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Destroy, destroyed

Ieri sera ho presentato un libro di Giovanni Maccari a Casole e oggi sono distrutta. Niente a che vedere col libro o con Giovanni, ci mancherebbe. Solo il fatto che il tempo passa, per me le cose da fare aumentano (mamma, la casa, i gatti, qualche incarico da assolvere e tanti tanti problemi da risolvere) e mi stanco tanto a fare tutto. La cosa buffa è che, come succede nella vita (almeno a me), quando hai tempo ed energia, certe cose non ti capitano nemmeno a pagare. Poi, una volta che te ne staresti lì bella tranquilla davanti al caminetto con un plaid sulle ginocchia e il gatto che ronfa, ti piovono tutte insieme sulla testa. E non puoi dire di no, perché è una cosa che ti piace e che avresti sempre voluto fare. E se ora sei stanca, ti dà fastidio camminare duecento metri (in salita), il nervo sciatico si lamenta e il fiato si accorcia, pazienza. Tipo quando mi hanno chiamato a presentare Nadia Terranova, che meno male che alla fine è stata rimandata di un mese, perché ho studiato come per un esame all’università.

Giovanni, invece, avrebbe dovuto prendermi meno tempo. Perché lo conosco, anche se non troppo, perché è di Colle e ci siamo sempre visti a giro qua e là, perché ho letto quel libro (“Vita con gli animali”) e durante una presentazione a Colle (in cui ero tra il pubblico) mi ero preparata un sacco di appunti e di domande. Però l’impegno rimane e il giorno dopo, cioè oggi, anche oggi, mi sento stanca, spossata e dolorante come se avessi compiuto chissà quale impresa.

Mettiamoci poi che nel pomeriggio avevo dovuto montare gli scalini della piscina, che domani arrivano i turisti, e mi sono tagliuzzata tutti i diti a forza di girar viti e premere e spostare (che già la domenica mattina l’avevo passata in mezzo all’acido muriatico per togliere il calcare dal metallo). Già che c’ero, prima di arrivare al garage, ho tolto la parietaria dai vasi di cactus di mamma, così mi sono riempita mani e braccia di spine. E, cosa più importante, abbiamo un grosso problema con l’acqua (coltivato ormai da mesi) dopo che abbiamo affidato una serie di importanti lavori a qualcuno che millantava un’esperienza che non aveva. Quindi, dopo aver subito nove allagamenti notturni e diurni in casa per improvvisa rottura dei giunti dei tubi, adesso siamo finalmente arrivati al top (almeno lo spero), con lo scoppio di una tubatura sotterranea, l’acqua che affiora sulla strada e la pompa che va a tutta come un cavallo imbizzarrito. Motivo per cui, aspettando che la persona giusta risolva questo pasticcio, ogni giorno devo andare a spengere e riaccendere la pompa più o meno ogni due ore, sempre con il mio contapassi appeso al collo, così, per ottimizzare. In casa riempiamo bacinelle d’acqua e quando finisce vado a rimettere il pulsante in su. Di continuo, anche la notte, prima di andare a dormire e la mattina appena sveglia. E domani arrivano i turisti.

Con tutte queste complicazioni e l’overdose di carico mentale che ne deriva, ieri sera ho fatto una domanda che non è uscita benissimo. Non so in quanti ci hanno fatto caso, ma il fatto che più mi disturba è di averci fatto caso io, solo dopo averla pronunciata però. E Giovanni, anche, che ha dovuto rispondere. E probabilmente anche qualche membro della famiglia Maccari, visto che le gradinate erano piene di parenti di diverso ordine e grado.

Insomma, volendo sapere come riusciva lui a scrivere con tanta precisione e il giusto distacco quando si trattava di descrivere i suoi genitori, è uscita (vorrei poter dire in modo autonomo, senza il mio permesso) la frasetta “senza distruggerli”. Giovanni ha detto che non c’era niente da distruggere ma solo da ricordare nel modo giusto delle persone che non c’erano più.

Poi abbiamo parlato di altro, dopo ci sono stati i saluti, il viaggio di ritorno con la mia amica, la pastasciutta serale e il film con mamma e avrei potuto anche dimenticare.

Invece no. Appena la mia mente ha un raro momento di vuoto, tac… quelle due parole ci si infilano e mi risuonano in testa. “Senza distruggerli”.

Ovvio che lì per lì avrei voluto intervenire mentre Giovanni parlava e spiegarmi meglio. Scusa, non intendevo… Volevo dire… Ma non l’ho fatto, impegnata com’ero a rimirare quel capolavoro dal di dentro.

Cerco di riflettere. Se ti chiedo come fai a descrivere i tuoi genitori in modo reale ma “senza distruggerli”, si può pensare che io sottintenda che siano state delle persone orribili e che in realtà la domanda è come fai a indorare la pillola. Oddio… mi sa che ho detto anche questo… Aiuto!

Meglio che mi spieghi, prima di combinare qualche altro guaio. Nella maggior parte delle famiglie (tutte le famiglie felici si somigliano eccetera) raccontare in un libro certe espressioni, certi caratteri genitoriali, potrebbe risultare fastidioso. Si potrebbe dire che vìola l’intimità familiare o che potrebbe mostrare aspetti che preferiremmo rimanessero tra le mura di casa.

La letteratura però ha bisogno di verità, di autenticità, non di stereotipi o frasi fatte. Per cui, con tutto l’affetto del mondo, anche se il babbo era iracondo e la famiglia doveva allearsi per nascondere ciò che lo avrebbe fatto arrabbiare, è proprio questo che è giusto raccontare. E raccontarlo bene, con le giuste parole e la giusta distanza (anche se ne rimani pur sempre il figlio) è il passaggio necessario per farlo.

Anni fa rimasi colpita da Edna O’Brien che in un romanzo raccontava di come, quando tornava nel villaggio di Tuamgraney, doveva vedersela con i suoi familiari e con la gente del posto. Erano tutti arrabbiati con lei, la accusavano di sfruttarli quando scriveva e parlava di loro.

Nel mio piccolo ricordo la telefonata indignata di un’amica di famiglia quando lesse su un social un mio scritto in cui raccontavo come mamma bruciasse ogni cosa che metteva sui fornelli (perché poi andava a fare altro) e che la domanda ricorrente, in famiglia, era: “Che hai bruciato oggi?”. Lei sosteneva che la mia mamma fosse una donna fantastica (ed è vero) e non meritasse di essere trattata così.

Ma quella era una cosa su cui noi ridevamo e non parlava di come è veramente mamma, solo di un aspetto della nostra vita quotidiana. Però è difficile, sempre.

Ecco, avevo in mente una cosa del genere, quando ho fatto la domanda. Non è facile parlare di quello che ti è più vicino senza causare scontenti, o far arrabbiare qualcuno. Mia sorella, per esempio, mi aveva proibito di scrivere di lei e questo, insieme a tante altre cose, mi impedisce di farlo.

Una cosa la so. Non lo farei sicuramente per “distruggerla”. Ma il problema, dentro di me, rimane. Per questo chiedo come fanno gli altri, quando ne ho la possibilità.

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La conchiglia sbriciolata (1)

Eravamo appena entrate nell’aia, passato il cancellino di ferro, io stavo già aprendo la porta quando sentii chiedere. 

  • Che bella, ma è vera?

Feci qualche passo indietro.

  • Che cosa?
  • La conchiglia, disse, indicando un piccolo fossile che teneva tra le dita. 
  • Certo che è vera. Vedi lì sul tavolo c’è tutto un mucchio di sassi e conchiglie che raccolgo qui intorno e che devo ancora decidere dove mettere.
  • Anche lì stanno bene, disse lei.

Era venuta per vedere la casetta dove l’avrei ospitata nell’attesa che trovasse una sistemazione. Aveva avuto problemi con l’agenzia con cui aveva quasi concluso l’acquisto di una casa in centro e mi aveva detto che aveva bisogno di un po’ di tempo per fare la prossima scelta in tranquillità, senza fretta.

Qui, le avevo detto, puoi stare per qualche settimana. Sarai tranquilla, non dovrai pensare a nulla se non a rilassarti in mezzo alla natura prima di compiere il prossimo passo.

Quanto mi sbagliavo.

Ci sono delle cose che valgono come segnali premonitori di quello che potrebbe accadere in seguito. Ma è raro che qualcuno si tiri indietro quando li vede, facendo vincere la superstizione sulla solida razionalità.

I segnali, dicevo.  

Prima di tutto la strada. La strada per arrivare a casa nostra non è facilissima. Oggi meno di prima, poiché le persone sono abituate al Gps e prestano meno attenzione alle indicazioni.

Inviai le istruzioni su whatsapp alla tipa, una vegana del nord. Lei era a piedi, bastava che seguisse i suggerimenti, vai avanti fino a lì, gira a destra di là. Cose semplici.

La prima indicazione la toppò subito, passando oltre l’edificio indicato. Mi arrivò una foto sul telefono, indicava dove era. No no, risposi, devi girare prima, a sinistra, dove sono gli alberi.

Indossai le mie scarpe da montagna e le andai incontro. Così, pensai, intanto faccio due passi. 

Passata la prima curva, dopo aver fatto la salita da cui si vede tutta la strada, non c’era nessuno. 

Ma come era possibile? 

La chiamai.

  • Sto arrivando, – disse – ero andata a sinistra dopo l’albero. 

Ah, ecco. Quindi era finita in mezzo ai campi. 

Sarà stata attratta da qualche capriolo. Chissà.

Tornammo indietro ognuna sui suoi passi e ci incrociammo alle pozzanghere. C’è un punto, lì, dove qualche anno prima risultò esserci stato l’epicentro di una scossa di terremoto. Lì il terreno avalla qualunque cosa ci venga buttata, sassi, ghiaia, detriti, e rimangono sempre delle buche. In quei giorni pioveva spesso e si erano formate le due solite lunghe pozze d’acqua.

Lei, notai, indossava degli stivaletti di cuoio marrone con le stringhe, alla francese. 

Mi guardò e disse: 

  • Ma dove vai con quelle scarpe? Stai attenta che rischi di scivolare…
  • Veramente sono delle Salomon da montagna, dissi. Guarda che grip… e alzai il piede destro per mostrarle la suola.

Sembrò poco convinta, ma lanciò uno sguardo compiaciuto sui suoi stivaletti da città, come se fossero l’unica scelta possibile per un viottolo infangato in aperta campagna.

Quando arrivammo a casa, sulla soglia, disse che si sarebbe tolta gli stivaletti.

  • Non vorrei sporcare. 
  • Ci mancherebbe…, dissi, poi ci metti tre ore per riallacciarti le stringhe.

Accettò la mia proposta di due sacchetti di plastica da legare ai piedi, come un poliziotto della scientifica sulla scena del crimine.

  • Questa casa è bellissima, disse.

Salimmo da mamma, lei sempre con i sacchetti ai piedi, io scalza. 

Le dissi: ora puoi toglierli.

E lei, no no, preferisco non sporcare. Non ti preoccupare, sono abituata.

A mamma disse che la casetta dove sarebbe stata per qualche settimana, era il suo posto ideale. 

  • Ci starei tutta la vita, la comprerei.

Lei disse qualcosa su bere un caffè, vidi mamma girarsi dall’altra parte con aria indifferente. 

Andiamo giù, che te lo faccio io, dissi, cogliendo il messaggio.

Mamma poi mi ringrazierà per non averle tenuto l’ospite d’intorno.

Dopo aver bevuto il caffè, disse: ora vado. 

  • Bene, così puoi toglierti quei cosi dai piedi…

Nei prossimi giorni avremmo definito il suo ingresso nella casetta, intanto doveva chiarire la situazione con l’agenzia.

  • Ho tanta paura che non mi restituiscano la caparra, disse, mentre eravamo sul vialetto.
  • Però sono molto felice di averti conosciuta e di venire a stare qui. Sono sicura che ci starò benissimo. 
  • Sai, continuò, le cose non succedono a caso e io ho sentito subito che questo posto mi stava aspettando.

Aprii il cancello con il telecomando per farla uscire e mi diressi verso casa. 

Arrivata alla porta, mi venne di tornare indietro di qualche passo, fino al tavolino in pietra sull’aia. 

Qualcosa aveva attirato la mia attenzione. Non capii subito cosa.

Poi cercai di non dare troppa importanza al campanellino che cominciava a suonare nella mia testa.

Dove c’era la piccola conchiglia fossile, quella che la tipa voleva sapere se fosse stata vera, ora c’era un mucchietto di detriti calcarei. 

Come se qualcuno l’avesse sbriciolata tra le dita.

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