Che cosa rimane

Tantissimi anni fa, ero ancora corrispondente al giornale, a Colle successe un incidente terribile. Un bambino rimase schiacciato sotto il pulmino del prete che lo stava accompagnando, insieme ad altri, al catechismo.

Pare che i bambini stessero giocando, o forse litigando, quando il piccolo cadde giù dal pulmino, quasi sicuramente spinto, durante una sosta in una via del centro. I bambini stettero zitti, il sacerdote non si accorse di niente e, durante la manovra per ripartire, il piccolo rimase schiacciato sotto una ruota.

Io di questa storia non ricordo altro. Non ricordo i nomi, né della vittima né del sacerdote, non ricordo che ci sia stato un processo e come, nel caso, sia andato a finire.

Quel pomeriggio mi chiamarono dalla redazione dicendomi di correre in ospedale dove avevano portato il bambino. All’epoca l’ospedale era il San Lorenzo.

Nel grande ingresso bianco dal soffitto alto c’erano diversi ragazzi della parrocchia, tutti in attesa di un cenno, di una parola di speranza. Poco più avanti sulla destra, prima della scalinata grande, c’era la cabina con il telefono, uno di quegli stanzini bui, puzzolenti di fumo vecchio e di chiuso, con gli elenchi del telefono appesi con la catenella.

Da lì mi tenevo in contatto con la redazione.

Il bambino non ce la fece.  

Fu una notizia sconvolgente, sia per l’età della vittima, per le modalità dell’incidente e per il fatto che a guidare il pulmino fosse un prete. Poi c’era l’altra parte, quella inquietante che riguardava i bambini. Che cosa era successo in quel pulmino? I bambini avevano spinto il compagno, facendolo cadere sulla strada, o era stato solo un incidente, l’esito assurdo di uno stupido gioco? Ma allora perché, quando il prete era risalito sul furgone, nessuno di loro aveva detto niente, nessuno aveva detto che il piccolo era caduto per farlo risalire su?

Il giornale cavalcò la storia fino a quando fu possibile, come è logico che fosse, sentendo una volta questo e una volta quello. Ma alla fine rimasero sempre gli stessi dubbi su come fosse andata veramente. Non mi pare che l’indagine abbia approfondito granché, anche perché, essendo coinvolti tutti bambini piccoli, sarebbero stati comunque non perseguibili. 

Ma potrei anche ricordare male.

Un giorno invece al capo venne in mente una di quelle idee che speri sempre non vengano rifilate a te.

Il bambino era un alunno delle elementari e andava a scuola in via XXV Aprile. All’epoca il direttore era un nostro amico di famiglia, un omone studioso, uno storico, un signore, come si diceva, vecchio stampo.

Il capo volle che gli chiedessi se avrebbe intitolato la scuola al bambino. Era una specie di suggerimento, ma se fosse stato raccolto sarebbe diventato anche una vittoria del giornale. 

Il direttore della scuola mi rispose di no, che non ce n’era motivo. Era vero che il piccolo studiava lì, ma l’incidente era avvenuto fuori dall’orario scolastico e non c’entrava niente con il fatto che si trattasse di un alunno. 

No, insisti. 

Digli che la vicenda ha scosso tutti e che lui ci farebbe una gran bella figura a intitolare la scuola al bambino.

Il direttore, per fortuna, non cadde nella trappola. 

A me invece rimase un imbarazzo, quasi un senso di vergogna, che risento ancora oggi che lui, quel direttore, non c’è più.

Mi è rimasta anche una curiosità, una cosa che mi chiedo sempre dopo che accadono fatti così. 

Che cosa ha lasciato la morte di quel bambino? Come sono cambiate le vite di tutti. Dei genitori, del parroco, dei bambini che erano nel pulmino. Di quello che l’ha spinto giù e di quelli che sono stati zitti.

Perché questa è una cosa difficile da mandar via, da qualche parte rispunta sempre.

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