L’Accalappiacani

Non molto tempo dopo che ci eravamo trasferiti in campagna riuscii a convincere babbo a prendere un cane. Arrivò da un vicino, che ci regalò un cucciolo di pastore tedesco.

Lo chiamammo Iadi, come quello a cui babbo era tanto affezionato in gioventù, quello per la cui morte aveva sofferto così tanto da giurare che non avrebbe mai più tenuto un cane in vita sua.

E invece.

Un giorno andai alla pinetina di Scarna con un amico. Portammo anche Iadi. 

Era il periodo del chioschetto e con la bella stagione ci si trovava quasi tutti lì.

Si mangiava un panino, si beveva una birra, si facevano due chiacchiere, come quando si era in piazza. Quel giorno qualcuno giocava a pallone, ci unimmo anche noi.

Iadi si divertiva un sacco. Rincorreva la palla e si lanciava in grandi salti per afferrarla al volo con i denti.

A un certo punto si lanciarono in due verso la stessa palla, Iadi e un ragazzetto mai visto prima. Risultato, il tizio alzò la gamba per colpire il pallone e Iadi, che era sulla stessa traiettoria, si prese un bel calcio sui denti. Non sembrò curarsene più di tanto, per fortuna, e continuò a correre e a saltare come se niente fosse.

All’epoca in Valdelsa c’era un tizio che si occupava dei cani per il servizio veterinario pubblico.

Lo chiamavano tutti l’accalappiacani, ed era il terrore di chiunque avesse un cane.

Una figura quasi leggendaria.

Alto e ossuto, l’aria severa da perfetto tutore dell’ordine, trovava sempre qualcosa che non andava e minacciava multe o di portare il cane in canile, un luogo misterioso dove nessuno sapeva che cosa sarebbe potuto succedere davvero.

Molti dicevano che in certi periodi e in certi posti, tipo a San Gimignano quando era piena di turisti, sparasse siringhe di anestetico tra la gente non appena vedeva un cagnetto fuori regola.

Noi ce lo trovavamo spesso alla porta di casa, all’epoca non avevamo ancora il cancello, sempre pronto a contestare qualche infrazione canina.

Babbo si arrabbiava tantissimo. Io sinceramente non capivo nemmeno di che cosa parlasse. Negli anni Ottanta le cose andavano un po’ così come andavano e tanti settori non erano proprio regolamentati come oggi.

Forse ce l’aveva con il fatto che Iadi ogni tanto si allontanava e sconfinava fino a dove c’erano le prime case sulla statale.

Allora arrivava con la sua macchinetta con i contrassegni, veniva su tutto impettito fin sull’aia, suonava il campanello e a babbo, che appena lo vedeva gli cascava la mascella, diceva che quel cane era un problema e che se non si risolveva l’avrebbe portato in canile.

Che problema fosse non si è mai capito, visto che Iadi non aveva mai causato problemi né aggredito nessuno.

Probabilmente fu per colpa dell’accalappiacani che Iadi cominciò ad esser tenuto a catena. Babbo diceva che non c’erano altre soluzioni e che lo faceva per lui.

La catena era lunga e babbo aveva studiato uno stratagemma perché lo fosse ancor di più. Aveva tirato un lungo cavo di metallo da una parte all’altra della strada e ci aveva agganciato la catena di Iadi con un moschettone, come quando si fanno i lanci vincolati col paracadute.

Così Iadi, oltre che che in lungo, poteva spostarsi anche in largo.

Però era sempre una catena.

Qualche giorno dopo il pomeriggio in pineta babbo mi disse: “Hanno chiamato i carabinieri, dicono che c’è una denuncia contro di noi. Iadi ha morso un ragazzo”.

  • Ma quando?
  • Qualche giorno fa, a Scarna.
  • A Scarna Iadi era con me e non ha morso proprio nessuno.
  • Eppure questo dice che lo ha morso così forte da strappargli i pantaloni…

Mi venne in mente il ragazzetto che aveva dato un calcio in bocca a Iadi mentre cercava di colpire il pallone. Ma lì per lì non aveva detto niente e nessuno si era accorto che fosse successo qualcosa.

  • Fra l’altro sai chi era quel ragazzo? Il figliolo dell’Accalappiacani…

Ah ecco, allora era tutto chiaro.

Iniziò una trafila con alcuni incontri dal veterinario per determinare l’aggressività di Iadi. Sentivo pronunciare parole come pericoloso, soppressione. 

Eravamo veramente tutti in ansia per la sua sorte.

L’Accalappiacani era irremovibile. Reclamava giustizia, ripeteva la storia dei pantaloni strappati, peraltro nuovi, diceva, minacciava di far sopprimere il cane, di portarci in tribunale, di chiederci i danni.

Non ricordo di preciso come sia andata a finire. Mi pare che babbo alla fine gli dette un po’ di soldi per fargli ricomprare i pantaloni al figlio.

Però, che ingiustizia.

E che rabbia!

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Jimmy Dean Jimmy Dean

Negli anni di università mi sono sciroppata una quantità infinita di film. Frequentavo lettere con indirizzo musica e spettacolo, l’unico che si sarebbe rivelato completamente inutile per le classi di concorso per l’insegnamento, e al primo piano di via Fieravecchia c’era una sala di proiezione tutta per noi. In certi giorni capitava che vedessimo più film di fila, in bianco e nero o a colori, e di ogni epoca. I vecchi muti in bianco e nero, il Nosferatu di Murnau, il Gabinetto del dottor Caligari, i primi sonori, Il Settimo Sigillo di Bergman, tutto Visconti e Pasolini, e perfino Robert Altman, una delle passioni del prof di storia del cinema. 

A lezione, con Lino Miccichè o con i suoi assistenti, imparavamo i segreti dei registi e delle storie che raccontavano. Nella saletta ci rimpinzavamo gli occhi e il cervello di immagini che scorrevano ininterrottamente sul grande schermo. Gratis, per di più.

Un anno lavorammo su Visconti. Ossessione con Clara Calamai, Senso con Alida Valli, La terra trema ispirato ai Malavoglia di Verga, furono sezionati in ogni fotogramma, ogni scelta del regista, dal cast agli ambienti, ai simboli messi in scena.

Confrontammo, sceneggiature alla mano, Ossessione e Il postino suona sempre due volte nelle due versioni del ‘46 e dell’81, tratti dallo stesso romanzo di James M. Cain.

Ci chiedemmo perché Visconti avesse scelto di far arrivare Il Corriere della Sera nello spaccio sperduto nelle campagne del Polesine.  

Analizzammo ogni espressione del viso di Alida Valli quando in Senso decide di tradire il patriota italiano di cui era follemente innamorata, consegnandolo agli austriaci. 

Considerammo il potere dell’uso del dialetto siciliano stretto da parte dei pescatori nella Terra trema, quello delle loro povere vesti e dei luoghi che abitavano.

E poi il ballo del Gattopardo, Bellissima con la Magnani, Ludwig, La caduta degli dei, Rocco e i suoi fratelli, Morte a Venezia. 

L’ultimo film che vedemmo di Visconti, a fine anno accademico, fu L’innocente, con Laura Antonelli. Non ci capimmo niente, la storia non sembrava avere un senso.

A un certo punto arrivò il tecnico addetto alla proiezione e disse che le pizze erano state scambiate. Le avrebbe riproiettate nell’ordine giusto un altro giorno, ma io non avevo più né la voglia né la forza di vederlo.

Poi ci fu l’anno di Robert Altman. Nashville, con il country music festival, Quintet, un film di fantascienza con Vittorio Gassman e Paul Newman, Jimmy Dean Jimmy Dean, con Cher, Kathy Bates e Karen Black.

Tra le pellicole che vedevamo di continuo, i testi che studiavamo, non solo per i corsi di cinema, credo che la mia testa si sia riempita all’inverosimile e che solo anni dopo, tutte le informazioni accumulate l’una sull’altra, abbiano trovato un loro ordine e soprattutto un loro perché.  

Jimmy Dean Jimmy Dean è uno di quei film che rivedrei volentieri. Ricordo però che ne fui particolarmente impressionata. È una commedia psicologica abbastanza soffocante ambientata in un piccolo drugstore di un paesino del Texas, in cui alcune fan di James Dean si ritrovano vent’anni dopo la sua morte. Tra queste c’è anche Joe, che nel frattempo è diventato Johanna. 

Sarà stato l’argomento, la presenza del trans, tema niente affatto scontato in un film del 1982, tra l’altro una figura positiva in un contesto di vite più o meno in bilico verso la follia, a rendermelo indimenticabile, non so. 

So però che è un film che non ha visto quasi nessuno, a parte i compagni di corso di storia del cinema, e che non ne ho mai più sentito parlare.

A parte una volta.

Qualche anno più tardi lavoravo alla Gazzetta di Siena come redattrice. Erano i primi Novanta. In quel periodo Giuliano Amato (quello della manovra lacrime e sangue) era sempre nelle nostre cronache per le vicende legate al Monte dei Paschi. Un giorno passò a farci visita in redazione, invitato dall’allora capo servizio. 

Ricordo che eravamo tutti seduti in una sorta di cerchio con le sedie nella sala grande e che fu un momento abbastanza importante nella quotidianità della cronaca di provincia.

Sicuramente Amato, che poi si sarebbe candidato nel collegio di Siena, avrà parlato di temi di alto livello, dal ruolo di Mps all’economia, magari inframezzando il discorso con qualche richiamo al Palio per alleggerire un po’ e allo stesso tempo far sentire che la sua appartenenza alla città non era cosa recente.

Insomma, in tutto questo a un certo punto se ne esce con una frase.

“È come in quel film di Altman, Jimmy Dean Jimmy Dean, non so se lo avete visto…”.

Fu un attimo. Alzai la mano e dissi con irrefrenato entusiasmo: “Io, io l’ho visto!”.

Nel silenzio generale, quasi di gelo.

Mi sentii avvampare, per l’imbarazzo.

Qualche giorno dopo un collega mi disse.

“Beh, almeno hai fatto bella figura. Noi siamo rimasti tutti zitti. Io nemmeno l’avevo mai sentito questo titolo. Com’è, me lo ricordi? Jimmy Dean Jimmy Dean? E di che parlerebbe?”.

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Quando ero piccola volevo risposte precise

Quando ero piccola avevo bisogno di risposte precise. Le cose dovevano seguire una logica, altrimenti non mi davo pace.

C’era una canzone, La ragazza del clan, che mi agitava tantissimo. C’entrava Adriano Celentano ma la cantavano i Ribelli, che si chiedevano chi sarà mai la ragazza del clan. E non lo dicevano. Celentano in tv faceva degli sketch in cui si rifiutava di rivelarne l’identità. Io speravo che fosse Claudia Mori, mi sembrava la cosa più naturale, così almeno mi sarei messa l’animo in pace. Ma lui diceva che no, non era lei.

Continuavo a chiedere a mamma chi era la ragazza del clan, e a dire il vero non mi era del tutto chiaro nemmeno che cosa fosse il clan, però sulla copertina dei dischi di Celentano c’era scritta quella parola. 

Mamma rispondeva che non si sapeva e che era un gioco per creare curiosità. Ma a me non convinceva affatto che facessero una canzone con la domanda senza dare la risposta.

Poi però Pippi Calzelunghe sollevava il suo cavallo bianco a pallini neri e io avrei voluto solo essere come lei, con il babbo pirata in viaggio nei mari del mondo, lo scrigno di tesori, Villa Villacolle, la scimmietta e quei due amici scialbi, Hannika e Tommy, che la guardavano come un portento.   

Un’altra cosa. Io sapevo che mamma e babbo si erano sposati. Però non avevo mai sentito dire che fossero fidanzati, come tanti di cui sentivo parlare.

Per cui un giorno che ero in macchina con mamma e scendevamo per la via del Torrione verso Piazza Baios, le feci la domanda che mi ronzava in testa da un po’.

  • Mamma, ora che te e babbo siete sposati vi manca di fidanzarvi.

Certe volte venivo brontolata, io ritenevo, ingiustamente.

Allora mi accoccolavo a terra, nell’angolo del corridoio davanti all’armadio a muro coperto da una tenda, mi abbracciavo le ginocchia e rimuginavo sulle mie sfortune ingoiando lacrime.

Di una cosa ero sicura. Da grande non sarei stata così e avrei fatto solo cose giuste.

Non so se il mio spiccato senso di giustizia, che tanti problemi mi ha portato nella vita, sia stato covato in quei pomeriggi di pianti e pensieri oscuri.

Ma da una parte mi piace pensare di non aver tradito quella bambina con le gambe secche, i ginocchi grossi e i capelli pel di carota. 

Dietro la tenda dell’armadio a muro, che veniva usato come ripostiglio per gli addobbi di Natale e i cambi di stagione, si tenevano anche gli stivali che mamma avrebbe tirato fuori all’inizio dell’inverno. 

La mia sorella aveva deciso che non aveva senso dire questi stivali, facendo una ripetizione secondo lei inutile. Per cui aveva iniziato a dire frasi del tipo: sono miei questi vali? 

Un giorno un nostro vicino si arrabbiò tantissimo perché andando verso i garage una ruota della macchina era finita in una grossa buca. Venne fuori che qualcuno aveva scoperchiato un tombino senza rimettere il coperchio. 

Io fui subito sospettata, naturalmente, ma caddi dalle nuvole. Di quel tombino non sapevo proprio niente. E poi, che motivo avrei avuto di togliere il coperchio?

Anni e anni dopo, ormai grandi, ritrovammo il diario segreto di Paola.

Era un quadernetto quadrato, foderato di stoffa grezza, con un lucchetto e le pagine rosse di cartoncino bristol.

La prima frase era: “Io ho scoperto un segreto che non dovevo scoprirlo”.

Ci chiedemmo curiose di che cosa si trattasse.

La spiegazione ce la dette lei, calma e pacifica.

  • Era quando avevo scoperchiato il tombino e Luciano ci era finito dentro con la macchina.

In un altro punto c’è scritto: “Io a volte una colpa la do ad un altro mentre deve essere data a me”. 

Il fatto è che io avevo i capelli rossi ed ero sempre all’avventura. Quindi non c’era bisogno di chiedere, le colpe venivano date a me in automatico.

Paola, col suo testone, che una volta la fece sbilanciare dall’altalena facendola dondolare a testa in giù chissà per quanto, e la sua aria innocente, invece sembrava incarnare la vittima ideale. 

Come tutti i bambini anche noi ci divertivamo a ripetere le parolacce, man mano che le imparavamo.

Mamma si arrabbiava. 

  • Bambine, non si dicono parole del genere!

 “Io delle anzi alcune volte dico le parole del genere alla mia sorella”, scrive Paola nel suo diario. 

E ancora: “Io regalo una Barbie nuova che non muove né le gambe né le braccia alla mia sorella”.

Una volta però, potei riscattarmi di tutte le ingiustizie che ero stata costretta a subire.

Ai tempi delle medie mamma per colazione ci dava le merendine confezionate, che erano uscite da poco sul mercato.

A me piacevano da impazzire. Non mi era dispiaciuto per niente rinunciare al pane con lo stracchino o con il salame e ne mangiavo a nastro.

Le Kinder Brioss non solo facevano venire l’acquolina in bocca grazie al morbido pan di spagna farcito con marmellata di albicocche o ciliegie, ma davano la possibilità di vincere una meravigliosa casetta di cartone, con il tetto, la porta e la finestra. Il sogno dei miei giochi di bambina.

Nonostante le mie scorpacciate di brioscine però, la scritta sulla confezione era sempre la stessa: stavolta non hai vinto, ritenta, sarai più fortunato.

In casa la mia fissa per la Cicocca era diventato un motivo per cui babbo mi prendeva spesso in giro.

Una mattina, mentre aspettavo di essere accompagnata a scuola, aprii una confezione e comparve la scritta miracolosa. 

“Vale una Cicocca”.

Non ci potevo credere. Cominciai a urlare, ho vinto, ho vinto.

Mamma mi disse di smettere di fare la strullina, che tanto non ci credeva e poi bisognava andare a scuola. 

Io, in preda all’entusiasmo, le feci vedere la scritta così si dovettero convincere, lei e anche babbo. 

Quello fu un giorno bellissimo. Potei assaporare insieme il gusto della vincita e quello della fortuna. Senza contare che da lì a poco sarebbe arrivata una Cicocca di cartone tutta per me.   

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Il matrimonio di babbo e mamma e le piccole Pierrot

Mamma e babbo si sono sposati il 28 ottobre 1962 nella chiesetta di Cellole, a Pancole. Mamma aveva un vestito di raso di seta bianco, al ginocchio, molto semplice, come usava allora, che le aveva cucito la sua amica sarta. Babbo indossava un completo nero, giacca e pantaloni con camicia e, cosa assolutamente eccezionale, una cravatta.

Di cravatte babbo ne aveva tantissime, ma si vantava di non indossarle mai. Se proprio in qualche occasione era d’obbligo, la teneva giusto il tempo necessario e poi se la infilava in tasca.

Ho fantasticato per anni davanti al portacravatte dell’armadio, su come utilizzare quelle strisce di stoffa lucida multicolor. Mi sarebbe piaciuto cucirle una ad una e farci un gilet, una borsa, qualcosa del genere. Ora non so nemmeno dove sono finite.

Il resto dell’abbigliamento di mamma era sobrio come il vestito. Tulle bianco sostenuto da una coroncina di fiori di stoffa sulla testa, un paio di décolleté di raso bianco ai piedi.

Il pranzo si tenne in un ristorante poco distante dal posto del matrimonio.

C’erano i parenti, i testimoni, qualche amico. Una cerimonia semplice.

Tra gli invitati si intrufolò un tizio di Napoli, insieme alla moglie e a due figliocci, che babbo aveva conosciuto durante una vacanza in campeggio. 

Il tizio si chiamava Gigi. Quando ricevette le partecipazioni, Gigi fece sapere che per niente al mondo avrebbe potuto perdersi il matrimonio del suo amico più caro, praticamente un fratello. Mamma si sentì mancare e si chiedeva perché diamine babbo, evidentemente preda di uno dei suoi slanci di entusiasmo, gli avesse inviato le partecipazioni.

Il tizio fece anche di più. Durante il pranzo nuziale, mentre gli sposi rispondevano alle domande su dove sarebbero andati in viaggio di nozze, Gigi annunciò che non poteva assolutamente non andare anche lui, insieme a loro. 

Lui, la moglie e i due protetti, naturalmente.  

Un amico, intuita la situazione imbarazzante, si dette da fare perché Gigi & C. rinunciassero all’idea, incoraggiandoli invece a visitare le bellezze del luogo.

  • Già che siete in Toscana, gli fu detto, sarebbe un peccato che non coglieste l’occasione per visitare Pisa, Firenze e vedere i monumenti e le opere d’arte.

Non sappiamo se Gigi decise di fare il turista o no. Di sicuro rinunciò alla malsana idea di unirsi al viaggio di nozze degli sposi. Ma non del tutto. Non appena seppe che una delle tappe prevedeva la città di Napoli, si offrì di ospitare egli stesso gli sposi e di guidarli personalmente alla scoperta delle meraviglie partenopee.

Gli sposi decisero comunque di stare in albergo, ma questo non li preservò dal calore dell’accoglienza partenopea durante il giorno. Le ore di luce napoletane furono così presto riempite da pranzi interminabili a casa di perfetti sconosciuti a cui venivano presentati come amici fraterni. Impossibile declinare qualsiasi invito, per evitare di offendere mortalmente il povero Gigi.   

Appena arrivati all’albergo, a babbo rubarono la macchina fotografica.

Gigi disse ci penso io e dopo poche ore la fotocamera ricomparve così come era sparita.

Gli aneddoti su Gigi si sprecano. Li ho sentiti raccontare centinaia di volte durante la mia infanzia e negli anni successivi. Ci sono cresciuta, praticamente.

Babbo era una buona forchetta ma i mitici pranzi partenopei non riusciva ad affrontarli nemmeno lui. 

Raccontava che a un certo punto veniva servita una finocchiella cruda dopo una sfilza di portate, tra fritti, soffritti e sughi vari. La prima volta la considerò il segnale di fine pranzo, salvo scoprire che la finocchiella serviva solo per ripulire il palato per ripartire da capo con altrettante portate. 

Poi c’era la cena.

Gigi non rispondeva mai direttamente a una domanda. Se mamma gli chiedeva qualcosa, esordiva con un “fija bbella”, a cui seguiva un “devi sapere che” e via con la storia della creazione finché l’incauta non si era dimenticata la sua stessa domanda.

I pranzi e le cene interminabili erano sempre a casa di grandi amici di Gigi. 

  • Ma tu, Gigi, chiedeva mamma, dove abiti?
  • Fija bbella, devi sapere che… 

E avanti fino allo stordimento, eludendo naturalmente l’oggetto della domanda.

Un giorno Gigi volle accompagnare gli sposi alla Reggia di Caserta. Al ritorno era buio e lui guidava fisso sulla linea di mezzeria.

  • Gigi, chiese mamma, ma perché stai nel mezzo? È pericoloso…
  • Fija bbella, devi sapere che è per avere un margine di sicurezza a destra e uno a sinistra. 

Io e la mia sorella non abbiamo mai conosciuto Gigi se non dai racconti di mamma e babbo. Lo abbiamo visto in qualche foto del matrimonio, lui, la moglie e i due figliocci, e abbiamo usato per anni le due Parker placcate oro che avevano portato in dono agli sposi.

Un anno, per Carnevale, mamma confezionò dei vestitini da Pierrot per me e per Paola. 

Eravamo ancora piccole. Cucì due paia di pantaloni a pigiama e due casacchine con una stoffa bianca lucida. Poi ci applicò sopra dei tondi di tessuto nero. 

Apprendemmo che quella era la maschera di Pierrot, una specie di Pulcinella, ma più triste e francese.

Ho saputo solo anni dopo che la stoffa usata per quei vestiti era il raso di seta bianco del suo vestito da sposa.

Peccato. Oggi quell’abito avrebbe avuto un suo perché.

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It’s raining cats

Alla fine Rosellina ritornava sempre. Lo fece anche quella volta. 

Ormai era un impegno con me stessa, prima ancora che con lei. Ogni giorno scendevo al campetto a portarle da mangiare, a cambiare l’acqua, a ripulire un po’. 

Visto che non ne voleva sapere di stare su a casa con noi, le preparai una super cuccia per l’inverno mettendo una cesta con dei cuscini al piano basso di un carrellino. Poi foderai tutto con delle coperte e lo ricoprii con un telo impermeabile.

Spesso la trovavo dentro che poltriva e usciva a fatica per mangiare, anche se sembrava sempre affamata. Se faceva un po’ più caldo invece se ne stava distesa sul tettuccio della cuccia, dove appoggiai dei cuscini per farla stare più comoda.

Ogni tanto trovavo una pisciata di cane sul telo di plastica, per cui avvolsi il capanno con una rete di metallo plastificato che fissavo vicino all’apertura.

La prima volta che misi la rete Rosellina sembrava matta. Saltava avanti e indietro e mordeva tutto quello che trovava, convinta che la stessi rinchiudendo in una gabbia. 

Dovetti mostrarle alcune volte che poteva uscire, per farla calmare. Ma ce ne volle prima che si riprendesse.

Era una gattina libera e ancora selvatica, nonostante tutto.

Non potevo nemmeno accarezzarla a meno che non indossassi i guanti da lavoro perché graffiava e mordeva da far male.

Anche l’espressione, era sempre accigliata.

Ogni tanto mentre mangiava cominciava a rugliare. Poi si scagliava contro una parete del capanno. Se mi affacciavo fuori potevo vedere Ugolino che se la dava a gambe con la sua andatura un po’ sbilenca e il didietro pesante. 

Ugolino invece su a casa ci veniva. Si capiva da come i nostri gatti cominciavano a lamentarsi, emettendo lugubri suoni gutturali, gonfiando il pelo e a volte attaccando, anche. 

Probabilmente cercava qualcosa da mangiare o forse era solo curioso, a differenza di Rosellina alla quale invece di noi non gliene importava niente.

Noi lo chiamavamo GregoryPeck, perché la mia sorella diceva che era brutto e che gli assomigliava.

Dei nostri gatti Ercolino scendeva spesso al campetto. Ho il sospetto che fosse proprio lui a ripulire i piattini quando Rosellina non c’era. Però ho incontrato diverse volte anche Miciona. 

Miciona tra l’altro, ho scoperto in occasione dell’acquisto del campetto, è arrivata proprio da lì. Era la gattina della moglie dello straniero, che l’aveva presa da un’amica per la figlia. Arrivò da noi il 2 maggio 2015, nascondendosi nella legnaia per partorire. Era anche di una certa razza, forse siberiana o non so, ma il suo ex padrone non lo ricordava di preciso. 

Di sicuro, pur essendo impaurita da tutto e da tutti, non ha mai manifestato l’intenzione di tornare da dove era venuta.

Però ogni tanto un giro ce lo faceva.

In ogni caso ci è stato più chiaro da dove venissero tutti i gatti che negli anni si sono fermati a casa nostra. O almeno una parte, perché a quanto pare lo straniero non era l’unico nella zona a non farli sterilizzare.  

Intanto io continuavo a scendere una volta al giorno da Rosellina, con la pioggia e con il sole. Una volta il vicino gentile mi chiese se potevo dare io da mangiare a Ugolino per qualche giorno, visto che lui avrebbe fatto un breve viaggio.

Lo feci volentieri. Poi un’altra volta gli chiesi se poteva pensare lui per qualche giorno a Rosellina.

Gli lasciai bustine e croccantini ma quando tornai vidi che le aveva dato quelli che comprava lui, di livello un po’ più alto. Questa cosa mi preoccupò un po’ perché Rosellina, per quanto affamata, era anche di bocca scelta, per cui temevo che da allora in poi avrebbe rifiutato l’umido che le compravo io.

Invece per fortuna continuò a mangiare quello che le davo. Ogni tanto mentre scendevo lungo il viottolo la trovavo fuori, prima del cancello, che sembrava aspettarmi. Dopo aver miagolato il suo disappunto, si infilava lesta lesta sotto la rete senza curarsi del varco che nel frattempo avevo aperto per entrare nel campetto. 

Qualche mese fa Rosellina è scomparsa di nuovo.

Io ho continuato a portarle da mangiare ogni giorno, nel caso fosse tornata nella sua casetta in orari diversi o durante la notte. A volte però ho addirittura ritrovato i piattini pieni di roba, oltre che di formiche.

Ma non ho mai perso la speranza di rivederla arrivare dal bosco con la sua aria imbizzita pronta ad attaccare chiunque osasse anche solo fare il gesto di darle una carezza.

Un giorno che c’era il vicino di Ugolino, gli ho chiesto se per caso l’avesse vista.

Come no, mi ha detto. Si è trasferita qui da me. Ormai sta sempre con Ugolino, dormono insieme, mangiano insieme. 

Ma come? Non litigano?

No no. Tengono le distanze, si guardano, ma stanno in pace.

La notizia mi ha fatto piacere, ma allo stesso tempo ci sono rimasta anche male. 

Bella ingrata che sei, Rosellina cara.

Mi sono sentita tradita, abbandonata, seppur da un gatto manifestamente anaffettivo e opportunista. 

Ogni tanto, quando sono nel campetto, vedo Ugolino. Lo chiamo, ma lui scappa con la sua andatura sbilenca e il didietro pesante.

È grasso appallato, dice il suo padrone, che ammette di dargli da mangiare sempre molto più del necessario.

Forse è stato proprio questo che ha fatto capitolare quella rospa di Rosellina. 

Comunque quando l’ho rivisto, poco tempo fa, gliel’ho chiesto di nuovo al vicino.

C’è ancora Rosellina? Perché Ugolino lo vedo ogni tanto, ma lei non l’ho più vista.

Sta sempre dentro, mi ha detto. Lui va a giro ma lei non si muove.

O brava Rosellina, chi l’avrebbe mai detto che ti saresti trasformata in una gatta del focolare…

Sempre traditrice, però.     

(4 – fine)

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Rosellina, la regina del campetto

Il cane Leo era finalmente sistemato. Aveva trovato rifugio in una struttura specializzata a Poggibonsi e, per la prima volta in cinque anni di vita, poteva correre libero in uno spazio tutto per lui, senza catena. Un ettaro di terreno recintato, con una bella cuccia in legno e le volontarie che lo vezzeggiavano, lo accarezzavano e si preoccupavano che stesse bene. 

Naturalmente il cane Leo non mordeva più e aveva cessato tutto all’improvviso di essere un cane pericoloso.

C’era comunque da sistemare la questione burocratica della proprietà, che risultava sempre a carico del cittadino straniero che lo aveva abbandonato. Su questo punto al rifugio erano un po’ nervosi. Però continuavo a ricevere brevi filmati del cane Leo che correva senza lacci, scondinzolava e, a suo modo, sorrideva, anche.

La questione burocratica si sarebbe sistemata qualche mese più tardi, con implicazioni anche spiacevoli per me, in quanto fui accusata dal proprietario di Leo di essere stata io ad insistere perché lui mi lasciasse il cane. Grazie alle moderne tecnologie però mi fu facile chiarire la questione e infine venni a sapere che il cane Leo non era solo libero di correre, ma lo era anche anagraficamente.

A quel punto però c’era da pensare ai gatti.

Ai tempi in cui il cane Leo faceva tremare il capanno ogni volta che andavo a portare loro da mangiare, avevo contato mamma gatta e tre gattini. Nel famoso pomeriggio dei dotti accanto al capezzale di Leo-Pinocchio, invece, i volontari ne avevano scoperto un quarto, il più timido, che se ne stava sempre nascosto in mezzo al ciarpame ammonticchiato nella casupola.

Il figlio dell’ex proprietario era venuto una volta a prendere degli attrezzi e mi aveva detto che con l’associazione dei gatti era cosa fatta. Mi fece il nome di una ragazza che conoscevo anch’io. La chiamai.

Lei mi disse, sbrigativa, guarda, se riesci a risolvere da sola ci fai un piacere, perché noi siamo piene fino al collo di gattini abbandonati.

E che ti pareva?

Comunque, i gattini andavano finiti di svezzare. Ogni giorno andavo giù e riempivo i piattini di umido e croccantini. Mangiavano come tribunali. Di bustine ne andavano via otto al giorno. I croccantini nemmeno si contavano. La gattina mamma, piccola e magrissima, probabilmente al suo primo calore con gravidanza annessa, era grigia, striata. I piccoletti erano anche loro striati, a parte uno a base bianca con un po’ di macchie qua e là.

Mangiavano tanto e crescevano, anche se continuavano a poppare.

Ogni tanto si affacciava un altro gatto grigio, un po’ più scuro, ma molto simile alla mamma anche come dimensioni. Si vedeva che aveva fame, ma non si lasciava avvicinare. 

Cominciai a mettere un piattino apposta per lui sotto a una catasta di legna.

Quel pezzo di terreno era pieno di schifezze. Il precedente proprietario ci teneva anche un sacco di colombi viaggiatori, oltre al cane Leo. C’era immondizia ovunque. Ad ogni passeggiata riempivo sacchi di vuoti di birra e di vino, scatolette di latta che avevano contenuto pomodori o cibo per gatti. C’erano pezzi di legno pieni di chiodi, gabbie vuote, pezzi di rete arrugginita. 

L’unica cosa bella, tra tutta quella immondizia, era un cespuglio di roselline che si arrampicava su un lato del capanno. Decisi che la gattina si sarebbe chiamata Rosellina.

Non appena i micini furono abbastanza grandi, misi un po’ di annunci per farli adottare. In poco tempo si fecero vivi ben due amici di Firenze, che ne presero tre. Rimaneva un quarto, che trovò casa a Poggibonsi.

Rosellina fu sterilizzata. Dopo l’operazione le feci passare la convalescenza in una specie di appartamentino ripostiglio su a casa mia dove resistette solo per un po’, prima di scappare per tornare giù nelle sue terre. 

A quel punto ero io che dovevo scendere nel campetto tutti i giorni per darle da mangiare, cambiarle l’acqua, controllare come stava, se aveva zecche o altro.

Ogni tanto Rosellina spariva, anche per diverse settimane di fila, però poi ritornava sempre.

Intanto i suoi figliolini erano belli e stavano bene. Continuavo a ricevere le loro foto mentre crescevano forti e sani.

Un giorno, preoccupata perché non vedevo Rosellina da un bel po’, anche se continuavo a mettere cibo nei piattini che trovavo regolarmente svuotati, chiesi al vicino gentile se avesse visto per caso un gatto grigio.

Come no?, disse, viene sempre qui a mangiare. Eccolo lì.

Guardai e vidi che non era Rosellina, ma l’altro gatto, quello simile a lei ma un po’ più grosso e di un grigio più scuro.

Ha cominciato a venire ogni tanto e ora è sempre qui, disse il vicino. Mi viene dietro mentre fo i lavori, mi fa compagnia. L’ho chiamato Ugolino. È quello che cercava lei?

No, la mia è una femmina, più piccola e più chiara.

Ogni tanto sparisce, ma poi ritorna. Ora però sono un po’ preoccupata perché manca da troppe settimane.

Speriamo bene.

(3 – continua)

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Il caso del cane Leo e la magia della Pec

L’impasse del cane Leo ebbe una svolta grazie all’invio di una Pec. La Pec, ho scoperto in questi anni, è una cosa magica. Quando non si vede una via d’uscita, all’improvviso apre nuove strade. È l’Apriti Sesamo della burocrazia. L’Halohomora dello scarica barile.

Se prima della Pec il caso del cane Leo era irrisolvibile, ci si doveva pensare, si doveva guardare e non si poteva fare, dopo la Pec tempo mezz’ora e fu tutta discesa.

Ero andata giù al campetto a portare da mangiare ai gattini, sempre pregando che il cane Leo non riuscisse a strappare la catena, quando vidi venire verso di me due vigili. 

  • L’ha scritta lei questa?

Era una stampa della mia Pec, spedita appena mezz’ora prima. 

I vigili buttarono un occhio in giro per capire se la situazione era come l’avevo descritta, quindi si allontanarono annunciando che sarebbe tornato chi di dovere.

Verso le quattro e mezzo del pomeriggio, ero lungo la strada di casa a tagliare dei rami secchi, quando sentii il rumore di un motore. 

In una manciata di secondi mi passarono sotto gli occhi l’automobile dei vigili, un’altra della Usl, l’ambulanza di Anpana. Viaggiavano tutti nella direzione del campetto del cane Leo. 

Li raggiunsi. 

In poco tempo l’area si era riempita di macchine. Vigili, veterinari, volontari.

Tutti lì per il povero cane Leo.

Intanto i cani dell’altro vicino, con tutta quella confusione, avevano cominciato ad abbaiare forsennatamente. 

A turno qualcuno mi chiedeva informazioni su come stessero le cose. E io ripetevo.

Il cane Leo, sempre legato alla sua catena, guardava quel mondo nuovo che gli girava intorno.

Sembrava la scena dei dotti intorno al capezzale di Pinocchio morente. Ognuno diceva la sua, facendo arrabbiare qualcun altro.

I veterinari e i vigili si avvicinarono al cane Leo per vedere come fare a portarlo via da lì.

Si potrebbe addormentare.

Sì, ma chi paga? E poi ci vorrebbe un veterinario, disse il capo dei veterinari.

E io, ma scusi lei non è un veterinario?

Sì, ma io mi occupo degli aspetti burocratici.

Si potrebbe prendere col laccio, disse qualcun altro.

I volontari si opposero. Dissero, noi un cane così grosso e aggressivo non ce lo portiamo in ambulanza sveglio fino a Poggibonsi. Si scherza?

E per sottolineare meglio il concetto salirono sul mezzo e partirono.

Qualcuno li rincorse per convincerli a restare.

Mentre tutti discutevano, continuava il viavai di persone.

Arrivò la vicina di corsa per avvisarmi che stava per arrivare l’ambulanza dei volontari.   

Arrivò uno dei proprietari di alcuni terreni con il nipote per controllare la pompa dell’acqua.

I cani dell’altro vicino, intanto, continuavano ad abbaiare, furiosi, aggiungendo caos a tutto quel marasma.

Il proprietario con il nipote cercò di zittirli con un comando secco, ma quelli niente.

A un certo punto arrivarono altri due vigili per il cambio turno con i colleghi.

Nel frattempo due ragazze con le gonnellone lunghe, armate di macchina fotografica e registratore, scattavano foto e parlavano con questo e quell’altro.

  • Scusate, voi chi siete?
  • Siamo due stagiste. Facciamo il tirocinio con Anpana per preparare una tesi sui soccorsi agli animali. 

Le stagiste. A quel punto non mancava proprio più nessuno. 

O forse sì.

Mancava un veterinario. Un veterinario operativo che potesse sedare il povero cane Leo.

Alla fine delle discussioni infatti sembrò che quella fosse l’unica strada percorribile per portare l’animale al rifugio senza rischi per lui e per le persone. 

Fu trovato un medico disponibile che però, primo, doveva finire il lavoro nel suo ambulatorio, secondo, non aveva la minima idea di dove fosse il campetto del cane Leo.

La volontaria dell’Anpana mi chiese se potevo andare ad aspettarlo all’inizio della strada per guidarlo fino a lì.

Intanto le ore passavano e si erano già fatte quasi le otto di sera. Il cane Leo, in tutto quel marasma, aveva deciso che la cosa migliore per lui fosse quella di starsene tranquillo nella sua cuccia in attesa degli eventi. Poco male se quel suo modo di fare contrastava nettamente con l’immagine di cane aggressivo e mordace.

Quando finalmente arrivò il veterinario, anche lui con un assistente, il cane Leo sembrava la bestia più buona del mondo. Se ne stava tranquillo nella cuccia, col testone fuori e le zampone a ciondoloni, e guardava tutti con l’aria di non capire perché fossero lì a far confusione.

A un certo punto qualcuno mi chiamò, chiedendomi di farmi vedere dal cane Leo.

  • Non so se è una buona idea. Quello si arrabbia quando mi vede. Mi ha anche morso.
  • Infatti, ci serve proprio per quello. Sennò se si aspetta lui, qui si fa notte.

Non feci in tempo ad affacciarmi che il cane Leo balzò fuori dalla cuccia volando agguerrito verso di me, a fauci spalancate. Il veterinario, prontissimo, sparò la siringa che lo colpì al collo. Il cane Leo si accasciò. 

Fu caricato su una barellina e portato nell’ambulanza, dove fu rinchiuso in una gabbia, pronto per partire alla volta di Poggibonsi.

(2 – continua) 

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Il triste caso del cane Leo

Qualche anno fa abbiamo comprato un piccolo appezzamento di terreno sotto casa da uno straniero che sarebbe rientrato presto in patria. Finalmente si sarebbe risolto almeno il problema del suo cane, un pastore maremmano di cinque anni, trascorsi tutti abbaiando furiosamente attaccato ad una catena. 

Dopo una serie di incontri per trovare un accordo, il proprietario sembrava essersi deciso a portarsi via anche il povero cane. In realtà lui aveva provato in tutti i modi a convincermi che avrei dovuto prenderlo io, che un cane per stare in campagna mi ci voleva e ancor di più considerato che c’era qualcuno che mi voleva male e che urlava sempre contro di me. 

Quest’ultimo problema mi pareva più da affidare a un tribunale, come poi ho fatto, che a un cane. In ogni caso, quando il tizio mi comunicò la sua decisione di portare il cane con sé ne fui sinceramente felice, per lui e per il cane.

A proposito -, gli chiesi un giorno -. Come si chiama il tuo cane?

Eh, questo non posso mica dirtelo, rispose con aria misteriosa.

Ah no? E perché?

Perché se poi sai il suo nome puoi chiamarlo e portarlo via. Te lo dico solo se decidi di prenderlo.

Per fortuna anche questo aspetto si sarebbe risolto con il trasferimento del cane.

In realtà, per ingraziarmi il venditore, che affermava di essere indeciso se dare il terreno sotto casa mia a me o a due famiglie di zingari che ci avrebbero messo cavalli e cani da caccia, lo aiutai a fare una pratica che riguardava proprio il cane. 

Si era beccato una multa, dietro mia segnalazione tra l’altro, perché il cane, che abbaiava notte e dì (ma non da solo) non era microchippato né registrato all’anagrafe. Mi offrii di compilare il ricorso per lui e nell’occasione scoprii senza alcuna fatica che il cane rispondeva al nome di Leo.

Rispondeva per modo di dire.

Dopo aver formalizzato la compravendita dal notaio, lasciai l’ex proprietario libero di stare sul terreno fino al giorno della sua partenza, che si annunciava abbastanza complicata perché doveva organizzare il trasporto dell’auto, dei suoi effetti personali e del cane.

Passato più o meno un mese dall’acquisto del terreno, mi annunciò che durante il week end sarebbe venuto un grosso tir a caricare tutto, compreso il cane. Probabilmente ciò sarebbe avvenuto durante la notte, che non mi preoccupassi quindi per il rumore che avrei sentito.

Passato il fine settimana pensai che avevo il sonno proprio pesante perché non ero stata svegliata da nessun grosso tir. 

Però il cane Leo continuava ad abbaiare (non da solo). Stai a vedere che avevano rinviato la partenza. 

Il lunedì mattina scendo nel campo a vedere che succedeva. C’era il cane Leo, legato alla sua catena, che abbaiava come al solito, e il cancello era aperto. 

Scrivo un messaggio al tizio che mi dice che lui era già arrivato al suo paese. 

Bene, ma quando torni a riprendere il cane?

Non torno più.

Ma come?

Mi spiegò che la ditta di trasporti non aveva voluto prendere il cane con sé e che quindi, a malincuore, lo aveva dovuto lasciare lì.

Tanto a me faceva comodo avere un cane con la gente che mi voleva male e via dicendo.

Ecco, mi ero fatta raggirare bene bene.

E ora?

Intanto pensai a dare qualcosa a quella povera bestia che probabilmente non mangiava da due giorni. Notai nel capanno dei contenitori di crocchette richiusi con lo scotch. Presi la ciotola del cane. Era piena ma i croccantini erano tutti appiccicosi per la pioggia. La svuotai, la pulii e la riempii con i croccantini nuovi. 

Il cane mi abbaiava contro, tirando la catena, ma io stavo attenta a muovermi fuori dal suo perimetro di azione. Vidi un secchio con poca acqua. Mi avvicinai per prenderlo. Ebbi appena il tempo di vedere il cane che scattava con un grande balzo verso di me e di darmi alla fuga. Ma lui riuscì lo stesso ad azzannarmi il dorso della mano destra. Fortuna che indossavo i guanti da lavoro in pelle. Per cui me la cavai con un pizzicotto dolorante e un bel livido. Poteva andare decisamente peggio.

Però quel problema andava risolto, e anche al più presto. Non solo era diventato pericoloso avvicinarmi per dare da mangiare al cane. Ma chi mi garantiva che la catena avrebbe retto ai suoi balzi? Se avesse ceduto sarei stata finita, senza nemmeno starci a pensare.

Cominciai a fare una serie di telefonate, vigili, volontari, servizio veterinario. Ma ognuno mi rimbalzava all’altro. Il problema sembrava irrisolvibile. 

Il cane non era mio, quindi non potevo prendere decisioni in merito.

Eh, ma il terreno sì. 

Poi, il proprietario non lo aveva ufficialmente abbandonato (ah, no?) quindi non si poteva intervenire su un cane di proprietà con il padrone assente.

Provai a spiegare al proprietario che avrebbe dovuto chiamare il servizio veterinario e chiarire la situazione. Non credo che l’abbia mai fatto.

Però colse l’occasione per informarmi di un piccolo particolare.

Sul terreno aveva lasciato anche una gatta con i gattini, ma ormai avevano quasi due mesi e si sarebbero arrangiati da soli. In ogni caso suo figlio aveva già pensato a tutto e presto sarebbero venuti a prenderli per portarli da una signora. Ci aveva già parlato lui ed era tutto a posto.

Certo, da credere al cento per cento.

Nel frattempo c’era da risolvere un altro problema. Dare da mangiare ai gatti, grandi e piccini, mentre il cane Leo faceva tremare il capanno come un terremoto dalla voglia che aveva di addentarmi. 

Un vigile aveva anche ipotizzato che questa situazione l’avessimo concordata insieme, io e l’ex proprietario, per forzare gli eventi. 

Grazie per la stima. 

Di cuore. 

(1 – continua)

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Che noia il consiglio comunale!

Quando ero ancora corrispondente da Colle, uno degli appuntamenti che dovevo seguire era il consiglio comunale. Era ancora l’epoca del monopartito e delle elezioni vinte con percentuali altissime. L’opposizione c’era? Sicuramente sì, ma pur sforzandomi non riesco a farmi venire in mente né un nome né un volto.

Le sedute erano di una noia mortale, però andavano seguite. Si era negli anni Ottanta e le notizie si leggevano sul giornale o si ascoltavano in tv. Gli articoli si dettavano al dimafono, un apparecchio che registrava quanto si diceva al telefono, per essere poi sbobinati dalle poligrafiche che li inserivano nella memoria del sistema. Questo lo imparai quando mi chiamarono a lavorare in redazione. Come corrispondente l’esperienza si fermava al telefono. Naturalmente quello fisso.

A quell’epoca Colle era un disastro. 

Castello era ancora Repubblica (Repubbriha, come diceva babbo) e non era un posto dove andare troppo in giro, specie se da soli. Ci stavano i ragazzi del bar della Pugnalata che già ci facevano paura a trovarli giù in Piano, figurarsi a casa loro. 

Le case erano vecchie e cadenti, c’erano macchine e motori dappertutto e panni stesi da finestra a finestra. I magazzini a piano strada erano chiusi alla bell’e meglio con tavole di legno affastellate o pezzi di bandone. 

Alle medie la professoressa ci portò perfino in gita in Castello.

Le mura erano crollate e Bacìo era un’immensa discarica a cielo aperto. Credo che anche il bastione di Sapia fosse soltanto un rudere.

Il consiglio comunale di Colle si riuniva a Palazzo dei Priori, in Castello.

In quegli anni però furono fatte un bel po’ di cose per recuperare la parte più vecchia della città. Ricordo che ad ogni consiglio veniva approvato il recupero di un lotto di mura. Furono decisi interventi di edilizia popolare nelle distese di terreni alla Badia, dove allora c’era solo il campo sportivo e poco più in là la Calp. Le nuove case furono destinate agli abitanti di Castello mentre nel vecchio quartiere si cominciava a ristrutturare e a valorizzare le antiche architetture. 

In quel periodo la cronaca della Valdelsa gravitava intorno a tre punti e sempre quelli: il monoblocco ospedaliero, lo svincolo di Drove, la Francigena. 

Si parlava di chiudere gli ospedali di Colle, Poggibonsi e San Gimignano e di farne uno grande e ben attrezzato in una zona baricentrica, un posto che chiamavano Campostaggia e che rimaneva prima del bivio per San Lucchese.

Lo stesso sarebbe avvenuto in Valdichiana, a Nottola, Montepulciano.

Ma allora erano solo progetti e se ne discuteva in consiglio e sui giornali. C’era chi si schierava contro e chi a favore, così le discussioni non finivano mai.

A Colle era tutto un lamentarsi per la chiusura dell’ospedale. Ci mancava solo quello, dopo che avevano spostato la compagnia dei carabinieri e la pretura a Poggibonsi.

Lo svincolo di Drove oggi è l’uscita di Poggibonsi Nord ma in quegli anni era infinita la discussione anche su quello.

Nemmeno la Francigena esisteva se non nella mente di qualche fissato che vedeva nella riscoperta di un vecchio itinerario da pellegrini addirittura delle possibilità di sviluppo per il turismo.

Una sera venendo via dal consiglio comunale verso mezzanotte, all’altezza del palazzo del Campana fummo investiti da un odore terribile. Era estate e faceva caldo anche a quell’ora, l’aria era ferma e pesante. Ci chiedemmo schifati che cosa potesse essere a fare quel puzzo ma poi passammo e dimenticammo.

Me lo ricordai qualche giorno dopo quando uscì la notizia di una persona che era morta in casa, il cui corpo era stato trovato dopo quattro o cinque giorni. Era avvenuto proprio lì, al palazzo del Campana.

Un’altra sera, prima del consiglio comunale, andai a mangiare una pizza da Vittorio con un’amica che scriveva anche lei. Poi salimmo in Colle Alta, facemmo le scale del Palazzo dei Priori e ci sedemmo al tavolo della stampa. 

Io credo di ricordare che si parlasse del monoblocco di Campostaggia. O forse dell’idea di trasformare Colle Bassa in un anello a senso unico. O forse… boh.

Ricordo che la discussione era noiosa e pesante. O forse era la pizza, o la birra.

Insomma, ricordo che chiamai a raccolta tutte le mie forze ma a un certo momento non ce la feci più. La testa mi pesava e gli occhi mi si chiudevano. 

Appoggiai la testa sul quaderno e mi addormentai, sperando che nessuno facesse caso a me. 

Naturalmente non fu così.

La discussione andò avanti in tutta la sua noiosità e alla fine il consiglio finì. Io rialzai la testa e feci finta di essere sveglia, mentre la mia amica mi giustificava dicendo deve essere stata la pizza.

Un bel po’ di tempo dopo, però, quello che al tempo era l’assessore alla sanità mi disse: 

  • Una cosa non te la perdonerò mai. Quella di aver dormito mentre parlavo in consiglio comunale.    

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Il suonatore di sitar

L’insegnante di yoga che seguivo a Belluno ogni tanto organizzava delle pratiche free all’aperto. Questo accadeva con l’arrivo della bella stagione, in genere alla chiusura dei corsi. Un anno la giornata fu organizzata al parco di Villa Montalban. Come al solito l’evento era aperto a chiunque, per cui le mamme portavano i bambini e qualcuno veniva con amici e fidanzati. 

L’appuntamento era per la mattina intorno alle dieci, dieci e mezzo. La pratica yoga durava un’oretta e mezzo, dopo era previsto un picnic sul prato con cibo e bevande da condividere.  

Quell’anno c’era una novità, una delle ragazze aveva un amico che suonava il sitar. Era stato invitato anche lui per intrattenerci con la sua musica prima di pranzo.

Per fortuna la giornata era bella, che a Belluno non è mai detto, per cui la pratica di yoga filò che era una meraviglia. Dopo un’ora e mezzo tutti concentrati in silenzio sugli esercizi, ci sarebbe stato bene anche un aperitivino.

Ma toccava al ragazzo del sitar. Per cui, dopo aver steso dei teli su cui furono disposti i cibi, i piatti e le bevande che ognuno aveva portato, ci apprestammo ad ascoltare, ancora in silenzio, ancora concentrati, quella musica indiana suonata apposta per noi.   

Io mi appoggiai ad un albero, sempre seduta a terra, e mi lasciai pervadere dalle note vibrate che uscivano dallo strumento mentre mi perdevo nei miei pensieri. 

Passò un po’ di tempo in cui stavamo tutti zitti e rilassati mentre il tipo suonava. 

E suonava.

I bambini in realtà non erano affatto rilassati. Uno ad uno avevano cominciato ad agitarsi, dai più grandi ai più piccoli e le mamme cercavano di tamponare la situazione distribuendo carote crude o cracker. La cosa sembrava funzionare, sul momento, ma dopo un po’ tornavano subito ad agitarsi e le mamme con loro.

Ogni distribuzione di cibo o di acqua però veniva fatta in silenzio, cercando di non disturbare il musicista e di non rompere l’atmosfera che si era creata.

Anche io cominciavo ad avere un po’ fame, a dire il vero. Ma non avendo la mamma a cui chiedere cracker o carote crude, mi consolavo pensando che presto sarebbe finito anche quel concerto e ci saremmo messi a mangiare.

D’altra parte non era mica un problema aspettare una mezz’oretta. 

Il tempo però passava, il tipo continuava a far vibrare le corde del suo sitar, le mamme e i figli erano sempre più agitati, le persone cominciavano a guardarsi, timidamente, con aria interrogativa, ma niente. Il tizio continuava a suonare.

Cercai di attirare lo sguardo dell’insegnante di yoga. Niente. Se ne stava seduta a occhi chiusi beandosi di quella musica. 

Una musica che sinceramente mi stava cominciando a dare anche un po’ sui nervi. Altro che relax.

Intanto il tempo passava, il buco nello stomaco si allargava e quello continuava a strimpellare quel cavolo di sitar.

L’una e mezzo era già passata e quel suono vibrante, lagnoso e sempre uguale a se stesso continuava. Cominciai a temere seriamente che la loro concezione ciclica del mondo investisse anche la musica. Senza inizio e senza fine. Ohimè.

Intanto l’insegnante aveva aperto gli occhi. Riuscii ad incrociarli e le feci un segno con le dita a forbice. 

Lei alzò le spalle, come dire, che vuoi farci.

Mi alzai e andai a parlarle all’orecchio. 

  • Credo che sia l’ora di mangiare, vedi i bambini come sono agitati. E anche i grandi…
  • Ma non si può, sta ancora suonando.

Si erano fatte le due. 

Non ricordo se fossi più disperata, infastidita o affamata. Ma credo un mix in parti uguali di tutte e tre le cose. Forse anche qualcuna in più.

Alla fine, intorno alle due e mezzo, non ricordo come e per merito di chi, il sitarista si zittì e noi potemmo finalmente alzarci, sgranchirci le gambe, parlare un po’ tra noi e, soprattutto, mangiare. 

Penso che la volta che mi verrà voglia di scrivere un libro giallo, il primo mistero da risolvere riguarderà l’omicidio di un suonatore di sitar. 

Più di qualcuno, ne sono certa, tirerà un sospiro di sollievo. 

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