Che la borsa valeva 1200 euro me lo disse dopo, al momento del rinfaccio. Prima l’avevo presa come un semplice regalo, forse un po’ esagerato, fuori tempo. Una cosa di cui non c’era bisogno. La casa gliela avevo offerta per altri motivi.
Lei però, la Tipa della Conchiglia Sbriciolata, voleva manifestare la propria gratitudine. E sentirsi importante. Di questo me ne accorsi quando, dopo aver scaricato tutti i suoi valigioni dal furgone, averli sistemati nel soppalco sopra al bagno, aver messo altri scatoloni nel garage, quando era ormai buio pesto ed eravamo stanche, ognuna della propria giornata, lei disse: e il mio regalo, non lo apri?
Entrai nella casetta con lei, che si sedette sul divano. Scartai il pacco e venne fuori questa borsa, di un grande marchio, ma della linea più economica. Manifestai tutto quello che si aspettava, stupore, gioia, soddisfazione, gratitudine. Ma non le bastava. Voleva di più.
Ti piace davvero? Le dissi che avevo molti amici che lavoravano con le grandi firme e mi sembrò di sentirla che tratteneva il fiato, finché non dissi che non mi avevano mai regalato niente. Sembrò sollevata. La sua borsa, almeno, non aveva rivali.
La sera del concerto con le amiche avrei voluto indossarla, nel caso ci fosse stata anche lei, ma poi non venne e il cambio borsa è sempre un evento impegnativo.
Poi, ora posso dirlo, non era il mio genere.
Alla signora dell’agenzia gliene ho regalata una ancora più bella, disse un giorno. Quella vale 1600 euro.
Sul momento sentii una punta di invidia. Ma di che parlava?
La “mia” borsa, on line, la davano scontata a 70 euro.
Mi aveva raccontato che ai tempi d’oro, su al nord, c’era un fidanzato che lavorava per questo marchio e le faceva un sacco di regali. Lei però amava esibire distacco dai beni del mondo, per cui tutta questa roba era costretta a portarsela dietro ma non la usava, se non per fare regali.
A me erano già stati consegnati due contenitori portadolci in plastica, ma quando se ne sarebbe andata, le sarebbe piaciuto lasciare le batterie da cucina a me e la mega tv smart alla mia mamma. Tutte cose inutili per la vita ascetica che aveva scelto di fare, diceva, tra consulenze da personal coach (aiuto!), un massaggio e una lezione di yoga.
Venne a prendere la sua roba il penultimo giorno del mese. Non comunicò l’orario, ma arrivò come già all’andata, all’ora di cena, dopo qualche messaggio in cui annuncia che si stava organizzando, che ci avrebbe fatto sapere. Che lei aveva le sue cose da fare, non era una perdigiorno.
E noi dovevamo stare sulle spine.
Precisò che, dal momento che aveva usufruito della casetta solo dieci giorni, cioè il tempo in cui ci aveva materialmente dormito, non avrebbe pagato niente più oltre a quei due piccoli acconti che ci aveva già dato. Che ovviamente non coprivano nemmeno il consumo di elettricità. E così aveva trovato il modo di tenere bloccato un appartamento e un garage senza sganciare una lira. Chiese indietro i regali e disse tante cattiverie, ma talmente tante, grosse e inutili, che sarebbe meglio dimenticare tutto.
Ripeté che l’agenzia aveva tentato di truffarla e che aveva provato ad approfittarsi di lei, che era una persona sola che girava con quello che aveva. E lo stesso avevamo fatto noi, che pensavamo di approfittarci economicamente di questa povera crista dandole una casa “al nero”, così come facevamo con i turisti, avendo trovato noi il modo di spennarli.
Tutte queste amenità sono contenute in alcuni video che ho girato con il telefono in modo esplicito mentre lei portava via la sua roba con calma esasperante e pronunciando le sue massime sul mondo.
Nei suoi venti giorni di assenza avevo avuto modo di preoccuparmi molto e di dormire poco, con il pensiero che, essendo lei in possesso del telecomando per il cancello, avesse potuto organizzare qualche dispetto nelle ore notturne, arrivando all’improvviso o chissà che.
L’instabilità mentale che avevo percepito, insieme all’attaccamento morboso a soldi e oggetti, mi agitavano un po’ perché non era prevedibile quali azioni avrebbe potuto mettere in atto.
Tra l’altro dopo il famoso scambio in chat, vistasi scoperta, aveva tirato fuori un’aggressività e una cattiveria che la rendevano ancor più una mina vagante.
Quando arrivò, la prima cosa che le chiesi fu di restituirmi chiavi e telecomando. Lei si rifiutò. La rincorsi in casa intimandole di darmele. Lei mi attirò davanti alla telecamerina dicendo, o prendile. Aveva quei capelli lunghi che chiedevano soltanto di essere tirati, come aveva fatto proprio in quei giorni un politico con una giornalista. Presi la sua roba e iniziai a gettarla in mezzo alla strada, valigie e sacchetti, purché se ne andasse prima possibile.
La situazione era strana. Era arrivata a piedi perché, diceva, il tipo col furgone non riusciva a fare la salita. Presi la macchina e vidi che era così. Lo aiutai e ce la fece a salire.
Tutta la faccenda si svolse con la Tipa che urlava accuse irripetibili con una voce da bambina dispettosa e io che la prendevo in giro. Mamma dalla finestra interveniva a correggere le sue bugie. Il ragazzo del furgone ripeteva: spero solo di finire presto e tornare a casa.
La Tipa perse un po’ della sua boria quando fu costretta a rovistare dentro un vaso di aspidistra in cerca di una copia di chiavi che aveva nascosto prima di partire.
Ma quando fu il momento di lasciare la casa, appoggiata a quell’orribile fornelletto a gas, al posto del piano cottura più adeguato a una come lei, posando uno sguardo sprezzante tutto intorno, disse: In tutta la mia vita non sono mai stata costretta a vivere in un posto così.
E se ne uscì a testa alta, con il naso all’insù, indossando uno dei suoi ridicoli cappellini, accompagnata dai miei applausi.
E anche questa, come aveva previsto mamma, era finita.
(Fine)


