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Il mio primo Capodanno a Roma

Una volta invece per l’ultimo dell’anno si andò a Roma da zio Fonso e zia Lucia. Babbo prenotò lo stesso motel dove si erano fermati per qualche giorno con mamma durante il viaggio di nozze. Io ero piccoletta, facevo le elementari e non avevo mai sentito dire motel. Allora imparai che era un albergo, un hotel, dove però arrivavi direttamente con la macchina. Ma la cosa più nuova e che non riuscivo proprio a spiegarmi è che babbo ci disse che avevano una pantera, o forse un giaguaro, un leopardo non so, chiuso in una gabbia.

Chissà se c’è ancora, disse babbo.

Quando arrivammo a casa di zio Fonso a me parve grandissima. C’era un salotto enorme, pieno di poltrone, divani, cuscini e tappeti. Era calda e accogliente, come lo erano loro.

Zia insisteva che almeno io e Paola restassimo a dormire da loro. Ma quello era il nostro primo vero viaggio e figuriamoci se rinunciavamo ad andare in motel.

Però ogni giorno eravamo lì, a casa, a pranzo o a cena, o andavamo in giro accompagnati da zio, che ci teneva sempre a mostrare quant’era bella Roma.

Zia disse che prima di ripartire dovevamo passare per piazza Navona dove c’erano le bancarelle della Befana. Mi pare che lì ci venne anche lei.

Altri giri li facemmo da soli, come quello in San Pietro, dove babbo mi spiegò la storia del Mosè di Michelangelo, del perché non parli con la martellata sul ginocchio, e del piede tutto liscio da quanti baci gli dava la gente che passava. Gliene volevo dare uno anche io ma mi fermarono in tempo.

Una sera che eravamo a casa, dopo cena, zio aprì una scatola di polistirolo che gli avevano mandato dalla Sicilia. Era piena di dolci di Natale. Il marzapane della frutta Martorana, gli ossi di morto. Cose mai viste né assaggiate prima. E così imparammo che c’era tanto altro oltre ai nostri ricciarelli e panforti, ai pandori e ai panettoni.

Una volta, tornando a casa in macchina sotto la pioggia, in una rotatoria che girava intorno a dei pini trovammo una enorme pozzanghera. Zio non se ne accorse in tempo e la prese in pieno.

La macchina si fermò lì, in mezzo alla strada. Allora succedeva spesso, quando l’acqua entrava nel motore.

Non ricordo come ne uscimmo. Sicuramente zio andò a cercare aiuto in un locale, per telefonare ai soccorsi. Io ricordo solo tutta quell’acqua che veniva giù, l’isola con i pini, dove probabilmente ci riparammo, la strada larghissima con la pozzanghera che pareva un lago e la Lancia Fulvia (o Flavia?) di zio ferma nel mezzo.

Qualsiasi cosa a Roma era immensa. I Fori Imperiali, gli Archi, le chiese… tutto. Tornai a Colle con un senso di magnificenza nel cuore che dovevo manifestare in qualche modo.

Avevo un piccolo quaderno che qualcuno mi aveva regalato in non so quale occasione. Le pagine erano completamente bianche, senza righe né quadretti, la copertina rigida, era foderata di una specie di gomma porosa con una fantasia astratta: sfondo bianco e pennellate rosse e nere in qua e in là.

Mi parve l’occasione giusta per inaugurarlo e cominciai a scrivere poesie su tutto quello che avevo visto a Roma. I gatti del Colosseo, i tetti delle case che si stendevano davanti agli occhi all’infinito, la maestosità di San Pietro.

La maestra a scuola, ne fu entusiasta e mi fece leggere qualcosa ai compagni di classe. Ma non credo di aver ricevuto tanti apprezzamenti da loro.

La cosa che più mi dispiace è che quel quadernino sia andato perduto, buttato via durante un trasloco o in qualche operazione di pulizia casalinga. Sarei proprio curiosa, oggi, di vedere come se l’era cavata quella bambina…

A un certo punto la vacanza finì e tornammo a casa. La pantera del motel non c’era più, in compenso però quando disfacemmo le valigie babbo si accorse di averci dimenticato il pigiama.

Zio Fonso, appena lo seppe, si offrì di andare a recuperarlo. Poi lo mise in una busta e ce lo spedì.

Quando il pacco arrivò, capii che l’esperienza romana era finita per davvero.

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La volta che sono stata intervistata io…

Qualche tempo fa sono stata contattata, su Linkedin (cosa piuttosto particolare), da un docente colligiano che mi chiedeva notizie di Giulia Sarno, alias di Giuliana Rosso, la mia cara amica Signora Giuliana. Il docente, Enzo Linari, mi confidava la sua intenzione di aprire un blog dedicato al romanzo giallo e, avendo trovato in rete un mio articolo sulla scrittrice di Gialli per Ragazzi Mondadori, la Signora Giuliana appunto, voleva qualche aggiornamento su di lei.

In particolare aveva scritto due post sulla sua attività e voleva verificarne la correttezza. Li ho inviati direttamente a lei (che all’epoca soggiornava in un albergo di montagna del Bellunese, dopo aver subito un’operazione di protesi all’anca alla veneranda età di 94 anni) grazie alla collaborazione della gentile receptionist a cui ho inviato i testi via email e che ha stampato per la signora, che ci ha risparmiato una procedura più complicata via posta ordinaria.

Dopo questo scambio, il blogger mi ha chiesto un’intervista perché raccontassi come avevo riscoperto la Signora Giuliana che all’epoca, nel 2012, viveva tranquillamente a Belluno dove nessuno conosceva la sua passata attività di giallista per ragazzi.

Ecco che, dopo una vita di interviste fatte ad altri, mi sono ritrovata a mia volta intervistata. E devo ammettere che non è stato proprio sgradevole…

(di seguito il blog “Tutto tranne che” di Enzo Linari con la mia intervista e tanti altri post dedicati a scrittori di gialli).

Intervista a Simona Pacini

Posted on August 24, 2024 by enzolinari

Simona Pacini è la giornalista colligiana che mi ha aggiornato sulla situazione attuale della scrittrice Giulia Sarno, che lei stessa aveva riportato all’attenzione dei lettori con un articolo del 2012 pubblicato su “Il Gazzettino”. Ai ringraziamenti per la preziosa collaborazione si aggiungono ora quelli per aver accettato di farsi intervistare su questo blog.

Anzitutto volevo chiederti cosa facevi nel 2012 a Belluno e in quali circostanze hai conosciuto la giallista Giulia Sarno. Come l’hai “scoperta”?

“È stata una serie di fortunate coincidenze. La signora Giuliana Rosso (questo è il suo vero nome) ha un appartamento nel condominio in cui ho vissuto anche io a Belluno, dove mi ero trasferita per lavorare nella redazione locale di un quotidiano regionale. La conobbi un giorno in ascensore e ci mettemmo a parlare. Lei sentì che ero toscana e mi raccontò di aver vissuto a Siena. Fui molto contenta di averla conosciuta. La socievolezza non era proprio di casa in quel condominio. Poi accadde che durante un giorno di riposo dal lavoro, era un 14 febbraio, San Valentino, feci dei dolcetti a forma di cuore e per non mangiarli tutti io decisi di regalarli ad alcuni vicini. Così, quando fu il suo turno, mi invitò ad entrare e ci mettemmo a parlare. Fu così che scoprii che tanti anni prima era stata una scrittrice importante nella narrativa gialla per ragazzi”.

Conoscevi già i suoi racconti?

“No, anche se da ragazzina ero una lettrice di Gialli Mondadori per ragazzi, e la mia eroina era Nancy Drew. Ammetto però di avere conosciuto soltanto quelli tradotti da autori stranieri. Ma non so dire il perché”.

Come è andata poi con lei?

“Essendo giornalista, avevo intravisto una storia bellissima da raccontare. Per i lettori del giornale era una notizia interessante il fatto che a Belluno viveva, praticamente in incognito, una autrice dei Gialli Mondadori. Lei però era un po’ titubante. Alla mia richiesta di farle un’intervista rispose che non voleva mettersi troppo in mostra con le sue amiche del posto e che avrebbe accettato solo per aiutarmi professionalmente. Belluno è un capoluogo di provincia grande come Poggibonsi, per numero di abitanti. È un posto molto chiuso e il pettegolezzo è obbligatorio. La signora Giuliana, come la chiamiamo io e i miei amici, aveva già sperimentato la cattiveria delle persone a lei più vicine, che mettevano in dubbio il suo passato di scrittrice per non darle soddisfazione. Per cui temeva che addirittura un’intervista sul più importante quotidiano cittadino l’avrebbe riportata in modo sgradevole sotto i riflettori”.

La Sarno ha parlato con te delle storie gialle, sue o di altri?

“In quel periodo tenevo dei piccoli corsi di scrittura creativa nel tinello di casa per pochi amici. Ogni tanto invitavo alcuni scrittori del posto, più scrittrici a dire il vero, per farli conoscere ai miei allievi. La signora Giuliana, così la chiamiamo in quel gruppetto, è diventata ben presto l’ospite d’onore. Ogni conversazione a cui si è prestata è sempre stata fonte di grande interesse. Sia che parlasse della struttura narrativa in tre atti di Aristotele, sia che approfondisse le differenze tra il giallo e il noir. È una donna di grande cultura, in grado di parlare di tantissimi argomenti da un punto di vista originale. Riguardo alle sue storie ogni tanto usciva un aneddoto simpatico. Una volta ci raccontò di quando era in vacanza al mare con i nipoti e fu chiamata al telefono da Mondadori perché volevano sapere il titolo della storia che stava ancora scrivendo. In quel momento arrivò la nipotina, che si scoprì il collo e le disse: ‘Guarda, il segno della medusa!’. Lei non perse tempo, riferì all’editore proprio quel titolo. Poi però dovette cambiare un po’ la storia, che mi pare si svolgesse in Sardegna, per poterlo giustificare”.

Ho visto che ti sei interessata alla storia ambientata a Belluno…


“L’Uomo Pietrificato, sì. È ispirato alla figura di Girolamo Segato, naturalista ed egittologo bellunese che aveva scoperto il segreto della mummificazione e che è sepolto tra i grandi nella chiesa di Santa Croce a Firenze. Un interesse dovuto a un motivo essenzialmente giornalistico, dal momento che lavoravo in una redazione locale e ogni cosa che si scriveva doveva sempre avere legami con il territorio bellunese”.

Tu sei stata a lungo una cronista di nera. Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Oddio, a parte una certa consuetudine nel parlare con chi si occupa di soccorso e con le forze dell’ordine, c’è un aspetto che probabilmente non è molto positivo. Non solo sei sempre a contatto con dolore e sofferenza o sei costretto a scrivere notizie che i diretti interessati non vorrebbero mai vedere pubblicate (soprattutto per quanto riguarda i casi giudiziari), ma c’è anche altro. Quando analizzi le cause di un incidente, anche il più assurdo, ti rendi conto di come spesso basti veramente poco a provocare una tragedia. Un attimo di distrazione, un gesto superficiale. Per tanti anni, specialmente mentre guidavo, ho rivissuto nella mia mente centinaia di dinamiche di cui avevo scritto o che avevo ricostruito nei miei articoli. Per fortuna ora questo non mi accade più…”.

Che cosa pensi dei molti Autori, talvolta anche con relativi personaggi, nati nell’ambito della cronaca nera?

“Mi piacciono molto i podcast di Carlo Lucarelli, in cui ricostruisce storie gialle raccontandole in modo sublime. Tempo fa mi ero appassionata alle storie del Commissario Soneri di Valerio Varesi, giornalista di Parma. C’è questo filone, che funziona sempre, delle indagini accompagnate dalla passione del cibo. Più che dai cronisti di nera, sembrano ispirate dai romanzi di Vàzquez Montalbàn con il suo Pepe Carvalho, e dal commissario Montalbano di Andrea Camilleri. Anche Varesi, ambientando le sue storie a Parma, ci fa venire spesso l’acquolina in bocca. Anzi, non so se qualcuno lo ha già fatto. Sarebbe interessante una lettura trasversale dei gialli attraverso il cibo preferito dai protagonisti”.

Quali sono oggi le tue preferenze nell’ambito molto vasto della letteratura di genere “giallo noir”, ampliando il panorama anche alla fiction televisiva o cinematografica?


“Negli ultimi anni ho spostato i miei interessi più verso i classici e la narrativa, scostandomi un po’ dai romanzi di genere. Con questo non voglio assolutamente dire che non ce ne siano di qualità, sia chiaro. Ma è diverso l’orizzonte della storia, diciamo. In tv trovo molto divertente la serie dedicata a Imma Tataranni e quella di Lolita Lobosco. Tra l’altro quest’ultima l’avevo scoperta tantissimi anni fa, quando per caso acquistai il libro La circonferenza delle arance, di Gabriella Genisi. Molto leggero. Però fu utile una volta che finii sotto i ferri e la mia mamma se lo lesse tutto nelle lunghe ore di attesa in ospedale. Poi ci sono gli irrinunciabili, sia in volume che in tv: Antonio Manzini con Rocco Schiavone e Maurizio De Giovanni con il commissario Ricciardi e l’ispettore Lojacono. L’ultima scoperta è quella della serie con ‘protagonista’ l’ex Cancelliera Angela Merkel. Molto divertente”.

Hai in mente in particolare qualche storia di genere ambientata in Toscana, dato che proprio questo è il tema a cui è dedicato al blog?

“Allora, di primo acchito non posso non nominare Marco Vichi e il suo commissario Bordelli. Una delle storie che più ha lasciato il segno, mi pare che il titolo sia Morte a Firenze, si svolge proprio nei giorni dell’alluvione del ‘66. Poi Rosa Elettrica di Giampaolo Simi, che non so se definire proprio di genere, comunque è molto bello, che in parte si svolge all’Eremo di Camaldoli. Il primo nella mia classifica personale però è Enigma in luogo di mare di Fruttero&Lucentini. Ora ho anche scoperto dove è ambientato, nella pineta di Roccamare a Castiglion della Pescaia, buen retiro di Italo Calvino. Per anni ho pensato che la Gualdana di cui parlano fosse invece a Punta Ala, dove c’è il centro Il Gualdo”.

Infine ti chiederei qualcosa sulle passioni di cui sono al corrente: la cucina, se ben vedo, dove magari ricorri al giallo dello zafferano o degusti la gialla paglierina Vernaccia, e la ricerca storico-memorialistica…

“La cucina è una mia passione fin dalle scuole medie, quando scoprii la magia di mescolare insieme degli ingredienti e ottenere una cosa del tutto diversa, in quel caso un dolce alla frutta. Ho avuto poi un periodo di grande passione per le spezie e la cucina indiana, ma ora che sono tornata in famiglia non posso più sbizzarrirmi perché le ricette asiatiche non vengono apprezzate. Più che sul giallo zafferano, punterei su quello della curcuma e al posto della Vernaccia scelgo il Timorasso, un vino piemontese giallo paglierino, meraviglioso, riscoperto da Walter Massa, produttore visionario e personaggio molto particolare. Per quanto riguarda la ricerca storico-memorialistica credo che ti riferisca a due libri che ho scritto, raccogliendo testimonianze su alcuni eventi familiari. La Guerra di Pietro, che ricostruisce la storia di una parte della famiglia Nencini di Castiglioni, è stato ispirato dal ritrovamento di alcune lettere di uno zio della mia mamma morto nel ‘43 a causa di una malattia mai diagnosticata. Un altro volumetto, a diffusione privata, Il Riscatto di Nonziatina, lo scrissi su richiesta della mia amica Nina Baldi, che voleva lasciare la bellissima storia della sua famiglia in eredità ai suoi discendenti. Purtroppo in quel caso, nonostante le ricerche all’Archivio di Stato a Siena, all’Anagrafe comunale di Colle e all’Archivio Diocesano, non ho trovato un solo documento che parlasse di quelle persone. La ‘trama’ e i protagonisti erano però talmente avvincenti che alla fine è venuto fuori un libretto, a detta di chi l’ha letto, molto piacevole”.

Perdona un’ultima curiosità: cosa pensi del filone dei “gialli storici”?

“Per quanto riguarda i personaggi e i casi della storia preferisco affrontarli in versione romanzata, dove c’è almeno il tentativo di delineare caratteri e passioni, dando loro una parvenza di vita che mi è difficile trovare nei resoconti storici. Ammetto che questa visione potrebbe anche essere un mio limite, purtroppo a scuola non ho avuto incontri memorabili con la materia. In fatto di gialli storici citerei invece un libro molto interessante, scritto dall’ex coordinatore del Ris di Parma Luciano Garofalo con l’antropologo Giorgio Gruppioni e lo storico Silvano Vinceti. Il titolo è Delitti e misteri del passato. Sei casi da Ris e analizza casi come l’agguato a Giulio Cesare o l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, ma anche le morti misteriose di Pico della Mirandola, Giacomo Leopardi e Angelo Poliziano, alla luce dei passi fatti dalla scienza e dalla tecnologia”.

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Venezia e la cena dei cartocci

In un’estate delle scuole medie, quando eravamo tornati dal mare e potevo finalmente passare i pomeriggi a giocare con gli amici di Campolungo, babbo e mamma se ne vennero fuori con la novità che avremmo trascorso qualche giorno a Venezia. 

  • Io non vengo, dissi. 

Babbo cercò di convincermi elencandomi le cose belle che avremmo visto a Venezia, ma io continuavo a dire che a me di vedere Venezia non me ne importava proprio nulla e volevo continuare a giocare con i miei amici. 

Si partì una mattina con la roulotte, alla volta di Mestre, dove sembrava ci fosse un campeggio. 

Lo trovammo e rimanemmo subito delusi. Primo, era attaccato all’autostrada e sai la notte, disse babbo, come avremmo dormito con il rumore di tutte quelle macchine, secondo, aveva pochi alberi, dei pioppetti ancora giovani, stenterelli, che non facevano ombra nemmeno a una formica.

Prendemmo una piazzola e ci sistemammo.

  • Tanto staremo tutto il giorno fuori, disse babbo, che ci importa di com’è il campeggio.

Semmai c’era il discorso della notte, così vicini all’autostrada e con tutte quelle macchine che passavano. 

La prima notte dormii benissimo. 

Di macchine, a dire il vero, non ne passavano tante, ma a me quel rumore, scoprii, mi cullava.

Dal finestrino, prima di addormentarmi, vedevo le luci giallo triste che lampioni altissimi proiettavano sul cavalcavia e in quel deserto di pioppi stentati, autostrade e lampioni io mi sentivo a casa. 

La sera tornavamo stanchi morti e con i piedi doloranti per le camminate e non vedevo l’ora di rifugiarmi nel mio deserto metropolitano di periferia, protetta dalle luci giallo triste e cullata dal rumore dei motori.

La mattina prendevamo il bus per piazzale Roma. 

In San Marco comprammo il granturco e babbo ci fece le foto mentre venivamo assalite da stormi di piccioni affamati. 

Una volta prendemmo un taxi, cioè un motoscafo, per andare chissà dove, forse a Murano a vedere la lavorazione del vetro.

Visitammo la basilica, il teatro della Fenice, e chissà quante altre cose che ho dimenticato per poi recuperarle negli anni della maturità, quando Venezia era diventato un posto vicino. 

Scoprimmo la pizza surgelata servita in ristoranti da turisti, un tondino di pasta con un po’ di pomodoro e briciole di mozzarella o qualcosa di simile che costava una sassata. 

Una sera successe un fatto strano. Prima di andare a cena in qualche ristorante, per poi tornare al camping col bus, babbo cominciò a rovistare nelle tasche dei pantaloni con aria preoccupata. Poi prese a confabulare con mamma, che cominciò anche lei a cercare qualcosa nella borsa.

  • Bambine, disse mamma, babbo ha dimenticato il portafogli in roulotte e siamo senza soldi. Io non li ho presi pensando che tanto li aveva lui.

Cerca cerca però intanto babbo qualche spicciolo l’aveva trovato. Ci riducemmo così a comprare qualcosa al volo in un negozio di alimentari. Un sacchetto di gioppini, un cartoccio di affettati. Per bere c’era una fontanina.

Ci sistemammo su una sporgenza in pietra sulla fiancata di una chiesa e mangiammo così, come veniva.

Babbo diceva, ora la gente ci prenderà per dei morti di fame.

E io non lo so se è la memoria che attorciglia e poi scioglie i ricordi. Ma mi pare di sentire ancora il sapore di quei gioppini e della fetta di prosciutto cotto in cui li avvolgevamo. 

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Gli anni ruggenti della tv privata

Alla fine del 1976 anche Colle ebbe la sua tv privata. Si chiamava Rts, Radio Tele Siena, e fu la prima di tutta la provincia. Due anni prima ad Arezzo era nata Teletruria, la prima in assoluto, e trasmetteva via cavo. Dopo un anno, quando la legge lo permise, passò all’etere.

Rts fu aperta in un fondo di Igino Bartoli in piazza Spartaco Lavagnini. Il capofila dell’operazione era Piero Barbagli, che si occupava dei trasmettitori, e che con Franco Masoni, anche lui in Rts, un anno dopo avrebbe aperto Canale 3 a Siena.

In ogni caso, in quel 1976, fu la tv di Colle a trasmettere la prima edizione di 96 Ore di Palio.

Due per esser precisi, quella di luglio e quella di agosto.

Le attrezzature furono installate a Palazzo Sansedoni con il placet del Monte dei Paschi e due telecamere in bianco e nero ripresero i quattro giorni della festa dalle trifore su piazza del Campo. 

Io all’epoca avevo tredici anni e ho vaghi ricordi delle persone che giravano intorno alla tv. 

Babbo ideava le trasmissioni e organizzava il palinsesto insieme al Bartoli e zio Romano, col negozio Radiopacini, pensava alla parte tecnica.

Mi ricordo di Renzo Fanetti, con la sua telecamera, ma più per averci lavorato dopo, quando si andava a giro a riprendere i pranzi dei cinquantenni all’Astronave e io facevo il commento vocale, che per Rts. 

Mi ricordo anche di Iginio Bartoli, che in quegli anni era il presidente della Colligiana e da cui, un po’ di tempo dopo, avremmo comprato la casa. Ma lui è impossibile dimenticarlo, mi pare ancora di vederlo passare per piazza col cappotto lungo foderato di pelliccia, in tutta la sua imponenza.

Però mi sono informata e a forza di chiedere ho raccolto altri nomi. Tra quelli di Siena c’era Paolo Tozzi che raccoglieva la pubblicità.  

Il maestro Ilio Guerranti leggeva il tg, alternandosi con le ragazze più belle di Colle, Monica Sottili, Paola Buzzichelli, Patrizia Righi, che conducevano anche le trasmissioni di intrattenimento. 

C’erano delle aste, in cui venivano venduti oggetti ricevuti in regalo dai commercianti di Colle e il cui ricavato andava all’Unione Sportiva Colligiana. 

C’erano dei giochi, degli indovinelli e una volta vinsi anch’io. Telefonai e detti la risposta giusta. Il premio era un vaso di terracotta smaltata con un bel fiore arancione dipinto sopra.

Credo ci s’abbia ancora, da qualche parte.

Programmi, trasmissioni, qualunque cosa venisse fatta in tv in quegli anni era frutto di artigianato puro. Non c’era una scuola, se non quella della Rai, che stava però su tutto un altro piano.   

La mi’ cugina, che alle elementari c’aveva la maestra Guerranti, moglie di Ilio, ci andò in gita con lei e la maestra Pizzirani. I bambini fecero un giro nella sede di Rts, furono intervistati e poi la sera si rividero in televisione. 

Mi ricordo di quelle stanze bianche piene di aggeggi e fili elettrici e con qualche scrivania qua e là. 

Quando ero al liceo poi, babbo mi fece fare un provino insieme a un altro ragazzo. Mi pare che andai meglio io. Lui, che pareva più sciolto, davanti alle telecamere rimase bloccato. L’idea era quella di fare un programma musicale, passando i dischi su richiesta o meno. Una specie di Deejay TV ma parecchi anni prima. 

Purtroppo il progetto non andò mai in porto.

Mamma invece ricorda che in quel periodo portò i ragazzi in gita nella sede del Monte dei Paschi e quando si seppe che era la moglie di Asvero Pacini di Rts la trattarono con tutti gli onori.

Noi all’epoca si stava all’inizio di Campolungo, la tv era a poche centinaia di metri da casa, andando verso Gracciano.

Le macchine si posteggiavano in strada e spesso nemmeno si chiudevano.

A un certo punto babbo cominciò a trovare cose strane nell’automobile la mattina quando partiva per andare a scuola. Una volta gliela riempirono tutta di shampoo verde. 

Lui si arrabbiava e gli usciva qualche maledizione a denti stretti. 

Diceva che tanto lo sapeva che glielo facevano per colpa di Rts, ma non ne so il motivo. 

Se ci fossero delle invidie, dei litigi, o che altro.

All’epoca ero piccola e ingenua e non capivo nemmeno la ragione per cui uno si mettesse a far dispetti, o più o meno velate minacce, per una televisione.

In ogni caso Rts andò avanti qualche tempo ancora, dopo l’uscita dei senesi che avevano fondato Canale 3. Poi, come tutte le cose belle, finì. 

O forse è meglio dire, come tutte le più belle cose.

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I miei Capodanni lontani

Quando ero piccola per l’ultimo dell’anno avevamo sempre degli ospiti. All’epoca abitavamo ancora in Campolungo, nella casa al secondo piano di una palazzina di tre con un corridoio e tante terrazze. 

Gli invitati erano amici di babbo e mamma, per lo più legati al mondo della scuola, ma non solo. L’avvocato Oreste Mattone Vezzi con la moglie Franca appartenevano alla schiera degli amici di gioventù di babbo. Con loro non ho ricordi particolari se non per il fatto che li guardavo con una certa soggezione di bambina, ammirandoli, specialmente la signora, che sfoggiava sempre mise di gran classe. 

La signorina Iser era la maestra di Paola e a lei si devono alcuni dei regali più belli che abbiamo mai ricevuto, dalla bambola Bettina, al pupazzo Giannino, alla Collina dei Conigli, uno dei libri che ho prestato non ricordo a chi, ma che ho ricomprato tanto mi aveva fatto stare con il fiato sospeso. 

La sera della cena l’aria si faceva frizzante e piena di aspettative. Ogni volta che suonava il campanello e babbo andava ad aprire era una festa. Per me era come essere al cinema. Gli ospiti entravano in casa portando con sè l’aria fredda di fuori mista al loro profumo.

Non c’erano altri bambini e i patti erano che mangiavamo e poi a letto. Ma io non volevo mai andare perché avevo paura di perdermi discorsi, risate e brindisi.

I figli li avevano solo i Mattone Vezzi e non li portavano. 

C’era la Direttrice, Anna Betti, con i suoi cappelli di velluto chiusi da uno spillone con la perla. C’era Robusto Solari, che più tardi diventò lui il Direttore. C’erano Mario Cappelli e Gioli, anche lui insegnante e più tardi Direttore dello stesso circolo didattico di Colle.

Il salotto della casa di Campolungo era arredato con i mobili in teak che andavano di moda negli anni Sessanta. C’era il tavolo che si allungava aprendolo a metà e facendo emergere una giunta dal centro. Le sedie erano foderate di una stoffa nera ruvida con delle piccole escrescenze bianche, così come il divano e le poltrone.

C’era un mobiletto lungo poggiato a terra dove si tenevano i serviti da apparecchiatura più eleganti e dei mobiletti appesi al muro con i bicchieri e i liquori. 

L’illuminazione era a parete, con dei lampadari in legno divisi in quadrati. Ogni quadrato poi o era vuoto o aveva la lampadina. Quelli con la lampada avevano una copertura di plastica bianca o nera per gli effetti di luce. 

Sotto il tavolino basso da fumo un tappeto giallo, alle pareti alcuni quadri e delle stampe giapponesi su delle specie di stuoie.

Mamma cucinava, babbo stappava le bottiglie, spalmava i crostini e aiutava ad apparecchiare.

I pezzi forti di quegli anni erano il vitel tonné e l’insalata russa. Una volta c’era il pollo in galantina. Quello me lo ricordo bene perché il giorno prima era venuto un cuoco a casa nostra a prepararlo. Si chiamava Imolo e nei miei ricordi di bambina doveva essere per forza emiliano come la città. Faceva il cuoco in un ristorante a Pancole nel periodo in cui mamma e una sua collega ci insegnavano .

Quel pomeriggio non mi allontanai nemmeno un minuto dalla cucina. Guardavo le mani di Imolo, vestito di bianco, che disossavano il pollo, preparavano il ripieno e infine riempivano la sacca di carne che poi veniva avvolta in un tovagliolo bianco e legato con lo spago prima di finire in pentola a bollire.

Io seguivo tutta la procedura senza perdermi un passaggio e chiedendo perché faceva questo e perché faceva quello. 

Imolo pensava di insegnare a mamma quella ricetta, ma dopo di lui in realtà nessuno ha mai più preparato il pollo in galantina, a casa nostra.

Alle cene di Capodanno si apparecchiava con la tovaglia di cotone rosso ricamata di bianco. I piatti, i bicchieri, i vassoi e le zuppiere erano quelli dei serviti del matrimonio di mamma e babbo. I bicchieri in cristallo erano molati, tutti sfaccettati, e lo spumante si beveva nelle coppe. 

Babbo nel pomeriggio sbucciava un ananas e lo tagliava a fette che adagiava in una insalatiera e ci versava sopra lo spumante. Qualche volta c’erano anche delle ciliegine sotto spirito.

Gioli portava uno dei suoi dolci capolavoro. La Direttrice ci regalava dei libri di mitologia greca e romana dopo aver saputo della mia passione per il mondo degli dei.

Mangiando e parlando si aspettava la mezzanotte per brindare e farsi gli auguri. Io però a quell’ora sarei dovuta già essere a letto da un bel po’. Paola andava a dormire senza fare storie. Io invece mi impuntavo, all’inizio chiedendo, per finire supplicando, che mi lasciassero stare ancora un po’ con i grandi.

Per agevolare il trasferimento in camera da letto, mamma ci vestiva già da notte per la cena ma evidentemente, almeno con me, lo stratagemma non funzionava.

Lo facevo anche per Natale e per la Befana, di non andare mai a dormire perché volevo vedere di persona chi veniva a portare i regali. Babbo era disperato perché non poteva andare a letto e doveva aspettare che io crollassi. Ma questo l’ho saputo solo molti anni dopo. 

In ogni caso anche alle cene di Capodanno a una certa ora ce la facevano e mi mettevano sotto le coperte, dopo che avevo salutato tutti con un bacino. 

La nostra camera era in fondo al corridoio, il salotto subito dopo la porta d’ingresso, sulla destra, e non aveva una porta come le altre stanze. Quella del salotto era a vetrata.

Così io, mentre mi credevano a letto, mi alzavo e mi avvicinavo quatta quatta. Poi mi nascondevo rimanendo accucciata tra il muro e la porta, per poter continuare ad ascoltare.

Pare che una volta, al momento dei saluti, mi abbiano trovata addormentata per terra.

Ma il mio obiettivo l’avevo raggiunto.      

(In foto: l’avvocato Oreste Mattone Vezzi e la moglie Franca, Simona con la bambola Bettina e, dietro, la signorina Iser)

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La Mazda rossa

Nei primi mesi del Duemila comprai la macchina dei miei sogni. Era una cabrio rossa, con tettuccio nero e fari a palpebra, usata. Avevo trovato questa occasione grazie alla segnalazione di un’amica. 

In quel periodo però il lavoro vacillava e non avevo i soldi sufficienti. Mamma si rifiutò di prestarmeli, per lei si trattava di un acquisto del tutto inutile.

Babbo invece disse, ti aiuto io; ti capisco, avrei sempre voluto una macchinina così.

Così portai a casa la Mazda Mx5 1800 rossa fiammante e mentre babbo la guardava ammirato perdendosi nelle rifiniture, mamma sbraitava contro una figlia che viveva al di sopra delle sue possibilità. 

Quando andai dal rivenditore a concludere l’acquisto non la finiva più di congratularsi. 

  • Ora però la deve provare.

Io ero pietrificata. Era una macchina troppo bella per guidarla, avrei quasi preferito farmela trasportare fino a casa per avere tutto il tempo di conoscerla e imparare a guidarla.

Il signore prese le chiavi e si mise dietro al volante. Io, in preda all’emozione, mi sedetti al suo fianco.

Partì.

La concessionaria era già vicina alla campagna. Non ci volle niente ad infilarsi nelle strade secondarie che passavano in mezzo a campi e boschi. La giornata era bella, da poco si era in primavera e l’aria frizzava in mezzo alla natura nel pieno del risveglio.

Era bellissimo sentire il vento che scompigliava i capelli. 

Il tizio però guidava sempre più forte e io morivo dalla paura.

  • Va bene, va bene, ho visto. Ora rientriamo per favore.
  • Voglio insegnarle la guida sportiva. Una macchina così non si guida come tutte le altre. Vede? In curva si accelera. Sente come stanno attaccate alla strada le gomme? Questa macchina è un compasso.

E intanto accelerava e accelerava. E io sudavo freddo, anzi ghiacciato.

Può darsi che alla fine abbia accettato di guidare un po’ anch’io, ma sinceramente non credo, da come mi tremavano le gambe. Di sicuro però per tornare a casa dovetti mettermi dietro al volante.

Durante l’estate andai a lavorare a Pordenone. In macchina c’entrava poca roba, per cui dovetti spedirmi scatoloni di vestiti per posta.  

La tipa con cui coabitai per pochi mesi sembrava un po’ scocciata dalla mia macchina e non voleva darmi soddisfazione. 

  • Non è mica la prima volta che vedo una cabrio, sai. Un amico ha la Golf scoperta e ci sono salita un sacco di volte.

Io facevo finta di niente e la scarrozzavo di qua e di là. Finché cominciò a trovare la scusa del mal di testa. 

Poi capitò che al giornale mi dessero un intero weekend di festa e io, per non dover passare tutto il tempo con lei, andai alle terme di Montegrotto. Una mattina, uscendo dal posteggio, sentii un gran botto. Scesi subito per controllare se avevo sbattuto contro qualcosa, ma la parte posteriore della macchina era perfetta. Mi accorsi dopo che, facendo retromarcia, avevo sbattuto la parte anteriore destra contro un pilone. Un vero disastro.

Per fortuna di lì a poco sarei tornata a casa e avrei fatto rimettere a posto la carrozzeria. Nel frattempo feci di tutto perché la coinquilina non si accorgesse del danno, tanto per toglierle una possibilità di gioire sulle mie disgrazie. 

Nel periodo della Mazda, grazie sempre alla stessa amica, ci fu anche l’innamoramento con Gastone.

Un giorno mi chiamò, mentre faceva la volontaria al canile e mi disse che da loro c’era un setter irlandese bellissimo.

  • Devi venire a vederlo.

A casa avevamo già Vanessa, della stessa razza, per cui cominciai a cullare l’idea di prendere anche lui. Ipotesi alla quale mamma si oppose fermamente.

Gastone però cominciò a venire a casa ogni tanto. Lo facevo sistemare sul sedile del passeggero della Mazda e poi partivo, pregando dentro di me di non incontrare vigili carabinieri e simili e sperando che rimanesse giù accucciato senza alzare la testa.

Ci andò sempre bene.

Alla fine Gastone rimase a casa nostra e mamma ebbe da ridire per anche per il cane, oltre che per il fatto che io continuavo a vivere al di sopra delle mie possibilità.

Anche su questo facevo finta di nulla, salvo riderci con gli amici che mi prendevano in giro ripetendo la frase di mamma per scherzarci un po’ su.

Una volta con una collega partimmo da Firenze con la Mazda alla volta dei colli del Prosecco per organizzare un evento giornalistico. Lei era convinta che non ci saremmo mai entrate in due con i bagagli. Ma io legai il mio trolley al portapacchi fissato dietro e infilai la sua valigia nel bagagliaio. Rimaneva da sistemare la sua pelliccia, che rincantucciammo dietro i sedili.

Alla fine andò tutto bene anche quella volta.

Poi purtroppo arrivò il momento di dare via quella meraviglia di macchina. Già stando a casa mi era diventato abbastanza complicato gestire il trasporto di due cani grandi e ogni volta che andavamo dal veterinario dovevo chiedere in prestito la macchina a babbo o a mamma. 

Poi capitò che dovessi trasferirmi a Belluno per lavoro. A quel punto dovetti farmi forza e rinunciare alla cabrio a favore di una monovolume.

Prima di vendere la Mazda la mia amica Gigliola mi chiese se ci si facevano le foto insieme. 

Babbo fu ben lieto di farcele. E per fortuna, visto che oggi rappresentano un bel ricordo, utile anche per stemperare il rimpianto.

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Mamma e le avventure nella neve

Quando mamma iniziò a insegnare, verso la fine degli anni ‘50, le toccarono incarichi in varie zone della provincia, mai troppo vicini a casa. A Palazzetto, a scuola non avevano nemmeno il telefono. Le comunicazioni dal plesso centrale di Chiusdino arrivavano al bar del paese. Da lì qualcuno correva alla scuola ad avvisare la maestra, che lasciava i bambini da soli e andava a rispondere. Le circolari del direttore venivano consegnate in macchina dal segretario. Mamma aspettava lungo la strada e quando passava prendeva il foglio al volo, come nel Far West all’attesa della diligenza.

All’epoca le auto non erano come oggi. Non c’erano nemmeno le cinture di sicurezza, figurarsi le gomme da neve e altre facilitazioni, tipo servosterzo o servofreno.

Una volta, mentre faceva un periodo di supplenza in una scuola di campagna dalle parti di San Gimignano, nevicò. 

Mamma lasciò la macchina a Pietrafitta e si avviò a piedi lungo la strada che portava alla salita sterrata fino alla scuolina.  

Peccato che quando arrivò, la trovò chiusa, senza che nessuno la avesse avvertita di niente. Fece presente la cosa alla direttrice che richiamò la bidella per non aver aperto l’edificio.

Questa si arrabbiò tantissimo e se la rifece con mamma. Che le disse, ma scusi, lei doveva essere in servizio. Le era stato forse comunicato da qualcuno di non aprire la scuola?

In ogni caso, evidentemente da quelle parti funzionava così. Perché quel giorno, con la neve, a scuola c’era soltanto lei e nemmeno uno dei ragazzi.

Quando entrò di ruolo le toccò il posto a Rapolano. Mamma andava con la sua macchina e portava un’altra insegnante di Poggibonsi. Un giorno nevicò. A quell’epoca era già sposata con babbo ed eravamo nate noi. Al momento di partire l’automobile aveva un qualche problema, forse non aveva le catene, così gliela prestò una vicina.

Fecero tutta la strada senza incontrare anima viva, nemmeno sulla Siena-Bettolle. 

Arrivate alla meta mamma frenò e la macchina andò in testacoda, ma non successe niente di grave. Però la scuola era chiusa. 

Chiamarono la custode perché aprisse la porta. A quel punto arrivarono anche le altre maestre, che erano tutte del posto. I ragazzi invece c’erano già. Da allora a mamma e all’altra insegnante di Poggibonsi furono riservati gli sguardi in cagnesco delle colleghe.

C’era un altro motivo per cui le colleghe ce l’avevano con mamma. 

Essendoci la possibilità di richiedere il doposcuola, lei lo fece e il direttore le disse di sì.

Era un’occasione per i ragazzi, visto che in zona non c’era nulla. Però lo faceva solo la classe di mamma perché le altre maestre preferivano arrabbiarsi con lei per la novità, anziché provare a cambiare qualcosa anche loro. 

Ce l’avevano anche con la maestra che faceva il doposcuola, un’insegnante molto brava.

Mamma la mise in guardia. Mi raccomando, controllali bene i ragazzi, che non succeda nulla, perché lo sai come sono qui. Sono conformisti e tutto quello che è nuovo non gli va bene. Bisogna andare in conformità a quello che hanno sempre fatto. 

Quando tornammo a stare in campagna mamma si appassionò ai lavori in mezzo alla natura. Non stava mai ferma, nemmeno con la neve. Una volta scivolò e sbattè forte a terra. Non si ruppe niente, ma aveva talmente tanti dolori che dovette appoggiarsi alle stampelle per un bel po’, con babbo che le faceva da chaperon e la portava a fare la spesa e tutto il resto.

La volta di Rapolano era una delle ultime in giro per la provincia. Da lì a poco mamma avrebbe scambiato la sede di lavoro con babbo, più vicina, per occuparsi di me e mia sorella. Il giorno che nevicò, quando finalmente tornò a casa, vide babbo sulla terrazza che mi teneva stretta in braccio e guardava all’orizzonte, come le mogli dei pescatori sulla scogliera davanti al mare in tempesta. Sembrava un povero vedovo abbandonato nel grande oceano delle difficoltà. Con figli a carico.

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Gli alberi e babbo

Da una parte del giardino di casa, volendo, si può scavalcare un cancelletto e prendere un viottolino che scende giù ai campi. Il sentiero va diretto all’ultimo pezzo di campo che abbiamo comprato, evitandoci di fare il giro lungo dal cancello. L’anno scorso, quando ancora non avevamo il nuovo campetto, ero scesa giù e avevo raccolto diversi rifiuti dalla piaggia. Vecchie bottiglie, pezzi di plastica, il sopra di una caffettiera di ceramica che ho trasformato in vasetto per fiori. Avevo notato anche che c’erano dei grossi tronchi di albero, tagliati e lasciati lì. 

Con mamma avevamo anche riso di quelli che ogni tanto vengono a darci una mano con la legna, tagliano gli alberi e poi magari li lasciano perché fa fatica portarli su. 

Poi con l’arrivo dell’estate, un giorno che c’era uno degli aiutanti, avevo proposto di andare giù insieme a recuperare questi ceppi. Ma a quel punto l’erba era cresciuta, il sentiero era impraticabile e ci stava anche di incontrare qualche vipera. 

Qualche settimana dopo lo abbiamo pulito, io con la falce, mamma con la zappa, un aiutante con il decespugliatore, e ora ci si passa che è una meraviglia. Ma i tronchi son rimasti giù.

L’altro giorno mi è tornata in mente quella faccenda della legna, dopo che mamma mi aveva detto che aveva già consumato tutta quella che avevo accatastato fuori dalla cucina.

Sono scesa nel pendio e ho cominciato a liberare i tronchi dalla vegetazione, soprattutto rovi, che li aveva avvolti. All’inizio ho usato le mie forbici da potatura, poi mi sono decisa ad andare giù, nel campetto dove vive Rosellina, a prendere la falce fienaia. 

Man mano che pulivo, spuntavano sempre più pezzi di legno. Rami piccoli, medi, tronchi grossi, già tagliati, da tagliare.

A un certo punto ho trovato un pezzo di corda, una cima bella resistente. Ho immaginato che fosse legata a uno dei tronchi con cui qualcuno aveva cercato di tirarlo su. Ho seguito il filo, continuando a tagliare rovi ed erbacce, e alla fine ho trovato il capo. La corda era legata intorno a un tronco di medie dimensioni, con i rami attaccati. Doveva essere un cipresso, c’erano ancora le coccole.

All’improvviso ho capito.

Quello era un lavoro di babbo. L’ultimo. E non è rimasto incompiuto per negligenza.

Successe un 7 novembre di tanti anni fa. Tredici anni fa. 

Babbo stava bene, faceva tutti i suoi lavori intorno casa, di cui, dopo una vita da maestro e negoziante, andava orgoglioso. Motosega, tagliaerba, zappa, accetta. Era instancabile, nonostante l’età.

Quel giorno era andato anche in Piano con il motorino a prendere il pane, come al solito. Poi, dopo pranzo, seduto sulla sua poltrona, l’urlo. 

Io non c’ero. Vivevo sempre a Belluno. 

Fu portato in ospedale con l’ambulanza. Dice mamma che al momento di salire aveva ancora la forza di scherzare con l’infermiera.

Poi ci fu l’intervento, la rianimazione, l’ospedale di comunità. Fino a quando, quasi un mese dopo, il 6 dicembre, mamma mi telefonò al lavoro. Ricordo la sua voce rotta e la botta al cuore.

Tiro la fune ma è ancora bloccata in mezzo ai rovi. Continuo a tagliare e a sfilare rametti cercando di mantenere l’equilibrio sul pendìo scivoloso. C’è un altro capo dello stesso tipo di corda. Porta a un albero ancora in piedi. È legata al tronco a doppia mandata. Riesco a sciogliere la prima. La seconda è ormai incistata nel tronco e coperta di borraccina. 

Sono sempre più convinta, babbo. Questo è proprio un lavoro tuo.

Chissà come ti avrà innervosito non averlo potuto finire. Magari avresti anche voluto dircelo, se ci fossi riuscito. Avremmo potuto farlo fare a qualcuno.

E invece son passati tredici anni e la tua legna è rimasta laggiù sul pendio a prendere l’acqua e ad asciugarsi al sole. 

Sai babbo, forse ora lo sai anche te, ma io credo che il bosco ti faccia pensare strane cose. Mentre seguo la corda che mi porta fino a te, al novembre di tredici anni fa, al primo dolore assoluto e insanabile della mia vita, io immagino che qui non ci sono capitata per caso.

Sì, lo so che non serve fare questi discorsi, che tanto noi che stiamo quaggiù non lo sapremo mai come funziona davvero. È solo che certe cose le pensi più perché ti fa bene pensarle. E poi non fai mica del male a nessuno.

Comunque, l’importante è che ora ho capito come fare. I tronchi li butto giù e poi li recupero con la macchina. Per quelli tagliati a metà si vedrà di farsi aiutare 

Te stai tranquillo, il tuo lavoro lo finisco io.

È una promessa.  

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Il motoscafo

Il giorno che doveva arrivare il motoscafo eravamo tutti in spiaggia ad aspettare. Io, con mamma e Paola, e zia con il mio cugino. Babbo e zio si erano fatti accompagnare in macchina a Follonica per arrivare a Punta Ala via mare.

Alle elementari e alle medie le vacanze estive le passavamo in campeggio in una roulotte che avevamo a mezzo con zio. A luglio partivamo noi, prendevamo posto nella piazzola, montavamo la veranda e il cucinino, e rimanevamo tutto il mese. Ad agosto arrivava zio, con la zia e il mio cugino, e ci davamo il cambio.

Quell’anno fu deciso di comprare un motoscafo. 

Era una grossa novità. Babbo e zio presero la patente nautica in un qualche lago del Settentrione. 

Babbo diventò amico di Amedeo Duca d’Aosta che frequentava il corso insieme a lui e che gli disse, Asvero, chiamami per qualsiasi cosa dovessi avere bisogno. 

La barca era una specie di grossa vasca da bagno in vetroresina, piatta, bianca dentro e gialla fuori, con due panche in legno in orizzontale e un paio di sci d’acqua in dotazione con cui mi sarei divertita negli anni a venire.

Il giorno che doveva arrivare il motoscafo cominciò come una bella giornata di sole, ma il tempo virò ben presto con il cielo che si faceva sempre più grigio e le onde del mare che si alzavano spinte dal vento.

Noi, seduti in spiaggia, aspettavamo fiduciosi di vedere comparire la barca all’orizzonte.

Il tempo passava però e non si vedeva niente. Cominciava anche a fare freddino. Mamma e zia dissero che forse sarebbe stato meglio prenderlo un altro giorno, il motoscafo. Ma restavamo lì ad aspettare e nessuno si muoveva.    

Aspettavamo. Aspettavamo la barca, qualsiasi cosa. Una telefonata, una notizia. 

Perché piangi, mamma?

Perché mi è entrata la sabbia negli occhi. 

A un tratto era diventato tutto grigio, il cielo, il mare e dentro di me.

Stavamo lì, in spiaggia, a guardare il mare, e aspettavamo.

Non ricordo se fu mamma o zia, ma qualcuno andò in direzione per fare una telefonata al venditore del motoscafo. Disse che erano partiti da un bel po’.

Ma noi non li vedevamo arrivare, mentre il mare si trasformava in un ammasso di onde scure e cadde anche qualche goccia di pioggia.

Eravamo sospesi, incapaci di muoverci o fare alcunché se non aspettare.

Aspettare e sperare.

D’un tratto, nel mare plumbeo si stagliò una macchiolina gialla.

Erano loro o volevamo solo che lo fossero?

La macchiolina, in effetti, si avvicinava a riva nella nostra direzione.

Almeno quando riuscivamo a vederla, dietro alla muraglia delle onde che si alzavano dense. 

Sono loro, gridò mamma, seguita subito da zia.

Ma eravamo sicuri? Non riuscivamo quasi a crederci.

A noi bambini bastò un attimo per cancellare la nebbia dal cuore.

Erano loro. Arrivati alla boa scesero dalla barca e con l’acqua alla coscia la tirarono fino a riva con una cima. Erano completamente fradici.

Babbo cominciò il racconto, buttandola sul ridere. Erano partiti da Follonica con il sole ed erano sicuri che ce l’avrebbero fatta prima che peggiorasse. Ma non era stato così. Il mare aveva cominciato a muoversi sempre di più, il vento soffiava contro, ed era difficile procedere in direzione lineare.

Babbo disse che la tentazione per chiunque sarebbe stata quella di seguire le onde. Invece no, le onde andavano affrontate e spezzate di prua. Anche questa era una lezione appresa al corso con il Duca d’Aosta.

Qualcuno arrivò perfino dalla direzione del campeggio ad accoglierli, insieme al bagnino, tutti preoccupati.

Qualcuno disse, mare forza sei. Eh, in certi punti anche di più, disse qualcun altro.  

Non avevo mai sentito quell’espressione, prima di allora, ma nei giorni successivi divenne familiare, insieme a parole come cima e mezzo marinaio.

La barca fu issata a riva e spinta nella rimessa accanto al barrino. Babbo e zio andarono a cambiarsi. Non era rimasto niente di asciutto, nemmeno un fazzoletto. 

Babbo indossava un costume da bagno nero con un taschino interno dove teneva i soldi.

Quando tornammo alla roulotte, al filo dei panni c’erano stesi anche dei fogli da mille lire, la carta di identità e la patente nautica, fissati con le mollette da bucato.  

Rimasi incantata a guardarli, come si fa con i titoli di coda di un film che ci ha fatto stare con il fiato sospeso.

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La giornata della Sacra Ampolla

La mattina del 15 settembre 1996 stavo dormendo nella mia casa di Treviso, era domenica e non lavoravo, quando squillò il telefono. Era la mia amica Raffaella.
“Sono a Venezia in gita con il mio babbo. Ci si vede?”.
Saltai su per la sorpresa. Mi preparai in fretta e furia, salii sulla macchina e guidai fino a Venezia.
In realtà quel giorno, quella era l’unica città in cui non sarei voluta essere.
Era da mesi che ne scrivevamo. Quello era il giorno in cui Umberto Bossi sarebbe arrivato in barca dopo aver navigato lungo il Po per dichiarare l’indipendenza della Padania. Il rito, per il quale erano state scomodate persino le divinità celtiche, sarebbe consistito nel versare da un’ampolla l’acqua del grande fiume nel mare Adriatico, a suggello dell’unione di tutte le terre toccate da quelle acque.
Una pagliacciata che precedeva di alcuni mesi l’assalto al campanile di San Marco (9 maggio 1997), e che si sarebbe ripetuta per diversi anni. Quella era la prima volta. E io avevo avuto la fortuna di essere di corta.
Venezia, già strapiena di turisti, doveva sopportare anche l’assalto dei leghisti, giunti da ogni dove per celebrare il sacro evento.
Mentre camminavamo per le calli, io e Raffaella trascinate dalla folla, ci ritrovammo in Riva dei Sette Martiri, proprio dove erano attesi il Senatùr e la sua sacra ampolla.
Era pieno di gente che sventolava bandiere della Lega Nord.
In acqua i barchini dei fotografi e quelli degli operatori televisivi erano già appostati, nell’attesa del barcone reale.
Io vedo uno dei nostri fotografi e lo saluto sbracciandomi. Ci scambiamo delle battute urlando, per sovrastare il rumore della folla e dei motori. Lui mi fotografa senza che io me ne accorga.
Il caso vuole che il mio sbracciarmi, nell’attimo dello scatto, vada a coincidere con lo sventolamento di una bandiera enorme da parte di una camicia verde, subito dietro di me.
Ricordo ancora le prese in giro dei colleghi, qualche giorno dopo, quando la foto arrivò in redazione.
Per la cronaca, io sono quella vestita di marrone, gonnellina e magliettina, nell’anno della mia magrezza, che sembra sventoli la bandierona. Quella in maglia gialla alla mia sinistra è Raffaella. Quanto io fossi scalmanata lo si intuisce dallo sguardo della tipa in maglia bianca accanto a me, che sventola una bandiera più piccola. In realtà tengo solo un giubbottino di jeans sul braccio sinistro.
Insomma Raffa, alla fine ci siamo trovate a fare parte della Storia anche noi.

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