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Anche io, come Checco Zalone…

Anche io, come Checco Zalone, sono stata derubata a Padova. È successo venti anni fa, in un mese di maggio in cui ero libera dal lavoro ed ero scesa in Toscana da Belluno.

Poi, risalendo, come capitava tutte le santissime volte, avevo dovuto riempire la macchina di forme di cacio pecorino di diversa stagionatura, olio extravergine di oliva, qualche bottiglia di vino rosso e pane sciocco per tutti quelli che ogni santissima volta mi dicevano, ah vai in Toscana? Mi porti questo e quest’altro che poi ti ridò i soldi…

Che poi non era questione di soldi. La questione era che ogni volta dovevi fare tutto all’ultimo momento, specialmente con la roba fresca, calibrare i tempi e gli spazi e insomma. Ne avevo già abbastanza a cui pensare senza bisogno di fare la staffetta del furgone gastronomico dall’Arno al Piave.  

Un anno provai anche a mettere su un progetto di e-commerce di cibo toscano, per risparmiarmi la fatica ed evitare di rimetterci anche, alla fine. Ma non trovai le persone giuste o forse i tempi non erano ancora maturi.

In quell’epoca avevo la macchina più brutta della mia vita, ancora più brutta della Cinquecentina rossa modello nuovo (quello che non hanno osato fare mai più), una Renault Scenic verde marcio scuro la cui unica virtù era quella di essere spaziosa. Infatti l’avevo presa quando il parco cani era raddoppiato con l’avvento di Gastone.

Quel maggio di venti anni fa sarei rimasta in Toscana un mesetto all’incirca per cui riempii la mia spaziosa Scenic buttandoci dentro tutte le giacche che avevo, da quella nera di Donna Karan New York a quella marroncina in pelle che mi aveva regalato un amico. 

Preparai una scatola con i miei cd preferiti, una trentina; portai i miei quadri per farli vedere a casa, quelli primitivi del cane blu e della Dea Madre ispirata a Dubuffet. Il solito sacchetto con gli assorbenti e altri aggeggi di uso quotidiano. 

Al ritorno non solo avevo da riportare le cose dell’andata. In più c’erano gli scatoloni con le vettovaglie, formaggi, pane e tutto il resto.

Mi fermai a Padova a salutare alcuni amici con i quali uscii a cena. Poi, visto che si era fatto tardi, mi dissero che avrei fatto meglio a fermarmi a dormire e partire con calma la mattina dopo.

Posteggiai la macchina in strada e mi caricai di formaggi, pane e vino per tenerli in casa al fresco. Come effetti personali presi giusto un ricambio e il beauty. Tutto il resto, le giacche, i cd e i quadri rimasero in macchina.

La mattina dopo, verso le nove, fatta colazione, salutai gli amici che mi avevano ospitato, ripresi cibo e bevande e mi incamminai verso la macchina. 

In quel momento mi squillò il cellulare. Era una persona che avevo intervistato qualche tempo prima. Il pezzo era uscito proprio quella mattina e mi voleva ringraziare.

Pareva l’inizio di una bella giornata.

Mentre mi avvicinavo alla macchina c’era qualcosa che non mi quadrava, ma non capivo cosa. Poi fu tutto chiaro. La sbriciolatura di vetri verdolini sul marciapiedi non sarebbe dovuta essere lì, ma avrebbe dovuto starsene integra e inserita nello sportello posteriore sinistro dove invece c’era un gran buco.

Dall’abitacolo era sparito tutto. 

Via le giacche di DKNY, la giacca in pelle e tutte le altre, via la scatola dei cd, di cui era rimasto solo quello inserito nell’autoradio e una copertina buttata a terra, via il sacchetto degli assorbenti (ancora…). 

Tutta tremante telefonai agli amici che scesero subito armati di scopetta e palettina come chi è abituato ad affrontare casi del genere. 

Mi aiutarono a ripulire tutto e a fare la conta dei danni.

Poi, constatato che il problema era limitato e che la macchina, a parte il finestrino posteriore sinistro, non era stata toccata, mi rimisi in viaggio alla volta di Belluno.

Meno male che era un bel giorno di primavera e c’era il sole.

Mi consigliarono anche di non stare a perdere tempo a far denunce perché tanto quella era sicuramente l’opera di un tossico e col cavolo che qualcuno avrebbe indagato sul furto o cercato di recuperare il maltolto che con tutta probabilità era già stato piazzato per poche lire. 

Il giorno dopo sarei dovuta rientrare al lavoro, non a Belluno ma nella redazione di Feltre e il problema del finestrino si faceva un po’ più complicato. Ma avrei chiesto consiglio ai colleghi e una soluzione l’avremmo trovata.

Mentre guidavo in autostrada con l’aria che vorticava da dietro ripensavo ai miei amati cd. Avrei dovuto ricomprarli, minimo. Intanto facevo mente locale su quelli che avevo messo nella scatola. Le giacche… pazienza, ma per quella regalata mi dispiaceva proprio.

A pensarci bene, però, la cosa che più mi ha ferito alla fine non è stato tanto per quello che mi era stato portato via.

Perché, razza di cafoni, non avevano nemmeno toccato i miei quadri primitivi, con il cane blu e la Dea Madre ispirata a Dubuffet?

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L’Accalappiacani

Non molto tempo dopo che ci eravamo trasferiti in campagna riuscii a convincere babbo a prendere un cane. Arrivò da un vicino, che ci regalò un cucciolo di pastore tedesco.

Lo chiamammo Iadi, come quello a cui babbo era tanto affezionato in gioventù, quello per la cui morte aveva sofferto così tanto da giurare che non avrebbe mai più tenuto un cane in vita sua.

E invece.

Un giorno andai alla pinetina di Scarna con un amico. Portammo anche Iadi. 

Era il periodo del chioschetto e con la bella stagione ci si trovava quasi tutti lì.

Si mangiava un panino, si beveva una birra, si facevano due chiacchiere, come quando si era in piazza. Quel giorno qualcuno giocava a pallone, ci unimmo anche noi.

Iadi si divertiva un sacco. Rincorreva la palla e si lanciava in grandi salti per afferrarla al volo con i denti.

A un certo punto si lanciarono in due verso la stessa palla, Iadi e un ragazzetto mai visto prima. Risultato, il tizio alzò la gamba per colpire il pallone e Iadi, che era sulla stessa traiettoria, si prese un bel calcio sui denti. Non sembrò curarsene più di tanto, per fortuna, e continuò a correre e a saltare come se niente fosse.

All’epoca in Valdelsa c’era un tizio che si occupava dei cani per il servizio veterinario pubblico.

Lo chiamavano tutti l’accalappiacani, ed era il terrore di chiunque avesse un cane.

Una figura quasi leggendaria.

Alto e ossuto, l’aria severa da perfetto tutore dell’ordine, trovava sempre qualcosa che non andava e minacciava multe o di portare il cane in canile, un luogo misterioso dove nessuno sapeva che cosa sarebbe potuto succedere davvero.

Molti dicevano che in certi periodi e in certi posti, tipo a San Gimignano quando era piena di turisti, sparasse siringhe di anestetico tra la gente non appena vedeva un cagnetto fuori regola.

Noi ce lo trovavamo spesso alla porta di casa, all’epoca non avevamo ancora il cancello, sempre pronto a contestare qualche infrazione canina.

Babbo si arrabbiava tantissimo. Io sinceramente non capivo nemmeno di che cosa parlasse. Negli anni Ottanta le cose andavano un po’ così come andavano e tanti settori non erano proprio regolamentati come oggi.

Forse ce l’aveva con il fatto che Iadi ogni tanto si allontanava e sconfinava fino a dove c’erano le prime case sulla statale.

Allora arrivava con la sua macchinetta con i contrassegni, veniva su tutto impettito fin sull’aia, suonava il campanello e a babbo, che appena lo vedeva gli cascava la mascella, diceva che quel cane era un problema e che se non si risolveva l’avrebbe portato in canile.

Che problema fosse non si è mai capito, visto che Iadi non aveva mai causato problemi né aggredito nessuno.

Probabilmente fu per colpa dell’accalappiacani che Iadi cominciò ad esser tenuto a catena. Babbo diceva che non c’erano altre soluzioni e che lo faceva per lui.

La catena era lunga e babbo aveva studiato uno stratagemma perché lo fosse ancor di più. Aveva tirato un lungo cavo di metallo da una parte all’altra della strada e ci aveva agganciato la catena di Iadi con un moschettone, come quando si fanno i lanci vincolati col paracadute.

Così Iadi, oltre che che in lungo, poteva spostarsi anche in largo.

Però era sempre una catena.

Qualche giorno dopo il pomeriggio in pineta babbo mi disse: “Hanno chiamato i carabinieri, dicono che c’è una denuncia contro di noi. Iadi ha morso un ragazzo”.

  • Ma quando?
  • Qualche giorno fa, a Scarna.
  • A Scarna Iadi era con me e non ha morso proprio nessuno.
  • Eppure questo dice che lo ha morso così forte da strappargli i pantaloni…

Mi venne in mente il ragazzetto che aveva dato un calcio in bocca a Iadi mentre cercava di colpire il pallone. Ma lì per lì non aveva detto niente e nessuno si era accorto che fosse successo qualcosa.

  • Fra l’altro sai chi era quel ragazzo? Il figliolo dell’Accalappiacani…

Ah ecco, allora era tutto chiaro.

Iniziò una trafila con alcuni incontri dal veterinario per determinare l’aggressività di Iadi. Sentivo pronunciare parole come pericoloso, soppressione. 

Eravamo veramente tutti in ansia per la sua sorte.

L’Accalappiacani era irremovibile. Reclamava giustizia, ripeteva la storia dei pantaloni strappati, peraltro nuovi, diceva, minacciava di far sopprimere il cane, di portarci in tribunale, di chiederci i danni.

Non ricordo di preciso come sia andata a finire. Mi pare che babbo alla fine gli dette un po’ di soldi per fargli ricomprare i pantaloni al figlio.

Però, che ingiustizia.

E che rabbia!

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Jimmy Dean Jimmy Dean

Negli anni di università mi sono sciroppata una quantità infinita di film. Frequentavo lettere con indirizzo musica e spettacolo, l’unico che si sarebbe rivelato completamente inutile per le classi di concorso per l’insegnamento, e al primo piano di via Fieravecchia c’era una sala di proiezione tutta per noi. In certi giorni capitava che vedessimo più film di fila, in bianco e nero o a colori, e di ogni epoca. I vecchi muti in bianco e nero, il Nosferatu di Murnau, il Gabinetto del dottor Caligari, i primi sonori, Il Settimo Sigillo di Bergman, tutto Visconti e Pasolini, e perfino Robert Altman, una delle passioni del prof di storia del cinema. 

A lezione, con Lino Miccichè o con i suoi assistenti, imparavamo i segreti dei registi e delle storie che raccontavano. Nella saletta ci rimpinzavamo gli occhi e il cervello di immagini che scorrevano ininterrottamente sul grande schermo. Gratis, per di più.

Un anno lavorammo su Visconti. Ossessione con Clara Calamai, Senso con Alida Valli, La terra trema ispirato ai Malavoglia di Verga, furono sezionati in ogni fotogramma, ogni scelta del regista, dal cast agli ambienti, ai simboli messi in scena.

Confrontammo, sceneggiature alla mano, Ossessione e Il postino suona sempre due volte nelle due versioni del ‘46 e dell’81, tratti dallo stesso romanzo di James M. Cain.

Ci chiedemmo perché Visconti avesse scelto di far arrivare Il Corriere della Sera nello spaccio sperduto nelle campagne del Polesine.  

Analizzammo ogni espressione del viso di Alida Valli quando in Senso decide di tradire il patriota italiano di cui era follemente innamorata, consegnandolo agli austriaci. 

Considerammo il potere dell’uso del dialetto siciliano stretto da parte dei pescatori nella Terra trema, quello delle loro povere vesti e dei luoghi che abitavano.

E poi il ballo del Gattopardo, Bellissima con la Magnani, Ludwig, La caduta degli dei, Rocco e i suoi fratelli, Morte a Venezia. 

L’ultimo film che vedemmo di Visconti, a fine anno accademico, fu L’innocente, con Laura Antonelli. Non ci capimmo niente, la storia non sembrava avere un senso.

A un certo punto arrivò il tecnico addetto alla proiezione e disse che le pizze erano state scambiate. Le avrebbe riproiettate nell’ordine giusto un altro giorno, ma io non avevo più né la voglia né la forza di vederlo.

Poi ci fu l’anno di Robert Altman. Nashville, con il country music festival, Quintet, un film di fantascienza con Vittorio Gassman e Paul Newman, Jimmy Dean Jimmy Dean, con Cher, Kathy Bates e Karen Black.

Tra le pellicole che vedevamo di continuo, i testi che studiavamo, non solo per i corsi di cinema, credo che la mia testa si sia riempita all’inverosimile e che solo anni dopo, tutte le informazioni accumulate l’una sull’altra, abbiano trovato un loro ordine e soprattutto un loro perché.  

Jimmy Dean Jimmy Dean è uno di quei film che rivedrei volentieri. Ricordo però che ne fui particolarmente impressionata. È una commedia psicologica abbastanza soffocante ambientata in un piccolo drugstore di un paesino del Texas, in cui alcune fan di James Dean si ritrovano vent’anni dopo la sua morte. Tra queste c’è anche Joe, che nel frattempo è diventato Johanna. 

Sarà stato l’argomento, la presenza del trans, tema niente affatto scontato in un film del 1982, tra l’altro una figura positiva in un contesto di vite più o meno in bilico verso la follia, a rendermelo indimenticabile, non so. 

So però che è un film che non ha visto quasi nessuno, a parte i compagni di corso di storia del cinema, e che non ne ho mai più sentito parlare.

A parte una volta.

Qualche anno più tardi lavoravo alla Gazzetta di Siena come redattrice. Erano i primi Novanta. In quel periodo Giuliano Amato (quello della manovra lacrime e sangue) era sempre nelle nostre cronache per le vicende legate al Monte dei Paschi. Un giorno passò a farci visita in redazione, invitato dall’allora capo servizio. 

Ricordo che eravamo tutti seduti in una sorta di cerchio con le sedie nella sala grande e che fu un momento abbastanza importante nella quotidianità della cronaca di provincia.

Sicuramente Amato, che poi si sarebbe candidato nel collegio di Siena, avrà parlato di temi di alto livello, dal ruolo di Mps all’economia, magari inframezzando il discorso con qualche richiamo al Palio per alleggerire un po’ e allo stesso tempo far sentire che la sua appartenenza alla città non era cosa recente.

Insomma, in tutto questo a un certo punto se ne esce con una frase.

“È come in quel film di Altman, Jimmy Dean Jimmy Dean, non so se lo avete visto…”.

Fu un attimo. Alzai la mano e dissi con irrefrenato entusiasmo: “Io, io l’ho visto!”.

Nel silenzio generale, quasi di gelo.

Mi sentii avvampare, per l’imbarazzo.

Qualche giorno dopo un collega mi disse.

“Beh, almeno hai fatto bella figura. Noi siamo rimasti tutti zitti. Io nemmeno l’avevo mai sentito questo titolo. Com’è, me lo ricordi? Jimmy Dean Jimmy Dean? E di che parlerebbe?”.

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Quando ero piccola volevo risposte precise

Quando ero piccola avevo bisogno di risposte precise. Le cose dovevano seguire una logica, altrimenti non mi davo pace.

C’era una canzone, La ragazza del clan, che mi agitava tantissimo. C’entrava Adriano Celentano ma la cantavano i Ribelli, che si chiedevano chi sarà mai la ragazza del clan. E non lo dicevano. Celentano in tv faceva degli sketch in cui si rifiutava di rivelarne l’identità. Io speravo che fosse Claudia Mori, mi sembrava la cosa più naturale, così almeno mi sarei messa l’animo in pace. Ma lui diceva che no, non era lei.

Continuavo a chiedere a mamma chi era la ragazza del clan, e a dire il vero non mi era del tutto chiaro nemmeno che cosa fosse il clan, però sulla copertina dei dischi di Celentano c’era scritta quella parola. 

Mamma rispondeva che non si sapeva e che era un gioco per creare curiosità. Ma a me non convinceva affatto che facessero una canzone con la domanda senza dare la risposta.

Poi però Pippi Calzelunghe sollevava il suo cavallo bianco a pallini neri e io avrei voluto solo essere come lei, con il babbo pirata in viaggio nei mari del mondo, lo scrigno di tesori, Villa Villacolle, la scimmietta e quei due amici scialbi, Hannika e Tommy, che la guardavano come un portento.   

Un’altra cosa. Io sapevo che mamma e babbo si erano sposati. Però non avevo mai sentito dire che fossero fidanzati, come tanti di cui sentivo parlare.

Per cui un giorno che ero in macchina con mamma e scendevamo per la via del Torrione verso Piazza Baios, le feci la domanda che mi ronzava in testa da un po’.

  • Mamma, ora che te e babbo siete sposati vi manca di fidanzarvi.

Certe volte venivo brontolata, io ritenevo, ingiustamente.

Allora mi accoccolavo a terra, nell’angolo del corridoio davanti all’armadio a muro coperto da una tenda, mi abbracciavo le ginocchia e rimuginavo sulle mie sfortune ingoiando lacrime.

Di una cosa ero sicura. Da grande non sarei stata così e avrei fatto solo cose giuste.

Non so se il mio spiccato senso di giustizia, che tanti problemi mi ha portato nella vita, sia stato covato in quei pomeriggi di pianti e pensieri oscuri.

Ma da una parte mi piace pensare di non aver tradito quella bambina con le gambe secche, i ginocchi grossi e i capelli pel di carota. 

Dietro la tenda dell’armadio a muro, che veniva usato come ripostiglio per gli addobbi di Natale e i cambi di stagione, si tenevano anche gli stivali che mamma avrebbe tirato fuori all’inizio dell’inverno. 

La mia sorella aveva deciso che non aveva senso dire questi stivali, facendo una ripetizione secondo lei inutile. Per cui aveva iniziato a dire frasi del tipo: sono miei questi vali? 

Un giorno un nostro vicino si arrabbiò tantissimo perché andando verso i garage una ruota della macchina era finita in una grossa buca. Venne fuori che qualcuno aveva scoperchiato un tombino senza rimettere il coperchio. 

Io fui subito sospettata, naturalmente, ma caddi dalle nuvole. Di quel tombino non sapevo proprio niente. E poi, che motivo avrei avuto di togliere il coperchio?

Anni e anni dopo, ormai grandi, ritrovammo il diario segreto di Paola.

Era un quadernetto quadrato, foderato di stoffa grezza, con un lucchetto e le pagine rosse di cartoncino bristol.

La prima frase era: “Io ho scoperto un segreto che non dovevo scoprirlo”.

Ci chiedemmo curiose di che cosa si trattasse.

La spiegazione ce la dette lei, calma e pacifica.

  • Era quando avevo scoperchiato il tombino e Luciano ci era finito dentro con la macchina.

In un altro punto c’è scritto: “Io a volte una colpa la do ad un altro mentre deve essere data a me”. 

Il fatto è che io avevo i capelli rossi ed ero sempre all’avventura. Quindi non c’era bisogno di chiedere, le colpe venivano date a me in automatico.

Paola, col suo testone, che una volta la fece sbilanciare dall’altalena facendola dondolare a testa in giù chissà per quanto, e la sua aria innocente, invece sembrava incarnare la vittima ideale. 

Come tutti i bambini anche noi ci divertivamo a ripetere le parolacce, man mano che le imparavamo.

Mamma si arrabbiava. 

  • Bambine, non si dicono parole del genere!

 “Io delle anzi alcune volte dico le parole del genere alla mia sorella”, scrive Paola nel suo diario. 

E ancora: “Io regalo una Barbie nuova che non muove né le gambe né le braccia alla mia sorella”.

Una volta però, potei riscattarmi di tutte le ingiustizie che ero stata costretta a subire.

Ai tempi delle medie mamma per colazione ci dava le merendine confezionate, che erano uscite da poco sul mercato.

A me piacevano da impazzire. Non mi era dispiaciuto per niente rinunciare al pane con lo stracchino o con il salame e ne mangiavo a nastro.

Le Kinder Brioss non solo facevano venire l’acquolina in bocca grazie al morbido pan di spagna farcito con marmellata di albicocche o ciliegie, ma davano la possibilità di vincere una meravigliosa casetta di cartone, con il tetto, la porta e la finestra. Il sogno dei miei giochi di bambina.

Nonostante le mie scorpacciate di brioscine però, la scritta sulla confezione era sempre la stessa: stavolta non hai vinto, ritenta, sarai più fortunato.

In casa la mia fissa per la Cicocca era diventato un motivo per cui babbo mi prendeva spesso in giro.

Una mattina, mentre aspettavo di essere accompagnata a scuola, aprii una confezione e comparve la scritta miracolosa. 

“Vale una Cicocca”.

Non ci potevo credere. Cominciai a urlare, ho vinto, ho vinto.

Mamma mi disse di smettere di fare la strullina, che tanto non ci credeva e poi bisognava andare a scuola. 

Io, in preda all’entusiasmo, le feci vedere la scritta così si dovettero convincere, lei e anche babbo. 

Quello fu un giorno bellissimo. Potei assaporare insieme il gusto della vincita e quello della fortuna. Senza contare che da lì a poco sarebbe arrivata una Cicocca di cartone tutta per me.   

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Rosellina, la regina del campetto

Il cane Leo era finalmente sistemato. Aveva trovato rifugio in una struttura specializzata a Poggibonsi e, per la prima volta in cinque anni di vita, poteva correre libero in uno spazio tutto per lui, senza catena. Un ettaro di terreno recintato, con una bella cuccia in legno e le volontarie che lo vezzeggiavano, lo accarezzavano e si preoccupavano che stesse bene. 

Naturalmente il cane Leo non mordeva più e aveva cessato tutto all’improvviso di essere un cane pericoloso.

C’era comunque da sistemare la questione burocratica della proprietà, che risultava sempre a carico del cittadino straniero che lo aveva abbandonato. Su questo punto al rifugio erano un po’ nervosi. Però continuavo a ricevere brevi filmati del cane Leo che correva senza lacci, scondinzolava e, a suo modo, sorrideva, anche.

La questione burocratica si sarebbe sistemata qualche mese più tardi, con implicazioni anche spiacevoli per me, in quanto fui accusata dal proprietario di Leo di essere stata io ad insistere perché lui mi lasciasse il cane. Grazie alle moderne tecnologie però mi fu facile chiarire la questione e infine venni a sapere che il cane Leo non era solo libero di correre, ma lo era anche anagraficamente.

A quel punto però c’era da pensare ai gatti.

Ai tempi in cui il cane Leo faceva tremare il capanno ogni volta che andavo a portare loro da mangiare, avevo contato mamma gatta e tre gattini. Nel famoso pomeriggio dei dotti accanto al capezzale di Leo-Pinocchio, invece, i volontari ne avevano scoperto un quarto, il più timido, che se ne stava sempre nascosto in mezzo al ciarpame ammonticchiato nella casupola.

Il figlio dell’ex proprietario era venuto una volta a prendere degli attrezzi e mi aveva detto che con l’associazione dei gatti era cosa fatta. Mi fece il nome di una ragazza che conoscevo anch’io. La chiamai.

Lei mi disse, sbrigativa, guarda, se riesci a risolvere da sola ci fai un piacere, perché noi siamo piene fino al collo di gattini abbandonati.

E che ti pareva?

Comunque, i gattini andavano finiti di svezzare. Ogni giorno andavo giù e riempivo i piattini di umido e croccantini. Mangiavano come tribunali. Di bustine ne andavano via otto al giorno. I croccantini nemmeno si contavano. La gattina mamma, piccola e magrissima, probabilmente al suo primo calore con gravidanza annessa, era grigia, striata. I piccoletti erano anche loro striati, a parte uno a base bianca con un po’ di macchie qua e là.

Mangiavano tanto e crescevano, anche se continuavano a poppare.

Ogni tanto si affacciava un altro gatto grigio, un po’ più scuro, ma molto simile alla mamma anche come dimensioni. Si vedeva che aveva fame, ma non si lasciava avvicinare. 

Cominciai a mettere un piattino apposta per lui sotto a una catasta di legna.

Quel pezzo di terreno era pieno di schifezze. Il precedente proprietario ci teneva anche un sacco di colombi viaggiatori, oltre al cane Leo. C’era immondizia ovunque. Ad ogni passeggiata riempivo sacchi di vuoti di birra e di vino, scatolette di latta che avevano contenuto pomodori o cibo per gatti. C’erano pezzi di legno pieni di chiodi, gabbie vuote, pezzi di rete arrugginita. 

L’unica cosa bella, tra tutta quella immondizia, era un cespuglio di roselline che si arrampicava su un lato del capanno. Decisi che la gattina si sarebbe chiamata Rosellina.

Non appena i micini furono abbastanza grandi, misi un po’ di annunci per farli adottare. In poco tempo si fecero vivi ben due amici di Firenze, che ne presero tre. Rimaneva un quarto, che trovò casa a Poggibonsi.

Rosellina fu sterilizzata. Dopo l’operazione le feci passare la convalescenza in una specie di appartamentino ripostiglio su a casa mia dove resistette solo per un po’, prima di scappare per tornare giù nelle sue terre. 

A quel punto ero io che dovevo scendere nel campetto tutti i giorni per darle da mangiare, cambiarle l’acqua, controllare come stava, se aveva zecche o altro.

Ogni tanto Rosellina spariva, anche per diverse settimane di fila, però poi ritornava sempre.

Intanto i suoi figliolini erano belli e stavano bene. Continuavo a ricevere le loro foto mentre crescevano forti e sani.

Un giorno, preoccupata perché non vedevo Rosellina da un bel po’, anche se continuavo a mettere cibo nei piattini che trovavo regolarmente svuotati, chiesi al vicino gentile se avesse visto per caso un gatto grigio.

Come no?, disse, viene sempre qui a mangiare. Eccolo lì.

Guardai e vidi che non era Rosellina, ma l’altro gatto, quello simile a lei ma un po’ più grosso e di un grigio più scuro.

Ha cominciato a venire ogni tanto e ora è sempre qui, disse il vicino. Mi viene dietro mentre fo i lavori, mi fa compagnia. L’ho chiamato Ugolino. È quello che cercava lei?

No, la mia è una femmina, più piccola e più chiara.

Ogni tanto sparisce, ma poi ritorna. Ora però sono un po’ preoccupata perché manca da troppe settimane.

Speriamo bene.

(3 – continua)

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Il caso del cane Leo e la magia della Pec

L’impasse del cane Leo ebbe una svolta grazie all’invio di una Pec. La Pec, ho scoperto in questi anni, è una cosa magica. Quando non si vede una via d’uscita, all’improvviso apre nuove strade. È l’Apriti Sesamo della burocrazia. L’Halohomora dello scarica barile.

Se prima della Pec il caso del cane Leo era irrisolvibile, ci si doveva pensare, si doveva guardare e non si poteva fare, dopo la Pec tempo mezz’ora e fu tutta discesa.

Ero andata giù al campetto a portare da mangiare ai gattini, sempre pregando che il cane Leo non riuscisse a strappare la catena, quando vidi venire verso di me due vigili. 

  • L’ha scritta lei questa?

Era una stampa della mia Pec, spedita appena mezz’ora prima. 

I vigili buttarono un occhio in giro per capire se la situazione era come l’avevo descritta, quindi si allontanarono annunciando che sarebbe tornato chi di dovere.

Verso le quattro e mezzo del pomeriggio, ero lungo la strada di casa a tagliare dei rami secchi, quando sentii il rumore di un motore. 

In una manciata di secondi mi passarono sotto gli occhi l’automobile dei vigili, un’altra della Usl, l’ambulanza di Anpana. Viaggiavano tutti nella direzione del campetto del cane Leo. 

Li raggiunsi. 

In poco tempo l’area si era riempita di macchine. Vigili, veterinari, volontari.

Tutti lì per il povero cane Leo.

Intanto i cani dell’altro vicino, con tutta quella confusione, avevano cominciato ad abbaiare forsennatamente. 

A turno qualcuno mi chiedeva informazioni su come stessero le cose. E io ripetevo.

Il cane Leo, sempre legato alla sua catena, guardava quel mondo nuovo che gli girava intorno.

Sembrava la scena dei dotti intorno al capezzale di Pinocchio morente. Ognuno diceva la sua, facendo arrabbiare qualcun altro.

I veterinari e i vigili si avvicinarono al cane Leo per vedere come fare a portarlo via da lì.

Si potrebbe addormentare.

Sì, ma chi paga? E poi ci vorrebbe un veterinario, disse il capo dei veterinari.

E io, ma scusi lei non è un veterinario?

Sì, ma io mi occupo degli aspetti burocratici.

Si potrebbe prendere col laccio, disse qualcun altro.

I volontari si opposero. Dissero, noi un cane così grosso e aggressivo non ce lo portiamo in ambulanza sveglio fino a Poggibonsi. Si scherza?

E per sottolineare meglio il concetto salirono sul mezzo e partirono.

Qualcuno li rincorse per convincerli a restare.

Mentre tutti discutevano, continuava il viavai di persone.

Arrivò la vicina di corsa per avvisarmi che stava per arrivare l’ambulanza dei volontari.   

Arrivò uno dei proprietari di alcuni terreni con il nipote per controllare la pompa dell’acqua.

I cani dell’altro vicino, intanto, continuavano ad abbaiare, furiosi, aggiungendo caos a tutto quel marasma.

Il proprietario con il nipote cercò di zittirli con un comando secco, ma quelli niente.

A un certo punto arrivarono altri due vigili per il cambio turno con i colleghi.

Nel frattempo due ragazze con le gonnellone lunghe, armate di macchina fotografica e registratore, scattavano foto e parlavano con questo e quell’altro.

  • Scusate, voi chi siete?
  • Siamo due stagiste. Facciamo il tirocinio con Anpana per preparare una tesi sui soccorsi agli animali. 

Le stagiste. A quel punto non mancava proprio più nessuno. 

O forse sì.

Mancava un veterinario. Un veterinario operativo che potesse sedare il povero cane Leo.

Alla fine delle discussioni infatti sembrò che quella fosse l’unica strada percorribile per portare l’animale al rifugio senza rischi per lui e per le persone. 

Fu trovato un medico disponibile che però, primo, doveva finire il lavoro nel suo ambulatorio, secondo, non aveva la minima idea di dove fosse il campetto del cane Leo.

La volontaria dell’Anpana mi chiese se potevo andare ad aspettarlo all’inizio della strada per guidarlo fino a lì.

Intanto le ore passavano e si erano già fatte quasi le otto di sera. Il cane Leo, in tutto quel marasma, aveva deciso che la cosa migliore per lui fosse quella di starsene tranquillo nella sua cuccia in attesa degli eventi. Poco male se quel suo modo di fare contrastava nettamente con l’immagine di cane aggressivo e mordace.

Quando finalmente arrivò il veterinario, anche lui con un assistente, il cane Leo sembrava la bestia più buona del mondo. Se ne stava tranquillo nella cuccia, col testone fuori e le zampone a ciondoloni, e guardava tutti con l’aria di non capire perché fossero lì a far confusione.

A un certo punto qualcuno mi chiamò, chiedendomi di farmi vedere dal cane Leo.

  • Non so se è una buona idea. Quello si arrabbia quando mi vede. Mi ha anche morso.
  • Infatti, ci serve proprio per quello. Sennò se si aspetta lui, qui si fa notte.

Non feci in tempo ad affacciarmi che il cane Leo balzò fuori dalla cuccia volando agguerrito verso di me, a fauci spalancate. Il veterinario, prontissimo, sparò la siringa che lo colpì al collo. Il cane Leo si accasciò. 

Fu caricato su una barellina e portato nell’ambulanza, dove fu rinchiuso in una gabbia, pronto per partire alla volta di Poggibonsi.

(2 – continua) 

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Che noia il consiglio comunale!

Quando ero ancora corrispondente da Colle, uno degli appuntamenti che dovevo seguire era il consiglio comunale. Era ancora l’epoca del monopartito e delle elezioni vinte con percentuali altissime. L’opposizione c’era? Sicuramente sì, ma pur sforzandomi non riesco a farmi venire in mente né un nome né un volto.

Le sedute erano di una noia mortale, però andavano seguite. Si era negli anni Ottanta e le notizie si leggevano sul giornale o si ascoltavano in tv. Gli articoli si dettavano al dimafono, un apparecchio che registrava quanto si diceva al telefono, per essere poi sbobinati dalle poligrafiche che li inserivano nella memoria del sistema. Questo lo imparai quando mi chiamarono a lavorare in redazione. Come corrispondente l’esperienza si fermava al telefono. Naturalmente quello fisso.

A quell’epoca Colle era un disastro. 

Castello era ancora Repubblica (Repubbriha, come diceva babbo) e non era un posto dove andare troppo in giro, specie se da soli. Ci stavano i ragazzi del bar della Pugnalata che già ci facevano paura a trovarli giù in Piano, figurarsi a casa loro. 

Le case erano vecchie e cadenti, c’erano macchine e motori dappertutto e panni stesi da finestra a finestra. I magazzini a piano strada erano chiusi alla bell’e meglio con tavole di legno affastellate o pezzi di bandone. 

Alle medie la professoressa ci portò perfino in gita in Castello.

Le mura erano crollate e Bacìo era un’immensa discarica a cielo aperto. Credo che anche il bastione di Sapia fosse soltanto un rudere.

Il consiglio comunale di Colle si riuniva a Palazzo dei Priori, in Castello.

In quegli anni però furono fatte un bel po’ di cose per recuperare la parte più vecchia della città. Ricordo che ad ogni consiglio veniva approvato il recupero di un lotto di mura. Furono decisi interventi di edilizia popolare nelle distese di terreni alla Badia, dove allora c’era solo il campo sportivo e poco più in là la Calp. Le nuove case furono destinate agli abitanti di Castello mentre nel vecchio quartiere si cominciava a ristrutturare e a valorizzare le antiche architetture. 

In quel periodo la cronaca della Valdelsa gravitava intorno a tre punti e sempre quelli: il monoblocco ospedaliero, lo svincolo di Drove, la Francigena. 

Si parlava di chiudere gli ospedali di Colle, Poggibonsi e San Gimignano e di farne uno grande e ben attrezzato in una zona baricentrica, un posto che chiamavano Campostaggia e che rimaneva prima del bivio per San Lucchese.

Lo stesso sarebbe avvenuto in Valdichiana, a Nottola, Montepulciano.

Ma allora erano solo progetti e se ne discuteva in consiglio e sui giornali. C’era chi si schierava contro e chi a favore, così le discussioni non finivano mai.

A Colle era tutto un lamentarsi per la chiusura dell’ospedale. Ci mancava solo quello, dopo che avevano spostato la compagnia dei carabinieri e la pretura a Poggibonsi.

Lo svincolo di Drove oggi è l’uscita di Poggibonsi Nord ma in quegli anni era infinita la discussione anche su quello.

Nemmeno la Francigena esisteva se non nella mente di qualche fissato che vedeva nella riscoperta di un vecchio itinerario da pellegrini addirittura delle possibilità di sviluppo per il turismo.

Una sera venendo via dal consiglio comunale verso mezzanotte, all’altezza del palazzo del Campana fummo investiti da un odore terribile. Era estate e faceva caldo anche a quell’ora, l’aria era ferma e pesante. Ci chiedemmo schifati che cosa potesse essere a fare quel puzzo ma poi passammo e dimenticammo.

Me lo ricordai qualche giorno dopo quando uscì la notizia di una persona che era morta in casa, il cui corpo era stato trovato dopo quattro o cinque giorni. Era avvenuto proprio lì, al palazzo del Campana.

Un’altra sera, prima del consiglio comunale, andai a mangiare una pizza da Vittorio con un’amica che scriveva anche lei. Poi salimmo in Colle Alta, facemmo le scale del Palazzo dei Priori e ci sedemmo al tavolo della stampa. 

Io credo di ricordare che si parlasse del monoblocco di Campostaggia. O forse dell’idea di trasformare Colle Bassa in un anello a senso unico. O forse… boh.

Ricordo che la discussione era noiosa e pesante. O forse era la pizza, o la birra.

Insomma, ricordo che chiamai a raccolta tutte le mie forze ma a un certo momento non ce la feci più. La testa mi pesava e gli occhi mi si chiudevano. 

Appoggiai la testa sul quaderno e mi addormentai, sperando che nessuno facesse caso a me. 

Naturalmente non fu così.

La discussione andò avanti in tutta la sua noiosità e alla fine il consiglio finì. Io rialzai la testa e feci finta di essere sveglia, mentre la mia amica mi giustificava dicendo deve essere stata la pizza.

Un bel po’ di tempo dopo, però, quello che al tempo era l’assessore alla sanità mi disse: 

  • Una cosa non te la perdonerò mai. Quella di aver dormito mentre parlavo in consiglio comunale.    

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Il patrono di Firenze

Nei primi anni del liceo con la mia amica e compagna di banco si passavano spesso i pomeriggi a casa sua con la scusa di fare i compiti.

Poi in realtà si facevano delle grandi merende, con i pasticcini o la pizza, e si guardava la tv. 

Ogni tanto veniva anche un’altra ragazza, un po’ più grande di noi, che coinvolgevamo nelle nostre festicciole pomeridiane. 

Questa ragazza era una personcina minuta con dei grandi occhi verdi e i capelli neri. Era anche molto ingenua e credulona per cui noi due ci divertivamo ad approfittarne. 

In quel periodo avevamo iniziato i nostri primi esperimenti culinari grazie alla ricetta delle lingue di gatto che la mia amica aveva avuto dalla nonna.

Sembrava quasi impossibile, ma i nostri biscottini prendevano forma ed uscivano dal forno caldi, dorati e croccanti.

Spiegammo alla nostra amica che quella doratura era un segreto della nonna e che per ottenerla si aggiungeva all’impasto dello stracchino. Uno poi, volendo, avrebbe potuto aggiungerne altro anche dopo la cottura. 

La nostra amica fu entusiasta dell’idea e cominciò a spalmare lo stracchino sulle sue lingue di gatto.

  • È vero, sono buonissime. Ma voi perché non ce lo mettete?

Lei continuava a spalmare e a mangiare, soddisfatta di questa scoperta.

A noi, spiegammo, ci bastava quello che avevamo messo dentro, quello della crosticina.

Non sapevamo se essere più divertite o attonite. Era stato troppo facile prenderci gioco di lei. 

Che poi, alla fine, ne era addirittura contenta.

La nostra ospite dello stracchino era anche un’appassionata sciatrice e noi, io e la mia compagna di banco, andavamo ogni anno a Natale nella casa della mia amica sulle Dolomiti a fare la settimana bianca. Una volta venne anche lei. 

Faccio fatica a pensare che quella vacanza in montagna ci sia stata davvero. Non ricordo più niente. Forse, vagamente, il fatto che io e la mia amica andavamo sulle piste più facili mentre la ragazza dello stracchino faceva anche la nera, che in quel caso era un terribile percorso ripido fra spuntoni di roccia.

Non ricordo la nostra convivenza in casa, non ricordo il viaggio di andata, sempre in treno da Firenze, dove ci accompagnava in genere il babbo della mia amica, né la sosta d’obbligo a Bolzano con wurstel e senape al baracchino per strada, e nemmeno la salita in autobus lungo i tornanti a picco su versanti di pietre. 

Ricordo invece il lungo viaggio di ritorno sulla tratta ferroviaria Bolzano-Firenze.

  • Se ci chiedono di dove siamo non dite assolutamente che siamo di Colle.
  • Ah no? E di dove saremmo?
  • Di Firenze.

L’amica dello stracchino, scoprimmo, si vergognava delle sue origini provinciali, che poi erano anche le nostre. Solo che a noi non ce ne importava proprio niente.

In ogni caso, pensai, a chi vuoi che interessi sapere di dove siamo? 

  • Ciao, posso? Di dove siete? 

Eccolo lì il tipo che aspettavamo, affacciarsi nel nostro vagone, sedersi e pronunciare la fatidica domanda. 

Io e la mia amica, zitte.

La ragazza dello stracchino con voce trillante: di Firenze.

  • Firenze Firenze?
  • Certo.
  • E di dove, di preciso.

A pensarci era inevitabile che sul Bolzano-Firenze trovassimo qualcuno veramente di Firenze. Questo qualcuno sicuramente aveva capito che gli stavamo raccontando delle stupidaggini e si divertiva a metterci in difficoltà.

Io e la mia amica lasciammo il campo alla ragazza dello stracchino che comunque sembrava cavarsela abbastanza bene. 

Il tizio però non mollava l’osso e insisteva a fare domande sempre più particolari su Firenze. 

  • E chi sarebbe il patrono di Firenze?

Gelo.

La ragazza dello stracchino aveva gli occhioni sgranati e pareva stesse per scoppiare in lacrime da un momento all’altro. Decidemmo di intervenire per aiutarlo.

  • San Lorenzo.
  • No.
  • Santa Maria Novella.
  • No.
  • Aspetta, lo so io. Santo Spirito.

Il ragazzo ci guardava sornione, la ragazza dello stracchino era sull’orlo di una crisi di nervi.

Ma insomma, possibile che non sapessimo chi era questo benedetto patrono di Firenze. Ci sarà stata una festa, un detto, una canzone che lo ricordava…

  • San Fiorenzo!

Urlai, come se avessi scoperto il tesoro dei pirati.

La risata del ragazzo ci fece capire che non ci eravamo proprio. Però scoppiammo a ridere anche noi, con lui.

Almeno la tensione si era smorzata. 

Ma io quel San Fiorenzo uscito chissà da dove non me lo sono più scordato. 

(Panorama – 1954, Ottone Rosai)

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Le prime vacanze a Praia a Mare

Quando i nonni morirono cominciammo ad andare in vacanza in posti più lontani. Questo accadeva perché non c’era più bisogno che restassimo a disposizione in caso di emergenza. Un anno andammo in Calabria, a Praia a Mare, nella parte più a nord della regione. Il camping era una distesa di terra brulla con degli alberelli sparuti piantati da poco. Ma eravamo sul mare, davanti all’isola di Dino, che dicevano fosse degli Agnelli.

La strada per arrivare non finiva più. Per questo ci fermavamo sempre una notte a Baia Domizia, sia all’andata che al ritorno. Qui andavamo a mangiare le mozzarelle freschissime di bufala a dei baracchini vicini alla strada, attrezzati con tavoli e panche sotto i tendoni.  

Prima di cena andavo al solarium del campeggio, una distesa di sdraio su un prato verde vista mare, per fumare di nascosto.

Tirava sempre un forte vento che consumava la sigaretta e ne trasformava il sapore. Ma riuscivo sempre a godermi quel momento tutto per me.

Un giorno, quando eravamo a Praia a Mare, babbo ci fece salire in macchina di mattina presto e ci portò a fare un giro sulla Sila. Dopo i lunghi tornanti in mezzo ai boschi, a Camigliatello trovammo un caseificio. Ci fermammo a vedere che cosa c’era e comprammo un sacco di formaggi. Il mio preferito era un cartone come quelli del latte che conteneva delle mozzarelline affogate in una panna densa e acida. Il massimo poi, una volta tornata alla roulotte, era mangiarla con la nutella.

Una volta prendemmo un gozzo a noleggio e facemmo un giro tra le spiaggette dei dintorni. 

Ci fermammo all’Arcomagno, una spiaggia bellissima a cui si accedeva da un’apertura naturale a forma di arco nella roccia.  

A Praia a Mare le roulotte erano molto rade, divise solo da quegli alberelli sofferenti che dovevano ancora crescere. Poco distante dalla nostra, andando verso l’ingresso del camping, ci stava una famiglia del nord Italia con due bambini.

Quell’anno mi ero portata dietro la chitarra e ogni tanto suonavo nella veranda. Un giorno vidi che avevo un pubblico. I due bambini erano in piedi davanti alla nostra roulotte e mi guardavano incantati. Suonai ancora un po’, poi mi stufai, ma loro volevano che continuassi.

Continuarono a venire tutti i giorni. All’inizio il loro interesse mi risultava abbastanza piacevole, ma ben presto i due piccoletti cominciarono a venirmi a noia. Non riuscivo più a far niente senza ritrovarmeli tra i piedi. Quando mi lamentavo con mamma e babbo loro mi dicevano, ma che problema c’è, porta pazienza.

Nel campeggio però non c’erano ragazzi della mia età e quindi alla fine, qualunque cosa facessi, avevo sempre il codazzo dei due bambini.

  • Perché non suoni la chitarra? chiedevano di continuo.

Oppure: 

  • Che cos’hai sulla pelle?
  • Si chiamano lentiggini.
  • E perché te le sei fatte?
  • Non me le sono fatte, vengono da sé.
  • E allora perché… eccetera eccetera.

Io li invitavo ad andare nella loro roulotte e lasciarmi in pace, ma loro erano testardi come dei piccoli muli. 

Cominciai a studiare i loro tempi così da poterli seminare e rimanere da sola in spiaggia o al bar. Ma, anche se il giochetto funzionava, purtroppo non durava a lungo e dopo un po’ sentivo la vocina di uno dei due pronunciare l’inevitabile domanda.

  • E la chitarra? Perché non l’hai portata?

Quando la vacanza finì, il pensiero di non rivedere più i due piccoli assillanti bastò a consolarmi del dispiacere di salutare il mare e l’aria calda della Calabria.

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I miei Capodanni lontani

Quando ero piccola per l’ultimo dell’anno avevamo sempre degli ospiti. All’epoca abitavamo ancora in Campolungo, nella casa al secondo piano di una palazzina di tre con un corridoio e tante terrazze. 

Gli invitati erano amici di babbo e mamma, per lo più legati al mondo della scuola, ma non solo. L’avvocato Oreste Mattone Vezzi con la moglie Franca appartenevano alla schiera degli amici di gioventù di babbo. Con loro non ho ricordi particolari se non per il fatto che li guardavo con una certa soggezione di bambina, ammirandoli, specialmente la signora, che sfoggiava sempre mise di gran classe. 

La signorina Iser era la maestra di Paola e a lei si devono alcuni dei regali più belli che abbiamo mai ricevuto, dalla bambola Bettina, al pupazzo Giannino, alla Collina dei Conigli, uno dei libri che ho prestato non ricordo a chi, ma che ho ricomprato tanto mi aveva fatto stare con il fiato sospeso. 

La sera della cena l’aria si faceva frizzante e piena di aspettative. Ogni volta che suonava il campanello e babbo andava ad aprire era una festa. Per me era come essere al cinema. Gli ospiti entravano in casa portando con sè l’aria fredda di fuori mista al loro profumo.

Non c’erano altri bambini e i patti erano che mangiavamo e poi a letto. Ma io non volevo mai andare perché avevo paura di perdermi discorsi, risate e brindisi.

I figli li avevano solo i Mattone Vezzi e non li portavano. 

C’era la Direttrice, Anna Betti, con i suoi cappelli di velluto chiusi da uno spillone con la perla. C’era Robusto Solari, che più tardi diventò lui il Direttore. C’erano Mario Cappelli e Gioli, anche lui insegnante e più tardi Direttore dello stesso circolo didattico di Colle.

Il salotto della casa di Campolungo era arredato con i mobili in teak che andavano di moda negli anni Sessanta. C’era il tavolo che si allungava aprendolo a metà e facendo emergere una giunta dal centro. Le sedie erano foderate di una stoffa nera ruvida con delle piccole escrescenze bianche, così come il divano e le poltrone.

C’era un mobiletto lungo poggiato a terra dove si tenevano i serviti da apparecchiatura più eleganti e dei mobiletti appesi al muro con i bicchieri e i liquori. 

L’illuminazione era a parete, con dei lampadari in legno divisi in quadrati. Ogni quadrato poi o era vuoto o aveva la lampadina. Quelli con la lampada avevano una copertura di plastica bianca o nera per gli effetti di luce. 

Sotto il tavolino basso da fumo un tappeto giallo, alle pareti alcuni quadri e delle stampe giapponesi su delle specie di stuoie.

Mamma cucinava, babbo stappava le bottiglie, spalmava i crostini e aiutava ad apparecchiare.

I pezzi forti di quegli anni erano il vitel tonné e l’insalata russa. Una volta c’era il pollo in galantina. Quello me lo ricordo bene perché il giorno prima era venuto un cuoco a casa nostra a prepararlo. Si chiamava Imolo e nei miei ricordi di bambina doveva essere per forza emiliano come la città. Faceva il cuoco in un ristorante a Pancole nel periodo in cui mamma e una sua collega ci insegnavano .

Quel pomeriggio non mi allontanai nemmeno un minuto dalla cucina. Guardavo le mani di Imolo, vestito di bianco, che disossavano il pollo, preparavano il ripieno e infine riempivano la sacca di carne che poi veniva avvolta in un tovagliolo bianco e legato con lo spago prima di finire in pentola a bollire.

Io seguivo tutta la procedura senza perdermi un passaggio e chiedendo perché faceva questo e perché faceva quello. 

Imolo pensava di insegnare a mamma quella ricetta, ma dopo di lui in realtà nessuno ha mai più preparato il pollo in galantina, a casa nostra.

Alle cene di Capodanno si apparecchiava con la tovaglia di cotone rosso ricamata di bianco. I piatti, i bicchieri, i vassoi e le zuppiere erano quelli dei serviti del matrimonio di mamma e babbo. I bicchieri in cristallo erano molati, tutti sfaccettati, e lo spumante si beveva nelle coppe. 

Babbo nel pomeriggio sbucciava un ananas e lo tagliava a fette che adagiava in una insalatiera e ci versava sopra lo spumante. Qualche volta c’erano anche delle ciliegine sotto spirito.

Gioli portava uno dei suoi dolci capolavoro. La Direttrice ci regalava dei libri di mitologia greca e romana dopo aver saputo della mia passione per il mondo degli dei.

Mangiando e parlando si aspettava la mezzanotte per brindare e farsi gli auguri. Io però a quell’ora sarei dovuta già essere a letto da un bel po’. Paola andava a dormire senza fare storie. Io invece mi impuntavo, all’inizio chiedendo, per finire supplicando, che mi lasciassero stare ancora un po’ con i grandi.

Per agevolare il trasferimento in camera da letto, mamma ci vestiva già da notte per la cena ma evidentemente, almeno con me, lo stratagemma non funzionava.

Lo facevo anche per Natale e per la Befana, di non andare mai a dormire perché volevo vedere di persona chi veniva a portare i regali. Babbo era disperato perché non poteva andare a letto e doveva aspettare che io crollassi. Ma questo l’ho saputo solo molti anni dopo. 

In ogni caso anche alle cene di Capodanno a una certa ora ce la facevano e mi mettevano sotto le coperte, dopo che avevo salutato tutti con un bacino. 

La nostra camera era in fondo al corridoio, il salotto subito dopo la porta d’ingresso, sulla destra, e non aveva una porta come le altre stanze. Quella del salotto era a vetrata.

Così io, mentre mi credevano a letto, mi alzavo e mi avvicinavo quatta quatta. Poi mi nascondevo rimanendo accucciata tra il muro e la porta, per poter continuare ad ascoltare.

Pare che una volta, al momento dei saluti, mi abbiano trovata addormentata per terra.

Ma il mio obiettivo l’avevo raggiunto.      

(In foto: l’avvocato Oreste Mattone Vezzi e la moglie Franca, Simona con la bambola Bettina e, dietro, la signorina Iser)

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