Mamma e le avventure nella neve

Quando mamma iniziò a insegnare, verso la fine degli anni ‘50, le toccarono incarichi in varie zone della provincia, mai troppo vicini a casa. A Palazzetto, a scuola non avevano nemmeno il telefono. Le comunicazioni dal plesso centrale di Chiusdino arrivavano al bar del paese. Da lì qualcuno correva alla scuola ad avvisare la maestra, che lasciava i bambini da soli e andava a rispondere. Le circolari del direttore venivano consegnate in macchina dal segretario. Mamma aspettava lungo la strada e quando passava prendeva il foglio al volo, come nel Far West all’attesa della diligenza.

All’epoca le auto non erano come oggi. Non c’erano nemmeno le cinture di sicurezza, figurarsi le gomme da neve e altre facilitazioni, tipo servosterzo o servofreno.

Una volta, mentre faceva un periodo di supplenza in una scuola di campagna dalle parti di San Gimignano, nevicò. 

Mamma lasciò la macchina a Pietrafitta e si avviò a piedi lungo la strada che portava alla salita sterrata fino alla scuolina.  

Peccato che quando arrivò, la trovò chiusa, senza che nessuno la avesse avvertita di niente. Fece presente la cosa alla direttrice che richiamò la bidella per non aver aperto l’edificio.

Questa si arrabbiò tantissimo e se la rifece con mamma. Che le disse, ma scusi, lei doveva essere in servizio. Le era stato forse comunicato da qualcuno di non aprire la scuola?

In ogni caso, evidentemente da quelle parti funzionava così. Perché quel giorno, con la neve, a scuola c’era soltanto lei e nemmeno uno dei ragazzi.

Quando entrò di ruolo le toccò il posto a Rapolano. Mamma andava con la sua macchina e portava un’altra insegnante di Poggibonsi. Un giorno nevicò. A quell’epoca era già sposata con babbo ed eravamo nate noi. Al momento di partire l’automobile aveva un qualche problema, forse non aveva le catene, così gliela prestò una vicina.

Fecero tutta la strada senza incontrare anima viva, nemmeno sulla Siena-Bettolle. 

Arrivate alla meta mamma frenò e la macchina andò in testacoda, ma non successe niente di grave. Però la scuola era chiusa. 

Chiamarono la custode perché aprisse la porta. A quel punto arrivarono anche le altre maestre, che erano tutte del posto. I ragazzi invece c’erano già. Da allora a mamma e all’altra insegnante di Poggibonsi furono riservati gli sguardi in cagnesco delle colleghe.

C’era un altro motivo per cui le colleghe ce l’avevano con mamma. 

Essendoci la possibilità di richiedere il doposcuola, lei lo fece e il direttore le disse di sì.

Era un’occasione per i ragazzi, visto che in zona non c’era nulla. Però lo faceva solo la classe di mamma perché le altre maestre preferivano arrabbiarsi con lei per la novità, anziché provare a cambiare qualcosa anche loro. 

Ce l’avevano anche con la maestra che faceva il doposcuola, un’insegnante molto brava.

Mamma la mise in guardia. Mi raccomando, controllali bene i ragazzi, che non succeda nulla, perché lo sai come sono qui. Sono conformisti e tutto quello che è nuovo non gli va bene. Bisogna andare in conformità a quello che hanno sempre fatto. 

Quando tornammo a stare in campagna mamma si appassionò ai lavori in mezzo alla natura. Non stava mai ferma, nemmeno con la neve. Una volta scivolò e sbattè forte a terra. Non si ruppe niente, ma aveva talmente tanti dolori che dovette appoggiarsi alle stampelle per un bel po’, con babbo che le faceva da chaperon e la portava a fare la spesa e tutto il resto.

La volta di Rapolano era una delle ultime in giro per la provincia. Da lì a poco mamma avrebbe scambiato la sede di lavoro con babbo, più vicina, per occuparsi di me e mia sorella. Il giorno che nevicò, quando finalmente tornò a casa, vide babbo sulla terrazza che mi teneva stretta in braccio e guardava all’orizzonte, come le mogli dei pescatori sulla scogliera davanti al mare in tempesta. Sembrava un povero vedovo abbandonato nel grande oceano delle difficoltà. Con figli a carico.

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Allarme inutile

Quando stavo a Belluno accadde che mi preoccupassi molto per la sorte della mia amica, l’anziana scrittrice di gialli per ragazzi. In genere la incontravo in ascensore, oppure sentivo il giornale radio la mattina dalla finestra della sua cucina. Qualche volta la vedevo seduta con le amiche in uno dei bar del centro o ci sentivamo al telefono.

A un certo punto invece mi resi conto che non avevo segnali della sua presenza già da un po’. Al cellulare non rispondeva, ma non era un problema. Avrebbe richiamato lei quando le fosse tornato meglio, una volta vista la chiamata. Però erano anche diversi giorni che non la incontravo in ascensore. Provai a suonare il suo campanello. Niente. Intanto passavano i giorni e la cassetta della posta si riempiva di buste che nessuno ritirava. 

Il sabato mattina pensai che dovevo fare qualcosa, sperando che non fosse troppo tardi.

Provai a fare un’ultima chiamata. Niente. Il telefono suonava, e questo mi sembrava positivo, ma non lo era il fatto che la signora non rispondesse.

Alla fine mi decisi e chiamai il 118. 

Scattò l’allarme che fece partire la procedura prevista in questi casi.

In pochi minuti arrivarono i sanitari con l’ambulanza, i vigili del fuoco e i carabinieri.

Spiegai loro qual era la situazione. Tentai un’ultima chiamata, che non ottenne risposta.

Quando i vigili del fuoco, che nel frattempo si erano posizionati sotto alla finestra della sua camera, terzo piano fronte Duomo, mi chiesero se potevano procedere, a malincuore risposi di sì.

Nel momento in cui il pompiere frantumava il vetro della finestra, mi squillò il telefono.

Era l’anziana scrittrice.

Le spiegai la situazione. 

Lei, mi disse, era nella casa di montagna dove era andata da qualche giorno senza dire nulla a nessuno. Tornava tutto, la posta che si accumulava, il campanello che suonava a vuoto. 

Ma il telefono?

Aveva visto le chiamate, ma una volta riposava, una volta parlava con qualcuno e si era dimenticata di richiamarmi.

Però mi ringraziò moltissimo per essermi preoccupata per lei.

La mattina dopo, domenica, aspettavo delle persone alle 10 per parlare di scrittura e letteratura intorno al tavolo del mio tinello.

Scesi in cantina a recuperare qualche sedia e quando risalii trovai due di loro che mi aspettavano davanti alla porta. 

In quel momento si fermò l’ascensore e ne uscì la vecchia vicina, l’amica di Ercolino. 

La salutai. 

  • Proprio, lei. Ma non si vergogna per quello che ha fatto?
  • Per cosa, scusi?
  • Me lo chiede anche? Ha messo la nostra casa al centro dell’attenzione per niente. Lo sa che ieri mi hanno chiamato tutto il giorno per chiedermi che cosa era successo?

Il problema, mi spiegò con insolito (perfino per lei) livore, era che il giorno prima era sabato, giorno di mercato. Per cui lo schieramento di ambulanza, carabinieri e vigili del fuoco era stato notato da centinaia di persone. E questo era un motivo di grande vergogna per lei, che si era dovuta scusare con l’intera città per il disturbo (peraltro inutile) da me causato.

L’anziana scrittrice invece si fece una gran risata e mi volle perfino fare un regalo. Disse che non si sarebbe mai aspettata che qualcuno si interessasse tanto a lei. 

Qualche giorno dopo mi consegnò un pacco infiocchettato. Dentro c’era una scatola decorata con i papaveri di Monet che conteneva tazza, piattino e teiera con lo stesso motivo.

Ho mandato un regalo anche ai vigili del fuoco – mi disse -. Erano tanto dispiaciuti per il vetro rotto. Ma che problema c’è, gli ho detto. Con il caldo che fa la notte, almeno avrò la camera ventilata.   

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Posteggio e ordinaria follia

Ci sono delle storie che sono talmente brutte e immotivate che ti chiedi, ma perché dovrei raccontarle. E infatti ormai sono anni che questa storia me la tengo dentro. Con l’unico risultato di farla affiorare, ogni tanto, alla memoria, con il suo carico di amarezza. 

Poi, tra i motivi per cui si racconta una storia c’è anche la volontà di lasciarla andare e sperare quasi di non ricordarla più.

Per questo la racconto.

Un giorno di non molti anni fa ero andata in ospedale da sola per un intervento di poco conto. Il reumatologo mi aveva detto che avrei sentito come un pizzicotto, niente più. C’era da trovare un nome al male che mi affliggeva, a quei misteriosi dolori che aggredivano i miei muscoli rendendomi difficili i movimenti. Quel giorno mi aspettavano in uno dei piani super sotterranei dove avrei trovato due medici giovanissimi, probabilmente specializzandi, più interessati alle carriere dei loro colleghi e a qualcosa che sarebbe dovuto accadere in Sardegna che a me.

Io me ne stavo stesa sul lettino mentre uno di loro armeggiava con un bisturi nella mia bocca e parlava con l’altro. Io non esistevo.

Il bisturi intanto armeggiava molto perché non riusciva a trovare quello che cercava, ovvero delle ghiandole salivari da asportare dall’interno delle mie labbra per sottoporle a un qualche esame. Non proprio un pizzicotto. Almeno mi avevano fatto una puntura di anestetico.

Uscii abbastanza tramortita con l’unico pensiero di arrivare a casa il più presto possibile e infilarmi a letto. 

Pagai il posteggio, entrai in auto e feci per uscire a retromarcia. Impossibile. C’era un suv piantato dietro che non si muoveva. Gli lasciai il tempo per passare, ma quello niente. Mi sporsi dal finestrino con il mio labbro gonfio ricucito con i punti e la mia voglia di andare a dormire e gli chiesi se per favore mi faceva passare.

Era un tizio anziano. Mi disse, vada lei in avanti.

Non potevo. Avevo messo la macchina in uno dei posteggi a lisca di pesce nella prima fila a sinistra del piazzale scoperto. 

Non posso, dissi.

E lui, può può. Giri tutto a sinistra. 

Il genio pretendeva quindi che io ruotassi la macchina di novanta gradi e uscissi da un posto libero a lisca di pesce nella corsia opposta, disposto nel senso contrario al mio, per sbucare nel corridoio contro il senso di circolazione, pure.

Scusi, che cosa le costa andare indietro e lasciarmi passare?

Nel frattempo si stava formando una fila di auto dietro al suv.

Spostati, cretina, sei proprio una puttana, disse una voce di donna.

Volsi lo sguardo perplessa verso una signora bloccata sull’ultimo metro della rampa in salita, che mi restituì uno sguardo altrettanto perplesso. 

Deficiente, muoviti.

La voce di donna veniva dal suv dell’anziano, era la moglie, seduta accanto a lui.

Senta, io di qui non mi muovo. Se si sposta, esco, altrimento resto qua. 

Non avevo molto tempo per stare dietro a queste manfrine. Una volta pagato, il biglietto ti dà quindici minuti e poi scade. Tra l’altro era l’ora di pranzo e il parcheggio era abbastanza libero, il tizio avrebbe potuto scegliere altri posti anziché intestardirsi a volere il mio. 

Alla fine l’uomo si decise a mettere la retro, costringendo tutta la fila a fare altrettanto e io potei fare la mia manovra. 

Calcolai mentalmente il tempo che mi mancava alla scadenza del biglietto e mi fermai giusto un minuto per rendergli il favore. Poi, esausta, ingranai la prima ed uscii dal parcheggio assolato.

Senza aver potuto trarre nemmeno una morale o un qualche senso da questa storia. 

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Il salice della discordia

In Campolungo abitavamo in un condominio di tre piani e sei appartamenti. Il nostro era al secondo piano a sinistra. Quelli al primo piano avevano il giardinetto in cui scendevano dalla terrazza. Agli altri spettava un pezzettino di terra ciascuno al quale si accedeva girando intorno alla casa. 

Nel nostro pezzo si teneva la roulotte durante l’inverno. Non c’erano molte piante, a parte un cespuglio di uva spina, un rosmarino e poco più. 

Un anno gli alunni di mamma le regalarono un salice piangente che piantammo lì. L’alberello crebbe in pochi anni, sviluppando le sue bellissime fronde. Purtroppo non fu piantato in posizione abbastanza centrale nel terreno, ma più sul lato sinistro, e alcune fronde andavano ad occupare lo spazio aereo dell’orto dei vicini del terzo piano. 

La vecchia ogni volta che ci incontrava ci diceva di tagliare quei rami, altrimenti lo avrebbe fatto lei.

Io quel salice lo amavo moltissimo e non riuscivo a spiegarmi come una pianta così bella potesse generare tanta insofferenza.  

In ogni caso mamma e babbo potavano quei rami per evitare dissidi con i vicini. 

Loro occupavano l’appartamento sopra il nostro. Un giorno, da piccola, ero sola in casa. Fuori dalla porta, dal pianerottolo, venivano dei rumori strani. Swish, thump. In certi momenti la porta tremava, quasi sbatteva. Ero terrorizzata e allo stesso tempo morivo dalla voglia di scoprire che cosa stesse succedendo. A un certo punto mi feci forza, raccolsi tutto il coraggio che avevo, aprii la porta di scatto e, con un urlo tipo l’ultimo dei mohicani, mi lanciai sul pianerottolo pronta ad affrontare il mostro misterioso. Cioè la vicina del piano di sopra che stava passando il cencio sulle scale. Che non si impressionò, ma nemmeno perse l’occasione.

  • Dì alla tua mamma che stia più attenta quando bagna le piante. Esce l’acqua dai vasi e poi la devo asciugare io.

Io però, dopo aver scoperto che il misterioso mostro era la vecchia vicina che passava il cencio, ero paonazza per la vergogna e mi sarei solo voluta nascondere.

  • Digli anche di potare quel salice, sennò glielo taglio io.

Un giorno sempre la stessa tizia, incontrandomi per le scale, mi disse, povera te che sei nata donna, vedrai quante ne avrai da passare. Un’esplosione di positività.

A un certo punto, dopo anni passati in camera con la mia sorella, decisi che ne volevo una per conto mio. Così mi trasferii in salotto. 

Fu più o meno nel periodo in cui i vicini del piano di sopra iniziarono a sparare Julio Iglesias a tutto volume alle sette della domenica mattina. 

Mamma, babbo e Paola avevano le camere un po’ più in là, rispetto al salotto. Io invece dormivo nella stanza proprio sotto a quella del giradischi.

Dopo qualche domenica mi presentai alla porta della vicina chiedendole se per favore potevano tenere la musica più bassa perché la domenica era l’unico giorno in cui potevo dormire.

La vecchia rispose che avrebbero continuato a fare come gli pareva. Così Julio Iglesias continuò ad urlare sono un pirata sono un signore ogni domenica mattina.

Quando ero ormai grande, mamma mi raccontò che la vecchia vicina mi aveva fatto da baby sitter nei primi mesi della mia vita. Chissà che cosa mi avrà trasmesso.

Finalmente, ai miei diciotto anni, ci trasferimmo in campagna e lasciammo la casa di Campolungo insieme all’orto e al salice piangente. 

Qualche tempo dopo mi venne voglia di rivedere la nostra vecchia casa. Le facciate di ogni appartamento, che prima erano del colore deciso da chi ci abitava con un allegro effetto Arlecchino, erano state dipinte tutte nello stesso color giallo pesca.

Girai verso i garage per dare un’occhiata all’orto e la cosa mi saltò subito all’occhio.

Il salice non c’era più. 

Non nascondo che il fatto mi ha lasciato una certa tristezza. La stessa che provo ancora oggi ogni volta che penso al salice della discordia. 

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La scoperta di Harvey Milk

Nell’autunno del Duemila ero a San Francisco con un amico. Un giorno, mentre passeggiavamo in un parco, conoscemmo Rob. Ci chiese se volevamo salire anche noi su una pietra da dove in passato i poeti declamavano le loro composizioni e così diventammo amici. Rob era un biondino alto e magro che vestiva di nero e vendeva accessori per animali on line. Nel corso della vacanza ci vedemmo più volte. Una sera venne a cena da noi con un’amica. Io preparai gli spaghetti con il pesto fatto in casa portati dall’Italia, il mio amico le cosce di pollo con le cipolle, che vennero buonissime, nonostante il forno con i gradi Fahrenheit.

Ci eravamo sistemati in un attico pieno di finestre a Pacific Heights, grazie ad un home exchange. Rob ci disse che nella casa di fronte alla nostra, ma al di là del parco, ci stava una scrittrice famosa, Danielle Steel, e che spesso i fan si aggiravano nella zona nella speranza di vederla. Un po’ più a sinistra invece abitava una ex sindaca di San Francisco che aveva fatto molto scalpore la volta che si era fatta intervistare da una tv mentre era sotto la doccia.

Una sera andammo noi a casa di Rob, poi uscimmo e lui ci mostrò alcuni luoghi dove Hitchcock aveva girato i suoi film. Come l’albergo con l’insegna intermittente di Vertigo, La donna che visse due volte. 

Un giorno ci trovammo con la sua amica Vanessa, una ragazza molto ricca e un po’ sola, che pagò taxi, cibo e bevute a tutti senza batter ciglio. Con lei ci divertimmo a mimare un ingresso trionfale all’Opera immaginandoci camminare sul tappeto rosso in abito da sera con piume e lustrini, tra le risate divertite degli addetti del teatro. Con Rob e Vanessa andammo anche a una festa nel Marina District, dove il Cosmopolitan scorreva a fiumi. Trascorremmo il pomeriggio a bere cocktail e a cantare con il karaoke in giardino. 

Una sera Rob, mentre passavamo sotto al municipio, ci raccontò la storia di Harvey Milk e di come, nell’anniversario della sua morte (e del sindaco George Moscone), la City Hall si accenda dei colori dell’arcobaleno.

Fu la cosa che mi colpì di più del lungo viaggio a San Francisco. Non riuscivo a credere che in un posto così bello e cosmopolita fosse successa una cosa così terribile.

In ogni caso, dal momento che San Francisco aveva scalzato il posto nel mio cuore fino ad allora occupato da New York, decisi che avrei fatto di tutto per tornare a viverci.

Il primo pensiero erano i soldi. Me ne sarebbero occorsi moltissimi, non solo per le leggi americane sull’immigrazione. San Francisco in quegli anni era al centro del fenomeno economico dovuto alla crescita delle imprese high-tech della Silicon Valley e si era conquistata il titolo di città più cara di tutti gli Stati Uniti.

Speravo che il mio amico mi lasciasse usare una foto che gli avevo scattato mentre si sfilava il maglione sullo sfondo dei grattacieli. Ero piuttosto convinta di potermi mantenere trasformandola in poster da vendere nel quartiere di Castro, simbolo della comunità LGTB di San Francisco. 

Dopo aver scoperto la storia di Harvey Milk, pensai che avrei potuto scrivere un libro sulla sua vita (che sarebbe ovviamente andato a ruba in Europa e in America) permettendomi di vivere in California anche meglio che con il poster. 

Quando tornai a casa cominciai a documentarmi e raccolsi un bel po’ di materiale da diversi siti on line. Pensai però che per scrivere un libro andando veramente a fondo in quella storia avrei dovuto trascorrere un certo periodo a San Francisco per raccogliere testimonianze e intervistare qualcuno che poteva averlo conosciuto di persona. 

Insomma, qualche anno dopo arrivò il film di Gus van Sant con Sean Penn nelle vesti di Harvey Milk e io non avevo ancora scritto niente. 

Nemmeno il mio amico mi ha più detto se potevo usare quella foto per i poster.

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La Gran Risa e il colpo di testa

Tanti anni fa andai in una qualche valle di montagna con la mia amica e la solita coppia di amici romani. Un giorno ci venne a trovare un amico da una città del nord e per l’occasione decidemmo di andare a sciare in Val Badia. 

Salimmo tutti sul furgone della mia amica e partimmo.

Per strada ci fermammo davanti a un tabacchino per comprare le sigarette. Scesi io. 

Al momento di risalire, tutta contenta, presi la rincorsa e con un gran salto mi apprestai a infilarmi dal portellone laterale.

Loro sentirono un gran botto. Io un male cane. 

Ragazzi, che craniata.

Rimbalzai all’indietro, ma ce la feci a non cadere.

Dentro al furgone ci fu un silenzio di alcuni, lunghissimi secondi. Poi cominciarono a preoccuparsi per me.

Le stelline ancora brillavano nel mio cranio, ma avevo un orgoglio da difendere.

Poi, mai avrei voluto rovinare la gita a tutti gli altri.

Per cui dissi che stavo bene e che non era successo nulla.

Mi misi a sedere al mio posto e ripartimmo.

Dopo pochi minuti il ragazzo romano chiese alla mia amica di fermarsi. Prese una busta di plastica, scese dal furgone e la riempì di neve a manciate dal ciglio della strada. 

Mi disse, tienitelo sulla testa.

Come Paperino.

In ogni caso, alla fine, non avevo detto proprio una bugia. Nonostante la botta e soprattutto il rinculo sulla cervicale, stavo abbastanza bene e ce la feci a trascorrere una giornata tranquilla sugli sci. 

L’amico del nord ci faceva ridere. Le sue frasi forti erano “al di fuori delle rotte commerciali” e “fa figo e non impegna”, pronunciate con accento bauscia e applicate un po’ a tutto, secondo l’occorrenza. 

Da allora cominciammo ad usarle anche noi, le volte che avevamo voglia di ridere un po’.

L’amico del nord si prese particolarmente cura di me e mi dette diverse dritte interessanti per sciare, attività per la quale, nonostante i reiterati tentativi, non sono in realtà molto portata. Fu grazie a lui se, almeno per quel giorno, mi si chiarì il mistero del peso a monte e di quello a valle, ma soprattutto fu grazie a lui se, almeno per quel giorno, vinsi il terrore delle piste difficili, ghiacciate e all’ombra. 

Io lo seguii fiduciosa mentre la mia amica sciava volteggiando di pista in pista come suo solito. Dei romani, invece, avevamo perso traccia.

Dopo che mi fui decisa a scendere con una certa scioltezza, pur senza esagerare, mi informò che quella era una pista nera.

Come sarebbe a dire nera? 

Sì, è la più difficile ma anche la più bella. È la preferita di Alberto Tomba.

Così quando torni a casa ai tuoi amici potrai dire di aver fatto la Gran Risa.

In realtà non è che quella cosa fosse al centro dei miei pensieri e poi a Colle Val d’Elsa chi avrei mai potuto impressionare. 

In ogni caso quella piccola avventura contribuì a gonfiarmi un po’. 

La racconto adesso, in ricordo di quella storica craniata.

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Il pappagallo e la libertà

In prima elementare un compagno di classe mi regalò un pappagallino. Disse che lui ne aveva tanti, perché i suoi gliene facevano di continuo. Mi sembrò un miracolo. Che bel regalo. Un animalino, un esserino vivo, che entrava nella mia vita. 

Era un pappagallino come tanti, piccolo, di colore chiaro, con sfumature celesti. Me ne prendevo cura quando tornavo da scuola. Gli davo da mangiare, gli cambiavo l’acqua, gli pulivo la gabbietta. 

Lui stava aggrappato alle pareti di metallo con quei suoi artigli, becchettava l’aria e sembrava solo voler uscire dalla gabbia. 

Un giorno provai a liberarlo. Chiusi bene la finestra e la porta di camera e aprii lo sportellino. 

Lui fece un breve volo, andando ad appoggiarsi su un ripiano della libreria. Poi da lì ancora un voletto fino alla testiera in metallo del letto. 

Quando lo presi fra le mani non fuggi. Anzi, si faceva accarezzare. Era morbido, leggerissimo. 

Ero felicissima. Anche di potergli regalare un po’ di libertà.

Ogni giorno tornavo da scuola, mangiavo, facevo i compiti e poi giocavo con il pappagallo. Il momento più triste era quando dovevo rinchiuderlo di nuovo. 

Sognavo già allora un mondo senza gabbie. Ma era solo un sogno di bambina.

Dopo che avevo cominciato a liberarlo, mi sembrò che il pappagallino fosse diventato più nervoso. Era come se pretendesse di uscire. Ormai quello era diventato un diritto acquisito. 

Un giorno il pappagallino morì.

Lo trovai steso nella gabbietta e non riuscivo a crederci.

Piansi e mi disperai.

Poi mi convinsi che era stata colpa mia. Gli avevo fatto assaggiare una piccolissima fetta di libertà per poi rinchiuderlo di nuovo. E quello per lui era stato troppo.

Anche babbo la pensava così.

In questi giorni mi è capitato di fare alcune supplenze in una scuola media. I ragazzini di prima cercavano tutte le scuse possibili per farsi portare in giardino, o durante la ricreazione o per l’intera lezione. 

Così stiamo più attenti. Oppure, la nostra prof ci porta sempre.

Il top era quando ripetevano le frasi ascoltate dai grandi. In questo periodo siamo stati costretti al chiuso, abbiamo BISOGNO di uscire.

Stranamente, però, uscivano solo con la supplente, cioè con me.

Uno dei primi giorni non sono riuscita a dire loro di no, abbiamo fatto un intervallo e una lettura all’aperto, portandoci dietro le sedie e spostandoci di continuo per schivare i raggi del sole. 

Poi ho deciso di non portarli più, visto che tanto facevano sempre confusione, dentro e fuori.

Loro sono diventati ancora più agitati e mi hanno reso quasi impossibile fare lezione. 

L’ultimo giorno urlavano tutti insieme e battevano i piedi per terra. Da impazzire.

È stato questo a farmi venire in mente la storia del pappagallino morto di strazio dopo aver assaporato la libertà.

Ho chiamato uno dei ragazzini più agitati alla lavagna e gli ho detto, scrivi.

M-A-N-I-P-O-L-A-T-O-R-E.

Lo so io che vuol dire, ha alzato la mano uno dei ragazzini.

È uno che vuole far fare agli altri quello che vuole lui. Come noi!

E tutta la classe, come noi, come noi.

Qualche tempo fa, però, mi è capitato di parlare con qualcuno della storia del pappagallo. Mi disse che sicuramente non era stata la smania di libertà ad ucciderlo.

Sono animalini molto fragili e capita che perdano la vita così, per mille motivi. Inoltre, essendo nati e cresciuti in gabbia, hanno perso l’istinto del volo libero. Anzi, tornare liberi per loro significherebbe la morte certa, visto che non conoscono le insidie e i pericoli del mondo là fuori.

Una spiegazione che mi rincuorò, cancellando in un colpo il rimorso di tutto il tempo in cui avevo creduto il contrario.

Per questo ho pensato che non sarebbero morti nemmeno i ragazzini.

E così è stato.

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L’asilo delle suore

Da piccola sono andata all’asilo dalle suore. Si iniziava a tre anni ma mi iscrissero anche se ne avevo solo due, facendo un’eccezione per mamma che lavorava e non ce la faceva a star dietro a due bambine. Il nido ancora non esisteva. 

L’ingresso fu un trauma. Piangevo a squarciagola nel mio passeggino, terrorizzata da quel luogo sconosciuto. Mi salvò la presenza di Fernando, un altro bambino nelle stesse condizioni, che da allora diventò il mio fidanzato e il cui nome fu dato al maialino di nonna Armida.

Dopo però mi trovai benissimo. C’era una suora fantastica. Grazie a lei, superai l’ansia dell’abbandono. Con lei mi sentivo come a casa, fra le cose che conoscevo. 

All’asilo c’era la mensa. Portavamo il secondo e la frutta da casa in un panierino di plastica rosa rigida traforata (celeste per i bambini), mentre il primo lo servivano le suore. Pastasciutta al pomodoro o minestrone di verdure. Nel panierino invece portavamo scatolette di tonno, stracchino, una mela.

Dopo pranzo si faceva un sonnellino su delle brandine in una stanza oscurata.

Un giorno la suorina buona ci disse che sarebbe andata via, in Cile, in Perù, in una missione e non l’avremmo più rivista. Ma non dovevamo preoccuparci, saremmo rimasti con tutte le altre suore.

Una banda di stronze.

Fu uno dei primi grandi dolori della mia vita. Perché, perché doveva andare via proprio lei?

Babbo cercava di spiegarmi, sono cose che succedono.

Con la partenza della suorina l’asilo diventò un posto peggiore.

Quando era il momento di andare in bagno, tutte in fila, capitava che nell’attesa ci sedessimo per terra.

Non ci si siede per terra – diceva allora la suora di turno – perché se ci si siede per terra le formiche ci entrano da un buchino, camminano dentro di noi tutto su, lungo le gambe, la pancia, le braccia, fino alla testa e ci mangiano il cervello.

Quale buchino?

Ma soprattutto, quali formiche? Eravamo in un bagno, mica in mezzo al prato.

All’asilo c’era una bambina che ci graffiava tutte. La chiamavamo col suo nome seguito dall’appellativo Graffiona. Ancora oggi, se capita di parlare di lei, viene naturale chiamarla così. 

Intorno all’asilo c’era un giardino recintato dove andavamo a giocare. 

A un certo punto, intorno ai trent’anni, mi resi conto che avevo un incubo ricorrente. Nel sogno tornavo bambina, all’asilo dalle suore. Andavamo tutti fuori a giocare, nel giardino, dove si apriva sempre un enorme cratere di sassi e fango. Pian piano ci scivolavo dentro e non riuscivo più a risalire. Urlavo ma nessuno mi aiutava.

Ogni notte.

Poi mi svegliavo di colpo, sudata e con il cuore che batteva a mille.

Con il tempo è passato anche l’incubo. Ma non ho mai capito che cosa volesse dire.

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Per un pugno di spiccioli

Quando ero piccola fui invitata da un’amichetta in gita con i suoi genitori. Partimmo con l’auto del suo babbo, lui al volante, la mamma a fianco. Noi dietro, sui sedili foderati di plastica rigida e fredda.

Io indossavo calzettoni bianchi traforati e le scarpette blu con gli occhi. La mia amica aveva una passata con un fiocco sui capelli. 

Io avevo anche un borsellino, nel quale mamma aveva messo due spiccioletti per ogni evenienza. Una o due monete da cento e cinquanta lire, niente più.

La mia amica invece aveva una borsetta bellissima, di plastica bianca simil coccodrillo, tutta luccicante con la chiusura a scatto e la tracolla a catena. Quando fummo partiti mi mostrò anche che cosa c’era dentro. Un fazzolettino profumato e dei soldi, tanti soldi tutti in monete da cento e da cinquanta lire. 

Tutto quel bendidio mi lasciò da principio un po’ sbigottita. Però poi elaborai un piano, che misi in atto durante il viaggio.

La mia amica aveva un anno o due meno di me, era più robusta ma anche meno sveglia.

Cominciai ad indicarle delle cose che sfilavano fuori dal finestrino.

  • Guarda quella casa…
  • Dove?
  • Laggiù…

Mentre lei si girava a guardare la casa, o un albero o un tizio che andava in bicicletta, io lesta lesta aprivo la sua borsetta, le prendevo una o due monete e le mettevo nel mio borsellino.

Era divertente. Non avrei mai creduto che fosse così facile. 

All’inizio pensai di prenderle solo qualche monetina, tanto per rimettere le cose in pari, e finirla lì. Poi il gioco mi prese la mano. A un certo punto pensai che avrei dovuto smettere e rifare lo stesso gioco ma al contrario, rimettendo i soldi nella sua borsetta prima che se ne accorgesse. 

A un certo punto però la mamma si girò e le chiese la borsetta. Quando la aprì, la trovò vuota.

  • Ma tutti quei soldi che fine hanno fatto? 

La mia amica cadde dalle nuvole. Io diventai paonazza.

  • Fammi vedere.

La mamma allungò la mano, afferrò il mio borsellino e lo aprì. 

  • Ah, ecco dove erano andati a finire…

Fu così che rovesciò dentro la borsetta della figlia tutto il contenuto del mio borsellino.

Tentai di dire che trecento lire erano mie. Ma mi zittì subito.

Ho dimenticato tutto il resto di quella giornata. Dove eravamo diretti e a fare che cosa.

Se la mia amica disse qualcosa e se questo episodio cambiò qualcosa fra di noi. 

So solo che tornai a casa alleggerita dei miei pochi spiccioli ma con il cuore pesante per qualcosa che non ero ancora in grado di comprendere.

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Il capriolo

Una sera di tanti anni fa, con due amiche, andai a cena a Radicondoli, da un’altra amica che allora aveva un ristorante.

Andammo con la mia macchina, che all’epoca era la Fiat 500 rossa che mi aveva regalato babbo, quella con i coprisedili a disegni colorati stile Keith Haring. Già all’andata era buio e, sia per la strada piena di curve e costeggiata dal bosco, sia per il traffico scarso, tenevo gli abbaglianti. Per fortuna.

A un tratto fu come se esplodesse un flash. Sulla destra i fari illuminarono una massa chiara che sembrava volare verso di noi. Sterzai tutto a sinistra e frenai. 

Urlammo tutte.

Sentii un piccolo colpo, come il rimbalzo di un pallone, sempre sulla destra.  

Era un capriolo. 

Dopo essere rimbalzato sulla portiera della macchina, cadde a terra, agitando le zampette sottili. Ma si rialzò subito e fuggì nel bosco da dove era venuto.

Noi ci ritrovammo da sole, in mezzo a una strada deserta, nel buio, a chiederci che cosa fare. Per fortuna già esistevano i telefoni cellulari. Chiamai la mia amica e le dissi che cosa era successo. Disse che avrebbe avvisato la forestale che sicuramente avrebbe fatto un sopralluogo per controllare se l’animale fosse ferito. Intanto potevamo rimetterci in marcia.

  • Io veramente volevo cercare il capriolo. Pensavo di caricarlo dietro, così potevamo vedere subito se gli era successo qualcosa.
  • Ma sei pazza? Disse la mia amica.

Controllammo la macchina. C’era solo una piccola infossatura sullo sportello. Quasi non si vedeva. Ripartimmo, un po’ scosse. 

Ancora non mi ero trasferita nel capoluogo montano di una provincia montana, per cui le mie conoscenze in fatto di fauna selvatica al tempo erano condizionate dai ricordi dei dolci animaletti parlanti, gufi, aquile e cerbiatti, dei cartoni Disney. 

Cominciai forse in quell’occasione a capire, per quanto oscuramente, che non era affatto così e che il nostro mondo civilizzato, compresi boschi e campagne, era separato nettamente da quello selvatico e che l’unico modo per aiutare questa fauna era di cercare di averci a che fare direttamente il meno possibile. Figurarsi pensare di caricare un capriolo vivo in auto.

  • Bevete qualcosa? Disse la mia amica quando arrivammo al ristorante.
  • Io qualcosa di forte.

Non mi era mai successo prima. Qualcosa di forte, un cognac (non bevo superalcolici), mi serviva come scossa per ammortizzare l’altra scossa ben più forte dell’investimento del capriolo. 

Non è successo mai più.

Comunque funzionò.

Continuai a preoccuparmi per la sorte del capriolo. Nei giorni successivi, mi disse la mia amica, i forestali avevano girato il bosco vicino a dove c’era stato il piccolo incidente e non avevano trovato niente.

Sicuramente, dissero, l’animale stava bene e si era allontanato per tornare alla sua vita selvatica.

Ringrazai la natura o chi per lei che aveva creato animali tanto graziosi e allo stesso tempo tanto resistenti.

Qualche giorno fa è capitato di riparlare con la mia amica proprio di questo fatto. 

  • Sicuramente è morto qualche giorno dopo – ha detto del capriolo -. Ho saputo che quando prendono una botta non si ripigliano più.

Un’altra piccola illusione crollata.

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