La saponetta viola

Un giorno la prof alle medie mi disse che mi doveva parlare a quattr’occhi.

  • Hai sentito quella tua compagna che cattivo odore che fa? 
  • No, non ho sentito niente.
  • Dovresti cercare di parlarle e spiegarle che dopo essere stati in bagno ci si lava.
  • Ma io…
  • Sì, capisci che se lo facessi io la metterei in imbarazzo. Invece credo che fra compagne sia più facile.

Non avevo la più pallida idea di come uscirne. 

Non mi andava di parlare con la compagna di una cosa del genere. 

Avevo dodici anni, non conoscevo diplomazia né delicatezza. Pensavo ai fatti miei, a divertirmi con gli amici. Un po’ anche a studiare. 

Però la prof mi aveva investito del compito, chissà perché proprio me, e in qualche modo avrei dovuto fare. 

A casa non pensai ad altro. Finché mi venne l’idea. 

La mattina dopo arrivai a scuola con una saponetta viola nella cartella.

Mi avvicinai alla compagna e le dissi, ciao, questa è per te.

Speravo che lei la prendesse, bon, e finita lì.

Invece mi disse, non la voglio, grazie.

  • Ma come no… l’ho portata proprio per te.
  • Ma non mi serve, a casa ce l’ho.
  • E’ un regalo, ti prego, la supplicai.

In ogni caso la compagna alla fine prese la saponetta viola, che appoggiò nello spazio sotto il banco. 

Poi ci fu l’intervallo. Colazione e caos, come al solito. 

I compagni cercavano qualcosa da calciare, una palla da lanciarsi l’un l’altro. 

Qualcuno vide la saponetta viola. 

Al suono della campanella, dopo che ci eravamo ben sfogati, ci rimettemmo seduti, ognuno al proprio banco. 

A terra erano rimasti, sparsi qua e là, dei trucioli viola. 

La questione, almeno, era chiusa. 

Lascia un commento

Archiviato in diario

Il colore dei desideri impossibili

Il mio primo Palio l’ho visto nell’estate fra la seconda e la terza media, dalle finestre di una casa in piazza del Campo.

Ci avevano invitato dei signori che avevamo conosciuto al mare nel mese di luglio.

La cosa ci aveva messo un po’ in ansia. Babbo e mamma pensavano a quale dono portare, io pensavo al figlio di quei signori.

Alla fine il regalo toccò proprio a lui.

Babbo disse, gli facciamo un disco? Ma che musica gli piacerà?

La scelta cadde su Rock’n Roll di John Lennon.

È un ragazzo così agitato, disse babbo.

Ogni volta che sento Stand by me ripenso a quel giorno.

Le finestre, grandi e altissime, erano tre. Una era stata riservata alla nostra famiglia. Per arrivare al davanzale c’erano delle panchette in legno. C’era anche un terrazzino, con le sedie come a teatro.

A mamma l’effetto palio non prese proprio bene. Si era fissata che io e Paola saremmo potute cadere di sotto da un momento all’altro ed era tutto un, stai attenta, non ti sporgere che cadi, e via così.

Io mi snervai, lasciai la finestra di famiglia e andai sul terrazzino, dove non c’era il posto per me.

Quel giorno successe qualcosa, però. Un acquazzone improvviso o una mossa troppo lunga, per cui il Palio fu rinviato al giorno dopo.

Il viaggio di ritorno fu tutto un commento sul figlio dei signori, che a babbo, evidentemente, al contrario di me, non piaceva per niente.

Si è comportato male. Non ha neanche ringraziato per il regalo, l’ha preso e l’ha messo lì.

Per me invece contavano solo gli occhi verdi e i riccioli neri.   

Il giorno dopo fu tutto più veloce. Il corteo storico era già stato fatto, finalmente ci sarebbe stata la corsa.

Tornai sul terrazzino, quello delle seggiole non era un problema perché si erano alzati tutti in piedi e urlavano con i fazzoletti colorati in mano. Una donna forsennata davanti a me agitava quello della Chiocciola, facendomelo sbattere sugli occhi.

Finì tutto prestissimo e fu quasi come se non avessi visto niente.

Il padrone di casa uscì correndo con in braccio un bandierone del Nicchio. Lo vedemmo sfilare insieme ai vincitori senza capire il perché. 

Qualcuno ci disse che anche se la sua contrada non correva, il Montone aveva rischiato di vincere. Così c’era da festeggiare, più che per la vittoria della Chiocciola, per la sconfitta della nemica. 

Quando la piazza cominciò a svuotarsi, salutammo e ci incamminammo verso la macchina. 

Babbo ce l’aveva col ragazzo. 

È strano, diceva. 

A me non piaceva che ne parlasse male, anche se era evidente che per lui nemmeno esistevo.

Però avevo il cuore che traboccava di amore e da qualche parte dovevo pur metterlo.

Il Nicchio.

Mi comprate il fazzoletto del Nicchio? Chiesi mentre passavamo davanti ai negozi di souvenir palieschi.

Ma che te ne fai, non ti serve a nulla.

Voglio il fazzoletto del Nicchio.

Non se ne parla, diceva babbo.

Mi impuntai, e da San Domenico a San Prospero continuai a ripetere la stessa frase. 

Scoppiai in lacrime ma non ci fu niente da fare.

Da allora il colore dei desideri impossibili per me è l’azzurro mare della bandiera del Nicchio, più ancora del verde di quegli occhi che già non c’erano nemmeno più. 

(foto Dreamstime)

Lascia un commento

Archiviato in diario

L’amica inaspettata

Sempre al solito corso di Estetica c’era una ragazza, Silvia si chiamava forse, un po’ più grande di noi.

Il modo di vestire, il rapporto diretto e confidenziale con i prof, il suo essere distante anni luce da noi, suscitavano, almeno in me, un sentimento di una certa avversione nei suoi confronti.

Lei però rideva e parlava con tutti, con il suo nasino a punta, il viso affilato e i capelli neri, che qualche volta portava raccolti.

Non ricordo come e quando avvenne, forse fu dopo la cosiddetta lezione che io e L. tenemmo agli studenti del corso di Estetica, ma in qualche modo diventai amica di Silvia.

Un giorno mi invitò ad andare a trovarla a casa sua. Così la mia iniziale avversione non tardò a tramutarsi in ammirazione.

Silvia abitava in un appartamento in piazza del Campo, una torretta dalle parti del Casato, la via da dove entrano i cavalli del Palio.

Non potevi non notarla, quella torretta con due finestroni come gli occhi di Titti il canarino, guardando il cerchio di case che affacciano sulla piazza, e non potevi non chiederti chi fosse tanto fortunato da vivere proprio lì.

Quel pomeriggio dunque suonai il campanello e salii le scale fino lassù. Non credo di essere stata sola. È più che possibile che con me ci fosse proprio L.

Silvia stava con un lettore di tedesco dell’università e da poco aveva avuto un bambino.

Guardavamo lo spettacolo della piazza dall’alto, pieni di meraviglia, mentre Silvia ci offriva il tè e ci raccontava della sua gravidanza.

Quando partorisci, disse, non è che senti male. Senti Il Dolore, una cosa assoluta che sai non proverai per niente altro al mondo. Ma quando vedi tuo figlio passa tutto ed è solo gioia.

Non ho mai avuto bambini, ma questa frase di Silvia mi è rimasta talmente stampata dentro, che credo di averla ripetuta almeno cinquanta volte ad altrettante amiche partorienti.

Del resto delle cose dette quel pomeriggio, invece, mi è rimasto un ricordo piuttosto vago.

Lei che preparava la tesi in Estetica con Olivetti, il marito imbarazzato dalla nostra presenza, il bambino con i riccioli biondi.

Non mi pare che ci sia stata una seconda volta nella torretta, o se c’è stata, la mia memoria la riassume in un unico pomeriggio.

Silvia l’avrò incontrata di nuovo fra i corridoi di via Fieravecchia e nel palazzo di Sant’Ansano, come capitava un po’ con tutti. E poi, come è capitato con molti conosciuti in quei tempi là, l’ho persa di vista.

Qualche tempo dopo chiesi notizie di lei, non ricordo a chi.

Ma come, non l’hai saputo? Mi dissero.

Silvia è morta.

Oddio, ma che cosa è successo?

Forse un intervento chirurgico riuscito male, forse un malore improvviso.

E il marito, e il figlio?

Chissà, saranno andati a stare in Germania.

E io ci penso ancora, e ho davanti agli occhi l’immagine di Silvia, sbiadita come quelle ombre, una volta persone, fissate sui muri dall’esplosione atomica.

Che non si sa abbastanza, di loro, e mai potremo saperne di più.

Lascia un commento

Archiviato in non classificati

Così parlammo di Zarathustra

Qualche giorno prima che L. riemergesse dal passato per riconsegnarmi il libro di Bilenchi con dedica autografa per babbo, da quello stesso passato era già riemerso un vecchio appunto.

È il brogliaccio di una lezione che tenemmo insieme, io e L., agli attoniti, e forse anche piuttosto disinteressati, studenti del corso di Estetica dell’università degli studi di Siena, facoltà di lettere e filosofia, corso di laurea in musica e spettacolo.

Anche noi due eravamo solo studenti, ma all’epoca era molto viva in me una facoltà che forse, noto con dispiacere, si è un po’ spenta con il tempo, insieme alla fisiologica diminuzione della memoria. La fissa con i collegamenti.

Per cui, ogni cosa che leggevo, che ascoltavo, ogni persona che conoscevo, qualsiasi cosa, doveva per forza avere un corrispettivo altrove. Non una copia, ci mancherebbe, ma una relazione. Un è come se. Dei punti di contatto che mi aiutassero a fare dei nodi nella sterminata rete della conoscenza possibile.

Una specie di mappa mentale, prima di sospettare che esistessero e fossero state addirittura codificate.

Quindi, dal momento che il programma di Estetica di quell’anno affrontava il tema del superuomo di Nietzche e, immagino, per storia della Musica moderna c’era da approfondire la musica estenuante di Wagner, io studiai Nietzsche e ascoltai Wagner pensando incessantemente ai punti di contatto tra i due.

Poi, mentre un pomeriggio studiavamo insieme, prospettati a L. la mia teoria, proponendogli di approfondirla e presentarla al prof in occasione dell’esame.

Il prof era Alberto Olivetti. Che ci disse, tutto molto bello e interessante. Ma ora facciamo l’esame con il programma stabilito, poi fissiamo una data così illustrerete a tutta la classe la vostra teoria.

Mi sembra di ricordare che la lezione non fu proprio un’apoteosi, ma non credo nemmeno che ci abbiamo proprio perso la faccia.

Riguardando la vecchia traccia intanto noto che sono sintetizzati sei punti, nemmeno troppo motivati, dal che intuisco che l’idea ce l’avevo proprio in testa e mi bastava giusto il la per tirarla fuori.

Le calligrafie sembrano essere due, abbastanza diverse l’una dall’altra. Una piccola con le lettere strette e in alcuni casi pendenti verso destra, che credo fosse quella di L., l’altra più larga e ariosa, che riconosco essere la mia.

Il titolo è un po’ debole, “Nietzsche e Wagner: un binomio?”, ma all’epoca la conoscenza delle regole della comunicazione era sicuramente sotto lo zero.

Ogni punto, quindi, riporta il numero di pagina del brano di Così parlò Zarathustra al quale ci riferiamo, e il minuto dell’opera di Wagner alla quale lo compariamo.

C’è il mormorio della foresta dal Sigfrido, le tre metamorfosi che riportan al duetto di Venere del Tannhauser, la liberazione dal tu devi con la cavalcata delle Valchirie, l’entrata degli Dei nel Walhalla, l’analogia per contrario sul tema della redenzione, con la morte e la successiva salvezza di Tannhauser. E infine, la danza del superuomo e la danza degli apprendisti dai Maestri cantori di Norimberga.

“Quello della redenzione, scrivevo, è un tema caratteristico di Wagner (Tannhauser redento da Dio), con il passaggio dal così fu al così volli che fosse, inteso come volontà. Un altro gradino verso la costruzione del superuomo”.

Forse, quando avrò un periodo un po’ più tranquillo e contemplativo, potrei mettermi a ricostruire questa teoria, anche se, a dirla tutta, pensare oggi a Nietzsche e Wagner, con la loro energia ridondante e per alcuni versi malsana, mi sembra già di per sé l’anticamera di un possente mal di testa.

Di tutto quello studio e di quelle teorie, oggi ricordo la coscienza della pazzia. Di Nietzsche che, ormai delirante, suona il pianoforte con tutto se stesso, perfino, come ci disse soavemente il prof, con il membro.

Di Wagner, la cui musica, caratterizzata da giri armonici incompleti, lascia aperti spiragli che creano un senso di incompiutezza e di ansia in chi ascolta.

Mi resta l’immagine degli elicotteri di Apocalypse now, con le mitragliate al ritmo della cavalcata wagneriana. Mi resta l’orrore dello stravolgimento di teorie romantiche, sicuramente esagerate ma probabilmente anche abbastanza innocue (ma chi può dirlo), a beneficio e consumo della filosofia hitleriana che, quella sì, avrebbe sconvolto il mondo e l’idea stessa dell’essere umano, oltre ogni limite.

Senza alcuna possibilità di redenzione.

Lascia un commento

Archiviato in diario

Vita morte e misteri di una sanseveria

Lunga attesa fuori da un ufficio sanitario.

Squilla una suoneria, signora anziana risponde al telefono.

Si ode in lontananza voce femminile agitatissima.

  • Ma quale pianta? Dice l’anziana.
  • Ah, ho capito. La sanseveria che tenevi in salotto.

La voce dell’altra continua a riverberare in sottofondo.

  • Si vede che l’hai innaffiata troppo e l’hai fatta morire…
  • No, non la devi innaffiare per niente d’inverno.
  • Tranquilla. Ha le foglie talmente grasse che non secca. Fidati, io fo così.
  • D’estate è un’altra cosa. D’estate la porto fuori e la bagno ma d’inverno nemmeno una goccia. Devi sentire la terra secca secca.
  • Non muore, no.
  • Pensa che io avevo levato una foglia che mi pareva quasi morta e l’avevo messa fuori su quel mobilino vicino alla porta. Poi me l’ero dimenticata. Ci credi che dopo mesi l’ho trovata ancora bella grassa?
  • Eh, allora l’ho ripiantata. L’ho fatta tutta a pezzettini e li ho posati sul terriccio. Certo che ricrescono. Io le sfoltisco, non mi garbano quando le foglie sono tutte fitte.
  • Fra l’altro dicono che è una di quelle piante che purificano l’aria, bisognerebbe sempre tenerle in casa. In camera, anche meglio.
  • Vedrai, che vuoi fare? Ora levi la terra, che sarà tutta marcia, e la rimetti asciutta. Magari ti riprende.
  • No, sono sempre qui in fila. È già più di un’ora che aspetto.
  • Va bene. Mi raccomando, fai come ti ho detto, che poi passo a vederla.

Certe volte l’attesa è anche meglio di quando arriva il tuo turno.

Lascia un commento

Archiviato in non classificati

Il libro (e l’amico) ritrovato

È successo questo. Sono uscita per un lungo tour banca-dottore-supermercato con spesa di oltre 50 euro per riscuotere un buono sconto.
Appena posteggiato, sbirciando il telefono, ho visto un messaggio.
Ciao sono L. appaio dal tuo passato per restituirti questo.
L. è un amico dell’università che si è trasferito altrove.
Già in questi giorni l’ho pensato tantissimo a causa del ritrovamento di un appunto di quei tempi là con tutta una storia che mi piacerebbe anche raccontare, però era veramente da tanto che non ci si sentiva.
E questa cosa che mi voleva dare io non mi ricordavo né di averla avuta, né di avergliela prestata.
Era una copia dell’ultimo libro di Romano Bilenchi, Il gelo, con dedica autografa al mio babbo. Data: 1983.
Un po’ mi son sentita figlia ingrata, presto cose altrui e poi non me ne curo.
Che se penso invece a chi non mi ha restituito Il giovane Holden e La collina dei conigli, ancora ribollo.
Poi ho pensato anche, che persona questo L., Che passa un giorno da casa dei suoi, ritrova il mio libro e mi contatta per ridarmelo.
Avrebbe potuto tenerlo, avrebbe potuto far niente.
E invece ci siamo visti, ho saputo della sua vita, ho riannodato qualche ricordo. L’ultima volta che l’avevo visto fu al teatro dei Varii anni fa. Un’altra volta ho conosciuto un suo amico e abbiamo parlato di lui e nessuno credeva che lo conoscessi davvero perché era successo tanto tempo prima quando faceva cose che loro nemmeno sapevano.
L. è un artista. Suona e fa anche altro e sta in quella fascia dell’atmosfera un po’ sopra a quella dove respiriamo noi. Per questo lo sento come se fosse inarrivabile e quello che è successo oggi è stata, alla fine, una grande, immensa, inimmaginabile, esplosione di gioia.

Lascia un commento

Archiviato in non classificati

Il mistero della tessera scomparsa

Per la rubrica:
Cose che succedono solo a me.
Vado alla Usl a ritirare dei risultati per un prelievo effettuato il 16 dicembre. C’ero già stata due settimane fa.
Allora mi dissero.

  • eh, ma ci vuole almeno un mese.
  • infatti, è passato un mese
  • le do un consiglio. Torni fra due settimane.
    Torno.
    Solita attesa, solito ingresso contingentato.
    Al banco un ragazzo che conosco.
    Gli consegno la tessera sanitaria e lui controlla al computer.
  • ma quando le hai fatte queste analisi?
  • il 16 dicembre (ndr, 41 giorni fa)
    Voce fuori campo:
  • eh, ma per quelle deve aver pazienza, ci vuole almeno un mese.
    Fatti i conti, si ripete il teatrino della volta scorsa. Telefonata in laboratorio a Siena, i miei dati ripetuti ad alta voce a beneficio degli astanti.
    Tipa che dopo aver buttato giù il telefono, anziché darci la risposta, si allontana richiamata da un nuovo problema sopraggiunto.
    Attendo.
    Dopo un bel po’ la tipa di eh ma ci vuole almeno un mese mi porta la buona novella.
  • guardi, ci deve essere stato un problema con le spedizioni. Comunque a Siena ce le hanno. Ora ce le mandano per email e gliele stampiamo. Si sieda là che la avvisiamo noi.
    Attendo. Faccio un giochino sul telefono, parlo con un conoscente, rifaccio il giochino sul telefono.
    Arriva la busta con le analisi.
  • la tessera gliela abbiamo già restituita, vero?
  • no
  • aspetti qua
    Attendo. Gente arriva, ritira i propri risultati, prenota visite e va via. E io lì, in attesa della tessera.
    Mi avvicino allo sportello.
  • signora, deve avere pazienza.
    Dice la tipa del eh, ci vuole almeno un mese.
    Dico al ragazzo che conosco
  • scusa, me la passi la tessera che così me ne vado. Devi avercela tu
  • in realtà è sparita.
  • era sul bancone, se la deve essere presa la signora dopo di te. Stiamo cercando di contattarla al telefono ma non risponde.
    Ma io dico.
    Se a qualcuno dovesse essere accaduta una cosa più idiota di questa si faccia pure avanti, lo sfido a duello.
    (Dopo mi hanno telefonato.
  • abbiamo trovato la signora, dice che la riporta domani. Ma ormai ti richiamiamo quando la tessera è qua)

Lascia un commento

Archiviato in non classificati

La caffettiera a fiorellini rosa

“Me la ricordo perfettamente” dice la zia di A. guardando la foto della caffettiera di ceramica a fiorellini rosa che le ha inviato il nipote sul telefonino.

La zia di A., con sorelle (tra cui la mamma di A.), fratelli, genitori e nonni, è cresciuta nella casa colonica dove da quarant’anni mi sono trasferita io con la mia famiglia. E infatti è proprio nella scarpata dietro al pozzo, quella che scende giù verso il campo, che ho trovato la caffettiera.  

La famiglia lasciò la casa nel 1976, dopo la morte del patriarca, quindi la mezza moka risale agli anni precedenti. Soddisfatta della notizia, ma non appagata, vorrei sapere ancora chi la usava e come, quando facevano il caffè e chi lo beveva e chi no.

Penso alla vecchia caffettiera come a un improbabile cavallo di Troia che mi permetta di entrare, non vista, nelle stesse stanze che oggi per me sono quotidiane ma che allora erano vissute da altri.

La casa fu poi ristrutturata da un imprenditore nel 1978 e per pochi anni ci visse in affitto un magistrato con la moglie. Poi la pretura di Colle fu chiusa e anche il giudice si trasferì a Poggibonsi.

Erano i primi anni Ottanta, io frequentavo la quinta liceo e preparai la maturità cullata dal rumore del trattore che andava avanti e indietro nel campo sotto alla finestra di camera mia.

Ricordo quando babbo ci portò a vederla. A me sembrava impossibile che potessimo andare ad abitare in un posto così.

La casa era grandissima e isolata. Ci si arrivava percorrendo una strada sterrata tutta curve e salite. Avrei potuto organizzare feste, invitare amici, avere un sacco di spazio tutto per me.

La mia sorella invece rimase delusa. “Me la immaginavo almeno la metà della Reggia di Caserta” disse, tanto per stemperare gli entusiasmi.

I vicini di Campolungo, dove abitavamo prima, si divertirono a sparlare del nostro trasferimento, raccontandosi l’un l’altro di come fossimo caduti in basso. Secondo loro eravamo andati a finire in una catapecchia semidiroccata in mezzo ai boschi. In quegli anni c’era il mito della città e la campagna era degli sfigati che ancora non ce l’avevano fatta a fuggire. Figurarsi chi andava a infilarcisi apposta.

Poi c’era anche l’eterno sport del godere di fronte alla disfatta altrui, fingendo una pena che mascherava una soddisfazione un po’ perversa e qualche volta dava anche l’opportunità di pronunciare frasi del tipo, io l’avevo detto, che ti aspettavi?

Per rimettere le cose a posto venne a trovarci il Verdiani che, constatate di persona le condizioni della nostra nuova casa, tornò in Campolungo autoinvestendosi del compito di dire a tutti la verità.

Poi sono successe molte cose, che ora non starò a dire. 

Sono diventata amica di A., senza sapere che la sua mamma viveva qui, e ogni tanto gli chiedo qualcosa della casa di quei tempi, dove facevano l’orto, dove stavano gli animali.

A loro ha portato fortuna, se si considera il destino luminoso di A. e di suo fratello.  

Non sarà possibile sapere il momento preciso in cui la caffettiera di ceramica a fiorellini rosa è finita nella scarpata. Ma se si fanno bene i conti, la signora dovrebbe aver collezionato almeno una cinquantina di anni. 

E come è giusto che sia, ha ancora tutto il tempo che vuole, davanti a sé. 

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo

Incontro sulla Quinta Avenue

Camminavo con Luana sulla Quinta Avenue quando ad un semaforo vicino a Central Park sentimmo, Simona.

Io non mi girai. Luana invece al secondo Simona disse, cercano te. 

Si, figurati.

Simona, ancora.

Alla fine mi volto verso la voce e vedo M., un’amica del nordest. 

Si era fermata un giorno a New York per fare un giro nei musei. Poi sarebbe partita per il Messico dove l’aspettava il fidanzato.

Noi eravamo state al Guggenheim, lei arrivava dal Metropolitan. 

Mangiammo qualcosa insieme. Fu un bell’incontro. 

Ora anche io potevo vantare una di quelle coincidenze che sembravano succedere solo a babbo. Come quando, una volta che era in un ristorante a Pattaya, sentì chiamare Asvero. 

In quel caso si trovò di fronte proprio il cassiere che gli aveva cambiato la valuta per la Thailandia.

M. l’avevo conosciuta al giornale. Lei scriveva dal suo paese del nordest e io la chiamavo per mettere i suoi pezzi in pagina. In quella redazione li chiamavano tòcchi.

Xè rivà el tòco de Cióza? Che starebbe per Chioggia.

Una sera con un collega giornalista oggi piuttosto conosciuto, a cui allora affittavo una stanza di casa mia, andammo nel paese di M. a mangiare una pizza speciale con lei e altri suoi amici. Un viaggio lunghissimo che sembrava non finire mai. 

Della pizza invece non ricordo.

Anni dopo, nel mio girovagare, un’estate che lavoravo più a nordest del solito, andai a trovare M. a casa diverse volte.

Nel frattempo aveva avuto un bambino, un putto biondo che aveva fatto innamorare perfino me.

In quel periodo avevo una macchina cabrio, una Mazda X5 rossa con tettuccio nero e fari a palpebra di cui andavo molto orgogliosa. 

Il bimbo era piccolo ma la macchina sembrava che gli piacesse molto, così dissi, lo porto a fare un giro qui intorno.

M. disse forse è meglio di no, magari è pericoloso. E io, ma scherzi? Facciamo un giro breve e fra cinque minuti siamo qui.

Misi il bimbo sul sedile della macchina scappottata, feci un giro per uno, due chilometri, e tornai da M. 

Quella fu l’ultima volta che la vidi e che ci parlai.

Io continuai a cercarla ma lei non rispose più alle mie telefonate.

Solo anni dopo, ripensando alla successione degli eventi, ho ricostruito quella che potrebbe essere stata la causa della sua chiusura.

Sul momento non collegai il silenzio che venne dopo con l’episodio del bambino.

All’epoca vivevo le amicizie in modo tanto assoluto e viscerale che potrei non aver notato il suo disappunto. O non dargli il giusto peso. 

Consideravo, piuttosto infantilmente, ogni persona amica come una stella del mio cielo e non potevo concepire dissidi o malintesi che non si potessero chiarire e risolvere.

E poi c’era quell’incontro inaspettato a New York che, almeno per me, dava alla nostra amicizia un suggello speciale.

Chissà. Forse la ragione era un’altra. 

Una di quelle che non saprò mai.  

Lascia un commento

Archiviato in amici miei, on the road

Mestruazioni

Un tempo in Campolungo, dove la Gora era ancora scoperta, girando a destra si trovava la bottega delle donnine, due sorelle che vendevano fili, calze e bottoni. Mamma ci diceva, mi andate a prendere un filo da imbastire dalle donnine? 

Lì, se si era abbastanza grandi, si potevano comprare anche le mutandine igieniche.

La prima mestruazione l’ho avuta alle scuole medie, non ricordo l’anno. Me ne accorsi per caso andando al bagno, e pensai, ormai la tengo e vedo poi quando sono a casa.

Di questo sangue che usciva ne avevo sentito parlare dalle ragazzine più grandi, nei pomeriggi sedute sul muretto a cercare di capirci qualcosa. Tutto era sempre molto misterioso e confuso e soprattutto non c’entrava niente con l’altro mondo, quello dei babbi e delle mamme, con i quali di queste cose non si parlava.

Quando mamma tentò di spiegarmi io feci finta di non saperne niente. Misi su una faccia stupita, non volevo che ci rimanesse male.

In ogni caso nessuno mi aveva detto la cosa più importante. Che non c’era nulla da tenere. Mi avevano parlato degli assorbenti, ma probabilmente pensai che fosse una cosa in più, per sicurezza.

Negli anni del liceo con la mia famiglia andavamo al mare al sud. Un’estate andammo in Calabria, a Sibari. C’erano un sacco di ragazzi e si stava tutti insieme al bar, in spiaggia e la sera in discoteca. Barbara era la più bella, un po’ Carly Simon un po’ Jane Birkin. Veniva da San Giovanni, vicino a Milano. Diventammo amiche.    

Barbara aveva elaborato un sistema per parlare di cose legate ai ragazzi senza farsi capire dai grandi. Una scala complicata di numeri e parole che sembravano altro.

La cosa più semplice era che chi aveva le mestruazioni “cantava”, come in quella pubblicità in cui una tipa gorgheggiava tutta felice perché aveva le ali.

Così se una ragazza non faceva il bagno le chiedevano, oggi canti? 

Non ero ancora abbastanza grande per leggere Porci con le ali, che mamma aveva foderato con una carta da pacchi bianca per tenercelo nascosto e perché “la nostra vita sessuale non rischiasse di venirne distorta”.

La mela e il serpente di Armanda Guiducci però non era foderato. C’era questa donna in copertina con le gambe nude dalla coscia in giù e l’aria pensierosa e un po’ triste. 

Lo lessi prima di una vacanza in Calabria e scoprii le superstizioni che ancora resistevano al sud nei confronti delle donne mestruate.

Un giorno andammo in un paesino a fare la spesa e a me mancavano gli assorbenti.

Impressionata da quanto avevo letto, pensai di entrare nella bottega che vendeva generi alimentari e tutto il resto, controllare in silenzio gli scaffali e trovare l’oggetto misterioso. Mi chiesi se fosse il caso di rischiare con gli assorbenti interni o se avrei fatto meglio a comprare quelli normali.

Una volta dentro, mamma si girò verso di me e disse a voce alta, te non dovevi comprare gli assorbenti? Chiedi se hanno quelli che vuoi. 

Diventai viola, abbassai lo sguardo e le dissi a mezza voce, zitta, te non lo sai che ne pensano qui di queste cose.

Non ricordo in realtà alcuna reazione, fra la gente del posto. Ricordo solo la mia rabbia sorda. Nonostante mi reputassi di ampie vedute, una che si è sempre rifiutata di chiamare le mestruazioni con qualsiasi altro nome, avevo fatto un’orrenda figura da bigotta, incastrata malamente nel mio libro femminista.

Lascia un commento

Archiviato in non classificati