L’asilo delle suore

Da piccola sono andata all’asilo dalle suore. Si iniziava a tre anni ma mi iscrissero anche se ne avevo solo due, facendo un’eccezione per mamma che lavorava e non ce la faceva a star dietro a due bambine. Il nido ancora non esisteva. 

L’ingresso fu un trauma. Piangevo a squarciagola nel mio passeggino, terrorizzata da quel luogo sconosciuto. Mi salvò la presenza di Fernando, un altro bambino nelle stesse condizioni, che da allora diventò il mio fidanzato e il cui nome fu dato al maialino di nonna Armida.

Dopo però mi trovai benissimo. C’era una suora fantastica. Grazie a lei, superai l’ansia dell’abbandono. Con lei mi sentivo come a casa, fra le cose che conoscevo. 

All’asilo c’era la mensa. Portavamo il secondo e la frutta da casa in un panierino di plastica rosa rigida traforata (celeste per i bambini), mentre il primo lo servivano le suore. Pastasciutta al pomodoro o minestrone di verdure. Nel panierino invece portavamo scatolette di tonno, stracchino, una mela.

Dopo pranzo si faceva un sonnellino su delle brandine in una stanza oscurata.

Un giorno la suorina buona ci disse che sarebbe andata via, in Cile, in Perù, in una missione e non l’avremmo più rivista. Ma non dovevamo preoccuparci, saremmo rimasti con tutte le altre suore.

Una banda di stronze.

Fu uno dei primi grandi dolori della mia vita. Perché, perché doveva andare via proprio lei?

Babbo cercava di spiegarmi, sono cose che succedono.

Con la partenza della suorina l’asilo diventò un posto peggiore.

Quando era il momento di andare in bagno, tutte in fila, capitava che nell’attesa ci sedessimo per terra.

Non ci si siede per terra – diceva allora la suora di turno – perché se ci si siede per terra le formiche ci entrano da un buchino, camminano dentro di noi tutto su, lungo le gambe, la pancia, le braccia, fino alla testa e ci mangiano il cervello.

Quale buchino?

Ma soprattutto, quali formiche? Eravamo in un bagno, mica in mezzo al prato.

All’asilo c’era una bambina che ci graffiava tutte. La chiamavamo col suo nome seguito dall’appellativo Graffiona. Ancora oggi, se capita di parlare di lei, viene naturale chiamarla così. 

Intorno all’asilo c’era un giardino recintato dove andavamo a giocare. 

A un certo punto, intorno ai trent’anni, mi resi conto che avevo un incubo ricorrente. Nel sogno tornavo bambina, all’asilo dalle suore. Andavamo tutti fuori a giocare, nel giardino, dove si apriva sempre un enorme cratere di sassi e fango. Pian piano ci scivolavo dentro e non riuscivo più a risalire. Urlavo ma nessuno mi aiutava.

Ogni notte.

Poi mi svegliavo di colpo, sudata e con il cuore che batteva a mille.

Con il tempo è passato anche l’incubo. Ma non ho mai capito che cosa volesse dire.

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