Come successe che mi misi in gabbia da sola (3)

Un’amica saggia mi consigliò di mettere un limite alla tipa della conchiglia sbriciolata, una che si prendeva fin troppo spazio. Per cui quando la rividi, l’amica saggia, qualche tempo dopo, omisi di dirle che quella tipa era già ospite a casa mia.

Mentre raccontavo della nuova conoscenza, l’amica saggia registrava segnali preoccupanti a cui io mi ostinavo a non far caso.

Dopo il giorno delle marche da bollo, la tipa della conchiglia sbriciolata entrò sempre più nella mia vita. 

Telefonava, scriveva, mi faceva domande. Certe cose, diceva, poteva chiederle solo a me perché ero l’unica persona che conoscevo. Lo sapevo che questa cosa non tornava affatto. Che di persone, almeno a quanto mi aveva fatto credere il primo giorno, ne conosceva diverse. 

Ma io ero a terra e in qualche modo mi sentivo anche gratificata a potermi occupare di una persona in difficoltà. 

Dicono che certe cose funzionano proprio così. Che certe persone sanno perfettamente a chi possono rivolgersi per ottenere quello che vogliono e in quale momento. 

Evidentemente per me, quello era proprio il “momento giusto”.

Non mi pesavano nemmeno troppo, al contrario di come sarebbe accaduto in giorni normali, le attenzioni assillanti della tipa, i suoi consigli, la pretesa di diagnosticare e guarire ogni mia possibile malattia. 

L’amica saggia disse che era una da ridimensionare.

Non l’ascoltai.

Poi all’improvviso fu troppo tardi. Successe così. Alla tipa bastarono pochi giorni. La ragazza autonoma che girava il mondo da sola, aveva il suo lavoro on line e aiutava gli altri a stare meglio, si rivelò un essere complicato, con mille dipendenze, ossessiva, paranoica e malmostosa. Aveva bisogno di tutto: attenzioni, tempo, ascolto. Soldi.

La casa. Quando la conobbi, il giorno delle marche da bollo, la casa in centro che aveva acquistato da poco, mi disse, era tutto quello che poteva desiderare.

Due settimane dopo mi chiedeva se conoscevo un geometra per fare una perizia all’appartamento. Era sicura che l’agenzia la stesse truffando, con la proprietaria. Temeva che le avessero voluto sbolognare in gran fretta una casa con un problema “strutturale” (secondo lei un tubo rotto nel muro della cucina) fingendo che fosse stato risolto. 

Mi disse che la mattina si svegliava con i vetri appannati dal vapore, viveva nell’umido, anche i vestiti nell’armadio erano bagnati e temeva per la propria salute.

La sua capacità di trasmettere angoscia e creare continue emergenze era veramente fenomenale. 

Ma tutto questo cominciai a capirlo solo dopo.

In quel momento mi sforzai di tranquillizzarla, le dissi che avrei fatto di tutto per aiutarla e scrissi un messaggio al geometra. Era un sabato pomeriggio. Mi disse di richiamare lunedì o martedì.

Mi chiederà molti soldi? Chiese lei. Perché io non posso spendere, aggiunse.

Il lunedì però lei non si fece sentire. Martedì mi comunicò di aver risolto con l’agenzia. Erano andati insieme a fare un sopralluogo e, secondo lei, anche loro si erano resi conto che il problema era reale.

Lo hanno visto con i loro occhi, disse, che l’appartamento non corrispondeva a quello per cui avevo firmato il contratto. 

Quindi le avrebbero restituito la caparra.

Ma la casa, chiesi, non l’avevi comprata?

Eh no, disse lei. Il percorso doveva ancora essere completato. 

Si inerpicò in un intreccio di spiegazioni, dai tempi della vendita di un’altra casa al nord, agli accordi per stare in quella attuale in comodato gratuito fino al momento dell’acquisto, che decisi di ascoltare senza troppa attenzione.

In ogni caso quando, qualche settimana dopo mi presentai all’immobiliare dicendo che avevo ospitato la tipa dopo che aveva lasciato la casa in centro, la loro versione fu decisamente diversa.

Non passarono molti giorni, che arrivò un’altra telefonata.

Scusa se chiedo ancora a te, ma non saprei a chi altri rivolgermi. Qui conosco solo te.

Mi aiuteresti a trovare un appartamento in affitto? Io entro il mese devo lasciare questa casa, non la sopporto più, ci sto proprio male. 

Ma prima di comprarne un’altra ci devo pensare bene. Non vorrei rischiare di sbagliare ancora una volta.

Non posso che assumermi la responsabilità di quello che avvenne dopo. Anche se, a ben vedere, la tipa aveva seminato ben bene, e soprattutto aveva giocato consapevolmente con il nostro estremo stato di fragilità. Ma di questo mi sarei resa conto soltanto quando ormai ero chiusa in gabbia. 

Inesorabilmente, tutto ciò che si era preparato in quelle tre settimane, a partire dal giorno della ricerca delle marche da bollo, le confidenze, i video musicali, le telefonate, le richieste di aiuto, i consigli per il benessere, tutto quanto, divenne una cosa sola, nell’errore (purtroppo non l’unico) più grande della mia vita.

  • In tre giorni una casa in affitto qua non la troverai mai, le dissi. 
  • Vieni a stare da me, tanto ancora i turisti non arrivano, nel caso rinvio l’inizio della stagione, così nel frattempo puoi stare tranquilla, rilassarti in campagna, e capire dove vuoi andare a stare.

La sventurata rispose.

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La nuova amica e le marche da bollo (2)

La tipa della conchiglia sbriciolata l’avevo conosciuta una mattina in Comune, dove ero andata a fare un documento. Entrambe dovevamo procurarci delle marche da bollo, per cui ci ritrovammo a camminare per le vie di Borgo in cerca di un tabacchino aperto e che accettasse il pagamento con Bancomat. Trovammo solo il tabacchino, i soldi dovemmo andare a prenderli all’ufficio postale.

La ragazza mi incuriosiva. Aveva lunghi capelli raccolti in una coda, sembrava piuttosto riservata, ma allo stesso tempo mi aveva inviato dei segnali che mi erano sembrati interessanti. Erano emerse alcune affinità. Segni zodiacali, situazioni familiari, entrambe uscivamo da un lutto devastante, il mio recentissimo.

Disse che aveva scelto la Toscana per ricominciare da capo, dopo essersi separata dal compagno. Colle le era piaciuta, tanto che aveva acquistato una casa in centro dove viveva già da due mesi.

Il suo lavoro era prendersi cura degli altri.

Ci salutammo scambiandoci i numeri di telefono. Magari avremmo fatto qualche passeggiata insieme.

Mi trovai a fantasticare su questa nuova amica che avevo conosciuto così per caso, dopo essere uscita di casa malvolentieri e con la morte nel cuore. Cominciai a elaborare pensieri irrazionali su quello che si trova dopo che si è perso qualcosa di tanto importante. Era una mattina di febbraio dal cielo terso, il sole era già alto. Nel vuoto immenso in cui ero sprofondata sperai di intravedere una piccola luce, una speranza, che uscisse qualcosa di buono.

In realtà, una cosa l’avevo intravista. Una piccola crepa, ma in quel momento non ero in grado di leggerla.

Accadde davanti all’Anagrafe, nel salone all’ingresso. Fino ad allora la ragazza non si era fermata un attimo. Saliva le scale, scendeva, andava da un ufficio all’altro. Magra, vestita di chiaro, pantaloni e piumino, l’accento del nord. Dava un’idea di leggerezza, faceva simpatia. Si esprimeva in modo gentile ed educato.

A una signora che era in fila prima di me, disse di passare pure avanti se lei non fosse tornata per il suo turno. La signora entrò e quando la ragazza tornò glielo dissi.

Fu allora che lei si girò e mi parlò mostrandomi il volto, che fino a quel momento avevo visto solo di profilo e in movimento.

Non so bene come spiegarlo, ma io, sentendo la sua voce, vedendo la figura, come era vestita e come si muoveva, mi ero immaginata il suo viso.

Quando lo vidi, però, non era così. Era una foto sfocata. Ci misi un po’ a mettere a fuoco i lineamenti, che si aggiustavano, quasi si muovevano, per far sì che l’immagine proiettata dalla mia mente si sovrapponesse a quella reale. O viceversa. C’era un film, anni fa, in cui a Meryl Streep succedeva un po’ la stessa cosa.

Durò un attimo. Registrai la sensazione, sgradevole. Ma subito dopo la dimenticai. C’era da andare in cerca delle marche da bollo.

La mia nuova amica disse che amava tanto la musica, che senza la musica non poteva vivere.

Toglietemi tutto, ma la musica no.

Non aveva un genere preferito, le piacevano la musica classica, il jazz ma anche il pop. L’importante era che le comunicasse delle emozioni. Cominciò ad arrivarmi ogni sera un link di YouTube, come buonanotte.

Le piaceva molto anche il balletto e una volta mi invitò a vedere una danzatrice indiana che si esibiva in Svizzera. Ringraziai ma declinai.

La tipa si interessava di cure naturali e nei giorni seguenti mi consigliò anche degli integratori, dei funghi giapponesi, per rafforzare le difese immunitarie.

Mentre venivamo via dal Comune, con i nostri documenti con le marche da bollo, parlammo ancora un po’. La ragazza sembrava pratica di Colle: negozi, ristoranti, e chi li gestiva. In più condividevamo diverse conoscenze.

Ma da quant’è che stai qua te?

Ci aveva pensato un po’, prima di rispondere.

Due mesi, disse.

Mentre lo diceva girò gli occhi di lato e anche un po’ la faccia, come se volesse dire: intanto prendi questo, poi si vedrà.

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La conchiglia sbriciolata (1)

Eravamo appena entrate nell’aia, passato il cancellino di ferro, io stavo già aprendo la porta quando sentii chiedere. 

  • Che bella, ma è vera?

Feci qualche passo indietro.

  • Che cosa?
  • La conchiglia, disse, indicando un piccolo fossile che teneva tra le dita. 
  • Certo che è vera. Vedi lì sul tavolo c’è tutto un mucchio di sassi e conchiglie che raccolgo qui intorno e che devo ancora decidere dove mettere.
  • Anche lì stanno bene, disse lei.

Era venuta per vedere la casetta dove l’avrei ospitata nell’attesa che trovasse una sistemazione. Aveva avuto problemi con l’agenzia con cui aveva quasi concluso l’acquisto di una casa in centro e mi aveva detto che aveva bisogno di un po’ di tempo per fare la prossima scelta in tranquillità, senza fretta.

Qui, le avevo detto, puoi stare per qualche settimana. Sarai tranquilla, non dovrai pensare a nulla se non a rilassarti in mezzo alla natura prima di compiere il prossimo passo.

Quanto mi sbagliavo.

Ci sono delle cose che valgono come segnali premonitori di quello che potrebbe accadere in seguito. Ma è raro che qualcuno si tiri indietro quando li vede, facendo vincere la superstizione sulla solida razionalità.

I segnali, dicevo.  

Prima di tutto la strada. La strada per arrivare a casa nostra non è facilissima. Oggi meno di prima, poiché le persone sono abituate al Gps e prestano meno attenzione alle indicazioni.

Inviai le istruzioni su whatsapp alla tipa, una vegana del nord. Lei era a piedi, bastava che seguisse i suggerimenti, vai avanti fino a lì, gira a destra di là. Cose semplici.

La prima indicazione la toppò subito, passando oltre l’edificio indicato. Mi arrivò una foto sul telefono, indicava dove era. No no, risposi, devi girare prima, a sinistra, dove sono gli alberi.

Indossai le mie scarpe da montagna e le andai incontro. Così, pensai, intanto faccio due passi. 

Passata la prima curva, dopo aver fatto la salita da cui si vede tutta la strada, non c’era nessuno. 

Ma come era possibile? 

La chiamai.

  • Sto arrivando, – disse – ero andata a sinistra dopo l’albero. 

Ah, ecco. Quindi era finita in mezzo ai campi. 

Sarà stata attratta da qualche capriolo. Chissà.

Tornammo indietro ognuna sui suoi passi e ci incrociammo alle pozzanghere. C’è un punto, lì, dove qualche anno prima risultò esserci stato l’epicentro di una scossa di terremoto. Lì il terreno avalla qualunque cosa ci venga buttata, sassi, ghiaia, detriti, e rimangono sempre delle buche. In quei giorni pioveva spesso e si erano formate le due solite lunghe pozze d’acqua.

Lei, notai, indossava degli stivaletti di cuoio marrone con le stringhe, alla francese. 

Mi guardò e disse: 

  • Ma dove vai con quelle scarpe? Stai attenta che rischi di scivolare…
  • Veramente sono delle Salomon da montagna, dissi. Guarda che grip… e alzai il piede destro per mostrarle la suola.

Sembrò poco convinta, ma lanciò uno sguardo compiaciuto sui suoi stivaletti da città, come se fossero l’unica scelta possibile per un viottolo infangato in aperta campagna.

Quando arrivammo a casa, sulla soglia, disse che si sarebbe tolta gli stivaletti.

  • Non vorrei sporcare. 
  • Ci mancherebbe…, dissi, poi ci metti tre ore per riallacciarti le stringhe.

Accettò la mia proposta di due sacchetti di plastica da legare ai piedi, come un poliziotto della scientifica sulla scena del crimine.

  • Questa casa è bellissima, disse.

Salimmo da mamma, lei sempre con i sacchetti ai piedi, io scalza. 

Le dissi: ora puoi toglierli.

E lei, no no, preferisco non sporcare. Non ti preoccupare, sono abituata.

A mamma disse che la casetta dove sarebbe stata per qualche settimana, era il suo posto ideale. 

  • Ci starei tutta la vita, la comprerei.

Lei disse qualcosa su bere un caffè, vidi mamma girarsi dall’altra parte con aria indifferente. 

Andiamo giù, che te lo faccio io, dissi, cogliendo il messaggio.

Mamma poi mi ringrazierà per non averle tenuto l’ospite d’intorno.

Dopo aver bevuto il caffè, disse: ora vado. 

  • Bene, così puoi toglierti quei cosi dai piedi…

Nei prossimi giorni avremmo definito il suo ingresso nella casetta, intanto doveva chiarire la situazione con l’agenzia.

  • Ho tanta paura che non mi restituiscano la caparra, disse, mentre eravamo sul vialetto.
  • Però sono molto felice di averti conosciuta e di venire a stare qui. Sono sicura che ci starò benissimo. 
  • Sai, continuò, le cose non succedono a caso e io ho sentito subito che questo posto mi stava aspettando.

Aprii il cancello con il telecomando per farla uscire e mi diressi verso casa. 

Arrivata alla porta, mi venne di tornare indietro di qualche passo, fino al tavolino in pietra sull’aia. 

Qualcosa aveva attirato la mia attenzione. Non capii subito cosa.

Poi cercai di non dare troppa importanza al campanellino che cominciava a suonare nella mia testa.

Dove c’era la piccola conchiglia fossile, quella che la tipa voleva sapere se fosse stata vera, ora c’era un mucchietto di detriti calcarei. 

Come se qualcuno l’avesse sbriciolata tra le dita.

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Il parco dei bambini perduti

Qua vicino c’è un piccolo parco giochi per bambini. Ci passo davanti quando vado a camminare. Da anni scatto delle foto, ogni volta che ci passo. Ma finora mai, a qualsiasi ora, giorno, stagione, ci ho visto un bambino.

Il parchetto è perfetto. Ci sono scivolini, altalene, casette delle bambole. Ogni anno c’è qualcosa in più. Il totem degli indiani, un tepee, il tirassegno. 

Deserto.

A pochi metri, diviso dalla strada del passeggio, su un altro piccolo pezzo di terra, c’è l’area sportiva. Una piccola piscina, un campetto da basket, una rete da volley, un ombrellone.

Deserta, anche quella.

Queste immagini, con il potenziale di vitalità e l’effettiva situazione, creano uno stridìo, che da anni mi porto dentro. 

Cerco di immaginare la storia che potrebbe esserci dietro. Un figlio mancato, un figlio perduto. Una tragedia che si trasforma in ossessione.

Una tragedia privata, da lasciare dov’è, senza coltivare la pretesa di conoscerla e interpretarla.

Però, non c’è niente da fare, il richiamo di quel parchetto resta irresistibile.

Da anni penso a come scrivere delle storie ambientate lì.

Qualcosa di horror, qualcosa che parla di bambini morti, scomparsi, di ossessioni, paura e mistero.  

Una cosa difficile per me, che non leggo storie horror.

Qualcosa però l’ho pensato. 

Ho pensato che quel parchetto, deserto di giorno, si vada popolando di notte, quando la terra rilascia il calore accumulato nelle ore calde e il vapore acqueo sale nell’aria, formando una nebbiolina rada.

Un’atmosfera spettrale dove a poco a poco ogni gioco viene occupato da un bambino. O da una bambina. 

Allora, anche se è notte, quel parchetto diventa un parco giochi come tutti gli altri. Spettralità e nebbia permettendo.

Tra un bambino che si dondola, uno che scivola, l’altro che gioca agli indiani o si arrampica su un tronco, dove nascono amicizie e avversioni.

Nella storia che immagino però quei bambini non sono veramente lì. Sono spiriti. Gli spiriti dei bambini ricoverati in ospedale, con i loro piccoli corpi fiaccati da malattie gravi, costretti a letto, immobili, spesso a occhi chiusi, impossibilitati a correre, ridere e gridare.

Quei bambini, quando le luci dell’ospedale si spengono, quando rimane solo quell’orrida luce bluastra a velare il bianco delle stanze con il sottofondo del rumore cadenzato delle macchine, si svegliano e si alzano per andare a giocare al parco.

Poi al mattino sono di nuovo lì, nel letto. E i dottori, le infermiere, le mamme e i babbi non immaginano minimamente quello che accade con il buio.

Per scrivere questa storia, per crearla, anzi, perché questa non è ancora una storia, ho chiesto aiuto a Stephen King.

Ho trovato un romanzo breve, La bambina che amava Tom Gordon. L’ho letto, ho studiato la scrittura, la trama per prendere ispirazione. E alla fine mi sono depressa un po’. 

Non mi ero resa conto che a Stephen King per dipingere un personaggio e renderlo interessante bastano due righe. Forse anche meno.

“Il mondo aveva i denti e in qualsiasi momento ti poteva morsicare”. Questo Trisha McFarland scoprì a nove anni. Alle dieci di una mattina di giugno era sul sedile posteriore della Dodge Caravan di sua madre con addosso la sua maglietta blu dei Red Sox (quella che ha 36 Gordon sulla schiena) a giocare con Mona, la sua bambola. Alle dieci e mezzo era persa nel bosco. Alle undici cercava di non essere terrorizzata, cercava di non pensare: ‘Questa è una cosa seria, questa è una cosa molto seria’. Cercava di non pensare che certe volte a perdersi nel bosco ci si poteva fare anche molto male. Certe volte si moriva”.

E comunque La bambina che amava Tom Gordon non è un racconto horror. Però…

Qualche tempo fa, ho scritto un raccontino per un concorso. Visto che era lì, ho ripreso la storia del bambino in coma in ospedale che col pensiero la notte usciva per andare al campetto giochi di cui gli aveva parlato una compagna di classe. Solo che il tema del concorso era la Vespa. E allora per farci entrare la Vespa, la storia del bambino che si alza di notte è diventata la cornice di un’altra storia, quella della zia che aveva un fidanzato morto in un incidente col trattore che nel capanno aveva una Vespa con tutta una lunga storia. La vicenda si svolgeva in uno stato rurale americano, Kansas, Wyoming, Nebraska, Dakota, tra distese di campi coltivati a grano e mais e la Vespa doveva essere arrivata fin lì per un motivo. Infatti il babbo del fidanzato della zia l’aveva ricevuta in regalo da un italiano che lui aveva salvato durante la Seconda Guerra Mondiale. 

Poi il bambino si risvegliava in ospedale, il dottore gli guardava gli occhi con la penna luce e la mamma urlava incredula.

Insomma, le battute a disposizione erano poche e di roba ce ne doveva stare fin troppa. 

Non è andata bene. 

Però questa storia del racconto horror non mi passa mica. Non so se dovrei leggere ancora qualcosa di Stephen King o di qualcun altro. 

Oppure. Se chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui dovesse avere anche qualche buona idea per sviluppare la trama, io l’ascolto.

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Il tizio col cappello di paillettes

Un bel po’ di tempo fa in tribunale a Belluno girava una coppia che attirava l’attenzione. Lui, un ragazzo piuttosto alto e di corporatura normale, indossava un cappello alla Stanlio e Ollio coperto di paillettes d’argento sopra un completo verde. La signora, una vecchina piccola e dall’aspetto fragile, pareva la Fatina dei Boschi, con ai piedi delle pantofole in lana cotta e il vestito dello stesso materiale. 

Probabilmente erano madre e figlio. 

Ogni tanto li vedevo uscire, o entrare, dal palazzo di giustizia. Avrei voluto fermarli e cercare di capire chi erano e per quale motivo fossero là, ma ero sempre o troppo lontana o impegnata.

Da giorni annunciavo in redazione l’intervista ai due, chissà che storia interessante avevano da raccontare. 

Ogni mattina, nella mia lista di cose da seguire, c’era anche un appunto su di loro, accanto ad altre notizie da approfondire o scoprire. 

Chiesi a qualche amico avvocato di avvisarmi per tempo quando si vedevano in giro. 

Un giorno qualcuno mi disse che erano appena entrati nel corridoio della Sezione Civile. 

Non c’era molto da fare in quel momento per cui partii di corsa, e li trovai.

Mi avvicinai e mi presentai. Loro non parvero affatto infastiditi dal mio interesse. Anzi.

Era da un po’, disse lui, che cercavano un contatto a cui esporre il Problema, ma ogni volta c’era qualcosa che si metteva in mezzo e non riuscivano a trovare la persona giusta.

Quale sarebbe questo Problema, chiesi.

Il tizio dal cappello di paillettes aprì una borsa di plastica della spesa e ne trasse una cartelletta piena di fogli. Appoggiò il quadernetto su una superficie e cominciò a sfogliarlo mentre mi spiegava.

Ci misi un secondo a pensare, “ahi, chi me l’ha fatto fare…”.

Il quaderno era pieno di foto. Foto di condomini di periferia, palazzoni o palazzine col giardinetto e il cancello, come se ne vedono un po’ dappertutto. Ma c’era qualcosa che non andava.    

Dai condomini spuntavano delle antenne. 

Mentre lui parlava, la vecchina ripeteva le ultime parole, come a dare una conferma. Aveva una vocina sottile sottile.

Lui parlava a ruota sciolta, indicando le foto delle antenne. La cosa era molto complessa. Loro infatti usavano quelle antenne per arrivare a Noi. 

Loro chi?

Eh… sorriso misterioso e occhi al cielo. Loro. 

C’erano le onde elettromagnetiche, la Loro arma contro di Noi. Noi umani? Forse.  

Molto bene. Non solo il mio articolo stava andando a farsi friggere, proprio come i nostri cervelli sotto le onde elettromagnetiche. Ma avanzava in me la consapevolezza che io questi li avevo rincorsi per settimane, solo perché uno indossava un cappello di paillettes e l’altra le pantofole di lana cotta. 

Il tizio non mi mollava più, aveva trovato un pubblico, e la vecchina continuava a balbettare qualche parola di fine frase. Io intanto cominciavo a sentirmi male.

Sentivo come se avessi dentro di me qualcosa di nero, denso, amaro. Sofferenza, tanta, scura, profonda. Altro che onde elettromagnetiche. 

Più stavo loro vicina e più mi avvolgevano nelle loro sabbie mobili. 

Dovevo uscirne il prima possibile.

Passò il presidente del tribunale, un tipo alto e scherzoso, che veniva dalla Toscana.

Paillettes fece uno scarto e lo avvicinò, chiedendogli di ascoltarlo.

Il presidente gli spiegò che non poteva farlo, non per mancanza di volontà, ma per il suo ruolo. Avrebbe dovuto rivolgersi alla procura. Lui doveva mantenersi obiettivo e distaccato di fronte a ogni caso, senza conoscerlo prima. 

Lo invidiai. 

Ma colsi la palla al balzo. 

Loro sembravano spaesati. Anche quel tentativo andava a vuoto. 

Dissi che dovevo scappare, grazie, grazie davvero, è stato molto interessante.

Scriverà qualcosa?

Devo sentire la redazione, dissi, girando a sinistra per prendere il corridoio verso le aule giudiziarie.

Qualsiasi processo, i soliti maltrattamenti in famiglia, lo spaccio di droga, una lite tra vicini per i confini, era meglio di quell’abisso su cui mi ero appena affacciata.

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Alice in Wonderland, la sindrome

Qualche tempo fa venne a stare da noi per alcuni giorni una coppia di tedeschi. Erano due tranquilli signori di mezza età, marito e moglie. Lei bionda e un po’ in carne, lui magro con i capelli grigi.

Mi sembrarono fin da subito gli ospiti ideali. Trascorrevano le loro giornate in relax, leggendo sulle poltrone a sdraio sulla terrazza. A una certa ora cucinavano e mangiavano all’aperto.Ogni tanto decidevano di visitare un paese, un museo, e stavano fuori una mattinata o un pomeriggio.

Era un piacere vedere come apprezzavano la campagna che circondava la casa e come si trovavano a proprio agio nel silenzio e nell’ambiente naturale.

Ogni volta che ci incrociavamo, ci scambiavamo un cortese saluto. Le nostre conversazioni avvenivano in inglese, ma loro avevano imparato ad azzardare qualche parola in italiano e io ricambiavo con le due e mezzo che conoscevo di tedesco.

Dal momento che erano arrivati con un giorno di ritardo, avvisandomi per tempo, spostai la loro prenotazione in avanti. Avrei perso il pagamento di una notte, ma in effetti loro non avevano usufruito dell’appartamento.

L’uomo mi pregò di rimettere tutto come era prima, perché il ritardo era dipeso da loro e non era giusto che ci rimettessi io.

Quando mancava ormai poco alla fine della loro vacanza mi dissero che sarebbero dovuti andare via il giorno dopo per un’emergenza familiare.

La moglie, una signora dal viso aperto e luminoso, mi spiegò che la loro figlia, che non aveva mai manifestato alcun tipo di problema, si era sentita poco bene. Qualcuno li aveva avvisati e loro avevano deciso di partire prima per vederla il prima possibile.

La donna mi raccontò che la ragazza era a un raduno yoga, quando aveva cominciato ad avere alcuni problemi. Ma nessuno si sarebbe mai aspettato una cosa simile da lei.

Capii che la situazione era piuttosto seria e mi dispiacque sinceramente.

Poi, a un certo punto, la donna mi disse che sua figlia era come Alice nel Paese delle Meraviglie, Alice in Wonderland. E allora mi sembrò che tutto fosse molto più leggero.

E risi. Come se fossi sollevata.

Capii subito, dall’espressione attonita, che la mia non era stata una reazione felice.

Mentre caricavano i bagagli nell’auto, cercai on line. Quella di Alice nel Paese delle Meraviglie, scoprii, era una sindrome neurologica che si manifestava con disturbi visivi, dissociazione della personalità, allucinazioni.

E in effetti lei mi aveva descritto una situazione simile. Solo che quando aveva nominato Alice mi era sembrato tutto ridimensionato. Che stupida…

I signori erano sempre più agitati e non sapevo come rimediare. Non aveva senso andare da loro a profondermi in scuse in una conversazione inglese reciprocamente zoppicante sul disturbo neurologico di una figlia lontana.

In ogni caso, la signora durante la permanenza aveva manifestato un certo interesse per le piante di mamma, così decidemmo di regalarle un vaso. Mamma ne preparò due e mi disse di far loro scegliere quella che volevano.

Probabilmente non ci capimmo bene o forse avevano la mente ormai altrove, ma i signori presero entrambe le piante e le sistemarono nel bagagliaio, in mezzo alle valigie.

Poi ci salutammo, e augurai loro buon viaggio e il meglio per la figlia.

Quindi mi misi alla finestra per vedere quando era il momento di aprire il cancello.

L’auto era ferma davanti alla porta. Sembrava che avessero finito di caricare, ma non partivano. Non volevo mettere loro fretta. Rimasi ad aspettare un altro po’.

Poi scesi e chiesi all’uomo se avessero qualche problema.

Sì, aveva posteggiato l’auto proprio davanti a un grande vaso con uno dei fichi d’India di mamma, appoggiato su un pianerottolo della scala di mattoni che sale dietro la casa. La moglie, passandoci davanti per aprire lo sportello, ci aveva sfregato la spalla e lui cercava di toglierle le spine una a una.

Alla fine partirono.

Non seppi più nulla di loro né della ragazza con la sindrome di Alice in Wonderland.

Ogni tanto ci penso, però.

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Il bambino scomparso e come andò a finire

Credo di capire, ora, che cosa spinse Pablo Trincia a cercare il mio numero di telefono e chiamarmi quel giorno di una decina di anni fa. C’era una storia irrisolta, un bambino di due anni strappato alla madre con l’inganno dal padre, un bosniaco che viveva in Italia e che aveva scelto di lasciare tutto per arruolarsi nell’Isis. Tutto, eccetto il figlio.
Per la cronaca di Belluno, all’epoca, la storia era fin troppo grossa. Ma neanche i colleghi del nazionale avevano inquadrato bene la situazione.
Tanto per cominciare la notizia era rimasta sulla scrivania del capo per almeno un mese. E pensare che non era solo verificata, ma anche corredata di fonti e prove.
C’era un gruppo Facebook che gravitava intorno alla moschea della provincia in cui si scriveva di pregare “per i nostri fratelli morti in Siria” sotto all’ultima foto scattata insieme al martire. C’era un giornale on line che riportava la storia dell’imbianchino del Bellunese e dei compagni uccisi con lui dall’esercito di Assad con i loro volti ormai senza vita. C’era una foto sul profilo Facebook dell’uomo, in cui giocava con il figlio, facendolo volare in aria. Una collega lo riconobbe come l’imbianchino che aveva lavorato a casa sua pochi mesi prima.
Ma in tutto questo, il bambino che c’entrava?
I colleghi si lanciavano in interpretazioni e risposte azzardate.
“Ormai sarà in una madrasa, la mamma non lo rivede più”. “Lo avrà lasciato in Bosnia e sarà partito per la Siria da solo…”.
L’unica cosa vera, purtroppo, anche se si sarebbe saputo solo qualche anno dopo, era che la mamma non lo avrebbe rivisto più.
Intanto sui giornali, oltre alle cronache di quanto stava accadendo in Siria, cominciavano a uscire anche reportage fotografici. Come quelli sui “cuccioli” dell’Isis.
Fu pubblicata la foto di un bambino armato, in piedi accanto a una moto. La madre credette di riconoscere in lui il figlio perduto e forse fu anche sulla scorta di quell’immagine che la donna intraprese il viaggio della speranza insieme a Pablo Trincia.
Intanto la magistratura aveva aperto un fascicolo per il reato di rapimento sulla scomparsa del bambino, che era nato in Italia.
Tutta quella storia, in ogni suo aspetto, aveva dell’incredibile. Già la nazionalità della donna, cubana, strideva con il fatto che avesse sposato un bosniaco di religione islamica. La coppia era separata e aveva già conosciuto le aule di tribunale, dove lui era stato a processo per maltrattamenti sulla ex. Il bambino era stato affidato alla madre. Purtroppo lei si era fidata dell’ex marito e glielo aveva lasciato portare in Bosnia per Natale a conoscere la famiglia.
Un errore fatale, nato dall’inganno.
Il piccolo, si saprà qualche tempo dopo, era stato dato in custodia alle donne del Califfato e nel 2018 morirà sotto un bombardamento, cinque anni dopo il padre.
Ascoltando i suoi podcast, ho capito quali sono le storie che piacciono a Pablo Trincia. E quella del ragazzino rapito dal padre combattente dell’Isis, era perfetta. C’era il mistero ma anche una forte implicazione dal punto di vista umano, la madre disperata e il bambino perduto. In più lui conosce il farsi, la lingua persiana, grazie alla mamma e ai nonni iraniani.
Del podcast sul disastro di Rigopiano, per esempio, una tragedia assurda, in cui malintesi, inefficienza, disorganizzazione si sono intrecciati fino all’ineluttabile, un aspetto mi ha colpito in modo particolare.
È stato quando Pablo, dopo aver raccontato la storia di ogni protagonista, di ogni vittima, di ogni sopravvissuto, è andato fino in Senegal a trovare i familiari del tuttofare dell’albergo, morto anche lui nell’hotel distrutto dalla valanga.
Li ha abbracciati, ha pianto con loro, li ha ascoltati.
Avrebbe potuto raccontare la sua storia a distanza e nessuno avrebbe avuto da ridire. Invece ha scelto di dare al giovane rifugiato africano la stessa importanza di tutte le altre vittime.
L’ho trovato un messaggio molto forte. 

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Pablo Trincia e il bambino scomparso

La prima volta che ho sentito Pablo Trincia ero a Belluno, in redazione, sommersa dalle telefonate di giornalisti da tutta Italia. Avevo scritto la notizia di un imbianchino bosniaco che viveva in provincia, morto in Siria in uno scontro con l’esercito di Assad.
Poi mi aveva chiamato la ex moglie, una cubana, per chiederci se sapevamo niente di suo figlio, un bambino di due anni che il babbo aveva portato con sé.
Aveva letto che l’uomo era morto ma non sapeva più niente del bimbo, da quando era partito per trascorrere le vacanze di Natale dai nonni in Bosnia. Forse, chiedeva disperata, noi sapevamo qualcosa in più…
Pablo mi chiamò sul cellulare. Non gli chiesi nemmeno come lo avesse avuto.
Mi disse, ciao sono Pablo Trincia, un collega. Collaboro con Le Iene. Sono rimasto molto colpito dalla storia che hai scritto. Vorrei parlare con quella mamma, potresti darmi il numero?
Glielo detti. Poi registrai il suo telefono nella rubrica.
Nei giorni successivi il mio telefono prese a chiamarlo, da solo.
Alcune volte riuscivo a vedere la telefonata in corso e a spengerla subito. Altre, partiva senza che nemmeno me ne accorgessi.
Lui ogni volta richiamava, sempre gentile.
Ciao Simona, sono Pablo. Che volevi dirmi?
Questa storia andò avanti un bel po’, gli chiedevo scusa ma non capivo perché il mio telefono si fosse fissato con lui. In ogni caso quella sarebbe stata l’ultima volta che succedeva perché avrei cancellato il suo numero dalla rubrica.
Qualche tempo dopo lessi di un giornalista che aveva intrapreso un viaggio sulle tracce del bambino scomparso, insieme alla madre, arrivando fino ai confini con la Siria.
Il giornalista era lui, Pablo Trincia.
Il bambino non fu trovato. Nel frattempo però iniziò ad occuparsi del caso anche la magistratura italiana con un’indagine internazionale. A un certo punto si seppe che il piccolo era morto in Siria, come il babbo.
Rimasi molto impressionata dal modo di fare giornalismo di quel ragazzo.
Chi altri si sarebbe lanciato in un’impresa del genere, tra pericoli e difficoltà?
Nel frattempo ero rientrata a casa, in Toscana, e mi ero iscritta di nuovo all’università per perfezionare il piano di studi per l’insegnamento nelle scuole. Tra gli esami che mi mancavano c’era quello di linguistica.
Non ricordo come, ma durante lo studio, da una ricerca on line emerse il nome di Pablo Trincia. Era citato in un articolo che descriveva la sua conoscenza delle lingue, che già all’epoca era un numero incredibile, quasi una ventina. Il padre era italiano e la madre iraniana, ma lui era nato e cresciuto in Germania, quindi le L1, le lingue madri, erano tre. Poi aveva studiato prima a Londra, poi in Italia lingue orientali e africane, e il numero era cresciuto.
Ricordo che ne parlai con il prof in sede di esame. Lui disse che si trattava di uno dei rari casi di super poliglotti. Si sarebbe dovuto stabilire quante lingue fossero L1 e quante L2, quelle acquisite. Le lingue madri, sostiene la linguistica, possono arrivare fino a 4-5 e devono essere acquisite nell’infanzia, entro gli undici anni. Le L2, una volta che la capacità di apprendere le lingue è stata attivata, possono essere invece moltissime.
Poi glielo feci sapere, scrivendogli su Messenger, perché quando avevo deciso di cancellare il suo numero, con lo stress e gli impegni di quel periodo, non avevo avuto nemmeno la forza di copiarlo su carta.
Rispose subito.

“Ciao Simo!!!
Ma dai, che bello che studi la linguistica!!!
Io mi sono appena accorto di aver purtroppo sbagliato tutto nella vita, avrei dovuto studiare quello anch’io!!!”

Ma come, gli dissi, con tutte le cose belle che fai?

Noooo, avrei dovuto fare il professore di lingue!!!
Sto studiando un libro bellissimo chiamato “Empires of the Word”, te lo straconsiglio!”

Non ho più comprato quel libro ma molti anni dopo ho iniziato ad ascoltare i podcast di Pablo, divenendone subito dipendente. Il suo modo di fare giornalismo, andando a fondo nella ricerca delle fonti, facendole parlare grazie a questa forma bellissima del podcast, la sensibilità e l’attenzione che mostra per ogni persona con cui interagisce, mi ha veramente aperto un nuovo sprazzo di mondo.
L’ho ascoltato mentre facevo colazione insieme ai bambini di Satana della Bassa Padana, ho rimesso a posto la libreria e l’armadio con il dramma della Costa Concordia e il disastro di Rigopiano. Ho imparato tante cose nuove, dei fatti di cronaca (di Elisa Claps o della stagione degli attentati palestinesi in Italia) ma anche nel modo di raccontarli. Ho pianto, anche, quando nelle situazioni in cui l’insipienza umana si è elevata all’ennesima potenza causando dolore e distruzione, inatteso, spuntava una testimonianza di vera umanità.
Poi ho comprato il suo libro, “Come nascono le storie”, e a pagina 104 ho letto: “Lo scenario ideale è quello in cui riusciamo a fare in modo di incontrarla e giocarcela dal vivo. Ma non avevo idea di dove vivesse Lidia. Dopo aver chiamato un giornalista della cronaca locale di Belluno ed essermi fatto dare il suo numero, le avevo parlato al telefono”.
E lì mi sono emozionata, anche se mi ha trasformato in un maschio.

Ora ascolto tanti altri podcast, ma mi mancano quelli di Pablo. Ha già detto che sta lavorando al caso di Donato (Denis) Bergamini, il calciatore ucciso in Calabria nel 1989 la cui morte era stata fatta passare per suicidio.
Non resta che attendere…

Per chi fosse interessato, qui trova tutti i podcast di Pablo Trincia
https://tg24.sky.it/…/approfo…/pablo-trincia-podcast/amp

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Il negozio di babbo

Del negozio di babbo, quando era in piazza, ricordo due cose: il soppalco in legno e un cartonato di Patty Pravo a grandezza naturale. Da qualche parte devono esserci ancora le foto che ci scattavamo insieme come se fosse vera. 

Patty aveva i capelli biondi con il ricciolo piegato all’insù e una riga nera sul confine tra la palpebra e le ciglia che si allungava oltre gli occhi. La bocca semiaperta, come se sorridesse ma non troppo, indossava un vestito cortissimo bianco e stivali di cuoio. 

Sul soppalco c’erano gli elettrodomestici, come di sotto, solo che tra le scale e le travi che coprivano tutto il resto quando ci saliva qualcuno era tutto un rimbombo. 

Il negozio in realtà era di zio. Babbo insegnava, a un certo punto faceva anche il tempo pieno a Sant’Andrea, e dal negozio ci passava quando finiva la scuola.

Diceva, vado a bottega. 

Prima del negozio grande col soppalco, c’era stato quello piccolo con le scalette che scendevano e l’acquario con i pesci. Ma io ero piccina e non me lo ricordo. Il negozio piccolo era a pochi metri da quello col soppalco. Bastava attraversare la strada ed era lì, dove per anni c’è stato l’ingresso di un ristorante che ora è diventato pizzeria, nello stabile che aveva ospitato una delle cartiere di Colle. Alle medie il prof di storia e geografia ci portò proprio lì a vedere la lavorazione della carta. 

Quando visitai la cartiera con la scuola il negozio piccolo era già stato chiuso, credo. Quindi la bottega era stata aperta con la cartiera ancora funzionante e con l’acqua della gora che arrivava dal rialzo in pietra davanti all’edificio per far muovere tutti i macchinari.

Nel negozio piccolo una volta successe una piccola tragedia. Una notte ci fu un corto circuito e i pesci dell’acquario morirono tutti.  

Ero alle medie anche ai tempi del negozio col soppalco.

A me quel negozio piaceva tantissimo e da allora ho continuato a sognare una casa con un soppalco che però non ho mai avuto.

A un certo punto il negozio si trasferì di nuovo, nei locali tra la piazza e via Roma, dove prima c’era la Posta, e al posto di quello vecchio fu aperta una banca.

E questo cambierà del tutto i ricordi piacevoli che avevo di quel posto. 

Parecchi anni dopo infatti, quando ormai stavo per finire gli esami all’università, iniziai a collaborare con un giornale locale. Scrivevo articoli su Colle, seguivo il consiglio comunale, facevo interviste. 

Erano i miei primi articoli e la paga era molto bassa. Ma il problema vero era quello che creava la banca quando andavo a riscuotere il mio misero assegno. Andavo lì perché babbo mi aveva detto che erano amici suoi e di zio. Bastava che facessi i loro nomi, quando mi presentavo alla cassa, e non avrei avuto problemi.

Non era così. Loro li conoscevano, ma me no. E ogni volta ci rimanevo malissimo. Erano tempi, a Colle, in cui si faceva tutto per conoscenza diretta. Oggi non potrebbe succedere niente del genere, basta mostrare il documento. 

Una volta babbo mi accompagnò e fu tutta una festa. Ogni impiegato lo salutava e scambiava due battute con lui. .

  • Questa è la mi’ figliola, c’ha da cambiare un assegno.
  • E che problema c’è? Mandala da me, disse uno in cassa. 

Quella volta andò tutto liscio. Quando ci tornai da sola però non si ricordavano più di me e successe tutto come al solito.

Alla fine cambiai banca. Nel frattempo ero stata assunta in redazione e l’assegno non era più quello dei primi tempi. Ma non mi è più successo quello che capitava di là.

Peccato. Non so nemmeno che cosa è successo al soppalco. 

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Il mio primo Capodanno a Roma

Una volta invece per l’ultimo dell’anno si andò a Roma da zio Fonso e zia Lucia. Babbo prenotò lo stesso motel dove si erano fermati per qualche giorno con mamma durante il viaggio di nozze. Io ero piccoletta, facevo le elementari e non avevo mai sentito dire motel. Allora imparai che era un albergo, un hotel, dove però arrivavi direttamente con la macchina. Ma la cosa più nuova e che non riuscivo proprio a spiegarmi è che babbo ci disse che avevano una pantera, o forse un giaguaro, un leopardo non so, chiuso in una gabbia.

Chissà se c’è ancora, disse babbo.

Quando arrivammo a casa di zio Fonso a me parve grandissima. C’era un salotto enorme, pieno di poltrone, divani, cuscini e tappeti. Era calda e accogliente, come lo erano loro.

Zia insisteva che almeno io e Paola restassimo a dormire da loro. Ma quello era il nostro primo vero viaggio e figuriamoci se rinunciavamo ad andare in motel.

Però ogni giorno eravamo lì, a casa, a pranzo o a cena, o andavamo in giro accompagnati da zio, che ci teneva sempre a mostrare quant’era bella Roma.

Zia disse che prima di ripartire dovevamo passare per piazza Navona dove c’erano le bancarelle della Befana. Mi pare che lì ci venne anche lei.

Altri giri li facemmo da soli, come quello in San Pietro, dove babbo mi spiegò la storia del Mosè di Michelangelo, del perché non parli con la martellata sul ginocchio, e del piede tutto liscio da quanti baci gli dava la gente che passava. Gliene volevo dare uno anche io ma mi fermarono in tempo.

Una sera che eravamo a casa, dopo cena, zio aprì una scatola di polistirolo che gli avevano mandato dalla Sicilia. Era piena di dolci di Natale. Il marzapane della frutta Martorana, gli ossi di morto. Cose mai viste né assaggiate prima. E così imparammo che c’era tanto altro oltre ai nostri ricciarelli e panforti, ai pandori e ai panettoni.

Una volta, tornando a casa in macchina sotto la pioggia, in una rotatoria che girava intorno a dei pini trovammo una enorme pozzanghera. Zio non se ne accorse in tempo e la prese in pieno.

La macchina si fermò lì, in mezzo alla strada. Allora succedeva spesso, quando l’acqua entrava nel motore.

Non ricordo come ne uscimmo. Sicuramente zio andò a cercare aiuto in un locale, per telefonare ai soccorsi. Io ricordo solo tutta quell’acqua che veniva giù, l’isola con i pini, dove probabilmente ci riparammo, la strada larghissima con la pozzanghera che pareva un lago e la Lancia Fulvia (o Flavia?) di zio ferma nel mezzo.

Qualsiasi cosa a Roma era immensa. I Fori Imperiali, gli Archi, le chiese… tutto. Tornai a Colle con un senso di magnificenza nel cuore che dovevo manifestare in qualche modo.

Avevo un piccolo quaderno che qualcuno mi aveva regalato in non so quale occasione. Le pagine erano completamente bianche, senza righe né quadretti, la copertina rigida, era foderata di una specie di gomma porosa con una fantasia astratta: sfondo bianco e pennellate rosse e nere in qua e in là.

Mi parve l’occasione giusta per inaugurarlo e cominciai a scrivere poesie su tutto quello che avevo visto a Roma. I gatti del Colosseo, i tetti delle case che si stendevano davanti agli occhi all’infinito, la maestosità di San Pietro.

La maestra a scuola, ne fu entusiasta e mi fece leggere qualcosa ai compagni di classe. Ma non credo di aver ricevuto tanti apprezzamenti da loro.

La cosa che più mi dispiace è che quel quadernino sia andato perduto, buttato via durante un trasloco o in qualche operazione di pulizia casalinga. Sarei proprio curiosa, oggi, di vedere come se l’era cavata quella bambina…

A un certo punto la vacanza finì e tornammo a casa. La pantera del motel non c’era più, in compenso però quando disfacemmo le valigie babbo si accorse di averci dimenticato il pigiama.

Zio Fonso, appena lo seppe, si offrì di andare a recuperarlo. Poi lo mise in una busta e ce lo spedì.

Quando il pacco arrivò, capii che l’esperienza romana era finita per davvero.

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