Diario della quarantena #4

Ieri finalmente sono stata fermata dai carabinieri. Mi hanno fatto accostare a duecento metri dal posto in cui lavoro con un cenno della paletta. Ho spento il motore e ho cercato, trepidante, la mia autocertificazione. Spero sia l’ultima versione, ho detto, porgendo il foglio dal finestrino. Non importa, basta sia una delle ultime, ha detto il carabiniere. L’ha già compilata? Parzialmente. Due domande, dove va, motivi di lavoro, orario. Il resto, tutto come al solito. Documenti, prego. Targa dell’auto. E’ registrata alla mia mamma. Va bene, può andare. Prima di ripartire mi consegnano un’autocertificazione in bianco. Per la prossima volta. 

*****

Non so da quanto non apro più l’agenda. Prima la guardavo la sera, prima di andare a dormire, per farmi un’idea degli impegni del giorno dopo. Poi, la riaprivo per spuntarli. Fatto. Rinviato. Cancellato. O per aggiungerne di nuovi. Per scrivere appunti di cose che succedevano. Vista mostra a Firenze. Iniziato nuovo lavoro. O per scrivere cose da fare. Medicine, dottore, spesa. Spedire posta, telefonare avvocato. Per segnare appuntamenti.

In quarantena l’ho aperta solo per cancellare le visite mediche ad ogni telefonata di disdetta dalla Usl. 

Ma l’ho subito richiusa. Quella distesa di pagine bianche, una dopo l’altra, mi ricorda il passare dei giorni, sempre uguali, come il mare. A volte più calmi, a volte più mossi, ma senza una fine né un inizio. 

*****

Che poi non è vero che in quarantena non c’è niente da fare. A me per esempio manca il tempo per far tutto. A parte leggere e scrivere, lo stress della spesa e della cucina, grazie a Zoom ho potuto riprendere a fare yoga con la mia insegnante di Belluno. Rispolvero la corretta pronuncia d’inglese frequentando un corso gratuito per principianti. Cerco di imparare le basi del russo, gratis e impossibile, in tre lezioni. Dovrò togliere le erbacce dall’orto e studiare il modo di ripulire le gronde del fienile. Poi ci sono le cose che rimando, nonostante abbia il tempo. Pulire veramente la casa e fare ordine. Correggere uno scritto di qualche mese fa. Buttare giù un progetto ambizioso.

Confido nel tempo.

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La cacio e pepe della mia mamma

A casa mia l’odore più frequente che arriva dalla cucina è quello di bruciato. 

Si inizia la mattina con quello delle mele cotte, reso dolce dallo zucchero caramellato. Bruciato anche quello.

Poi a seconda, il latte, le verdure, le bruschette. Negli anni abbiamo bruciato verdure, pizze, focacce, risotti, petti di pollo, timballi, dolci. 

“Con tutte le cose che ho da fare” dice mamma.

“Va bene, ma allora chiedi a me”.

Alla fine, dopo Natale, quando ci siamo rotte un po’ di piedi (io uno, ma lei tutti e due), la responsabilità della cucina è passata a me. 

Io, bisogna dirlo, sono un po’  pignola. Si compra quello che serve, si cucina quello che si mangia, senza sprechi. Dopo aver regalato borse intere di pane secco, ho iniziato a tagliare a fette ogni pagnotta, e a custodirle, ben chiuse nei sacchettini di plastica, nel congelatore. Pronte alla bisogna. Niente di meno, niente di più.

Da allora, non si è visto più pane secco in casa nostra.  

Un giorno, mamma aveva da poco ricominciato timidamente a camminare, stavo preparando il pranzo, giù da me.

Mamma dice. Al pane ci penso io. Capii che aveva bisogno di tornare a fare qualcosa in cucina dopo tanto tempo e la lasciai fare.

Poco prima di metterci a tavola sentii l’inconfondibile odore. Corsi al fornino. Il pane era carbonizzato.

“Con tutte le cose che ho da fare”.

Le nostre cucine sono due mondi diversi. Io smaniavo di cucinare fin da bambina. Facevo le medie quando cossi la mia prima torta alle mele.

Al liceo trascorrevo interi pomeriggi con un’amica a preparare pasta fatta in casa, tortellini, lasagne, ragù e krapfen. 

Per mamma la cucina è un obbligo. Un posto dove si soddisfa un’esigenza primaria. Mangiare per sopravvivere. Tutto il resto è superfluo.

Per anni al ritorno da scuola ho trovato ad attendermi un hamburger o un piatto di pasta in bianco. Ogni giorno. Per anni ho odiato la nostra tavola imbandita con i cartocci degli affettati e dei formaggi. O le pentole e le padelle che arrivano direttamente dai fornelli senza incontrare un vassoio nemmeno per sbaglio. 

Non molto tempo fa dissi a mamma che avrei fatto la pasta cacio e pepe, un piatto che sembra semplice ma che richiede tempo e attenzione.

“Che ci vuole? – disse lei – Cuocio la pasta, ci grattugio sopra il formaggio e poi metto un pizzico di pepe, ed é buonissima”.

La rivisitazione delle ricette la rende euforica. 

“Non è mica necessario seguirle alla lettera” sostiene.

Secondo lei non è necessario nemmeno saltare la pasta nel sugo, i condimenti pronti sono ammessi, così come le salse confezionate e gli alimenti surgelati.

Un giorno ha ricevuto sul telefono la ricetta della pasta cacio e pepe.

“L’ho letta. Pensavo che fosse come quella che facevo io. Invece…”.

Per fortuna l’ha detto ridendo.

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La giornata della Sacra Ampolla

La mattina del 15 settembre 1996 stavo dormendo nella mia casa di Treviso, era domenica e non lavoravo, quando squillò il telefono. Era la mia amica Raffaella.
“Sono a Venezia in gita con il mio babbo. Ci si vede?”.
Saltai su per la sorpresa. Mi preparai in fretta e furia, salii sulla macchina e guidai fino a Venezia.
In realtà quel giorno, quella era l’unica città in cui non sarei voluta essere.
Era da mesi che ne scrivevamo. Quello era il giorno in cui Umberto Bossi sarebbe arrivato in barca dopo aver navigato lungo il Po per dichiarare l’indipendenza della Padania. Il rito, per il quale erano state scomodate persino le divinità celtiche, sarebbe consistito nel versare da un’ampolla l’acqua del grande fiume nel mare Adriatico, a suggello dell’unione di tutte le terre toccate da quelle acque.
Una pagliacciata che precedeva di alcuni mesi l’assalto al campanile di San Marco (9 maggio 1997), e che si sarebbe ripetuta per diversi anni. Quella era la prima volta. E io avevo avuto la fortuna di essere di corta.
Venezia, già strapiena di turisti, doveva sopportare anche l’assalto dei leghisti, giunti da ogni dove per celebrare il sacro evento.
Mentre camminavamo per le calli, io e Raffaella trascinate dalla folla, ci ritrovammo in Riva dei Sette Martiri, proprio dove erano attesi il Senatùr e la sua sacra ampolla.
Era pieno di gente che sventolava bandiere della Lega Nord.
In acqua i barchini dei fotografi e quelli degli operatori televisivi erano già appostati, nell’attesa del barcone reale.
Io vedo uno dei nostri fotografi e lo saluto sbracciandomi. Ci scambiamo delle battute urlando, per sovrastare il rumore della folla e dei motori. Lui mi fotografa senza che io me ne accorga.
Il caso vuole che il mio sbracciarmi, nell’attimo dello scatto, vada a coincidere con lo sventolamento di una bandiera enorme da parte di una camicia verde, subito dietro di me.
Ricordo ancora le prese in giro dei colleghi, qualche giorno dopo, quando la foto arrivò in redazione.
Per la cronaca, io sono quella vestita di marrone, gonnellina e magliettina, nell’anno della mia magrezza, che sembra sventoli la bandierona. Quella in maglia gialla alla mia sinistra è Raffaella. Quanto io fossi scalmanata lo si intuisce dallo sguardo della tipa in maglia bianca accanto a me, che sventola una bandiera più piccola. In realtà tengo solo un giubbottino di jeans sul braccio sinistro.
Insomma Raffa, alla fine ci siamo trovate a fare parte della Storia anche noi.

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Diario della quarantena #3

Oggi ho dovuto fare un discorso alla Nazione. Sono salita su, e mentre Paola ripiegava i panni e mamma finiva di dare il cencio per terra, senza aspettare che finissero, ho parlato.
“Allora – ho detto – in questi giorni sono andata a fare la spesa, abbiamo i frigoriferi e le dispense piene. Abbiamo le pizze, i formaggi, gli affettati, la pasta, il riso, il pomodoro, le uova, le brioscine, i biscotti e i corn flakes, abbiamo il pane a fette nel congelatore. Sono andata dal dottore a prendere le ricette, ho fatto la coda in farmacia per prendervi le medicine più inutili ma che vi avrebbero fatto sentire sicure. Ho pensato, ecco, ora abbiamo tutto, possiamo stare tranquille in casa.
E invece no, oggi devo uscire per andare a prendervi arance e mele perché ne sono rimaste solo tre? In tempi come questi non vi pare possibile che per un giorno si possa stare senza qualcosa o si possa mangiare una cosa diversa ma che abbiamo in casa?”.
A dirla tutta il discorso è stato un po’ più colorito ma dato che nessuno l’ha registrato posso riportarne anche solo il succo, che è questo.

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Il fatto è che io sono l’unica di casa che guida l’auto, al momento, e quindi tutte queste incombenze toccano a me. Ma non me ne lamento. Solo che bisogna veramente comprendere la situazione e mettersi un po’ calmini. L’altra sera mia sorella se ne esce con un serafico “la prossima volta che vai a fare la spesa mi prendi le cioccolate Kinder che mi è venuta la nostalgia?”. Quella volta, almeno, ne siamo uscite con una risata.

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Sono anche l’unica, in casa, che ha una specie di raffreddore che non passa da più di un mese. E sì, lo so che è l’allergia al cipresso e all’ulivo. Ma allora nei due giorni di pioggia sarei dovuta stare meglio. E invece. Prima della chiusura delle attività sono stata anche cinque giorni in malattia. La dottoressa mi ha dato l’antistaminico e poi mi ha detto, ora il protocollo è così.
E ogni giorno a misurare la febbre. Due, tre, quattro volte. Col termometro al mercurio. Niente. Col termometro elettrico. Ancora meno. E a far la conta dei sintomi.

Finalmente ieri, rovistando nei cassetti, ho trovato un vecchio spray al cortisone scaduto da tre anni. Ma ha funzionato, e ora posso dire con certezza che è solo allergia.
Per la fortuna delle due criste di casa e anche mia, che poi, dopo, come ci convivi con una cosa così?

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Esco nella campagna intorno casa, quella zona agricola di pregio ormai da troppo tempo infestata di costruzioni abusive di cui pare non importi un accidente a nessuno (eccetto che a me) e mi prende una gran paura che, una volta che sarà finito tutto questo, quella roba orribile in mezzo ai campi coltivati, potrebbe non sembrare più nemmeno un problema.

(Colle Val d’Elsa, 28/03/2020)

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Diario della quarantena #2

In banca si entra uno per volta e su appuntamento. Arrivo in anticipo e aspetto fuori. C’è un signore che non riesce a entrare. “Ce n’è già uno dentro. Si deve aspettare che esca”.
Arriva una tipa, stivaletto grigio con tacco, jeans elasticizzato, piumino avvitato e borsetta griffata, mascherina, guanti in lattice.
“Non fate caso che entro, ma io ho l’appuntamento”.
“Sì, – dico – ma c’è il signore che aspetta da prima di lei”.
Lei suona il campanello, ma non le aprono.
Arriva un signore anziano, anche lui, come tutti (eccetto l’altro già in attesa) con il volto coperto da una mascherina.
Finalmente il cliente esce. E’ un ragazzone di colore, con la mascherina. L’anziano commenta il suo passaggio con un gestaccio del braccio.
Non mi trattengo. “Guardi che è una persona anche lui come chiunque altro”.
“Ah, non credo proprio…” dice il tizio.
“E comunque ci sono delle regole da rispettare” interviene stivaletto grigio.
“Fra l’altro – faccio io – in questa situazione pare che il contagio lo portiamo noi, non loro”.
Il tizio si surriscalda. Ha voglia di litigare. Le sue parole si perdono dietro la mascherina.
“Babbo, calmati” gli fa stivaletto grigio.
Non si calma.
Mi allontano, indosso un’espressione di ghiaccio e li ignoro.
Il tizio continua a inveire. La figlia cerca di calmarlo.
“Stai zitto, babbo”.
“Ma lei ha parlato (cioè io), potrò rispondere?”.
Finalmente entrano, lasciando dietro di loro una scia di parole inutili, di gesti di troppo, fuori luogo e ormai fuori tempo.

***

Tornando a casa, sulla strada sterrata mi attraversa una poiana in volo basso. Arriva dai campi sulla sinistra, si infila fra gli alberi spogli e passa di là, nei campi sulla destra. Continua a volare basso, bassissimo, finché non la vedo più. Lascia dietro di sé una scia di eleganza, un volo armonico, il colore sfumato delle sue grandi ali.

***

Sulla stessa strada ogni tanto passa gente a passeggiare, da sola, con il cane. Forse è più corretto dire passava.
Fra questi anche un vecchio signore che ogni tanto si appoggiava, forse per la stanchezza, a un rialzo della terra, a una radice, a un tronco.
Da qualche settimana, all’inizio della strada, in una striscia di terra sul lato, sono sorti una panchina in legno e un tavolinetto.
Chiedo al vicino se li ha fatti per i suoi bambini.
“No – mi dice – è che qui passeggia spesso un vecchio signore albanese, e mi piangeva il cuore che non avesse un posto dove fermarsi a riposare”.
Le parole non servono.

(Colle Val d’Elsa, 26/03/2020)

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Diario della quarantena #1

Oggi non mi hanno fatto entrare in ospedale. “Lei chi sarebbe, scusi?” mi ha chiesto l’infermiera al check point.”Sono la figlia”. “Allora non può entrare, aspetti fuori”. “Va bene, mamma. Vado in macchina, ti aspetto lì”.”No, guardi. Si metta pure seduta sulle sedie, qua fuori”. Nel corridoio, al buio, cinque seggioline in fila. Una era già occupata da un signore corpulento, con mascherina di ordinanza. Sono andata in macchina. A gennaio andai da sola alla visita in ortopedia e ogni infermiera si sentiva in diritto di cazziarmi perché non ero accompagnata. Le cose che cambiano.


***

Dal dottore è lo stesso. Le battaglie che ho fatto con l’infermiera, quella più antipatica, ogni volta che telefonavo per ordinare la ricetta del solito farmaco per il mal di testa. “Le ricette sono una cosa delicata, deve portarmi la richiesta di persona. Queste sono le disposizioni”. Allora facevo chiamare mamma, per lei le disposizioni non valevano.

Ora, che andare dal medico è anche più semplice perché in giro non c’è nessuno e i posteggi sono tutti liberi, le ricette si ordinano per telefono e meno ci vai, in ambulatorio (dove peraltro nemmeno ti fanno entrare) e meglio è.


***

Una delle (poche) cose belle di questa pandemia è la distanza personale. Mi chiedo come fanno quelle persone che prima stavano sempre appiccicate al prossimo, tocchicchiandolo. O quelli che quando ti metti in fila ti si incollano dietro e tu chiedi aiuto alla tua grossa borsa, spostandogliela sempre un po’ di più addosso, per ricreare una minima distanza.

Quando i divieti di ora erano solo consigli, ero in un istituto sanitario a prendere un macchinario per mamma. Mi sono seduta davanti al bancone a una certa distanza dall’operatrice. Poi è arrivata una tipa e si è messa in mezzo. Stava in piedi e fissava i fogli che l’impiegata stava riempiendo. Io la fissavo, sperando che capisse, ma lei fissava i fogli. L’impiegata le dice che ne ha per un po’ e che dovrà aspettare. Lei dice, va bene, aspetto. Ma non si schioda da lì. Io sposto il mio zaino verso di lei, per mangiarle dello spazio. Niente. “Comunque può aspettare anche più in là, eh” le dico, alla fine. Mi guarda stupita. “Perché, che problema c’è?”. “Magari la privacy”. “Ma pensavo che qui si era tutti fra noi”. Si è allontanata brontolando che a lei non gliene importava mica niente delle cose mie, che mi credevo, e lei ne aveva già tanti di suo di problemi che figurati se si metteva a pensare anche a quelli degli altri.


***

Fino a ieri avevo un punto di orgoglio. Il mio frigorifero era sempre vuoto. C’erano solo le cose essenziali. Cibo fresco e niente sprechi. Da quando sono diventata la cuoca ufficiale di casa (dopo la frattura di mamma a entrambi i piedi) qualcosa in più c’era entrato, ma sempre con molta misura.

Ieri invece mi sono trovata per la seconda volta in fila fuori dal supermercato (la spesa on line l’hanno scoperta in troppi e non si riesce più ad entrare nel sito), con guanti e mascherina, una lista infinita di cose e la paura di arrivare al punto di non poter comprare più cibo. Mi son trovata a buttare a caso formaggi e affettati nel carrello, con la sola logica dello sconto. Biscotti, brioscine, acqua, patate e cipolle, insalate e pomodori. Pollo, latte, uova. Di riso ne era rimasto solo un pacco. La farina, scomparsa. Ho comprato otto pagnotte che la sera, diligentemente, ho tagliato a fette, distribuite in sacchettini ermetici e riposte nel congelatore (quello di mamma, tristemente vuoto). Ho sempre odiato il cibo congelato e non compro surgelati per principio. Ho dovuto cambiare anche questo. 

(Colle Val d’Elsa, 24/03/2020)

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Le distanze al tempo del Coronavirus

Dal dottore si entra solo su appuntamento. Nessuno può stare in sala d’attesa. “Aspetti fuori, che è meglio” dice un’infermiera dalle scale alla paziente. “Intendo in strada, – precisa -, tanto la chiamiamo noi”.
Per ritirare le ricette è stato allestito un piccolo tavolo sul ballatoio fra gli ingressi degli studi medici. Qui due infermiere, con camice monouso e mascherina sul volto, distribuiscono i preziosi foglietti allungandosi sulle scale. Nessuno sale, a meno che non sia atteso dal medico.
“Stop, si fermi lì” mi intima l’infermiera quando sto per raggiungere il pianerottolo di mezzo. Dice lo stesso a una donna che sale le scale dopo di me, ma quella continua fino ad arrivarmi alle spalle. “Ferma, le ho detto”. Ripete l’infermiera. La tipa sembra non capire. Mi giro. “Distanza!” le dico, allargando le braccia, alle volte non cogliesse appieno il concetto. Eppure mi pare di essere bersagliata di notizie e avvertimenti ovunque mi giri. Mi chiedo come sia possibile che ci sia qualcuno che ignora la situazione.
A me non sembra vero che ci sia addirittura una legge che impone alla gente di non starti appiccicata come un pappagallo da spalla. Peccato essere dovuti arrivare a tutto questo per ribadire concetti come il rispetto dello spazio altrui.
Per darmi la ricetta l’infermiera scende alcuni scalini e allunga il braccio. Lo allungo anche io, finché avviene il miracolo.
Me ne vado con la ricetta in mano.
In farmacia si entra uno per volta. Ingressi contingentati, dicono. Si attende fuori, all’aperto. In fila. “Chi è l’ultimo?”.
Non tutti lo chiedono e a me sembra di vedere anche in questa situazione il solito furbetto che facendo finta di non capire ti passa avanti. A me no di certo. Che con questi furbetti ho ormai ingaggiato da tempo la mia lotta personale.
No pasdaran.
“Bravi – dice un signore alto e magro con il volto coperto dalla mascherina – state così, distanti l’uno dall’altro e quando esce uno entrate uno per volta”.
“E quello chi è?” chiede a voce alta un’attempata signora bionda con un lungo cappotto azzurro di lana bouclé dal quale fuoriescono sgallettanti gale in tono.
La riconosco. E’ lei la furbetta che facendo finta di niente cercherà di passare avanti. Mentre ognuna delle persone occupa il suo posto in fila, a debita distanza l’una dall’altra, la bionda incappottata dondola, fa un passetto avanti, uno di lato. E’ chiaro che vuole conquistare una posizione che non le spetta. Niente di nuovo.
Arriva il mio turno. I farmacisti sono bardati come i ricercatori del Coronavirus in laboratorio. Fa un certo effetto. Sul bancone un nastro marrone segna la linea di demarcazione con i clienti.
Se fino a due settimane fa cercava di venderti trattamenti e medicamenti, spiegandoti nei dettagli i loro effetti miracolosi, oggi il farmacista vuole una cosa sola. Che tu esca il prima possibile.
“Non ha da pagare niente”, mi dice con tono frettoloso mentre prendo il portafoglio. “Veramente volevo chiederle se fossero già arrivati questi farmaci, altrimenti devo tornare domani”.
Controlla. “No, buonasera”.
Esco più velocemente che posso. Non appena mi giro vedo il cappotto azzurro bouclé che attinge al flacone di liquido disinfettante posizionato all’ingresso, come a una acquasantiera.
Non ce l’ha fatta a passare avanti a nessuno, credo, ma la soddisfazione di entrare prima del suo turno in ogni caso non se l’è fatta scappare.

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Io giro da sola (anche in ospedale, sì)

“Scusi, ma lei non ha nessuno che la accompagna? Lo sa che in casi del genere non si viene mai soli?”.
Il caso del genere sarei io con un piede ingessato e le stampelle che, seduta su una sedia a rotelle, devo spostarmi tra una zona e l’altra dell’ospedale. In ogni reparto in cui passo arriva puntuale la brontolata dell’infermiera di turno.
La stessa frase mi è stata detta dalla biondina col viso dolce dell’ortopedia, ripetuta dalla moretta severa di radiologia, per risentirla qua e là durante il percorso fra la fisioterapia e l’accettazione.
Che poi, sola. Mi hanno accompagnato e mi verranno a riprendere. E a dire il vero sono stata io a dire che non si fermassero, che me la sarei cavata. Insomma, non è che tutti gli amici hanno due o tre ore da spendere a spingere la tua carrozzella da una stanza all’altra. Poi, dico io, c’è gente che in carrozzella ci vive e si sposta da sola, perfino guidando l’auto. Vuoi che io per qualche ora, fra l’altro dentro un ospedale mica in mezzo a una strada, non riesca a farcela?
Ho imparato a far la faccia di tolla. A ogni infermiera ululante faccio finta di niente. Penseranno che sono ottusa, poco intelligente. Pensino quello che vogliono.
In realtà non pensano niente, credo. Di me in quanto persona, intendo. Penseranno semplicemente che sono un ostacolo, o un impiccio, di passaggio nella loro giornata di lavoro.
“Io posso accompagnarla fino a qui. Poi l’abbandono”.
“Mi abbandoni pure, non c’è problema”.
Si alza un signore.
“Dove deve andare? Posso aiutarla?”
“Volentieri, grazie”
Dopo aver attraversato il salone da sola spingendo le ruote di gran carriera (e insomma, un mese di stampelle almeno le braccia te le rinforza), trovo un tizio davanti alla colonna dei ticket al CUP.
“Chiedo scusa, dovrei passare”
È l’addetto all’assistenza.
“Che le serve?”
“Devo prendere un appuntamento”
“Allora guardi, le do il numero. Con questo ha la precedenza”.
La ruota sinistra scivola su un rialzo del pavimento e la sedia non si muove. Mi giro verso un uomo in piedi accanto a me. La moglie parla con l’assistente.
“Scusi, signore. Può aiutarmi?”
Mi spinge verso il corridoio della sala d’attesa. Mi porto avanti, per essere in pole position quando uscirà il mio numero. Non faccio in tempo ad arrivare che lo chiamano.
“Scusate, permesso… arrivo!” Dico a voce alta mentre il campanellino scatta sui numeri successivi.
Una ragazza dai lunghi capelli neri si alza. “Posso aiutarla?”
Mi spinge e raggiungo lo sportello.
Quando è il turno del prossimo, ho difficoltà ad uscire spostando la sedia. Subito arriva un signore ad aiutarmi. “Dove deve andare?”
“Nel salone, la ringrazio”
“Si figuri, tanto son qui che aspetto”
Faccio la mia telefonata e mi faccio venire a prendere al pronto soccorso, il punto più comodo per la sedia a rotelle.
Mi avvio verso il corridoio, seguendo la linea grigia. Chiedo a un volontario di un’associazione se mi dà una mano. Sembra non aspettasse altro.
“Dove deve andare?”
“Al pronto soccorso”
“L’accompagno fin lì, allora”
È finita. Ce l’abbiamo fatta.
Da sola sì, ma con l’aiuto di tanti.
E a dirla tutta, scoprire questa voglia di aiutare, questa disponibilità verso una persona in difficoltà, questa generosità sorridente, mi è sembrata la cosa più bella della giornata.
Oltre al fatto che l’osso (il terribile astràgalo, si, sempre lui) è guarito e che mi hanno tolto il gesso.
La prossima volta però mi farò accompagnare, tranquille infermiere.

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Storia triste della gatta bambina

La prima volta la vidi in un pomeriggio di sole d’inverno mentre tornavo a casa in macchina dal lavoro. Faceva spavento. Secca sfinita, piena di fango e con il musetto insanguinato. Eppure trotterellava, in salita, verso casa nostra.

Mi rammentai di quello che diceva mamma da qualche giorno. “Ce n’è un altro. Ora, oltre alla gattina bianca e nera ce n’è anche uno piccino a macchie rosse”. Era lui.

Non è che a casa nostra non amiamo i gatti. Anzi. Ne abbiamo otto e tutti, a parte Ercolino, sono arrivati da soli. 

Semplicemente vorremmo mettere fine a questo pellegrinaggio visto che la cura di questi animaletti, come è naturale, richiede tempo, attenzione e anche una certa spesa.

Il gattino nuovo moriva di fame. Si lanciava contro la porta finestra della cucina di sopra e miagolava fortissimo reclamando un po’ di cibo con le fauci spalancate. Gli altri gatti lo evitavano.

Quel giorno decisi di prendermene cura. Lo presi e provai a lavarlo passandolo in un catino di acqua calda. Lui inizialmente oppose resistenza. Protestava con quegli zampini secchi senza un filo di carne e le unghiette che si vedevano partire fin dal piedino, ma senza troppa convinzione. O forse senza troppa energia.

Fu allora che ci accorgemmo che era una femmina. E anche che quello sporco di cui era imbrattata dalle zampe in su non era fango. L’odore che emanava era impossibile ma pian piano, a forza di spugne e cencini, un po’ veniva via. 

Purtroppo si vide anche che era piena di pulci (il pelo ne era infarcito all’inverosimile) e infiammata e che la codina, secca come quella di un topolino, era tutta spellata per un bel pezzo nella parte interna.

Chissà da quanto tempo la bestiolina era in queste condizioni. Piena di diarrea, senza nemmeno il naturale istinto felino di mantenersi puliti. A vederla sembrava una cucciolotta.

Avrà avuto cinque-sei mesi, non di più. Intanto però il musino era tornato pulito, mostrando che quelle che sembravano ferite in realtà erano solo macchie e accumulo di sporco. 

La responsabile di una struttura per gatti mi suggerì di portarla a una veterinaria, che poi l’avrebbero presa loro. 

Finii di asciugarla. Era pur sempre inverno e non avrei mai voluto che l’umidità le avesse causato qualche problema.

La presi in braccio, avvolta in un asciugamano, e la passai delicatamente sotto il phon. Iniziò subito a fare le fusa anche se ogni tanto, forse quando mi avvicinavo un po’ troppo, tentava di scacciare quell’apparecchio con gli zampini. 

Il lavoro non era venuto proprio perfetto, ma la situazione era decisamente migliorata. Mentre la afferravo per portarla dal lavandino, dove le avevo dato le ultime passate di acqua, fra le mie braccia, mi venne in mente quella volta che mamma chiamò a casa un cuoco emiliano per farsi preparare il pollo in galantina. L’avrei chiamata Galantina, pensai.

Rimanemmo in attesa dalla veterinaria per un po’ mentre Galantina spezzava i primi cuori. Dopo il mio ora era il turno di una signora con un simpatico gatto bianco e nero dalla macchia a neo sul musetto. Misi la gabbietta di Galantina sul trespolo sotto alla sua e quella donna cominciò ad accarezzarla dalla retina. 

Questa avrà almeno cinque-sei mesi, disse. Poi scoprì che dalla mascella sinistra spuntava un dentino, come se uscisse dall’osso. Me ne ero accorta anch’io, pulendola, ma non avevo verificato più di tanto. Galantina si faceva accarezzare, felice, facendo le fusa come un trenino.

La veterinaria la sistemò dentro una super gabbia, con la copertina e la lettiera e le dette del cibo per problemi gastrici, sul quale lei si gettò a capo fitto.

Il giorno dopo seppi che stava bene e che gli esami Fiv e Felv erano negativi. Tirai un sospiro di sollievo.

La veterinaria aveva detto, è sana, questa deve solo mangiare, poi diventerà una gatta bellissima.

Sul libretto scrisse che si chiamava Capocchia, dal nome del posto dove era stata trovata. Io dissi che avrei voluto chiamarla Galantina. Va bene, si chiamerà Capocchia Galantina. 

Un nome tanto altisonante e assurdo da suscitare quantomeno un sorriso. 

Per giorni non ho saputo più niente di Capocchia Galantina. Ho pensato che la veterinaria e le volontarie fossero impegnate con tutti i loro animali e non avessero tempo di stare ad aggiornare me. Nessun problema, avrei chiesto più avanti.

Intanto, ne ero sicura, lei stava mangiando le sue pappe speciali e si impegnava per diventare sempre più bella e in carne.

Ieri ho saputo che Capocchia Galantina non c’è più. Non so bene come è andata. Mi hanno detto che in realtà era una gatta anziana. Ho immaginato la lunga vita terribile di questo esserino emaciato e sporco, rimpiangendo di non avergli potuto donare un tempo maggiore di cure e affetto.

Una volontaria mi ha detto che il fatto che non sia morta da sola è già qualcosa.

Sarà, ma io piango ancora per te, Capocchia Galantina, e per la tua piccola vita buttata via.   

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Si fa presto a dire astragalo. Ma l’accento dove va?

Astragalo è una parola bellissima. Mi chiedo dove cada l’accento. Se è sdrucciola, astràgalo, la mente corre al cielo, alle stelle e all’astrologo. O all’astrolabio. E per simpatia finanche alla mandragora. O a Tantalo, al vandalo, all’acefalo, al bucefalo, al crotalo e al mesencefalo. A un cembalo.

Se è piana, astragàlo, mi vien da pensare a mondi antichi, alle storie lontane di assiri, sumeri e babilonesi. A Sardanapàlo, il lussurioso re che visse come se fosse stato una donna. A un regalo, a un palo, un narvalo che immortalo, intercalo e incanalo.

Mamma dice: non la conosco questa parola, ma non mi piace per niente.

Io sono la più giovane in astanteria. Nell’angolo di destra, quello opposto al mio letto, c’è un anziano, magro, rinseccolito. Si lamenta di continuo. Aga, aga, aga, aga frishc. Pensavo recitasse una preghiera islamica, invece è un Sinagra dell’ultimo Montalbano che chiede acqua fresca. A lui, oltre all’infermiere, bada il figlio.

Accanto a me una donna, anziana anche lei. Ha la faccia tumefatta. Racconta la figlia: non ha trovato l’interruttore della luce, ha aperto la porta ed è andata giù dritta di testa per le scale. Aveva già un tutore alla spalla.

Un’altra anziana è nel letto davanti a me, a ore 12. Dice alla figlia: l’ho detto anche al dottore, con noi non c’è niente da fare. Siamo vecchi. E io ho cent’anni, sarò vecchia?

Macché cent’anni, dice la figlia come se parlasse a una bambina.

Eh, se un so’ cento son novantaquattro.

Portano un altro lettino con un’altra anziana, meridionale questa come il Sinagra. Ogni tanto le esce un rumorino secco, come di frittura. E ride, guardando soddisfatta verso la figlia.

La notte, fra un lamento e colpi di tosse catarrosa, si dorme.

Fossimo in una puntata di Grey’s Anatomy o di ER, sarebbe tutta un’altra storia.

La signora accanto a me, in rotta con la figlia da una vita, verrebbe salvata dalla morte, orribile e vicina, dalla provvidenziale donazione di sangue della stessa congiunta. O di midollo, dipende. E farebbero la pace con una musica piena di pathos in sottofondo, i primi piani e le infermiere commosse tutte intorno.

Al signor Sinagra anziché l’acqua fresca darebbero per errore un bel bicchiere di varechina, scatenando la macchina dell’emergenza fino al tragico epilogo. Si aprirebbe subito un’indagine interna per scoprire il responsabile dell’errore. Gli indizi punterebbero tutti sull’infermiere gentile, che verrà licenziato per poi essere scagionato e reintegrato quando si scoprirà che era tutta una macchinazione ben congegnata dalla cosca nemica. I Cuffaro. 

Sarebbe andata nello stesso modo anche se l’uomo avesse chiesto un caffè.  

La quasi centenaria, salvata dall’abnegazione di medici e infermieri, deciderà di lasciare i suoi insospettati averi all’amministrazione dell’ospedale. La mamma tornerà a casa circondata dalla riconoscenza dei sanitari, mentre la figlia badante, oberata dai debiti, sarà stroncata da un infarto fulminante prima ancora di poter impugnare il testamento.

Alla vecchietta che frigge con il didietro verrà diagnostica una malattia rarissima al cui studio verranno devoluti i fondi che l’ospedale ha ricevuto in eredità. E arriveranno ministri e medici e studiosi da ogni dove interessati al caso e ai fondi che gli gravitano intorno.

Invece siamo solo a Campostaggia e, a parte lamenti, catarri e flatulenze, non succede un accidente. Niente aerei che cadono sulle scuole o pullman carichi di badanti ungheresi in gita che finiscono fuori strada per un malore dell’autista dopo aver travolto decine di macchine in autostrada. Nemmeno un paziente trafitto da una fiocina durante la caccia allo squalo.

L’infermiere dice. Fino alle 8.30 non si dimette nessuno. Sottinteso, fino a quando non arriverà un medico. Siamo tutti in ostaggio, qui.

Le anziane magre come grissini con le loro figlie dai grossi sederi compressi in pantaloni di maglia nera elastica. Il vecchio Sinagra e un tizio che si aggira da ore con la pancia scoperta chiedendo una flebo. Nessuno si allontani, prego.

Posso avere almeno un antidolorifico? Chiedo, quando mi trasferiscono dalla sedia a rotelle alla lettiga sulla quale passerò la nottata.

Sono qua perché la sera prima, di ritorno dal cinema (c’era il bellissimo ma noiosetto Pinocchio di Garrone) sono inciampata in una buca, in un sasso, non so. Era buio e pioveva e son finita a terra. Ho sentito un rumorino arrivare dal piede, una specie di croc. Ma mi sono rialzata e sono tornata a casa che c’era da accompagnare un’amica. Poi però son dovuta venire qui, in preda a dolori insopportabili.

Alle quattro arriva il radiologo. 

Infrazione dell’astragàlo, dice. Domattina la visiterà l’ortopedico.

È una parola piana, allora.

Avrei detto più sdrucciola, vista da terra.   

(P.S. La pronuncia corretta è sdrucciola, astràgalo)

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