Quella volta a Lisbona

Quando mamma è andata in pensione le ho detto, ti porto a Parigi.

Al tempo vivevo a Treviso e lavoravo a Mestre facendo dei periodi di sostituzione al giornale. Quell’anno ne avevo già fatti due, uno per un’aspettativa e un altro per le ferie estive. 

Fissai il viaggio, albergo a Montmartre e volo Air France da Pisa, per ottobre, quando sarei stata libera. A metà settembre, poco dopo aver finito la sostituzione estiva, mi richiamarono, stavolta per una lunga malattia.

Oh no, devo andare a Parigi. Posso iniziare una settimana più tardi?

No, non è possibile. Così perdi l’intero contratto.

Messa davanti alla scelta se rinunciare al viaggio o al lavoro, decisi di lasciare il primo. Biglietti e prenotazioni però ormai erano stati pagati e non avrei potuto recuperare niente.

Così mamma andò lo stesso, ma con zia Carla.

Qualche tempo dopo ci riprovammo. Quella volta scegliemmo Lisbona.

Trovai la capitale portoghese di una bellezza quasi dolorosa. Gli azulejos, l’oceano, il Tago, i vicoli della città vecchia e la foto con la statua di Ferdinando Pessoa. Le pasticcerie. L’emozione quasi violenta di attraversare la rua Augusta e sbucare d’improvviso nella Praca do Commercio.

Un giorno andammo a visitare la Torre di Belem. Era un po’ fuori, per cui prendemmo un bus. All’andata ci fermammo al Monastero dos Jerònimos dove scoprii l’esistenza di un’arte definita manuelina, che lì per lì mi faceva anche un po’ sorridere, giusto per il nome. In realtà era un tardo gotico in salsa marinara.

Dopo il monastero camminammo sotto il sole battente per una decina di minuti e raggiungemmo la Torre. Ci fermammo a mangiare a una specie di mensa universitaria lì vicino. 

Sulla strada del ritorno ci mettemmo ad aspettare il bus in una piazzola poco distante, completamente deserta. 

Quando arrivò l’autobus, poco prima che salissimo, si materializzarono spuntando da non so dove delle figure maschili. Uno salì sull’autobus e si piazzò a gambe larghe e braccia conserte sull’entrata, rivolto verso di noi. Il tizio in pratica ci impediva di salire sul bus, per cui gli chiedemmo per favore di spostarsi, mentre gli altri nel frattempo ci spingevano da dietro.

Riuscimmo finalmente a salire e d’un tratto quegli uomini non c’erano più. 

Mi appoggiai al finestrino e tolsi dalle spalle lo zainetto nero Invicta.

  • Oddio, è aperto. Mamma, mi hanno derubato!

Razzolai freneticamente dentro alla borsa. La macchina fotografica c’era, il borsello con soldi e documenti c’era. C’era tutto. Ma allora?

Facendo mente locale scoprii che una cosa mancava, in effetti. Un borsellino rettangolare di maglia metallica dorata. Era pieno di assorbenti.

Mi venne da ridere al pensiero di quella banda di omacci che, dietro agli alberi, si chinavano sul bottino per contare quanto avevano fatto a mie spese.

La sera poi scrissi un sms ad un amico raccontandogli la disavventura. 

Mi rispose: hai messo in conto di fare una deviazione fino a Fatima?

Perché?

Vista la fortuna…

Ma non hai capito, in realtà sono stata fortunatissima. 

Avrebbe potuto andarmi meglio di così?   

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Un giro di breakdance

ln un certo periodo della mia vita, tanti anni fa, ho fatto cose del tipo buttarmi da un aereo con un paracadute sulle spalle. L’ho fatto solo dodici volte, però. In quello stesso periodo mi capitò anche di comprare una moto, un vecchio Canguro Morini 350 cc. enduro. 

Oddio, erano più le volte che non partiva e quando facevo benzina non la potevo spengere per evitare che non si riaccendesse e a parte il fatto che pesava come una balenottera azzurra, era una bella moto e ci feci diversi giri divertenti.

In ogni caso a un certo punto decisi che non mi serviva più.  

Ero già tornata a casa dopo aver lavorato alcuni mesi a Treviso quando mi chiamò un amico di lassù chiedendomi se avessi ancora la moto. Sì, ce l’ho.

Se sei sempre decisa a venderla allora la comprerei io.

Va bene. Come ci si organizza?

Vengo a trovarti con un amico, arriviamo in treno a Firenze, poi ci fermiamo da te per la notte e il giorno dopo torniamo a casa in moto.

Per me è ok, contenti voi.

Il giorno stabilito andai a Firenze a prenderli insieme a un’amica.

Già che eravamo lì andammo a fare un giro della città. Chiamai anche un’altra amica di Firenze, che ci raggiunse in serata. Lei invitò un altro amico e alla fine andammo tutti a cena da qualche parte.

Dopo cena gli amici fiorentini insistettero perché si andasse in discoteca. Ci facemmo convincere, nonostante il viaggio impegnativo che aspettava i due trevigiani la mattina dopo.

Ci portarono in un locale tipo vecchia cantina con gli archi di pietre e mattoni. Ballammo, bevemmo, le solite cose che si fanno in disco.

A un certo punto vidi l’amico della moto che si contorceva a terra a pancia in su come un Gregor Samsa appena svegliato. Gli altri gli si avvicinavano per assistere alla sua performance di breakdance ma io, per non sembrare una provincialotta, una che queste cose non l’ha mai viste, preferii allontanarmi, dopo averlo degnato appena di un’occhiata distratta.

Andai a parlare con gli amici fiorentini, quando arrivò l’amica con cui ero andata a Firenze, tutta trafelata.

L’amico di Treviso sta male, perde sangue, credo che dovremmo portarlo in ospedale.

Ma che dici? Le risposi io. L’ho appena visto che ballava la breakdance.

Non ballava la breakdance, disse lei, era caduto a terra e si contorceva dal dolore.

Ah.

Ma che cosa è successo?

Era successo che il ragazzo, alto com’era, non si era reso conto delle effettive misure degli archi in mattoni e ci aveva battuto una craniata epocale.

Lo portammo al pronto soccorso di un ospedale vicino, dove gli ricucirono la ferita sulla tempia.

A quel punto la giornata poteva considerarsi finita. Tornammo a casa.

La mattina dopo, nonostante tutto, i due amici partirono di buon’ora alla volta di Treviso su quel vecchio catorcio.

E arrivarono pure sani e salvi. 

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La scoperta delle patate al prezzemolo

Una volta in un’estate fra una classe e l’altra delle scuole medie mi ritrovai a partecipare al campo scuola della parrocchia. L’invito mi arrivò da un’amica di Colle Alta, visto che in quel periodo frequentavo spesso il gruppo di Santa Caterina.

Te vieni, vero Simona?

E io, entusiasta: siii!

Salvo cadere nel panico due giorni prima di partire, quando realizzai che sarei stata da sola, senza la mia camera e le mie piccole certezze, per la prima volta nella vita.

Fu dura, ma alla fine ce la fecero a convincermi ad andare. Misi però una clausola, che se non mi fossi trovata bene avrei fatto una telefonata a casa e loro sarebbero venuti a riprendermi prima della fine del campo.

Probabilmente la clausola la dimenticai nemmeno cinque minuti dopo aver messo piede a Pernina, una pieve romanica sulla Montagnola Senese dove avremmo trascorso una settimana di campo scuola.

Fu lì che imparai le prime regole del vivere in comunità. I pranzi e le cene alle lunghe tavolate, i tabelloni con i compiti da eseguire giorno per giorno, secondo il colore assegnato.

Lì c’erano le mie amiche, quelle che frequentavo a scuola o in parrocchia, gli amici, ma anche tanti ragazzi che non conoscevo. Venivano da Poggibonsi e perfino da San Gimignano.

C’erano gli animatori, che si prendevano cura di noi e del nostro tempo, guidandoci nelle diverse attività. Ricordo Luca e Francesca, fratello e sorella. Lui suonava la chitarra e aveva gli occhi azzurri, lei entusiasta e piena di calore.

Ci sedevamo sull’erba e ascoltavamo Luca cantare.

“Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura, ve lo rivelan gli occhi e le battute della gente”. Oppure: “Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole”. E ancora: “Son morto che ero bambino, son morto con altri cento”.

Io ascoltavo le parole, assaporandole una ad una. Sentivo le storie senza capirle fino in fondo. Ma si era aperto un mondo nuovo e negli anni successivi lo avrei esplorato da sola, con l’ascolto ossessivo di De André e Guccini e la compagnia della mia chitarra.

“Ce la fai quella del nano che ha il cuore troppo vicino al buco del culo?”

Quella frase l’avevamo imparata bene e ci divertivamo a calcare le parole, cantandola insieme a Luca, nell’illusione di essere liberi, trasgressivi e di sentirci così anche un po’ più grandi.

La prima notte non riuscivamo a dormire. Eravamo eccitate per tutte le novità e continuavamo a scherzare e a ridere da un letto a castello all’altro. Nella nostra camerata dormiva una delle responsabili, quella che si occupava della cucina. Ci intimò diverse volte di stare zitte ma noi ridevamo ancor di più. 

A un certo punto lei si alzò, accese la luce e ci ordinò di metterci un maglione, le scarpe e di seguirla fuori.  

Ci portò a camminare nel bosco, armata di una lampada a pile. Vietato parlare. Un fiato, una sola risata, anche repressa, e la passeggiata forzata sarebbe proseguita ancora più a lungo.

Già sembrava non finire più. Avevamo freddo, eravamo anche un po’ impaurite. Ma chi se l’aspettava un tiro del genere? Noi volevamo solo parlare e ridere un po’ fra di noi.

Alla fine tornammo a letto, distrutte.

Lei poi un po’ si pentì di quella punizione e, smessi temporaneamente i panni della capò, ci spiegò con voce piagnucolante che l’aveva fatto perché era stanchissima, stava tutto il giorno in cucina a preparare da mangiare per noi e la notte doveva dormire.

Voleva anche suscitare la nostra empatia, la stronza. 

In ogni caso la cosa non si ripeté. Mi pare di ricordare, fra l’altro, che l’uscita notturna non sia stata particolarmente apprezzata dal parroco e dagli altri animatori.   

Ma non ci mettemmo molto a dimenticare l’episodio e a continuare la nostra vacanza di studio e preghiera come se non fosse successo nulla. O quasi.

L’ultima sera si accese un gran fuoco in mezzo al prato e ci sedemmo tutti intorno. 

“O vediamo chi è il primo a crollare”, disse Luca.

“In che senso?”. chiesi.

“Aspetta e stai a vedere”.

E iniziò a cantare: “È l’ora dell’addio fratelli, è l’ora di partir…”.

La prima a crollare fui proprio io, che scoppiai in un pianto a dirotto, non appena realizzai che dal giorno dopo sarei tornata a casa, lasciando quella vita di comunità in cui mi ero sentita così bene.

Francesca mi abbracciò, commossa anche lei. Poi uno ad uno cominciarono a piangere anche gli altri. 

Il giorno dopo era domenica e sarebbero venute le famiglie a prenderci. Avremmo pranzato tutti insieme per l’ultima volta.

I tavoli furono apparecchiati nel cortile, disposti a quadrato.

Fra le varie portate c’era anche il piatto forte della stronza della passeggiata notturna: patate lesse con aglio, olio e prezzemolo.

A mamma piacquero molto, tanto che ce le propina ancora oggi. A me non è che mi facciano impazzire, sarà che mi ricordano vagamente la tipa. O il sapore di quella notte da lupi.

Però devo mettere anche quelle nella lista delle cose imparate in quei giorni, in quella vacanza in cui senza saperlo cominciavo a diventare davvero un po’ più grande.    

(foto da Casa Giulia b&b, Sovicille)

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Al Cuor

Arrivai a Treviso il 21 giugno 1994. Il vice direttore del quotidiano dove avrei iniziato a lavorare il giorno dopo mi aveva detto al telefono, è una piccola città sopra a Venezia, niente a che vedere con la bellezza di Siena, ma anche noi ci difendiamo.

Mamma mi volle accompagnare così, disse, mentre io andavo a conoscere i colleghi in redazione, lei mi avrebbe aiutato a trovare un posto dove stare.

Per quella notte avremmo dormito in albergo, poi qualcosa avrei trovato. 

Cercai il nome Treviso sulla cartina del Veneto. In effetti era poco più a nord di Venezia. In autostrada però il nome non appariva mai. O Venezia, o Belluno.

In ogni caso riuscimmo ad arrivare.

Era una bella giornata di sole. La redazione era in un palazzo bianco affacciato sul Sile. Conobbi i colleghi, i segretari e la responsabile del personale. Riempiti i fogli necessari, salutai. Ci saremmo rivisti la mattina dopo.

  • Dove ti fermi stanotte? mi chiese un collega.
  • In un albergo, risposi.  
  • Hai prenotato? Credo che sia un problema trovare un posto libero…
  • No, l’ho saputo solo ieri che sarei partita.

Mamma mi raggiunse trafelata.

  • Simona, lo sai che non c’è un solo posto libero in tutti gli alberghi di Treviso?
  • Ma come è possibile?

Venne fuori che proprio in quei giorni in città c’era il concorso internazionale Toti Dal Monte e ogni camera era prenotata da mesi da musicisti e cantanti arrivati da tutto il mondo.

  • E ora, che si fa?

Un collega si offrì di cedermi la sua casa per quella notte, lui si sarebbe spostato da un’amica. 

Ma tornò mamma, tutta esultante.

  • Ho trovato l’ultima camera libera.
  • Ah, benissimo. Meno male.
  • Quindi, dove andate? chiesero i colleghi.
  • In un albergo vicino alla stazione, disse mamma.
  • Ah, probabilmente è il Cuor. 

Notai le espressioni farsi un po’ più serie e alcuni sopraccigli alzati, ma sul momento non ci feci granché caso, tanto ero sollevata dal non dover ricorrere alla generosità del collega, che mi aveva lasciato piacevolmente stupita, tanto più che non mi conosceva nemmeno, ma allo stesso tempo mi imbarazzava un po’.

L’albergo aveva l’aspetto un po’ cadente. All’interno corridoi stretti poco illuminati coperti di tappeti a fiori consunti. L’aria era stantia e puzzava di fumo vecchio. 

Non ci preoccupammo troppo, contente come eravamo di aver trovato l’ultima camera disponibile in tutta Treviso.

Andammo a mangiare una pizza in piazza dei Signori, già un po’ innamorate di quella città piccola, pulita ed elegante dove le persone sembravano tutte gentili.

Chiesi una pizza al radicchio di Treviso, già che ero lì. La cameriera mi guardò stranita.

  • Ma giugno non è tempo di radicchio!

Che cosa strana, pensai. E passai ad altro. 

Solo in seguito scoprii che il radicchio tardivo di Treviso è un ortaggio invernale e deve superare una procedura di preparazione molto lunga e complessa prima di finire sul mercato.

Dopo la pizza facemmo due passi, quindi andammo in albergo, Al Cuor, dove crollammo appena toccato il letto.

Nel cuore della notte fummo svegliate da delle urla molto vicine. Sbatterono delle porte nel corridoio, si sentirono delle voci, una maschile e una femminile, che gridavano rabbiose. 

Mamma si affacciò a controllare se qualcuno avesse bisogno di aiuto e il tizio le disse di farsi gli affari suoi.

Tornammo a dormire. Io mi sarei dimenticata anche questo sgradevole episodio notturno, non mamma che la mattina dopo fece le proprie rimostranze alla reception, cioè al tizio triste seduto al bancone all’ingresso.

  • Non so che dirle. Io non ho sentito niente, fu la sua lapidaria risposta.

Una volta in redazione lo raccontai ai colleghi. Allora mi fu chiaro perché la sera prima avessero sollevato i sopraccigli. C’entravano le signorine che passeggiavano intorno alla stazione e che usavano il Cuor come base per i loro appuntamenti.

  • E stasera dove dormi? mi chiesero.
  • Torno lì, è sempre l’unico posto disponibile.
  • Non se ne parla nemmeno. Ti do le chiavi di casa mia, puoi stare lì finché non trovi una sistemazione migliore, disse il solito collega.

Stavolta accettai l’offerta molto volentieri. 

Mamma prese il treno per tornare a casa, finalmente più tranquilla.

Anzi, a Cuor leggero.

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Un cocktail per Ria

Quando ero piccola passavo diverso tempo in Colle Alta da nonna Libe e nonno Corrado. All’epoca stavano in un appartamento all’ultimo piano di un condominio in via Volterrana, davanti a Vestrola. Si erano trasferiti da quando nonno era andato in pensione. Prima, quando era il responsabile dell’ufficio anagrafe, vivevano nel palazzo comunale, in via del Campana, dove si narra sia stata fatta la festa per il mio battesimo. Ma di questo non ho memoria.

Con nonna si andava spesso a fare qualche giratina in Borgo. Si entrava dalla Porta Nuova e si scendeva giù, verso piazza Baios, passando davanti all’ospedale e all’asilo della signorina Torsoli. 

Spesso in questo tratto incontravamo Ria insieme alla sua mamma Rosa. La vedevamo trotterellare con l’aria svagata, volgendo la testa di qua e di là, mentre salutava tutti con la mano. 

Per me incontrare Ria era una festa. Mi metteva una grande allegria. 

Ria era una donna bambina. Sdentata, con i capelli corti tagliati alla basta sia, aveva la leggerezza di chi non conosce la propria triste condizione. Per me, bambina, era una compagna di giochi e di risate. Non vedevo differenze.

Una volta seppi che Ria veniva presa in giro dai ragazzi di Borgo.

“Ma perché, nonna?”. C’ero rimasta malissimo e non capivo come potesse accadere una cosa simile.

Nonna aveva difficoltà a spiegarmi come stavano le cose. Liquidò la faccenda con uno sbrigativo, “sai la gente è cattiva quando ci si mette”. 

Ci capii ancora meno e continuai a rimuginare su quello che succedeva a Ria.

Che poi a dirla tutta, pensavo, se avessero proprio dovuto dar noia a qualcuno potevano darla alla mamma Rosa, che era sempre seria e con lo sguardo corrucciato. Ria invece era l’immagine della gioia. 

Avrebbero dovuto passare molti anni ancora prima che potessi capire com’era Ria e quello che succedeva alle persone come lei.

Nel frattempo sono cresciuta e ho vissuto altrove, perdendo di vista le strade di Borgo e le persone che ci si potevano incontrare.

Diversi anni fa all’interno dei bastioni della Porta Nuova è stato realizzato un locale, una sorta di bar con musica e aperitivi in terrazza. 

Una sera ci sono andata per bere qualcosa con un amico. Scorrendo il menù l’occhio si fermò sul nome di un cocktail: Rya.

Mi pareva che anche i nomi degli altri longdrink fossero legati a posti e personaggi della Colle vecchia per cui, quando arrivò la cameriera, una ragazza mora con la divisa bianca e nera, non potei non farle la domanda.

“Lei è sicuramente troppo giovane per averla conosciuta – le dissi – ma sa per caso se questo cocktail si chiama Rya come omaggio a una persona che viveva in questo bastione tanto tempo fa?”.

“I nostri cocktail sono tutti originali e creati dal nostro barman. Se ne desidera uno fuori dalla lista possiamo farlo fare secondo le sue indicazioni”, rispose lei con tono professionale e distaccato.

“No, non è questo che le chiedevo. Intendevo dire se è possibile sapere perché gli è stato dato questo nome…”

“Le ripeto, i nostri cocktail sono tutti originali…” eccetera eccetera.

Guardai il mio amico con tanto di occhi. Lui scosse impercettibilmente la testa per farmi segno di chiuderla là. Captai il messaggio. Che altro avrei potuto fare?

“Mi porti una tisana, grazie”.     

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Cari tassi, ufficialmente vi odio

E’ ufficiale, odio i tassi. Da oggi.
E non per quella buca nuova che hanno fatto proprio stanotte o per quelle due o tre della notte precedente.
No, è che i tassi si sono mangiati Gattaccio.
Hanno spostato i sassi che avevamo messo sopra alla tomba, hanno ignorato il cactus che mamma, povera illusa, credeva avrebbe tenuto lontani gli animali, hanno scavato.
E ora non rimane niente. Solo la copertina rossa nella quale era avvolto.
Gattaccio l’avevo messo su in alto, che vedesse tutto il campo di sotto. Lui era un grande e quello era il suo posto.
Non era la prima volta che qualche animale scavava. La volta prima lo avevamo trovato giù di sotto, e la coperta strappata da qualche unghiata. Un tasso, senza dubbio.
Ma lui lo avevano lasciato stare.
Questa volta invece non è rimasto niente.
E lo so che era solo un corpicino e che sarebbe tornato alla terra, con il tempo, ma questo sgarbo, cari tassi, non glielo dovevate fare.
A Gattaccio, santiddio. Il gatto che aveva perso la coda, forse stritolata da una tagliola. O forse rimasta tra le fauci di un tasso, anche questo potrebbe essere.
Il gatto che dopo una vita da fiero randagio aveva trovato una famiglia, la nostra, ed era diventato il più fedele di tutta la masnada felina.
Il gatto che accompagnava la mia sorella a prendere l’acqua e a fare qualche passo intorno casa.
Il gatto che appena trovava la porta aperta entrava in casa per poi attendere che qualcuno la riaprisse e schizzare via come se non aspettasse altro.
Il gatto che quando l’avevo portato dalla veterinaria per i primi controlli e i vaccini dopo l’operazione della coda e la castrazione si era scoperto positivo a Fiv e Felv.
Povero Gattaccio. Pensare a lui continua a stringermi il cuore, per come ha vissuto e per come se ne è andato, lui e il suo grosso capone, ormai ridotto uno scheletrino.
No, cari tassi. Questa non gliela dovevate fare.

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Il billo di legno

Nella stessa vacanza ad Asiago che trascorremmo nella casa di Kezich, avevamo un bel caminetto e una legnaia piena di legna disposta in bell’ordine. Pare che se ne occupasse l’Erante, in assenza dei proprietari, ma solo quando non lo poteva vedere nessuno.

Una volta una di noi ci perse una lente a contatto, nella legnaia. Sembrava impossibile da ritrovare ma qualcuna ebbe l’idea di accendere i fari della Volkswagen posteggiata nel piazzalino, la lente brillò e la recuperammo.

A forza di prender legna per il caminetto a un certo punto trovammo un pezzo dalla forma particolare.

Lo battezzammo billo di legno e lo posizionammo a centro tavola. Fu eletto subito mascotte porta fortuna della nostra vacanza.

Un giorno il billo di legno sparì dal tavolo. Cominciammo a cercarlo e lo trovammo nel camino, pericolosamente vicino alle fiamme.

Riuscimmo a salvarlo per un pelo. 

Le indagini portarono velocemente ad individuare la responsabile del misfatto che si giustificò dicendo che in fondo era solo un pezzo di legno.

Da allora montammo dei turni di guardia per evitare che il billo di legno venisse bruciato.

Quando la nostra vacanza era giunta ormai alla fine arrivò il figlio del proprietario con un gruppo di amici che si sarebbero fermati dopo la nostra partenza.

Per la sera ci annunciarono che avrebbero preparato una cena per farci assaggiare un piatto speciale con una ricetta che sicuramente non conoscevamo, i canederli.

Ma certo che li conosciamo.

Di questi, ci spiegarono, ne bastano pochi a testa. Nessun essere umano riesce a mangiarne più di tre, quattro a esagerare. 

Durante la cena si resero conto che invece era possibilissimo mangiarne molti di più e glielo dimostrammo ben volentieri. Lo stesso accadde anche con le bottiglie di vino.

I ragazzi rimasero molto colpiti dalla nostra resistenza. Il giorno dopo a pranzo, una di noi preparò i pizzoccheri, con la ricetta tradizionale della Valtellina. 

I ragazzi rimasero ancora più colpiti e così ci guadagnammo la patente di montanare ad honorem.

Un po’ anche per il billo di legno, che continuava a troneggiare spavaldo a centro tavola.

Dovevamo solo ospitare quattro ragazze per trovare un pezzo così fra tutta quella legna, dissero loro.

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Lo skilift ad àncora

Una volta, parecchio tempo fa, andai a sciare con altre tre amiche ad Asiago. Stavamo nella casa di Tullio Kezich, che era stata prestata dal figlio ad una delle quattro. Era una casa bianca a tre piani con le porte e finestre di legno marrone scuro alla fine di una via dove ce ne erano altre tre, tutte uguali. In una ci viveva Mario Rigoni Stern, un’altra era di Ermanno Olmi. Nella terza, quella più vicina a noi, ci stava l’Erante, un tipo un po’ strano che, ci avevano avvisato, si muoveva di notte e guardava dalle finestre. L’Erante divenne ben presto il nostro incubo e allo stesso tempo l’occasione di mille risate.  

Un giorno ci apprestammo a fare una pista. 

  • C’è lo skilift ad àncora, ci avvisarono all’ufficio skipass.

La più esperta di noi disse, – va bene. 

Io dissi, – e che vuol dire?

Lei mi rispose, – tranquilla, più o meno è come quello normale.

Ad àncora, scoprii, voleva dire che andavamo su in coppia. Per prenderlo bene era meglio se i due sciatori erano più o meno della stessa altezza. Partirono per prime la più alta e la più bassa di noi, perché erano le sciatrici più esperte. Ci mostrarono come fare e andarono su. Le seguimmo a ruota, io e l’altra amica.    

Non facemmo in tempo a scollettare la prima balza che eravamo già a terra.

  • Spostatevi, fate passare, ci gridava l’addetto all’impianto perché non facessimo cascare anche quelli dietro. 

Tornammo alla partenza e ci riprovammo. Tre, quattro metri, e giù di nuovo per terra.

Riprovammo un bel po’  di volte, ma niente da fare. L’addetto allora ci spiegò il segreto, che era appoggiarsi all’àncora senza pesarci sopra. 

Il consiglio funzionò. Scollettammo almeno due o tre balze, ma alla quarta, eravamo di nuovo a terra. Stavolta a metà percorso, distanti dalla partenza e dall’arrivo. 

Però in mezzo alla neve brillava qualcosa. Mi avvicinai, era uno Zippo. Lo presi, almeno quelle cadute sarebbero state ripagate dal mitico accendino antivento. 

Scendemmo giù di nuovo passo passo, più o meno speranzose.

L’addetto all’impianto quando ci vide, invece, capì che non c’era più nessuna speranza e si decise a fare la salita con noi, accompagnandoci una per volta. 

All’arrivo c’erano le altre due amiche che ci aspettavano. 

Noi speravamo che nel frattempo avessero sciato ma loro credevano che da un momento all’altro saremmo arrivate e avevano deciso di aspettarci.

A tutti gli sciatori che arrivavano chiedevano se ci avevano visto.

Degli americani dissero, ridendo a crepapelle, che sì, ci avevano viste, ah ah ah, e che continuavamo a cadere giù, ah ah ah. 

Quando finalmente fummo tutte e quattro, facemmo quella pista ma poi ne scegliemmo un’altra, con un impianto di risalita alla nostra portata.

Però ci ridemmo per tutta la giornata.

Io, in più, avevo anche lo Zippo in tasca. 

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Capodanno in Garfagnana

Nel 1989, lo giuro, avevo un fidanzato. Un fidanzato serio, del tipo sposiamoci, facciamo quattro figli e andiamo a vivere in campagna. 

Nonostante tutto quel Capodanno mi ritrovai a passarlo da sola. 

Il giorno prima chiamai un’amica. Era incinta e anche lei avrebbe trascorso il Capodanno da sola.

  • Che fai domani sera? 
  • Niente. 
  • Vieni via con me? 
  • Dove andiamo? 
  • Boh, vediamo. Garfagnana? 
  • Ok, va bene.

Partimmo con la mia Polo bianca senza pensare al meteo e senza prenotare. Nell’autoradio una cassetta doppia di Gino Paoli con un po’ di Ricky Gianco.

Arrivammo nel primo borgo abitato che era già ora di cena. Il posto si chiamava Fornaci di Barga. Ci infilammo in un bar per fare qualche telefonata e cercare un posto in cui dormire. Non fu facile. Quando ormai temevamo di dover passare la notte in macchina, a rischio congelamento, trovammo una locanda con una camera libera. Era arredata come un vecchio ospedale, stanze bianche e letti singoli di ferro. 

La locandiera riuscì ad infilarci perfino nel veglione, in un circolo paesano, dove ricavarono un tavolino apposta per noi.

La mattina dopo partimmo per la montagna. Sulle strade strette la neve si era trasformata in ghiaccio. Ma in tempi in cui non sapevo nemmeno il significato di gomme invernali non sembrava un problema. Ci fermammo anche a giocare e a fare delle foto.

Indossavamo semplici cappotti di lana, maglioni e scarponcini. L’abbigliamento tecnico era ancora rincantucciato nel futuro. 

Salendo per tornanti e piccole gole arrivammo in un posto dal nome buffo, Fornovolasco. Per strada vedemmo diversi vasconi di pietra dove, scoprimmo poi, allevavano le trote. 

In cima c’era la Grotta del Vento, ma non c’era tempo per visitarla. Scegliemmo di andare a pranzo in un ristorantino. Era il primo dell’anno. Prendemmo una trota a testa e non credo di averne mai mangiate di così buone.  

Spendemmo una sciocchezza, tipo sedicimila lire in due. Anche il veglione e la stanza li avevamo pagati pochissimo. 

Poi nel pomeriggio ci rimettemmo in macchina per tornare a casa continuando ad ascoltare Gino Paoli e Ricky Franco.

La mia amica qualche mese dopo si sposò ed ebbe il bambino.

A me rimasero altri due capodanni da trascorrere col fidanzato.

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Lo stendino

Qualche tempo fa ospitammo una giovane coppia di francesi.

Arrivarono nel pomeriggio, mostrai loro casa e dintorni, poi li lasciai al loro riposo.

Dopo cena il tizio venne a chiamarmi. Era tutto agitato perché, mi disse, si erano chiusi fuori e le chiavi erano rimaste dentro.

– Nessun problema, dissi io. Ho la chiave di riserva.

Ma lui continuava a scuotere la testa.

In effetti la chiave non entrava nella serratura.

– Ma avete inserito la chiave all’interno?

– Sì.

– Nessun problema, dissi io. Entriamo dalla finestra della terrazza.

Il tipo scuoteva la testa.

La finestra della terrazza era chiusa dall’interno

.- Entriamo dalla finestra della cucina, anche se dovremo prendere una scala.

Niente da fare. Anche la finestra della cucina era chiusa dall’interno.

Il tizio continuava a scuotere la testa, mentre la sua compagna si aggirava tutto intorno con l’aria cupa di chi aveva subito un torto.

– Proviamo con la finestra della camera.

Chiusa.

– Quella del bagno?

Pure.

Cominciava a farsi tardi. Dove li mettevo quei due a quell’ora? Cercavo di sforzarmi di pensare a una soluzione senza farmi distrarre dal panico e dai pensieri molesti. Tipo quello sugli amanti della natura che si chiudono in casa per evitare che entrino triceratopi o anaconde giganti. Attraverso le zanzariere, magari.

– Potremmo cercare una sistemazione di emergenza per stanotte e domani mattina trovare una soluzione per aprire la porta.

– Ma abbiamo tutta la nostra roba chiusa dentro, anche le chiavi della macchina.

Esaurita ogni possibilità non rimaneva che un’ultima speranza.

I vigili del fuoco.

Arrivarono in poco tempo e si misero subito al lavoro. Ma non fu facile nemmeno per loro. Ebbero un bel daffare con la porta, difficile da forzare a causa di uno sbalzo del muro. Alla fine, quando anche loro stavano per arrendersi, finalmente si aprì.

A quel punto c’era solo da registrare i nostri dati e poi saremmo potuti andare tutti a dormire.

Dissi agli ospiti di stare tranquilli, che ci avrei pensato io.

I vigili mi seguirono sul mio terrazzino. Feci accomodare il capo partenza su una sedia intorno al tavolino di pietra su cui appoggiò i moduli da compilare.

Quel pomeriggio avevo fatto il bucato e c’erano i miei vestiti stesi. Allo stendino, una specie di torretta in metallo dell’Ikea, era appeso fra le altre cose un simil polipo di plastica da cui pendevano reggiseni e mutande.

Il vigile del fuoco si sedette e la sua testa fu immediatamente circondata dalla mia biancheria.

– Scusi, glielo sposto subito.

– Lasci stare, non c’è problema.

Fra gli altri pompieri, il tavolo e lo stendino non c’era proprio margine di manovra. Mi arresi.

Il vigile riempi il verbale d’intervento, impassibile, con la sua aureola di mutandine colorate.

Il giorno dopo dissi ai miei ospiti che per me non era successo niente e che si godessero i giorni di riposo in serenità. Purtroppo tennero per tutto il tempo un’aria fra il contrito e l’imbarazzato, che non so se per loro era naturale o se era dovuta al piccolo contrattempo.

Avessero visto il pompiere con la testa fra le mutande, gli sarebbe passata, peut-être.

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