Che cosa c’è di sbagliato nel silenzio, di grazia?

Mi piace e mi diverte leggere quello che giornalisti e scrittori stranieri scrivono di noi italiani e dei nostri comportamenti. Rimettendo a posto alcuni fogli è tornato alla luce questo articolo apparso sul Times di Londra il 31 luglio 1995, a firma Libby Purves. Credo che la traduzione non sia troppo fluida ma non ho il testo originale per cui, oltre a limare un po’ il senso in italiano, non so che cos’altro fare. Ma il messaggio appare chiaro.

venezia

 

Che cosa c’è di sbagliato nel silenzio, di grazia?

Da Venezia, come un gran suono di campana, arriva un messaggio che ispira ogni parroco, capitolo, vescovo e cardinale, su come essere cristiani. I responsabili della chiesa hanno ridotto, nella Basilica di San Marco, il numero di visitatori permessi contemporaneamente. Di più, hanno impedito di scattare foto e imposto a tutti la regola del silenzio.

Bene, non esattamente imposto, ma più precisamente reintrodotto. Da sempre è stabilito in tutta l’Europa cattolica che non si possa parlare ad alta voce in chiesa se non per le risposte liturgiche.. I cattolici fin da piccoli, come me che venni via da un convento francese a 10 anni, sono profondamente scioccati dal modo anglicano di chiacchierare e socializzare nelle loro chiese, mai a bassa voce, cosicché si potrebbe pregare meglio ad un cocktail party. Il modo dei cattolici europei era quello di stare in silenzio, di sentire il calpestio dei passi e lo strisciare del vestito nella genuflessione. Il sommesso schiarirsi della gola, il mormorio del confessionale nell’angolo. Tutte queste cose erano parte dell’edificio, come le vetrate istoriate.

Ma nelle chiese che sono “stelle del turismo” come San Marco, le autorità lasciano correre. Notre Dame e il Sacro Cuore, Chartres a Rouen, non hanno mai troppo rumore perché i francesi sono duri e non si preoccupano di essere rudi con gli stranieri. (Ho visto un vescovo in piena porpora fermare un bambino che correva in Notre Dame, sgridarlo e benedirlo per poi restituirlo ai suoi attoniti genitori americani). Gli italiani invece sono più malleabili e disposti ad accettare fatalisticamente le intemperanze degli stranieri senza Dio; così ci sono stati anni in cui sono stati molto gentili e tolleranti, “molto inglesi” su queste cose.

Ora a San Marco padre Antonio Meneguolo, il delegato del Patriarca, è ritornato a essere un cattolico italiano quasi sputafuoco.

Prevedibilmente egli tiene questa linea solo perché rifiuta di accettare il suggerimento delle autorità cittadine di far pagare l’entrata – sacrilegio: trattare la casa di Dio come un museo o un night club – ma ora sta andando oltre. “Non è possibile più a lungo – dice padre Meneguolo – che la chiesa sia così maltrattata e offesa. Non può più essere dilazionata una più severa regolamentazione dei turisti. “Le compagnie turistiche si sentono oltraggiate. Come possono fare i loro commenti registrati? Come possono dare la loro valutazione? La risposta, naturalmente, è che potrebbero suggerire ai loro turisti se vogliono avvicinarsi con amore a San Marco di andare alla Messa o alla Benedizione e cercare di pregare. La partecipazione alla messa della mattina presto è aumentata anche in estate (e in ogni caso la gente sensibile va a Venezia d’inverno).

Poiché i visitatori non in gruppo non sono più di venti per ogni minuto, questi devono fare la coda. Bene. Se tu vuoi trattare una chiesa come un’attrazione turistica la coda è una cosa dovuta e se protesti che vuoi entrare per pregare vi sono dozzine di altre chiese aperte a Venezia, la maggior parte delle quali gradevolmente vuote e fresche.

Io spero, spero ardentemente che padre Meneguolo non ceda e non sia obbligato a cedere da questa sua nuova rigida posizione. Spero inoltre che egli ispiri i manager – uno può difficilmente trovare altri nomi in questi giorni – di alcune delle nostre cattedrali. Al momento, in certi giorni della piena estate, si potrebbe pregare in un supermarket bene come nella cattedrale di Canterbury, York Minster o St. Paul. Questi vogliono dirmi che hanno bisogno di soldi; ma riducono a poco e in rovina l’unica cosa che offrono, la meraviglia e il senso della fede e di un mondo superiore, le cattedrali presto non prenderanno neppure più i soldi del biglietto di ingresso.

Dateci silenzio, dignità, libertà dalle macchine fotografiche e dalle videocamere specialmente, rendete a Dio ciò che è di Dio e vendete i gioielli di Cesare (e biglietti di ingresso, se volete), fuori. Chissà, potrebbe anche aumentare il vantaggio. Dopotutto le moschee e i templi dell’Est sopravvivono senza il consenso secolare. Se puoi toglierti le scarpe in Thailandia puoi smettere di chiacchierare in basilica di San Marco. O no?

Libby Purves

Times (Londra) – 31 luglio 1995

(L’immagine è stata tratta da http://www.flickr.com. Se soggetta a copyright mi scuso con l’autore e sono pronta a cancellarla, basta che mi si faccia sapere. E’ un precisazione che faccio per correttezza considerata la limitata diffusione di questo blog)

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Due o tre cose che ho imparato sull’Accademia della Crusca

Sapevate che l’italiano avrebbe potuto essere una delle lingue scelte dalla Comunità Europea fra quelle ufficiali dell’Unione e questo invece non è avvenuto nonostante sia la quarta studiata al mondo?

Sapevate che l’Accademia della Crusca (la più antica del mondo) non legifera sulle parole ma dà solo pareri e non fa più un vocabolario dal 1923? Sapevate che in altre nazioni europee questo non accade, cioè le rispettive accademie legiferano, perché la lingua nazionale è stabilita addirittura dalla loro Costituzione?

Non credo che questa sia una storia conosciuta da molti. Io sono rimasta stupita e anche addolorata a dire il vero nell’apprendere un altro dei tanti tristi pasticci all’italiana.

Oggi ho fatto un corso di formazione per giornalisti all’Accademia della Crusca. A parte le quattro ore volate senza che nessuno si sognasse di fare altro che non fosse ascoltare o far domande, alla fine ci hanno proposto anche una visita guidata.

Ed è in quest’occasione che ci sono state raccontate delle storie bellissime. Questa, proprio bellissima non lo è, però secondo me merita conoscerla.

In pratica a un certo punto, questi della Crusca che stanno sempre lì a studiare il significato delle parole, a salvare la lingua del passato e a vedere come cambia con il tempo, ci hanno provato a far inserire nella Costituzione il punto sulla lingua italiana. Non è stata una cosa facilissima, pare, perché i vari governi di vari colori sembra che siano più propensi a chiudere l’Accademia che ad ampliarne l’attività (anche se Franceschini di recente ha mandato un bel po’ di soldi). Però loro ci provano sempre, quando possono.

Dal Duemila, per due volte, la cosa è stata discussa in Parlamento. La prima è stata la Lega Nord a mettersi di traverso sostenendo che se si inseriva nella Costituzione la lingua italiana come lingua dello Stato allora bisognava mettere anche il padano. Il padano. Non i dialetti dell’arco padano. No, prorio il padano. Che non esiste, ovvio.

Quindi, affogato tutto.

La seconda volta è toccato a Rifondazione Comunista, da non credere. Questi hanno detto. Eh no, se si fa con l’italiano allora bisogna mettere anche le lingue delle minoranze.

Au revoir. Auf Wiedersehen. Goodbye.

Ecco, sono queste le lingue dell’Europa. Inglese, francese e tedesco. Tedesco. Mentre l’italiano, che risulta essere la quarta lingua studiata al mondo, non esiste a livello ufficiale in Europa. Per dire, se fosse stata scelta tutti i documenti e gli interventi europei sarebbero stati tradotti anche in italiano

Occasione persa. Qualcuno dirà, ecchissenefrega (che fra l’altro pare fosse l’espressione più in voga nella Roma di fine ‘800 prima dell’avvento di sticazzi). Sì ma sarebbe stato qualcosa di importante, penso io. Anche per i posti di lavoro che sarebbero stati creati.

Poi c’è il discorso Accademia. Questi dopo il casino di petaloso hanno dovuto addirittura oscurare il sito perché venivano attaccati e insultati di continuo per aver inserito quella (peraltro orribile) parola nel vocabolario della Crusca.

Sbagliato. Primo perché l’ultimo vocabolario della suddetta Accademia, che aveva iniziato a farlo fin dal 1590, risale al 1923 quando il governo fascista li ha gentilmente pregati di smettere che tanto all’italiano ci pensava da sé.

Secondo perché, proprio perché la lingua italiana non è nella Costituzione, l’Accademia non ha potere di legiferare sulle parole. Nelle altre nazioni lo fanno. Lo fa l’Académie francaise. Lo fa la Real Academia Espanola (ispirandosi, fra l’altro, proprio alla Crusca). Quindi non decide questa parola sì e quella no. Dà pareri.

Peccato. Un’occasione persa tutta all’italiana.

Poi, dicevo, ci sono delle storie belle. Una è anche quella che in genere si pensa agli Accademici come a degli studiosi imbalsamati chini sui libri e con le ragnatele alle orecchie. E invece non è così. Fosse solo per il fatto che devono rispondere quotidianamente a una media di 250 email su questioni linguistiche. Ma anche perché la lingua è in movimento. Sempre.

Da qualche tempo la Crusca si è aperta anche alle donne. Nel 2008 è diventata presidente Nicoletta Maraschio (già vice di Giovanni Nencioni che nel 1997 costituì un consiglio direttivo di sole donne) che ha lavorato molto sul femminile professionale. Quello della ministra, della consigliera e dell’avvocata, per intenderci. Piaccia o no, anche questa è un’evoluzione della lingua legata alla crescita del ruolo delle donne.

I primi crusconi, una banda di ricchi fiorentini gaudenti, per salvare la lingua italiana si rifecero alle parole scritte da Dante, Petrarca e Boccaccio nelle loro opere. Ad un certo punto però si sentì la necessità di inserire nel vocabolario anche una definizione precisa di parole come stelle, mare, cielo. Cosa difficile da fare con le accezioni squisitamente poetiche dei tre. L’Accademia allora, e ci sono ancora le prove, scrisse a Galileo chiedendogli di preparare la spiegazione scientifica di quei vocaboli.

Poi c’è la storia di Filippo Salviati, presidente della Crusca ai primi del ‘600,  imparentato coi Medici e con papa Leone X, che ospitava spesso proprio Galileo, al quale forniva i mezzi per realizzare i suoi strumenti scientifici, nella sua villa di Lastra a Signa. Le parentele illustri non gli portarono granché bene, a dire il vero, proprio a causa dell’amicizia con lo scienziato. Un giorno fu avvisato che due sicari partiti da Napoli o da Roma, non ricordo, inviati dagli affettuosi congiunti lo avrebbero raggiunto a Lastra a Signa per ucciderlo. Se lo avessero trovato a casa sarebbe stata la fine anche per Galileo che in quel periodo era suo ospite. Filippo non ci pensò due volte, prese il cavallo e fuggì in Spagna. I sicari lo seguirono e fecero in modo che mangiasse cibo avvelenato. Morì a Barcellona a 32 anni. Galileo, nonostante gli scherzetti del Sant’Uffizio, gli sopravvisse una trentina d’anni.

Insomma, ci sarei rimasta tutto il giorno a sentire questi racconti. E’ stato uno di quei momenti in cui mi sale l’orgoglio di essere toscana e italiana (forse un po’ più la prima). Ma non un orgoglio sterile, come se la geografia fosse un merito. E’ quella cosa che senti ogni volta che conosci meglio quello che c’è stato prima di te, nei posti in cui vivi e anche se non hai fatto nulla però ci sei legata, fai parte di quel mondo, ce l’hai vicino, lo respiri e in qualche modo ti influenza, se gli permetti di farlo.

Saranno anche tristi questi accademici, ma anche no.

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Il mistero dell’amico geniale

Allora succede questo. Che a fine luglio ho partecipato alla prova preselettiva del concorsone del Mibact, quello dei 19mila per 500 posti ai beni culturali. E ovvio son rimasta fuori. Ovvio un cavolo! No no, davvero, è che io a studiare in quel modo tutto nozioni non ci riesco proprio e poi eravamo in tanti e l’aria condizionata mi ha fatto venire il mal di testa. Tutte scuse, ovvio.

Ma non è questo il punto. In pratica fra questa banda di sfigati che ha passato tutto il mese di luglio sui libri e a far test qualcuno ha aperto un gruppo su Facebook del tipo “concorso 500 posti del Mibact”. Ed era anche divertente perché ognuno ci scriveva su i dubbi e le risposte sbagliate che trovava e io a dire il vero qualche risposta l’ho imparata anche lì, tipo quella del cardinale che sequestrava gli artisti, che poi si ricorda meglio se una cosa la senti dire anziché leggerla su libri interessanti quanto l’esca vegetariana per topi che ho appena messo in garage.

Poi c’è stata la prova. E tutti a dire com’è andata, io sono idoneo, io no. E il meccanismo non era trasparente, facciamo ricorso. C’è stata anche quella io sono idonea ma per senso di giustizia fate ricorso voi che a me non importa mica. Insomma, cose così.

Poi un giorno arriva uno, col profilo fake con la foto di Shane McGowan dei Pogues e il nome di un attore famoso, che poi sarebbe Chuck Bronson, e scrive una roba lunga, ma lunga. La intitola qualcosa tipo pensierino notturno dopo l’esame del Mibact. E racconta, senza dire, di quello che fa e di quello che pensa ma scrivendo così un po’ alla flusso di coscienza che nemmeno l’Ulisse di Joyce. E scrive bene, cazzo se scrive bene. Staresti sempre lì a leggerlo.

E infatti tutti glielo dicono, nei commenti. Ma che ti importa del concorso. Perché questo è pure idoneo,  fra l’altro. Sei sicuro che vuoi fare il ministeriale? ma scrivi un libro. Eh, ma la situazione editoriale in Italia. E via discorrendo.

Ormai sul sito nessuno parla più dell’esame o dei ricorsi. Stanno tutti lì, in attesa del pensierino della notte numero x. E intanto siamo già a sei.

E lui è bravo, perché non solo scrive bene, con l’aria del tipo lo faccio perché mi viene ma non me ne frega poi granché, ma sa anche calibrare le notizie col contagocce. Il numero uno finiva con la raccomandazione della mamma a non mettersi il maglione per l’esame,  per dire. E tutti a ripetere la battuta. Nell’ultimo c’è andato giù pesante quando ha raccontato che da un giornalino paesano gli hanno chiesto un contributo culturale su un mulino ristrutturato. E ha dato anche un po’ di indizi, vaghi però.

Comunque, se qualcuno ci vuole provare ad avvicinarsi al mistero, è un mulino del 500, è stato dipinto a spugnatura rosa, al piano terra ci sono un’estetica e un negozio cinese, sopra appartamenti che nessuno compra, a parte uno, che c’ha un fiocco azzurro alle finestre (benvenuto Thomas). E poi ci hanno messo su una meridiana finta. Qualcuno gli ha scritto tutto trionfante lo sapevo che eri veneto, ma da che cosa l’abbia capito sinceramente non lo so. Forse perché cita la sagra della Putrella di Grisignano del Zocco, che sarebbe Vicenza. Non lo so. Sì, lo stile parrebbe consono,  a ben pensarci. E poi anche la spugnatura rosa e benvenuto Thomas. Sta a vedere che ci hanno azzeccato.

Ora che succede. Succede che intanto abbiamo già uno spin off. Una tipa si è ispirata e i commenti li fa direttamente con degli scritti simili, raccontando le sue giornate in quello stile lì, sempre sul flusso di coscienza, che a me mi pare tanto una dichiarazione d’amore papale papale. Ehi tu, guardami, sono qua e sono come te. Ci intendiamo noi. E poi ci sono quelle che gliele fanno direttamente le proposte di matrimonio. Giuro. Sempre a livelli alti, culturalmente parlando. Ovvio. Una dice: “Se non fosse che non va di moda ti sposerei. Per la cronaca ho un mulino”.

Passata la fase dello scrivi un libro che sei bravo ora se lo vogliono tutte sposare e a scatola chiusa. Di sicuro non per la foto del profilo che pare il cugino povero di Sid Vicious col raffreddore. Forse più per il nome che si è scelto, quello di un attore che picchiava duro che basta la parola.

E poi è scattata la caccia per capire chi è, da dove viene, che cosa fa. Che poi magari si scopre che è archivista al museo di Grisignano o che la sagra della Putrella la organizza lui. E quella che dice l’iniziale del nome dovrebbe essere una effe e ti vedo bene con la finale in -zio (per cui adesso gioca anche a  chiamarsi Fabrizio).

Insomma un po’ come per Elena Ferrante solo che qui abbiamo la fortuna che almeno questo, anche se non dice niente, in qualche modo risponde.

Per quelli del Mibact è diventato il gioco dell’estate e devo dire che è una bella soddisfazione ricavare un po’ di divertimento dopo tutte quelle ore studiate a quaranta gradi. Che poi dalla noia mi sono mangiata un sacco di gelati e sono pure ingrassata.

Chissà se alla fine si scoprirà chi è il tipo. E se qualcuna, alla fine, ce la farà a sposarselo. Io intanto mi metto da parte i suoi pensierini della notte. Se proprio proprio il libro non lo dovesse pubblicare lui potrei sempre dire di avere il nuovo mistero letterario per le mani.

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Vecchie questioni, nuovi autori

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“Questo me lo ha regalato un’amica ma prendilo te”. Fu così che, per una pasqua di qualche anno fa, mamma mi dette un uovo di cioccolata delle Tre Marie. Buono, credo di ricordare. Ma quello che non me lo fa dimenticare è la sorpresa, che ho ritrovato mettendo a posto la libreria. Un libriccino minuscolo con una storia scritta per l’occasione: “Vecchie questioni” di Lucia Tilde Ingrosso per la serie “Camilla Serra indaga”.

È un’iniziativa delle Tre Marie con la Scuola Holden. Mi è piaciuta proprio tanto. La storia è una microstoria, ma pensare di metterla dentro un uovo di Pasqua, al posto delle tante inutili sorpresine, mi è sembrata un’idea fantastica.

Oggi non solo me la sono riletta ma ho anche fatto qualche ricerca sull’autrice e sugli altri scrittori, sette in tutto, che hanno partecipato a questa cosa, anche per capire come li avevano selezionati. E sono venute fuori delle belle scoperte.

Lucia Tilde Ingrosso, 48 anni, giornalista a Millionaire, ha scritto sotto lo pseudonimo Assunta Di Fresco alcuni libri umoristici sul mondo del lavoro e sui curriculum. E’anche  l’autrice dei gialli dell’ispettore di polizia Sebastiano Rizzo, ambientati a Milano, con uno dei quali ha vinto il premio Scerbanenco.

Alessandro Soprani, 47 anni, è un tipo che ha scritto un romanzo, pare bello dalle recensioni (“L’ultima estate che giocammo ai pirati”). Purtroppo pare che le sue tracce (letterarie) si perdano al 2011. Per l’uovo di pasqua ha scritto “Cosa porta la notte”.

Vins Gallico, 40 anni, è libraio e traduttore. Ha scritto “Final cut” e “Portami rispetto”. Il suo raccontino sorpresa è “Giocatori”.

Ovviamente io ho letto solo quello della Ingrosso, legato all’uovo che mi è toccato in dono. Non saprei nemmeno come fare per recuperare gli altri. Forse qualcuno è stato pubblicato on line. Nel prossimo giro lo verificherò.

Veronica Tomassini, che non dice la sua età “tanto non la dimostro”, scrive sul Fatto Quotidiano. La ricerca di stamani mi ha permesso di scoprire un blog, il suo, veramente molto interessante. Ha scritto un romanzo, “Sangue di cane”, e altre cose. Per le Tre Marie ha firmato “La migliore medicina”.

Luca Martini, 45 anni, ne ha scritti un bel po’ fra poesie e racconti e ancora continua. Per cercarlo su google, visto il nome abbastanza comune, bisogna specificare scrittore e poi arriva anche lui in mezzo a dentisti e altri omonimi. Nella biografia si dice che il progetto delle Tre Marie con la Holden, al quale ha contribuito con “La prospettiva criminale”, ha avuto una tiratura complessiva di 110mila copie.

Marialuisa Amodio, 37 anni, è traduttrice e ha firmato “L’era del Leviatano”, romanzo fantastico e distopico. Per l’uovo di pasqua aveva scritto “Lo scambio”. E’ autrice di diversi racconti.

Infine c’è Gianni Tetti, con “Un bikini da 30 milioni di euro”, anche lui di età indefinita ma sempre giovane, con un po’ di romanzi all’attivo (“Mette pioggia”, “I cani là fuori”) e scritture per cinema e tv.

Tutte queste ricerche le ho fatte all’alba, quando chissà perché mi sono svegliata senza più un filo di sonno, e mi hanno divertito molto. Mi ha fatto piacere conoscere questi giovani autori a me sconosciuti, ognuno con la propria personalità, le proprie idee (nel senso di fantasie) e il proprio modo di stare al mondo occupandosi di letteratura.

A volte le sorprese dell’uovo di pasqua sono veramente sorprendenti.

 

 

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E allora differenziamo anche i cervelli

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Oggi statemi a distanza di sicurezza, va’, meglio per voi. Che potrei dare la scossa a una razza. La Grande Incazzatura risale almeno a un mese fa ma i fatti di stamani l’hanno elevata all’ennesima potenza. E allora scrivo tutta la storia, che ha del bello. Ah, sappiatelo, qui si parla di raccolta differenziata, rifiuti, cose sporche. E sanzioni, pure. Per cui chi non è interessato all’argomento sa come fare. Liberi tutti!!!

Il fatto da cui origina tutto questo è della fine di gennaio, quando ero alle ultimissime fasi del mio trasloco da un piccolo capoluogo di montagna. Un trasloco reso un po’ complesso dal fatto che vivevo da oltre dieci anni in una casa non ammobiliata e che il luogo dove sarei andata ad abitare, la Toscana, era a 400 chilometri di distanza. Quindi, per snellire al massimo la procedura, ho venduto, regalato, buttato via, tantissime ma tantissime cose. Non a caso. No, dando un senso e una destinazione a tutto. Compresi i rifiuti. Tanto che, con più di un’amica, in quei giorni ho scherzato sul fatto che badassi quasi di più a differenziare gli scarti che non alle mille complicazioni del cambiamento di città.

In tutto ciò arriva un giovedì mattina, giorno di raccolta della Caritas, nel quale decido di disfarmi di uno scatolone di vecchi abiti rinvenuti in cantina.  La responsabile dell’ente al telefono mi dice che quel giorno la raccolta è sospesa ma che posso sempre depositare i vestiti in uno dei contenitori appositi nelle aree ecologiche. Non nel cartone, mi raccomando, ma suddivisi in sacchetti di plastica, anche in quelli della nettezza.

Bene, mi armo di sacchetti, metto il mio scatolone nel bagagliaio dell’auto e raggiungo una piazzola in periferia, distante cinque chilometri dalla mia abitazione. Eseguo tutte le operazioni con il bagagliaio aperto dell’auto, compongo tre sacchetti di plastica e li verso nel contenitore giallo. Lo scatolone potrei schiacciarlo e metterlo nel contenitore della carta, ma è pienissimo e accanto c’è già una pila di scatole di cartone. Lo appoggio sopra alle altre e vengo via.

Un mese e mezzo dopo, quindi verso la metà di marzo, la solerte società comunale che si occupa di rifiuti mi fa giungere un verbale da 65 euro per “conferimento di rifiuti al di fuori dei contenitori o dei punti individuati sul territorio per la raccolta differenziata”.

Devo ammettere che ci ho dovuto pensare un bel po’ per risalire all’episodio incriminato. Anzi, all’inizio ero sicura che si trattasse di un mero errore, di uno scambio di persona.

Invece no. Ho capito che ero proprio io quella sfigata “con capelli scuri, che indossava pantaloni jeans, scarpe scure e cappotto lungo scuro” che dopo essere scesa dalla vettura targata …. “scaricava uno scatolone di cartone e lo depositava a terra vicino alle campane della carta”. Sì, e tutto il resto? Il solerte impiegato addetto alla visione dei filmati avrà ben visto tutto il resto della registrazione e avrà capito che non si trattava proprio di un caso di abbandono di immondizia.

Ma evidentemente questo non ha importanza. Quindi? Quindi, per fare un regalo al mio fegato che faccio?, decido di pagare ugualmente la multa (a fare ricorso anche con il minimo si rischia di pagare il doppio o più), e scrivere una lettera al sindaco di quel Comune per spiegargli solo due cosette. Insomma, magari finirà anche nel cestino della carta straccia, o comunque chissenefrega se tu sei una che differenzi tutto. Ma almeno mi sarò un po’ alleggerita spiegando le mie ragioni.

Per dire, io sono una che getta il cartone del latte nella carta e il tappino nella plastica. Che stacco l’etichetta dalla bustina del té prima di gettarla nell’umido. Sono quella che, nel comune veneto dove vivevo, quando trovavo i sacchetti dell’immondizia fuori dal cassonetto aprivo con la mia chiavetta e li buttavo dentro. Quella che ha fatto tre viaggi all’ecocentro per disfarsi di due pentolini e una cassetta di legno. Lo dico anche con un certo imbarazzo, capitemi, che al massimo ci faccio la figura dell’ossessiva. Ma è proprio così. Fidatevi, potete mettermi dove volete ma nel girone dei pirati ambientali proprio no.

Allora stamani che succede? Succede che come al solito dopo aver accumulato un po’ di robetta da gettare, poca in verità, la carico in macchina e vado all’ecocentro del comune toscano dove abito ora.

Prima le cose da discarica, due lampade vecchie, due fili elettrici del mesozoico, un paio di scarponi da sci (no, quelli nell’indifferenziato, mi hanno detto), due pezzi di legno vecchio, un sacchetto di pile esauste, poi passerò dall’isola ecologica a buttare bottiglie di plastica e un po’ di carta. Arrivo al cancello e nessuno mi apre. Scendo, vado verso l’ufficio, chiuso. Fuori c’è una torretta in plastica, vuota. La giro per vedere che cosa c’è scritto. Raccolta pile esaurite. Le cerco ma sono rimaste sotto al resto, le getterò dopo, all’uscita.

Al suolo c’è un sacchetto di carta con un neon.

“Eh no, così non va bene… Le cose non si abbandonano a terra.Troppo comodo”.

L’addetto si è materializzato in quell’esatto momento, preciso preciso, per farsi l’idea che io avessi caricato la macchina di immondizia da portare fino alla discarica comunale e poi, molto furbescamente, mi fossi disfatta di un neon depositandolo proprio davanti alla porta del suo ufficio.

“Non penserà mica che l’abbia buttato io?”

“Vedrà, fino a poco fa non c’era”

“Beh guardi, ho la macchina  piena di roba da scaricare e secondo lei ne butto una a caso a terra? Le posso spiegare, stavo cercando le pile che non trovo e che butterò alla fine, dopo tutto il resto”.

Ecco, questa è la versione scritta di ciò che gli ho detto. Quella orale non me la ricordo molto bene. Ricordo solo che mi è salita una rabbia, ma una rabbia. E quella sensazione brutta, che purtroppo già conosco abbastanza bene, di essere accusata di qualcosa commesso da altri, qualcosa che cozza rumorosamente contro il mio comportamento abituale, fra l’altro…

Niente urla né offese eh, sia chiaro. Questo no. Ma far valere le proprie ragioni sì. Eccheccavolo.

Allora il custode mi apre la sbarra, io entro e comincio a fare i mucchiettini delle mie cose: ferro, legno, materiale elettrico, medicinali scaduti.

“Lasci stare, faccio io”.

No, non ce n’è bisogno, ci mancherebbe. Però ti becchi la mia storia.

“Senta, le racconto che cosa mi è successo a Belluno…”

Insomma, non c’è stato verso. C’è rimasto talmente male che alla fine, non solo ha buttato lui tutto nei diversi contenitori, ma quasi quasi dovevo consolarlo.

“Mi scusi, sa per quello che le ho detto prima, è che la gente… no no, lei si vede bene che è una che ci tiene alla differenziata”.

Magari non è proprio un vero complimento però io lo devo ringraziare. Lo devo ringraziare perché mi ha fatto sfogare. Perché quell’ingiustizia stupida e inutile mi era rimasta qui sopra e mi faceva male ogni volta che ci pensavo. Ora, penso, il fatto di aver raccontato questa cosa a uno che ci lavora con i rifiuti è la soddisfazione massima no?

Solo tu mi puoi capire…

E poi alla fine ti viene da credere che ogni tanto anche il buon senso abbia qualche chance. E che la Toscana, è proprio vero, è sempre meglio.

Tiè!!!

 

A chi ha avuto la forza di arrivare fin qui consiglio la lettura di “I segreti di Heap House” di Edward Carey, un libro che parla proprio di rifiuti, elevandoli a metafora della condizione umana.

 

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Scherzi da Ercolino

Ercolino è scomparso di nuovo. Ho cominciato a preoccuparmi subito dopo cena, quando ho realizzato che non era in casa come al solito e dopo aver saputo che in tutto il giorno aveva disertato la sua poltrona preferita.
Agatha c’è ed è tranquilla sul letto. Ercolino no. E non è come la sera prima quando, dopo averlo chiamato e richiamato, mi sono accorta per caso che lo stronzetto si era accucciolato nel cestino delle calze. Dove se ne stava pure zitto nonostante i richiami.
No, stavolta non c’è davvero. Ho guardato in ogni cestino, in ogni pertugio, in ogni anfratto, anche nell’armadio. Niente.
Quando Ercolino non c’è si sente il vuoto della sua assenza. E’ qualcosa di diverso nell’aria.
Non mi do pace. Esco sotto la pioggia, nel buio, armata di ombrello e torcia, e lo chiamo. Faccio il giro della casa, passo di sopra, di sotto, di dietro.
“Ercolino! Ercolino!”. Niente.
Per un casalingo come lui non è un buon segno. Con questa pioggia, poi.
Tento di scacciare le immagini di bestie feroci e satanisti che si affacciano alla mente.
Ripenso al giorno prima, a come si era nascosto nel cestino in basso snobbando la sua cuccetta prediletta sul davanzale della finestra, sopra il radiatore. Forse ho sottovalutato qualche segnale. Forse c’era qualcosa che non andava, un malessere che avrei dovuto cogliere.
Nella mente si srotola il rullo della paranoia: dalla leucemia felina all’incontro con la processionaria passando per una lista immaginaria di malattie sconosciute.
Oltre alle bestie feroci e ai satanisti, ovvio.
Torno in casa. Agatha dorme tranquilla sul letto ignara della mia angoscia.
Nel silenzio sento un flebile miagolio fuori dalla finestra. Esco, tendo l’orecchio. Niente.
Rientro. Di nuovo il miagolio. Un po’ più forte, stavolta.
Mi precipito fuori. Ombrello e lampadina. Sul cipresso c’è un gatto che miagola.
È Ettore che non riesce a scendere. Uff. Allungandomi verso di lui e tirando giù il ramo sul quale si è appollaiato riesco a “salvarlo”. Salta a terra e si allontana con uno dei suoi grugniti.
Ma il problema Ercolino è sempre aperto.
Ormai è passata la mezzanotte e di lui non c’è traccia. Provo a pensare a una vita senza.
Oh, dico. Ma scherziamo? Stiamo parlando di Ercolino, l’anello di congiunzione fra me e il mondo felino, colui che mi ha spalancato il mondo gattesco, quello grazie al quale tutto è cominciato. Eh no. Ercolino non può andarsene così. E poi così come.
Stremata e in preda a un raffreddore fortissimo che mi assilla da tutto il giorno crollo a letto cullando la speranza di svegliarmi in un giorno in cui ci sia il mio Ercolino.
Sono ormai nel mondo dei sogni quando un miagolio insistente proveniente da fuori mi sveglia. Non ci penso un attimo. Corro alla porta, apro e… eccolo là il nostro eroe, bagnato fradicio, zuppo di pioggia. Entra in casa come se niente fosse ma stavolta si lascia asciugare stendendosi a terra e offrendo il pancino alle carezze.
Subito dopo si lancia alla ricerca del croccantino. Ha appetito, bene.
Dopo aver sgranocchiato entra in camera, dalla scrivania salta sulla finestra. La sua cuccetta è là che lo aspetta. Tutto come al solito.
Agatha continua a ronfare ignara.
Sono le due di notte. Ora si può dormire davvero.

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Come ti organizzo la libreria

Ecco, penserete, questa ha appena finito di leggere il libro sul magico potere del riordino e già si mette a concionare sull’argomento come se fosse suo. No no, tranquilli tutti.
Se c’è una che non può dire niente su ordine e organizzazione quella sono io. Nonostante i limiti però mi impegno, e molto.
E i risultati alla fine si vedono.
Prendete la mia libreria, quella grande, in pannelli di gesso. Dopo settimane di lavoro sono riuscita a dare un certo ordine. Non è ancora finita.
C’è stato da riaggiustare l’intonaco di due paretine. Altri lavori in corso rallentano la sistemazione definitiva dei libri, ma ora posso finalmente affermare con un certo orgoglio che il grosso è fatto.
Allora, nel ripiano in alto sono andati i libri grandi: fotografia, animali, città, natura, qualche enciclopedia. Poi ci sono gli anglosassoni attempati, i tedeschi, i francesi, i toscani.
Un altro ripiano ospita gialli e polizieschi, un altro gli stranieri contemporanei e un altro ancora gli italiani attempati (con i latini). Un piccolo spazio è riempito dai libri di Piero Chiara (di babbo). Poi gli italiani contemporanei, altri stranieri contemporanei e uno scaffale per i libri scritti da persone che conosco.
Vado molto orgogliosa del reparto basso (ma non bassissimo, perché sotto ci sono degli sportelli): fumetti, poesia, arte, musica. Uno spazio è riservato ai libri piccoli, tipo i racconti singoli pubblicati dai giornali o simili.
Sugli scaffali vicino al tavolo ci sono: una selezione dei miei preferiti, i libri in lingua originale (inglese e francese), i libri superficiali, i vocabolari.
In camera c’è una libreria ordinatissima che ospita: la mega collezione di Julia, i libri della tesi di laurea su Pasolini, tutti i Sellerio, i volumi di almeno quattro collezioni di letteratura pubblicate da Corriere e Repubblica (e forse anche dal Sole 24 Ore).
Sulle mensole ci sono i libri da leggere a breve, una selezione di volumi per ragazzi (mi piace dormire nella stessa stanza con Piccole donne e Pippi Calzelunghe), un bel po’ di libri di argomento più o meno mistico e un po’ di Camilleri extra Montalbano dei quali mi vorrei disfare.
Nelle scatole ci sono ancora le minoranze (africani e indiani d’America), saggi vari su Dante e affini, libri di antropologia, cinema, teatro. E un sacco di fuffa mista.
Ho già preparato degli scatoloni di libri (soprattutto scolastici) da dare via (dove, si vedrà).
Riordinando mi aspettavo di trovare qualche doppione, ma non credevo tanti.
Il giovane Holden e Colazione da Tiffany, entrambi anche in lingua originale, erano quasi scontati. Ma la doppia copia di Nudi e crudi di Alan Bennet, Strade blu di Least Heat – Moon, La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrel, Senilita’ di Italo Svevo (fra l’altro mai letto) addirittura in tre copie, e Scorre la Senna di Fred Vargas, mi hanno piuttosto stupito.
Nessun problema. Sono già nella scatola da cui attingere per i prossimi regali.
Invece ho notato alcune sparizioni. Un libro che temevo di aver perso, Naufragio con spettatore, è fortunatamente riemerso dagli scaffali.
Niente da fare invece per un giapponese che adesso non ricordo (ma credo sia stato “Libro d’ombra” di Junichiro Tanizaki) e L’Algarabie, libro in lingua originale, il francese, di Jorge Semprun. E chissà quanti altri che adesso non ricordo. E anzi spero di non ricordare mai.
Ogni tanto però capita che questi libri perduti riaffiorino da qualche parte, come la Madame Bovary tradotta da Natalia Ginzburg, ricomparsa in uno scaffale dei piani di sopra.
Anche questa è una piccola gioia.

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