Il motoscafo

Il giorno che doveva arrivare il motoscafo eravamo tutti in spiaggia ad aspettare. Io, con mamma e Paola, e zia con il mio cugino. Babbo e zio si erano fatti accompagnare in macchina a Follonica per arrivare a Punta Ala via mare.

Alle elementari e alle medie le vacanze estive le passavamo in campeggio in una roulotte che avevamo a mezzo con zio. A luglio partivamo noi, prendevamo posto nella piazzola, montavamo la veranda e il cucinino, e rimanevamo tutto il mese. Ad agosto arrivava zio, con la zia e il mio cugino, e ci davamo il cambio.

Quell’anno fu deciso di comprare un motoscafo. 

Era una grossa novità. Babbo e zio presero la patente nautica in un qualche lago del Settentrione. 

Babbo diventò amico di Amedeo Duca d’Aosta che frequentava il corso insieme a lui e che gli disse, Asvero, chiamami per qualsiasi cosa dovessi avere bisogno. 

La barca era una specie di grossa vasca da bagno in vetroresina, piatta, bianca dentro e gialla fuori, con due panche in legno in orizzontale e un paio di sci d’acqua in dotazione con cui mi sarei divertita negli anni a venire.

Il giorno che doveva arrivare il motoscafo cominciò come una bella giornata di sole, ma il tempo virò ben presto con il cielo che si faceva sempre più grigio e le onde del mare che si alzavano spinte dal vento.

Noi, seduti in spiaggia, aspettavamo fiduciosi di vedere comparire la barca all’orizzonte.

Il tempo passava però e non si vedeva niente. Cominciava anche a fare freddino. Mamma e zia dissero che forse sarebbe stato meglio prenderlo un altro giorno, il motoscafo. Ma restavamo lì ad aspettare e nessuno si muoveva.    

Aspettavamo. Aspettavamo la barca, qualsiasi cosa. Una telefonata, una notizia. 

Perché piangi, mamma?

Perché mi è entrata la sabbia negli occhi. 

A un tratto era diventato tutto grigio, il cielo, il mare e dentro di me.

Stavamo lì, in spiaggia, a guardare il mare, e aspettavamo.

Non ricordo se fu mamma o zia, ma qualcuno andò in direzione per fare una telefonata al venditore del motoscafo. Disse che erano partiti da un bel po’.

Ma noi non li vedevamo arrivare, mentre il mare si trasformava in un ammasso di onde scure e cadde anche qualche goccia di pioggia.

Eravamo sospesi, incapaci di muoverci o fare alcunché se non aspettare.

Aspettare e sperare.

D’un tratto, nel mare plumbeo si stagliò una macchiolina gialla.

Erano loro o volevamo solo che lo fossero?

La macchiolina, in effetti, si avvicinava a riva nella nostra direzione.

Almeno quando riuscivamo a vederla, dietro alla muraglia delle onde che si alzavano dense. 

Sono loro, gridò mamma, seguita subito da zia.

Ma eravamo sicuri? Non riuscivamo quasi a crederci.

A noi bambini bastò un attimo per cancellare la nebbia dal cuore.

Erano loro. Arrivati alla boa scesero dalla barca e con l’acqua alla coscia la tirarono fino a riva con una cima. Erano completamente fradici.

Babbo cominciò il racconto, buttandola sul ridere. Erano partiti da Follonica con il sole ed erano sicuri che ce l’avrebbero fatta prima che peggiorasse. Ma non era stato così. Il mare aveva cominciato a muoversi sempre di più, il vento soffiava contro, ed era difficile procedere in direzione lineare.

Babbo disse che la tentazione per chiunque sarebbe stata quella di seguire le onde. Invece no, le onde andavano affrontate e spezzate di prua. Anche questa era una lezione appresa al corso con il Duca d’Aosta.

Qualcuno arrivò perfino dalla direzione del campeggio ad accoglierli, insieme al bagnino, tutti preoccupati.

Qualcuno disse, mare forza sei. Eh, in certi punti anche di più, disse qualcun altro.  

Non avevo mai sentito quell’espressione, prima di allora, ma nei giorni successivi divenne familiare, insieme a parole come cima e mezzo marinaio.

La barca fu issata a riva e spinta nella rimessa accanto al barrino. Babbo e zio andarono a cambiarsi. Non era rimasto niente di asciutto, nemmeno un fazzoletto. 

Babbo indossava un costume da bagno nero con un taschino interno dove teneva i soldi.

Quando tornammo alla roulotte, al filo dei panni c’erano stesi anche dei fogli da mille lire, la carta di identità e la patente nautica, fissati con le mollette da bucato.  

Rimasi incantata a guardarli, come si fa con i titoli di coda di un film che ci ha fatto stare con il fiato sospeso.

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