Mamma e le avventure nella neve

Quando mamma iniziò a insegnare, verso la fine degli anni ‘50, le toccarono incarichi in varie zone della provincia, mai troppo vicini a casa. A Palazzetto, a scuola non avevano nemmeno il telefono. Le comunicazioni dal plesso centrale di Chiusdino arrivavano al bar del paese. Da lì qualcuno correva alla scuola ad avvisare la maestra, che lasciava i bambini da soli e andava a rispondere. Le circolari del direttore venivano consegnate in macchina dal segretario. Mamma aspettava lungo la strada e quando passava prendeva il foglio al volo, come nel Far West all’attesa della diligenza.

All’epoca le auto non erano come oggi. Non c’erano nemmeno le cinture di sicurezza, figurarsi le gomme da neve e altre facilitazioni, tipo servosterzo o servofreno.

Una volta, mentre faceva un periodo di supplenza in una scuola di campagna dalle parti di San Gimignano, nevicò. 

Mamma lasciò la macchina a Pietrafitta e si avviò a piedi lungo la strada che portava alla salita sterrata fino alla scuolina.  

Peccato che quando arrivò, la trovò chiusa, senza che nessuno la avesse avvertita di niente. Fece presente la cosa alla direttrice che richiamò la bidella per non aver aperto l’edificio.

Questa si arrabbiò tantissimo e se la rifece con mamma. Che le disse, ma scusi, lei doveva essere in servizio. Le era stato forse comunicato da qualcuno di non aprire la scuola?

In ogni caso, evidentemente da quelle parti funzionava così. Perché quel giorno, con la neve, a scuola c’era soltanto lei e nemmeno uno dei ragazzi.

Quando entrò di ruolo le toccò il posto a Rapolano. Mamma andava con la sua macchina e portava un’altra insegnante di Poggibonsi. Un giorno nevicò. A quell’epoca era già sposata con babbo ed eravamo nate noi. Al momento di partire l’automobile aveva un qualche problema, forse non aveva le catene, così gliela prestò una vicina.

Fecero tutta la strada senza incontrare anima viva, nemmeno sulla Siena-Bettolle. 

Arrivate alla meta mamma frenò e la macchina andò in testacoda, ma non successe niente di grave. Però la scuola era chiusa. 

Chiamarono la custode perché aprisse la porta. A quel punto arrivarono anche le altre maestre, che erano tutte del posto. I ragazzi invece c’erano già. Da allora a mamma e all’altra insegnante di Poggibonsi furono riservati gli sguardi in cagnesco delle colleghe.

C’era un altro motivo per cui le colleghe ce l’avevano con mamma. 

Essendoci la possibilità di richiedere il doposcuola, lei lo fece e il direttore le disse di sì.

Era un’occasione per i ragazzi, visto che in zona non c’era nulla. Però lo faceva solo la classe di mamma perché le altre maestre preferivano arrabbiarsi con lei per la novità, anziché provare a cambiare qualcosa anche loro. 

Ce l’avevano anche con la maestra che faceva il doposcuola, un’insegnante molto brava.

Mamma la mise in guardia. Mi raccomando, controllali bene i ragazzi, che non succeda nulla, perché lo sai come sono qui. Sono conformisti e tutto quello che è nuovo non gli va bene. Bisogna andare in conformità a quello che hanno sempre fatto. 

Quando tornammo a stare in campagna mamma si appassionò ai lavori in mezzo alla natura. Non stava mai ferma, nemmeno con la neve. Una volta scivolò e sbattè forte a terra. Non si ruppe niente, ma aveva talmente tanti dolori che dovette appoggiarsi alle stampelle per un bel po’, con babbo che le faceva da chaperon e la portava a fare la spesa e tutto il resto.

La volta di Rapolano era una delle ultime in giro per la provincia. Da lì a poco mamma avrebbe scambiato la sede di lavoro con babbo, più vicina, per occuparsi di me e mia sorella. Il giorno che nevicò, quando finalmente tornò a casa, vide babbo sulla terrazza che mi teneva stretta in braccio e guardava all’orizzonte, come le mogli dei pescatori sulla scogliera davanti al mare in tempesta. Sembrava un povero vedovo abbandonato nel grande oceano delle difficoltà. Con figli a carico.

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