Del viaggio e dei suoi fastidi

Ogni volta che devo prendere un treno perdo qualche anno di vita per i ritardi del pullman che mi porta a Firenze. Poi per fortuna, o perché recupera lungo il tragitto, o per il ritardo del treno, riesco a salire in tempo.
Oggi mi scocciava particolarmente perderlo poi perché ho un biglietto di prima classe acquistato un mesetto fa a prezzo stracciato.
Il treno è in perfetto orario. Siamo sulla banchina in attesa di salire. I passeggeri si accalcano dimenticando che all’apertura delle porte dovranno farsi da parte per fare scendere altri passeggeri.
Stavolta l’operazione si rivela più lunga del previsto. Per primo scende un uomo con un trolley, dopo averlo appoggiato a terra afferra una grossa valigia nera che qualcuno gli porge dall’interno. Poi è la volta di una bambina, dietro alla quale appaiono i piedini di un’altra piccola seduta su un passeggino. L’uomo l’afferra e la fa scendere, insieme alla donna coperta dal chador che tiene il passeggino.
Poi torna subito su per aiutare un’anziana dal passo incerto, con la fronte resa brillante da un velo intarsiato di piccole pietre.
Accanto a me, in piedi, un uomo di stazza con la pancia prominente e il fare arrogante si avvicina alla porta.
“Xè finio oea?”.
L’assistente al treno gli dice di aver pazienza. Scende ancora un anziano, poi è la volta di salire, per noi. Veloce come una lucertola una donna magra con la giacca attillata colore ramarro dribbla me e l’ingombrante passeggero riuscendo a salire per prima. Mi chiedo quale gara fosse in corso poi finalmente salgo anch’io. Non faccio in tempo ad individuare il mio posto, numero due sul vagone due, peraltro occupato da un ragazzo che lo lascia subito libero, che noto con delusione chi è il passeggero del numero uno.
Il panzone veneto, ovviamente. Un uomo dotato di una voce rimbombante e, purtroppo, di un telefono cellulare, che usa incessantemente da quando il treno è partito.
“Amore, ci vediamo domani. Buonanotte”.
Sono le quattro del pomeriggio.
Poi è la volta di qualcuno con cui discute animatamente. Sssht, faccio io. Abbassa un po’ la voce, ma dura poco.
Ora io a questo sarei tentata di fargli proprio una bella foto da fare vedere ai miei colleghi di su, che magari lo riconoscono.
Da quel che dice parrebbe un personaggio con un incarico politico. Parlava di qualcosa detto in consiglio. Ma potrebbe anche essere un imprenditore. Ora per esempio discute con un terzo interlocutore di come cambiare un documento senza farlo sapere a una tale e dei soldi che deve dare in contanti a qualcun altro.
“Bisogna capire se dirglielo… Io non son per le cose… preferisco parlare chiaro. Però abbiamo un rischio se parliamo chiaro”.
Bologna si è passata, ora devo solo concentrarmi forte forte perché scenda a Padova che io questo fino a Venezia Santa Lucia non lo reggo proprio.
È, ovviamente, l’unico di tutta la carrozza due che si fa sentire. Ed è seduto vicino a me.
Ovviamente.
Oh, numerosa famiglia araba, ma perché siete scesi a Firenze?

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Je suis Marina Abramović

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Amo le cose che hanno un prima e un dopo e la mostra di Marina Abramović ce l’ha. Prima, sapevo che era un’artista di performance (perfòrmance) anche prima dell’imitazione di Virginia Raffaele. Sapevo di quella cosa al Guggenheim di New York, che in realtà era al Moma, in cui stava seduta su una sedia davanti a un tavolino, in silenzio, e il pubblico poteva sedersi sull’altra sedia e stare lì, fermo, a guardarla negli occhi. Avevo letto da qualche parte che una volta si era presentato il suo vecchio amore e co-performer che non vedeva da una vita e le si era seduto davanti. E lei aveva continuato la sua opera, ferma, senza muovere un muscolo, ma quelli che avevano assistito raccontavano che la forza dei loro sguardi aveva cambiato tutta l’aria lì intorno. Sapevo che era serba, che ogni tanto si esibiva nuda. Tutto qui. E poi risentivo la voce di Alessio. “Lei? L’adoro”.

Poi sono andata a vederla, a Palazzo Strozzi, e c’è stato anche il dopo. Perché durante la visita è successo qualcosa.

Ero con la mia amica Rossella e quella della mostra è stata anche l’occasione per rivedersi dopo un bel po’.

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Appena entrate la prima performance. Due ragazzi nudi, un ragazzo e una ragazza, l’uno davanti all’altra ai lati di una porta. L’opera originale, quella con Marina, al tempo aveva fatto scalpore. Era il 1977 e alla galleria di arte moderna di Bologna i visitatori dovevano passare in mezzo ai due artisti, Abramović e Ulay. Ne passarono 350, con fatica e imbarazzo, prima che intervenisse la polizia.

A Firenze nel 2018 nessuno scandalo. Solo un piccolo cartello che, lasciando liberi gli spettatori di scattare foto alle opere, chiede gentilmente di rispettare la privacy dei performer.

Marina Abramović non c’è, ci sono le foto e i video. Ma a poco a poco la sua presenza riempie le stanze.

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Nella terza saletta una proiezione su due schermi mostra il viaggio di Marina e Ulay sulla muraglia cinese. Partenze da estremità opposte, tre mesi di cammino in solitaria l’uno verso l’altra, per celebrare il loro addio. Una volta incontrati, lui avvolto in un abito blu elettrico, lei in rosso e nero, si sarebbero salutati per sempre.

Fra le lacrime di lei.

Per rivedersi, a sorpresa, quel giorno di chissà quanti anni dopo al Moma.

I due camminano nel deserto, da soli. Ogni tanto nell’inquadratura compare un nugolo di turisti, un uomo in bicicletta. Poi ritornano loro, Ulay blu elettrico, fra le macerie nelle sabbie del Gobi, e Marina in rosso e nero sulla muraglia.

L’effetto è ipnotico e non finiresti mai di guardarli, di contare i loro passi, di osservarli attraversare paesaggi immobili, di salire ripide scalinate e di arrancare in mezzo a sassi e rovine.

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Passi davanti alle foto di Marina, sperimenti sedie per meditare, panche su cui stendersi, pesanti scarpe di alabastro da indossare.

Nell’ultima sala la performance del Moma. In mezzo troneggia il tavolino quadrato in legno chiaro con le due sedie. Sulla parete le immagini proiettate dei volti. Quello di Marina, sulla destra, ripetuto all’infinito, sguardo partecipe e carico di empatia. Sulla sinistra quelli di chi si è seduto e l’ha guardata negli occhi, immobile e in silenzio, fino a svelare il proprio dolore. Qualcuno non trattiene le lacrime.

Marina osserva, immobile, i volti che le si parano davanti. Non mangia, non beve, non sgranchisce le gambe, non va in bagno. Quello è il suo lavoro, più forte di una religione, più serio di un funerale.

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Indossa un sontuoso abito lungo rosso lucido. Non solo si starebbe per ore a osservare i volti di chi le passa davanti. Ma anche quello di Marina, statua, dea, madre amorevole, amica, sorella.

Non so se avete mai provato a stare in silenzio davanti a una persona guardandola negli occhi. Per molti è impossibile. Chi ci riesce fa i conti con il proprio essere, accolto per una volta nella sua integrità e nella sua semplicità, senza gli alibi delle parole, dei gesti, di una possibilità di fuga.

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Si pensi a quali sarebbero le nostre reazioni per tentare di capire quello che fa Marina.

Ma che cosa fa, poi, Marina Abramović? Spinge le situazioni all’estremo, le esaspera per sfogliare il superfluo e arrivare all’essenza. E da lì far partire il suo messaggio, forte e definitivo. Una freccia dritta al cuore, contro la guerra, la violenza, le ipocrisie sociali. Opera d’arte lei stessa.

Il dopo è una riflessione. Un pensiero nuovo rispetto al prima. Abramovic lavora con il suo corpo come un pilota di formula uno con il suo bolide. Lo sottopone a prove di resistenza inimmaginabili. Il fuoco, il silenzio, il digiuno, il cammino, l’immobilità. Per ore, ore, ore.

Privazioni, costanza, rischio, forgiano la coscienza di Marina come uno scultore la sua statua. Il suo essere cresce, lievita, invade le stanze che ospitano la sua arte fino ad abbracciare ogni singolo visitatore.
Usciamo con una consapevolezza nuova sulla forza che possono avere un’idea, un gesto, un corpo.

Anche di una sola persona.

Il titolo della mostra è The Cleaner, l’addetto alle pulizie. Per la prima volta, si legge nel dépliant, un’artista donna è protagonista di un’esposizione a Palazzo Strozzi.

Marina Abramovic – The Cleaner

Palazzo Strozzi, Firenze

21 settembre 2018

20 gennaio 2019

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Storia di un euro, di calzini mancati e di un cornetto vegano all’arancia

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  • Scusi, ha un euro?
  • No. Ho solo quello nel carrello ma mi serve per tutte le volte che faccio la spesa.

Con la prima, una signora elegante con le mèches, è andata male. Ci riprovo con una coppia di anziani che si avvicina con il carrello pieno. Mostro la mano aperta con le monete dorate sul palmo. Una da cinquanta, tre da dieci, una da venti. Di questi tempi è un nulla essere scambiata per una truffatrice. La donna guarda nel borsello.

  • Mi spiace, non ce l’ho.

Mentre mi allontano, il marito mi corre incontro.

  • Aspetti, ce l’ho io.

Gli do i miei spicci prima di prendere la sua moneta.

  • Grazie.
  • Si figuri. C’ho anche guadagnato, prima avevo una moneta e ora ne ho tante.

La battuta non è un granché ma mi fa ridere di cuore. Sarà per l’insieme. La gentilezza di quelle persone, il fatto che ci siamo scambiati due parole in tranquillità, come accadeva ai tempi del “se mi lascia il carrello le do un euro”, mi mette in una disposizione d’animo leggera.

La mia spesa sarà veloce. Devo prendere giusto tre cose, ma è compresa una discreta fornitura d’acqua. Senza il carrello sarebbe stato impensabile.

Appena entrata al supermercato mi dirigo al reparto pane e pasticceria fresca. Ho un certo languorino. Rovisto fra le bustine di cornetti. Albicocca, cacao, vuoto, integrale. C’è anche il mio preferito. Cornetto vegano con ripieno all’arancia. Prendo una bustina con due cornetti, un euro e trentotto. Ne mangerò uno prima di ripartire, al riparo della mia auto, nel posteggio.

Già che ci sono metto nel carrello anche un pane strano, tutto nero e coperto di semi.

Poi latte e corn flakes per mamma, l’acqua, tre confezioni da sei, e già che ci sono rimpinzo un po’ anche la dispensa felina.

Non vedo l’ora di uscire. Il cornetto mi aspetta. Pago alla cassa automatica e scendo al parcheggio. Ho appena infilato una confezione di acqua da sei nel bagagliaio quando mi si avvicina qualcuno. Non mi giro nemmeno a guardarlo.

  • Non prendo niente, per favore lasciami stare che ho da fare.
  • Va bene.

È un ragazzo di colore, alto e magro. Si mette da parte lasciandomi finire. Ha l’aria gentile e arrendevole. Mi aspetto che si offra di aiutarmi a scaricare la spesa. Non lo fa. Un punto a suo favore. Chiudo l’auto e riporto il carrello. Non mi chiede di lasciarglielo. Un altro punto a suo favore.

Mi cammina di fianco mostrandomi dei calzini.

  • Abbi pazienza ma non ti prendo niente.
  • Perché?
  • Perché di calzini ne ho una montagna e poi mi servono solo di cotone che quelli misti mi fanno male ai piedi.

È un’amara verità che ho scoperto a mie spese durante la vendemmia.

  • Va bene.

Sorride. Non mi fa sentire troppo bene questa cosa. Mi pento di essere stata tanto brusca.

Mentre rimetto a posto il carrello e raccolgo l’euro volato a terra mi viene un’idea.

Ma il ragazzo è sparito.

Entro in auto. Cornetto all’arancia, sei mio.

Mentre mastico l’ultimo boccone vedo spuntare il cappellino bianco e blu e il volto scuro del ragazzo. Mi passa vicino con un sorriso rassegnato. Apro il finestrino. Gli porgo la bustina con il secondo cornetto.

  • Se vuoi facciamo a mezzo.
  • Cioè?
  • Uno l’ho mangiato io e questo lo mangi tu.

Ha un attimo di esitazione prima di prendere la busta.

  • Va bene.

Sorride.

A dire il vero avrei avuto ancora un po’ di fame ma mi sento già meglio.

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Libriamoci 2018 – Giorni n. 2 e 3 (ma lei ha pianto mentre scriveva?)

“Le è capitato di piangere mentre scriveva il suo libro?”.

“Oddio, può darsi. Sono una che si commuove facilmente. Però non posso dirlo con certezza. Perché mi fate questa domanda, a voi è venuto forse da piangere leggendolo?”.

La mattina numero due alla scuola media Leonardo da Vinci di Poggibonsi, nella quale sono stata invitata nell’ambito di Libriamoci 2018, trascorre fra le letture di brani scelti della Guerra di Pietro da parte di alcuni studenti e le domande di altri.

Quando ha deciso di scrivere il libro? Quanto tempo ci ha messo? I suoi parenti le hanno raccontato episodi dell’ultima guerra? Che effetto le hanno fatto?

Rispondo con una certa prolissità, mi pare. D’altra parte non mi sento molto bene, stamani sono stranamente stanca, mi stanno spuntando delle bolle pruriginose addosso (effetto di una qualche intolleranza a qualcosa che avrò mangiato, chissà) e il mio cervello mi sembra abbastanza rallentato.

Stavolta torno a casa con una pianta in vaso, una bella pianta con un fiore carnoso rosso al centro (dovrebbe chiamarsi guzmania, credo). Un regalo da parte di tutti i ragazzi e i docenti che ho incontrato in questi giorni. Sinceramente non me l’aspettavo. Mi sembrava già molto che mi avessero scelta e che avessero avuto l’interesse e anche la pazienza di ascoltare le mie storie.

I bambini leggono le loro frasi, sedendosi accanto a me, al microfono. Lascerei volentieri che fossero solo loro a parlare e a raccontarmi che cosa hanno provato e perché.

Quelli che ho incontrato il secondo e il terzo giorno di questa piccola avventura scolastica, La guerra di Piero di De André la conoscevano. “Ce l’ha fatta sentire il professore in classe”.

Perché il titolo del libro è come quello della canzone, mi ha chiesto una ragazzina, se parlano di cose differenti?

Dirò una banalità, ma con i ragazzi niente è scontato. La storia, le canzoni, i riferimenti.

Cronologicamente ci separano anni luce. Poi, per fortuna, ci sono aspetti della vita il cui valore non cambia con il passare del tempo.

Quando parlo di Tina e dell’ingiustizia che fu costretta a subire, alcune ragazzine scuotono la testa, partecipi e incredule.

Cosi come quando racconto la storia di Alvara che va a buttarsi sotto il treno tenendo il figlio di otto anni per mano. È allora che sento il silenzio aprirsi intorno a me, denso, vedo i loro occhi ben aperti, tutti concentrati nel non perdersi nemmeno una parola.

Forse è questo il punto che li ha fatti piangere, anche se, probabilmente, non lo ammetteranno mai.

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Libriamoci 2018 – Giorno n. 1 (la ragazza con il libro)

Se devo fare un bilancio di questa prima mattina a scuola, per me è positivo. Per dirlo mi basta l’immagine della ragazzina che ha afferrato il mio libro ed è uscita dall’aula stringendoselo al petto.

Lei è stata quella più veloce. Alle altre tre che nel frattempo si erano avvicinate alla cattedra ho detto di aver pazienza, che poi sarebbe toccato anche a loro.

Sono alla scuola media Leonardo da Vinci di Poggibonsi dove mi hanno invitato nell’ambito di Libriamoci, edizione 2018. In questa settimana (22-27 ottobre) in tutte le scuole d’Italia si organizzano incontri con autori e altre iniziative, nell’ottica di promuovere la cultura e la lettura fra gli studenti.

Ho chiesto ai ragazzini se leggessero libri. No, hanno detto tutti. Eccetto qualcuno.

Una situazione abbastanza desolante. Però qualcuno, o meglio qualcuna, che legge con passione e curiosità c’è.

Non conoscono nemmeno La Guerra di Piero di Fabrizio De André, la canzone di cui ho preso in prestito il titolo (aggiungendo la t di Pietro). Solo una ragazzina alza la mano. “La ascoltava mia sorella”.

Arrivo a scuola qualche minuto prima delle otto e mezzo. Mi accoglie la bidella che mi accompagna nella classe dove si terrà l’incontro. Sulla cattedra c’è un computer portatile collegato a uno schermo. Dobbiamo solo trovare il modo di collegarli. Per fortuna ho in borsa la chiavetta con le foto delle lettere e dei luoghi del libro, così posso far vedere anche qualche immagine.

Vedo che manca il microfono. Per puro caso mi è venuto in mente prima di partire di mettere in borsa l’amplificatorino da guida turistica che mi sono fatta regalare per il compleanno. Credo proprio che questa sia l’occasione giusta per inaugurarlo.

I ragazzi di una delle due classi che incontrerò stamani sono già seduti. Scambio due parole con la loro professoressa, mentre un’altra va in cerca di una stufetta. La sala è grande e illuminata da ampie vetrate. Peccato che per permettere di mostrare le immagini vengano tirate le tende.

Arriva anche l’altra classe, con i docenti, uno dei quali sistema i collegamenti del computer.

Si può cominciare. Mi presento e comincio a raccontare come è nata l’idea di scrivere il libro dopo il ritrovamento delle lettere scritte dallo zio Pietro. I ragazzi sono abbastanza attenti. Cerco di coinvolgerli facendo loro qualche domanda, anche banale (tipo: avete mai visto questa casa sulla strada per Colle?). Tenere desta la loro attenzione non è cosa da poco.

In generale sono abbastanza silenziosi. Ringrazio comunque il mio piccolo amplificatore.

Quando comincio a raccontare le vicende narrate nel libro, la storia di Tina, con lo scandalo e la cacciata di casa, li vedo più presenti.

Leggo qualche brano. Una lettera di Pietro in cui racconta alla sorella come vivevano in quegli anni di guerra, il suicidio di Alvara. Quando leggo l’episodio del barrocciaio che finisce sotto il ponte dell’Armi con il carro e delle donne che si precipitano a raccogliere polli, conigli e uova portandoseli a casa, sento addirittura qualche risata. In particolare nel punto che dice che nell’aria si sentivano solo le bestemmie dell’uomo, arrabbiato per aver perso tutta la roba che avrebbe dovuto vendere al mercato di Colle.

Nell’ultima parte dell’incontro i ragazzi sono un po’ stanchi e parlano fra sé. Cerco di attirare nuovamente la loro attenzione rivolgendo loro qualche domanda.

Ma voi li leggete i libri? No.

Ormai siamo vicini all’intervallo e l’attenzione è volata via.

Lascio in regalo una copia del libro e li saluto.

La mattina non mi pare sia andata sprecata.

(Avvertenza – in questo post si usano parole fuori tempo e fuori legge come scuola media e bidella. Con la speranza che nessuno si offenda, nel caso ciò dovesse accadere, ce ne scusiamo fin d’ora con gli interessati)

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Polesine – singolare, maschile

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Polésine s. m. [voce veneta: è il lat. mediev. pol(l)icinum “terra paludosa”, che è dal gr. biz. “che ha molti vuoti”, incrociato con pullus “molle”, cfr. ital. pollino “terreno paludoso”]

 

Rovigo, secondo giorno (ovvero la mattina prima della visita alla mostra Arte e magia)

Sveglia all’alba. L’appuntamento è per le 8.15 nella hall dell’albergo, pronti per partire. Stavolta la meta è la sede della Camera di Commercio, in centro. Una volta lì, ci divideranno in stanze diverse, secondo i Driver (Settore Ittico, Turismo e Parco del Delta del Po, Distretto Giostra del Polesine, Logistica: Territorio e Infrastrutture, Polo Universitario-Cittadella dell’Innovazione, Patrimonio Artistico e Culturale). Dopo le visite del giorno prima, abbiamo un’ora e mezzo per individuare nuove forme per comunicare il Polesine, uscendo dalle frasi fatte e dalle immagini sedimentate nell’immaginario collettivo.

Gli organizzatori (Confindustria VeneziaRovigo e Eurogiornalisti) ci hanno fornito un questionario suggerendoci un percorso lungo il quale muoversi per trovare le parole e le forme più adatte alla promozione di questo territorio.

Nel nostro gruppo arriva anche la referente del Settore Ittico per Confindustria, che si rivelerà una presenza preziosa per la discussione.

A che cosa saranno serviti i nostri pensieri, parole, suggerimenti, considerazioni, lo vedremo in futuro.

 

Per il momento vorrei soffermarmi su due aspetti di questo evento.

 

Invitare comunicatori da fuori a cui mostrare le bellezze di casa non è certo una novità. Iniziative del genere si chiamano educational e rappresentano una forma di investimento che aziende e territori compiono per pubblicizzare ciò che vogliono far conoscere tramite la produzione di articoli e servizi vari da parte dei giornalisti ospiti.

In questo caso però nella mail di invito era scritto chiaro: “Ai giornalisti non si chiede di produrre articoli, ma di mettere a disposizione esperienza e professionalità al fine di gettare le basi per promuovere in maniera diversa il racconto del Polesine”.

Un aspetto che mi è piaciuto molto e che mi ha convinto ad accettare subito. Mi pare un metodo intelligente anche perché permette di abbattere la distanza tra chi invita e l’ospite, tra chi spiega e mostra e chi apprende e vede. Che è sempre in qualche modo verticale.

Così invece siamo su un piano che tende all’orizzontale.

È come se ti dicessero: vieni che ti faccio vedere le nostre bellezze. Poi, ammetto (ed ammettere i propri limiti è sempre, a mio avviso, una grande forza) che non riesco a farle conoscere nel modo giusto e ti chiedo se tu, che le vedi con occhi nuovi, da esterno, che impasti a ciò che vedi la tua esperienza di comunicatore, puoi suggerirmi qualche idea per promuoverle al meglio.

Di sicuro un atteggiamento molto positivo che, se portato avanti con coraggio ed umiltà, potrà regalare un bel cambiamento e nuova freschezza a questa terra meravigliosa e ricca di tesori (più o meno) nascosti.

 

Per il secondo punto mi aiuto con un’immagine. Pensate ad una sala grande, con il soffitto vetrato a cupola su base rettangolare. Insomma, una meraviglia (anche se durante il convegno tanta bellezza ci è stata negata da un controsoffitto di tendaggi, probabilmente per questioni di acustica). La sala è piena di persone, qualcuna più attenta, altre meno. Ma non è questo il punto.

Sullo sfondo un lungo tavolo, con microfoni e bottigliette di acqua, al quale sono seduti i rappresentanti delle varie realtà associative che hanno partecipato al progetto. Confindustria, Camera di commercio, Eurogiornalisti. Man mano che i rappresentanti dei vari gruppi di comunicatori (sei, suddivisi per driver produttivi) finiscono il loro intervento, si siedono anche loro al lungo tavolo, occupandone le sedie vuote, subito identificati da un cartellino con il loro nome. Un’organizzazione perfetta, fino alla fine.

Poi, una volta che i singoli interventi sono terminati e si parte con un veloce talk show, alzate gli occhi e guardate quel tavolo. Ci sono sedute dieci persone, forse undici. Sono comunicatori, imprenditori, rappresentanti di categoria.

Riuscite a individuare il tratto che li accomuna?

A parte la fila di sfumature dal blu al grigio.

Sono tutti uomini.

 

Ora io mi chiedo come è possibile che non si sia pensato di far salire sul palco almeno una comunicatrice. Ma soprattutto mi domando quali siano le ragioni che hanno impedito questa scelta.

Purtroppo non sono riuscita a conoscere personalmente tutte le colleghe che hanno partecipato a questo evento. Ma sono sicura che ognuna di loro avrebbe potuto sostenere questo impegno. Solo un esempio, ho scoperto che c’era anche una influencer con oltre cinquantamila follower su Instagram. Penserei che sia una che ha capito qualcosa dei meccanismi misteriosi della comunicazione.

Poi magari mi sbaglio.

Ma usciamo pure dalla logica dei like e dei follower che, come ogni giornalista vecchio stampo sarà ben lieto di spiegarvi, non significano necessariamente bravura e qualità (almeno non nel senso in cui lo si intendeva prima delle nuove figure di comunicatori in rete).

Possibile che nemmeno nel mondo della carta stampata, dei blog, delle radio e delle tv ci fosse una comunicatrice degna di parlare a nome di colleghe e colleghi?

 

Ho il sospetto che questo interrogativo non si sia nemmeno posto e che si scelga automaticamente un referente maschile. Cioè, non è che si escludono le donne, semplicemente non si considerano da un certo punto in là.

Anche le associazioni che ci hanno ospitato, in fondo, mettono in scena lo stesso schema. Frotte di collaboratrici che accolgono, indirizzano, accompagnano, spiegano, organizzano, contattano, scrivono, telefonano. Poi, alla guida dell’ente, però, c’è sempre un uomo.

 

Premetto. Non intendo fare un intervento improntato al femminismo, alla donna a tutti i costi né tantomeno teso a rivendicare il ridicolo e offensivo ufficio delle quote rosa. Il mio sogno sarebbe quello di vedere considerate le persone come tali, per il loro valore intrinseco, al di là del sesso che rappresentano. (Oggi parlo di sogno, fino a qualche anno fa vivevo nell’illusione che già funzionasse così. Purtroppo no).

Un nome al femminile, su trenta giornalisti, poteva uscire. Anche solo per caso.

 

Ma che c’entra tutto questo, vi chiederete, con la promozione del territorio?

 

Credo che quello del riconoscimento femminile potrebbe essere un ulteriore aspetto su cui lavorare. Se è vero che ai cambiamenti interni, del nostro modo di pensare più profondo, del nostro essere, corrisponde il cambiamento del mondo che ci circonda, sicuramente anche questo sarà un passo in più che aiuterà questo fantastico territorio ad emergere.

Se noi rispecchiamo il mondo in cui viviamo e a un certo punto ci accorgiamo che è un mondo chiuso, spento, che non riesce a dialogare e a proporsi all’esterno come vorremmo, possiamo provare a cambiare questi aspetti dentro di noi.

Non sarà una donna seduta al tavolo dei relatori a determinare il cambiamento, ma la sua assenza potrebbe intanto aiutarci a capire dove possiamo migliorare.

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Sorprendente Delta del Po, là dove crescono le ostriche

La barchetta scivola silenziosa sulle acque della laguna facendosi strada in un labirinto di canneti. Nemmeno la nostra guida riesce sempre a orientarsi. “Una volta a Capodanno ho accompagnato dei ragazzi a una festa. Al momento di ripartire era scesa la nebbia. Devo ammettere che ci ho messo almeno mezz’ora solo per capire come riportarli a casa”.

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E’ il Delta del Po, una serie di canali formati dai detriti e dalle sedimentazioni del fiume (ricordate, a scuola, la differenza fra delta e estuario?). Un’oasi naturale che a vederla, così, dalla parte delle acque, nel silenzio, riempie il cuore e gli occhi. Paradiso degli amanti dell’ambiente ma anche dei cacciatori, che si appostano nelle botti, e dei pescatori.

Faccio parte di un gruppo di comunicatori arrivati un po’ da tutta Italia (anche dalla Slovenia). Siamo stati invitati da Eurogiornalisti che sta promuovendo un format per la comunicazione in positivo dei territori meno conosciuti, o gravati da luoghi comuni duri da abbattere, come il Polesine “solo nebbia e zanzare”. L’ospitalità e l’organizzazione della due giorni è di Confindustria VeneziaRovigo. Hanno suddiviso le varie attività trainanti, i Driver, assegnandone ognuno ad un piccolo gruppo. A me è toccato quello ittico con annessa la gita in barca. Con noi ci sono anche i colleghi destinati al comparto turistico. Gli altri, giostra e settore pirotecnico, infrastrutture, patrimonio culturale, polo universitario-cittadella dell’innovazione, sono rimasti sulla terraferma. E, per una volta, ci hanno anche un po’ invidiato.

La giornata brilla di sole e all’inizio ci lamentiamo un po’ per le giacche che ci hanno chiesto di portare. Più avanti, completamente circondati dalle acque e bagnati dagli spruzzi del barchino, non ci lamenteremo più.

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La barca dal fondo piatto scivola sulle acque poco profonde dei canali. Ogni tanto su una briccola si avvistano un airone cinerino o un cormorano. Il cielo è pieno di gabbiani. Vicino ai canneti nuotano le famigliole di anatre. Siamo nella Sacca di Scardovari, un lago di acqua salmastra che si apre sull’Adriatico. Tutto intorno il Po, diviso in cinque rami, forma un territorio giovanissimo, di 400 anni, nato con il Taglio da parte della Serenissima. Il corso del fiume fu deviato a sud per evitare che le sue acque riempissero la laguna di Venezia. C’è il Po Grande (di Venezia), da cui si diramano il Po di Goro, il Po di Gnocca (o della Donzella), il Po di Maestra e il Po delle Tolle.

Qua si coltivano ovunque vongole e cozze, Lo chiamano l’oro del Delta. Le cozze hanno ottenuto anche la Dop. Ma il nostro viaggio prevede una meta che ha dell’incredibile. Più avanti ci attende Alessio, che ha avviato addirittura una coltivazione di ostriche. La perla del Delta.

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La vista dell’impianto ci strappa nuove esclamazioni di sorpresa. Sembra un’installazione della Biennale d’arte di Venezia. E invece, appese a quei fili o racchiuse nelle retine, ci sono centinaia e centinaia di ostriche. Un piccolo apparecchio eolico e uno fotovoltaico fanno muovere tutti quei fili riproducendo l’andamento delle maree. I molluschi vengono immersi e fatti emergere dalle acque secondo ritmi ben precisi. La Normandia è più vicina al Polesine di quanto possiamo immaginare.

Alessio Greguoldo ha intrapreso questa attività da sei anni. Ci ha investito tanto, in macchinari e in saperi, cercando di carpire tutti i segreti dei produttori di ostriche francesi. Oggi, dopo le inevitabili perdite e gli errori iniziali, lo 0.1 per cento delle sue ostriche va proprio in Francia. Il resto, rimane in Italia, distribuito nei ristoranti stellati.

Qualche numero: l’impianto è dotato di 1440 corde. Ogni filo ospita 90 ostriche che i grossisti vendono a 5 euro al pezzo. Alessio ha 5 dipendenti. Prevede di ampliare il capanno dove lavorano i molluschi (ogni ostrica passa dalle mani dell’uomo almeno 7 volte) e di realizzare 4 o 5 nuovi impianti entro il prossimo anno.

L’acqua salmastra della laguna ha già segnato un punto a suo favore. Qui – spiega Alessio – le ostriche completano la propria maturazione in 16 mesi, anziché nei 32 della Francia, perché qui l’acqua è più ricca. L’anno scorso dagli Scardovari uscivano mille ostriche a settimana. Oggi sono già tremila.

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Qualche fortunato assaggia alcune delle ostriche aperte da Alessio. Non servono parole. Bastano le espressioni sui loro visi.

Il tempo passa ed è tempo di tornare sulla terraferma. Il programma prevede una visita allo stabilimento New Sea di Rosolina, un’azienda di import export specializzata nella vendita all’ingrosso del pesce, con sessanta dipendenti e un listino di 400 prodotti fra fresco e lavorato. Indossiamo un camice celeste di carta e un cappellino, passiamo da un macchinario che ci disinfetta scarpe e mani et voilà, siamo dentro al magazzino. Lo spazio è enorme ma, essendo quasi alla fine della giornata, la maggior parte del pesce è stato già distribuito. Facciamo in tempo a gironzolare fra enormi pesci spada, casse di molluschi e crostacei, e pesci di tutti i tipi. Sulle pareti ci sono dei grossi cartelli con i nomi di varie nazioni. Il pesce arriva da tutto il mondo e per il mondo riparte, tre volte alla settimana. La metà del prodotto è distribuito in Italia, fra dettaglio e grande distribuzione. Il fatturato è di 30 milioni annui.

Finita la visita gettiamo il camice e ci teniamo il cappellino, insieme a un vago odore di pesce che ci accompagnerà per il resto della serata.

E’ ora di andare. Ma la giornata non è finita. Dopo un veloce passaggio in albergo, il Capital di Rovigo, è già ora di ripartire. Per la cena, stavolta, alla Trattoria Al Ponte, a Lusia, la trattoria del Polesine. E’ il momento di brindare con i nuovi amici e di rilassarsi un po’ dopo le corse della giornata.

Ma il lavoro non è finito. I tavoli infatti sono organizzati per Driver, così che possiamo cominciare a conoscerci fra colleghi e a organizzarci per la riunione della mattina dopo, quando produrremo le nostre idee per la promozione di questo sorprendente Polesine.

(2 – continua)

 

 

 

 

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