blu a coste grosse. 

La colazione è compresa nel prezzo della stanza. In cucina apro il frigo e prendo il latte. Sugli scaffali ci sono i cereali. 

“Non si mangiano così” mi dice Liz. “Troppo latte. Devono rimanere più croccanti”.

Rispondo ridendo. Il mio inglese non è abbastanza fluido per spiegare le ragioni per cui a me piacciono così. Mi pare strano però che nel paese delle libertà uno non possa nemmeno mangiare i corn flakes come preferisce. Pare che Liz abbia le idee molto chiare, almeno nel settore dei corn flakes.

Liz la mattina va alle Nazioni Unite, poco lontano da casa. Il pomeriggio poi è in un ufficio Uptown. Non ho mai capito in realtà che cosa consistesse il suo lavoro. 

Qualche volta usciamo insieme e camminiamo per alcuni isolati lungo la First Avenue. Poi io giro sulla ventisettesima e Liz prosegue dritto. Non ci metto molto ad arrivare sulla Quinta dove c’è la mia scuola. Vado a piedi anche se potrei prendere un bus. Ma è sempre la solita storia. Voglio annusare quest’aria, voglio guardare ogni portone, ogni negozio, ogni manifesto, ogni persona che incrocio sulla mia strada. Voglio riempirmi gli occhi di qualsiasi cosa faccia parte di New York.

La scuola è al terzo piano di un edificio massiccio. Le lezioni iniziano alle 9.30 e finiscono alle 12.30, con un intervallo di dieci minuti intorno alle 10.30. C’è anche una saletta per i fumatori. Nell’intervallo non si vede da qui a lì.

Da poco a New York hanno vietato il fumo nei locali pubblici. Ecco perché appena arrivata ho visto tanta gente con la sigaretta accesa per strada, ferma o mentre camminava. Non si può fumare nemmeno nei ristoranti, eccetto vicino al bancone del bar. 

Una sera in un ristorante ho acceso la sigaretta appena seduta al tavolo. “Per favore la spenga” mi ha detto il cameriere. “Ma vedo che altri fumano”. “Le ho detto la spenga, per favore”. Non mi ha portato nemmeno un posacenere. Ho dovuto spengerla per terra, schiacciandola con la scarpa. In compenso sul tavolo non manca mai il bicchierone di acqua e ghiaccio omaggio della casa.

(4 – continua)

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Il gioco della memoria

Con il tempo la memoria evapora, scompare o si trasforma. Rivangando vecchi ricordi con gli amici con i quali li ho condivisi scopro come ognuno conservi una parte di quanto avvenuto, la sua parte, che non coincide del tutto con la mia. C’è sempre un particolare che sfugge, nella loro mente o nella mia, rimanendo sospeso nel dubbio che sia veramente accaduto o no. A volte i loro ricordi arricchiscono i miei, completandoli. Altre volte portano volti nuovi o situazioni che in me non hanno lasciato alcuna traccia.

È un gioco che mi piace fare negli ultimi tempi. Sono cose che si fanno a una certa età, non c’è ragione di farle quando si pensa alla vita come a un domani infinito. Ma a un certo punto accade, e ci si mette a guardarsi indietro nel tentativo di riconoscere la strada che abbiamo percorso e di fissare la nostra identità. Forse anche solo per convincersi di aver lasciato, se non negli altri, una testimonianza almeno per noi stessi.

Qualcuno deve aver detto che le esperienze che viviamo ci si stampano dentro, così come i libri che leggiamo, i film che guardiamo, le canzoni che ascoltiamo. E forse anche le persone che incontriamo, che amiamo o che odiamo. Ogni cosa lascia dentro di noi un pezzettino di sé che contribuisce, granello su granello, alla formazione della nostra complessa personalità, con il groviglio di pensieri, atteggiamenti, gusti e idiosincrasie che la caratterizza.

Se esiste questo qualcuno, io sono d’accordo con lui. O con lei.

Mentre cerco di rivivere nella memoria i particolari di un viaggio di ventiquattro anni fa, sono bloccata in casa, nel chiuso della mia stanza, durante la pandemia di Coronavirus del marzo 2020. Oggi, a quasi 57 anni, ammetto che non mi pesa tantissimo l’inazione. Posso leggere, scrivere, meditare, cucinare e fare addirittura due passi nella campagna fuori casa.

Se una cosa del genere fosse accaduta nel 1996, alla me stessa di allora, sarei sicuramente impazzita. 

All’epoca ero una ragazza che azzannava la vita, affrontandola di petto, mossa da una tensione continua che mi spingeva alla ricerca perpetua di stimoli e novità per nutrire un’anima ribelle e anche, ora posso dirlo, un po’ ossessiva.

L’entusiasmo assoluto dei miei giorni newyorchesi oggi mi appare come una sorta di bulimia, un’incapacità di fermarmi, di stare nel silenzio, sola con me stessa, mangiata com’ero fino all’osso dalla smania di scoprire, fare, vedere cose nuove e conoscere nuove persone.

Una delle sensazioni che ricordo della me di quegli anni è la paura di non esserci. La paura che le cose avvenissero senza di me. Questa cosa la avevo fin da piccola. Quando i miei genitori organizzavano delle cene, cosa che in genere avveniva per l’ultimo dell’anno, e invitavano i loro amici, io non volevo mai andare a letto. Non sopportavo l’idea che venissero dette cose che io non avrei potuto ascoltare. Questo creava un vuoto doloroso dentro di me e lo dovevo riempire subito, puntando i piedi per rimanere sveglia. Certe volte ho dovuto far finta di andare a letto, per poi rimanere a origliare gli ospiti dietro la porta della mia cameretta, finché anche l’ultimo non era andato via. 

Nelle foto che ancora oggi riposano in qualche cassetto mi si può vedere, a cinque-sei anni, con i capelli corti corti e gli occhietti tondi, eternamente svegli e attenti.

Oggi, nel tempo sospeso che viviamo, un tempo in cui ci invitano a stare in casa il più possibile per cercare di rallentare la propagazione del contagio, mi sembra abbia un senso rifugiarmi nel ricordo del periodo più movimentato e avventuroso della mia vita, potrei dire anche agitato, quello di cui fanno parte le mie settimane a New York.

L’idea in realtà mi è venuta leggendo un libro di Siri Hustvedt, “Ricordi del futuro”, in cui l’autrice, ormai adulta e impegnata nel trasloco della madre in una casa di cura, ritrova il quaderno Mead che aveva scritto durante l’anno sabbatico che si prese prima dell’università, in cui si trasferì dal Minnesota a New York in cerca di avventure da scrivere in un romanzo.    

Qualche tempo fa l’ho ritrovato anche io il quadernetto del mio viaggio a New York. È piccolo, quadrato e foderato di una stoffa di vellutino rosso a fiorellini. Me lo aveva regalato Meredith, la mia amica americana, una delle insegnanti di quel famoso corso di inglese a Treviso. In questi giorni ho provato a ricercarlo senza successo. Sicuramente prima che finisca di scrivere questa storia salterà fuori. Non sarà dettagliato e ricco di spunti di scrittura come quello della scrittrice americana, ma come aiuto per la memoria andrà benissimo. Sempre che ricompaia.

(3 – continua)

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