La casa del macellaio

La prima estate che lavorai a Rovigo mi ritrovai ad abitare in una casa di campagna lungo il Canal Bianco. La signora dell’agenzia mi avvisò che la sistemazione era un po’ particolare, ma le condizioni e il prezzo, per tre mesi, erano perfetti.

In che senso particolare, chiesi.

Per esempio ha il bagno in camera, mi disse la signora.

Va bene. Non c’è problema.

Ovviamente non avevo capito che il bagno era veramente in camera, senza una parete a separare il letto e i sanitari. La cucina, per fortuna, era in una stanza a sé.

Pensai che i proprietari non avessero fatto in tempo a finire la ristrutturazione e che in seguito avrebbero rimediato. Invece no.

Mi fu detto che quella era la filosofia del padrone di casa e che su quel punto non si discuteva.

Il bagno stava in camera. Letto, comodino e water.

Dal momento che ero da sola e che il tempo di permanenza sarebbe stato breve, non ritenni quella bizzarria un vero problema. 

Il mio appartamento con bagno in camera era in una casa colonica nella quale abitavano anche i proprietari. Per raggiungerlo dovevo attraversare una sorta di veranda aperta dove loro cucinavano e mangiavano. Lui friggeva pesce a ogni ora. Uscivo di casa al mattino per andare al lavoro e lui già friggeva. 

La signora stava seduta su una poltrona di vimini e quando qualcosa le piaceva diceva: “spetacolo”.  

Fra la casa e la strada che costeggiava il canale c’era una fitta siepe di carpini fra i quali ogni tanto spuntava un alberello che faceva dei piccoli frutti rossastri.

Che cosa sono, chiesi alla signora.

Quelli? Amoi.

Non ci fu verso di capire che cosa fossero quegli àmoi (àmoli) a parte il fatto che si mettevano sotto alcol come le ciliegie.

Ora so che sono le susine selvatiche che maturano ogni estate lungo la nostra strada, qui in Toscana.

In quella casa io occupavo una parte del sottotetto, una mansarda con le travi di legno sul soffitto spiovente. Grazie a questa conformazione potei studiare con mamma un complicato gioco di tendaggi che, applicati sulle travi con chiodi e puntine, mi permise di realizzare una specie di bagno “berbero”, guadagnando un’illusoria intimità.

Un giorno mi venne a trovare una coppia di amici. La ragazza fece uscire di casa me e il fidanzato prima di convincersi ad andare in bagno, nonostante le tende. Ma anche con quelle e in completa solitudine, mi confessò, non si era sentita affatto a suo agio.

Una volta andai a curiosare nella parte del sottotetto ancora da ristrutturare, aprendo una porta proibita in fondo al mio appartamento, come la moglie di Barbablù. I lavori erano ancora indietro, ma in ogni camera da letto erano già stati installati water e lavandino.

Il proprietario era un ex macellaio e aveva decorato tutta la casa con i vecchi attrezzi da lavoro. C’erano ganci in metallo, alcuni veramente enormi, appesi un po’ a tutte le pareti, dentro e fuori, oltre a qualche stadera e qualche coltellaccio qua e là. 

Nell’insieme l’effetto era piuttosto inquietante.

Una sera vennero dei colleghi a cena. Su loro richiesta avevo preparato ribollita e salsa di fegatini. Mangiammo tutti insieme nell’aia, con i proprietari e con i quattro allievi ufficiali che occupavano un micro appartamento a piano terra con i letti a castello. L’ex macellaio continuò a friggere il suo pesce, la signora assaggiò, di malavoglia, anche i piatti toscani. 

Gli avanzi finirono nel grande frigorifero della veranda.

Il giorno dopo i militari me li chiesero per la cena.

Non li ho, dissi, sono nel frigorifero della signora.

Ma noi non li abbiamo visti.

Chiedemmo alla signora, che ci disse un po’ scocciata che li aveva buttati via perché non si fidava mica, lei, a mangiarli anche il giorno dopo.

I ragazzi ci rimasero male ma fu offerto loro in cambio del pesce fritto, che almen l’era stato fato alòra.

Ci rimasi male anch’io, ma era inutile discutere.

Avevo capito bene che non si poteva andare contro la legge del bagno in camera né contro quella del pesce fritto.

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