La notte del fuoco

Una notte babbo e mamma furono svegliati da un clacson suonato a lungo sotto la loro camera. Abitavamo ancora in Campolungo e la stanza affacciava proprio sulla strada.

Aprirono gli occhi e videro la terrazza in fiamme. 

Bambine, sveglia, c’è il fuoco, il fuoco…

Mamma ci svegliò urlando.

Io e Paola non avevamo sentito niente. La nostra camera era dall’altra parte, verso i campi. 

Intanto il fuoco aveva fatto scoppiare i vetri e bruciato le tende. 

Uno schianto e cadde anche il travertino. 

Sulla terrazza c’era il serbatoio del kerosene, un bidone di ferro appoggiato su un rialzo. Il bidone era coperto, ma il livello di sicurezza era piuttosto scarso. D’altra parte, chi poteva immaginare che sulla terrazza di una camera da letto, in una tranquilla palazzina di tre piani, si scatenasse un incendio?

Corremmo sul pianerottolo con i nostri pigiamini. 

Babbo era in mutande. Mamma urlava, si agitava e ci spingeva.

Ma trovò il tempo di dirgli. 

Asvero, mettiti qualcosa per piacere.

Inascoltata.

In poco tempo gli altri inquilini uscirono dai loro appartamenti, chi in pigiama, chi in camicia da notte. 

Io dissi, bisogna chiamare i pompieri, e rientrai in casa. Il telefono era proprio nell’ingresso, su un mobiletto a sinistra. Mamma urlava, esci di casa Simona, vieni via.

I pompieri non riuscivano a capire dove fosse Campolungo. 

Babbo, sempre in mutande, intanto aveva organizzato una catena di portatori d’acqua. I vicini riempivano pentole e secchi e li depositavano all’ingresso di casa nostra. Babbo li prendeva e faceva avanti e indietro con la camera.

Alla fine l’incendio fu spento.

Dopo, arrivarono anche i pompieri, che avevano sbagliato strada.

I vicini poterono tornare a dormire e mamma e babbo si arrangiarono fra lo studio e il salotto.

Il giorno dopo saltammo tutti la scuola (mamma e babbo insegnavano). C’era da riprendersi dalla nottata e da fare la conta dei danni.

Il bilancio non fu poi così tragico. A parte la porta finestra della terrazza, completamente andata, come la cornice in travertino. I mobili della stanza e il letto si erano salvati. C’era soltanto da togliere la spessa patina nera lasciata dal fumo. 

Il serbatoio di kerosene non era stato toccato dalle fiamme e questo bastò per gridare al miracolo. 

Dopo scoprimmo che i vestiti negli armadi erano pieni di fuliggine e puzzavano di bruciato. 

Io mi portai dietro per diversi giorni dei puntini neri che non se ne volevano andare dalla faccia. A scuola, io ero in terza media Paola in prima, alcuni prof dissero che l’incendio non era una scusa valida per rimanere a casa.

Come era andata, lo sapevamo bene.

Mamma aveva dimenticato la termocoperta accesa dopo il riposino pomeridiano. Un cuscino che ci era rimasto appoggiato aveva soffocato il calore, provocando surriscaldamento e odore di bruciato. Coperta e cuscino finirono sulla terrazza, visto che fuori faceva un bel freddino. Purtroppo tirava anche vento e fu probabilmente a causa delle raffiche che da quella specie di incendio latente si svilupparono le fiamme, facendo bruciare la coperta e scoppiare l’allarme.

Alla fine, nonostante tutto, andò abbastanza bene e anche questo episodio entrò a far parte delle leggende di famiglia.

Credo che da allora però i vicini abbiano cominciato a pregare seriamente perché ci trasferissimo al più presto.

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