Un’estate a cavallo

Negli anni del liceo sognavo di lavorare d’estate in una stalla in Inghilterra per imparare a cavalcare. Babbo ne parlò con un suo amico che aveva un maneggio. Mi disse di non andare che mi avrebbero trattato come una schiava. Potevo semmai andare da lui sulle Colline Metallifere. Avrei aiutato nelle stalle, cavalcato e tutto quanto.

Nell’estate di quarta liceo babbo mi accompagnò all’hotel dell’amico dove sarei rimasta per un po’.

Mi fu assegnata una camera, cenai al tavolo con loro e andai a dormire. La mattina dopo l’appuntamento era alle stalle per le sei. Non stavo nella pelle.

La figlia, di qualche anno più grande di me, mi insegnò come si lavano i cavalli, bruschino e movimenti circolari. Imparai a distinguere il morso dal filetto, a mettere sella e briglie. Al cibo e al giaciglio ci pensava un inserviente, noi preparavamo i cavalli per le passeggiate. A Sibari avevo già imparato a fare il verso della rana per stimolare il cavallo e a non trovarmi mai dietro di lui. Nel caso si posizionasse rivolto col posteriore, avrei dovuto dargli una pacca sul fianco e dirgli “poggia, poggia”.

Il primo giorno facemmo un giro di un’oretta o poco più. Con il ritorno in stalla, dopo aver messo i cavalli nei box, c’era da sistemare i finimenti, da ungere il cuoio di selle e briglie, lavare morsi e filetti. 

Nel pomeriggio, tornata in hotel, mi buttai sul letto per digerire tutte quelle emozioni e la fatica.

A un certo punto fui svegliata dal telefono. La voce della nonna mi intimava di scendere subito, che mi stavano aspettando. Ma non è ancora l’ora di cena, dissi io.

Infatti devi venire giù ad aiutare, non penserai mica di passare tutto il tempo a dormire?

La nonna era la mamma del proprietario, una signora magra e pallida che gestiva la cucina e il ristorante con polso fermo e piglio dittatoriale. Era impossibile, oltre che sconsigliabile, non eseguire i suoi ordini.

Scesi ad aiutare. C’era da tagliare il pane e riempire i cestini, sistemare i tavoli, mettere le ampolle e cose del genere.

Per cena, disse la nonna orgogliosa, c’è l’acquacotta con l’uovo di anatra. Lei la faceva con l’ortica, una fetta di pane nero e sopra l’uovo, che aveva avuto eccezionalmente non so da chi. Per anni ho creduto che quella fosse l’unica versione dell’acquacotta.

Dopo aver servito ai tavoli e preparato i caffè, rigorosamente liofilizzati, potei finalmente crollare a letto, aspettando la sveglia, troppo vicina, per tornare nelle stalle e ricominciare la giornata al maneggio.

Fra i cavalli ce n’era uno nero, Arno, che aveva avuto qualche problema di salute e gli antibiotici, mi spiegò la figlia, lo avevano trasformato, rendendolo irritabile e imprevedibile. Fra gli ospiti di quel periodo c’era anche un tizio che si atteggiava a provetto cavallerizzo. Lui voleva sempre montare Arno. Andavamo in passeggiata, al passo, al trotto, e Arno impennava, saltava come in un rodeo. Il cavallerizzo si vantava di essere l’unico in grado di gestirlo ma, mentre gli altri lo guardavano ammirati, la figlia rimaneva seria. Secondo lei lo faceva apposta, di farlo scatenare, per fare il fenomeno, ed era molto preoccupata per il cavallo.

Un giorno partimmo per una gita in montagna. Dopo alcuni tornanti in salita ci fermammo in una radura erbosa per far pascolare i cavalli e riposarci un po’. Subito dopo, il paesaggio cambiava drasticamente. C’erano solo ripidi pendii lastricati di pietroni aguzzi. 

Mentre ero in groppa a Frida, la cavallina grigia che mi era stata assegnata, tutt’a un tratto mi sentii volare per aria e capitombolai a terra, sull’erba. Mi rialzai, per fortuna non mi ero fatta niente. Mentre i cavalli brucavano, Frida aveva avvicinato il muso al posteriore di Arno che le aveva sferrato un calcio. La cavallina si era impennata e io ero caduta. Tutto era successo in pochi secondi. 

Non bisogna mai rilassarsi quando si è a cavallo, nemmeno da fermi, mi dissero.

Risalii in sella e Frida partì al trotto. Non sulle salite, ma verso la stalla. La figlia mi rincorreva e mi spiegava come dovevo fare per gestire il cavallo. Io però, terrorizzata, ero completamente in sua balìa. Avevo davanti agli occhi i pietroni aguzzi su cui non ero precipitata solo per pochi metri e tremavo dalla paura.

Il cavallo lo sente, mi diceva, devi stare tranquilla. Eh, è un discorso…

Dai, dissi, proseguite voi. Io riporto il cavallo in stalla e sto in albergo.

Non è possibile, devi venire con noi. Non si fa così, i problemi vanno affrontati subito.

Alla fine, a forza di insistere, riuscii a far girare Frida e ad accodarmi al gruppo. 

Arrivammo alla mèta ma non mi godei affatto la passeggiata. 

A parte quando ci fermammo in una radura e il figlio ci raggiunse con il furgone con il pranzo, pane, pomodori e pecorino. Mai mangiato niente di più buono.  

Quando tornammo in albergo, però, telefonai a babbo e gli chiesi di venirmi a riprendere.

La stagione con i cavalli per me era chiusa. 

La notte cominciai ad avere un incubo, sempre lo stesso. Dormivo su una brandina in mezzo alla stalla, intorno a me i cavalli rivolti dalla parte di dietro. Il cerchio si stringeva e le loro zampe erano sempre più vicine, pronte a scalciare. Io gridavo: Poggia, poggia, poggia!

Ma la parolina magica non funzionava, loro si avvicinavano sempre di più e io mi svegliavo in un bagno di sudore.

Dal maneggio mi invitavano a tornare. Quel trauma doveva essere superato o mi sarebbe rimasto addosso per sempre. 

Dopo un po’ decisi di riprovare. 

Avevo imparato a stare sempre all’erta, una volta in sella, e non mi rilassavo mai, ma tutto sommato andò bene, perché trascorsi ancora dei bei giorni e ripresi contatto con i cavalli, superando il terrore che mi era entrato dentro.

Intanto erano cambiati gli ospiti. Il fenomeno era partito. C’erano una famiglia di Milano, babbo mamma e due figli piccoli, e una signora di mezza età, elegante e molto propensa alla conversazione. 

Era cambiato anche il mio cavallo di riferimento. Non più Frida, ma un bel sauro di cui non ricordo il nome.

Un giorno portammo gli ospiti a vedere il Palio di Siena. Entrammo in piazza del Campo dall’Onda, nella fiumana di persone di via Duprè, ultimo accesso prima della chiusura dei cancelli.

La piazza sembrava un calderone. Ogni tanto si apriva un varco tra la folla per far passare i soccorritori che portavano via qualcuno che si sentiva male. Finito il corteo storico, fu il momento della corsa, con le solite urla e i fazzoletti di contrada sventolati all’impazzata. Vinse il Leocorno.

Accanto a noi c’erano le citte della Chiocciola, che piangevano come fontane. La signora di mezza età cercò di consolarle, chiedendo loro che cosa fosse successo di tanto grave, ma non fu degnata di uno sguardo.

La mia permanenza al maneggio proseguiva in modo abbastanza tranquillo. Dopo la sveglia all’alba e la colazione, scendevo alle stalle. Andavamo per terreni impervi e le cavalcate erano quasi sempre al passo o al massimo al trotto. Quando il bosco si faceva più fitto dovevamo schiacciarci in avanti aderendo alla schiena del cavallo per non sbattere contro i rami.

Un giorno il giovane babbo della famigliola ci sbattè davvero contro un ramo e cadde a terra lussandosi una spalla. Quella volta la gita finì presto.

Una volta invece tutto d’un tratto, usciti da un sentiero alberato, ci trovammo di fronte a un grande prato pianeggiante. Fino ad allora non c’era mai stata l’occasione di andare al galoppo. La figlia mi disse, vai, è il momento.

Il cavallo partì come se non aspettasse altro. L’andatura spigolosa del trotto si smussò nell’onda dolce del galoppo. Volavamo insieme, io e il cavallo, come se quel campo non dovesse finire mai. 

Deve essere questo, credo, che si intende quando si parla di libertà.    

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Le lunghe estati al negozio di babbo

Quando ero alle medie, durante le vacanze estive aiutavo babbo al negozio di elettrodomestici. Ad agosto zio Romano e Donatella, l’impiegata, erano in ferie e io sostituivo lei alla gestione del gas. Prendevo le telefonate, recuperavo i dati del cliente da uno schedario, li aggiornavo con la data dell’ultima fornitura e passavo l’ordinazione della bombola, specificando il volume e il tipo, al signore in tuta blu che l’avrebbe consegnata con l’Ape. 

Ricordo le lunghe mattine fresche nel negozio nuovo in piazza Arnolfo, anzi in via Usimbardi, dove prima c’era la Posta. Di là, sulla piazza, c’era una trattoria dove si faceva colazione con le acciughe sotto pesto, la trippa e un gotto di vino rosso. Dalle finestre entravano gli effluvi della cucina, la ribollita, le carni lesse, quelle stufate. L’odore sapeva di unto, ma era sempre molto frequentata, con i tavolini sotto le logge davanti alla sede del PCI, soprattutto da camionisti e dai contadini che venivano a Colle per il mercato del venerdì. Ricordo il bancone di marmo e la vetrina con gli affettati, i formaggi e i sottoli. Al tempo la snobbavamo un po’. Oggi potrebbe risalire la classifica delle osterie nelle migliori guide gastronomiche. 

Quando andavo al liceo invece cominciai a sedermi ai tavolini esterni per bere un gotto di aleatico nelle ore che passavamo in piazza con gli amici. 

Al negozio in agosto c’erano tanti tempi morti. A volte mi trovavo anche completamente sola. Capitava allora che vendessi un disco o delle pile. Agli elettrodomestici ci pensava babbo, che però spesso era fuori con l’altro dipendente per la consegna di televisori, lavatrici e cose del genere. 

Nei momenti di calma seguivo dei campionati di tennis in tv. Il mio tennis era fatto di qualche partita strampalata ai campi in terra battuta delle stradine con la mia amica Sandra, le racchette in legno e budello, una Maxima e una Dunlop, passatemi da babbo e un amore viscerale per Adriano Panatta e per un americano dai capelli biondi di cui ho dimenticato il nome. Erano i tempi del capitano Nicola Pietrangeli, con Paolo Bertolucci e Lea Pericoli. Quando guardavo le partite mi sembrava che niente contasse al di fuori della terra rossa e dei gonnellini della Pericoli.

Era anche uscito un videogioco, forse il primo, in cui si giocava a tennis, anzi a ping pong. Su uno schermo nero facevamo muovere un rettangolino bianco con il quale respingevamo la pallina, un rettangolo più piccolo. Potevamo decidere la velocità del gioco, il singolo o il doppio. 

Appena si entrava in negozio, sulla sinistra, c’era un espositore con le musicassette.

Per me era la porta di un universo parallelo, un mondo tutto da scoprire. Solo guardare le copertine delle cassette mi faceva venire la voglia di ascoltarle tutte. Il mio canto libero, La collina dei ciliegi e Il nostro caro angelo di Battisti, Folk Beat n. 1 di Guccini. Ornella Vanoni, la Formula 3, Wess e Dori Ghezzi, Adriano Celentano. I Pink Floyd, gli Eagles, i Led Zeppelin, i Beatles, i Rolling Stones, i Jethro Tull, i Bee Gees. Era come essere in una pasticceria senza nessuno che ti controllasse e tu potevi assaggiare questo e quello, dal cannolo al babà, ai risotti alle pesche all’alchermes fino ai bignè con la crema, la cioccolata e lo zabaione.

Insomma, erano gli anni ’70.

Babbo mi aveva dato il permesso di ascoltare le cassette che non avevano il cellophane. Dopo un po’ ero io che decidevo quale ce l’aveva e quale no. Dopo un altro po’ non potevo resistere e mi portavo a casa quelle che mi piacevano di più. Fu un periodo fantastico. Ascoltavo i nuovi arrivi al negozio e poi continuavo ad ascoltare a casa quelli che mi piacevano di più. Cercavo di capire le parole e le scrivevo su un quadernino, provando a scoprire il significato delle canzoni. Qualcuna la suonavo con la chitarra, che avevo appena iniziato a studiare con don Vanzetto dai Salesiani.    

Vivevo dentro un sogno che sembrava non dovesse finire mai più.

Un giorno babbo torna a casa e dice. C’è un problema al negozio. Spariscono le cassette ma non risultano vendute. Te ne sai niente Simona?

Faccia rossa. 

Io? Uh, no, perché…

Dimmi che non ne sai niente…

No, in effetti, io…

Faccia bordeaux. Allarme rosso.

Simona, fammi vedere quante cassette hai in camera…

No, ma io…

Quella sera babbo tornò al negozio con una borsata stracolma delle “mie” cassette.  

Riuscii appena a convincerlo a lasciarmene qualcuna, ma la maggior parte se ne andò. Fu un vero smacco, sia per essere stata scoperta, sia per scoprire, allo stesso tempo, che non stavo facendo proprio una cosa bellissima.

Quel giorno la mia anima musicale subì uno strappo tremendo.

Non ho più rivisto La collina dei ciliegi e Il nostro caro angelo. Ma per fortuna mi ero imparata tutte le parole a memoria.

(foto tratta da Torrino Tennis Academy)

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La vertigine della torre

Per parecchi anni Bologna è stata la mia città preferita. Quando facevo le elementari un giorno babbo mi disse che mi avrebbe portato a Bologna. Lui ci andava abbastanza spesso per questioni legate al paracadutismo, per rinnovare il brevetto di istruttore di volo. Per me era un viaggio inaspettato e fantastico, come andare sulla luna. Camminavamo e io guardavo tutto con occhi avidi e stupiti, parchi, portici, e mi sembrava di non avere mai visto niente di tanto bello. Fu così che me ne innamorai.

La mattina, appena arrivati, andammo in un ufficio militare, poi a pranzo in una bettola del centro sotto il livello della strada. La signora della trattoria ci fece sedere a un tavolo libero per due. Mangiammo tortellini al ragù e braciola di maiale. Pagammo una cifra ridicola. Dopo, tornata a casa, mi divertivo a raccontare quanto e vedere le facce incredule della gente.

Mi sentivo così grande. Ero da sola con babbo, a Bologna. Non potevo immaginare niente di più emozionante. Più tardi salimmo sulla Torre degli Asinelli. Mamma che paura. Babbo era così, il pericolo lo divertiva e ancor più si divertiva a impaurire gli altri. Come quando si penzolava dalla torre di Pisa con mamma che lo guardava terrorizzata da sotto.

Sugli Asinelli c’erano tante scale da salire ma il peggio arrivò quasi in cima quando le scale diventarono di legno con lo spazio vuoto fra un gradino e l’altro. Cominciarono a tremarmi le gambe e mi sedetti su uno scalino, incapace di continuare sia a salire che a scendere. Babbo cercava di incoraggiarmi. Vieni strullina, che ormai ci siamo. Alla fine ce la feci e arrivai alle finestrelle strette sulla cima da cui si vedeva tutta Bologna. Ma non mi godei tanto quella vista, pensavo già a come avrei fatto per tornare giù. 

In ogni caso per me Bologna, da allora, si trasformò nella città dei sogni. Mancavano parecchi anni alla bomba della Stazione e la città era ancora una vecchia signora dai fianchi un po’ molli.

Crebbi con Guccini e Dalla, e Bologna era sempre lì. Avrei voluto studiare al Dams, ma poi mi accontentai di fare musica e spettacolo a Siena. Quando ci fu il delitto di Francesca Alinovi rimasi sconvolta. Come poteva accadere una cosa così terribile nel posto più bello del mondo?  

Ricordo ancora la telefonata a casa di Barbara, la mia amica di Milano che avevo conosciuto a Sibari, che in quei giorni era tornata in treno da sola passando per Bologna. Il suo babbo mi disse, tranquilla, è andato tutto bene.

Ai tempi dell’università una mia amica si trasferì a Bologna per lavoro. Andai spesso a trovarla, fermandomi qualche giorno a casa sua. Una sera c’era la cerimonia del premio Pasolini. L’aveva vinto un ragazzo che studiava a Siena e che conoscevo di vista. Fu Gianni Scalia, il mio prof di letteratura italiana, ad invitarmi. Era con lui che avevo chiesto di fare la tesi proprio su Pasolini. Alla fine della serata parlai un po’ con Laura Betti e poi, con Scalia e la mia amica, ci fermammo in piazza Maggiore a bere qualcosa. Fu lì che Scalia mi suggerì di approfondire uno degli aspetti dell’attività pasoliniana meno trattati, quello della sua collaborazione a Vie Nuove, settimanale del Partito Comunista.  

Fu in quei giorni che decisi di salire ancora una volta sulla torre degli Asinelli, per riappacificarmi con l’esperienza vissuta da bambina. Non fu una passeggiata, ma almeno la vidi con occhi da grande.

E alla fine passò anche quella.

(foto tratta dal sito della ProLoco Emilia Romagna)

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Maledetta mortadella

Di quella volta che mi chiesero un panino con la mortadella ricordo soprattutto il battito accelerato del mio cuore. E quella mortadella enorme, pesante, che mi scivolò dalle braccia nel banco frigo. Era estate, studiavo all’università e lavoravo in una birreria, nonostante il parere contrario di mamma e babbo che temevano restassi indietro con gli esami.

Avevo già notato gli occhi azzurri di quel ragazzo con i ricci castani, ma non mi ero mai ritrovata da sola con lui. E invece quella sera ero di là, nella stanza dei panini, anziché al solito bancone.

Mi fai un panino con la mortadella?

Non passò molto tempo che mi trasferii da lui. 

Abitava in una casa in campagna ancora più isolata di quella in cui vivevo con i miei. Lui di giorno lavorava, usciva la mattina presto e rientrava il pomeriggio.

Io la sera lavoravo in birreria e nel tempo libero studiavo. A settembre avrei dovuto dare l’esame di latino.

Mi mettevo fuori, seduta al tavolino, e facevo le versioni, leggevo, prendevo appunti. Era passato un po’ di tempo da quando il latino era la mia materia preferita e le traduzioni mi venivano così, quasi da sole.

Capitava che studiassi anche quando lui tornava a casa. Allora mi chiedeva di smettere e di stare con lui. Dopo un po’ però dovevo rimettermi a studiare, altrimenti non ce l’avrei mai fatta.

Lui allora si lamentava molto. Mi diceva che studiavo troppo e che non sapevo godermi la vita.

Mi diceva frasi del tipo, Simona, essi te stessa.  

Una volta passò a trovarmi un amico, mentre ero fuori che studiavo e si fermò per fare due chiacchiere.

La sera glielo raccontai e lui si arrabbiò. Per lui hai interrotto lo studio, per me invece no. Quanto conto io per te, mi chiedeva, a che posto sono nella tua vita?

In che senso, scusa?

Nel senso che te prima pensi allo studio, al lavoro, agli amici, alla famiglia e poi vengo io.

E io, che ne sapevo io allora io che ognuno è diverso e ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi, ognuno col suo viaggio, ognuno a rincorrere i suoi guai e che forse non ci incontreremo mai.

Che ne sapevo io di come certi fiumi scorrono tranquilli e maestosi, altri più impetuosi, ma arrivano sempre al mare, mentre certi altri si disperdono in tanti rivoli fino a morire o partono rivolo e piano piano, affluente dopo affluente, crescono e alla fine arrivano al mare anche loro.

Niente ne sapevo.

L’unica cosa che sapevo era che quella casetta di campagna era sempre più una gabbia vuota e il verde degli alberi tutto intorno aveva perso le sue sfumature.

Arrivò il giorno dell’esame e, naturalmente, feci una prova deludente.

Mi dispiace rovinarle la media, disse il professore, ma non posso darle più di un diciannove.

Rifiutai.

Quindi tornai alla casetta del nostro amore, feci le valigie e me ne andai. 

Naturalmente non finì lì. Ci furono telefonate accorate, recriminazioni, insinuazioni, il rifiuto di restituirmi alcuni oggetti e altre cose simili.

Però rimasi a casa mia e non rividi più il ragazzo dagli occhi azzurri, se non una sera che ero al cinema con le amiche, per restituirgli le chiavi. 

Qualche mese dopo riprovai con l’esame di latino. 

Quella volta andò decisamente meglio. 

Maledetta mortadella.

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Il giorno delle isole veneziane

Ero arrivata da poco nel grande parallelepipedo della redazione di Mestre, quando un collega mi disse.

Vedo che domenica sei libera. Hai impegni?

No, perché?

Perché ti porterei a fare un giro in laguna. Dovrai pur conoscere questi posti se lavori qui. Ce l’hai un motorino?

No.

Non importa, ce lo faremo prestare.

La domenica mattina lasciai la macchina a casa di un altro collega da cui presi il motorino e partimmo alla volta del Tronchetto per salire sul ferry boat. 

Mi raccomando, disse l’amico, non aprire bocca, fai parlare me.

Perché?

Perché se sentono che sei toscana non vale la carta Venezia.

Sbarcammo al Lido coi motorini e puntammo verso il mare. L’amico decideva la direzione e io, che non avevo la minima idea di dove fossimo e dove andassimo, lo seguivo.

La prima cosa che vidi fu la massa imponente dell’hotel Des Bains. Scoprii che una delle massime aspirazioni per un veneziano è prendersi una capanna sulla spiaggia per l’estate. Quelli che amano i desideri irrealizzabili ne sognano una del Des Bains.

L’amico raccontava usanze e tradizioni del posto, ma dovevamo anche andare avanti, altrimenti non ce l’avremmo fatta a terminare il percorso che aveva in mente.

Dopo esserci lasciati sulla destra il biancore rigoroso del Palazzo del Cinema, ci si parò davanti una costruzione rosata adorna di cupole e torrette. 

Ma questo è un palazzo moresco, dissi.

Sì, in effetti lo chiamano anche così, disse l’amico. È l’Excelsior. Anche qui vengono gli attori e si organizzano eventi per il festival del cinema, come al Des Bains.

Pochi minuti e sembrava di essere in un altro posto ancora. Un piccolo villaggio di pescatori, pulito e ordinato, con le casette colorate. 

Qui aveva lo studio Hugo Pratt, dice l’amico indicando una casetta rossa sulla sinistra.

Chi, quello di Corto Maltese?

Proprio lui.

E subito sembra di respirare l’aria dell’isola Escondida.

Sempre a sinistra c’è un ristorante. Il nome non promette benissimo ma il mio amico si ferma a prenotare per la cena. 

Non si può passare di qui e non fermarsi da Scarso, dice. 

Arriviamo in una pineta, dove posteggiamo i motorini. Entriamo in un bar imbalsamato negli anni 60 e spuntiamo sul mare. 

Tende, capanne, sdraio, tutto è di stoffa a rigone bianche e verdi.

Ma io questo posto l’ho già visto… dico.

In Morte a Venezia, forse? 

Ecco. È qui che von Aschenbach osservava l’amato Tadzio ed è qui che alla fine veniva a morire, su una sdraio in riva al mare.

Facciamo il bagno spingendoci lungo i murazzi.

Guarda che acqua. Che dici, mi fa l’amico, non ti sembra di essere in Toscana?

Beh, sì. Già dalla pineta e dalla spiaggia con le dune, l’impressione era stata quella.

Mangiamo una cosa al volo al bar vintage e prendiamo un altro traghetto.

Ti ricordi di non parlare, vero?

Fra San Pietro in Volta e Pellestrina il mio motorino comincia a fare dei versi strani.

Cazzo, hai forato, dice l’amico guardando la ruota posteriore.

No! E ora?

Aspetta qui.

L’amico si dirige sicuro verso un baretto. Fuori ci sono delle persone che bevono intorno ai tavoli.

Si alza un tizio di mezza età, basso e tarchiato, dai capelli precocemente imbiancati. Si avvicina, guarda la gomma con occhio esperto e fa segno di seguirlo.

Tempo mezz’ora e il motorino è come nuovo. Il mio amico accompagna il nostro salvatore al bar e offre da bere a lui e ai suoi amici.

Ma basta così? Faccio io. Sì, sì, tranquilla. Qui con una bevuta si mette a posto tutto.

Intanto vediamo gente che arriva da parti diverse ma corrono tutti verso la laguna.

Andiamo anche noi. C’è una regata delle femene, con le vogatrici sulle mascarete e il pubblico urlante che incita l’uno o l’altro equipaggio.

Siamo arrivati quasi alla fine, ma ora c’è la parte più difficile. Te la senti di guidare su un marciapiede a filo d’acqua?

E io, certo, come no?

Qualche volta, penso mentre tengo lo sguardo dritto davanti a me, cercando di evitare con la coda dell’occhio la laguna alla mia destra e il murazzo alla mia sinistra, potrei anche stare zitta, però. E invece andiamo, e arriviamo. In fondo c’è la riserva naturale di Caroman (Ca’ Roman). Un amico del mio amico è intento a osservare gli uccelli del posto dalle fessure di un capannino di legno. Con un po’ di fortuna si potrebbe vedere anche un succiacapre.

Ora andiamo, dice dopo un po’ il mio amico, si è fatto tardi col contrattempo del motorino e dobbiamo rifare tutta la strada fino al Lido…

Oddio, di nuovo i murazzi?

Sì, potremmo anche andare in traghetto fino a Chioggia, ma poi sarebbe troppo lontano per tornare in motorino. 

A Malamocco mangiamo da Scarso. Il mio amico e l’oste si scambiano delle parole strane, caparossoi, peoci, canoce, e come per incanto arrivano in tavola spaghetti alle vongole e grigliata mista di pesce.

Poenta?

No no grazie.

Ma guarda che qui il pesce si mangia così.

Io preferirei il pane.

Poenta, dice l’amico all’oste.

E polenta sia. Qua è bianca, tagliata a fettine spesse e passata alla griglia. E con il pesce non è affatto male.  

Hai visto com’è per terra?

Guardo in basso. Non mi ero resa conto che avevamo camminato su un’unica distesa di gusci di molluschi tritati. 

La stanchezza, il sole e il vinello bianco giustificherebbero un bel riposino.

Su, è ora di andare, dice invece l’amico.

Bisogna arrivare al molo prima dell’ultimo ferry boat.

Ricordati di non parlare, eh.

Il nastro si riavvolge. San Lazzaro degli Armeni, i giardini della Biennale, l’Arsenale, San Marco, Santa Maria della Salute, la Giudecca, il Molino Stucky. Il buio lascia vedere solo le luci sulla laguna, ma un’ora e più di viaggio bastano per ripercorrere con la mente tutte le tappe di questa giornata.

Saluto l’amico, lo ringrazio e risalgo sull’auto. 

Chissà se immaginava che un battesimo veneziano così non l’avrei dimenticato mai più.

(foto tratta dal blog Pellestrina Azzurra)

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Collotorto

Ho preso il mio primo gatto ancor prima di trasferirmi in campagna. Freeday era una gattina grigia tigrata che trovai alla Rocca di San Gimignano un giorno che ci ero andata da sola in motorino dopo un litigio con il mio ragazzo. Era così piccola da entrare nel bauletto di vimini che usavo come borsetta. Per tutto il viaggio miagolò a pieni polmoni col capino fuori ma alla fine arrivammo a casa sani e salvi. I primi mesi furono un po’ complicati. Ricordo che la mattina quando andavamo in cucina a fare colazione trovavamo sempre qualche nuovo disastro. Soprattutto barattoli rovesciati con il contenuto sparso ovunque. D’altra parte quelli non erano ancora tempi da gatto in casa. Il gatto era un animale da giardino o da campagna, infatti l’avevo preso proprio in vista della nuova casa. 

E poi non esisteva ancora il merchandising felino di oggi, non c’erano morbide cucce, lettiere coperte e sassolini di tutti i tipi, cibo variegato, negozi specializzati. I gattini si trasportavano nelle scatole da scarpe dopo averci fatto due buchi per farli respirare, per i bisogni c’era una cassettina in terrazza con la segatura e la pappa si comprava in barattoli grossi (da aprire con l’apriscatole) dai venditori di attrezzi per il giardinaggio.

Anche i croccantini dovevano ancora arrivare.

In ogni caso Freeday stava proprio bene.

Quando finalmente ci trasferimmo in campagna aveva già qualche mesetto, per cui appena arrivò la stagione giusta andò in calore. All’epoca non si usava nemmeno sterilizzarli, i gatti.

Una volta nati i gattini si cominciava con il passaparola fra i conoscenti, a volte si faceva pubblicare un trafiletto sul giornale.

Secondo il conteggio della mia sorella, Freeday di gattini ne avrebbe fatti cinquantaquattro in tutta la sua vita. Non so se nel conto rientra anche la cucciolata dei quattro che morirono, forse perché la mamma, ormai stremata, non ce la faceva più a nutrirli.

I gattini erano sempre diversi, secondo il padre del momento. Ogni tanto ne nasceva uno grigio fumo. Qualcuno ci aveva detto che era tipo certosino. Oltre al colore, si distingueva anche per il carattere, ancor più fiero e indipendente. A me sarebbe tanto piaciuto tenerne uno così, ma ogni volta, per ordine di mamma, dovevamo darli via tutti. I certosini andavano a ruba, ma alla fine anche gli altri trovavano sempre una nuova famiglia.

Freeday non sceglieva nemmeno sempre lo stesso posto per partorire. A volte andava nella legnaia, a volte nel garage. 

Una delle prime cucciolate venne alla luce nella parte esterna a nord della casa, sotto il poggio di tufo. Freeday si era sistemata dentro il guscio di un vecchio fornello a gas da campeggio appoggiato su un tavolino. Siccome il precedente inquilino ci aveva raccontato che intorno casa di notte giravano le volpi e una volta gli avevano mangiato tutti i gattini, prima di andare a dormire abbassavamo il coperchio per farli stare al sicuro.

Una mattina, andando a rialzare il coprifornello, mi accorsi di una testolina bianca e nera che ciondolava fuori. Sembrava un gattino decapitato. 

Urlai. Alzai il coperchio e controllai. Era vivo! Si muoveva, aveva il corpicino caldo. Gli era solo rimasto il collo completamente storto.

Ma chi era che aveva cercato di ucciderlo così?

Babbo, mortificato, ammise la sua colpa. Naturalmente non aveva cercato di uccidere nessun gatto.

Simona, disse, c’era buio e non avevo preso la pila, non ho visto che uno era rimasto mezzo fuori, ma non l’ho fatto apposta.

Insomma, venne fuori una mezza tragedia.

Però il gattino continuava a vivere come se non gli fosse successo niente. 

Nonostante il collo torto, giocava e saltava. Faceva esattamente tutto quello che facevano i fratellini.

Mamma cercò di sdrammatizzare scherzandoci su e siccome per ogni cosa che riguardava il gattino citava la locuzione latina obtorto collo, alla fine il micio fu battezzato Collotorto.

Quando i gattini ebbero l’età sufficiente per essere dati in adozione cominciarono a venire le persone a vederli.

Ovviamente Collotorto sarebbe rimasto con noi. Chi mai avrebbe voluto prendere un gattino così? E poi, sarebbe sopravvissuto ancora a lungo? Che vita lo aspettava?

Ci facevamo queste domande ogni giorno, mentre lui se ne faceva un baffo e continuava a crescere come gli altri.

I primi che si presentarono furono una ragazza col fidanzato. Non ricordo come ci avessero trovati, se avevano a che fare con gli alunni di mamma e babbo, se erano clienti del negozio di zio o se avevano letto l’appello sul giornale.

In ogni caso mostrammo loro con orgoglio i tre gattini sani, tutti bellissimi. Da una parte c’era anche Collotorto, di cui raccontammo la tragica sventura, ma dando per scontato che lui, poverino, fosse fuori dai giochi.

Ricordo che il momento della scelta si protrasse per un bel po’. La ragazza non riusciva a decidersi su quale gattino volesse prendere. E noi lì a decantare i pregi delle femmine e subito dopo quelli dei maschi, a tessere le lodi del mantello pezzato e poi di quello tigrato. 

Lei non diceva nulla, sembrava pensare ad altro. 

Alla fine puntò il dito verso uno dei gattini e disse: ho deciso, voglio quello.  

Era Collotorto.

(foto di Asvero Pacini)

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La camicia bianca

Per un breve periodo della mia vita è capitato che acquistassi abiti costosi e accessori di marca. Poi non più.

In ogni caso ogni tanto avevo un capo che amavo in modo particolare, al di là che lo avessi pagato un botto o sette euro al mercato. Tipo una camicia bianca di cotone elasticizzato con qualche galetta al collo, in cui mi sentivo bene a prescindere.

Una decina di anni fa capitò che vincessi un premio giornalistico. Avrei potuto essere felicissima, e lo ero, ma ero anche molto preoccupata per la presenza di una persona, fra i miei colleghi, che sapevo ne avrebbe sofferto molto e non avrebbe mancato di farmelo sapere. Era già successo in un’altra occasione simile.

Ora si dà il caso che quella persona fosse assente per un periodo abbastanza lungo per cui ritenni che per quella volta forse avrei potuto anche star tranquilla. Andai alla cerimonia della consegna, una cosa strepitosa sull’isola di Mazzorbo, nella laguna veneziana. Riconoscimento, intervento, ringraziamenti, doni. Fra questi anche un enorme mazzo di fiori, una montagna di gigli bianchi.

Quando tornai a casa, a notte inoltrata (ci sarebbe anche una storia legata all’andata, con gomma forata e auto presa in prestito al volo), mi fu subito chiaro che in casa con quel mazzo non avrei potuto convivere.

Dovevo scegliere. O io o lui.

La mattina dopo lo portai al lavoro sistemandolo su una cassettiera a torretta vicina alla mia scrivania in un ambiente molto più grande del mio appartamento.

Per una settimana o più il mazzo di fiori fece bella mostra di sé sulla cassettiera a colonna, con tutti i suoi profumi e colori.

Finché un lunedì quella persona rientrò.

Non ricordo quale occasione di litigio escogitò quel giorno, ma non dimentico la frase che a un certo punto urlò, puntandomi il dito addosso.

“Tu e i tuoi fiori di m…, ci ha rotto i c…  qui non possiamo nemmeno respirare”. Con la chiosa, a noi dei tuoi premi non importa un c…. di nulla.

Vabbè, ormai anche i gigli il loro tempo lo avevano fatto, potevano lasciare il vaso. Mi alzai cercando di mantenere una certa flemma, afferrai il mazzo e lo portai in bagno per gettarlo nel secchio. 

Purtroppo quel giorno indossavo la mia amata camicia bianca da quattro soldi che, nell’operazione, si macchiò indelebilmente di polline sulle maniche.

Dopo vari tentativi falliti, cercai una tintoria che togliesse quelle tracce gialle.

Purtroppo, per un motivo o per l’altro, nessuna sembrava disposta ad eseguire quel particolare intervento. Finché ne trovai una che si disse disponibile.

Già al telefono, mentre esponevo il problema, mi sentii la regina Elisabetta. La lavandaia mi trattava con un misto di deferenza e un tocco di affettuosa complicità. 

Accettai senza batter ciglio la cifra che mi propose per la smacchiatura, di gran lunga superiore al costo della camicia. Consegnai il capo accolta dalle guardie a cavallo e il tappeto rosso, infine il giorno stabilito mi presentai trionfalmente in lavanderia per il ritiro. 

Che brutto momento! Di colpo non ero più la regina Elisabetta, ma nemmeno l’ultimo dei suoi stallieri.     

La lavandaia mi allungò con malagrazia la camicia impacchettata nel nylon dicendomi con aria di sfida e malcelato disprezzo.

“Questo è tutto quello che ho potuto fare… che poi io pensavo che la camicia fosse almeno di un certo valore”.

Come mio solito ci misi un po’ a capire che cosa intendesse dire. Ma a quel punto avevo già pagato, preso la camicia ed ero uscita dal negozio.

Anche stavolta avevo conosciuto un bel personaggio. 

Mi sono chiesta per anni che film si fosse fatta nella sua testa su quella camicia col polline e di come io, ahimé, glielo avessi infranto. 

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Una vicina fuori dal comune

Il 14 febbraio 2012 avevo il giorno libero. Lo trascorsi in casa a cucinare dei dolcetti vegani a forma di cuore. Poi, non sapendo a chi darli, decisi di fare un regalo ai miei vicini, scegliendo nel condominio una rosa ristretta delle persone che salutavano quando le incrociavi per le scale. 

La signora del secondo piano ne fu felicissima. Più del contatto, mi parve di capire, che del dolce in sé. Chiacchiera chiacchiera venne fuori che la sua nonna era una Pacini di Colle e che si era scambiata qualche lettera con babbo su un racconto per cui era stato premiato.

Poi passai dalla ragazza con la figlia e anche lei sembrò apprezzare molto. Infine, suonai il campanello alla signora col bastone che avevo conosciuto in ascensore. 

“Ma lei è toscana… Io ho vissuto tanti anni a Siena, sa?”.

Lo sguardo diretto e la parlata sincera la rendevano diversa dalla maggior parte della gente del posto. 

Mi invitò ad entrare in casa, mi offrì dei cioccolatini. Sedemmo in salotto a parlare. Mi raccontò la sua vita come moglie di funzionario governativo, vice prefetto, poi prefetto, che aveva girato mezza Italia seguendo il marito. 

Quella donna parlava tantissimo e lasciava appena lo spazio per annuire più che per rispondere, ma non importava. 

A un certo punto venne fuori che in gioventù aveva scritto dei gialli. E che glieli aveva pubblicati la Mondadori. Nella collana dei Gialli Mondadori per Ragazzi. 

Era stata la prima scrittrice di gialli in Italia, per quel che ne sapeva. 

Man mano che raccontava la sua storia, nella mia testa prendeva forma la trama di un romanzo. Non capita spesso di conoscere una persona così interessante. Intelligente, arguta, battagliera. Potevi stare ad ascoltarla per ore. Ed era la mia vicina, quella che viveva nell’appartamento sotto il mio.

Disse che il marito non era assolutamente contento di questa sua attività e le chiese di scrivere sotto pseudonimo.  

Le dissi che la sua storia era fantastica e avrebbe meritato un articolo. Lei disse che forse era meglio di no, in quel posto così piccolo bastava poco per attirarsi le critiche anche degli amici.

“Però, se dovesse servire per farla avanzare nella sua carriera, lo faccia pure”.

La mia carriera in realtà era inchiodata saldamente lì dov’era e non aveva alcuna possibilità di avanzamento. L’unica cosa che era libera di avanzare poteva essere la mia passione e la voglia (il bisogno?) di far capire quello che potevo e volevo dare a quel lavoro.

Quando rientrai in redazione, povera me, piena di entusiasmo, riferii che avevo una storia fantastica. Mi si fece presente che al giornale servivano notizie e di quella storia lì non importava niente a nessuno.

Se proprio volevo, avrei potuto scrivere l’articolo e una volta che non avessimo avuto niente ma proprio niente da mettere in pagina, allora avremmo potuto pubblicarlo.

In realtà, essendo la titolare della cronaca nera e di quella giudiziaria di notizie ne portavo a bizzeffe. Ma mi è difficile credere che i giornali vivano di soli morti e condannati.

In ogni caso ero abbastanza abituata a queste reazioni, per cui mi apprestai a scrivere la storia della signora Giuliana, alias Giulia Sarno, che era stata autrice di dieci volumi dei Gialli Mondadori per Ragazzi con i suoi giovani investigatori Marcello e Andrea.

La pagina, pronta con le foto, le didascalie e i titoli, rimase a decantare per mesi nella memoria del computer. Naturalmente c’era sempre qualcosa di più importante da pubblicare. Incredibilmente verso la fine di ottobre si verificò una congiunzione astrale favorevole. Il giorno del mio compleanno, il 20 ottobre, non c’erano notizie importanti. La congestionata cronaca bellunese sembrava essersi calmata. Non si erano scatenati terremoti, non c’erano state sette rapine di fila a furgoni valori, nessun personaggio importante si era suicidato e nemmeno un marciapiede cittadino mostrava crepe degne di segnalazione.

Erano trascorsi otto mesi e la mia pagina sulla scrittrice di gialli era ancora valida.

Mi dispiace non poter raccontare che il giorno della pubblicazione si sia verificato qualche evento eccezionale legato all’uscita dell’articolo. Probabilmente qualcuno lo apprezzò e ad altri sarà rimasto indifferente. Succede così per tutto.

Ci fu in realtà qualche piccola evoluzione legata a un ragazzino a cui l’autrice aveva promesso un gelato, che fu rintracciato, fotografato e intervistato. Ma poi finì tutto lì. 

Intanto però coltivavo l’amicizia con la signora Giuliana, come faccio tutt’ora che ha novantuno anni, con mia grande soddisfazione.

Qualche giorno fa sono stata contattata dal responsabile della Cultura del Piccolo di Trieste, la città di origine dei due protagonisti, Marcello e Andrea. Aveva trovato on line la mia intervista alla signora Giuliana e pensava che fosse una storia bellissima e di grande interesse per il loro giornale. Se potevo dare loro qualche notizia… La signora era ancora in vita? E se sì, come la potevano rintracciare? Per loro sarebbe stato importantissimo scrivere un articolo su di lei. Lo avrebbero pubblicato nell’inserto Tuttolibri della Stampa, nella parte distribuita a Trieste con Il Piccolo. 

Li misi in contatto, tempo qualche ora e la signora fu intervistata. L’articolo, molto bello, fu pubblicato  pochi giorni dopo.

Da Trieste mi hanno ringraziato tantissimo e la signora Giuliana, per quanto sembri rifuggire queste piccole occasioni di fama e notorietà, mi ha detto: “Certo, se non fosse stato per lei e per la sua intuizione di tanti anni fa, tutto questo non ci sarebbe mai stato”.

È così, forse, che le piccole ingiustizie vengono riparate, da qualche parte.

Qui la pagina uscita il 21 ottobre 2012 a Belluno

https://wordpress.com/post/jesuisunejournaliste.wordpress.com/204

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La notte delle gomme squarciate

Questa è una storia vecchia come il cucco, la storia di quattro amiche che un giorno d’estate di tanti, ma tanti anni fa, decidono di andare a Siena per trascorrere la serata in un locale.

Prendemmo la macchina, la mia, e andammo..

Al tempo si poteva ancora entrare liberamente in Camollia, girare verso il Campansi e cercare un posteggio lungo quella strada. Noi lo trovammo, e non ci pareva vero.

Mi pare di ricordare che passammo una serata divertente, tra chiacchiere e bicchieri, finché si fece l’ora di tornare a casa.

Tornammo alla macchina e cercammo di ripartire, ma c’era qualcosa che non andava. Le ruote non rispondevano al volante.

Scendemmo a dare un’occhiata e capimmo il perché.

Ci avevano squarciato due gomme.

Il motivo era scritto in un foglietto lasciato sul parabrezza. Avevamo posteggiato davanti a un passo carrabile.

Il messaggio però era più secco seppur infarcito di qualche parolaccia.

E ora, che si fa?

Decidemmo di tornare al locale, magari qualcuno avrebbe potuto aiutarci.

La città era deserta, la mezzanotte era passata da un bel po’. 

Di chiamare a casa, a quell’ora, non se ne parlava. Non sapevamo proprio come fare.

Nemmeno al locale sapevano come avremmo potuto fare se non aspettare la mattina dopo per chiamare qualcuno che ci aggiustasse le gomme. 

Se ne avessero squarciata una, ci avrebbero potuto aiutare con la ruota di scorta, ma con due gomme squarciate era tutto inutile.

La titolare del locale disse che magari l’architetto ci avrebbe potuto ospitare per la notte. 

L’architetto era un avventore abituale e solitario. Probabilmente non si sarebbe mai sognato di fare una proposta del genere, ma a quel punto lo avevano incastrato.

E così andammo a casa sua, un bell’appartamento in pieno centro.

Di dormire non se ne parlava, dove poteva avere spazio per sistemare quattro ragazze, un architetto solitario? Per cui trascorremmo la notte a chiacchierare con il povero architetto.

La situazione era talmente assurda che ne passammo una buona parte a ridere come pazze.

Alla fine si fece giorno, chiamai a casa e babbo ci venne in soccorso.

Eravamo stanchissime e non vedevamo l’ora di stenderci in un letto. Ma avevamo avuto la nostra avventura e alla fine, a parte la spesa delle gomme, non ci era costata nemmeno troppo. Perfino i nostri genitori non si erano accorti che non eravamo rientrate. 

Oggi sarebbe andata in tutt’altro modo, con i telefoni cellulari e i servizi h24, ma questa è una storia vecchia come il cucco e non poteva che andare così.

(Foto da immobiliare.it. Grazie Immo!)

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Lo scherzetto di Gastone

La prima casa in cui ho vissuto a Belluno era un appartamento ricavato in un palazzo nobiliare in centro. Aveva il giardino, alti soffitti, il parquet a mosaico, un lungo corridoio e due stanzone, una a sinistra, camera e salotto, e una a destra, la cucina. Dalla cucina si entrava, attraverso un maestoso portone di legno a vetri, nello sgabuzzino, da cui si accedeva al bagnetto. 

Il conte mi aveva detto, quando ero andata a vederlo, non so se le piacerà, sa, è venuto un po’ strano. Pensi, io ci sono cresciuto in questa casa e oggi ne ho ricavato diciotto appartamenti.

Il bagno aveva delle finestrine orizzontali in alto che non si aprivano ma si affacciavano sul corridoio di uno studio legale.

Una volta capitò che Vanessa, uno dei miei due setter irlandesi, fosse in calore e mamma mi chiese di tenere Gastone a Belluno per qualche mese. 

Fu un periodo un po’ faticoso ma bellissimo. Io lavoravo tutto il giorno e Gastone se ne stava chiuso nell’appartamento. Però uscivamo in ogni ritaglio di tempo, la mattina presto, la sera tardi, a pranzo mi preparavo un panino e lo mangiavo passeggiando con lui.

Una domenica che avevo il giorno libero, con un’amica, decidemmo di andare a pranzo in un agriturismo. Avremmo portato anche Gastone.

La mattina mi feci la doccia e mi lavai i capelli. Era una giornata bellissima e io ero indecisa se asciugarli col phon o andare al sole in giardino. 

A un certo punto sentii un gran trambusto e la porta del bagno si chiuse con uno schianto. Gastone doveva aver fatto cadere qualcosa. 

Cercai di uscire per vedere che cosa ma la porta non si apriva. Spingevo ma niente, c’era qualcosa dietro che la bloccava. Da uno spiraglio di pochi centimetri provai a rimuovere l’ostacolo con un braccio, ma non ci riusciii. 

Potevo solo vedere Gastone che mi guardava scodinzolando.

Mi rassegnai a passare l’ora successiva in bagno, nel frattempo avrei potuto lasciare che i capelli asciugassero, poi sarebbe passata l’amica, che aveva una copia delle chiavi, e mi avrebbe liberato.

Il telefono era rimasto fuori dalla stanza, non c’era una finestra alla quale affacciarmi per chiedere aiuto a qualcuno, lo studio legale era chiuso. 

Non avevo molte possibilità.

Aspettai e aspettai, ma della mia amica nemmeno l’ombra.

Dal rintocco delle campane capii che ormai l’ora di pranzo era arrivata. Perché lei no?

Cominciai a perdere la speranza. Avrei trascorso tutta la domenica, il mio unico giorno libero, chiusa in un bagno di due metri per due senza poter mangiare, senza poter accudire il cane, aspettando il lunedì mattina nella speranza che qualcuno mi liberasse?

Aiuto!

Cominciai a gridare. Prima con tutto il fiato che avevo in gola, poi sempre con meno convinzione. Ormai era chiaro che ero rimasta l’unica in tutto il palazzo a trascorrere quella domenica di sole in casa.

Ero affranta. Ogni tanto mi imponevo di alzare la testa e gridare aiuto al nulla.

A un tratto però sentii una voce. 

Chi sei? Dove sei?

Il mio vicino del piano di sopra… 

Sono Simona, sono bloccata in bagno.

Fortuna che c’erano le finestre della cucina aperte, almeno sentiva qualcosa.

Come posso fare per entrare in casa?

Vai dalla mia amica, lei ha le chiavi.  

Aspettai ancora, ma stavolta era diverso.

Finalmente entrarono in casa, il vicino e l’amica, e mi liberarono. 

Era successo che il tenditoio appoggiato alla parete era caduto, forse per un movimento di Gastone o chissà che, andando a chiudere la porta del bagno. Nello stesso tempo era caduto dalla direzione opposta anche un piccolo scaleo che era andato ad incastrarsi con il tenditoio. Un intreccio inestricabile.

Gastone assistette alle operazioni di liberazione con la sua aria felice, saltellando e offrendo il capo per qualche carezza.

Quando tutto fu a posto ormai era un po’ tardi. Ringraziai il vicino. Che fortuna che quel giorno non avesse seguito la famiglia in montagna. Poi con l’amica decidemmo di andare a pranzo lo stesso. Trovammo un agriturismo che ci avrebbe accolte anche a quell’ora, noi e Gastone, e partimmo, decise a rimettere a posto quella domenica partita con il piede decisamente storto.

Ma tu poi perché non sei venuta a chiamarmi? Le chiesi.

Aveva litigato col fidanzato e aveva deciso di rimettersi a letto, dove, mi disse, avrebbe voluto passare il resto della giornata.

Senza la presenza provvidenziale del vicino in quel bagno ci avrei passato anche la notte.

Però con i capelli asciuttissimi.

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