Vertigini

A un certo punto della vita mi è capitato di sentire una vertigine fortissima. Fu quando capii che un amico carissimo, il più caro, se ne sarebbe andato per sempre.

Fu per contrastare quella vertigine che decisi di fare la paracadutista.

Non era un’idea nata dal nulla. Babbo era sempre stato parà, fin dalla guerra e poi dopo, quando partiva la domenica mattina presto e tornava per pranzo, a volte anche con un braccio rotto o un pezzetto di lingua penzoloni. Fin da bambina ero stata sui campi di lancio a guardare il cielo da dove sarebbe sceso babbo con la sua vela bianca o di tanti colori. 

Una volta, da piccolissima, un amico mi scansò all’ultimo secondo dal punto in cui atterrò un paracadutista. 

Babbo era istruttore di volo. Fu dando indicazioni agli allievi che una volta toccò terra senza accorgersene, mentre ancora parlava, tagliandosi la lingua fra i denti.

La domenica dopo i lanci si andava sempre a mangiare con gli altri parà, a casa di qualcuno o al ristorante. A volte ci si ritrovava anche al mare, d’estate.

Mamma viveva col fiato sospeso e quando babbo smise di lanciarsi, fu un gran sollievo per lei.

Per questo decisi di non dire niente a casa, almeno fino al momento del primo lancio. Avrei evitato a mamma qualche mese di preoccupazioni.

Mi iscrissi al corso per civili ma nella sezione degli ex militari, che era stata fondata proprio da babbo. 

La sede era in via dei Pispini ma la preparazione si faceva alla caserma El Alamein (che dopo si è chiamata 186° Reggimento e ora è intitolata a Roberto Bandini), in piazza d’Armi.

La prima sera ci trovai anche babbo. 

Bah, o che ci sei anche te? mi disse.

Anche lui aveva deciso di ricominciare, nonostante l’età, e anche lui l’aveva fatto senza dir niente in casa.

Il mio battesimo avvenne con cinque chilometri di corsa a freddo. Poi ci fu tutto il resto. Per qualche mese andammo due volte a settimana in caserma, seguimmo le lezioni teoriche e facemmo la preparazione atletica. Poi giunse il momento del primo lancio.

Il giorno fissato, ad Ampugnano, il cielo era d’un azzurro denso come un tubetto di tempera a olio.

Dopo mille preparativi, controlli e ripassi, fummo pronti a salire sull’aereo, un rumorosissimo G222 arrivato dall’aeroporto militare di Pisa. 

Il presidente della sezione ci disse che a babbo sarebbe stato riservato il primo posto di lancio, in segno di riconoscenza e gratitudine. Io lo avrei seguito subito dopo.

In realtà quando ci disposero per salire sull’aereo ci accorgemmo che eravamo terzo e quarta. I primi posti erano andati a due ragazzetti sì e no ventenni, arrivati da Roma, figli di qualche militare dall’alto grado.

Pazienza.

Quando arrivò il momento di buttarci, attaccato il moschettone al cavo di acciaio, tutti in fila in piedi verso il portellone d’uscita, babbo si girò e mi disse.

Simona, ci si vede giù.

L’uscita nell’aria fu come prendere uno schiaffo ma ben presto, non appena il paracadute si aprì, sembrava quasi di star fermi. Mi beavo della bellezza di quel cielo limpido in cui stavo volando, e dei quadrettini di terra verde e ocra ai miei piedi.

Babbo era poco più avanti.

Simonaaa! urlava.

E io, che c’è, babbo? Che c’ho, una pera?

Al corso ci avevano insegnato ad osservare attentamente il paracadute appena aperto per verificare che avesse la forma tonda e non presentasse storture o strozzature dovute ad un parziale dipanamento del cordame. 

Io guardavo in su e vedevo un puntino bianco piccolissimo. Mi sembrava di essere appesa a una tazza capovolta. 

La pera si sarebbe verificata se la parte alta del paracadute fosse rimasta strozzata dalle corde. Ma così non fu.

Poi fu subito tempo di atterrare. La terra cominciò ad avvicinarsi sempre più veloce, tirai con tutte le mie forze le corde per avvicinarmi il più possibile alla pista. Poi, aiutata dal vento a capire verso quale direzione dovessi fare la capriola per attutire la caduta, atterrai. 

Era durato pochissimo.

Babbo, che volevi quando s’era in aria, c’era qualcosa che non andava?

No, ti volevo solo salutare.

Ecco. Arrivammo da mamma camminando sugli anfibi come due astronauti sulla luna, con il casco, il paracadute in spalla e stretti nelle nostre imbracature.

Lei vedendoci si sentì riavere e sperò che quello stress, ora addirittura raddoppiato con la figlia oltre al marito, finisse il più presto possibile.

Ma non sarebbe stato così.

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