Archivi categoria: storie di gatti e altri animali

Storia dei miei gatti randagi

Quando ero piccola i gatti vivevano liberi per le strade e non andava molto di moda tenerli in casa. C’era Braciolina, la gatta dei miei vicini, che faceva eccezione, ma lei era una bellissima Siamese dal pelo sfumato e gli occhi di ghiaccio e non poteva essere altrimenti.
Così, quando cominciai a vedere un bel po’ di gattini che giravano intorno casa, affamati e senza affetto, pensai che sarebbe stato bellissimo ospitarli e darmi da fare per nutrirli e offrir loro una cuccia.
Per l’appunto avevamo un micro pezzetto di terra dietro casa che fungeva da posteggio invernale per la roulotte. Qui cresceva il salice piangente regalato dagli alunni alla mia mamma e c’era un’aiuola lunga e stretta sull’altro lato dove erano stati piantati dell’uva spina e qualche giaggiolo. I gatti potevano stare lì.
Costruii una casetta mettendo insieme qualche scatolone e un po’ di stracci e preparai loro una cuccia morbida e riparata.
Soldi per comprare il cibo non ne avevo ma concordai con mamma una retribuzione per ogni lavoretto che avessi fatto in casa. Lavare i piatti 25 lire, sparecchiare 10 lire, spazzare 15 lire.
Il mangime per gli animali all’epoca era basico. Per i gatti c’erano le lattine come quelle dei pomodori pelati, piene di sbobba generica.
Però costava poco, per cui, a forza di lavoretti riuscivo sempre a comprarne quanto bastava per accudire i miei gattini. Tra l’altro erano i tempi in cui ancora si pensava che ai gatti il latte non facesse male, per cui un piattino con la zuppetta di pane raffermo c’era sempre. Anche per la gioia delle formiche.
Ero molto orgogliosa del lavoro che mi permetteva di nutrire tutti quei gatti.
Mi sentivo nel giusto e mi piaceva raccontare quello che facevo per sentirmi dire quanto ero brava.
Invece c’era gente che non lo apprezzava affatto.
La vicina del salice piangente, per esempio. Quella che non poteva sopportare che le fronde andassero a cadere dentro il suo spicchietto di terra.
A lei i gatti davano fastidio.
Perché sporcavano, perché portavano malattie, perché attiravano le formiche, perché il cibo puzzava. Perché perché.
Stava sempre lì a brontolare e a dire frasette un po’ sottovoce un po’ no, del tipo, vedrai che gli fo un giorno o l’altro a quei gatti.
La mattina passava il bussino giallo che ci portava a scuola. Sopra, insieme all’autista, c’era una signorina antipatica che assomigliava a Lucio Battisti.
Un giorno, mentre aspettavo il bussino giallo sotto casa, vidi che il gatto grosso, quello a macchie bianche e nere, era a terra rigido.
Non è possibile, pensai.
Lo presi in collo. Non si muoveva, era duro come uno stoccafisso.
Cominciai a piangere e decisi che non sarei andata a scuola. Dovevo controllare la situazione dei gatti, cercare di capire che cosa fosse successo.
Arrivò il pulmino e io ero lì con il gatto rigido che tenevo per la coda e piangevo.
La signorina mi disse di salire, ma io non volevo.
Dicevo, mi hanno ammazzato il gatto, non lo vede, mi hanno ammazzato il gatto.
Sul dopo i ricordi si fanno un po’ confusi.
Spuntò un sacco nero per l’immondizia e qualcuno mi disse che ci avrei dovuto mettere dentro il gatto.
Ma io volevo fare una buca in terra e metterci sopra una piccola croce per ricordarlo.
Non ricordo se scesero giù mamma e babbo a risolvere la situazione.
È probabile che furono proprio loro a farmi buttare via il gatto e a farmi andare a scuola.
Così tra le lacrime fui costretta a salire sul bussino giallo insieme agli altri bambini, mentre la signorina antipatica si lamentava che avevo fatto perdere tempo a tutti e ora eravamo in ritardo.
Non riuscivo a capire il perché, ma intuivo che i gatti ti fanno restare da sola e fanno anche arrabbiare le persone. Come la vicina che chissà se era stata lei, poi, a mettere il veleno.


Lascia un commento

Archiviato in diario, diario minimo, storie di gatti e altri animali

L’Accalappiacani

Non molto tempo dopo che ci eravamo trasferiti in campagna riuscii a convincere babbo a prendere un cane. Arrivò da un vicino, che ci regalò un cucciolo di pastore tedesco.

Lo chiamammo Iadi, come quello a cui babbo era tanto affezionato in gioventù, quello per la cui morte aveva sofferto così tanto da giurare che non avrebbe mai più tenuto un cane in vita sua.

E invece.

Un giorno andai alla pinetina di Scarna con un amico. Portammo anche Iadi. 

Era il periodo del chioschetto e con la bella stagione ci si trovava quasi tutti lì.

Si mangiava un panino, si beveva una birra, si facevano due chiacchiere, come quando si era in piazza. Quel giorno qualcuno giocava a pallone, ci unimmo anche noi.

Iadi si divertiva un sacco. Rincorreva la palla e si lanciava in grandi salti per afferrarla al volo con i denti.

A un certo punto si lanciarono in due verso la stessa palla, Iadi e un ragazzetto mai visto prima. Risultato, il tizio alzò la gamba per colpire il pallone e Iadi, che era sulla stessa traiettoria, si prese un bel calcio sui denti. Non sembrò curarsene più di tanto, per fortuna, e continuò a correre e a saltare come se niente fosse.

All’epoca in Valdelsa c’era un tizio che si occupava dei cani per il servizio veterinario pubblico.

Lo chiamavano tutti l’accalappiacani, ed era il terrore di chiunque avesse un cane.

Una figura quasi leggendaria.

Alto e ossuto, l’aria severa da perfetto tutore dell’ordine, trovava sempre qualcosa che non andava e minacciava multe o di portare il cane in canile, un luogo misterioso dove nessuno sapeva che cosa sarebbe potuto succedere davvero.

Molti dicevano che in certi periodi e in certi posti, tipo a San Gimignano quando era piena di turisti, sparasse siringhe di anestetico tra la gente non appena vedeva un cagnetto fuori regola.

Noi ce lo trovavamo spesso alla porta di casa, all’epoca non avevamo ancora il cancello, sempre pronto a contestare qualche infrazione canina.

Babbo si arrabbiava tantissimo. Io sinceramente non capivo nemmeno di che cosa parlasse. Negli anni Ottanta le cose andavano un po’ così come andavano e tanti settori non erano proprio regolamentati come oggi.

Forse ce l’aveva con il fatto che Iadi ogni tanto si allontanava e sconfinava fino a dove c’erano le prime case sulla statale.

Allora arrivava con la sua macchinetta con i contrassegni, veniva su tutto impettito fin sull’aia, suonava il campanello e a babbo, che appena lo vedeva gli cascava la mascella, diceva che quel cane era un problema e che se non si risolveva l’avrebbe portato in canile.

Che problema fosse non si è mai capito, visto che Iadi non aveva mai causato problemi né aggredito nessuno.

Probabilmente fu per colpa dell’accalappiacani che Iadi cominciò ad esser tenuto a catena. Babbo diceva che non c’erano altre soluzioni e che lo faceva per lui.

La catena era lunga e babbo aveva studiato uno stratagemma perché lo fosse ancor di più. Aveva tirato un lungo cavo di metallo da una parte all’altra della strada e ci aveva agganciato la catena di Iadi con un moschettone, come quando si fanno i lanci vincolati col paracadute.

Così Iadi, oltre che che in lungo, poteva spostarsi anche in largo.

Però era sempre una catena.

Qualche giorno dopo il pomeriggio in pineta babbo mi disse: “Hanno chiamato i carabinieri, dicono che c’è una denuncia contro di noi. Iadi ha morso un ragazzo”.

  • Ma quando?
  • Qualche giorno fa, a Scarna.
  • A Scarna Iadi era con me e non ha morso proprio nessuno.
  • Eppure questo dice che lo ha morso così forte da strappargli i pantaloni…

Mi venne in mente il ragazzetto che aveva dato un calcio in bocca a Iadi mentre cercava di colpire il pallone. Ma lì per lì non aveva detto niente e nessuno si era accorto che fosse successo qualcosa.

  • Fra l’altro sai chi era quel ragazzo? Il figliolo dell’Accalappiacani…

Ah ecco, allora era tutto chiaro.

Iniziò una trafila con alcuni incontri dal veterinario per determinare l’aggressività di Iadi. Sentivo pronunciare parole come pericoloso, soppressione. 

Eravamo veramente tutti in ansia per la sua sorte.

L’Accalappiacani era irremovibile. Reclamava giustizia, ripeteva la storia dei pantaloni strappati, peraltro nuovi, diceva, minacciava di far sopprimere il cane, di portarci in tribunale, di chiederci i danni.

Non ricordo di preciso come sia andata a finire. Mi pare che babbo alla fine gli dette un po’ di soldi per fargli ricomprare i pantaloni al figlio.

Però, che ingiustizia.

E che rabbia!

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo, storie di gatti e altri animali

It’s raining cats

Alla fine Rosellina ritornava sempre. Lo fece anche quella volta. 

Ormai era un impegno con me stessa, prima ancora che con lei. Ogni giorno scendevo al campetto a portarle da mangiare, a cambiare l’acqua, a ripulire un po’. 

Visto che non ne voleva sapere di stare su a casa con noi, le preparai una super cuccia per l’inverno mettendo una cesta con dei cuscini al piano basso di un carrellino. Poi foderai tutto con delle coperte e lo ricoprii con un telo impermeabile.

Spesso la trovavo dentro che poltriva e usciva a fatica per mangiare, anche se sembrava sempre affamata. Se faceva un po’ più caldo invece se ne stava distesa sul tettuccio della cuccia, dove appoggiai dei cuscini per farla stare più comoda.

Ogni tanto trovavo una pisciata di cane sul telo di plastica, per cui avvolsi il capanno con una rete di metallo plastificato che fissavo vicino all’apertura.

La prima volta che misi la rete Rosellina sembrava matta. Saltava avanti e indietro e mordeva tutto quello che trovava, convinta che la stessi rinchiudendo in una gabbia. 

Dovetti mostrarle alcune volte che poteva uscire, per farla calmare. Ma ce ne volle prima che si riprendesse.

Era una gattina libera e ancora selvatica, nonostante tutto.

Non potevo nemmeno accarezzarla a meno che non indossassi i guanti da lavoro perché graffiava e mordeva da far male.

Anche l’espressione, era sempre accigliata.

Ogni tanto mentre mangiava cominciava a rugliare. Poi si scagliava contro una parete del capanno. Se mi affacciavo fuori potevo vedere Ugolino che se la dava a gambe con la sua andatura un po’ sbilenca e il didietro pesante. 

Ugolino invece su a casa ci veniva. Si capiva da come i nostri gatti cominciavano a lamentarsi, emettendo lugubri suoni gutturali, gonfiando il pelo e a volte attaccando, anche. 

Probabilmente cercava qualcosa da mangiare o forse era solo curioso, a differenza di Rosellina alla quale invece di noi non gliene importava niente.

Noi lo chiamavamo GregoryPeck, perché la mia sorella diceva che era brutto e che gli assomigliava.

Dei nostri gatti Ercolino scendeva spesso al campetto. Ho il sospetto che fosse proprio lui a ripulire i piattini quando Rosellina non c’era. Però ho incontrato diverse volte anche Miciona. 

Miciona tra l’altro, ho scoperto in occasione dell’acquisto del campetto, è arrivata proprio da lì. Era la gattina della moglie dello straniero, che l’aveva presa da un’amica per la figlia. Arrivò da noi il 2 maggio 2015, nascondendosi nella legnaia per partorire. Era anche di una certa razza, forse siberiana o non so, ma il suo ex padrone non lo ricordava di preciso. 

Di sicuro, pur essendo impaurita da tutto e da tutti, non ha mai manifestato l’intenzione di tornare da dove era venuta.

Però ogni tanto un giro ce lo faceva.

In ogni caso ci è stato più chiaro da dove venissero tutti i gatti che negli anni si sono fermati a casa nostra. O almeno una parte, perché a quanto pare lo straniero non era l’unico nella zona a non farli sterilizzare.  

Intanto io continuavo a scendere una volta al giorno da Rosellina, con la pioggia e con il sole. Una volta il vicino gentile mi chiese se potevo dare io da mangiare a Ugolino per qualche giorno, visto che lui avrebbe fatto un breve viaggio.

Lo feci volentieri. Poi un’altra volta gli chiesi se poteva pensare lui per qualche giorno a Rosellina.

Gli lasciai bustine e croccantini ma quando tornai vidi che le aveva dato quelli che comprava lui, di livello un po’ più alto. Questa cosa mi preoccupò un po’ perché Rosellina, per quanto affamata, era anche di bocca scelta, per cui temevo che da allora in poi avrebbe rifiutato l’umido che le compravo io.

Invece per fortuna continuò a mangiare quello che le davo. Ogni tanto mentre scendevo lungo il viottolo la trovavo fuori, prima del cancello, che sembrava aspettarmi. Dopo aver miagolato il suo disappunto, si infilava lesta lesta sotto la rete senza curarsi del varco che nel frattempo avevo aperto per entrare nel campetto. 

Qualche mese fa Rosellina è scomparsa di nuovo.

Io ho continuato a portarle da mangiare ogni giorno, nel caso fosse tornata nella sua casetta in orari diversi o durante la notte. A volte però ho addirittura ritrovato i piattini pieni di roba, oltre che di formiche.

Ma non ho mai perso la speranza di rivederla arrivare dal bosco con la sua aria imbizzita pronta ad attaccare chiunque osasse anche solo fare il gesto di darle una carezza.

Un giorno che c’era il vicino di Ugolino, gli ho chiesto se per caso l’avesse vista.

Come no, mi ha detto. Si è trasferita qui da me. Ormai sta sempre con Ugolino, dormono insieme, mangiano insieme. 

Ma come? Non litigano?

No no. Tengono le distanze, si guardano, ma stanno in pace.

La notizia mi ha fatto piacere, ma allo stesso tempo ci sono rimasta anche male. 

Bella ingrata che sei, Rosellina cara.

Mi sono sentita tradita, abbandonata, seppur da un gatto manifestamente anaffettivo e opportunista. 

Ogni tanto, quando sono nel campetto, vedo Ugolino. Lo chiamo, ma lui scappa con la sua andatura sbilenca e il didietro pesante.

È grasso appallato, dice il suo padrone, che ammette di dargli da mangiare sempre molto più del necessario.

Forse è stato proprio questo che ha fatto capitolare quella rospa di Rosellina. 

Comunque quando l’ho rivisto, poco tempo fa, gliel’ho chiesto di nuovo al vicino.

C’è ancora Rosellina? Perché Ugolino lo vedo ogni tanto, ma lei non l’ho più vista.

Sta sempre dentro, mi ha detto. Lui va a giro ma lei non si muove.

O brava Rosellina, chi l’avrebbe mai detto che ti saresti trasformata in una gatta del focolare…

Sempre traditrice, però.     

(4 – fine)

Lascia un commento

Archiviato in storie di gatti e altri animali

Rosellina, la regina del campetto

Il cane Leo era finalmente sistemato. Aveva trovato rifugio in una struttura specializzata a Poggibonsi e, per la prima volta in cinque anni di vita, poteva correre libero in uno spazio tutto per lui, senza catena. Un ettaro di terreno recintato, con una bella cuccia in legno e le volontarie che lo vezzeggiavano, lo accarezzavano e si preoccupavano che stesse bene. 

Naturalmente il cane Leo non mordeva più e aveva cessato tutto all’improvviso di essere un cane pericoloso.

C’era comunque da sistemare la questione burocratica della proprietà, che risultava sempre a carico del cittadino straniero che lo aveva abbandonato. Su questo punto al rifugio erano un po’ nervosi. Però continuavo a ricevere brevi filmati del cane Leo che correva senza lacci, scondinzolava e, a suo modo, sorrideva, anche.

La questione burocratica si sarebbe sistemata qualche mese più tardi, con implicazioni anche spiacevoli per me, in quanto fui accusata dal proprietario di Leo di essere stata io ad insistere perché lui mi lasciasse il cane. Grazie alle moderne tecnologie però mi fu facile chiarire la questione e infine venni a sapere che il cane Leo non era solo libero di correre, ma lo era anche anagraficamente.

A quel punto però c’era da pensare ai gatti.

Ai tempi in cui il cane Leo faceva tremare il capanno ogni volta che andavo a portare loro da mangiare, avevo contato mamma gatta e tre gattini. Nel famoso pomeriggio dei dotti accanto al capezzale di Leo-Pinocchio, invece, i volontari ne avevano scoperto un quarto, il più timido, che se ne stava sempre nascosto in mezzo al ciarpame ammonticchiato nella casupola.

Il figlio dell’ex proprietario era venuto una volta a prendere degli attrezzi e mi aveva detto che con l’associazione dei gatti era cosa fatta. Mi fece il nome di una ragazza che conoscevo anch’io. La chiamai.

Lei mi disse, sbrigativa, guarda, se riesci a risolvere da sola ci fai un piacere, perché noi siamo piene fino al collo di gattini abbandonati.

E che ti pareva?

Comunque, i gattini andavano finiti di svezzare. Ogni giorno andavo giù e riempivo i piattini di umido e croccantini. Mangiavano come tribunali. Di bustine ne andavano via otto al giorno. I croccantini nemmeno si contavano. La gattina mamma, piccola e magrissima, probabilmente al suo primo calore con gravidanza annessa, era grigia, striata. I piccoletti erano anche loro striati, a parte uno a base bianca con un po’ di macchie qua e là.

Mangiavano tanto e crescevano, anche se continuavano a poppare.

Ogni tanto si affacciava un altro gatto grigio, un po’ più scuro, ma molto simile alla mamma anche come dimensioni. Si vedeva che aveva fame, ma non si lasciava avvicinare. 

Cominciai a mettere un piattino apposta per lui sotto a una catasta di legna.

Quel pezzo di terreno era pieno di schifezze. Il precedente proprietario ci teneva anche un sacco di colombi viaggiatori, oltre al cane Leo. C’era immondizia ovunque. Ad ogni passeggiata riempivo sacchi di vuoti di birra e di vino, scatolette di latta che avevano contenuto pomodori o cibo per gatti. C’erano pezzi di legno pieni di chiodi, gabbie vuote, pezzi di rete arrugginita. 

L’unica cosa bella, tra tutta quella immondizia, era un cespuglio di roselline che si arrampicava su un lato del capanno. Decisi che la gattina si sarebbe chiamata Rosellina.

Non appena i micini furono abbastanza grandi, misi un po’ di annunci per farli adottare. In poco tempo si fecero vivi ben due amici di Firenze, che ne presero tre. Rimaneva un quarto, che trovò casa a Poggibonsi.

Rosellina fu sterilizzata. Dopo l’operazione le feci passare la convalescenza in una specie di appartamentino ripostiglio su a casa mia dove resistette solo per un po’, prima di scappare per tornare giù nelle sue terre. 

A quel punto ero io che dovevo scendere nel campetto tutti i giorni per darle da mangiare, cambiarle l’acqua, controllare come stava, se aveva zecche o altro.

Ogni tanto Rosellina spariva, anche per diverse settimane di fila, però poi ritornava sempre.

Intanto i suoi figliolini erano belli e stavano bene. Continuavo a ricevere le loro foto mentre crescevano forti e sani.

Un giorno, preoccupata perché non vedevo Rosellina da un bel po’, anche se continuavo a mettere cibo nei piattini che trovavo regolarmente svuotati, chiesi al vicino gentile se avesse visto per caso un gatto grigio.

Come no?, disse, viene sempre qui a mangiare. Eccolo lì.

Guardai e vidi che non era Rosellina, ma l’altro gatto, quello simile a lei ma un po’ più grosso e di un grigio più scuro.

Ha cominciato a venire ogni tanto e ora è sempre qui, disse il vicino. Mi viene dietro mentre fo i lavori, mi fa compagnia. L’ho chiamato Ugolino. È quello che cercava lei?

No, la mia è una femmina, più piccola e più chiara.

Ogni tanto sparisce, ma poi ritorna. Ora però sono un po’ preoccupata perché manca da troppe settimane.

Speriamo bene.

(3 – continua)

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo, storie di gatti e altri animali

Il caso del cane Leo e la magia della Pec

L’impasse del cane Leo ebbe una svolta grazie all’invio di una Pec. La Pec, ho scoperto in questi anni, è una cosa magica. Quando non si vede una via d’uscita, all’improvviso apre nuove strade. È l’Apriti Sesamo della burocrazia. L’Halohomora dello scarica barile.

Se prima della Pec il caso del cane Leo era irrisolvibile, ci si doveva pensare, si doveva guardare e non si poteva fare, dopo la Pec tempo mezz’ora e fu tutta discesa.

Ero andata giù al campetto a portare da mangiare ai gattini, sempre pregando che il cane Leo non riuscisse a strappare la catena, quando vidi venire verso di me due vigili. 

  • L’ha scritta lei questa?

Era una stampa della mia Pec, spedita appena mezz’ora prima. 

I vigili buttarono un occhio in giro per capire se la situazione era come l’avevo descritta, quindi si allontanarono annunciando che sarebbe tornato chi di dovere.

Verso le quattro e mezzo del pomeriggio, ero lungo la strada di casa a tagliare dei rami secchi, quando sentii il rumore di un motore. 

In una manciata di secondi mi passarono sotto gli occhi l’automobile dei vigili, un’altra della Usl, l’ambulanza di Anpana. Viaggiavano tutti nella direzione del campetto del cane Leo. 

Li raggiunsi. 

In poco tempo l’area si era riempita di macchine. Vigili, veterinari, volontari.

Tutti lì per il povero cane Leo.

Intanto i cani dell’altro vicino, con tutta quella confusione, avevano cominciato ad abbaiare forsennatamente. 

A turno qualcuno mi chiedeva informazioni su come stessero le cose. E io ripetevo.

Il cane Leo, sempre legato alla sua catena, guardava quel mondo nuovo che gli girava intorno.

Sembrava la scena dei dotti intorno al capezzale di Pinocchio morente. Ognuno diceva la sua, facendo arrabbiare qualcun altro.

I veterinari e i vigili si avvicinarono al cane Leo per vedere come fare a portarlo via da lì.

Si potrebbe addormentare.

Sì, ma chi paga? E poi ci vorrebbe un veterinario, disse il capo dei veterinari.

E io, ma scusi lei non è un veterinario?

Sì, ma io mi occupo degli aspetti burocratici.

Si potrebbe prendere col laccio, disse qualcun altro.

I volontari si opposero. Dissero, noi un cane così grosso e aggressivo non ce lo portiamo in ambulanza sveglio fino a Poggibonsi. Si scherza?

E per sottolineare meglio il concetto salirono sul mezzo e partirono.

Qualcuno li rincorse per convincerli a restare.

Mentre tutti discutevano, continuava il viavai di persone.

Arrivò la vicina di corsa per avvisarmi che stava per arrivare l’ambulanza dei volontari.   

Arrivò uno dei proprietari di alcuni terreni con il nipote per controllare la pompa dell’acqua.

I cani dell’altro vicino, intanto, continuavano ad abbaiare, furiosi, aggiungendo caos a tutto quel marasma.

Il proprietario con il nipote cercò di zittirli con un comando secco, ma quelli niente.

A un certo punto arrivarono altri due vigili per il cambio turno con i colleghi.

Nel frattempo due ragazze con le gonnellone lunghe, armate di macchina fotografica e registratore, scattavano foto e parlavano con questo e quell’altro.

  • Scusate, voi chi siete?
  • Siamo due stagiste. Facciamo il tirocinio con Anpana per preparare una tesi sui soccorsi agli animali. 

Le stagiste. A quel punto non mancava proprio più nessuno. 

O forse sì.

Mancava un veterinario. Un veterinario operativo che potesse sedare il povero cane Leo.

Alla fine delle discussioni infatti sembrò che quella fosse l’unica strada percorribile per portare l’animale al rifugio senza rischi per lui e per le persone. 

Fu trovato un medico disponibile che però, primo, doveva finire il lavoro nel suo ambulatorio, secondo, non aveva la minima idea di dove fosse il campetto del cane Leo.

La volontaria dell’Anpana mi chiese se potevo andare ad aspettarlo all’inizio della strada per guidarlo fino a lì.

Intanto le ore passavano e si erano già fatte quasi le otto di sera. Il cane Leo, in tutto quel marasma, aveva deciso che la cosa migliore per lui fosse quella di starsene tranquillo nella sua cuccia in attesa degli eventi. Poco male se quel suo modo di fare contrastava nettamente con l’immagine di cane aggressivo e mordace.

Quando finalmente arrivò il veterinario, anche lui con un assistente, il cane Leo sembrava la bestia più buona del mondo. Se ne stava tranquillo nella cuccia, col testone fuori e le zampone a ciondoloni, e guardava tutti con l’aria di non capire perché fossero lì a far confusione.

A un certo punto qualcuno mi chiamò, chiedendomi di farmi vedere dal cane Leo.

  • Non so se è una buona idea. Quello si arrabbia quando mi vede. Mi ha anche morso.
  • Infatti, ci serve proprio per quello. Sennò se si aspetta lui, qui si fa notte.

Non feci in tempo ad affacciarmi che il cane Leo balzò fuori dalla cuccia volando agguerrito verso di me, a fauci spalancate. Il veterinario, prontissimo, sparò la siringa che lo colpì al collo. Il cane Leo si accasciò. 

Fu caricato su una barellina e portato nell’ambulanza, dove fu rinchiuso in una gabbia, pronto per partire alla volta di Poggibonsi.

(2 – continua) 

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo, storie di gatti e altri animali

La sera del capriolo morto

Qualche anno fa, in una calda sera di fine luglio, andai con la mia amica del liceo a vedere uno spettacolo sulla Francigena nell’Abbazia di San Galgano. Partimmo che era ancora giorno. Al curvone dei Cappuccini notai che dal ciglio spuntavano le zampe di un capriolo. Io guidavo, la mia amica parlava rivolta verso di me per cui non si era accorta di niente.

  • Presto, presto, chiama il 118 che c’è un capriolo investito.
  • Che c’entra il 118, è un animale…
  • Fidati, hanno l’obbligo di passarti il veterinario di turno.
  • Ma poi sei sicura? Io non l’ho mica visto.
  • Perché eri girata dall’altra parte, sbrigati che si fa tardi.

Solo pochi giorni prima, andando a Siena, avevo visto un capriolo morto sulla rotatoria per la Siena – Firenze all’uscita Nord di Colle Val d’Elsa.

Dopo aver sceso Paola e mamma davanti all’ospedale, mi misi a fare telefonate per avvisare qualcuno che facesse togliere la carcassa.

Il servizio per la fauna selvatica, che mi rispose subito, mi disse però che interveniva solo per gli animali feriti e mi consigliò di avvisare il Comune competente. 

Pensai che la parte dove era il capriolo era sicuramente su Poggibonsi.

Chiamai il Comune. Mi passarono un’impiegata dalla voce scocciata che, non appena le ebbi spiegato la faccenda, mi chiese:

  • Ma lei è proprio sicura che lì sia Poggibonsi? Perché potrebbe essere anche Colle. 

Dopo alcuni minuti, ritornò all’apparecchio e mi informò sconsolata che era proprio Poggibonsi. 

Disse anche che avrebbe mandato qualcuno. 

La sera di San Galgano non c’erano dubbi su quale fosse il Comune competente, ma alle otto di sera non avremmo trovato nessuno. Nemmeno i vigili.

Intanto la mia amica parlava col 118.

  • Oh, mi hanno detto che mi passano il servizio veterinario… Allora avevi ragione te.

Aspetta aspetta, però, il servizio veterinario non rispondeva, per cui le dissi di riagganciare e richiamare il Suem per chiedere che potevamo fare, vista l’ora. 

Non ne avevano idea.

  • Fai il 115, chiama i vigili del fuoco.
  • Ma come fai a sapere tutti questi numeri?
  • Eh, dopo anni di giro di nera…

I vigili del fuoco la ascoltarono e promisero che sarebbero intervenuti.

La mia amica però era ancora scettica.

  • Secondo me te lo sei sognato. Io non ho visto nulla. Sai che figura ora con tutte quelle telefonate…
  • Ma figurati se non c’era. Ho visto benissimo le quattro zampine all’aria che spuntavano dal fosso.
  • Mah, sarà…

Arrivammo a San Galgano, prendemmo posto nella chiesa e guardammo lo spettacolo, “Storie e amori sulla via Francigena, un musical in cammino”, di Nicola Costanti e Marco Brogi.

Marco lo avevamo salutato fuori dalla basilica. 

Scoprimmo anche che il Comune di Chiusdino organizzava un festival estivo di un certo livello, oltre all’opera sulla Francigena c’era già stato un concerto di Max Gazzè e altri appuntamenti interessanti erano in programma, ma noi non ne sapevamo niente.

Dell’evento di quella sera io stessa l’avevo saputo quasi per caso, vedendo un post di Marco su Facebook.

La serata fu molto bella. Bravissimi gli attori e cantanti, ben scritta la storia, fantastico il posto. Bella anche la sera d’estate.

Al ritorno, dopo un po’ di strada, il discorso tornò sui caprioli, anche perché io sono sempre terrorizzata quando guido per le strade in mezzo al verde, che spuntino animali e prego dentro di me che ciò non avvenga.

Quando passammo dal curvone dei Cappuccini, a Colle, il capriolo non c’era più.

“Certo che non c’è – commentò la mia amica – vedrai, non c’è mai stato, te lo sei solo immaginato”.

Qualche giorno dopo una conoscente commentò su Facebook un mio post su che cosa fare quando si trovano animali selvatici morti e feriti, dicendomi di guardare la bacheca di sua sorella.

Aprii la pagina e vidi la foto del povero capriolo a zampe all’aria al curvone dei Cappuccini. 

La sorella scriveva che si era trovata a passare di lì, aveva visto (e fotografato) il capriolo, dopo di ché era impazzita a chiamare carabinieri e non so chi altri per far togliere la carcassa. 

Tra l’altro diceva che si trattava di un esemplare di femmina e pure incinta. Alla fine concludeva che comunque, grazie al suo telefonare a destra e a manca, alla fine il povero animale era stato tolto. 

Oddio, stavo perdendo il primato di avvistatrice di caprioli morti per strada, ma a dire il vero in quel momento non mi sembrava la cosa più importante.

La cosa veramente importante era scaricare la foto e inviarla a quella miscredente della mia amica come prova definitiva che quella sera non avevo avuto le traveggole.

Ogni tanto, una piccola soddisfazione… 

(La foto del capriolo nel verde invece l’ho fatta io sotto casa e almeno quello è indiscutibilmente vivo)

Lascia un commento

Archiviato in adventure, amici miei, storie di gatti e altri animali

Gastone (2)

Appena Gastone si trasferì stabilmente da noi, si resero necessari due passaggi: toilette e veterinario. 

Dopo il bagno Gastone non sembrava più lui. Gli era esplosa una quantità di pelo lungo, brillante e ondulato del tutto inimmaginabile. Fino ad allora il pelo sembrava corto, mi spiegò Mariagrazia, la toelettatrice di Spugna, perché era compresso in una specie di fango solidificato da chissà quanto.

Il veterinario invece sentenziò che Gastone doveva avere sui tre anni e mezzo ed era anche abbastanza sano. Di sicuro non aveva avuto una vita facile. Lo testimoniavano tutte quelle cicatrici sul muso e su altre parti del corpo e le isolette di peli bianchi che spuntavano nel manto fulvo. La cosa più impressionante però erano le unghie, consumate quasi del tutto, come se, disse il veterinario, avesse dovuto scavare chissà per quanto per fuggire da chissà dove.

Al canile, mentre riempivo i fogli per l’adozione, scoprii che a Gastone non era stato dato un nome, nemmeno provvisorio. Quando raccontai che a casa Gastone saliva sul muretto e abbaiava con una voce rauca e bassa scoprii anche che nessuno lo aveva sentito mai abbaiare in tutti i mesi che era rimasto chiuso in quella gabbia.

Poi ci fu il cambiamento di mamma. Lei che fino ad allora si era opposta con tutte le sue forze all’ingresso di Gastone in famiglia, all’improvviso ne diventò la principale sostenitrice, convinta com’era di essere la sua preferita perché gli preparava la pappa. 

Io lo avvisavo: Gastone non ti fidare, è lei quella che ti ha rimandato al canile e che non ti voleva a casa. 

Ma lui, ingenuo e pieno di riconoscenza, ci cascava sempre. 

Al primo calore di Vanessa, mamma si trasferì nel mio appartamento con Gastone, perché restassero separati. Ma non fu affatto facile. Così al calore successivo decisero di portare Gastone da me a Belluno.

In quel periodo vivevo in una porzione di palazzo Miari Fulcis in pieno centro. Con mamma decidemmo che lei avrebbe dormito al Centro Diocesano mentre Gastone sarebbe rimasto in casa con me. La prima sera però io avevo il turno di chiusura al giornale e sarei tornata dal lavoro dopo mezzanotte. Mamma invece doveva andare via prima che il Centro chiudesse verso le dieci e mezzo, undici. Così Gastone rimase a casa solo per un’oretta. Mamma pensò che si sarebbe annoiato e lasciò luce e tv accese per lui. Quando aprii la porta sentii dei rumori strani, come dei gemiti. In salotto c’era Gastone accucciato sul suo cuscino davanti alla tv che trasmetteva i programmi pornografici notturni. 

Quando mamma tornò in Toscana dovetti gestire da sola le necessità di Gastone. Al mattino, appena sveglia, lo portavo a fare la prima passeggiata del giorno. Per l’intervallo del pranzo mi preparavo un panino che mangiavo su una panchina. La sera poi, appena rientravo, si partiva con un’altra giratina. 

Per certi versi poteva sembrare impegnativo, però era anche divertente, oltre che salutare. Tra l’altro a Belluno, pur abitando in pieno centro storico, bastava attraversare piazza Duomo e prendere le scale dietro al Comune, per arrivare in campagna in pochi minuti, verso Castion o lungo il Piave. 

In poco tempo Gastone era diventato una vera attrazione in città e quando passavamo per il centro raccoglieva un sacco di complimenti, che lui accettava abbassando il testone e facendoselo accarezzare.

Un giorno con un’amica andammo a Erto e Casso, sopra la diga del Vajont, a fare un giro. Portammo anche Gastone. Aveva nevicato da poco e il terreno in pendenza lungo i tornanti era tutto bianco. Prima di arrivare al paese ci fermammo. Fu allora che Gastone scoprì la neve.

Cominciò a saltare eccitato lungo i pendii innevati, arrampicandosi e lasciandosi scivolare come un bambino sullo slittino. Sembrava impazzito, con quelle capriole e le sdrusciate di schiena. Peccato non avere un filmino di tutta quella gioia.

Poi arrivò il momento di riportare Gastone in Toscana e per Vanessa di subire un intervento di sterilizzazione.

Io continuavo a vivere a Belluno e i cani li vedevo quando tornavo a casa. Allora facevamo lunghe passeggiate per i campi e le colline circostanti. Vanessa conduceva con lo sguardo dritto davanti a sé e Gastone le girava intorno come un perfetto innamorato, saltellando mentre le zampe posteriori andavano una in qua e una in là.

Ogni tanto uno dei due, più spesso Vanessa, prendeva un forasacco e bisognava correre dal veterinario. Vanessa prese anche la leishmaniosi, dalla quale guarì miracolosamente tenuta su a forza di fettine di prosciutto cotto.

Gastone invece sembrava avere meno problemi. Finché non iniziò a stare male e ad avere difficoltà a muoversi. Babbo per portarlo fuori all’aria aperta aveva preparato una specie di zatterina con le ruote. Gastone ci si accucciava sopra e loro lo tiravano. 

Nessuno mai capì di che cosa soffrisse Gastone. 

Un mattino, verso Pasqua, mamma si alzò e lo trovò ormai morto. 

Aveva fatto tutto in silenzio, senza disturbare. Sempre grato com’era per la nuova vita che gli avevamo regalato.

(2-fine) 

1 Commento

Archiviato in storie di gatti e altri animali

Gastone

Con Gastone funzionava così. Dopo che la mia amica mi aveva avvisato che al canile avevano questo setter irlandese bellissimo, ero andata a vederlo e mi ero subito innamorata.

Gastone stava in un recinto insieme ad altri cani. Era tutto rincantucciato in un catino di plastica azzurra da bucato e sembrava non accorgersi di niente. 

Era lì da tre mesi, da quando era stato catturato insieme ad altri due cani, mentre vagava nei boschi di Radicondoli.

Chiesi se potevo prendermene cura facendogli fare qualche giro intorno al canile.

Di portarlo a casa non se ne parlava. 

Mamma era stata chiara. C’era già Vanessa, che bastava e avanzava.

Mi fu dato il permesso. Così cominciai ad andare ogni tanto al canile.

Il volontario di turno entrava nella gabbia, metteva il guinzaglio al collo di Gastone e lo portava fuori. Io lo prendevo, uscivo dal canile e passeggiavo con lui nei campi. 

Lui camminava guardando dritto davanti a sé, chiuso in un mondo tutto suo. Non reagiva a niente, nemmeno alle carezze. 

La volta dopo mi portai dietro qualche biscotto. Gastone lo mangiò e continuò a guardare dritto davanti a sé. 

Una volta invece Gastone si girò quando lo chiamai per dargli il biscotto e mi guardò negli occhi. 

Fu un’emozione fortissima. Era un inizio.

Gastone cambiò subito il modo di camminare, si fece più sciolto e rilassato. Poco a poco cominciò anche a scodinzolare. 

Decisi che era arrivato il momento di portarlo a casa, anche solo dalla mattina alla sera.

Al canile furono d’accordo.

Lo feci salire sul posto del passeggero della spider rossa, raccomandandomi che stesse ben raggomitolato e senza alzare la testa. Andò bene.

Quando arrivammo a casa mamma disse che non voleva un altro cane e che avrei dovuto riportarlo subito al canile.

Gli preparai la pappa. Gastone mangiò tutto, poi cominciò a saltellare e a strusciare la testa sulla mia pancia.

  • È un segno di ringraziamento, disse mamma.

Scoppiai a piangere.

La sera lo riportai al canile. 

Questa storia andò avanti per un po’. Appena potevo andavo a prendere Gastone, lo facevo salire in macchina e lo portavo a casa per un giorno. 

Vanessa, l’altro setter irlandese che all’epoca aveva cinque anni, non sembrava affatto contenta di avere un amico. Temeva di perdere i suoi privilegi. Quando uscivamo non cedeva mai il passo a Gastone, col risultato che sbatacchiavano entrambi su un lato diverso della porta. Gastone correva per la gioia di uscire, Vanessa per non farsi superare. 

Gastone adorava Vanessa e quando lei si stendeva sul divano con posa aristocratica, lui si stendeva ai suoi piedi e la guardava di sotto in su, con lo sguardo implorante.

Babbo ormai aveva cambiato idea sul fatto di tenere un cane a casa. Appena tornati in campagna era contrario. Ma poi c’era stato Iadi, il pastore tedesco, dopo era arrivato Taro, il siberian husky, e ora Vanessa. Per lui avere anche Gastone non cambiava niente. Anzi.

Mamma invece continuava ad opporsi.

Quell’anno le vacanze di Pasqua, tra ponti e weekend, si allungarono fino al Primo Maggio. Gastone le passò tutte a casa con noi, senza mai tornare al canile.

Ormai, pensavo, è fatta. 

Invece mamma tornò alla carica e disse che lo dovevo riportare, prima che si abituasse e diventasse tutto troppo difficile.

Quando riconsegnai Gastone al canile, lo misero in una gabbia di decompressione, da solo, per farlo riabituare alla prigionia.

Lui rimase in piedi, un po’ traballante sulle zampe larghe, con lo sguardo fisso davanti a sé.

Io ero disperata. Tra le lacrime gli dicevo di stare tranquillo, che sarei tornata a prenderlo.

Lui aveva la bocca socchiusa con un filo di bava che scendeva giù.

Una volta a casa telefonai al canile per sentire come stava.

Era sempre come prima.

Babbo continuò a telefonare per tutto il giorno. Gastone, ci dicevano, era lì, in piedi nella gabbia, come pietrificato, con il filo di bava.

Il giorno dopo mi alzai presto e uscii. Non ci fu bisogno di dire a nessuno dove andavo e a fare che. 

(1 – continua)

Lascia un commento

Archiviato in storie di gatti e altri animali

I conigli di Taro

Alla fine dell’inverno del 1991 a casa nostra arrivò Taro, un siberian husky bianco rosso dagli occhi color dell’ambra. Arrivò perché nessuno lo voleva e perché io me ne ero innamorata a prima vista. In quel periodo i siberian erano cani di gran moda e in molti li compravano, oltre che per sfoggiarli per strada, anche per partecipare a mostre e competizioni canine. 

Taro aveva due difetti, la coda gli era cresciuta un po’ pendente da un lato e un testicolo non gli era sceso al posto giusto. Così fu scartato da chi lo aveva comprato. Attraverso giri che non sto a raccontare arrivò a Vallecapocchi, dove io lo portai, convinta di non poter vivere senza di lui, mentre mamma non voleva assolutamente tenerlo. Con il voto di babbo la bilancia virò decisamente verso l’adozione di Taro. 

Visto che il cane aveva una folta pelliccia e cercava il fresco, babbo gli costruì un recinto accanto al fienile dove lui scavava buche sempre più profonde. Una volta fece venire alla luce addirittura una conchiglia fossile di madreperla. 

Taro aveva anche tanto bisogno di correre ma allo stesso tempo, a causa del suo spirito indipendente e dei geni ereditati in linea diretta dal lupo, non poteva essere lasciato libero.

Mi consigliarono quindi di comprare un apparecchio di metallo fatto apposta per collegare il cane alla bicicletta senza sbilanciamenti reciproci. Cominciammo quindi a fare lunghe passeggiate, io e Taro, con la mia mountain bike.

Verso la metà di giugno avevo l’orale dell’esame da giornalista professionista. Quando non lavoravo in redazione, studiavo. Poi per svuotare la mente andavo in passeggiata con Taro. Un giorno eravamo per la strada delle Lellere, dove non c’era ancora nulla se non terre incolte. Mi fermai per qualche ragione e sganciai la pettorina di Taro dall’apparecchio che lo legava alla bici. Prima che potessi chiudere il moschettone del guinzaglio Taro era sparito. Lo chiamai urlando sempre più forte, feci dei giri in bici alla disperata, ma niente. Si era dissolto nella vegetazione selvaggia dove io, con i miei pantaloncini e le scarpette da ginnastica, non potevo nemmeno sognarmi di entrare.

Tornai a casa distrutta, ero sicura che non avrei più rivisto Taro. E tutto per un attimo di distrazione.

Feci denuncia di smarrimento dai vigili, la sera con babbo girammo in macchina dietro alle Lellere fino a tardi sperando di vederlo, ma niente. 

Anche mamma era molto preoccupata, ma più per me che per Taro. Temeva infatti che in preda all’angoscia avrei mandato all’aria l’esame da giornalista. 

La mattina dopo babbo rispose al telefono. Poi mi disse: l’hanno trovato.

È vivo? Fu il mio unico pensiero.

Lui sì, disse babbo.

Scoprimmo che Taro aveva fatto poca strada. Dalle Lellere era risalito fino al Paradiso dove era stato attratto dalle gabbie dei conigli di una famiglia di contadini. Con il suo musetto era riuscito ad aprirle una ad una e ad uccidere tutti i conigli, con un morso sul collo, ma senza mangiarli.

Poi si era steso a riposare sull’aia dove l’aveva trovato il padrone di casa di prima mattina. 

Babbo pensava già a fare i conti di quanto avremmo dovuto rimborsare per ogni coniglio. Per fortuna avevamo l’assicurazione. 

Io non vedevo l’ora di riabbracciare il mio Taro.

Babbo andò a prenderlo con la macchina. Quando tornò ci disse che quei contadini avevano voluto sapere di preciso chi fosse e, una volta capito di chi era figlio, gli avevano fatto una grande festa. Nonno Corrado era stato il capo dell’anagrafe comunale in un tempo in cui la maggior parte delle persone era analfabeta. Per lui era normale aiutare chi gli si rivolgeva per scrivere una lettera o leggere un documento. 

Per queste persone, invece, avere un punto di riferimento onesto e disinteressato significava tantissimo, anche per essere sicure di non venire raggirate. 

Anche il contadino di Taro era tra questi e per lui la perdita dei conigli non era niente in confronto a quello che aveva ricevuto tanti anni prima.   

Babbo insistette ma loro dicevano che non volevano niente. Fu invitato ad entrare in casa a bere vino e mangiare salame e alla fine tornò a casa con il fuggitivo. 

Noi decidemmo comunque di fare un regalo a quella famiglia, una bottiglia di liquore, in segno di gratitudine e riconoscenza, ma fu veramente difficile fargliela accettare.

Oggi ripenso a quelle persone e rimpiango tutto un mondo che abbiamo perso.

Non so se la fortuna di averlo conosciuto basta a consolarmi. 

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo, storie di gatti e altri animali

Il capriolo

Una sera di tanti anni fa, con due amiche, andai a cena a Radicondoli, da un’altra amica che allora aveva un ristorante.

Andammo con la mia macchina, che all’epoca era la Fiat 500 rossa che mi aveva regalato babbo, quella con i coprisedili a disegni colorati stile Keith Haring. Già all’andata era buio e, sia per la strada piena di curve e costeggiata dal bosco, sia per il traffico scarso, tenevo gli abbaglianti. Per fortuna.

A un tratto fu come se esplodesse un flash. Sulla destra i fari illuminarono una massa chiara che sembrava volare verso di noi. Sterzai tutto a sinistra e frenai. 

Urlammo tutte.

Sentii un piccolo colpo, come il rimbalzo di un pallone, sempre sulla destra.  

Era un capriolo. 

Dopo essere rimbalzato sulla portiera della macchina, cadde a terra, agitando le zampette sottili. Ma si rialzò subito e fuggì nel bosco da dove era venuto.

Noi ci ritrovammo da sole, in mezzo a una strada deserta, nel buio, a chiederci che cosa fare. Per fortuna già esistevano i telefoni cellulari. Chiamai la mia amica e le dissi che cosa era successo. Disse che avrebbe avvisato la forestale che sicuramente avrebbe fatto un sopralluogo per controllare se l’animale fosse ferito. Intanto potevamo rimetterci in marcia.

  • Io veramente volevo cercare il capriolo. Pensavo di caricarlo dietro, così potevamo vedere subito se gli era successo qualcosa.
  • Ma sei pazza? Disse la mia amica.

Controllammo la macchina. C’era solo una piccola infossatura sullo sportello. Quasi non si vedeva. Ripartimmo, un po’ scosse. 

Ancora non mi ero trasferita nel capoluogo montano di una provincia montana, per cui le mie conoscenze in fatto di fauna selvatica al tempo erano condizionate dai ricordi dei dolci animaletti parlanti, gufi, aquile e cerbiatti, dei cartoni Disney. 

Cominciai forse in quell’occasione a capire, per quanto oscuramente, che non era affatto così e che il nostro mondo civilizzato, compresi boschi e campagne, era separato nettamente da quello selvatico e che l’unico modo per aiutare questa fauna era di cercare di averci a che fare direttamente il meno possibile. Figurarsi pensare di caricare un capriolo vivo in auto.

  • Bevete qualcosa? Disse la mia amica quando arrivammo al ristorante.
  • Io qualcosa di forte.

Non mi era mai successo prima. Qualcosa di forte, un cognac (non bevo superalcolici), mi serviva come scossa per ammortizzare l’altra scossa ben più forte dell’investimento del capriolo. 

Non è successo mai più.

Comunque funzionò.

Continuai a preoccuparmi per la sorte del capriolo. Nei giorni successivi, mi disse la mia amica, i forestali avevano girato il bosco vicino a dove c’era stato il piccolo incidente e non avevano trovato niente.

Sicuramente, dissero, l’animale stava bene e si era allontanato per tornare alla sua vita selvatica.

Ringrazai la natura o chi per lei che aveva creato animali tanto graziosi e allo stesso tempo tanto resistenti.

Qualche giorno fa è capitato di riparlare con la mia amica proprio di questo fatto. 

  • Sicuramente è morto qualche giorno dopo – ha detto del capriolo -. Ho saputo che quando prendono una botta non si ripigliano più.

Un’altra piccola illusione crollata.

Lascia un commento

Archiviato in diario minimo, storie di gatti e altri animali