La volta che sono stata intervistata io…

Qualche tempo fa sono stata contattata, su Linkedin (cosa piuttosto particolare), da un docente colligiano che mi chiedeva notizie di Giulia Sarno, alias di Giuliana Rosso, la mia cara amica Signora Giuliana. Il docente, Enzo Linari, mi confidava la sua intenzione di aprire un blog dedicato al romanzo giallo e, avendo trovato in rete un mio articolo sulla scrittrice di Gialli per Ragazzi Mondadori, la Signora Giuliana appunto, voleva qualche aggiornamento su di lei.

In particolare aveva scritto due post sulla sua attività e voleva verificarne la correttezza. Li ho inviati direttamente a lei (che all’epoca soggiornava in un albergo di montagna del Bellunese, dopo aver subito un’operazione di protesi all’anca alla veneranda età di 94 anni) grazie alla collaborazione della gentile receptionist a cui ho inviato i testi via email e che ha stampato per la signora, che ci ha risparmiato una procedura più complicata via posta ordinaria.

Dopo questo scambio, il blogger mi ha chiesto un’intervista perché raccontassi come avevo riscoperto la Signora Giuliana che all’epoca, nel 2012, viveva tranquillamente a Belluno dove nessuno conosceva la sua passata attività di giallista per ragazzi.

Ecco che, dopo una vita di interviste fatte ad altri, mi sono ritrovata a mia volta intervistata. E devo ammettere che non è stato proprio sgradevole…

(di seguito il blog “Tutto tranne che” di Enzo Linari con la mia intervista e tanti altri post dedicati a scrittori di gialli).

Intervista a Simona Pacini

Posted on August 24, 2024 by enzolinari

Simona Pacini è la giornalista colligiana che mi ha aggiornato sulla situazione attuale della scrittrice Giulia Sarno, che lei stessa aveva riportato all’attenzione dei lettori con un articolo del 2012 pubblicato su “Il Gazzettino”. Ai ringraziamenti per la preziosa collaborazione si aggiungono ora quelli per aver accettato di farsi intervistare su questo blog.

Anzitutto volevo chiederti cosa facevi nel 2012 a Belluno e in quali circostanze hai conosciuto la giallista Giulia Sarno. Come l’hai “scoperta”?

“È stata una serie di fortunate coincidenze. La signora Giuliana Rosso (questo è il suo vero nome) ha un appartamento nel condominio in cui ho vissuto anche io a Belluno, dove mi ero trasferita per lavorare nella redazione locale di un quotidiano regionale. La conobbi un giorno in ascensore e ci mettemmo a parlare. Lei sentì che ero toscana e mi raccontò di aver vissuto a Siena. Fui molto contenta di averla conosciuta. La socievolezza non era proprio di casa in quel condominio. Poi accadde che durante un giorno di riposo dal lavoro, era un 14 febbraio, San Valentino, feci dei dolcetti a forma di cuore e per non mangiarli tutti io decisi di regalarli ad alcuni vicini. Così, quando fu il suo turno, mi invitò ad entrare e ci mettemmo a parlare. Fu così che scoprii che tanti anni prima era stata una scrittrice importante nella narrativa gialla per ragazzi”.

Conoscevi già i suoi racconti?

“No, anche se da ragazzina ero una lettrice di Gialli Mondadori per ragazzi, e la mia eroina era Nancy Drew. Ammetto però di avere conosciuto soltanto quelli tradotti da autori stranieri. Ma non so dire il perché”.

Come è andata poi con lei?

“Essendo giornalista, avevo intravisto una storia bellissima da raccontare. Per i lettori del giornale era una notizia interessante il fatto che a Belluno viveva, praticamente in incognito, una autrice dei Gialli Mondadori. Lei però era un po’ titubante. Alla mia richiesta di farle un’intervista rispose che non voleva mettersi troppo in mostra con le sue amiche del posto e che avrebbe accettato solo per aiutarmi professionalmente. Belluno è un capoluogo di provincia grande come Poggibonsi, per numero di abitanti. È un posto molto chiuso e il pettegolezzo è obbligatorio. La signora Giuliana, come la chiamiamo io e i miei amici, aveva già sperimentato la cattiveria delle persone a lei più vicine, che mettevano in dubbio il suo passato di scrittrice per non darle soddisfazione. Per cui temeva che addirittura un’intervista sul più importante quotidiano cittadino l’avrebbe riportata in modo sgradevole sotto i riflettori”.

La Sarno ha parlato con te delle storie gialle, sue o di altri?

“In quel periodo tenevo dei piccoli corsi di scrittura creativa nel tinello di casa per pochi amici. Ogni tanto invitavo alcuni scrittori del posto, più scrittrici a dire il vero, per farli conoscere ai miei allievi. La signora Giuliana, così la chiamiamo in quel gruppetto, è diventata ben presto l’ospite d’onore. Ogni conversazione a cui si è prestata è sempre stata fonte di grande interesse. Sia che parlasse della struttura narrativa in tre atti di Aristotele, sia che approfondisse le differenze tra il giallo e il noir. È una donna di grande cultura, in grado di parlare di tantissimi argomenti da un punto di vista originale. Riguardo alle sue storie ogni tanto usciva un aneddoto simpatico. Una volta ci raccontò di quando era in vacanza al mare con i nipoti e fu chiamata al telefono da Mondadori perché volevano sapere il titolo della storia che stava ancora scrivendo. In quel momento arrivò la nipotina, che si scoprì il collo e le disse: ‘Guarda, il segno della medusa!’. Lei non perse tempo, riferì all’editore proprio quel titolo. Poi però dovette cambiare un po’ la storia, che mi pare si svolgesse in Sardegna, per poterlo giustificare”.

Ho visto che ti sei interessata alla storia ambientata a Belluno…


“L’Uomo Pietrificato, sì. È ispirato alla figura di Girolamo Segato, naturalista ed egittologo bellunese che aveva scoperto il segreto della mummificazione e che è sepolto tra i grandi nella chiesa di Santa Croce a Firenze. Un interesse dovuto a un motivo essenzialmente giornalistico, dal momento che lavoravo in una redazione locale e ogni cosa che si scriveva doveva sempre avere legami con il territorio bellunese”.

Tu sei stata a lungo una cronista di nera. Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Oddio, a parte una certa consuetudine nel parlare con chi si occupa di soccorso e con le forze dell’ordine, c’è un aspetto che probabilmente non è molto positivo. Non solo sei sempre a contatto con dolore e sofferenza o sei costretto a scrivere notizie che i diretti interessati non vorrebbero mai vedere pubblicate (soprattutto per quanto riguarda i casi giudiziari), ma c’è anche altro. Quando analizzi le cause di un incidente, anche il più assurdo, ti rendi conto di come spesso basti veramente poco a provocare una tragedia. Un attimo di distrazione, un gesto superficiale. Per tanti anni, specialmente mentre guidavo, ho rivissuto nella mia mente centinaia di dinamiche di cui avevo scritto o che avevo ricostruito nei miei articoli. Per fortuna ora questo non mi accade più…”.

Che cosa pensi dei molti Autori, talvolta anche con relativi personaggi, nati nell’ambito della cronaca nera?

“Mi piacciono molto i podcast di Carlo Lucarelli, in cui ricostruisce storie gialle raccontandole in modo sublime. Tempo fa mi ero appassionata alle storie del Commissario Soneri di Valerio Varesi, giornalista di Parma. C’è questo filone, che funziona sempre, delle indagini accompagnate dalla passione del cibo. Più che dai cronisti di nera, sembrano ispirate dai romanzi di Vàzquez Montalbàn con il suo Pepe Carvalho, e dal commissario Montalbano di Andrea Camilleri. Anche Varesi, ambientando le sue storie a Parma, ci fa venire spesso l’acquolina in bocca. Anzi, non so se qualcuno lo ha già fatto. Sarebbe interessante una lettura trasversale dei gialli attraverso il cibo preferito dai protagonisti”.

Quali sono oggi le tue preferenze nell’ambito molto vasto della letteratura di genere “giallo noir”, ampliando il panorama anche alla fiction televisiva o cinematografica?


“Negli ultimi anni ho spostato i miei interessi più verso i classici e la narrativa, scostandomi un po’ dai romanzi di genere. Con questo non voglio assolutamente dire che non ce ne siano di qualità, sia chiaro. Ma è diverso l’orizzonte della storia, diciamo. In tv trovo molto divertente la serie dedicata a Imma Tataranni e quella di Lolita Lobosco. Tra l’altro quest’ultima l’avevo scoperta tantissimi anni fa, quando per caso acquistai il libro La circonferenza delle arance, di Gabriella Genisi. Molto leggero. Però fu utile una volta che finii sotto i ferri e la mia mamma se lo lesse tutto nelle lunghe ore di attesa in ospedale. Poi ci sono gli irrinunciabili, sia in volume che in tv: Antonio Manzini con Rocco Schiavone e Maurizio De Giovanni con il commissario Ricciardi e l’ispettore Lojacono. L’ultima scoperta è quella della serie con ‘protagonista’ l’ex Cancelliera Angela Merkel. Molto divertente”.

Hai in mente in particolare qualche storia di genere ambientata in Toscana, dato che proprio questo è il tema a cui è dedicato al blog?

“Allora, di primo acchito non posso non nominare Marco Vichi e il suo commissario Bordelli. Una delle storie che più ha lasciato il segno, mi pare che il titolo sia Morte a Firenze, si svolge proprio nei giorni dell’alluvione del ‘66. Poi Rosa Elettrica di Giampaolo Simi, che non so se definire proprio di genere, comunque è molto bello, che in parte si svolge all’Eremo di Camaldoli. Il primo nella mia classifica personale però è Enigma in luogo di mare di Fruttero&Lucentini. Ora ho anche scoperto dove è ambientato, nella pineta di Roccamare a Castiglion della Pescaia, buen retiro di Italo Calvino. Per anni ho pensato che la Gualdana di cui parlano fosse invece a Punta Ala, dove c’è il centro Il Gualdo”.

Infine ti chiederei qualcosa sulle passioni di cui sono al corrente: la cucina, se ben vedo, dove magari ricorri al giallo dello zafferano o degusti la gialla paglierina Vernaccia, e la ricerca storico-memorialistica…

“La cucina è una mia passione fin dalle scuole medie, quando scoprii la magia di mescolare insieme degli ingredienti e ottenere una cosa del tutto diversa, in quel caso un dolce alla frutta. Ho avuto poi un periodo di grande passione per le spezie e la cucina indiana, ma ora che sono tornata in famiglia non posso più sbizzarrirmi perché le ricette asiatiche non vengono apprezzate. Più che sul giallo zafferano, punterei su quello della curcuma e al posto della Vernaccia scelgo il Timorasso, un vino piemontese giallo paglierino, meraviglioso, riscoperto da Walter Massa, produttore visionario e personaggio molto particolare. Per quanto riguarda la ricerca storico-memorialistica credo che ti riferisca a due libri che ho scritto, raccogliendo testimonianze su alcuni eventi familiari. La Guerra di Pietro, che ricostruisce la storia di una parte della famiglia Nencini di Castiglioni, è stato ispirato dal ritrovamento di alcune lettere di uno zio della mia mamma morto nel ‘43 a causa di una malattia mai diagnosticata. Un altro volumetto, a diffusione privata, Il Riscatto di Nonziatina, lo scrissi su richiesta della mia amica Nina Baldi, che voleva lasciare la bellissima storia della sua famiglia in eredità ai suoi discendenti. Purtroppo in quel caso, nonostante le ricerche all’Archivio di Stato a Siena, all’Anagrafe comunale di Colle e all’Archivio Diocesano, non ho trovato un solo documento che parlasse di quelle persone. La ‘trama’ e i protagonisti erano però talmente avvincenti che alla fine è venuto fuori un libretto, a detta di chi l’ha letto, molto piacevole”.

Perdona un’ultima curiosità: cosa pensi del filone dei “gialli storici”?

“Per quanto riguarda i personaggi e i casi della storia preferisco affrontarli in versione romanzata, dove c’è almeno il tentativo di delineare caratteri e passioni, dando loro una parvenza di vita che mi è difficile trovare nei resoconti storici. Ammetto che questa visione potrebbe anche essere un mio limite, purtroppo a scuola non ho avuto incontri memorabili con la materia. In fatto di gialli storici citerei invece un libro molto interessante, scritto dall’ex coordinatore del Ris di Parma Luciano Garofalo con l’antropologo Giorgio Gruppioni e lo storico Silvano Vinceti. Il titolo è Delitti e misteri del passato. Sei casi da Ris e analizza casi come l’agguato a Giulio Cesare o l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, ma anche le morti misteriose di Pico della Mirandola, Giacomo Leopardi e Angelo Poliziano, alla luce dei passi fatti dalla scienza e dalla tecnologia”.

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A Belluno passeggiavo tantissimo

A Belluno passeggiavo tantissimo. Uscivo di casa la mattina presto, attraversavo piazza Duomo, prendevo le scalette dietro a Palazzo Rosso e scendevo giù. A volte uscivo al parcheggio di Lambioi, altre volte giravo a destra per andare verso la piscina, o a sinistra verso borgo Piave o su per Castion. 

Mi trovavo spesso a passare vicino al grande fiume, lungo le sponde, dalla parte della strada, o attraversando un ponte. Dove l’acqua scorreva più veloce respiravo quell’aria fresca, guardando le montagne all’orizzonte, osservando quello che c’era intorno, gli alberi, le case, i giardini, gli orti. Ogni tanto un cane abbaiava col muso tra le sbarre di un cancello o un fiore giallo spuntava da una crepa dell’asfalto.

Gli edifici abbandonati erano quelli che più attiravano la mia attenzione. Una vecchia villa vicino al fiume, che fino a poco tempo prima era stata una birreria molto frequentata, diventava il mio ristorante toscano. Avevo il nome già pronto, la Ribollita. Una costruzione lunga tutta scrostata affacciata sul fiume, che una volta era stata una tipografia, si trasformava in un centro per la pratica dello yoga e della meditazione. 

Insieme alle gambe anche la mia mente si rilassava, immaginando e sognando progetti e vite diverse da quella che avevo. 

Qualche anno fa, quando ormai non stavo più a Belluno, la vecchia tipografia è diventata la sede di un atelier di moda. Non poteva capitarle niente di più bello. 

Davanti a quell’atelier ci passavo spesso, prima che si trasferisse sul fiume, andando a fare una visita medica o per trovare un’amica nel suo negozio etnico. 

La vetrina era molto semplice. Erano esposti un abito o due su un manichino sartoriale, con il busto, senza testa. Ma sbirciando attraverso il vetro si intuivano i colori e le trame delle stoffe che custodiva prima di scendere al piano di sotto, dove c’era la sartoria. 

La stilista puntava molto sulle stoffe, anche vintage, che componeva in abiti dalla forma geometrica giocando con il patchwork. 

Quegli abiti non costavano poco ma non erano nemmeno carissimi. Per cui una volta mi decisi a varcare la soglia e a farmi prendere le misure per un vestito tutto mio. Quando finalmente fu pronto e lo andai a ritirare, riposto in una borsina di shantung, dai colori in tono con l’abito e l’etichetta cucita a mano, l’emozione fu grande. 

In seguito ci sono tornata a comprare piccole cose. Una bustina tipo borsello per un regalo a un’amica. Quella volta non potei resistere e ne presi una anche per me, con i bordi da posta aerea, l’indirizzo e i francobolli da tutto il mondo. 

La stilista non l’ho mai incontrata in negozio, c’erano sempre le sue ragazze. Ma la cosa non mi dispiaceva perché l’avevo conosciuta diversi anni prima, tramite un’amica comune, e non ci eravamo proprio rimaste simpatiche. 

Però la vedevo spesso, mentre sfrecciava per il centro in bicicletta, da sola o con un bambino dietro, e la sua testa di riccioli rossi fiammanti. 

Una volta, per fare una promozione o non ricordo bene perché, l’atelier decise di regalare una borsina, La Divina Borsina, fatta di scampoli a sorpresa, a chiunque la richiedesse tramite email. Io e la mia amica corremmo subito a scrivere lasciando il nostro indirizzo. Quella borsina la consegnavano direttamente a casa, a mano, nella cassetta della posta. Quando la ricevetti fui contentissima e la confrontai subito con quella che era arrivata alla mia amica. 

Quando lasciai Belluno continuai a ricevere le newsletter dell’atelier. Non ho più comprato niente, ma ogni volta sognavo guardando i colori e le consistenze delle stoffe e dei tulle trasformati in pantaloni trombetta, impalpabili maglioncini, seducenti coprivestiti, cappottini dalla forma geometrica ed essenziale, immaginando come avrei potuto indossarli. Leggevo i racconti della stilista, sui suoi viaggi in cerca di stoffe, colori e ispirazioni.

Una volta fece sfilare in piazza dei Martiri le donne operate al seno, bellissime, con i loro abiti pieni di fiori e di colori. Tra loro c’era anche una mia amica. 

Ma io non vivevo già più a Belluno e non avevo capito che cosa sarebbe potuto accadere. 

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I bambini e il Presidente

Per l’8 ottobre 2003 era prevista la visita del presidente della Repubblica a Belluno. Il viaggio di Carlo Azeglio Ciampi, oltre alla puntata nel capoluogo, prevedeva anche una cerimonia a Longarone, il giorno dopo, per il quarantesimo anniversario della tragedia del Vajont, e un appuntamento a Feltre.

In un momento abbastanza piatto per la cronaca, in redazione ci barcamenavamo tra le succinte comunicazioni ufficiali che arrivavano dal Quirinale tramite la Prefettura e la necessità di riempire un bel po’ di spazio dedicato all’evento. C’erano da scovare notizie, nonostante le rigide regole del Protocollo e le bocche cucite di tutti i personaggi, amministratori e politici, coinvolti in prima persona. 

Una collega si era concentrata sul lato culinario. Ma nessuno voleva rischiare rivelando quale ristorante fosse stato chiamato a preparare il pranzo di gala a Palazzo dei Rettori. Figurarsi per quanto riguardava il menu.

La ricerca però alla fine qualche risultato l’aveva portato. La collega si era imbattuta in un camioncino con le insegne di un ristorante che si allontanava da piazza Duomo, sede della Prefettura, nei giorni prima dell’arrivo del Presidente. Con una telefonata era riuscita a farsi confermare l’ingaggio, ma per la lista dei piatti che sarebbero stati serviti non ci fu niente da fare.

Ricordo ancora le telefonate che fece a tutti gli invitati, politici e amministratori perlopiù, per strappare la promessa di rivelare il menu non appena si fossero seduti a tavola. 

Riuscì anche a montare una piccola polemica sui gusti della signora Franca in fatto di acqua minerale. La First Lady infatti beveva un determinato tipo di acqua in bottiglia di vetro che non era facilissima da trovare sul posto e doveva essere presa in un magazzino del Trentino.

Io invece, chiamavo le scuole. C’era da capire come si erano organizzati gli insegnanti per preparare i bambini all’arrivo del Presidente della Repubblica, se avevano fatto temi, disegni, ritagliato bandierine tricolori da sventolare.

Niente. Non avevano fatto niente.

Anzi, nessuno sapeva niente.

“Ma a noi non ci hanno mica avvertito”, era la risposta che arrivava dalle scuole elementari cittadine. 

Non c’è bisogno che nessuno vi avverta, dicevo io. Il Presidente arriva in piazza, è un fatto, e chiunque può vederlo e salutarlo. 

“Sì, ma noi mica si può uscire da scuola con i bambini a nostro piacimento, occorre il permesso della direzione, e ormai…”. 

“Ormai” voleva dire che era già tardi e Ciampi sarebbe arrivato la mattina dopo alle 10. Non c’erano i tempi per organizzare l’uscita straordinaria dei ragazzi.

Il babbo di uno dei collaboratori del giornale però, era direttore di una scuola. Provammo a giocare quella carta, sperando che fosse sufficiente perché i bambini delle scuole potessero assistere alla visita del Presidente. Dopodiché non rimaneva altro che aspettare e vedere che cosa sarebbe accaduto l’indomani.

La mattina dopo, prima delle 10, piazza Duomo era tutto un brulicare di bambini accompagnati dalle loro maestre. Ne fui contenta. E pensai che in fondo non c’era voluto un grande sforzo perché tutto ciò accadesse.

Intanto si avvicinava il corteo presidenziale, con Ciampi che passava attraverso piazza dei Martiri, con intorno tutto il codazzo di sindaci e politici vari, salutando le persone assiepate dietro alle transenne. 

Finalmente arrivò in piazza Duomo, sotto la Prefettura, dove fu accolto dagli strilli entusiasti dei bambini. 

Il Presidente si avvicinò e cominciò ad abbracciarli, a chinare la testa verso di loro, a stringere le loro manine. 

Fui molto contenta anche di questo. Ma non sapevo ancora di preciso che cosa fosse successo in realtà. Lo seppi poco dopo, quando qualcuno della Prefettura o qualche collega, non ricordo, disse che lui, Ciampi, non era la prima volta che lo faceva, però sicuramente in quell’occasione lo aveva fatto. Aveva infranto il Protocollo.

Non era previsto, secondo le rigide regole presidenziali, che si avvicinasse ai bambini (che infatti avrebbero anche potuto non esserci), né che interagisse con loro. 

Appena mi fu tutto chiaro, piagnona come ero all’epoca, mi spuntarono subito due lacrime di commozione.

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La vendetta dei bagels

Ho notato che in queste memorie  tendo a non parlare molto bene di me. Penso alla me di quel tempo come a una persona superficiale, pronta all’avventura sì, ma con una certa incoscienza e fondamentalmente ingenua. Non che non sia vero. Se guardo le foto di quell’esperienza, vedo una ragazza dal viso fresco, incorniciato da bellissimi ricci naturali rossi, illuminato da un sorriso spontaneo. Non è poco.

Oggi sono decisamente più matura, saggia e purtroppo anche molto più provata dai casi della vita. In foto vengo orribile, i lineamenti risultano deformati, il sorriso è più raro e non ha più la luce di un tempo.

Insomma, ho quasi il doppio dell’età che avevo quando ero a New York. Forse è normale che sia così.

Penso a una foto in particolare. Sono con Sarah, la ragazza spagnola, Carmen, la mia amica brasiliana e la giapponese, in posa sulla terrazza interna del Metropolitan Museum. Non ricordo chi l’abbia scattata, di preciso. Io appaio molto a mio agio, naturalmente sorridente e molto in sintonia con le altre ragazze. Sono magrissima. Indosso la minigonna di velluto a coste grosse blu Benetton, delle calze blu trasparenti, gli stivalini eroici con le stringhe, un dolcevita viola con il collo a cerniera. 

Mi piaccio. Tutto sommato questo viaggio nel passato lo trovo piacevole e probabilmente mi fa anche bene. In fondo nella me di oggi è contenuta anche la me di ieri, comprese le parti che allora amavo.

L’ultima settimana della mia permanenza a New York, Carmen e Misako erano già partite, in classe arrivò una giovane coreana. Fin dall’inizio dimostrò una decisa avversione nei miei confronti. Controbatteva sempre alle mie affermazioni, passava il tempo in classe con il volto rivolto verso il basso e gli occhi che mi scrutavano di sottecchi. Insomma, sembrava ossessionata da me e piena di rancore. Rimasi molto turbata da questo atteggiamento che non riuscivo a spiegarmi. Fino ad allora avevamo trascorso delle bellissime mattine di studio con i compagni di ogni nazionalità, eravamo stati insieme al museo e in discoteca. Come in ogni gruppo c’era chi si sentiva più o meno affine all’altro, ma in fondo si trattava di rapporti con persone che vedevamo per alcune settimane e che in seguito, probabilmente, non avremmo incontrato mai più. Mi sembrava la condizione ottimale per avere relazioni amichevoli improntate sulla leggerezza e la cordialità. Per questo rimasi spiazzata dalle frasi taglienti che la nuova arrivata indirizzava verso di me. 

Un giorno l’insegnante ci chiese di raccontare alla classe la cosa che preferivamo di New York, quella che avremmo rimpianto quando saremmo tornati a casa. Io non ebbi dubbi. I bagels, dissi. Da quando avevo scoperto le ciambelline di pane, che fra l’altro sono il simbolo della città, non potevo stare senza. Cercavo le bakeries dove li facevano più buoni e con maggiore assortimento. Li assaggiavo con il sale, con i semi di papavero, le spezie, la cipolla, l’origano, il pepe. 

E una volta tornata a casa, dopo essermi procurata un bel librone sulla cucina americana, li ho fatti io stessa per amici e familiari.

Ognuno disse la sua e non credo di ricordarmi la preferenza di nessuno degli altri compagni di corso. Quando fu il turno della nuova coreana lei disse con tono sprezzante che c’era una cosa che sicuramente non avrebbe rimpianto di New York. I bagels. E guardando di sbieco nella mia direzione, iniziò a spiegare i motivi per cui quegli innocenti panini le facevano immensamente schifo e di come dopo averli assaggiati la prima volta decise che non ne avrebbe mangiato più nemmeno uno.

Si accalorò molto nell’impresa della distruzione del povero bagel.

Era evidentemente una ragazza un po’ squilibrata oltre che fastidiosa. Per fortuna la incrociai soltanto negli ultimi giorni.

Non sarebbe stata l’ultima volta, però, che avrei avuto a che fare con ragazze problematiche che tutto all’improvviso manifestavano sentimenti di odio e rancore nei miei confronti.

Ma queste sono storie diverse e le sperimenterò diversi anni dopo quel viaggio a New York.

(10 – continua)

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La nevicata dell’85

Quando nevicò a Colle, nell’85, eravamo venuti a vivere in campagna da pochi anni, e io facevo l’università a Siena. La nostra casa allora era bellissima. C’erano da fare ancora tanti lavori, mancavano i radiatori, il pozzo dell’acqua, e forse io stavo sempre nella camerina microscopica su al terzo piano. E l’aia era vecchia e con il cotto rotto qua e là. La vegetazione era rara, c’erano pochi fiori, non c’era la piscina e nemmeno il cancello. Dietro casa c’erano dei ciliegi e qualche amareno in mezzo alla vegetazione intricata ed erano più le ciliegie col baco di quelle buone. Babbo ogni tanto chiamava un qualche esperto a fare degli innesti ma non andavano mai a buon fine. Con le amarene invece andò meglio e un anno, o forse anche più d’uno, riempimmo dei barattoloni di vetro e le mettemmo sotto spirito. 

Quando nevicò eravamo del tutto impreparati e rimanemmo bloccati in casa con quello che avevamo, soli in mezzo al mondo, nel silenzio ovattato.

Una sera babbo e mamma andarono in Piano a piedi a fare un po’ di spesa. Comprarono un grande catino azzurro di plastica e ci misero dentro diverse cose da mangiare. Quando tornarono a casa Iadi, il nostro pastore tedesco, gli andò incontro tutto festoso. Annusando nel catino puntò il cartoccio del prosciutto e lo divorò in un baleno. Mamma e babbo non se ne accorsero fino a quando scaricarono la spesa in casa. 

Poi ci chiamò zio Osvaldo e ci chiese se avevamo bisogno di qualcosa. Con i suoi fuoristrada era l’unico che poteva muoversi in auto per le nostre salite e discese.

Così il pane e altre cose di emergenza cominciò a portarcele lui.

La neve l’avevo vista in montagna e mi pareva normale di trovarla ogni volta che ci andavo. Ma averla a Colle era tutta un’altra cosa. 

Mi piaceva guardarmi intorno e osservare le cose di tutti i giorni ridotte a profili appena accennati. A volte del tutto scomparse. Le macchine, gli alberi, il muretto, la mattina presto quando nessuno ancora ha lasciato le impronte dei suoi passi e la neve è soffice e intatta e vorresti che rimanesse sempre così. 

A Belluno, tanti anni dopo, l’avrei incontrata più spesso. Avrei imparato anche i diversi nomi delle formazioni di ghiaccio in quota dai bollettini meteo che mettevano in guardia dal pericolo valanghe. Mai quanti ne conosceva Smilla e in più io me li sono pure dimenticati. 

Una volta, era il gennaio 2006, erano annunciate abbondanti nevicate in pianura. Dal giornale mi chiesero di fare un pezzo con le previsioni meteo del giorno dopo per tutto il Veneto. Cominciai a guardare dei siti e a prendere appunti per il mio articolo. Mi imbattei anche in uno che annunciava neve a Venezia per il giorno dopo alle 13 in punto. Fui tentata di passare oltre. L’idea di scriverlo però non mi dispiaceva. Se poi non fosse successo non avrebbe mica fatto male a nessuno. Capita con le previsioni. 

Quel fatto di mettere l’ora precisa era un rischio che qualcuno si era preso e che in qualche modo andava premiato. Ci pensai ancora un po’, mentre scrivevo quanto sarebbe successo su tutte le altre zone della regione, e alla fine decisi di metterlo nell’articolo. In fondo, nell’ultima riga, ben visibile: a Venezia è prevista neve alle 13 in punto.

Il giorno dopo Belluno era imbiancata come non si vedeva da un po’. Dalla grande finestra del salotto, guardando tutto a sinistra, dietro il Palazzo Rosso del Comune, vedevo il colle del Nevegal come un piattino di panna montata in casa, liscia e piatta, senza le righette dello spruzzatore del bar. Davanti, lo Schiara, con il dito alzato della Gusela del Vescovà, con le rocce coperte di bianco. Sulla destra, spostandomi alla finestra di camera, mi avvicinavo al Serva, che sembrava stare lì, ben piantato e a portata di mano come un panettone sulla tavola di Natale. 

Subito dopo pranzo mi chiamarono dalla redazione.

“Simona, ma come hai fatto? È incredibile… Oggi alle 13 in punto è caduto il primo fiocco di neve su Venezia. Qui ci stanno chiamando tutti. Una radio vuole farti un’intervista. Posso dare il tuo numero?”.

Non amavo la radio e ancor meno la tv, nel senso che avevo difficoltà ad apparire. Preferivo stare al sicuro dietro alla mia penna, che già anche quello ti espone abbastanza.

Quindi, quando dalla radio mi chiamarono per intervistarmi non feci una gran figura. Anzi, per la timidezza e l’imbarazzo mi sforzai quasi di sembrare antipatica.

Invece quella volta a casa, nell’85, con la neve che copriva tutta la campagna, a un certo punto mi venne in mente un’idea. Presi un cuscino e lo misi in un sacco della spazzatura di quelli neri e resistenti, chiudendolo bene. Andai in cima alla discesa che va verso la grande quercia, mi sedetti sul cuscino e scesi giù, libera, come su uno slittino. 

Quel gioco funzionava benissimo. Arrivata in fondo, ripresi il sacco e risalii, per scivolare giù di nuovo. Dalla seconda o terza volta, però, non ero più sola. 

Iadi, il pastore tedesco che si era pappato il cartoccio di prosciutto, mi aveva scoperto e ora si voleva divertire anche lui.

Scendemmo giù insieme. Io con il mio cuscino-slittino, e lui che mi rincorreva felice abbaiando.

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I famelici scoiattoli di New York

A New York, per quanto fossi in preda alla frenesia, cercavo di allungare il tempo in tutto quello che facevo. Se visitavo Central Park stavo più tempo possibile su una panchina a leggere o a guardare la gente passare. Volevo vivere come se avessi abitato in quella città, non come se fossi la semplice turista che ero. Cercavo la quotidianità, la ripetitività delle azioni. Facevo quello che avrei fatto se fossi stata una Newyorker. Anche se tutto sarebbe durato solo tre settimane, per me, al momento era abbastanza.

La sveglia, la colazione a casa, poi alle 8 la camminata fino a scuola. Il pranzo, veloce, di solito un bagel con salmone e formaggio in un negozio vicino alla scuola. Il pomeriggio poi c’era da decidere dove andare. Se la scuola aveva programmato delle attività, partecipavo a quelle. Altrimenti spuntavo la mia lista delle cose che avrei voluto fare e vedere a Manhattan.

Carmen diceva una cosa vera, camminavo senza sosta. Saltavo sulla metro, sui bus, attraversavo street e avenue, visitavo musei, guardavo vetrine, scattavo foto. Ma facevo anche cose diverse. 

Una sera con la giapponese della mia classe andai a Broadway. Lei aveva trovato dei biglietti con lo sconto e mi aveva invitato a vedere Miss Saigon. Il giorno dopo commentammo l’esperienza in classe. Io ero irritata perché non avevo capito le parole. La giapponese ridacchiava. L’insegnante disse che secondo lei non era possibile che io non le avessi capite. “Certo, – dissi – ho capito qual era la storia, una specie di Madama Butterfly. Ma io avrei voluto capire tutte le parole”.

Con Mark, sempre della scuola, una volta andammo al cinema a vedere Dead Man Walking. Anche lì, stessa cosa. Capivo il senso della storia ma non le parole singole. A un certo punto in sala risero tutti, mi sembra dopo una battuta di Susan Sarandon. Ma io non avevo idea di che cosa avesse detto. 

Un’altra sera andai al cinema da sola, dalle parti di casa, su indicazione di Liz. Davano il Postino, The Postman, con Massimo Troisi, che in quei giorni aveva vinto l’Oscar per la colonna sonora. Liz mi disse che vedere il film in italiano e con i sottotitoli sarebbe stato un buon esercizio per il mio inglese.

In realtà piansi tutto il tempo.

La sera, quando rientravo in casa, facevo un po’ di cyclette nella mia camera guardando le previsioni incredibilmente precise delle tv locali di New York. La cyclette era rivolta verso la finestra e io potevo vedere quello che facevano tutti gli abitanti degli altri appartamenti. 

Le finestre erano dei grandi rettangoli verticali di vetro incorniciate da ferro dipinto di verde. Nessuna aveva le tende. Non ho mai capito questa abitudine degli americani. Probabilmente c’è un patto tacito a non curiosare nella vita altrui, ma come si fa a sopprimere la curiosità insita nell’essere umano? Io guardavo, anche se non conoscevo nessuna di quelle persone, per cui alla fine era come guardare un film. E se qualcuno faceva lo stesso con me, era uguale. Ai piani alti del caseggiato di fronte c’era un ragazzo che si allenava in casa con pesi e bastoni. In altri appartamenti si vedeva la luce e si indovinava l’arredamento anche se in quel momento non c’era nessuno.

Nei giardinetti di Stuyvesant Town vivevano tantissimi scoiattoli, di quelli belli grassottelli americani. Dopo aver scoperto che amavano ricevere cibo dalle persone, mi tenevo sempre qualcosa in borsa per loro. Un pezzetto di pane, un biscotto, un ritaglio di pizza. Non mi ci volle molto per pentirmi di questa novità. Quegli scoiattoli erano molto pretenziosi e, una volta imparato da chi potevano aspettarsi del cibo, appena lo vedevano gli si facevano incontro chiedendo senza permettergli di camminare in pace.

Questo accadde anche a me, naturalmente. E quando lo dissi a Liz lei commentò: “Brava, ora non te li toglierai più di torno”.

E così fu.

(8 – continua)

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Lino li fa fuori tutti

Appena arrivava l’autunno, nel piccolo slargo davanti al teatro Comunale, al di là della strada, si piazzava un caldarrostaro. Con un paiolone di metallo a base forata, Lino passava tutto il giorno al freddo, a Belluno le temperature vanno giù perfino d’estate, a cuocere castagne, che poi vendeva in cartocci. 

Non impazzisco per le castagne, ma può darsi che sia capitato anche a me di fermarmi a comprarne un po’. Di sicuro ogni tanto qualcuno ce le portava in redazione o uno di noi andava a prenderle per tutti.

Un giorno un collaboratore fece un articolo sulla tradizione delle caldarroste e su chi le faceva in città.

Oltre a Lino ce ne erano anche altri, associazioni sportive nelle feste di piazza o qualche rivenditore di frutta e verdura. In ogni caso il collaboratore si era documentato bene e snocciolava anche una serie di cifre, del tipo quanti giorni durava la vendita delle castagne, quante ne venivano smerciate, cose del genere.

E alla fine della fiera Lino, il caldarrostaro di piazza, era al top della classifica.

Quando impaginai l’articolo mi venne spontaneo scrivere nel titolo, oltre alle notizie su chi, dove e quando arrostiva le castagne, “Ma Lino li fa fuori tutti”.

Una frase innocente e scherzosa, in linea col tono leggero del pezzo del collaboratore. 

Il giorno dopo, non appena il giornale uscì in edicola, il segretario mi passò una telefonata.

  • C’è Lino delle castagne, senti che ha da dire.

Era arrabbiatissimo. Parlava in dialetto pronunciando frasi sconnesse il cui senso era che lo avevamo messo contro tutti, che non era vero che lui faceva fuori gli altri e giù avanti di questo passo. E soprattutto che noi giornalisti si doveva scrivere quello che era vero sennò sarebbe andato dai carabinieri e ci avrebbe fatto una bella denuncia.

A me veniva da ridere. Ma una denuncia per che cosa? Però mi armai di pazienza e cominciai a spiegargli. Guardi signor Lino, il titolo è scherzoso, non significa che lei letteralmente fa fuori tutti gli altri, è un eufemismo.

Silenzio.

Che faceva Lino, rifletteva? O non capiva?

Subito dopo riprendeva, come un fiume, come se io non avessi detto nulla, come un disco rotto che ripete sempre la stessa frase.

Dovete scrivere come stanno le cose davvero sennò vi denuncio.

Pensai che forse la parola eufemismo non era nel suo vocabolario. 

Guardi, signor Lino, non solo non abbiamo detto niente di male ma le abbiamo fatto fare una bella figura. È quella la verità, no? È lei che vende più castagne di tutti. Il titolo è iperbolico.

Di nuovo silenzio.

Per ripartire da capo con la sua tiritera fino alla denuncia per tutti.

Il capo non poteva sopportare che si stesse al telefono nemmeno per fare le interviste, figurarsi per rispondere a quelli che per lui erano solo dei rompipalle che gli rallentavano il lavoro ritardando il momento in cui sarebbe potuto tornare a casa.

  • Che ha da rompere questo? Butta giù, non stare a perder tempo.

Ma il giorno dopo Lino si presentò in redazione. Probabilmente il segretario era in archivio o stava facendo qualcosa altrove, altrimenti lo avrebbe fatto aspettare nella saletta. 

Invece Lino attraversò il salone con i suoi vestiti affumicati, la pancia prominente, la pelle sporca di carbone e un cappellaccio in testa, e col suo vocione chiese chi era quello che aveva fatto l’articolo contro di lui.

E io, guardi signor Lino, glielo ripeto, non è come…

In quel momento il capo si affacciò alla porta della sua stanza e guardando verso il salone disse, qualcuno lo butti fuori altrimenti a questo gli metto le mani addosso.

Lino però non sentiva ragioni e continuava a dire che lo avevamo rovinato, che tutti a Belluno ora ce l’avevano con lui e che dovevamo scrivere la verità altrimenti ci denunciava tutti.

Disse anche che lui era una persona buona, che d’inverno con quel freddo stava tutto il giorno davanti al teatro a vendere caldarroste e d’estate con quel caldo stava tutto il giorno fuori dall’ospedale a vendere i gelati e che faceva un piacere ai bambini e ai genitori, che se non c’era lui come facevano. E che lui una cosa così non se la meritava proprio e che non capiva perché ci volessimo mettere contro di lui.

In dialetto e senza congiuntivi. 

Il segretario riuscì a convincerlo a uscire prima che il capo, che nel frattempo si era chiuso nella sua stanza per non sentire, desse definitivamente in escandescenze. 

Il povero Lino provò a presentarsi ancora in redazione ma ormai ci aveva stufato e non gli davamo più relazione. Fece qualche altra telefonata di protesta, in cui cercai ancora una volta di spiegare che il titolo era in senso figurato. 

Ma ormai anche io avevo capito che era tutto inutile e che le mie figure retoriche per lui non valevano un sacco della sua carbonella. 

Anzi, non esistevano proprio. 

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Parigi, o cara…

Tra il 2013 e il 2015 mi capitò di fare due viaggi Venezia-Parigi in treno. Il primo capitò per i miei cinquant’anni. Era la prima volta che andavo a Parigi. La volta che avevo organizzato il viaggio per festeggiare la pensione di mamma, il giornale mi richiamò e al posto mio ci andò zia Carla.

Partii con un’amica giornalista, di soppiatto e in gran segreto per non farlo sapere al lavoro, così da evitare a qualcuno la voglia di crearci dei problemi.

Salimmo sul treno a Mestre intorno alle otto. Era una bella sera d’autunno e, non appena fummo a bordo, ci sentimmo subito più leggere. 

Il treno viaggiava tutta la notte. Saremmo arrivate alla Gare de Lyon la mattina intorno alle 9.30, direttamente in città, senza bisogno di recuperare bagagli e prendere navette o taxi, come se fossimo andate in aereo. 

In quella settimana avrei voluto soprattutto rilassarmi e girare a vuoto per le vie di Parigi, senza obblighi né calendari da rispettare. 

Il primo momento relax come intendevo io fu quando capitammo in un piccolo parco a ridosso di alcuni palazzi con i caratteristici camini parigini. Ci sedemmo, tirai fuori il quaderno verde con le pagine bianche e cominciai a disegnare. 

Quel quaderno sarebbe stato il mio diario di viaggio. Avevo iniziato fin dalla lunga notte trascorsa nella cuccetta a scrivere qualche appunto. Avrei continuato a farlo per tutta la vacanza, fissandoci sopra le testimonianze di quelle giornate. Biglietti della metropolitana e dei musei, impressioni sui posti e sulle persone. Tutto, insomma.

Quell’anno il Nobel per la letteratura fu assegnato a Alice Munro e io leggevo i suoi racconti sul mio e-reader. Avrei voluto scrivere anche io dei racconti. 

Ma ero grezza, lo sentivo. Le parole si inceppavano sulla carta, scivolavano via in frasi banali, nei modi di dire che deviano l’attenzione verso qualcosa di più interessante. 

Dovevo esercitarmi. Leggere e scrivere, leggere e scrivere.

Parigi sarebbe stato il mio esercizio.

Avrei scritto quello che vedevo, che facevo, che pensavo. Qualcosa di buono ne sarebbe venuto fuori.

Il treno era un’occasione fantastica. Più di dodici ore in un vagone letto con sei micro cuccette piene di umanità. Io sceglievo sempre quella più in alto, con sopra solo il tetto del vagone.

All’andata con noi c’era una modella di colore, capelli ricci sparati, con un bambino piccolo vestito alla moda che mangiava pappette e riempiva i pannolini. La mia amica era disturbata, dal rumore e dall’odore. Io osservavo. 

Un’anziana prof francese di storia dell’arte rientrava da uno dei suoi viaggi annuali a Venezia. Lo raccontava con l’aria malinconica dell’addio ma si offriva di tenere il piccolo lord quando la mamma doveva uscire dal vagone.

Nel viaggio del ritorno, nella nostra cuccetta di donne, sul lettuccio in alto, nella cuccetta gemella alla mia, c’era un uomo. Piuttosto giovane, capelli corti e ordinati, ben vestito. La mia amica non disse nulla, ma la sentii irrigidirsi. Io ero incuriosita.  

Stette tutto il tempo steso senza parlare e quando il controllore gli chiese i documenti non ebbe niente da ridire.

Provai a pensare a come sciogliere l’enigma. Mi immaginai che potesse essere uomo solo all’apparenza mentre sulla carta di identità era donna. 

Sembrava un personaggio di George Simenon, uno di quei ragazzi tristi dall’aria innocua a cui dentro ribolle tutto un mondo. 

Quando rientrammo da Parigi cominciai a scrivere racconti sui nostri compagni di viaggio, immaginando le storie che avevano alle spalle.

La seconda volta andai con un’altra amica, con lo stesso treno delle otto di sera in partenza da Mestre. 

Poco più di un anno dopo, i passeggeri erano completamente diversi. C’erano moltissimi islamici. All’andata poteva sembrare un caso, ma al ritorno no. Si percepiva anche una certa tensione. Nella nostra carrozza c’era una ragazza dell’est con una valigia enorme e pesantissima. All’inizio parlammo un po’ con lei. Disse che era stata a trovare dei parenti che vivevano in una traversa degli Champs Elysée. 

Quando entrarono altre ragazze con l’hijab, l’aria cambiò definitivamente. Si misero a parlare fitto fitto tra sé anche con quella che c’era prima, lanciandoci occhiate di fuoco.

Il top fu intorno alla mezzanotte quando la prima tipa si stese sulla branda alta, quella accanto alla mia, e cominciò ad ascoltare musica araba dal cellulare.

Sono ancora stupita dal modo gentile con cui le dissi, scusa, forse ti sei addormentata con la musica accesa… 

Le storie del secondo viaggio entrarono nel mio blog, ma qualcosa andò a finire anche nel quaderno verde insieme ai biglietti usati della metro e a tutto il resto. 

Nel frattempo ero tornata a vivere a casa in Toscana. Quando mamma seppe che avevo un quaderno sui viaggi di Parigi mi disse che le sarebbe piaciuto leggerlo. Dopo un po’ che l’aveva glielo ripresi perché mi disse che non riusciva a capire la mia scrittura.

Poi lo ritirai fuori per raccontare delle cose agli allievi bellunesi di un corso di scrittura creativa on line. 

Dopodiché, il buio. Il quaderno verde è scomparso. Non è tra le cose di mamma, non è nelle mie scatole di quaderni scritti, mezzi scritti o da scrivere. 

Ormai è un bel po’ che lo cerco, rovistando nei posti più improbabili.

Potrei averlo prestato a qualcuno, ma a chi?

Chiunque lo abbia ricevuto o visto da qualche parte, potrebbe restituirmelo, per favore?

Ricambierò con una teglia di zuppa inglese. O altro dolce a richiesta.

Astenersi perditempo.

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La cabina del telefono

Una volta in redazione a Belluno arrivò un comunicato con i dati sull’utilizzo delle cabine telefoniche ancora attive in Italia. Al primo posto c’era Ponte nelle Alpi che poteva vantare la cabina più frequentata di sempre, con cifre da record rispetto alle altre, smentendo così, pur da sola, lo stato di lenta decadenza degli apparecchi telefonici pubblici dovuto all’avvento dei cellulari. 

La notizia era curiosa e venne pubblicata. Ma il comunicato non chiariva il perché di questo dato così particolare, per cui il capo mi disse che sarei dovuta andare a farmi un giro a Ponte nelle Alpi per cercare di scoprire questo piccolo mistero.

Partii una mattina sul presto. Nonostante il lavoro di inchiesta tutti gli altri impegni, dal tribunale al giro di nera, restavano invariati, per cui quello era un impegno in più da fare nelle ore libere.

La cabina dei record era in una via centrale del paese, uno stradone trafficato su cui si affacciavano supermercati e magazzini alternati da file di caseggiati. 

Mi appostai per vedere se mentre ero lì qualcuno si avvicinava alla cabina. Niente. 

Feci un giro nei negozi vicini. Entrai in un piccolo supermercato, comprai un dentifricio naturale a base di estratti di piante, e al momento di venire via feci la mia domanda sulla cabina. Nessuno sapeva dirmi niente. Non avevano notato niente. Era tutto normale, come sempre.

Anzi, mi guardarono perfino con un po’ di sospetto.

Poi mi studiai la vetrina di un negozio piena di scarpe da corsa dall’alto fino in basso pensando di tornare nel mio giorno libero a provarne qualcuna. Rifeci la domanda sulla cabina a qualche sparuto passante e senza aver saputo niente di più di quello che sapevo quando ero arrivata, me ne tornai a Belluno, pronta ad immergermi nella mia giornata di lavoro.

Peccato. Per un giornalista è sempre una sconfitta quando lavora su qualcosa e non esce nemmeno una storia piccola piccola. Specialmente in un caso così curioso. 

In ogni caso, prendemmo la cosa con filosofia e girammo pagina, abbandonando la cabina al suo destino.

Mesi e mesi più tardi la questura convocò una conferenza stampa. La polizia aveva scoperto una casa di appuntamenti. Ci fu raccontato nel dettaglio come avvenivano i contatti, che sfruttavano le inserzioni personali sulla stampa locale, quante donne ci lavoravano, chi gestiva tutto quanto, che tipologia di clienti la frequentava.

Poi il capo della Mobile disse.

“Ricordate l’anno scorso, quando venne fuori la notizia che a Ponte c’era la cabina più utilizzata di tutta l’Italia? Era quella davanti alla casa di appuntamenti. I clienti quando arrivavano chiamavano per chiedere se potevano salire”.

Gli veniva da ridere al pensiero di come tutti i giornalisti cercavano di scoprire il perché di quello strano record mentre loro lo sapevano benissimo ma non potevano svelare nulla per le indagini in corso.

E io che ero andata al mattino presto a fare la mia inchiestina… Era ovvio che non avrei mai potuto trovare nessuno a quell’ora tra i clienti della casa. Avendolo saputo. 

Sarebbe stato proprio un gran colpaccio se la notizia fosse venuta fuori in quell’occasione, con le ricerche sul campo, anziché con una banale conferenza stampa.
Però alla fine quel piccolo mistero è stato svelato.

E questo è quel che conta.

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Un mojito allo Yachting Club

Qualche anno fa capitò che, in uno dei soliti giri al mare di un giorno con una amica, se ne aggregasse un’altra.

Questa viveva in un’altra regione, con la mia amica si conoscevano fin da ragazzine ed era già successo di condividere settimane bianche o altri brevi viaggi con tutte e due.

Come diceva nonna Libe, con la terza “non ci s’andava tanto a genio”, ma cercavo di passare oltre per rispetto della mia amica. 

Quel giorno partimmo in macchina, loro due davanti e io dietro. Ci fermammo a Frosini per un panino al prosciutto e continuammo verso il mare.

Scegliemmo la spiaggetta del cinghiale a Punta Ala, un posticino raccolto con dei piccoli scogli al termine di una pineta costellata di ville, dove io e la mia amica ci eravamo sentite sempre molto a nostro agio. 

L’altra non era affatto contenta che a terra ci fossero i ciottoli. In genere lei però si sfogava con la sua amica e io non mi accorgevo di niente. 

Con la mia amica si andava sempre in giro all’avventura.

Una volta portò una sorta di girba che riempimmo d’acqua e lasciammo appesa tutto il giorno alla macchina così che, una volta rientrate dalla spiaggia, potessimo farci una doccia calda.

Partivamo con una meta più o meno definita, all’orario che ci veniva più comodo, senza fare le corse, e poi decidevamo sul momento se andare di qua o di là, se fermarci a mangiare e dove. E senza decidere niente prima, alla fine tutto si armonizzava e andava come volevamo noi. 

Con la terza tipa invece non andava così. Anzi. Lei, puntigliosa e pignola, doveva sempre discutere e considerare i pro e i contro di qualsiasi cosa.

Spesso veniva insieme al marito, per cui tante discussioni ce le evitavamo. Quella volta invece era da sola. 

Per me non c’era nessun problema. Ero decisa a stare bene e a godermi al massimo la nostra giornata al mare, per cui mi andava benissimo la sua presenza e non avevo alcuna intenzione di lasciarmi influenzare da un bel niente.

Visto che eravamo a Punta Ala, mamma mi disse di passare a salutare Anna, una anziana parente di Firenze che aveva la casa al Porto. Chiesi alle amiche e dissero di sì. Nel tardo pomeriggio ci fermammo al residence che anche la mia amica conosceva bene. In quel labirinto di case e giardini mi sforzavo di ricordare dove fosse l’appartamento di Anna, senza riuscirci. Intanto le telefonate al suo cellulare squillavano a vuoto. Quindi decidemmo di tornarcene via. 

In quel momento il mio telefono suonò. Era lei.

Insistette perché rimanessimo e disse che ci avrebbe offerto volentieri un aperitivo. 

Volevamo seguirla allo Yachting Club dove più tardi avrebbe partecipato a una cena con il tale e il tal altro?

Con le due ero stata anche a Cortina d’Ampezzo, durante una settimana bianca. Erano state tutto il tempo a dire, guarda che schifo questi ricconi, e perfino la tizia dell’ufficio turistico, alla quale si era rivolta l’amica che veniva da fuori, aveva dato loro ragione.

Lo Yachting Club di Punta Ala, però, quella sera andava bene.

Anna aveva vissuto gran parte della sua vita in barca a vela con il marito. Da quando lui non c’era più, lo Yachting Club continuava ad annoverarla tra i soci in segno di rispetto e, credo, anche con un certo affetto.

Lei ne era orgogliosissima e non mancava di citare il Club in ogni suo discorso. Quella sera, quando oltrepassammo la soglia del Circolo, era raggiante, potendo vantare tre ospiti. Io ero un po’ tesa, invece, aspettandomi che le mie amiche dicessero qualcosa di strano. 

Per fortuna non avvenne.

Quando Anna, dopo averci presentato al barista, ci chiese che cosa volessimo bere, la terza disse: un mojito.

Va bene per tutte. Tre mojito per la mia nipote e le sue amiche, disse Anna. 

Il sole tramontava sul golfo di Punta Ala. Noi eravamo sedute nel Club di Luna Rossa, sulle poltroncine nella terrazza fronte mare. Il cameriere ci servì il mojito come se fossimo state tre piccole principesse. Anna era felice che noi fossimo lì per mostrare ai suoi amici dello Yachting che non era solo una vecchia signora bisognosa di compagnia.

Insomma, era tutto perfetto.

Solo molto tempo dopo ho scoperto che la terza tipa aveva avuto da ridire quasi su tutto. Su di me che parlavo troppo, sul fatto che non si trovasse la casa di Anna e su tanto altro. Salvo ricredersi una volta che si era seduta come ospite allo Yachting Club.

Meno male che non mi ero accorta di niente. E questo bastava e avanzava.

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