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Il delitto del Central Park

Una giovane donna corre in Central Park. Quando arriva vicina ad Harlem, nella parte nord est del parco, viene aggredita da un gruppo di teen agers che la prendono a sassate, la picchiano, la accoltellano e la lasciano agonizzante in un fosso quasi dissanguata. Il suo corpo rimarrà a terra finché qualcuno, passando di lì, non lo vedrà e chiamerà i soccorsi. La donna sarà ricoverata in ospedale, rimanendo in coma per 12 giorni. 

Questa notizia mi si è conficcata dentro e ogni volta che penso a Central Park l’episodio si sovrappone a tutte le cose belle lette nei libri e viste nei film.

Quando, con la scuola, andammo a visitare il museo della televisione, The Paley Center for Media, sulla 52esima, dopo il giro di rito ci offrirono la possibilità di accedere agli archivi. Ognuno avrebbe potuto scegliere l’avvenimento che gli interessava e vedere il materiale che lo riguardava.

Io chiesi il materiale sull’aggressione di Central Park. Ricordo che c’era addirittura una specie di quadretto appeso alla parete che raffigurava come una mappa con tanto di disegni le varie fasi dell’aggressione. Devo avere ancora la foto da qualche parte.

Carmen scelse l’omicidio di John Lennon, anche quello avvenuto vicino al Central Park, sotto il Dakota Building, dove viveva con Yoko Hono. Passammo anche dallo Strawberry Fields, il Memorial inaugurato alla fine del 1985 in Central Park, poco distante da dove John Lennon fu ucciso l’8 dicembre 1980.

Nel 1993 Josie Barnard, nella sua guida per donne in viaggio a New York, scrive a proposito di Central Park: “Nel 1876 la rivista Harper’s scrisse che emanava ‘un’atmosfera e un gusto magici’. I suoi creatori, Olmsted e Vaux, volevano che contribuisse alla ‘più grande felicità di chiunque… ricco o povero, giovane o vecchio, ebreo o gentile’. Oggi compare regolarmente nella cronaca nera per stupri di gruppo e delitti efferati”.

Il caso della jogger di Central Park è del 19 aprile 1989. Trisha Meili, che fu data per morta, è invece sopravvissuta all’inferno che visse quella sera mentre faceva la sua corsetta serale. Da allora, da economista di belle speranze si è trasformata in una speaker motivazionale e lavora con le vittime di aggressioni sessuali al Mount Sinai. Continua a soffrire di amnesie e altri postumi dopo l’aggressione. Nel 2003 ha pubblicato un libro, I am the Central Park Jogger. Quel giorno di tanti anni fa le vittime di violenza furono moltissime con una trentina di giovani scatenati in un’apoteosi di aggressioni, attacchi e rapine nella zona più a nord del parco. 

Con Liz mi trovavo bene anche se non era facile intendersi a causa del mio blocco nel capire la parlata e nell’esprimermi. Quello era lo scopo del viaggio. Dopo tanto studio, avrei finalmente potuto sciogliermi e rendere viva la lingua che avevo studiato.

Quando me la trovai davanti, fuori dalla porta di legno color avorio del suo appartamento, rimasi sorpresa. Al telefono avevo pensato a una signora di mezza età o più, del tipo professoressa. Un po’ seria e anche rigida. 

Invece mi trovai di fronte a questa biondina dai capelli corti, taglio sbarazzino, bocca grande, gran sorriso, alta qualche centimetro in meno di me.

Il suo modo di fare era spiccio e diretto. Non mi nascondeva il suo fastidio per la mia difficoltà di espressione ma era anche collaborativa, e faceva in modo di spiegarmi le cose. 

Appena arrivata, vista l’ora, mi spedì a dormire. Il giorno dopo avremmo parlato. Mi mostrò quindi gli spazi della casa a mio uso e quelli comuni e mi fece vedere dove avrei potuto mettere le mie cose in frigo. Qualche tempo prima aveva ospitato un altro italiano, un ragazzo, che pare si allargasse un po’. “Mi chiedeva sempre il mio deodorante! – mi disse una volta – e io gli spiegavo che non potevo prestarglielo. Ma lui ogni volta insisteva”.

Non capii dove fosse il problema finché non andai in uno di quei mega negozi di profumeria, integratori e varie, a cercarne uno per me. All’epoca usavo il Breeze, con la confezione che si premeva verso l’ascella senza bisogno di venire a contatto con la pelle. Non ci fu verso di trovarne uno simile, erano tutti roll-on. Quella sembrava l’unica possibilità con cui intendevano il deodorante a New York

Ecco perché la richiesta dell’italiano era così fuori luogo.  

(6 – continua)

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All’ombra delle Due Torri

Prima di partire cerco di prepararmi al meglio. In libreria trovo un libro di Josie Barnard, “New York, una guida per donne in viaggio”. Titolo originale: Virago Woman’s Guide to New York. 

Lo leggevo a casa prima di addormentarmi. Una sera lessi il capitolo dedicato ai consigli su che cosa fare e a chi rivolgersi in caso di violenza sessuale. Devo ammettere che questa cosa mi mise un po’ di apprensione. Dovetti parlarne con qualcuno perché ricordo un tizio, una specie di guru motivazionale con il quale avevo fatto un seminario, che mi disse. “Sapete che dovete fare se qualcuno cerca di violentarvi? Ditegli: vieni qua che ti faccio un pompino. È l’unico modo per farli scappare”.

A parte il fatto che con il mio inglese tirar fuori una frase del genere nel corso di un tentativo di violenza sarebbe stato impossibile. Se poi l’aggressore fosse stato tedesco, olandese, indiano o cinese non avrei saputo proprio come dirlo. In ogni caso all’epoca ero timidissima e complessata, anche se sembravo pronta a spaccare il mondo. Quindi feci quello che facevo di solito in occasioni simili. In risposta alla frase del guru rimasi in silenzio e la mia faccia divenne paonazza. 

Se penso alla faccia che dovevo avere mentre girellavo spensierata per le strade di Manhattan, credo che oggi mi verrebbe voglia di prendermi a schiaffi. In foto mi vedo carina, con il mio visetto magro e sorridente, incorniciato dai capelli ricci e rossi. 

Sono sicura di aver avuto stampata in faccia un’espressione trasognata e assurdamente felice. E insopportabile. Camminavo felice, osservavo curiosa, sorridevo a tutti, ringraziavo, sperimentavo il mio inglese, scoprivo nuovi negozietti con vestiti fantastici a prezzi stracciati. Ero a tre metri da terra, minimo. 

Eccetto i pusher che ogni tanto mi si avvicinavano mentre ero intenta a scrutare una vetrina e mugugnavano frasi incomprensibili, che non capivo nemmeno se fossero rivolte proprio a me, riscontravo la stessa attitudine anche nei volti di chi incrociavo, o nei commessi dei negozi. Sorridi e il mondo ti sorriderà.

Solo un giorno, curiosando fra le casse di frutta e verdura di un negozietto vicino casa, mi incrociai con una tipa che voleva passare dal piccolo corridoio in cui ero io. Ne nacque il solito balletto, avanti io, indietro lei, vado a destra, no a sinistra. Una cosa che mi fece ridere e che avrei trovato divertente. Se non fossi stata gelata da lei con un “allora, ti vuoi decidere o no?” detto con un tono tanto glaciale e sgarbato che ancora oggi lo ricordo. 

Ricordo soprattutto il senso di disagio di essermi trovata lì sorridente come una scema.

A pensarci bene, nemmeno il mio primo incontro con la metropolitana fu il massimo della gentilezza. Arrivai di buon’ora pronta a cambiare un po’ di linee per arrivare fin sotto alle Torri Gemelle dove ci sarebbe stato il primo incontro della scuola. Lì ci saremmo presentati uno ad uno, avremmo risposto a un questionario e ci avrebbero assegnato la classe dopo aver stabilito quale fosse il livello della nostra lingua.

In linea d’aria era piuttosto vicino all’appartamento sulla First Avenue dove vivevo in quei giorni con Liz, ma attraversare l’isola in direzione orizzontale era un po’ complicato. Sicuramente lo era meno che andare a piedi nel mio primo giorno a New York con un appuntamento e un orario preciso da rispettare, secondo Liz. Il primo scoglio lo trovai alla biglietteria dove chiesi venti token (le monetine di metallo bucate che allora erano i gettoni della metro) con un foglio da 100 dollari. La donna di colore di là dal vetro mi disse. No. Cercai di capire perché. Lei continuava a dire No. Mentre dietro di me la fila si allungava. Non poteva nemmeno spicciarmi il foglio. No. Finché per mia fortuna un gentile signore, compresa la situazione, mi dette dei fogli cambiandomi i 100. Oddio, ma che gente gentile che c’è a New York! Wow! Come sono fortunata…

Così rinfrancata misi il mio primo token nell’apposita fessura e mi inoltrai nel groviglio del trasporto sotterraneo di New York, armata di cartina e del foglio di istruzioni scritto da Liz. 

Il World Trade Center fu il primo vero monumento di New York che mi trovai davanti, in una fresca mattina di fine febbraio. Non ci salii mai. Anzi, mi irritavo quando qualcuno mi consigliava di andare a cena al ristorante in cima a una delle due torri per vedere il panorama di New York dall’alto. È imperdibile, dicevano. A me sembrava una cosa banale, scontata, da turisti in gita organizzata. Ma dalla strada, in quella mattina tersa in cui passai qualche ora seduta all’aperto nell’attesa del mio turno sotto ai due mostri, non posso negare che faceva un certo effetto vedere tutto quel vetro e quel cristallo brillare contro il cielo azzurro.   

Cinque anni e mezzo dopo, quando ci furono i fatti dell’11 settembre, babbo mi chiese se fossi salita sulle torri gemelle, con il tono orgoglioso di chi può dire mia figlia c’è stata.

No, babbo. Non ci sono mai salita. Però ci ho girellato sotto con il naso all’insù.

(5 – continua)

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Sulle tracce del giovane Holden

New York per me rappresentava a quel tempo tutto quello che uno poteva voler fare o desiderare nella vita. Una città dove si concentrava una sintesi del mondo. Il posto in cui tutto accadeva e dove volevo essere perché le cose non accadessero senza di me.

Il fatto che lo skyline fosse visto e rivisto o che ogni strada raccontasse la scena di un film o la pagina di un romanzo mi sembrava, più che un ripercorrere situazioni già vissute da altri, la possibilità infinita, aperta e sorprendente di viverne di mie. A New York anche una banale passeggiata aveva il sapore di un film. O quantomeno lo scenario. Il giorno che attraversai Central Park per la prima volta quasi mi scoppiava il cuore dall’emozione. Avrei voluto che le persone a me care fossero con me o mi potessero vedere, proprio me, camminare in quel posto. Ero ancora nel parco quando trovai una cabina telefonica e chiamai a casa. Rispose babbo. “Sono a Central Park” gli dissi, con la voglia di condividere tutta quella gioia che mi esplodeva nel petto.

Non è stato facile negli anni spiegare la mia passione viscerale per New York. Molti amici la interpretavano in modo ideologico, prendendo a pretesto la politica imperialista americana o stupidaggini simili. Non per l’imperialismo in sé, ma per il legame che poteva avere con il mio amore per questa città. Nullo. Per qualcuno invece amare New York voleva dire approvare in toto tutto quello che la politica americana aveva fatto negli anni. Come se andare in vacanza in Thailandia giustificasse in automatico la prostituzione minorile. 

A dirla tutta, alla me di allora della politica americana non importava proprio niente. Per me New York era soprattutto passeggiare sulle strade dove era stato Holden Caulfield e insieme a lui tanti altri personaggi di quei romanzi che avevo divorato e che avrei continuato a leggere anche dopo, sempre affamata di quelle vie e dei loro incroci numerati. 

Un giorno con Carmen entrammo nella libreria Barnes & Noble sulla Quinta strada. Era un negozio enorme, dagli spazi ampi e il soffitto altissimo. Sulla destra c’erano degli armadietti di metallo grigio scuro dove lasciare le borse, come in biblioteca o al museo.

Mentre aspettavamo il nostro turno, uno dei ragazzi che ci precedeva si allontanò lasciando un libro sul bancone. Era un’edizione tutta stropicciata di The Catcher in The Rye che, appoggiata sul margine del tavolo, mi cadde proprio sui piedi. Non l’avevo persa di vista un attimo e, non appena lui se ne andò, pensai di poter prendere io quel libro. “Ferma, che fai?” mi disse Carmen. “È un furto”.

Non ci fu verso di convincerla. E a malincuore dovetti riporre il libro sul bancone. Probabile che qualcun altro lo avrà preso dopo di me. Magari era un primo vagito del book crossing che si sarebbe diffuso negli anni successivi, con i libri abbandonati sulle panchine dei parchi o in altri posti, a disposizione degli sconosciuti. Quale furto… Era semmai un segno del destino.

La mattina mi alzo prima delle sette. Scendo dal letto di Liz, due materassi e quattro cuscini, mentre lei dorme sul divano in salotto, ed entro in bagno. Sanitari e piastrelle sembrano quelli degli anni Cinquanta, che dovrebbe essere il periodo di costruzione di quegli edifici. Nella doccia, sopra alla vasca da bagno in spessa ceramica color avorio, c’è una radio resistente all’acqua. È una stanza simpatica. 

Mi vesto pescando gli abiti dalle valigie aperte sul pavimento della camera. Sono magrissima. Indosso delle gonnelline Sisley o Benetton che oggi mi starebbero giusto a un ginocchio. Il pezzo forte è quella in velluto blu a coste grosse. 

La colazione è compresa nel prezzo della stanza. In cucina apro il frigo e prendo il latte. Sugli scaffali ci sono i cereali. 

“Non si mangiano così” mi dice Liz. “Troppo latte. Devono rimanere più croccanti”.

Rispondo ridendo. Il mio inglese non è abbastanza fluido per spiegare le ragioni per cui a me piacciono così. Mi pare strano però che nel paese delle libertà uno non possa nemmeno mangiare i corn flakes come preferisce. Pare che Liz abbia le idee molto chiare, almeno nel settore dei corn flakes.

Liz la mattina va alle Nazioni Unite, poco lontano da casa. Il pomeriggio poi è in un ufficio Uptown. Non ho mai capito in realtà che cosa consistesse il suo lavoro. 

Qualche volta usciamo insieme e camminiamo per alcuni isolati lungo la First Avenue. Poi io giro sulla ventisettesima e Liz prosegue dritto. Non ci metto molto ad arrivare sulla Quinta dove c’è la mia scuola. Vado a piedi anche se potrei prendere un bus. Ma è sempre la solita storia. Voglio annusare quest’aria, voglio guardare ogni portone, ogni negozio, ogni manifesto, ogni persona che incrocio sulla mia strada. Voglio riempirmi gli occhi di qualsiasi cosa faccia parte di New York.

La scuola è al terzo piano di un edificio massiccio. Le lezioni iniziano alle 9.30 e finiscono alle 12.30, con un intervallo di dieci minuti intorno alle 10.30. C’è anche una saletta per i fumatori. Nell’intervallo non si vede da qui a lì.

Da poco a New York hanno vietato il fumo nei locali pubblici. Ecco perché appena arrivata ho visto tanta gente con la sigaretta accesa per strada, ferma o mentre camminava. Non si può fumare nemmeno nei ristoranti, eccetto vicino al bancone del bar. 

Una sera in un ristorante ho acceso la sigaretta appena seduta al tavolo. “Per favore la spenga” mi ha detto il cameriere. “Ma vedo che altri fumano”. “Le ho detto la spenga, per favore”. Non mi ha portato nemmeno un posacenere. Ho dovuto spengerla per terra, schiacciandola con la scarpa. In compenso sul tavolo non manca mai il bicchierone di acqua e ghiaccio omaggio della casa.

(4 – continua)

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Il gioco della memoria

Con il tempo la memoria evapora, scompare o si trasforma. Rivangando vecchi ricordi con gli amici con i quali li ho condivisi scopro come ognuno conservi una parte di quanto avvenuto, la sua parte, che non coincide del tutto con la mia. C’è sempre un particolare che sfugge, nella loro mente o nella mia, rimanendo sospeso nel dubbio che sia veramente accaduto o no. A volte i loro ricordi arricchiscono i miei, completandoli. Altre volte portano volti nuovi o situazioni che in me non hanno lasciato alcuna traccia.

È un gioco che mi piace fare negli ultimi tempi. Sono cose che si fanno a una certa età, non c’è ragione di farle quando si pensa alla vita come a un domani infinito. Ma a un certo punto accade, e ci si mette a guardarsi indietro nel tentativo di riconoscere la strada che abbiamo percorso e di fissare la nostra identità. Forse anche solo per convincersi di aver lasciato, se non negli altri, una testimonianza almeno per noi stessi.

Qualcuno deve aver detto che le esperienze che viviamo ci si stampano dentro, così come i libri che leggiamo, i film che guardiamo, le canzoni che ascoltiamo. E forse anche le persone che incontriamo, che amiamo o che odiamo. Ogni cosa lascia dentro di noi un pezzettino di sé che contribuisce, granello su granello, alla formazione della nostra complessa personalità, con il groviglio di pensieri, atteggiamenti, gusti e idiosincrasie che la caratterizza.

Se esiste questo qualcuno, io sono d’accordo con lui. O con lei.

Mentre cerco di rivivere nella memoria i particolari di un viaggio di ventiquattro anni fa, sono bloccata in casa, nel chiuso della mia stanza, durante la pandemia di Coronavirus del marzo 2020. Oggi, a quasi 57 anni, ammetto che non mi pesa tantissimo l’inazione. Posso leggere, scrivere, meditare, cucinare e fare addirittura due passi nella campagna fuori casa.

Se una cosa del genere fosse accaduta nel 1996, alla me stessa di allora, sarei sicuramente impazzita. 

All’epoca ero una ragazza che azzannava la vita, affrontandola di petto, mossa da una tensione continua che mi spingeva alla ricerca perpetua di stimoli e novità per nutrire un’anima ribelle e anche, ora posso dirlo, un po’ ossessiva.

L’entusiasmo assoluto dei miei giorni newyorchesi oggi mi appare come una sorta di bulimia, un’incapacità di fermarmi, di stare nel silenzio, sola con me stessa, mangiata com’ero fino all’osso dalla smania di scoprire, fare, vedere cose nuove e conoscere nuove persone.

Una delle sensazioni che ricordo della me di quegli anni è la paura di non esserci. La paura che le cose avvenissero senza di me. Questa cosa la avevo fin da piccola. Quando i miei genitori organizzavano delle cene, cosa che in genere avveniva per l’ultimo dell’anno, e invitavano i loro amici, io non volevo mai andare a letto. Non sopportavo l’idea che venissero dette cose che io non avrei potuto ascoltare. Questo creava un vuoto doloroso dentro di me e lo dovevo riempire subito, puntando i piedi per rimanere sveglia. Certe volte ho dovuto far finta di andare a letto, per poi rimanere a origliare gli ospiti dietro la porta della mia cameretta, finché anche l’ultimo non era andato via. 

Nelle foto che ancora oggi riposano in qualche cassetto mi si può vedere, a cinque-sei anni, con i capelli corti corti e gli occhietti tondi, eternamente svegli e attenti.

Oggi, nel tempo sospeso che viviamo, un tempo in cui ci invitano a stare in casa il più possibile per cercare di rallentare la propagazione del contagio, mi sembra abbia un senso rifugiarmi nel ricordo del periodo più movimentato e avventuroso della mia vita, potrei dire anche agitato, quello di cui fanno parte le mie settimane a New York.

L’idea in realtà mi è venuta leggendo un libro di Siri Hustvedt, “Ricordi del futuro”, in cui l’autrice, ormai adulta e impegnata nel trasloco della madre in una casa di cura, ritrova il quaderno Mead che aveva scritto durante l’anno sabbatico che si prese prima dell’università, in cui si trasferì dal Minnesota a New York in cerca di avventure da scrivere in un romanzo.    

Qualche tempo fa l’ho ritrovato anche io il quadernetto del mio viaggio a New York. È piccolo, quadrato e foderato di una stoffa di vellutino rosso a fiorellini. Me lo aveva regalato Meredith, la mia amica americana, una delle insegnanti di quel famoso corso di inglese a Treviso. In questi giorni ho provato a ricercarlo senza successo. Sicuramente prima che finisca di scrivere questa storia salterà fuori. Non sarà dettagliato e ricco di spunti di scrittura come quello della scrittrice americana, ma come aiuto per la memoria andrà benissimo. Sempre che ricompaia.

(3 – continua)

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Gli anni ruggenti della tv privata

Alla fine del 1976 anche Colle ebbe la sua tv privata. Si chiamava Rts, Radio Tele Siena, e fu la prima di tutta la provincia. Due anni prima ad Arezzo era nata Teletruria, la prima in assoluto, e trasmetteva via cavo. Dopo un anno, quando la legge lo permise, passò all’etere.

Rts fu aperta in un fondo di Igino Bartoli in piazza Spartaco Lavagnini. Il capofila dell’operazione era Piero Barbagli, che si occupava dei trasmettitori, e che con Franco Masoni, anche lui in Rts, un anno dopo avrebbe aperto Canale 3 a Siena.

In ogni caso, in quel 1976, fu la tv di Colle a trasmettere la prima edizione di 96 Ore di Palio.

Due per esser precisi, quella di luglio e quella di agosto.

Le attrezzature furono installate a Palazzo Sansedoni con il placet del Monte dei Paschi e due telecamere in bianco e nero ripresero i quattro giorni della festa dalle trifore su piazza del Campo. 

Io all’epoca avevo tredici anni e ho vaghi ricordi delle persone che giravano intorno alla tv. 

Babbo ideava le trasmissioni e organizzava il palinsesto insieme al Bartoli e zio Romano, col negozio Radiopacini, pensava alla parte tecnica.

Mi ricordo di Renzo Fanetti, con la sua telecamera, ma più per averci lavorato dopo, quando si andava a giro a riprendere i pranzi dei cinquantenni all’Astronave e io facevo il commento vocale, che per Rts. 

Mi ricordo anche di Iginio Bartoli, che in quegli anni era il presidente della Colligiana e da cui, un po’ di tempo dopo, avremmo comprato la casa. Ma lui è impossibile dimenticarlo, mi pare ancora di vederlo passare per piazza col cappotto lungo foderato di pelliccia, in tutta la sua imponenza.

Però mi sono informata e a forza di chiedere ho raccolto altri nomi. Tra quelli di Siena c’era Paolo Tozzi che raccoglieva la pubblicità.  

Il maestro Ilio Guerranti leggeva il tg, alternandosi con le ragazze più belle di Colle, Monica Sottili, Paola Buzzichelli, Patrizia Righi, che conducevano anche le trasmissioni di intrattenimento. 

C’erano delle aste, in cui venivano venduti oggetti ricevuti in regalo dai commercianti di Colle e il cui ricavato andava all’Unione Sportiva Colligiana. 

C’erano dei giochi, degli indovinelli e una volta vinsi anch’io. Telefonai e detti la risposta giusta. Il premio era un vaso di terracotta smaltata con un bel fiore arancione dipinto sopra.

Credo ci s’abbia ancora, da qualche parte.

Programmi, trasmissioni, qualunque cosa venisse fatta in tv in quegli anni era frutto di artigianato puro. Non c’era una scuola, se non quella della Rai, che stava però su tutto un altro piano.   

La mi’ cugina, che alle elementari c’aveva la maestra Guerranti, moglie di Ilio, ci andò in gita con lei e la maestra Pizzirani. I bambini fecero un giro nella sede di Rts, furono intervistati e poi la sera si rividero in televisione. 

Mi ricordo di quelle stanze bianche piene di aggeggi e fili elettrici e con qualche scrivania qua e là. 

Quando ero al liceo poi, babbo mi fece fare un provino insieme a un altro ragazzo. Mi pare che andai meglio io. Lui, che pareva più sciolto, davanti alle telecamere rimase bloccato. L’idea era quella di fare un programma musicale, passando i dischi su richiesta o meno. Una specie di Deejay TV ma parecchi anni prima. 

Purtroppo il progetto non andò mai in porto.

Mamma invece ricorda che in quel periodo portò i ragazzi in gita nella sede del Monte dei Paschi e quando si seppe che era la moglie di Asvero Pacini di Rts la trattarono con tutti gli onori.

Noi all’epoca si stava all’inizio di Campolungo, la tv era a poche centinaia di metri da casa, andando verso Gracciano.

Le macchine si posteggiavano in strada e spesso nemmeno si chiudevano.

A un certo punto babbo cominciò a trovare cose strane nell’automobile la mattina quando partiva per andare a scuola. Una volta gliela riempirono tutta di shampoo verde. 

Lui si arrabbiava e gli usciva qualche maledizione a denti stretti. 

Diceva che tanto lo sapeva che glielo facevano per colpa di Rts, ma non ne so il motivo. 

Se ci fossero delle invidie, dei litigi, o che altro.

All’epoca ero piccola e ingenua e non capivo nemmeno la ragione per cui uno si mettesse a far dispetti, o più o meno velate minacce, per una televisione.

In ogni caso Rts andò avanti qualche tempo ancora, dopo l’uscita dei senesi che avevano fondato Canale 3. Poi, come tutte le cose belle, finì. 

O forse è meglio dire, come tutte le più belle cose.

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Il matrimonio di babbo e mamma e le piccole Pierrot

Mamma e babbo si sono sposati il 28 ottobre 1962 nella chiesetta di Cellole, a Pancole. Mamma aveva un vestito di raso di seta bianco, al ginocchio, molto semplice, come usava allora, che le aveva cucito la sua amica sarta. Babbo indossava un completo nero, giacca e pantaloni con camicia e, cosa assolutamente eccezionale, una cravatta.

Di cravatte babbo ne aveva tantissime, ma si vantava di non indossarle mai. Se proprio in qualche occasione era d’obbligo, la teneva giusto il tempo necessario e poi se la infilava in tasca.

Ho fantasticato per anni davanti al portacravatte dell’armadio, su come utilizzare quelle strisce di stoffa lucida multicolor. Mi sarebbe piaciuto cucirle una ad una e farci un gilet, una borsa, qualcosa del genere. Ora non so nemmeno dove sono finite.

Il resto dell’abbigliamento di mamma era sobrio come il vestito. Tulle bianco sostenuto da una coroncina di fiori di stoffa sulla testa, un paio di décolleté di raso bianco ai piedi.

Il pranzo si tenne in un ristorante poco distante dal posto del matrimonio.

C’erano i parenti, i testimoni, qualche amico. Una cerimonia semplice.

Tra gli invitati si intrufolò un tizio di Napoli, insieme alla moglie e a due figliocci, che babbo aveva conosciuto durante una vacanza in campeggio. 

Il tizio si chiamava Gigi. Quando ricevette le partecipazioni, Gigi fece sapere che per niente al mondo avrebbe potuto perdersi il matrimonio del suo amico più caro, praticamente un fratello. Mamma si sentì mancare e si chiedeva perché diamine babbo, evidentemente preda di uno dei suoi slanci di entusiasmo, gli avesse inviato le partecipazioni.

Il tizio fece anche di più. Durante il pranzo nuziale, mentre gli sposi rispondevano alle domande su dove sarebbero andati in viaggio di nozze, Gigi annunciò che non poteva assolutamente non andare anche lui, insieme a loro. 

Lui, la moglie e i due protetti, naturalmente.  

Un amico, intuita la situazione imbarazzante, si dette da fare perché Gigi & C. rinunciassero all’idea, incoraggiandoli invece a visitare le bellezze del luogo.

  • Già che siete in Toscana, gli fu detto, sarebbe un peccato che non coglieste l’occasione per visitare Pisa, Firenze e vedere i monumenti e le opere d’arte.

Non sappiamo se Gigi decise di fare il turista o no. Di sicuro rinunciò alla malsana idea di unirsi al viaggio di nozze degli sposi. Ma non del tutto. Non appena seppe che una delle tappe prevedeva la città di Napoli, si offrì di ospitare egli stesso gli sposi e di guidarli personalmente alla scoperta delle meraviglie partenopee.

Gli sposi decisero comunque di stare in albergo, ma questo non li preservò dal calore dell’accoglienza partenopea durante il giorno. Le ore di luce napoletane furono così presto riempite da pranzi interminabili a casa di perfetti sconosciuti a cui venivano presentati come amici fraterni. Impossibile declinare qualsiasi invito, per evitare di offendere mortalmente il povero Gigi.   

Appena arrivati all’albergo, a babbo rubarono la macchina fotografica.

Gigi disse ci penso io e dopo poche ore la fotocamera ricomparve così come era sparita.

Gli aneddoti su Gigi si sprecano. Li ho sentiti raccontare centinaia di volte durante la mia infanzia e negli anni successivi. Ci sono cresciuta, praticamente.

Babbo era una buona forchetta ma i mitici pranzi partenopei non riusciva ad affrontarli nemmeno lui. 

Raccontava che a un certo punto veniva servita una finocchiella cruda dopo una sfilza di portate, tra fritti, soffritti e sughi vari. La prima volta la considerò il segnale di fine pranzo, salvo scoprire che la finocchiella serviva solo per ripulire il palato per ripartire da capo con altrettante portate. 

Poi c’era la cena.

Gigi non rispondeva mai direttamente a una domanda. Se mamma gli chiedeva qualcosa, esordiva con un “fija bbella”, a cui seguiva un “devi sapere che” e via con la storia della creazione finché l’incauta non si era dimenticata la sua stessa domanda.

I pranzi e le cene interminabili erano sempre a casa di grandi amici di Gigi. 

  • Ma tu, Gigi, chiedeva mamma, dove abiti?
  • Fija bbella, devi sapere che… 

E avanti fino allo stordimento, eludendo naturalmente l’oggetto della domanda.

Un giorno Gigi volle accompagnare gli sposi alla Reggia di Caserta. Al ritorno era buio e lui guidava fisso sulla linea di mezzeria.

  • Gigi, chiese mamma, ma perché stai nel mezzo? È pericoloso…
  • Fija bbella, devi sapere che è per avere un margine di sicurezza a destra e uno a sinistra. 

Io e la mia sorella non abbiamo mai conosciuto Gigi se non dai racconti di mamma e babbo. Lo abbiamo visto in qualche foto del matrimonio, lui, la moglie e i due figliocci, e abbiamo usato per anni le due Parker placcate oro che avevano portato in dono agli sposi.

Un anno, per Carnevale, mamma confezionò dei vestitini da Pierrot per me e per Paola. 

Eravamo ancora piccole. Cucì due paia di pantaloni a pigiama e due casacchine con una stoffa bianca lucida. Poi ci applicò sopra dei tondi di tessuto nero. 

Apprendemmo che quella era la maschera di Pierrot, una specie di Pulcinella, ma più triste e francese.

Ho saputo solo anni dopo che la stoffa usata per quei vestiti era il raso di seta bianco del suo vestito da sposa.

Peccato. Oggi quell’abito avrebbe avuto un suo perché.

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Il suonatore di sitar

L’insegnante di yoga che seguivo a Belluno ogni tanto organizzava delle pratiche free all’aperto. Questo accadeva con l’arrivo della bella stagione, in genere alla chiusura dei corsi. Un anno la giornata fu organizzata al parco di Villa Montalban. Come al solito l’evento era aperto a chiunque, per cui le mamme portavano i bambini e qualcuno veniva con amici e fidanzati. 

L’appuntamento era per la mattina intorno alle dieci, dieci e mezzo. La pratica yoga durava un’oretta e mezzo, dopo era previsto un picnic sul prato con cibo e bevande da condividere.  

Quell’anno c’era una novità, una delle ragazze aveva un amico che suonava il sitar. Era stato invitato anche lui per intrattenerci con la sua musica prima di pranzo.

Per fortuna la giornata era bella, che a Belluno non è mai detto, per cui la pratica di yoga filò che era una meraviglia. Dopo un’ora e mezzo tutti concentrati in silenzio sugli esercizi, ci sarebbe stato bene anche un aperitivino.

Ma toccava al ragazzo del sitar. Per cui, dopo aver steso dei teli su cui furono disposti i cibi, i piatti e le bevande che ognuno aveva portato, ci apprestammo ad ascoltare, ancora in silenzio, ancora concentrati, quella musica indiana suonata apposta per noi.   

Io mi appoggiai ad un albero, sempre seduta a terra, e mi lasciai pervadere dalle note vibrate che uscivano dallo strumento mentre mi perdevo nei miei pensieri. 

Passò un po’ di tempo in cui stavamo tutti zitti e rilassati mentre il tipo suonava. 

E suonava.

I bambini in realtà non erano affatto rilassati. Uno ad uno avevano cominciato ad agitarsi, dai più grandi ai più piccoli e le mamme cercavano di tamponare la situazione distribuendo carote crude o cracker. La cosa sembrava funzionare, sul momento, ma dopo un po’ tornavano subito ad agitarsi e le mamme con loro.

Ogni distribuzione di cibo o di acqua però veniva fatta in silenzio, cercando di non disturbare il musicista e di non rompere l’atmosfera che si era creata.

Anche io cominciavo ad avere un po’ fame, a dire il vero. Ma non avendo la mamma a cui chiedere cracker o carote crude, mi consolavo pensando che presto sarebbe finito anche quel concerto e ci saremmo messi a mangiare.

D’altra parte non era mica un problema aspettare una mezz’oretta. 

Il tempo però passava, il tipo continuava a far vibrare le corde del suo sitar, le mamme e i figli erano sempre più agitati, le persone cominciavano a guardarsi, timidamente, con aria interrogativa, ma niente. Il tizio continuava a suonare.

Cercai di attirare lo sguardo dell’insegnante di yoga. Niente. Se ne stava seduta a occhi chiusi beandosi di quella musica. 

Una musica che sinceramente mi stava cominciando a dare anche un po’ sui nervi. Altro che relax.

Intanto il tempo passava, il buco nello stomaco si allargava e quello continuava a strimpellare quel cavolo di sitar.

L’una e mezzo era già passata e quel suono vibrante, lagnoso e sempre uguale a se stesso continuava. Cominciai a temere seriamente che la loro concezione ciclica del mondo investisse anche la musica. Senza inizio e senza fine. Ohimè.

Intanto l’insegnante aveva aperto gli occhi. Riuscii ad incrociarli e le feci un segno con le dita a forbice. 

Lei alzò le spalle, come dire, che vuoi farci.

Mi alzai e andai a parlarle all’orecchio. 

  • Credo che sia l’ora di mangiare, vedi i bambini come sono agitati. E anche i grandi…
  • Ma non si può, sta ancora suonando.

Si erano fatte le due. 

Non ricordo se fossi più disperata, infastidita o affamata. Ma credo un mix in parti uguali di tutte e tre le cose. Forse anche qualcuna in più.

Alla fine, intorno alle due e mezzo, non ricordo come e per merito di chi, il sitarista si zittì e noi potemmo finalmente alzarci, sgranchirci le gambe, parlare un po’ tra noi e, soprattutto, mangiare. 

Penso che la volta che mi verrà voglia di scrivere un libro giallo, il primo mistero da risolvere riguarderà l’omicidio di un suonatore di sitar. 

Più di qualcuno, ne sono certa, tirerà un sospiro di sollievo. 

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Noi siamo zingarelle…

La seconda estate che mi chiamarono a lavorare a Rovigo la solita agenzia mi trovò una casa minuscola. Era nel sottotetto di un condominio a due passi dal centro. C’era tutto. Tavolo, sedie, divano letto, armadio, cucinetta e bagno. In ventidue metri quadrati. Il bagno era fin troppo grande, però a differenza del soggiornocucinacamera ci si muoveva bene. La cucina era uno di quei mobili compatti che contenevano pensili, frigo, fornelli, acquaio. C’era anche una bella finestra larga come la parete, su in alto, che dava su una falda del tetto. 

Il divano letto era posizionato sotto la finestra e, considerato il caldo di Rovigo, quando ero a casa stavo sempre svestita. 

Un giorno alla finestra comparve un uomo. 

Camminava sul tetto, tirando un filo o non so che. 

Io urlai e tirai le tende, ma lui nemmeno mi considerò. 

Il padrone di casa poi mi disse che era il solito inglese che saliva spesso sul tetto per sistemare l’antenna o con altre scuse, ma che stessi tranquilla che era innocuo. 

In ogni caso un po’ mi infastidì pensare di non essere più del tutto libera nella mia microcasetta. 

Dopo un po’ però non ci pensai più. 

In quel periodo stavo terminando di scrivere la mia tesi di laurea. Ero al terzo relatore, dopo che il primo mi aveva abbandonato per malattia e il secondo era morto. Questo invece era vivo e vegeto e sembrava che fosse arrivato il momento di chiudere il capitolo università. 

La tesi stava tutta nella memoria di un computer portatile, una rarità per l’epoca, che avevo comprato a prezzo di favore tramite il giornale quando ero collaboratrice. Internet non era ancora diffuso e si usavano i floppy disk. Il computer aveva un modem che tramite il filo del telefono permetteva di trasmettere i pezzi in redazione. 

Un giorno tornai a casa in Toscana per il weekend e lasciai il computer nel micro appartamento. 

La domenica sera, al rientro, mentre salivo l’ultima rampa di scale trascinando il trolley, notai qualcosa di strano alla porta. 

Era socchiusa.

Una specie di nebbia mi avvolse la testa mentre il cuore accelerava i suoi battiti.

Senza pensarci un secondo mi precipitai dentro. 

Il computer era lì, al suo posto, nella valigetta in terra accanto all’armadio, dove l’avevo lasciato. La borsa era stata aperta ma il contenuto era intatto.

Sospiro di sollievo. 

Era quella la cosa più preziosa che avevo in quel momento.

La cucinacamerasoggiorno pareva a posto. Andai in bagno. Qualcuno aveva rovistato fra le spazzole e aveva perso un laccetto per capelli. 

Però non mancava niente. 

Chiamai il 113 e poco dopo arrivarono i poliziotti della volante. 

Il problema vero era la porta. La serratura era stata disfatta e non potevo chiuderla. I poliziotti mi chiesero se avessi un altro posto dove andare per la notte.

Non ce l’avevo. 

Ma ero talmente stanca che mi sentivo tranquilla. Avrei bloccato la porta con una sedia. Il giorno dopo avrei pensato a come risolvere, ma in quel momento volevo solo dormire. 

La mattina chiamai il padrone di casa informandolo di quello che era successo. Disse che ci avrebbe pensato lui a fare risistemare la serratura. Lo ringraziai.

Durante il giorno, poi, mentre ero al lavoro, mi chiamò per dirmi che era tutto a posto, l’intervento era costato all’incirca ventimila lire ma che, anche se sarebbe toccato a me pagare, non me le avrebbe chieste. 

Avrei voluto anche vedere, la porta di quella casa era di carta velina! 

Durante il giro di nera della mattina, quando entrai con il collega dell’altro giornale nell’ufficio delle volanti, il capo mi guardò e si mise a ridere. 

Aveva letto dell’intervento sul mattinale e sapeva già tutto. 

Mi disse che avevo sbagliato a chiamare il 113 dopo essere entrata in casa, avrei dovuto farlo prima. Le ladre potevano essere ancora dentro e la situazione poteva farsi pericolosa. Dalla tipologia del colpo, disse, dovevano essere zingarelle che cercavano ori e gioielli ma a cui non importava niente di un computer (a differenza dei tossici) che non avrebbero saputo come rivendere. 

E meno male.

Almeno quella andò bene, alla fin fine.  

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Una bottiglia di Franciacorta

Quando rientrai al giornale, dopo essere stata lontana per quasi due anni, sembrò il caso di fare una festicciola per amici e colleghi. 

In realtà c’era ben poco da festeggiare. In quei due anni avevo iniziato a collaborare con un giornale che mi piaceva molto di più per lo stile, il nome e altri motivi. 

Ma tra un lavoro da esterno con zero garanzie economiche e future e un posto fisso con regolare stipendio, non c’era storia. 

Quel posto lo avevo ottenuto grazie alla sentenza di un giudice, dopo essere stata sballottata per un decennio qua e là che nemmeno una pallina da ping pong. 

Ricordo il giorno in cui l’avvocato mi chiamò al telefono per comunicarmi la vittoria. 

L’improvviso dolore al petto e quella domanda, ma devo proprio rientrare là, non potrebbero darmi dei soldi e chiuderla così? 

No, non era possibile. 

Ricordo anche quello che indossavo, quel giorno. Pantaloni verde militare Sisley a mezzo polpaccio con cinturina di cuoio e maglietta coordinata. 

Dopo pochi minuti ero già a letto. Stentavo a muovermi. I muscoli si contraevano, fino a diventare rigidi e immobili. Fui assalita dal mal di testa, un dolore sordo che dall’alto si irradiava lungo la colonna dandole fuoco e poi le braccia e le gambe. 

Rimasi così per cinque giorni. Quasi paralizzata, in preda al dolore. Impossibilitata a muovermi, ad alzarmi, a mangiare, a pensare, a fare qualunque cosa.

Al quinto giorno, su insistenza della redazione per la quale lavoravo, accettai di alzarmi e andare a seguire una conferenza. Indossai lo stesso completo verde militare. Camminavo piegata in avanti, quasi a novanta gradi, ancora in preda a dolori e a un persistente giramento di testa. La schiena non si raddrizzava e le gambe facevano fatica a muoversi. Mi feci forza e riuscii ad arrivare. 

Dopo qualche settimana ci fu la festa. 

Nel frattempo ero stata a casa in Toscana ed ero tornata su con forme di pecorino di varia stagionatura e salumi. Mi misi d’accordo con il proprietario dell’enoteca in cui avrei invitato amici e colleghi. Gli lasciai formaggi e salumi, che lui avrebbe tagliato e disposto in vassoi. Il pane sarebbe arrivato dal forno vicino. Lui avrebbe preparato prosecco e vino rosso, oltre ad acqua e altre bibite, a volontà. 

Concordammo un prezzo che, insieme alla spesa già fatta a casa, rendeva quella festicciola un investimento di un certo rilievo. 

Pazienza, avrei ammortizzato con i primi due o tre stipendi.

La sera stabilita, era la metà di giugno di una quindicina di anni fa, arrivarono amici e colleghi. Fu una serata piacevole, tutto sommato. Passarono diverse persone a salutare, a bere un bicchiere, a mangiare un boccone. Due colleghe stettero un po’ in disparte a un tavolino insieme a due politiche locali, ma andava bene anche quello. 

Finimmo abbastanza tardi. 

Il giorno dopo passai dall’enoteca per saldare il conto. Il proprietario mi porse lo scontrino a occhi bassi mentre, con l’aria imbarazzata ripeteva, eh hai visto come son fatte, son fatte così. 

Non capivo a cosa si riferisse. Poi lessi lo scontrino. Erano battute due cifre, quella pattuita, più un’altra di qualche decina di euro. 

Continuavo a non capire.

Lascia stare, ci sono rimasto male anch’io, ma che ci vuoi fare…

Insomma, alla fine venne fuori che le tipe del tavolino, non soddisfatte del vino servito, avevano ordinato una bottiglia di Franciacorta facendola segnare sul mio conto. 

Ancora oggi penso alle migliaia di cose che avrei potuto fare e dire anziché quello che ho effettivamente detto e fatto. 

Cioè, stare zitta e pagare. 

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Una sera al Maurizio Costanzo Show

Tantissimi anni fa andai anch’io al Maurizio Costanzo Show. Ero stata invitata dal mio amico David, con il quale ogni tanto collaboravo (aveva aperto un’agenzia giornalistica insieme a un altro David e a un altro collega) dopo la chiusura del giornale di Siena. David era riuscito a far inserire tra gli ospiti del Costanzo Show un tizio che girava intorno all’agenzia, che aveva da raccontare una storia veramente fuori dal comune.Il tizio, del quale non ricordo il nome né la nazionalità (svizzera o tedesca, mi pare), era una specie di Indiana Jones, capelli biondi lunghi spettinati, stivaloni da cowboy e gilet da fotografo, che una volta all’anno partiva alla volta del Rio delle Amazzoni e viveva nella foresta per alcuni mesi a contatto con le popolazioni indigene. Il motivo principale di un’avventura così totalizzante era la ricerca dell’oro.Come i pionieri che setacciavano febbrilmente i greti dei corsi d’acqua in California e in Alaska nella corsa all’oro della seconda metà dell’Ottocento, così il nostro eroe scandagliava i ruscelli della foresta equatoriale, trovando anche diverse pepite.   Quando tornava in Europa, poi, cercava di vendere la sua storia a giornali e tv. Con questo intento era arrivato fino a Siena dove aveva incontrato l’agenzia del mio amico che aveva cominciato a lavorare per promuovere le sue avventure.Così si era concretizzata l’ospitata al Maurizio Costanzo Show.A dire il vero non ho particolari ricordi dell’evento. Qualche vaga impressione mi è rimasta delle poltroncine di velluto (azzurro carta da zucchero o rosse?). La cosa che ricordo in modo più nitido è l’ingresso del teatro dei Parioli, con la discesina. Forse perché poco distante c’era stato l’attentato proprio a Maurizio Costanzo. O forse perché non si capiva quale fosse la nostra entrata. Passate davanti, no dietro, dall’ingresso artisti.Quel viaggio in realtà lo avevo rimosso. Solo l’altra sera, dopo aver appreso della scomparsa di Maurizio Costanzo, pian piano ha cominciato a riaffiorare alla mente.All’epoca non mi faceva né caldo né freddo andare ad assistere a un evento televisivo che attirava l’attenzione di milioni di persone. Non che oggi ci metterei la firma, ma credo che lo vivrei con una maggiore consapevolezza.Tra l’altro, oltre a non amare affatto i talk show, ricordo che criticavo sempre babbo perché stava attaccato alla tv ogni volta che c’era Maurizio Costanzo.Il nostro cercatore d’oro invece lo ricordo abbastanza bene. Tra l’altro dovrei avere ancora la cartellina con il materiale che lo riguarda, una serie di appunti e di fotocopie a colori di lui che setaccia un torrente, di lui con degli indigeni, di lui con delle testine umane essiccate che la tribù dei tagliatori di teste gli aveva donato in segno di rispetto e accettazione.Quella storia mi fu regalata da David e me la rimbalzai per un bel po’ tra le mani. Dopo il Maurizio Costanzo Show pensai che potesse interessare a qualche giornale di tiratura nazionale.La proposi al direttore di Donna di Repubblica, che all’epoca era il mio magazine preferito. Il direttore si chiamava Gigi Riva e la prima volta che lo sentii al telefono gli feci un’originalissima battuta sull’omonimo giocatore del Cagliari, che però, devo dire a mia discolpa, era veramente il mio idolo quando ero piccolina. Purtroppo la negoziazione non andò a buon fine e Donna di Repubblica alla fine non pubblicò la storia del cercatore d’oro amico dei tagliatori di teste del Rio delle Amazzoni.Peccato.A parte il fatto che ho un altro piccolo, pittoresco fallimento da raccontare.   

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