Cronaca di una notte immaginaria

Alla fine, la storia della camera gelida di Venezia si è conclusa con un rimborso totale da parte di Airbnb, le scuse, sempre di Airbnb, per i disagi che ho dovuto sopportare, e l’erogazione di un buono spendibile con Airbnb entro un anno.
Io, a dire il vero, me l’ero anche messa via, ma quando da qualche parte on line mi è ricomparso un sunto del viaggio veneziano, ricordandomi che avevo soggiornato nella Private Deluxe Room di Yasia, che nel frattempo si era trasformato in un tal Mala, mi è sembrato veramente troppo.
Diciamo che il Deluxe, nel caos di quei giorni, lo avevo dimenticato. Rileggere quella parola, dopo l’esito di quel pernottamento, mi ha fatto anche ridere. Nell’occasione sono andata a rileggermi l’annuncio e ho visto che c’era scritto proprio “camera matrimoniale con colazione e bagno privato”. Dunque non l’avevo sognato sul momento.
Ora, almeno il bagno, seppur condiviso, c’era. Ma quando ho chiesto a Yasia-Mala della colazione, ricordo bene che lui mi aveva spiegato, in quel suo inglese preciso e fluente, come ci fossero tanti bar lungo la strada e che mi sarebbe bastato uscire per trovarne uno che facesse al caso mio.
Questo però, solo dopo aver ripetuto quelle quattro o cinque volte di fila le sue frasi standard: “city taxes three euro” e “check out at ten in the morning”.
Fra le recensioni della Private Deluxe Room ho visto finalmente apparire anche la mia. L’ennesima stroncatura fra tante che stranamente non avevo notato al momento della prenotazione. C’è da dire anche che a ben guardare, a ogni stroncatura corrisponde una recensione (firmata da utenti asiatici, vedi un po’ le coincidenze) che ne ribalta il concetto, esaltando la bellezza e la funzionalità di quella stanza e i suoi molteplici servizi.
A questo punto mi è sembrato opportuno far sapere direttamente ad Airbnb con che tipo di struttura avessero a che fare.
Da quando ho inviato la segnalazione si sono messe in moto diverse cose, tutte velocemente. Prima mi ha chiamato un ragazzo da Lisbona per conto di Airbnb spiegandomi la procedura da seguire se avessi voluto proseguire il mio ricorso, inizialmente chiedendo all’host il rimborso della spesa, in un secondo tempo, se questi non avesse accettato, sollecitando l’intervento diretto di Airbnb.
Poi, non appena ho cliccato sul link che mi è stato inviato, è successo che il sistema mi ha informato di come non fosse possibile effettuare alcun tipo di ricorso per quella prenotazione. Il perché mi è stato subito chiaro non appena ho ricevuto la notifica che Yasia-Mala l’aveva cancellata, con un tempismo perfetto.
A quel punto mi sono messa l’animo in pace pensando che ormai tutto fosse perduto. E invece no. Poco dopo mi è arrivato un messaggio di Airbnb che mi annunciava che, dal momento che “questo host non era reale e il nostro dipartimento di Sicurezza sta svolgendo le dovute verifiche”, per velocizzare la procedura mi avevano rimborsato il costo totale della prenotazione.
Poi è arrivato un secondo messaggio contenente un codice per un buono di 21 euro da spendere nel mio prossimo viaggio.
Che dire? Di sicuro che, per quanto sia piccola cosa, questo 2019 inizia molto meglio di come sia finito il 2018.
Ed è già un buon segno.

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La notte più fredda della mia vita

Quando entra in ballo, la mia immotivata fiducia nel mondo e nelle persone è difficile da tenere a bada.
Così ho prenotato. Una notte in centro storico a Venezia, a trentacinque euro o giù di lì.
Un’occasione. Già mi pregustavo l’ultimo giretto notturno fra le calli dopo la cena al ristorante. Il sonno ristoratore in quella bella stanzetta con le pareti tinteggiate di arancione come il piumino del letto. Colori, luce e il calore di un’antica casa veneziana.
Già mi immaginavo l’accoglienza di Yasia, sicuramente una studentessa universitaria che subaffittava una stanza per arrotondare le spese veneziane. Avremmo scambiato due chiacchiere in inglese, o magari perfino in italiano, facendo colazione la mattina dopo.
Il treno è arrivato in orario nel tardo pomeriggio. Le indicazioni per arrivare alla casa spiegavano dove prendere il battello o il taxi giusto. Io decido di non perdermi l’occasione di una camminata serale in una Venezia svuotata dai turisti.
Il primo problema è il trolley, una valigetta piccola e leggera con le ruote in plastica, troppo rumorose per le silenziose calli veneziane. Cerco di alternare il trascinamento, portandolo a mano per la maggior parte del tratto.
Secondo problema. Il mio ormai offuscato senso dell’orientamento che fu, reso ancora più appannato dal complicato labirinto veneziano.
Io so qual è la direzione da seguire, ma questo non mi impedisce di perdermi e di chiedere conseguentemente per una ventina di volte indicazioni per l’Accademia.
Intanto trascino il trolley per due metri e lo porto a mano per cento, sempre attenta, da orecchio sensibile quale sono, a non urtare altre orecchie sensibili.
L’umidità che sale dalla laguna, insieme al sudore dovuto alla fatica e al piumino, si gela sui capelli e sul viso.
Alla fine arrivo nella calle giusta. Mentre cerco di decifrare il complicato sistema della numerazione civica veneziana, un ragazzo indiano si affaccia da una porticina di legno.
“Sei Yasia?”
Pare di sì. Prima delusione.
Mi fa cenno di entrare. L’aria dell’angusto ingresso è satura dell’odore di lisoformio. Seconda delusione.
Armeggia fra dei fogli e mi chiede in un quasi inglese se sono Elena.
Addio camera subaffittata in appartamento di studente. Qui c’è una specie di residence, altroché. Terza delusione.
Saliamo una ripida scala di legno per arrivare alla camera. Una stanza stretta, gelida come l’esterno di un igloo.
Mi indica un piccolo radiatore elettrico che non riscalderebbe nemmeno un armadio, facendomi capire orgoglioso che è addirittura acceso. Quarta delusione. Se non ho perso il conto.
Mentre il tipo mi spiega come aprire la finestra e chiudere gli scuri, lo sguardo mi cade sulla lampadina orfana di plafoniera e sulla testata del letto in simil pelle bianco panna.
Quella che in foto appariva come una stanza accogliente e dai colori caldi, è oggettivamente un ammasso casuale di mobilia squallida. Come i poggia colonna traballanti colore noce al posto dei comodini, o la toelettina bianca in stile veneziano tarocco.
Il bagno? Ah, è fuori.
Ah, è in condivisione. Nell’annuncio c’era scritto privato, ma faglielo capire a questo. Tanto poi, per quel che vale.
Chi c’è nell’altra camera, un uomo o una donna?
City taxi, three euro.
No, no, guardi, non ne ho bisogno. Tanto mi muovo a piedi. Ma chi sono i vicini, female or male?
City tax, three euro.
Non ho bisogno del taxi grazie. Scandisco: woman or man?
City tax, three euro, ripete Yasia come una macchinetta.
Mi si apre improvviso un barlume. Ah, la tassa turistica. Certo, glieli do subito.
Sui vicini nulla è dato sapere.
Check out, at ten in the morning.
Certo, anche prima.
Check out, at ten in the morning.
È partito un altro disco.
Finalmente Yasia se ne va.
Rimango sola nella stanza gelida. Confido nel piumone arancione. E in quel cappottino di lana in più che oculatamente ho infilato in valigia all’ultimo minuto.
Cara Venezia, ora dovrei aver imparato come funzionano le cose su da voi.
La prossima volta prenoto direttamente al Danieli.

 

L'immagine può contenere: notte, cielo, spazio all'aperto e acqua

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Del viaggio e dei suoi fastidi

Ogni volta che devo prendere un treno perdo qualche anno di vita per i ritardi del pullman che mi porta a Firenze. Poi per fortuna, o perché recupera lungo il tragitto, o per il ritardo del treno, riesco a salire in tempo.
Oggi mi scocciava particolarmente perderlo poi perché ho un biglietto di prima classe acquistato un mesetto fa a prezzo stracciato.
Il treno è in perfetto orario. Siamo sulla banchina in attesa di salire. I passeggeri si accalcano dimenticando che all’apertura delle porte dovranno farsi da parte per fare scendere altri passeggeri.
Stavolta l’operazione si rivela più lunga del previsto. Per primo scende un uomo con un trolley, dopo averlo appoggiato a terra afferra una grossa valigia nera che qualcuno gli porge dall’interno. Poi è la volta di una bambina, dietro alla quale appaiono i piedini di un’altra piccola seduta su un passeggino. L’uomo l’afferra e la fa scendere, insieme alla donna coperta dal chador che tiene il passeggino.
Poi torna subito su per aiutare un’anziana dal passo incerto, con la fronte resa brillante da un velo intarsiato di piccole pietre.
Accanto a me, in piedi, un uomo di stazza con la pancia prominente e il fare arrogante si avvicina alla porta.
“Xè finio oea?”.
L’assistente al treno gli dice di aver pazienza. Scende ancora un anziano, poi è la volta di salire, per noi. Veloce come una lucertola una donna magra con la giacca attillata colore ramarro dribbla me e l’ingombrante passeggero riuscendo a salire per prima. Mi chiedo quale gara fosse in corso poi finalmente salgo anch’io. Non faccio in tempo ad individuare il mio posto, numero due sul vagone due, peraltro occupato da un ragazzo che lo lascia subito libero, che noto con delusione chi è il passeggero del numero uno.
Il panzone veneto, ovviamente. Un uomo dotato di una voce rimbombante e, purtroppo, di un telefono cellulare, che usa incessantemente da quando il treno è partito.
“Amore, ci vediamo domani. Buonanotte”.
Sono le quattro del pomeriggio.
Poi è la volta di qualcuno con cui discute animatamente. Sssht, faccio io. Abbassa un po’ la voce, ma dura poco.
Ora io a questo sarei tentata di fargli proprio una bella foto da fare vedere ai miei colleghi di su, che magari lo riconoscono.
Da quel che dice parrebbe un personaggio con un incarico politico. Parlava di qualcosa detto in consiglio. Ma potrebbe anche essere un imprenditore. Ora per esempio discute con un terzo interlocutore di come cambiare un documento senza farlo sapere a una tale e dei soldi che deve dare in contanti a qualcun altro.
“Bisogna capire se dirglielo… Io non son per le cose… preferisco parlare chiaro. Però abbiamo un rischio se parliamo chiaro”.
Bologna si è passata, ora devo solo concentrarmi forte forte perché scenda a Padova che io questo fino a Venezia Santa Lucia non lo reggo proprio.
È, ovviamente, l’unico di tutta la carrozza due che si fa sentire. Ed è seduto vicino a me.
Ovviamente.
Oh, numerosa famiglia araba, ma perché siete scesi a Firenze?

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Je suis Marina Abramović

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Amo le cose che hanno un prima e un dopo e la mostra di Marina Abramović ce l’ha. Prima, sapevo che era un’artista di performance (perfòrmance) anche prima dell’imitazione di Virginia Raffaele. Sapevo di quella cosa al Guggenheim di New York, che in realtà era al Moma, in cui stava seduta su una sedia davanti a un tavolino, in silenzio, e il pubblico poteva sedersi sull’altra sedia e stare lì, fermo, a guardarla negli occhi. Avevo letto da qualche parte che una volta si era presentato il suo vecchio amore e co-performer che non vedeva da una vita e le si era seduto davanti. E lei aveva continuato la sua opera, ferma, senza muovere un muscolo, ma quelli che avevano assistito raccontavano che la forza dei loro sguardi aveva cambiato tutta l’aria lì intorno. Sapevo che era serba, che ogni tanto si esibiva nuda. Tutto qui. E poi risentivo la voce di Alessio. “Lei? L’adoro”.

Poi sono andata a vederla, a Palazzo Strozzi, e c’è stato anche il dopo. Perché durante la visita è successo qualcosa.

Ero con la mia amica Rossella e quella della mostra è stata anche l’occasione per rivedersi dopo un bel po’.

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Appena entrate la prima performance. Due ragazzi nudi, un ragazzo e una ragazza, l’uno davanti all’altra ai lati di una porta. L’opera originale, quella con Marina, al tempo aveva fatto scalpore. Era il 1977 e alla galleria di arte moderna di Bologna i visitatori dovevano passare in mezzo ai due artisti, Abramović e Ulay. Ne passarono 350, con fatica e imbarazzo, prima che intervenisse la polizia.

A Firenze nel 2018 nessuno scandalo. Solo un piccolo cartello che, lasciando liberi gli spettatori di scattare foto alle opere, chiede gentilmente di rispettare la privacy dei performer.

Marina Abramović non c’è, ci sono le foto e i video. Ma a poco a poco la sua presenza riempie le stanze.

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Nella terza saletta una proiezione su due schermi mostra il viaggio di Marina e Ulay sulla muraglia cinese. Partenze da estremità opposte, tre mesi di cammino in solitaria l’uno verso l’altra, per celebrare il loro addio. Una volta incontrati, lui avvolto in un abito blu elettrico, lei in rosso e nero, si sarebbero salutati per sempre.

Fra le lacrime di lei.

Per rivedersi, a sorpresa, quel giorno di chissà quanti anni dopo al Moma.

I due camminano nel deserto, da soli. Ogni tanto nell’inquadratura compare un nugolo di turisti, un uomo in bicicletta. Poi ritornano loro, Ulay blu elettrico, fra le macerie nelle sabbie del Gobi, e Marina in rosso e nero sulla muraglia.

L’effetto è ipnotico e non finiresti mai di guardarli, di contare i loro passi, di osservarli attraversare paesaggi immobili, di salire ripide scalinate e di arrancare in mezzo a sassi e rovine.

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Passi davanti alle foto di Marina, sperimenti sedie per meditare, panche su cui stendersi, pesanti scarpe di alabastro da indossare.

Nell’ultima sala la performance del Moma. In mezzo troneggia il tavolino quadrato in legno chiaro con le due sedie. Sulla parete le immagini proiettate dei volti. Quello di Marina, sulla destra, ripetuto all’infinito, sguardo partecipe e carico di empatia. Sulla sinistra quelli di chi si è seduto e l’ha guardata negli occhi, immobile e in silenzio, fino a svelare il proprio dolore. Qualcuno non trattiene le lacrime.

Marina osserva, immobile, i volti che le si parano davanti. Non mangia, non beve, non sgranchisce le gambe, non va in bagno. Quello è il suo lavoro, più forte di una religione, più serio di un funerale.

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Indossa un sontuoso abito lungo rosso lucido. Non solo si starebbe per ore a osservare i volti di chi le passa davanti. Ma anche quello di Marina, statua, dea, madre amorevole, amica, sorella.

Non so se avete mai provato a stare in silenzio davanti a una persona guardandola negli occhi. Per molti è impossibile. Chi ci riesce fa i conti con il proprio essere, accolto per una volta nella sua integrità e nella sua semplicità, senza gli alibi delle parole, dei gesti, di una possibilità di fuga.

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Si pensi a quali sarebbero le nostre reazioni per tentare di capire quello che fa Marina.

Ma che cosa fa, poi, Marina Abramović? Spinge le situazioni all’estremo, le esaspera per sfogliare il superfluo e arrivare all’essenza. E da lì far partire il suo messaggio, forte e definitivo. Una freccia dritta al cuore, contro la guerra, la violenza, le ipocrisie sociali. Opera d’arte lei stessa.

Il dopo è una riflessione. Un pensiero nuovo rispetto al prima. Abramovic lavora con il suo corpo come un pilota di formula uno con il suo bolide. Lo sottopone a prove di resistenza inimmaginabili. Il fuoco, il silenzio, il digiuno, il cammino, l’immobilità. Per ore, ore, ore.

Privazioni, costanza, rischio, forgiano la coscienza di Marina come uno scultore la sua statua. Il suo essere cresce, lievita, invade le stanze che ospitano la sua arte fino ad abbracciare ogni singolo visitatore.
Usciamo con una consapevolezza nuova sulla forza che possono avere un’idea, un gesto, un corpo.

Anche di una sola persona.

Il titolo della mostra è The Cleaner, l’addetto alle pulizie. Per la prima volta, si legge nel dépliant, un’artista donna è protagonista di un’esposizione a Palazzo Strozzi.

Marina Abramovic – The Cleaner

Palazzo Strozzi, Firenze

21 settembre 2018

20 gennaio 2019

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Storia di un euro, di calzini mancati e di un cornetto vegano all’arancia

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  • Scusi, ha un euro?
  • No. Ho solo quello nel carrello ma mi serve per tutte le volte che faccio la spesa.

Con la prima, una signora elegante con le mèches, è andata male. Ci riprovo con una coppia di anziani che si avvicina con il carrello pieno. Mostro la mano aperta con le monete dorate sul palmo. Una da cinquanta, tre da dieci, una da venti. Di questi tempi è un nulla essere scambiata per una truffatrice. La donna guarda nel borsello.

  • Mi spiace, non ce l’ho.

Mentre mi allontano, il marito mi corre incontro.

  • Aspetti, ce l’ho io.

Gli do i miei spicci prima di prendere la sua moneta.

  • Grazie.
  • Si figuri. C’ho anche guadagnato, prima avevo una moneta e ora ne ho tante.

La battuta non è un granché ma mi fa ridere di cuore. Sarà per l’insieme. La gentilezza di quelle persone, il fatto che ci siamo scambiati due parole in tranquillità, come accadeva ai tempi del “se mi lascia il carrello le do un euro”, mi mette in una disposizione d’animo leggera.

La mia spesa sarà veloce. Devo prendere giusto tre cose, ma è compresa una discreta fornitura d’acqua. Senza il carrello sarebbe stato impensabile.

Appena entrata al supermercato mi dirigo al reparto pane e pasticceria fresca. Ho un certo languorino. Rovisto fra le bustine di cornetti. Albicocca, cacao, vuoto, integrale. C’è anche il mio preferito. Cornetto vegano con ripieno all’arancia. Prendo una bustina con due cornetti, un euro e trentotto. Ne mangerò uno prima di ripartire, al riparo della mia auto, nel posteggio.

Già che ci sono metto nel carrello anche un pane strano, tutto nero e coperto di semi.

Poi latte e corn flakes per mamma, l’acqua, tre confezioni da sei, e già che ci sono rimpinzo un po’ anche la dispensa felina.

Non vedo l’ora di uscire. Il cornetto mi aspetta. Pago alla cassa automatica e scendo al parcheggio. Ho appena infilato una confezione di acqua da sei nel bagagliaio quando mi si avvicina qualcuno. Non mi giro nemmeno a guardarlo.

  • Non prendo niente, per favore lasciami stare che ho da fare.
  • Va bene.

È un ragazzo di colore, alto e magro. Si mette da parte lasciandomi finire. Ha l’aria gentile e arrendevole. Mi aspetto che si offra di aiutarmi a scaricare la spesa. Non lo fa. Un punto a suo favore. Chiudo l’auto e riporto il carrello. Non mi chiede di lasciarglielo. Un altro punto a suo favore.

Mi cammina di fianco mostrandomi dei calzini.

  • Abbi pazienza ma non ti prendo niente.
  • Perché?
  • Perché di calzini ne ho una montagna e poi mi servono solo di cotone che quelli misti mi fanno male ai piedi.

È un’amara verità che ho scoperto a mie spese durante la vendemmia.

  • Va bene.

Sorride. Non mi fa sentire troppo bene questa cosa. Mi pento di essere stata tanto brusca.

Mentre rimetto a posto il carrello e raccolgo l’euro volato a terra mi viene un’idea.

Ma il ragazzo è sparito.

Entro in auto. Cornetto all’arancia, sei mio.

Mentre mastico l’ultimo boccone vedo spuntare il cappellino bianco e blu e il volto scuro del ragazzo. Mi passa vicino con un sorriso rassegnato. Apro il finestrino. Gli porgo la bustina con il secondo cornetto.

  • Se vuoi facciamo a mezzo.
  • Cioè?
  • Uno l’ho mangiato io e questo lo mangi tu.

Ha un attimo di esitazione prima di prendere la busta.

  • Va bene.

Sorride.

A dire il vero avrei avuto ancora un po’ di fame ma mi sento già meglio.

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Libriamoci 2018 – Giorni n. 2 e 3 (ma lei ha pianto mentre scriveva?)

“Le è capitato di piangere mentre scriveva il suo libro?”.

“Oddio, può darsi. Sono una che si commuove facilmente. Però non posso dirlo con certezza. Perché mi fate questa domanda, a voi è venuto forse da piangere leggendolo?”.

La mattina numero due alla scuola media Leonardo da Vinci di Poggibonsi, nella quale sono stata invitata nell’ambito di Libriamoci 2018, trascorre fra le letture di brani scelti della Guerra di Pietro da parte di alcuni studenti e le domande di altri.

Quando ha deciso di scrivere il libro? Quanto tempo ci ha messo? I suoi parenti le hanno raccontato episodi dell’ultima guerra? Che effetto le hanno fatto?

Rispondo con una certa prolissità, mi pare. D’altra parte non mi sento molto bene, stamani sono stranamente stanca, mi stanno spuntando delle bolle pruriginose addosso (effetto di una qualche intolleranza a qualcosa che avrò mangiato, chissà) e il mio cervello mi sembra abbastanza rallentato.

Stavolta torno a casa con una pianta in vaso, una bella pianta con un fiore carnoso rosso al centro (dovrebbe chiamarsi guzmania, credo). Un regalo da parte di tutti i ragazzi e i docenti che ho incontrato in questi giorni. Sinceramente non me l’aspettavo. Mi sembrava già molto che mi avessero scelta e che avessero avuto l’interesse e anche la pazienza di ascoltare le mie storie.

I bambini leggono le loro frasi, sedendosi accanto a me, al microfono. Lascerei volentieri che fossero solo loro a parlare e a raccontarmi che cosa hanno provato e perché.

Quelli che ho incontrato il secondo e il terzo giorno di questa piccola avventura scolastica, La guerra di Piero di De André la conoscevano. “Ce l’ha fatta sentire il professore in classe”.

Perché il titolo del libro è come quello della canzone, mi ha chiesto una ragazzina, se parlano di cose differenti?

Dirò una banalità, ma con i ragazzi niente è scontato. La storia, le canzoni, i riferimenti.

Cronologicamente ci separano anni luce. Poi, per fortuna, ci sono aspetti della vita il cui valore non cambia con il passare del tempo.

Quando parlo di Tina e dell’ingiustizia che fu costretta a subire, alcune ragazzine scuotono la testa, partecipi e incredule.

Cosi come quando racconto la storia di Alvara che va a buttarsi sotto il treno tenendo il figlio di otto anni per mano. È allora che sento il silenzio aprirsi intorno a me, denso, vedo i loro occhi ben aperti, tutti concentrati nel non perdersi nemmeno una parola.

Forse è questo il punto che li ha fatti piangere, anche se, probabilmente, non lo ammetteranno mai.

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Libriamoci 2018 – Giorno n. 1 (la ragazza con il libro)

Se devo fare un bilancio di questa prima mattina a scuola, per me è positivo. Per dirlo mi basta l’immagine della ragazzina che ha afferrato il mio libro ed è uscita dall’aula stringendoselo al petto.

Lei è stata quella più veloce. Alle altre tre che nel frattempo si erano avvicinate alla cattedra ho detto di aver pazienza, che poi sarebbe toccato anche a loro.

Sono alla scuola media Leonardo da Vinci di Poggibonsi dove mi hanno invitato nell’ambito di Libriamoci, edizione 2018. In questa settimana (22-27 ottobre) in tutte le scuole d’Italia si organizzano incontri con autori e altre iniziative, nell’ottica di promuovere la cultura e la lettura fra gli studenti.

Ho chiesto ai ragazzini se leggessero libri. No, hanno detto tutti. Eccetto qualcuno.

Una situazione abbastanza desolante. Però qualcuno, o meglio qualcuna, che legge con passione e curiosità c’è.

Non conoscono nemmeno La Guerra di Piero di Fabrizio De André, la canzone di cui ho preso in prestito il titolo (aggiungendo la t di Pietro). Solo una ragazzina alza la mano. “La ascoltava mia sorella”.

Arrivo a scuola qualche minuto prima delle otto e mezzo. Mi accoglie la bidella che mi accompagna nella classe dove si terrà l’incontro. Sulla cattedra c’è un computer portatile collegato a uno schermo. Dobbiamo solo trovare il modo di collegarli. Per fortuna ho in borsa la chiavetta con le foto delle lettere e dei luoghi del libro, così posso far vedere anche qualche immagine.

Vedo che manca il microfono. Per puro caso mi è venuto in mente prima di partire di mettere in borsa l’amplificatorino da guida turistica che mi sono fatta regalare per il compleanno. Credo proprio che questa sia l’occasione giusta per inaugurarlo.

I ragazzi di una delle due classi che incontrerò stamani sono già seduti. Scambio due parole con la loro professoressa, mentre un’altra va in cerca di una stufetta. La sala è grande e illuminata da ampie vetrate. Peccato che per permettere di mostrare le immagini vengano tirate le tende.

Arriva anche l’altra classe, con i docenti, uno dei quali sistema i collegamenti del computer.

Si può cominciare. Mi presento e comincio a raccontare come è nata l’idea di scrivere il libro dopo il ritrovamento delle lettere scritte dallo zio Pietro. I ragazzi sono abbastanza attenti. Cerco di coinvolgerli facendo loro qualche domanda, anche banale (tipo: avete mai visto questa casa sulla strada per Colle?). Tenere desta la loro attenzione non è cosa da poco.

In generale sono abbastanza silenziosi. Ringrazio comunque il mio piccolo amplificatore.

Quando comincio a raccontare le vicende narrate nel libro, la storia di Tina, con lo scandalo e la cacciata di casa, li vedo più presenti.

Leggo qualche brano. Una lettera di Pietro in cui racconta alla sorella come vivevano in quegli anni di guerra, il suicidio di Alvara. Quando leggo l’episodio del barrocciaio che finisce sotto il ponte dell’Armi con il carro e delle donne che si precipitano a raccogliere polli, conigli e uova portandoseli a casa, sento addirittura qualche risata. In particolare nel punto che dice che nell’aria si sentivano solo le bestemmie dell’uomo, arrabbiato per aver perso tutta la roba che avrebbe dovuto vendere al mercato di Colle.

Nell’ultima parte dell’incontro i ragazzi sono un po’ stanchi e parlano fra sé. Cerco di attirare nuovamente la loro attenzione rivolgendo loro qualche domanda.

Ma voi li leggete i libri? No.

Ormai siamo vicini all’intervallo e l’attenzione è volata via.

Lascio in regalo una copia del libro e li saluto.

La mattina non mi pare sia andata sprecata.

(Avvertenza – in questo post si usano parole fuori tempo e fuori legge come scuola media e bidella. Con la speranza che nessuno si offenda, nel caso ciò dovesse accadere, ce ne scusiamo fin d’ora con gli interessati)

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