Gli alberi e babbo

Da una parte del giardino di casa, volendo, si può scavalcare un cancelletto e prendere un viottolino che scende giù ai campi. Il sentiero va diretto all’ultimo pezzo di campo che abbiamo comprato, evitandoci di fare il giro lungo dal cancello. L’anno scorso, quando ancora non avevamo il nuovo campetto, ero scesa giù e avevo raccolto diversi rifiuti dalla piaggia. Vecchie bottiglie, pezzi di plastica, il sopra di una caffettiera di ceramica che ho trasformato in vasetto per fiori. Avevo notato anche che c’erano dei grossi tronchi di albero, tagliati e lasciati lì. 

Con mamma avevamo anche riso di quelli che ogni tanto vengono a darci una mano con la legna, tagliano gli alberi e poi magari li lasciano perché fa fatica portarli su. 

Poi con l’arrivo dell’estate, un giorno che c’era uno degli aiutanti, avevo proposto di andare giù insieme a recuperare questi ceppi. Ma a quel punto l’erba era cresciuta, il sentiero era impraticabile e ci stava anche di incontrare qualche vipera. 

Qualche settimana dopo lo abbiamo pulito, io con la falce, mamma con la zappa, un aiutante con il decespugliatore, e ora ci si passa che è una meraviglia. Ma i tronchi son rimasti giù.

L’altro giorno mi è tornata in mente quella faccenda della legna, dopo che mamma mi aveva detto che aveva già consumato tutta quella che avevo accatastato fuori dalla cucina.

Sono scesa nel pendio e ho cominciato a liberare i tronchi dalla vegetazione, soprattutto rovi, che li aveva avvolti. All’inizio ho usato le mie forbici da potatura, poi mi sono decisa ad andare giù, nel campetto dove vive Rosellina, a prendere la falce fienaia. 

Man mano che pulivo, spuntavano sempre più pezzi di legno. Rami piccoli, medi, tronchi grossi, già tagliati, da tagliare.

A un certo punto ho trovato un pezzo di corda, una cima bella resistente. Ho immaginato che fosse legata a uno dei tronchi con cui qualcuno aveva cercato di tirarlo su. Ho seguito il filo, continuando a tagliare rovi ed erbacce, e alla fine ho trovato il capo. La corda era legata intorno a un tronco di medie dimensioni, con i rami attaccati. Doveva essere un cipresso, c’erano ancora le coccole.

All’improvviso ho capito.

Quello era un lavoro di babbo. L’ultimo. E non è rimasto incompiuto per negligenza.

Successe un 7 novembre di tanti anni fa. Tredici anni fa. 

Babbo stava bene, faceva tutti i suoi lavori intorno casa, di cui, dopo una vita da maestro e negoziante, andava orgoglioso. Motosega, tagliaerba, zappa, accetta. Era instancabile, nonostante l’età.

Quel giorno era andato anche in Piano con il motorino a prendere il pane, come al solito. Poi, dopo pranzo, seduto sulla sua poltrona, l’urlo. 

Io non c’ero. Vivevo sempre a Belluno. 

Fu portato in ospedale con l’ambulanza. Dice mamma che al momento di salire aveva ancora la forza di scherzare con l’infermiera.

Poi ci fu l’intervento, la rianimazione, l’ospedale di comunità. Fino a quando, quasi un mese dopo, il 6 dicembre, mamma mi telefonò al lavoro. Ricordo la sua voce rotta e la botta al cuore.

Tiro la fune ma è ancora bloccata in mezzo ai rovi. Continuo a tagliare e a sfilare rametti cercando di mantenere l’equilibrio sul pendìo scivoloso. C’è un altro capo dello stesso tipo di corda. Porta a un albero ancora in piedi. È legata al tronco a doppia mandata. Riesco a sciogliere la prima. La seconda è ormai incistata nel tronco e coperta di borraccina. 

Sono sempre più convinta, babbo. Questo è proprio un lavoro tuo.

Chissà come ti avrà innervosito non averlo potuto finire. Magari avresti anche voluto dircelo, se ci fossi riuscito. Avremmo potuto farlo fare a qualcuno.

E invece son passati tredici anni e la tua legna è rimasta laggiù sul pendio a prendere l’acqua e ad asciugarsi al sole. 

Sai babbo, forse ora lo sai anche te, ma io credo che il bosco ti faccia pensare strane cose. Mentre seguo la corda che mi porta fino a te, al novembre di tredici anni fa, al primo dolore assoluto e insanabile della mia vita, io immagino che qui non ci sono capitata per caso.

Sì, lo so che non serve fare questi discorsi, che tanto noi che stiamo quaggiù non lo sapremo mai come funziona davvero. È solo che certe cose le pensi più perché ti fa bene pensarle. E poi non fai mica del male a nessuno.

Comunque, l’importante è che ora ho capito come fare. I tronchi li butto giù e poi li recupero con la macchina. Per quelli tagliati a metà si vedrà di farsi aiutare 

Te stai tranquillo, il tuo lavoro lo finisco io.

È una promessa.  

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