I Mondiali dell’82

L’11 luglio del 1982 invitai alcune amiche del liceo a vedere la finale del mondiale. Mamma e babbo erano andati a vederla dai nostri nuovi vicini e avevamo la casa tutta per noi. Ci eravamo trasferiti in campagna da pochi mesi e io ero nel pieno dell’esame di maturità. Fatti gli scritti, aspettavo l’orale, il 18 luglio. La mattina dopo il concerto dei Rolling Stones a Napoli. 

Con le amiche avevamo deciso di fare pizza e birra. Non ricordo perché ma a cena arrivarono anche due ragazzi di Poggibonsi. Guardammo la partita mentre mangiavamo seduti al tavolone del salotto. 

Nel pomeriggio i Rolling avevano suonato a Torino e Mick Jagger, il mio Mick Jagger, quello che campeggiava in un manifesto in bianco e nero a tutta parete nella mia cameretta minuscola, avvolto in una bandiera tricolore aveva gridato al pubblico che avremmo vinto 3 a 1. 

Incredibilmente la partita con la Germania Ovest finì proprio così, anche se in quel momento non era la cosa più importante. Importava urlare come pazze ad ogni gol, ad ognuno un po’ di più e alla fine gioire per la vittoria, che anche se il calcio non lo segui sempre, quando vinci un mondiale la festa la fai eccome. 

Allora non sapevamo che stavamo vivendo un pezzo di storia, un momento che nessuno avrebbe dimenticato mai più. I gol di Rossi, Tardelli e Altobelli, il presidente Pertini che esulta dagli spalti. L’urlo di Tardelli. Nando Martellini e il suo Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo.

Urlammo, cantammo e ballammo, felici ed eccitate per questa nostra serata da grandi.

I due ragazzi a un certo punto andarono sull’aia e cominciarono a discutere in modo piuttosto acceso. Non so se avevano bevuto un po’ troppo, forse avevano iniziato già prima di venire da noi. In ogni caso la discussione andò peggiorando finché uno dei due afferrò dal muretto dei vasi di terracotta pieni dei fiori di Loriana e li gettò addosso all’altro. I vasi caddero a terra, spaccandosi, con i fiori sparpagliati dappertutto.

E così anche questa festa era andata in vacca. Lì per lì, non fui in grado di prevedere il dramma che si sarebbe scatenato in casa. Pensai che si sarebbero comprati dei nuovi vasi, avremmo recuperato la terra e i fiori e tutto sarebbe tornato a posto.

Non fu così.

Mamma diventò una furia. 

Io non sapevo come affrontare la situazione. D’altra parte che cosa avevo fatto di male? Erano stati quelli là. Che ci potevo fare? 

Mi chiusi in camera a chiave e mi rifiutai di mangiare per due giorni, autoinfliggendomi una punizione che non mi avrebbe dato nessun altro.

Di là dalla porta mamma insisteva. 

  • Chi è stato? Ho il diritto di sapere chi è stato.

Alla fine le dissi i nomi dei due, pensando che sarebbe finita lì.  

Ma neanche per idea. Lei si armò di elenco telefonico e individuò il nome della famiglia del lanciatore, numero e indirizzo. E ci andò.

Quando tornò a casa sembrava che andasse un po’ meglio. Aveva parlato con il fratello maggiore che si era scusato e l’aveva tranquillizzata. Credo che le avesse offerto anche un risarcimento, che lei rifiutò. Non era una questione di soldi. Era il gesto, inutile e incomprensibile, che l’aveva ferita. Niente poteva offenderla di più che colpire i suoi amati fiori.

Ho scoperto però che l’affronto non è passato con gli anni. E ho capito che dovrò smettere di ricordarglielo, quell’episodio, visto che la fa star male ancora oggi.

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Polizia segreta

Quando vivevo a Treviso viaggiavo spesso in treno per tornare a casa. C’era un comodissimo Intercity Firenze-Udine, mi pare si chiamasse la Freccia del Piave, che mi evitava di dover cambiare a Mestre. Quando arrivavo salivo su un pullman che mi portava fino in piazza Arnolfo. Se arrivavo tardi, la sera, quando di bus non ce n’erano più, veniva a prendermi babbo. Poi ripartivo da Colle con la Sita la mattina presto.  

Del viaggio in treno apprezzo soprattutto la possibilità di estraniarsi dal mondo circostante, stando sprofondati in poltrona a leggere, cullati dal rassicurante tran tran.

Vivo la maleducazione altrui come un’intrusione nel mio piccolo mondo a misura di sedile. Ricordo il tratto Firenze-Bologna con una vistosa signora in tailleur rosso impegnata ad esibire i propri impegni di carriera parlando ininterrottamente a voce altissima, armata di computer e cellulare. O il Padova-Firenze sul seggiolino accanto ad un’artista che si vantava spudoratamente al telefono del successo della propria mostra, salvo abbassare drasticamente il volume della voce durante la chiamata del figlio, al quale chiedeva la stessa cortesia, dal momento che era in treno e non poteva parlare. E il politico veneto, chiacchierone, fanfarone e debordante, sulla tratta Bologna-Venezia. 

In genere preferisco non dare confidenza agli altri passeggeri, sperando di essere lasciata in pace a mia volta. A meno che non si tratti di persone come la giapponesina sul Firenze-Venezia che, per ringraziarmi di averle dato un’indicazione, rovistò in borsa fino a trovare un piccolo cadeau, un bloc notes in carta di riso con lapis, per me. Una gentilezza che cercai di contraccambiare con due biscottini al cioccolato di una confezione, ahimé, già aperta.  

Per il resto, sorrisi, grazie, buongiorno e buonasera.

Un giorno salii sul Firenze-Udine che mi portava a Treviso armata di un trolley abbastanza pesante. Il treno era pieno e avrei dovuto appoggiare la valigia sulla retina che un tempo sovrastava i sedili. Un signore gentile si offrì di aiutarmi, prendendo il trolley di peso e appoggiandolo sull’apposito sostegno. 

Capitò che ci scambiassimo alcune frasi, soprattutto verso la fine del viaggio quando si alzò per tirar giù il mio trolley, poco prima dell’arrivo alla stazione di Treviso, dove sarebbe sceso anche lui. 

Mi chiese che cosa facessi e, saputo che lavoravo in quel giornale, cominciò a citare i nomi di tutti i colleghi che conosceva. Collaborava con Tizio, ma anche con Caio. Sempronio lo vedeva sempre allo stadio quando era in servizio d’ordine.

Venne fuori che faceva il poliziotto.

Negli ultimi minuti che trascorremmo insieme in quel vagone, prima che il treno si fermasse a Treviso, continuò a parlare dei miei colleghi. Disse che glieli avrei dovuti salutare tutti, ci teneva proprio.

Aspettai che si presentasse, che mi dicesse da parte di chi avrei dovuto porgere i saluti. Visto che non lo faceva, glielo chiesi io.

  • Mi scusi ma non posso dirle il mio nome. Capirà, con il lavoro che faccio preferisco rimanere in incognito.

I colleghi però, quando riferii loro di questo strano incontro, capirono subito di chi si trattava. 

Foto di TheToonCompany da Pixabay

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Sa dirmi dov’è l’Appia Antica?

Non ricordo il momento esatto, ma di sicuro, quando ho iniziato a fare l’imitazione dei miei genitori ero solo una ragazzina.  

Senza saperlo, feci come fanno gli imitatori veri. Presi una loro caratteristica e la amplificai, trasformandola nel lato dominante. Loro sapevano di non essere proprio così, ma sono sempre stati al gioco. 

Il risultato fu che mamma diventò una signora svagata ma allo stesso tempo sicura delle proprie affermazioni, che parlava come la Signorina Snob con la voce dell’orso Yoghi del parco di Yellowstone. Di babbo invece misi in risalto l’irascibilità, spesso compressa, che si esprimeva con grugniti e grattate di gola.

Le voci servivano per scopi diversi. Per stemperare momenti di tensione, per prenderli in giro bonariamente e per raccontare episodi di cui erano protagonisti interpretandoli. Come accadeva con i nostri animali, mi bastava intonare una frase con quella voce e già era chiaro che non ero io che parlavo, ma babbo o mamma.

Babbo si lamentava spesso che mamma esprimesse i propri concetti con locuzioni infinite e complicati giri di parole. A lui, per farsi capire, spesso bastava un colpo di tosse dal tono giusto. 

A un certo punto iniziammo ad andare al mare d’estate nel sud Italia. Partivamo la mattina, con l’Alfetta nera e la roulotte, e verso l’ora di pranzo eravamo ai Castelli Romani. Qui babbo aveva individuato una trattoria che faceva dei galletti buonissimi. Ne mangiavamo uno a testa, anche io e Paola, che ne andavamo matte. Lui in più ordinava anche un fiaschetto di Frascati.

Un giorno, dopo essere ripartiti dai Castelli, babbo non riusciva a ritrovare la strada per proseguire verso sud.

Avremmo dovuto percorrere l’Appia Antica ma ogni volta ci ritrovavamo sulla via sbagliata. Mamma avrebbe dovuto fare il navigatore, controllando la cartina e dando indicazioni. Ma non sempre funzionava. In ogni caso se c’era da chiedere indicazioni, toccava a lei, dal momento che sedeva sul lato del passeggero.

  • Asvero, accosta che chiedo a quel signore.

Mentre apriva il finestrino a manovella, cercava di attirare l’attenzione dell’uomo, un tizio sbracato in ciabatte e pantaloni corti, dal ventre prominente, che la guardava con aria interrogativa.

  • Signore, mi scusi se la disturbo. Dal momento che dobbiamo andare verso sud, avremmo bisogno di trovare l’Appia antica. Lei saprebbe indicarci come raggiungerla, per favore? 

Mentre mamma parlava, babbo soffriva. Per cercare di non mostrare la propria insofferenza, stringeva i pugni e li batteva sul volante, scuotendo la testa al ritmo della metrica del poema di mamma, mentre diceva sottovoce, troppo lunga, troppo lunga. 

Noi, dietro, trattenevamo il fiato.

Il signore ascoltò tutta la tiritera di mamma senza battere ciglio. Poi, non appena lei ebbe finito di parlare, disse.

  • Ci stai sopra.

E questo fu tutto.

A quel punto mamma, incredula, avrebbe voluto chiedere se avesse capito bene e se quella fosse veramente l’Appia antica, ma babbo aveva già fatto fare un balzo in avanti alla macchina senza aspettare un secondo di più. 

Da allora la storia dell’Appia Antica è entrata a pieno titolo negli episodi di famiglia da citare in casi analoghi o da ricordare semplicemente per farsi una risata. 

Interpretata sempre con le voci giuste, naturalmente.

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My first time in New York, alone

La prima volta che andai a New York ricevetti  un sacco di raccomandazioni. La più importante era, una volta scesa al Jfk, passato il controllo passaporti e ritirati i bagagli, di andare dritta al punto da cui partivano i taxi gialli. Mettermi pazientemente in fila e per nessun motivo, ripeto, nessun motivo, farmi abbindolare da uno dei tanti tassisti abusivi che avrebbero cercato di agganciarmi. 

Ti allettano con i prezzi bassi ma non puoi sapere se quando arrivi a destinazione ti chiedono più soldi. E a quel punto che fai? Non hai nemmeno un ente a cui fare reclamo. Paghi e basta. 

In quegli anni tra l’altro New York stava appena iniziando a perdere l’immagine di città in mano al crimine che l’aveva accompagnata per tutti gli Ottanta, grazie al sindaco Rudy Giuliani e alla sua tolleranza zero, per cui non c’era molto da scherzare. 

Prima di partire poi, avevo fatto un giro in libreria, la Canova di Treviso dove abitavo all’epoca, e avevo trovato un libro che mi aveva catturato subito, New York per donne sole, dove l’autrice diceva che si poteva girare tranquillamente per la città pur stando attente ad alcuni accorgimenti, tipo non farsi riconoscere come turiste dispiegando la mappa della città in mezzo alla strada, non mostrare rotoli di banconote ad ogni apertura di portafoglio e dare sempre l’idea di essere in attesa di qualcuno. Poi infilava un capitolo con gli indirizzi a cui rivolgersi in caso di stupro, spiegando le numerose probabilità che potesse succedere.

Rovinandomi tutte le notti prima del viaggio.

In ogni caso, l’ultima mezz’ora in aereo la passai esercitando il mio inglese mentre chiedevo a tutti i passeggeri se volessero condividere un taxi con me.

Quando arrivai al ritiro bagagli non avevo ancora trovato nessuno. 

Mi incamminai verso l’uscita con i miei valigioni sul carrello e tentai un’ultima volta con una ragazza alta e con i lunghi capelli biondi. 

Perché no, disse.

Si chiamava Helen ed era sudafricana. 

Prima ancora di uscire dalle porte scorrevoli un tizio si precipitò verso di noi, proponendoci un taxi per Manhattan a quaranta dollari. 

Helen disse, va bene, ignorando la lunga fila di passeggeri in attesa sulla destra, al terminale dei taxi gialli.

E fu così che la prima raccomandazione svanì come una bolla di sapone.

Salimmo su un’anonima macchina bianca guidata da un pakistano e partimmo alla volta della grande città.

Helen studiava moda, viveva nel fashion district e sarebbe scesa prima di me, lasciandomi da sola per l’ultimo tratto di strada. Era già passata la mezzanotte. 

La prima volta che vidi lo skyline mi sembrò di guardare un film alla TV.

Quando arrivammo downtown, intorno all’una, la ragazza che mi avrebbe ospitato in bed&breakfast mi stava aspettando. Il tassista fu gentile, si preoccupò di parlarci al citofono e portò le mie valige fino al portone e non mi chiese nessun dollaro in più di quanto pattuito. 

Anche la ragazza del b&b era stupita di non vedere un taxi giallo ma io non ero in grado di spiegarle alcunché. 

Lei invece iniziò a parlare e non smetteva mai. Salimmo a casa in ascensore, mi mostrò la mia camera, il bagno, il divano dove dormiva lei, in salotto.

Oh, dissi, avrei potuto dormire io qui, senza problemi.

No. Tu paghi, disse, tu dormi nel letto.

In cucina aprì il frigorifero gigante e mi mostrò quale fosse il mio ripiano. 

Mi disse che mi spettava la colazione ma per il resto avrei dovuto arrangiarmi. Tanto c’era un negozio di coreani a ogni angolo, aperto ventiquattro ore su ventiquattro, non avrei avuto problemi a fare la spesa in qualsiasi momento.

Poi aprì lo sportello del congelatore e tirò fuori un enorme pene di plastica trasparente ripieno di un liquido blu. Capii che voleva che lo vedessi prima di trovarlo da sola e pensare chissà che. Mi spiegò lei quello che avrei dovuto pensare ma non capii una sola parola. Tra l’altro avevo un sonno che non stavo in piedi e sinceramente non mi importava niente del suo enorme pene blu.

Feci una risata e le feci capire che andava bene così mentre lei si affannava nella sua spiegazione. 

Finalmente andai a letto, un bel lettone alto con due materassi e quattro cuscini dove si dormiva da dio. Nonostante tutto quella notte non chiusi occhio tra l’eccitazione di essere a New York e il jet lag. Per fortuna il giorno dopo era domenica, così avrei potuto riposarmi un po’. Stetti in quella casa quasi un mese, ma presa dalla città e da tutti i miei impegni con la scuola e gli amici, dimenticai del tutto il grande pene blu.

Man mano che il mio inglese progrediva avrei potuto azzardare anche un dialogo più impegnativo con la mia padrona di casa. 

In realtà andò proprio così. Ma il mistero del grande pene blu non fu chiarito mai più.

Foto di Ryan McGuire da Pixabay

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Un vecchio incidente

C’è un punto, sulla strada vecchia tra Colle e Poggibonsi, dove il pensiero si fa scuro. È un punto tra la sede dei pullman e il nuovo ospedale. Ogni volta che ci passo so che lì è successa una cosa terribile, ma il ricordo è impreciso e vago.

Non c’è nemmeno una lapide, un mazzo di fiori. Niente. 

Fu qualcuno a dirmelo, forse ne parlavano i miei, non so. 

C’era una macchina piena di ragazzi. Andavano forte, scherzavano, forse bevevano. 

Il gioco, forse, prevedeva di aprire lo sportello in curva.

Una sfida al destino. Forse l’avevano già fatto, forse era una cosa che usava fare per divertirsi a provare un brivido in più.

Quella volta una ragazza morì. Cadde dalla macchina e battè la testa sull’asfalto.

Quando ero piccola, e anche per un po’ di anni dopo, la cronaca erano solo i grandi avvenimenti, quelli di cui parlava il telegiornale, cose che interessavano tutta l’Italia. Un incidente tra Colle e Poggibonsi non rientrava tra queste. E la cronaca locale, sui giornali, era ancora di là da venire.

Io non lo so chi fosse questa ragazza. Era più grande di me, non so nemmeno se la conoscevo, anche solo di vista. 

Ricordo che all’epoca rimasi sconvolta. Non solo non capivo il perché di un gioco così, ma la vaghezza delle notizie, la mancanza di una cronaca precisa e dettagliata, mi lasciava un senso di ansia e di paura indefinito, che però si allargava fino a comprendere altre cose, altri pericoli, altri giochi. Era come se d’un tratto tutti potessero morire facendo una cosa semplice, sciocca. 

Il fatto dello sportello aperto non era sicuro. Era preceduto da parole come sembra, pare. 

Quindi non si sapeva per certo. E allora, che cosa era accaduto veramente? Qual era il motivo per cui una ragazza era morta?

Poi c’era il potere dell’immaginazione. Quello per cui delle parole dette in un certo modo, con frasi smozzicate e parti eluse, nella mia mente diventavano un film realistico per cui quell’incidente riuscivo a vederlo come se fossi stata lì.

Lo vedo anche oggi, ogni volta che passo di lì. 

Vedo una macchina rossa, di un rosso stinto, opaco, come erano i colori delle macchine negli anni Settanta. E vedo la testa di una ragazza, capelli lunghi e mossi, castani con le punte bionde, che sbatte sull’asfalto. 

Poi penso agli altri. A come saranno rimasti quando hanno visto che cosa era successo, come era finito il loro gioco. E non riesco a pensare, come faccio sempre, come saranno state le loro vite da allora in poi. Che cosa è cambiato in quel momento. Se hanno capito, se hanno negato, se hanno covato una rabbia profonda o un profondo senso di impotenza.

Non so nemmeno immaginare quante cose si possano provare quando vedi succedere una cosa così. E se poi se lo sono dimenticato, anche a forza, perché non è facile viverci con una cosa così, o se la rivivono sempre, quando passano di lì ma anche in altri momenti, e non ne parlano mai.

Chissà, magari è anche per questo che ho voluto fare la giornalista. Per sapere le cose che succedevano e come succedevano, per vincere quel senso oscuro che ti gira dentro quando le cose non le capisci e non puoi pensare che quella cosa, in quel modo, tu non la farai mai, perché ora lo sai.

Foto di NeiFo da Pixabay

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Se questo è un rimpianto

Nel 1987, l’ultima settimana di agosto, ero in vacanza all’isola d’Elba con mamma, Paola e una mia amica che ci aveva proposto di condividere l’appartamento che aveva preso in affitto a Porto Azzurro. Lei all’Elba c’era già stata qualche settimana prima ed era voluta tornare per ritrovare amici e amori. 

Lasciammo babbo a casa da solo e partimmo con l’Alfetta 2000 nera a gas con la marmitta scassata.

L’appartamento era grande e aveva anche uno spazio esterno, una veranda, dove apparecchiavamo per mangiare. 

Al tempo avrei voluto fare la cantante jazz, ma ero timida da far paura. In ogni caso ogni sera c’erano musicisti da qualche parte e la mia amica, quando non era con gli altri ragazzi amici suoi, mi accompagnava spingendomi a cantare. Qualche musicista lo conoscevamo. Tra i batteristi c’era Piero Borri, un amico di Firenze, ma ogni sera spuntava qualcuna molto più intraprendente che cantava al posto mio. 

Di giorno andavamo in spiaggia tutte insieme dalle parti di Capoliveri. La sera, io e la mia amica, macinavamo chilometri di locale in locale rombando con l’Alfetta per le strade dell’isola. 

Una mattina, non eravamo ancora andate al mare, sentimmo un rumore fortissimo provenire dall’esterno. Pareva quasi che un elicottero sorvolasse la nostra casa. 

In effetti era proprio così. Uscimmo in macchina con costumi e teli da spiaggia, chiedendoci che cosa potesse mai essere successo. Forse la scorta a un personaggio famoso. In vacanza non possono succedere cose brutte.

Però c’erano polizia e carabinieri dappertutto, e anche la guardia di finanza. 

Una pattuglia ci fermò. Che cos’era tutto quel rumore che veniva dalla marmitta?

Mamma cercò di distrarre il poliziotto che le voleva fare una multa.

  • Ci dica invece che cosa sta succedendo, con tutta questa confusione che c’è in giro…

Scoprimmo così che c’era stata una rivolta nel carcere, proprio lì a Porto Azzurro. Dei detenuti avevano preso degli ostaggi e minacciavano di ucciderli. 

La sera, babbo al telefono sembrava quasi contento del fatto che noi ci trovassimo nello stesso posto di cui parlavano tutti i telegiornali e ci chiese come stava Mario Tuti.

Nel dicembre dell’anno precedente, pochi mesi prima, avevo iniziato a collaborare con un giornale di Siena. Ero corrispondente da Colle Val d’Elsa e scrivevo i miei primi articoli armata di entusiasmo e buona volontà. Oltre che zero esperienza.

Intervistavo il sindaco, le persone in giro, raccoglievo le lamentele dei cittadini, seguivo la stagione teatrale. Insomma, ero una corrispondente di provincia, tra l’altro giovanissima, alle prime armi, divisa tra il giornale, una passione che fino ad allora avevo creduto impossibile da realizzare, e gli ultimi esami all’università.

Avrei potuto chiamare in redazione e dire, sono a Porto Azzurro, se vi interessa posso seguire io la rivolta per voi. Mi sarebbero bastati un taccuino e una penna per prendere appunti e un telefono per dettare i miei pezzi. 

Ma non lo feci. Non passava ora che non pensassi di farlo, ma poi mi dicevo, Simona sei in ferie, che te ne importa? Prenderanno i lanci Ansa. Sai che se ne fanno dei tuoi articoli?

In realtà morivo dalla paura. Sapevo che buttandomi su quella notizia avrei probabilmente fatto anche un salto professionale notevole, ma non potevo immaginare in quale direzione. Potevo anche schiantarmi a terra, vista l’inesperienza, l’ingenuità e tutto quanto. 

L’isola pullulava di forze dell’ordine e di giornalisti. Gli elicotteri continuavano a sorvolare il cielo e il mare era controllato dalle vedette della guardia costiera. 

Ho ancora negli occhi le immagini dei finestroni del carcere coperti da lenzuola con scritte cubitali e di due uomini legati alle sbarre come due cristi in croce. Ma non ricordo più se le ho viste di persona o, più probabilmente, sulle foto dei giornali. 

La nostra vacanza finì dopo qualche giorno ma la rivolta sarebbe proseguita ancora un po’. Quando tornai a casa me ne guardai bene dal rivelare al giornale che avevo vissuto gli ultimi giorni in vacanza sotto il carcere di Porto Azzurro.

Ogni tanto mi capita di ripensare a quella strana avventura da giornalista mancata. Anche mamma dice, ogni tanto, pensa che scoop avresti fatto.

Oggi so bene che uno scoop non cambia niente, né la carriera né tantomeno la vita. Altrimenti avrei avuto ben altre soddisfazioni dal mio amato lavoro.

Allora mi convinco che ho fatto proprio bene a continuare ad andare in spiaggia e a passare le sere nei localini jazz lasciando la rivolta a quelli più bravi di me. 

Però ogni tanto il pensiero riaffiora e quella domanda, dopo trentacinque anni, è ancora senza risposta. Ma so anche che non l’avrà mai più. 

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A ogni morte di papa

L’estate fra la seconda e la terza liceo fu quella della morte dei due papi. 

Girellavamo in motorino, con la mia amica Sandra, io sull’orribile Garelli rosso con il serbatoio sotto al sellino che babbo aveva avuto in regalo tramite il negozio, lei con un elegante Ciao Piaggio di colore blu. Girellavamo in un agosto assolato, nell’assolata via 25 Aprile, la strada che collegava la mia casa di Campolungo alla sua casa sopra Spugna, e ci inventavamo delle frasi con i modi di dire sui papi.  

Era la prima volta nella nostra vita che un papa moriva e già eravamo giunte a un traguardo. A ogni morte di papa. Non era questo che voleva dire quel luogo comune, sentito tante volte senza alcun riferimento concreto? Ecco, ora il riferimento c’era. E ancora.

Morto un papa se ne fa un altro. 

E infatti, dopo la morte di Paolo VI, avvenuta il 6 agosto 1978, venti giorni dopo fu eletto un nuovo papa. Albino Luciani, il 26 dello stesso mese, divenne Giovanni Paolo I. 

Noi continuammo a vivere la nostra torrida estate, fra giratine in motorino e interi pomeriggi passati in cucina a pasticciare. Fino a quando, poco più di un mese dopo, i telegiornali passarono un’altra incredibile notizia. 

Il 28 settembre, dopo trentatré giorni di Pontificato, era morto anche l’altro papa, quello dall’aspetto dolce e mite. 

Le frasi di rito mostrarono subito la loro assurdità. Che cosa voleva dire, dunque, a ogni morte di papa? Si intendeva un periodo lunghissimo o appena un mese e qualche giorno? E per il detto morto un papa se ne fa un altro? Non rischiava di diventare un’attività un po’ troppo frequente, rispetto ai ritmi ben più cadenzati del passato?

Andavamo in motorino e ridevamo. Per noi, all’epoca totalmente sprovviste di un minimo senso della tragedia, quelle frasi diventarono subito inutili. Se non come spunto per inventarci delle battute. A ogni morte di papa diventò un modo di dire per qualcosa che si faceva spesso. Per non parlare di morto un papa se ne fa un altro. E un altro, e un altro ancora.

Diversi anni dopo mi ritrovai a fare una breve sostituzione nella redazione di Belluno per il giornale per cui lavoravo. Ne avevo già girate diverse, di redazioni, da Treviso a Rovigo fino a Pordenone, ma quell’angolo di mondo sperduto in mezzo alle montagne mi mancava. 

Ancora non potevo nemmeno immaginare che in seguito ci avrei trascorso quasi quindici anni della mia vita.

Non ricordo il motivo per cui il capo decise di inviare proprio me, appena arrivata dalla Toscana, a Canale d’Agordo, il paese di Albino Luciani.

Forse era il fatto che pareva fossero riemerse da qualche parte le vecchie pagelle di quando andava a scuola. Io quindi sarei dovuta andare in cerca di questi preziosi documenti, in un paese sconosciuto, in un posto in cui non conoscevo nessuno. Fare tutto in un pomeriggio, tornare in redazione e scrivere l’articolo.

Niente di strano per un giornalista. Nei momenti più belli il nostro lavoro funziona proprio così. Ed è tutto adrenalina. 

Il capo mi disse di chiamare il fotografo e andare insieme a lui. Chiamai il vecchio titolare, come da indicazioni, che al telefono biascicò qualche parola in un dialetto per me incomprensibile. Con un po’ di sforzo e di scocciate, da parte sua, ripetizioni, potei capire qualcosa riguardo a un figlio. 

  • Ah, allora vai con Luca. Mi spiegarono in redazione.

Luca era appunto il figlio di Bepi Zanfron, il fotografo ufficiale del giornale famoso per essere stato il primo ad arrivare sui luoghi della tragedia del Vajont.

Salii sulla sua macchina e partimmo alla volta di Canale, dove arrivammo dopo quasi un’ora e mezzo di strada tortuosa tra boschi, centraline elettriche e costoni di roccia.

Il paese era deserto. 

Suonammo il campanello della parrocchia. Il parroco ci accolse, senza troppo trasporto, disse poche frasi di circostanza e ci lasciò di fatto a bocca asciutta.

  • È possibile vedere queste pagelle?

Naturalmente non le aveva certo la parrocchia, eccetera eccetera…

Provammo con il Comune, ovvero il Municipio, come dicono da quelle parti. 

Chiuso.

In giro non c’era anima viva. 

Luca disse, diamo un occhio alla sua vecchia casa. Magari troviamo qualcuno che ne sa qualcosa. Ci spostammo un po’ verso la montagna, dove c’erano delle case bianche con gli infissi in legno scuro, ma non ci fu niente da fare.

Nemmeno il corrispondente del posto ci poteva aiutare. Lui aveva passato la notizia, ma poi era dovuto andare via per impegni personali.

Ero demoralizzata e non sapevo proprio che cosa fare.  

Non esisteva che tornassi in redazione a mani vuote. E in effetti qualcosina si poteva sempre scrivere, condendo la notizia con un po’ di colore, il luogo deserto, la casa sul crinale, le frasi vuote del sacerdote. 

Ma quale notizia?

Mentre facevamo, sconsolati, un ultimo giro nella piazza principale, vedemmo passare un’anziana signora. Chiediamo a lei, disse Luca.

E io, ma che vuoi che ci dica?

In realtà qualcosa ci disse. 

Era stata la maestra di Albino Luciani, come di tutti i bambini della valle, tanti anni prima, e lo ricordava come un bambino serio e studioso. 

Che voti aveva in pagella? chiese Luca, andando al sodo.

I voti non li ricordava ma poteva dire quali erano i suoi punti di forza e le materie a lui più congeniali.

D’altra parte, secondo un altro modo di dire, anche il papa fu scolaro.

In ogni caso avevamo la notizia.

Facemmo ancora la strada piena di curve per rientrare a Belluno e tornammo in redazione cantando vittoria. 

Solo noi sapevamo quanto ci era costato quel risultato.

Ma se i latini dicevano che la fortuna aiuta gli audaci (e, aggiungerei, anche i caparbi) qualche motivo ci sarà pur stato.

(foto da Wikipedia.org)

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Una gita finita male

Quando ero alle medie un giorno la prof di italiano ci portò in gita a San Gimignano. Avremmo incontrato il sindaco che ci avrebbe ospitato nella sala del consiglio comunale insieme a qualche consigliere. Ci eravamo ben preparati, con le domande e tutto il resto.

Io ero una tra quelle che avrebbe posto una domanda. 

Nei giorni precedenti ero agitatissima e terrorizzata dalla paura di sbagliare. 

Poi, quando fummo nell’antico palazzo comunale, nella sala con gli scranni in legno scuro, e mi alzai per parlare, fui invasa per la prima volta da una sensazione dolcissima e inebriante. Ero in piedi, davanti a tutte quelle persone, che mi ascoltavano e rispondevano alla mia domanda. 

Avevo un potere. 

Anche se non capivo proprio bene che cosa significasse tutto ciò, mi sentivo forte e felice. 

Adrenalinica.

Se era così facile, anche per una bambina come me, alzarsi e parlare davanti a un sindaco, a dei consiglieri, degli adulti, e mica di sciocchezze ma di cose importanti per la città e la sua vita sociale, allora avrei potuto fare veramente tutto. 

Ero convinta che, dopo quella scoperta, la mia vita sarebbe completamente cambiata. 

Dopo la mattina in Comune, andammo a pranzo e quindi a visitare un museo. 

Alla fine del giro ci fermammo a parlare a gruppetti mentre aspettavamo gli altri per poter andare via. 

Io ero con altri tre compagni, tra cui il ragazzino che mi piaceva. 

La giornata era stata bellissima e noi eravamo rilassati, ridevamo e scherzavamo.

Tutto d’un tratto entrò un tipo di corsa e ci disse di restare tutti fermi là dove eravamo.

In quel momento esatto, al centro del nostro capannello volò un rotolo di soldi cadendo a terra, ai nostri piedi.

Il tizio parlava a voce alta. Era molto arrabbiato.

Sosteneva che qualcuno di noi avesse rubato l’incasso della giornata e disse che nessuno sarebbe uscito di lì finché i soldi non fossero venuti fuori. 

Ora i soldi c’erano, ma erano vicini ai miei piedi ed erano usciti dal mio gruppetto. 

Non sapevo che cosa pensare. 

Non avevo visto chi li avesse gettati, ma poteva essere stato uno dei compagni con cui stavo parlando.

Era stato il ragazzo che mi piaceva?

No, disse lui, io non c’entro nulla, ero qui a parlare con te. 

La prof era furiosa. Intimò al responsabile del gesto di farsi avanti. Non bastava aver gettato i soldi a terra. Occorreva assumersi la responsabilità del proprio gesto, altrimenti avrebbe pagato tutta la classe. 

Ma come? Avevo appena toccato il cielo con un dito e subito dopo finivo accusata del furto di una manciata di lire insieme ai miei compagni?

Non ci potevo credere. Era un’assurdità. E un’ingiustizia.

Alla fine il responsabile confessò. Disse che aveva visto la teca aperta con i soldi a portata di mano e non aveva saputo resistere. Il custode li stava contando a fine giornata e si era allontanato un attimo per fare qualcosa. 

Dal momento che il maltolto era stato restituito e il colpevole individuato, fu deciso di chiudere lì la questione. L’uomo non avrebbe sporto denuncia.

Poteva sembrare che fosse tutto finito bene. 

Invece no. Tornammo a casa tristi e carichi di vergogna per una cosa che non avremmo neppure saputo immaginare. 

Io in particolare, piccola com’ero, scoprii a mie spese quanto è fragile la gloria e quanto basta poco per distruggere in un attimo anche le cose più belle. 

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Una provvidenziale caparbietà

La prima volta che andai a New York mi iscrissi a una scuola di inglese. La sede era nel centro di Manhattan, io vivevo in affitto qualche strada più giù, nell’appartamento di una ragazza, in un casermone di mattoncini rossi a Stuyvesant Town. Ogni mattina, dal lunedì al venerdì, uscivo di casa prima delle otto e camminavo per una mezz’oretta fino alla scuola. Qualche volta facevo un pezzo di strada con la ragazza, che lavorava al palazzo di vetro dell’Onu, non molto distante da lì.

Nella mia classe non c’era nemmeno un italiano. C’erano una ragazza spagnola innamorata di Michael Jackson, un catalano che ci teneva molto a non esser definito spagnolo, una giapponese con cui una sera andai a Broadway a vedere Miss Saigon, una brasiliana di Porto Alegre che divenne la mia migliore amica a New York, due ragazze di Santiago del Cile e una marea di coreani. 

La mattina presto nell’aula si sentiva un odore forte e pungente, come quello dell’aglio o della cipolla. Erano i coreani.

Una volta mi invitarono a pranzo in un ristorante in Korea Town (all’epoca era giusto una strada, ora non so) dove potei appurare che quell’odore veniva dal porro crudo tagliato a fettine con cui accompagnano il loro piatto nazionale, una zuppa con diversi tipi di carne fatta sobbollire tutta la notte. Insistettero fino allo sfinimento perché la mangiassi, anche se ero vegetariana. Mi insegnarono anche a mangiare con le bacchette alla maniera coreana, cioè tenendole in un modo diverso rispetto ai cinesi e ai giapponesi. 

Dopo quel pranzo cominciarono a vedermi come una specie di coreana ad honorem. Ma non era una cosa piacevole. Anzi.

Nei giorni successivi scoprii anche che avevano un senso del possesso molto spiccato e che tendevano a formare un clan che teneva al di fuori tutti i non coreani. Esclusa me. 

Erano molto soffocanti e avevano tutti lo stesso atteggiamento, dai più giovani ai più grandi.

A un certo punto cominciarono a parlarmi male di quelli che erano fuori dalla loro cerchia. Ma il loro senso del possesso non si esprimeva soltanto a parole. Quando stavo con gli altri della classe anziché con loro, mi mettevano il muso e mi guardavano in cagnesco. Avevano poi un modo particolare di tendere i muscoli del corpo, irrigidendosi in pose che richiamavano le posture delle arti marziali, con le quali facevano muro anche fisicamente per impedirmi di uscire dal loro controllo.

Un vero incubo. La mia amica brasiliana non capiva il mio senso di insofferenza. 

Diceva, ma che problema c’è, Simona. Tu puoi frequentare chi ti pare. 

Certo, intanto però dovevo inventarmi continui stratagemmi per svicolare dal clan di Seul. 

Quando la mia vacanza-studio finì me ne tornai a Treviso, dove abitavo in quegli anni.

Naturalmente prima di salutarci, a scuola ci eravamo scambiati tutti indirizzo e numero di telefono.

Dopo qualche mese ricevetti la telefonata di uno dei coreani, il più vecchio. 

Mi disse che era in gita in Italia e che sarebbe passato proprio da Treviso. Avrebbe voluto salutarmi anche perché doveva chiedermi una cosa. Una cosa importantissima, però doveva essere sicuro che io gli avrei risposto di sì.

Dimmi di che si tratta, come faccio a risponderti prima.

Simona, io vengo a trovarti, te però devi rispondermi di sì.

Questa solfa durò un sacco di tempo e probabilmente si sarebbe protratta all’infinito se non avessi tagliato corto. Va bene, passa da Treviso e poi vediamo.

Credo che chiunque al mondo avrebbe capito quale fosse la domanda alla quale avrei dovuto rispondere. A me, sinceramente, un’eventualità del genere sembrava impossibile, per cui la scartai in automatico.

E feci male. Perché quando il signor coreano arrivò a Treviso e ci incontrammo, mi disse che lui era venuto con la certezza che io lo avrei sposato e ormai non potevo più dirgli di no.

Non fu facile convincerlo, ma alla fine riuscii a farlo ripartire con il suo gruppo. E, quel che più conta, senza di me.

Mi sono sempre chiesta da che cosa potesse dipendere questa attrattiva malsana che esercitavo sui coreani.

Forse dal fatto che ero anche una vera ingenua, ma sotto sotto potevo combattere ad armi pari con loro per caparbietà.

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Il caso dell’orata al forno

Quando vivevo nel centro di Belluno, una delle cose che più mi piacevano era il fatto di avere la maggior parte dei negozi a pochi passi da casa. Bastava uscire dal portone e c’erano un bar e un parrucchiere cinese. Dietro l’angolo, l’edicola e un altro bar. A pochi passi il panificio, il mercato ortofrutticolo, un alimentari di qualità, una pasticceria, una libreria, un supermercato, negozi di oggettistica, scarpe e abbigliamento, gli uffici postali, il Comune.    

Ogni mattina, dalla finestra di camera, potevo verificare che ci fosse il furgone dei formaggi, anche se la presenza si intuiva già dagli allegri buongiorno dei venditori.

Il giovedì, accanto al banco dei formaggi, c’era il pescivendolo.

L’anziano sacerdote che viveva sotto il mio appartamento, tra le diverse badanti che si alternavano a casa sua, in un certo periodo ne aveva una russa che andava molto orgogliosa di come cucinava l’orata al forno.  

Ogni giovedì, al mattino, si metteva in fila davanti al furgone del pesce e comprava un’orata per il sacerdote e probabilmente una anche per sé. 

Ad un certo punto la badante russa conobbe l’anziana scrittrice, il cui appartamento dava sullo stesso pianerottolo di quello del sacerdote. La scrittrice, in buona salute nonostante l’età avanzata, cercava sempre qualcuno fidato che potesse darle una mano in caso di bisogno.

Chiese alla badante russa del sacerdote se qualche volta poteva passare da lei, per aiutarla a fare qualche lavoro, ma il sacerdote e la sua famiglia non glielo permisero.

La badante però era riconoscente all’anziana scrittrice per averglielo chiesto e per dimostrarglielo un giovedì preparò un’orata al forno anche per lei.

La scrittrice apprezzò molto il pensiero ma disse che non poteva accettare. La badante insistette e la scrittrice alla fine accettò, ma solo se le fosse stato permesso di pagare il pesce. E così fu. 

Ogni giovedì la badante cuoceva un’orata per l’anziano sacerdote e una per l’anziana scrittrice a parte, in un contenitore di alluminio usa e getta. L’orata costava dodici euro. L’anziana scrittrice gliene dava venti, per far conto pari. A volte anche cinquanta.

È una donna a cui non sono mai mancati i mezzi ma è anche molto generosa.

Il sacerdote però non voleva che la sua badante facesse qualcosa anche per altre persone e lei stava ben attenta a non farsi scoprire.

L’anziano era quasi sempre a letto, ma un giorno furono dei parenti a scoprire che il numero delle orate in cottura non era quello giusto. Brontolarono la badante e le vietarono di cuocere orate o qualsiasi altro cibo per chicchessia al di fuori del religioso. 

Iniziò allora il periodo dell’orata clandestina. La badante riusciva sempre a farla franca e l’anziana scrittrice ogni giovedì aveva la sua bella orata cucinata come si deve e allungava la banconota alla russa.

La scrittrice però a un certo punto si era stufata di mangiare orata al forno tutti i giovedì. Più che per l’orata in sé si era stufata dell’obbligo che la badante aveva istituito, e anche del giro clandestino di orate di cui si era resa complice, dal quale non riusciva a sottrarsi per pura buona educazione.

Come tutte le cose belle, anche il dono dell’orata un giorno finì. Non è chiaro se ciò sia accaduto grazie ad un’improvvisa partenza della scrittrice verso le terme o la casa di montagna o all’ennesimo cambio di badante nella casa dell’anziano sacerdote.

Ma a un certo punto finì.

L’anziana scrittrice si liberò in un sol colpo sia dall’obbligo gastronomico che della cospicua mancia.

Alla badante forse andò un po’ peggio. Chissà se perse anche il lavoro. Di sicuro perse l’entrata extra del giovedì.

Anche al pescivendolo, a ben pensarci, non andò poi tanto bene.

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